Il coito dello stallone

Alle ore 11:30 del mattino del 12 giugno 1940 il telefono nell’ufficio del commissario Gumesindo Manganelli suonò tre volte. Quando afferrò l’apparecchio per rispondere, una voce familiare lo raggiunse dall’altra parte del filo:

“Buongiorno commissario, tra venti minuti una macchina verrà a prendervi, siete stato convocato a Roma per una udienza del massimo livello.” Senza altro aggiungere l’interlocutore riattaccò, ma Gumesindo lo aveva riconosciuto: era il capitano Mattei.

Non aveva più sentito né visto il suo superiore da parecchie settimane, da quando il suo addestramento era stato completato, facendo di lui, almeno sulla carta, un agente segreto, una spia con tanto di pistola e licenza di uccidere. I dieci mesi passati alla base segreta dell’ OVRA erano stati veramente duri. A stento Gumesindo aveva potuto sopportarne le privazioni, la mancanza di alcol, la rigida disciplina e il ferreo e faticoso allenamento fisico. Alla fine era sopravissuto e si sentiva orgoglioso di aver potuto superare quella prova alla sua età. Essendo quasi cinquantenne, riteneva di aver passato quell’esame in modo più che dignitoso. Tornato a casa in licenza, in attesa di ricevere il primo incarico operativo, aveva tentato di recuperare gli arretrati. Si era così dedicato ad una assidua frequentazioni di ogni bordello della sua provincia vivendo in modo osceno. Quanto al bere, non aveva passato una sola sera o quasi, senza ubriacarsi.

Aveva atteso con un po’ d’ansia quella telefonata negli ultimi due giorni. Sapeva, con l’ingresso dell’Italia in guerra, che anche lui avrebbe dovuto portare il proprio fardello e fare la sua parte, si aspettava di essere mandato in missione da un momento all’altro, ma non aveva immaginato di doversi recare sino a Roma. Nemmeno riusciva ad immaginare con chi avrebbe dovuto conferire. Preparò in fretta le sue cose e fu pronto a partire.

L’automobile guidata da un brutto sgherro della polizia segreta lo accompagnò alla Stazione Centrale di Milano, dove prese il diretto notturno per Roma. Giunto nella capitale il mattino successivo, dopo una notte in vagone letto insonne e senza bere, trovò il capitano Mattei ad aspettarlo con un’altra automobile e due nuovi agenti. Scoprì solo in quel momento che lo stavano portando a Palazzo Venezia, dove avrebbe dovuto incontrare niente meno che Mussolini.

Gumesindo iniziò a preoccuparsi. Non nutriva particolare stima per il capo del fascismo, però ne aveva paura. Cominciò a chiedersi perché mai il Duce volesse incontrarsi con un modesto commissario novella spia, proprio ora che l’Italia era in guerra. Non aveva pratiche più urgenti ed importanti cui dedicarsi? Cosa gli avrebbe chiesto o cosa avrebbe preteso? I dubbi lo stavano arrovellando ma mantenne la calma, sforzandosi di fingere indifferenza.

Quando giunsero a destinazione fu perquisito, costretto a consegnare la pistola d’ordinanza e infine condotto al piano nobile del palazzo. Dopo trentacinque minuti di ulteriore attesa la porta della sala del mappamondo si aprì e il commissario Gumesindo Manganelli fu fatto entrare.

Mussolini stava seduto dietro la sua scrivania sul lato opposto del grande salone. Sembrava assorto nella lettura. Senza sollevare il capo dalle carte che stava avidamente leggendo, ordinò al suo ospite di avvicinarsi.

Il commissario obbedì, attraversò tutta la sala del mappamondo fermandosi davanti alla scrivania del dittatore.

“Leggo sulla vostra scheda che siete un donnaiolo impenitente” disse Mussolini alzando il capo verso Gumesindo, che rimase in silenzio imbarazzato.

“Anche io ero un gran chiavatore da giovane. Ma adesso non più, ora sono casto a confronto. Quando stavo a Milano era veramente un casino, prendevo quattro o cinque donne al giorno. Le ricordo quasi tutte.”

