Dio stramaledica gli inglesi

Che serata barbosa pensò il professore. Nonostante al ricevimento in onore del nuovo podestà fossero presenti le più note ed importanti personalità della città, il professore di storia Carlo Bardazzi si stava annoiando.

Presso la locale casa del fascio erano convenuti non meno di quattro­cento invitati, l’orchestra suonava, molte coppie ballavano, altre persone si muovevano intorno fermandosi a parlare in piccoli gruppi, altre ancora affolla­vano i tavoli delle vivande, la mescita del vino procedeva copiosa.

Il professore aveva deciso di partecipare controvoglia, spinto più che altro dall’istinto di sopravvivenza, lo stesso che gli aveva consentito di galleggiare per anni tra le insidiose acque fetide del regime, al quale aveva aderito senza entusiasmo, ma ben consapevole che compiacere e assecondare il gerarca o il potente di turno fosse la strada più comoda per evitare problemi.

Nemmeno gli eventi degli ultimi mesi avevano modificato il suo cinico opportunismo, nemmeno la guerra scoppiata in Europa e alla quale, almeno sino a quel momento, l’Italia si era sottratta dichiarando la non belligeranza.

In verità l’atmosfera di quella sera era elettrica, in ogni capannello non si parlava d’altro, e ciascuno diceva la propria nella convinzione di poter indovi­nare le prossime mosse del Duce.

Bardazzi osservava ed ascoltava con disinteresse, scolando quanto più vino potesse, come se il futuro della Patria non lo riguardasse.

Si muoveva con eleganza, in giacca da sera, in cerca di conoscenti per espletare i convenevoli e intenzionato ad andarsene il prima possibile.

Aveva già salutato qualche collega, il suo avvocato, il segretario del PNF locale, riconosciuto il prefetto e il federale, sorriso a qualche attempata e imbel­lettata signora, quando incrociò un amico di vecchia data: il farmacista Bonelli.

L’uomo gli venne incontro. “Professore vecchio volpone, come state amico mio?”

“Molto bene caro Bonelli, sono ancora in prima linea” replicò Bardazzi in­goiando altro vino e sfoggiando un sorrisetto allusivo, facile da decifrare per il Bonelli, che conosceva bene lo stile di vita libertino del suo amico.

“Molto presto in prima linea ci dovremo andare tutti, ma armati di ben altra artiglieria,” continuò ironico il farmacista, e facendosi più serio aggiunse: “la resa dei conti si avvicina, il Duce non permetterà che la Germania vinca da sola questa guerra, sono certo che al più presto anche l’Italia farà la sua parte per rivendicare con diritto la propria ricompensa!”

Il Bonelli era un fascista della prima ora, uno dei pochi che la marcia su Roma l’avesse fatta sul serio, e i suoi occhi brillavano infuocati dalla passione rivoluzionaria.

“Le nostre valorose armate marceranno su Marsiglia ed Ales­sandria d’Egitto, mio caro camerata, daremo a francesi ed inglesi la lezione che meritano!”

Il professore annuiva sornione ascoltando il vecchio farmacista infervo­rarsi, più allettato dall’idea di una gita in qualche bordello di Parigi, piuttosto che ad acquisizioni territoriali per il nuovo Impero.

Entrambi ignoravano come la situazione bellica si stesse evolvendo e come a Roma diverse opzioni venissero da settimane attentamente soppesate.

La guerra era ineluttabile, cosi almeno pensava Mussolini, ma quando en­trare in guerra e soprattutto contro chi schierarsi, non era affatto sicuro né scontato, soltanto l’evolversi degli avvenimenti e la soluzione più vantaggiosa avrebbero determinato la decisione finale.

Il Duce non si fidava di Hitler, e contro l’alleato tedesco era stata ordinata la costruzione del “Vallo Alpino del Littorio”, dispositivo difensivo composto da tre successive linee fortificate al Brennero e sulle Alpi. Per il finanziamento di queste fortificazioni, per giunta mai terminate, erano stati profusi una montagna di soldi.  L’enorme somma sarebbe risultata del tutto sprecata, a fronte delle modeste risorse italiane e a scapito di altri investimenti che sarebbero stati assai più utili per la guerra futura, contro gli alleati, al fianco della Germania.

