Femminicidio a Piacenza

La ragazza di campagna

Photo by Renato Abati on Pexels.com

 

Si erano conosciuti sin dall’infanzia Elettra e Italo, e si erano presto innamorati: lei una ragazza di campagna figlia di poveri braccianti agricoli, lui unico figlio di un ricco latifondista contrario a quella sciagurata relazione.

Appena furono entrambi maggiorenni, e senza ancora essere sposati, iniziarono a vivere insieme, il che creò nuovo scandalo e diede al vecchio padre di Italo nuovo dolore. A peggiorar le cose erano poi anche intervenute le nuove idee politiche che Italo era andato maturando negli anni successivi. Idee rivoluzionarie, idee bolsceviche che il ragazzo ribelle si prese il gusto di far conoscere al genitore. Questo ne fu ancor più sconvolto di quanto già non fosse, ormai disperato e quasi rassegnato all’idea di aver perso per sempre il suo unico figlio maschio.

Analoghi scontri Italo dovette sostenere anche con le sorelle Cleofe e Melitina, ben decise a sostener le ragioni del padre, perché anche a loro la contadina ignorante e senza dote non andava per nulla a genio. E non volendola accettare, preferirono a loro volta troncare ogni relazione con il fratello scellerato, che per amore di una villana aveva sacrificato i sacri legami con la propria famiglia.

Elettra dal canto suo, fuggì di casa per raggiungere a Piacenza il suo amato, ed anche la sua scelta non fu indolore. Per quanto i suoi cari fossero segretamente felici di quella risoluzione, e nascostamente gioissero alla prospettiva di veder sottratta la propria figlia ad una sicura vita di miserie come era stata la loro, ufficialmente diedero a vedere tutto il contrario. Si dissero sconcertati e offesi dalla condotta emancipata della figlia, e ovunque dissero male di quello scandaloso contegno, nell’ipocrita tentativo di salvare le apparenze e la propria modesta reputazione, unico conforto in un’esistenza segnata dagli stenti e dalla fatica, entrambi garantiti dalla dura vita nei campi.

Elettra ne fu offesa e a sua volta, di sua iniziativa, non volle più vedere i genitori, rei, a suo giudizio, di non aver compreso la purezza delle sue intenzioni e la sincerità dei suoi sentimenti. La qual cosa avrebbe dovuto di per sé stessa, sempre secondo le valutazioni di Elettra, appianare ogni diverbio e restituire alla giovine ed alla sua famiglia il rispetto e la considerazione che le erano dovuti.

Ma di quei tempi le cose andavano assai diversamente, e fu così che i due innamorati restarono soli ad affrontare la vita, in una città lontana, senza aiuto né consolazione.

Eppure erano riusciti a superare le avversità e a passare oltre ogni impiccio. Italo esercitava una professione ben pagata e con discreto successo, Elettra si occupava della casa, in attesa di essere portata all’altare e di allargare la famiglia con il primogenito del quale erano ancora in cerca.

Elettra era una ragazza di campagna di modesta bellezza, ma molto dolce e premurosa. Il suo volto pareva quello di un angelo, e sotto le lunghe ciglia nere, i suoi occhi buoni mostravano all’esterno il candore del suo animo. Non aveva che una erudizione elementare, ma a dispetto della giovane età era dotata di tutta la saggezza popolare della sua epoca, e come ispirata dalla Provvidenza sapeva anche dispensar consigli e prendere le decisioni giuste, o perlomeno le più convenienti al suo partito. La sua intelligenza era fine, la sua curiosità intellettuale vivace. Leggeva molto, soprattutto le pubblicazioni cattoliche, come il quotidiano Italia. Viveva senza altra ambizione che regolare la sua posizione di concubina e maritarsi con l’amato Italo. Una volta messa su famiglia, sperava di dare al mondo un adeguato numero di figli.

Il matrimonio prima negato dal padre di Italo, era ora rimandato per i capricci del giovane, che per il piacere di dare offesa alla morale e per le strane idee politiche che era andato professando, pensava fosse cosa giusta praticare la convivenza senza matrimonio. Da quando aveva cominciato a nutrire idee contrarie alla Chiesa ed alla fede cristiana, si era pure convinto che bruciare le chiese ed impiccare i preti come Stalin aveva fatto in Russia fosse cosa auspicabile in ogni dove, ed in questo aveva avuto di che discutere con la povera Elettra, che pur cresciuta nella miseria era ancora ferventemente timorata di Dio e delle sue leggi.

Se i due innamorati potevano dunque andare avanti d’amore e d’accordo in ogni campo, soltanto la politica era argomento sul quale correvano ogni volta il rischio di bisticciare. E ciò perché in quella, Elettra aveva individuato l’unico impedimento che le restava da superare per conseguire le sue aspirazioni e vivere felicemente sino in fondo la sua esistenza.

D’altro canto non era tanto audace da sfidare Italo apertamente, e nemmeno era sino ad allora riuscita ad esplicitare in modo franco le sue aspettative, totalmente assorbita dal desiderio di compiacerlo in ogni modo possibile.

E lui a volte la ricambiava, cercando di renderla felice con piccole attenzioni e qualche regalo di poco valore. Ma per Elettra era il pensiero ciò che più contava, e tanto le bastava per dimenticare ogni tristezza e sentirsi bene.

Una bella domenica d’inizio estate, quando la guerra era ancora lontana, Italo portò la sua bella in gita fuori città. La caricò sulla sua bicicletta e pedalando di buona lena lungo la via che costeggiava il fiume Po, in breve tempo raggiunsero una vecchia chiesa sconsacrata nel mezzo delle campagne piacentine, lontani da occhi indiscreti.