Gumesindo abbozzò un sorriso di circostanza anche più imbarazzato di quanto non lo fosse stato in precedenza, l’inaspettata confidenza con cui fu accolto dal Duce lo aveva spiazzato.

“La natura è straordinaria commissario. Il cavallo, ad esempio,  è un animale portentoso. Lo spettacolo del suo coito è da vedere, per farsi un’idea della natura… si accosta alla giumenta, le salta con le zampe anteriori sulla schiena e le pianta quest’asta lunga quasi un braccio. Poi ci dà dentro. Avviene con nitriti, soffi, gemiti incredibili. Dopo scende subito, ammansito. Si lascia prendere come un puledro e portare dentro la stalla, mesto e buono. La giumenta sta lì immobile, tranquilla, non saprei dire se prende parte. Bisognerebbe domandarglielo.”

Mussolini rise, come a voler alleggerire la tensione, Gumesindo era infatti fermo in piedi come pietrificato. Il Duce continuò:

“Ma certo non si ribella, lascia fare. Vedere queste due massi di carne potenti e ansanti è uno spettacolo grandioso.”

“Anche io amo la campagna” riuscì a dire il commissario, tanto per partecipare al dialogo e non continuare a fare la figura dello stoccafisso.

“Mi sento bene in mezzo ai contadini” disse subito Mussolini.

“Ero con loro prima di Natale. Erano contenti. Abbiamo riso molto. Io raccontavo storielle piene di doppi sensi, e loro capivano subito, sono furbi. Ridevano e ammiccavano con gli occhietti.”

Il professore si lasciò andare, rise maliziosamente ascoltando l’aneddoto e prendendo sicurezza osò domandare:

“A che devo l’onore di potervi incontrare Eccellenza?”

“L’OVRA l’ho creata io, ed è l’organizzazione più efficiente che esista al mondo” disse allora il Duce diventando improvvisamente serio, quasi cupo in volto.

“Voglio che indaghiate su di un omicidio. Tre giorni fa il farmacista di Pianello Val Tidone, un piccolo borgo rurale sulle colline piacentine, è stato ucciso insieme alla sua amante. Polizia e Carabinieri brancolano nel buio. Io, invece, penso che quegli omicidi siano collegati ad altri eventi criminosi delle scorse settimane: le biblioteche private di tre galantuomini di Piacenza sono state saccheggiate in loro assenza. Tutti e tre hanno denunciato il furto di alcuni antichi libri a loro dire preziosi, tutti i volumi rubati erano stati regalati loro dalla stessa persona: il farmacista ucciso.”

Gumesindo annuì servilmente, ma in verità piuttosto preoccupato, immaginandosi già ad investigare alla caccia di ladri di libri e assassini.

Il Duce si era alzato in piedi e lo stava fissando negli occhi, ma prima che potesse proseguire, lui lo anticipò:

“Per quale motivo, Eccellenza, pensate che il duplice omicidio di Pianello possa essere collegato con il furto dei libri?” chiese grattandosi nervosamente una mano.

Mussolini accennò un sorriso, compiaciuto di poter dar prova della propria sagacia.

“Abbiamo almeno due evidenti indizi che mettono in relazione questi eventi. Primo: anche la libreria del farmacista assassinato è stata trovata a soqquadro. Secondo: i tre signori derubati sono tutti massoni, così come lo era il farmacista ucciso. Come saprete non nutro alcuna simpatia per la massoneria, che da anni ho messo fuori legge, ma simili coincidenze in così pochi giorni, non possono passare inosservate.”

Gumesindo rimase basito, per un attimo ebbe l’impressione di parlare più con il capo della polizia che con quello del Governo. Erano appena entrati in guerra e il Duce trovava il tempo di occuparsi di piccoli omicidi e furti di libri. E ciò che era più incredibile, lo voleva coinvolgere.

Cercò di allontanare simili inutili pensieri dalla propria mente nel tentativo di ritornare al punto della questione.

“Anche al farmacista sono stati rubati dei libri?” domandò sperando di sembrare intelligente.