Proprio nell’incontro al Brennero, nella mattinata del 18 marzo 1940, Mussolini tentò inutilmente di dissuadere il Führer dal lanciare l’offensiva ad occi­dente, ad ulteriore riprova che, per il momento, non era ancora intenzionato ad entrare nel conflitto.

Ma la guerra si sarebbe dovuta combattere prima o dopo, e per prepa­rare l’opinione pubblica italiana, il 10 aprile 1940, il Duce aveva detto ispirato a 24 direttori di quotidiani appositamente convocati: “Bisogna elevare gradualmente la temperatura del popolo italiano per creare il clima necessario per gli sviluppi inevitabili e ineluttabili che ci attendono.”

E l’umore della popolazione nell’ultimo mese era oggettivamente cam­biato, gli italiani si stavano decisamente orientando a favore dell’entrata in guerra, e il farmacista Bonelli non era certamente il solo a ritenere che i tede­schi stessero vincendo.

In verità non a torto, infatti il piano d’attacco messo a punto dal generale Erich Von Manstein, e adottato con entusiasmo da Hitler, aveva funzionato a meraviglia, mettendo in ginocchio il temuto esercito francese in poche settimane.

Lungo la frontiera con la Germania, i francesi avevano costruito un invali­cabile sistema di  fortificazioni detto “Linea Maginot”. Aspettandosi che i tede­schi tentassero di attaccare attraversando il neutrale Belgio, come già avve­nuto durante la prima guerra mondiale, lo stato maggiore francese aveva ammassato il grosso dell’esercito al confine di questo stato cuscinetto. A fare da cerniera tra le divisioni così mobilitate e la linea Maginot vi era la foresta delle Ardenne, giudicata dagli strateghi francesi troppo impervia per essere attraversata, e quindi scarsamente presidiata. Il piano di  Manstein  prevedeva proprio di lan­ciare le divisioni corazzate tedesche attraverso le Ardenne per prendere alle spalle l’esercito francese, raggiungere la Manica e intrappolarlo in una micidiale sacca.

Il professore poteva conoscere questi fatti soltanto in modo generico per come venivano riportati dai giornali e dalla propaganda, ma in ogni caso non vi mostrava né trasporto né grande interesse, e la retorica del farmacista lo aveva velocemente stancato.

Il Bonelli era un fiume in piena e con crescente risentimento si era lan­ciato in un’accanita requisitoria contro le malefatte delle decadenti potenze demoplutocratiche, mentre il professore continuava ad ascoltarlo del tutto as­sente, la mente rapita nel ricordo della turista inglese che aveva sedotto pochi anni prima.

Il farmacista proseguiva il suo comizio rosso in faccia, a beneficio dell’uditorio che gli si era radunato attorno eccitato dalla rude arringa non priva di autorevoli citazioni: “Dio stramaledica gli inglesi! Gente lenta a capire, poco intelligente, organicamente ottusa, gli inglesi se ne accorgeranno! La Germania vince perché ha spirito altissimo, armamento poderoso, unità di comando, perfetto coordinamento delle varie Armi, tecnica nuova, pieno dominio dell’aria.”[1]

Fu solo a quel punto che Bardazzi si accorse della presenza di una giovane ragazza dalla bionda chioma fluente, di incantevole bellezza, in piedi vicino al tavolo delle autorità, in un elegante vestito rosso scarlatto.

Non perse occasione, alla prima pausa sorprese il Bonelli cambiando discorso.

“Ditemi, sono certo potrete ragguagliarmi circa l’identità di quella splendida fanciulla” domandò puntando lo sguardo verso il palco.

Il farmacista si voltò curioso e messa a fuoco la donna si avvicinò divertito al professore ap­pagando la sua curiosità.

“Caro Bardazzi questa volta persino Voi dovrete desi­stere, avete messo gli occhi sulla moglie del nuovo podestà, meglio lasciar perdere.”

Tutt’altro che impressionato, forse anche per via di tutto il vino che aveva bevuto, il professore si congedò velocemente dall’amico, dimenticata la noia e archiviato il desiderio di abbandonare il ricevimento, raggiunse con agi­lità insospettabile la signora in rosso, incurante del consiglio dispensato dall’amico.

“I miei omaggi alla più bella donna presente in sala, sono un Vostro devoto ammiratore” si presentò esibendosi in un perfetto bacio a mano e soffocando sul nascere un osceno rutto da eccesso alcolico.