Lei era bella, dentro un vestitino di cotone bianco che a stento conteneva le sue grazie, con i capelli sciolti e al vento, ed un fiore infilato dietro l’orecchio.

Pensava che avrebbe passato una bella e romantica giornata in gita con il suo innamorato, ma si sbagliava.

Ad attenderli alla chiesa sconsacrata c’erano i compagni di partito di Italo, brutti ceffi che vivevano in clandestinità perseguitati dal regime fascista.

Erano in quattro e tutti ubriachi già da metà mattina.

Secondo il parere di Elettra i compagni comunisti di Italo si erano dati dei buffi nomignoli, ma a lui erano sempre sembrati dei temibili nomi da battaglia.

Erano giovani uomini, identici a tanti altri che si potevano vedere a lavorare nelle fabbriche o nei campi. Il capo della cellula si faceva chiamare Tempesta ed aveva un temibile serpente a sonagli dalla bocca spalancata e coi denti aguzzi tatuato sul braccio sinistro. Nella mano destra impugnava una pistola Beretta M34. Anche Sandrino che gli stava a fianco era armato allo stesso modo. Faina e Cobra erano armati con fucili da caccia e si erano spostati sui lati del sagrato di modo che Elettra ed Italo fossero quasi circondati: sembravano tutti avere intenzioni ostili.

“Dacci la ragazza” intimò Tempesta, sollevando la M34 contro di loro e chiudendo le labbra in un ghigno malvagio.

“Di che cosa stai parlando? Hai bevuto troppo? Non mi riconosci?” protestò Italo, frapponendosi tra la traiettoria dell’arma puntata contro di loro ed Elettra.

“Non fartelo ripetere una terza volta, consegnaci immediatamente quella nemica del popolo”

“Se questo è uno scherzo sappiate che non è per nulla divertente”

“Non ci lasci altra scelta, ma la cosa non mi stupisce, non ci siamo mai fidati veramente di te, non ci si può fidare dei figli dei padroni, alla fine siete tutti uguali, maledetti ricchi borghesi del cazzo, ma quando scoppierà la rivoluzione vi impiccheremo tutti, uno ad uno.”

Italo comprese che le cose si mettevano male quando vide Tempesta serrare le dita sulla pistola e premere il grilletto.

Tempesta era piuttosto basso, stempiato e con l’aria feroce di chi non ha mai avuto nulla da perdere. Da sopra la cintura strabordava una grossa pancia sudaticcia. Indossava un paio di calzoni di cotone ed una camicia rossa lisa e scolorita.

Italo venne colpito al petto, cadendo all’indietro con un gemito grottesco, e una macchia di sangue gli colorò l’elegante camicia bianca di sartoria.

Elettra iniziò a gridare come una pazza.

“Avanti prendete quella troia fascista” urlò Tempesta, mentre prendeva la mira sulla testa di Italo disteso sul sagrato della chiesa sconsacrata.

“No!! Non lo ammazzare!!” urlò Elettra più forte che le fu possibile.

Il secondo colpo centrò Italo in mezzo alla faccia, e una fontana di sangue, carne maciullata e cervella spruzzarono fuori dal volto sfigurato. La testa senza vita si rovesciò di lato come una bambola di pezza rotta.

“NOOO!!” gridò ancora Elettra mentre Sandrino e Faina erano già su di lei.

Sandrino la colpì al volto con un pugno, Faina la picchiò sulla testa con il calcio del fucile, una mazzata brutale che le lacerò la pelle. Il sangue cominciò a colarle copioso sul volto e sui vestiti.

Poi Sandrino l’afferrò per i capelli e la trascinò verso l’interno della chiesa. Il fiore che teneva infilato dietro l’orecchio cadde sgualcito sul selciato.

Elettra era sconvolta, stordita, il dolore alla testa feroce. Cercò di liberarsi scalciando, tentando di graffiare le nerborute mani di Sandrino.

Colpì Faina con un calcio, e quello di rimando le picchiò la pancia con il fucile. Una percossa ancora più violenta della precedente.

Le urla di Elettra furono soffocate per il lungo momento in cui restò senza fiato.

“Ora devi stare zitta stupida puttana!” ordinò Tempesta.

“Sappiamo che sei una spia dei fascisti, lurida stronza!” grugnì Cobra, sputandole in faccia

“Non è vero, vi state sbagliando” riuscì a singhiozzare Elettra, piangendo per la paura e per la sofferenza.

“Non mentire schifosa! Sappiamo che passi le giornate a baciare le sottane di tutti quei preti fottuti. Quando scoppierà la rivoluzione fucileremo anche loro e delle chiese faremo delle stalle, oppure le daremo alle fiamme” disse Tempesta, slacciandosi i pantaloni di cotone.

“Tenete ferma quella cagna, ora le daremo tutto quello che merita”

Cobra e Faina la sollevarono dal pavimento e la costrinsero a piegarsi sopra lo schienale di una vecchia panca tirandola per le braccia.

Tempesta le strappò il vestito e le mutande, poi iniziò a frustarle la schiena con la cintura dei pantaloni.

Lei ora aveva smesso di urlare, fissava nel vuoto con gli occhi sbarrati, mentre il volto era rigato dalle lacrime e dal sangue.

A turno abusarono di lei, violentandola e picchiandola per ore.

Quando scese la notte, Tempesta la finì strangolandola a mani nude.

Sotterrarono i cadaveri in un bosco poco lontano.

I corpi di Italo ed Elettra non furono mai ritrovati e dopo qualche mese le indagini vennero archiviate. Nessuno fu indagato per omicidio o per femminicidio a Piacenza o altrove.

Nel 1943 Tempesta, Sandrino, Cobra e Faina salirono sulle montagne per aderire alle bande partigiane dei ribelli comunisti.

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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