“Questo non lo sappiamo ancora, sta a Voi scoprirlo commissario. Lavorerete in collaborazione con il capitano Mattei.”

Gumesindo annuì, anche se l’idea di dover operare con il capitano Mattei non lo entusiasmava per nulla. Non gli piaceva quel giovane e durante i lunghi mesi dell’addestramento era arrivato  praticamente ad odiarlo. Ne detestava il carattere, lo stile e persino la faccia.

“C’è ancora qualcosa che i Vostri colleghi dell’OVRA hanno scoperto e che dovete sapere” disse Mussolini gonfiando il petto, orgoglioso dell’efficienza della propria polizia segreta.

“Nelle ultime sei settimane, copie dei libri rubati ai massoni sono state sottratte, e mai più restituite, alle principali biblioteche delle città di Piacenza, Lodi e Cremona.”

Il commissario non poteva veramente credere che i fatti descritti dal capo del fascismo potessero avere un nesso tra di loro. Le cose accadevano, le coincidenze si verificavano, fuori era pieno di pazzi maniaci. Chi del resto avrebbe potuto dare tanta importanza a dei vecchi libri sino a giungere all’omicidio nell’anno 1940 e nel mezzo di una guerra che coinvolgeva ora tutta l’Europa? Le cose erano andate diversamente, pensò Gumesindo, e il furto di libri era solo un accadimento casuale.

Mussolini si accorse che il commissario era perso nei suoi pensieri e lo richiamò all’ordine.

“Vi è anche un altro motivo, per cui ho deciso di affidare proprio a Voi questo incarico.”

Gumesindo guardò il Duce incuriosito, ma anche intimorito mentre questo lo scrutava con attenzione e cipiglio severo.

“Alcuni giorni prima dell’omicidio, in Val Tidone è giunta una spedizione pseudoscientifica finanziata dalla società tedesca Ahnenerbe. Le attività svolte da questa organizzazione non sono chiare, voglio che indaghiate su cosa sono venuti a fare veramente.”

“Se ricordo bene lo storico tedesco Franz Altheim è stato in Italia nel 1937 per conto della Ahnenerbe, era venuto per svolgere alcune ricerche in Val Camonica” disse Gumesindo, orgoglioso di potersi mostrare informato sull’argomento, ma diventando di gesso, mentre il dittatore gli affidava questo secondo scomodo incarico.

“Eccellente commissario” annuì il Duce, “ma questa volta al posto di un professore con la sua amante, i tedeschi hanno spedito un militare, un maggiore delle SS. Ufficialmente per compiere ricerche archeologiche. Ma come anche Voi potete facilmente immaginare, quando si è nel mezzo di una guerra non si spediscono militari all’estero a perder tempo dietro a scavi archeologici.”

“Sembrerebbe un caso da controspionaggio, perché volete che me ne occupi io?” chiese Gumesindo aggrottando le sopracciglia.

“Naturalmente lo abbiamo già fatto commissario” replicò Mussolini sfoggiando un sorriso sarcastico, “e abbiamo scoperto che questo maggiore è un fanatico appassionato di libri antichi. Ecco spiegato perché voglio che Vi occupiate di entrambi i casi. Potrebbero anche essere collegati tra loro, per quel che ne sappiamo.”

“Pensate che il maggiore possa essere responsabile dell’omicidio?” chiese ancora Gumesindo, deglutendo angosciato.

“E’ una eventualità che non può essere trascurata e che rende ancora più urgente scoprire cosa siano venuti a fare i tedeschi su quelle colline pochi giorni prima dell’omicidio.”

La mano del commissario iniziò a tremare impercettibilmente, Mussolini sembrava avere le idee chiare, ed era determinato a servirsi di lui per i suoi piani. Lui non aveva la minima idea di quali ricerche i tedeschi fossero venuti a fare sulle colline piacentine, e non si sentiva per nulla sicuro di poterlo scoprire. Il timore di deludere le aspettative del capo del fascismo lo riempì di paura.

“La spedizione dell’Ahnenerbe si è frettolosamente sposta a Milano la notte stessa in cui il farmacista è stato ucciso” disse il Duce rompendo il silenzio.