La giovane, che non si era accorta del rutto abortito, sorrise lusingata e sicura di sé rispose: “Sono Cristiana, la moglie del podestà.”

“Il podestà è un uomo senza alcun dubbio molto fortunato” la incalzò il professore mangiandola con gli occhi, e fissandole il petto.

Cristiana osservò un poco il suo sfacciato interlocutore prima di rispon­dere con tono deciso ma gentile. “Volete imbarazzarmi? Mio marito il podestà potrebbe accorgersi della Vostra intraprendenza, e ciò non si conviene ad una signora per bene.”

Il professore distolse lo sguardo dalla giovane, giusto il tempo di caricare il fornello della sua pipa, portarsela alla bocca e accenderla con l’accendisigari d’argento, regalo di una cugina ricca. Poi piantò nuovamente gli occhi neri sul volto della ragazza fissandola con sguardo penetrante, e con calma la rassicurò: “non abbiate timore, Vostro marito è certamente troppo occupato al momento per accorgersi di noi, e poi stiamo solo parlando, per ora non vi è dunque nulla di cui imbarazzarsi”.

Cristiana sorrise nuovamente, ma con malizia, e aggiustandosi i capelli con una mano replicò senza mostrare alcun disagio.

“Il modo in cui mi guar­date tradisce le Vostre intenzioni, e credetemi, mio marito potrebbe risentirsi per molto meno.”

“Con il dovuto rispetto, mia bella signora, delle reazioni di Vostro marito me ne frego, ciò che importa è la Vostra volontà, e a quel che vedo non Vi di­spiaccio.”

Questa volta il volto di Cristiana tradì una certa sorpresa, era rimasta colpita dalla spavalda sicurezza ostentata da quell’uomo non più giovane e nemmeno bello, che sprigionava un fascino tutto particolare. Aprì i suoi grandi occhi blu e fissò Bardazzi per alcuni secondi in silenzio, poi an­nuendo dolcemente si accomiatò.

“E’ vero, Voi non mi dispiacete, ma questo non Vi autorizza ad insidiarmi, ed ora, se Volete scusarmi, mio marito mi aspetta.”

Con grazia ed eleganza lei si allontanò velocemente senza nemmeno concedere il tempo per un saluto. Lui rimase solo con gli sbuffi della propria pipa, impegnato a celare lo stato di ebbrezza, e fermamente intenzionato a non desistere.

Tornò al tavolo delle portate e bevve altro vino, continuando ad osser­vare da lontano la bella signora. Ne studiava, senza farsi vedere, il corpo e l’abbigliamento: il vestito rosso con il lungo spacco a V le calze intessute con fili d’argento che brillavano sparendo sotto al vestito poco sopra le caviglie sottili, le scarpe eleganti, la voluminosa chioma bionda, i fianchi formosi, il petto generoso e le labbra carnose. Il professore era già in fervore e si sentiva attratto da quella ragazza come i mosconi dal miele, ma vedendo che non si allontanava dal marito, decise di concederle una tregua, afferrò una bot­tiglia appena stappata e si eclissò sul terrazzo.

Il Segretario del fascio locale aveva appena preso la parola e il terrazzo si svuotò velocemente, proprio mentre Bardazzi usciva. Tutti si accalcavano all’interno del salone principale e il Segretario svolse una breve relazione di cir­costanza per poi introdurre gli ospiti e lasciar loro il proscenio. Il programma pre­vedeva tre interventi: il prefetto, il federale e, in chiusura, il nuovo podestà.

Già annoiato dalla bolsa ampollosità del farmacista, Bardazzi era ben lieto di starsene solo con la bottiglia di vino cui si attaccò a garganella, evi­tando di sorbirsi le boriose fanfaronate degli altri oratori.

Così si stava abbandonando a torbidi pensieri, immagi­nando la moglie del podestà nuda e disponibile, quando la sua attenzione fu catturata da un’altra figura femminile. Una giovane e graziosa cameriera stava recuperando i bicchieri e i piatti vuoti lasciati sui tavolini del terrazzo, al­zando di tanto in tanto lo sguardo verso il professore.