“Sospettate che anche questo repentino trasferimento abbia in qualche modo a che fare con l’omicidio?” domandò meccanicamente il commissario.

“Sta a Voi scoprirlo. Ma se ciò fosse vero, sarà opportuno capire in fretta perché lo abbiano fatto e cosa stiano cercando di così importante da arrivare a tanto.”

Il commissario annuì. In fondo a lui i tedeschi non erano mai piaciuti, e per i nazisti provava persino del genuino disprezzo, li considerava alla stregua di nuovi barbari del tempo presente. Che potessero macchiarsi di un crimine efferato come l’omicidio di un vecchio farmacista gli sembrava del tutto verosimile. Ma se anche così fosse stato, come avrebbe fatto lui a dimostrarlo? Come avrebbe potuto scoprire cosa erano venuti a cercare e perché? Lui era solo un commissario, senza talento e per giunta alcolizzato.

“Ora potete andare Manganelli, ma sappiate che mi aspetto dei risultati concreti dalla Vostra missione. Sarà meglio per Voi riuscire a dimostrare di essere degno dell’ OVRA!”

Lo sguardo con cui il Duce lo accomiatò fece rabbrividire il commissario, e quelle parole vagamente minacciose non promettevano nulla di buono. Per quanto incredibile, e per qualche nascosta ragione, la faccenda era considerata da Mussolini della massima importanza.

Gumesindo salutò con finta devozione e uscì dalla sala del mappamondo con un peso sullo stomaco, come se per colazione avesse mangiato mattoni.

Scese in strada e si accese una sigaretta. Era di pessimo umore ed aveva sete e desiderava un magnum[1] di champagne, per combattere la calura e dimenticare quella maledetta storia. Non gli importava nulla né dei libri rubati né delle ricerche dei tedeschi, voleva solo tornare a casa al più presto per buttarsi in poltrona ed ubriacarsi di nuovo. Non aveva mai avuto ambizioni, e diventare commissario era stato molto più di quanto avesse mai potuto sognare. Ancora non riusciva a darsi pace, a trovare una ragione che gli spiegasse il perché la sua vita avesse preso una direzione così imprevista e così all’improvviso, senza nemmeno dargli il tempo di capire cosa gli stesse capitando. Era stato costretto a diventare un agente della polizia politica di un regime del quale non condivideva quasi nulla, e con una durezza che non poteva sopportare. Odiava il suo nuovo lavoro, odiava il capitano Mattei, odiava il Duce e tutti i fascisti.

Però non riusciva a togliersi dalla mente gli occhi di Mussolini che lo guardavano minacciosi. Ne era spaventato, e cercava di non pensare alle conseguenze di un eventuale fallimento nelle indagini. Doveva trovare il colpevole a cui attribuire la responsabilità dell’omicidio.

A ben pensarci però, il Duce aveva detto una montagna di cazzate. L’OVRA era composta solamente da una accozzaglia di delatori e raccomandati, erano tutti dei dilettanti incapaci e privi di professionalità. Nessuno aveva pensato di indagare decentemente sulla vita dell’amante del farmacista, ad esempio.

Di conseguenza era stata una vera fortuna avere quell’incarico, dalla sua posizione avrebbe potuto comodamente e senza fatica insabbiare ogni cosa.

Gumesindo diede una tirata alla sigaretta, poi emise un pennacchio di fumo rancido. Il suo alito puzzava di morte.

La ragazza uccisa era solo una puttana di provincia, ma gli aveva fatto perdere la testa. Si era innamorato di lei, e non aveva potuto sopportare l’idea che quel vecchio farmacista flaccido ed osceno se la scopasse.

Ucciderli gli aveva dato un piacere intenso e speciale, era stata la cosa più eccitante che avesse mai fatto.

Il capitano Mattei uscì da Palazzo Venezia e si incamminò verso di lui. Gumesindo gettò la sigaretta e strinse le labbra in un sorriso enigmatico: stava già elaborando un piano per incastrare il maggiore delle SS e mandarlo in carcere al suo posto.


[1] Bottiglia da litri 1,5 equivalente a due bottiglie normali da 0,75

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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