Appena i loro occhi si incrociarono lei abbasso subito il capo, forse imbarazzata, forse ligia all’etichetta. Bardazzi, dopo aver divorato anch’essa con il pensiero, le si avvicinò, ancora con passo sicuro nonostante tutto l’alcol bevuto, la pipa fumante in bocca e un sorriso malizioso dipinto sul volto.

“Siete più incantevole di Afrodite, e anche se non vedo la magica cintura d’oro, mi sembrate ugualmente irresistibile, come Vi chiamate signorina?”

La giovane si fermò come pietrificata, col vassoio ben carico in mano, le sue gote arrossirono per l’imbarazzo. Quell’uomo, che per età poteva essere suo padre, le rivolgeva ora la parola, il primo e l’unico tra tutti gli invitati ad accorgersi di lei. Sentendosi a disagio, senza aver compreso il significato delle sue parole, con le mani tremanti, la testa china e lo sguardo rivolto al pavimento, timidamente rispose.

“Mi chiamo Azzurra, ai Vo­stri ordini Signore.”

Bardazzi, ancora lucido, comprese immediatamente di poter facilmente sog­giogare la giovane, forse minorenne, probabilmente al primo lavoro di una certa im­portanza. Non sapendo bene come comportarsi non avrebbe certo rifiutato di assecondarlo, pensò lui, intraprendente, ma quasi ubriaco. Tutto stava a circuirla con la necessaria abilità. Era una preda facile, non come la signora in rosso, moglie di un podestà e così sicura di sé.

Appoggiata la bottiglia ormai vuota su uno dei tavolini, si avvicinò a lei carezzan­dole il volto con delicatezza, mosse le labbra vicino al suo viso, il folto pizzetto sfiorò la sua morbida pelle, e con voce calda le sus­surrò all’orecchio: “Azzurra, il Vostro nome è bello, anche se non quanto lo sono i Vostri magnifici occhi.”

Lei trovò la forza di alzare lo sguardo e fissò per alcuni secondi l’uomo senza proferire parola.

Bardazzi approfittò del momento, l’avvicinò a sé e le posò a tradimento un bacio delicato sulla guancia.

Un bacio casto, che impressionò Azzurra intimamente, il vassoio ricolmo oscillò pericolosamente e lui afferrò al volo un bic­chiere prima che cadendo si frantumasse al suolo.

Cosa voleva quel vecchio, si chiese lei cercando di mante­nere la calma, come si permetteva di baciarla, recriminò con sé stessa. E adesso, se l’avesse baciata sulla bocca come avrebbe reagito? Quel bacio innocente l’aveva infastidita, che effetto avrebbe avuto qualcosa di più ardito?

Bardazzi studiava il volto emozionato di Azzurra, cercando il momento op­portuno per l’affondo finale, ma il gioco di seduzione fu interrotto da una voce familiare, quella del farmacista Bonelli.

“Professore ma cosa fate? Tornate dentro che tra poco parla il federale, venite, non vorrete perdervi il meglio immagino.”

Il professore desiderava ribellarsi, mandare a farsi fottere il vecchio amico, il federale e tutto il partito fascista compreso Mussolini, abbandonarsi alla passione e baciare la giovanissima fanciulla. Ma non era così ubriaco da fare certe pazzie, ancora una volta la ragione prevalse sugli istinti. Con un inchino salutò Azzurra, ritornò nel salone affollato e affiancò il Bonelli pronto a sciropparsi un altro noioso comizio.

Il farmacista, appena gli fu vicino, gli diede di gomito ridacchiando con faccia ammiccante: “Siete incorreggibile professore, non vorrei mai che mia fi­glia frequentasse le Vostre lezioni, cerchereste di sedurre pure lei, siete senza ritegno.”

Bardazzi rispose con una smorfia, a metà strada tra conferma e negazione, men­tre i suoi pensieri si dividevano tra la giovane manipolabile cameriera e la più forte ed avvenente moglie del podestà. Mentre milioni di italiani si interroga­vano su quale destino riservasse il futuro, se pace o guerra, il professor Bar­dazzi si domandava quale conquista gli avrebbe conferito maggior soddisfa­zione: la giovane brunetta o la bionda navigata?

Il federale prendeva la parola in quel momento, lasciando Bardazzi assorto nei suoi pensieri, e Cristiana coglieva l’occasione per abbandonare il salone.

A dispetto della sicumera con cui aveva affrontato il fugace approccio del profes­sore, in realtà era rimasta turbata. L’anziano marito sempre più occupato da impegni politici e professionali non la toccava da mesi e lei, trentacinquenne nel fiore della sua bellezza, si sentiva trascurata. Il potente podestà, inoltre, ostacolava la carriera lavorativa della bella moglie, proibendole di prestare ser­vizio come infermiera.

Non capiva il senso della sua vita, aveva lasciato il suo paesino per sposare il marito, non vedeva la famiglia da mesi, lui le impediva di la­vorare e la lasciava sempre sola. Pensava di vivere un infelice destino.

Uscita da una porta laterale guadagnò a rapidi passi le scale che porta­vano al piano superiore, dove erano collocati gli uffici, e in preda allo sconforto trattenne a fatica le lacrime, tormentata da altri proibiti pensieri. Non poteva togliersi dalla mente le immagini di quel volto, di quelle labbra, di quelle mani. I pochi momenti passati assieme avevano acceso il suo desiderio, il suo corpo troppo a lungo mortificato era tornato a fremere.

Percorse tutto il lungo corridoio che portava all’ultimo ufficio, il più grande, quello del marito podestà. Vi entrò e tirandosi dietro la porta la lasciò soc­chiusa, poi come innamorata diede un’occhiata all’orologio sul muro, le lancette segnavano le ore 10:30, sospirò e rimase in attesa.

Per il sollievo di Bardazzi, l’intervento del federale fu breve e conciso, altri impegni lo attendevano altrove e lasciata la parola al podestà sparì uscendo dalla stessa porta attraversata cinque minuti prima da Cristiana.

A quel punto anche il professore sentì il bisogno di allontanarsi dalla sala. Gli effetti di tutto il vino bevuto iniziavano a farsi sentire, di sicuro doveva andare in bagno, poi forse anche vomitare. Con passo questa volta incerto, tentò di raggiungere una delle uscite laterali, poi, una volta fuori, si mise alla ricerca dei cessi. Operazione infruttuosa sul primo momento. Era infatti arrivato sull’atrio prospiciente le scale per il piano superiore, mentre i bagni erano dalla parte opposta, vicino alle uscite che davano sul terrazzo.

Di attraversare nuovamente il salone affollato, proprio mentre il podestà parlava, non ne aveva proprio voglia. Forse c’erano altri gabinetti al piano superiore, ragionò Bardazzi in un momento di astuta lucidità. Si trascinò sino alle scale e afferrato il corrimano si diede coraggio, cercando di salire i gradini e sforzandosi di contenere sia la vescica che il ventre.

Che vino schifoso, si diceva, mentre si manifestavano i primi conati allo stomaco. Anche salire i gradini fu piuttosto penoso. Ad ogni passo la pressione sulla pancia aumentava e con essa la fatica di doversi trattenere. Giunto in cima gli girava anche un po’ la testa, e di bagni nemmeno l’ombra.

Infilò il lungo corridoio quasi buio, illuminato solo dalle luci che provenivano dalle scale, ormai deciso a qualche gesto estremo, tentando di aprire tutte le stanze sul suo cammino fin quando, giunto quasi a metà, una porta sulla destra si aprì.

Non ebbe il tempo di leggere la targhetta, si trattava di un qualche ufficio con diverse scrivanie, si affrettò verso l’angolo più lontano e meglio illuminato dalla luce di un lampione che attraversava le finestre provenendo dalla strada. Giunto sopra ad un cestino per la carta si abbasso la patta e fece ciò che doveva. L’operazione richiese un lasso di tempo che al professore sembrò interminabile tra sensazioni di sollievo, vergogna e timore di essere scoperto in un gesto così ripugnante.

Terminata l’evacuazione si scrollò l’arnese un paio di volte e lo ripose nelle mutande. Sembrava poter controllare lo stomaco, uscì dall’ufficio e con rabbia constatò che la porta di fronte era pure lei aperta, e soprattutto era quella di un gabinetto.

Tornò dentro da dove era appena uscito, agguantò il cestino della carta pieno di urina e si diresse verso il cesso appena scovato, sino ad una turca dove vi travasò il contenuto puzzolente. Poi fu aggredito da un conato allo stomaco intenso e inaspettato: non aveva più la forza di trattenersi, considerò che si trovava nel posto adatto e vomitò.

Bardazzi si sentiva ora decisamente meglio, si ricompose ed uscito da quel bagno era intenzionato a ripercorre i propri passi per tornare al salone. Un evento insolito lo trattenne sul posto. Aveva infatti udito un tonfo sinistro provenire dall’ufficio in fondo al corridoio. Un brivido lo attraversò dal capo ai piedi, la porta socchiusa lasciava fuoriuscire della luce, e altri rumori indefinibili provenivano da quel luogo. Ormai ne era certo, non era solo a quel piano degli uffici.

Terrorizzato dall’idea che qualcuno potesse averlo visto mentre urinava nel cestino della carta, si avvicinò silenziosamente a quella porta in fondo al corridoio per scoprire chi ci fosse in quella stanza. Più si avvicinava più i rumori diventavano familiari, gli sembrava fossero dei mugolii, dei gemiti, più precisamente gemiti di piacere, si, avrebbe potuto scommetterci, una donna oltre quella porta stava provando piacere.

Ora la paura si era mescolata con la curiosità e anche con un po’ di eccitazione, quella donna, chiunque fosse, sembrava proprio se la stesse spassando. Bardazzi si avvicinò a sufficienza da poter sospingere la porta quel tanto che bastasse a fargli vedere, e ciò che vide fu al tempo stesso orribile e meraviglioso.

Cristiana era con i seni scoperti e il vestito sollevato sopra le gambe, seduta sulla scrivania del podestà con le gambe divaricate. Inginocchiata davanti a lei c’era un’altra ragazza, aveva la testa in mezzo alle sue gambe e si stava dando da fare. A giudicare dal trasporto della donna in rosso, quella inginocchiata doveva sapere il fatto suo molto bene, e benché fosse di spalle, Bardazzi impiegò poco a riconoscerla: era Azzurra, la cameriera.

Cristiana e Azzurra si erano conosciute quella stessa sera, poche ore prima. Quella timida e impacciata ragazzina era subito piaciuta, e per la signora non era stato difficile convincere la servizievole cameriera ad eseguire i suoi ordini. All’orario convenuto doveva recarsi nell’ufficio del podestà e servire dell’acqua e dello spumante in fresco, per un incontro programmato dal marito con un ospite  importante, che desiderava essere ricevuto in privato.

Naturalmente non esisteva nessun ospite, Cristiana aveva calcolato per quel servizio proprio il momento in cui il marito sarebbe stato impegnato nel suo lungo discorso, così da esser certa di restare sola con Azzurra. Una volta ottenuta la giusta intimità tutto il resto andò via liscio. La giovane si lasciò baciare senza opporre alcuna resistenza, e quando Cristiana le infilò le mani nelle mutandine, ebbe la riprova che le attenzioni riservate alla giovane erano più che gradite.

Non era la prima volta che Cristiana andava con una ragazza, aveva scoperto diversi anni prima la sua duplice sessualità, ma per Azzurra era un esperienza inedita, inaspettata e soprattutto scioccante. La rigida educazione ricevuta e la soggezione che provava per quella donna, così elegante, bella ed importante, le impedirono qualsiasi rifiuto. Come anche Bardazzi aveva intuito, era troppo giovane, insicura ed inesperta per rifiutarsi di eseguire ciò che le veniva chiesto di fare.

Ma se all’approccio insolente di un uomo era rimasta disturbata e al fondo un po’ irritata, quando a baciarla in bocca fu una donna, il suo corpo e la sua mente reagirono in modo del tutto nuovo. Le sensazioni di piacere e turbamento che la investirono furono fortissime e sconcertanti.

Cristiana fu piacevolmente sorpresa nel constatare il trasporto cui immediatamente si abbandonò la sua più giovane amica, e a contatto con il corpo fremente e sconvolto della fanciulla perse ogni residua inibizione.

Il marito era un bastardo, considerò, e decise di darsi a quella serva. Si, che andassero al diavolo il marito e la politica, lei era ancora giovane e voleva godersi i suoi anni. Intanto i suoi gemiti crescevano di intensità come il sapiente lavoro di Azzurra, che sembrava non avesse fatto altro per tutta la sua pur breve vita.

E anche il professore era pronto, si abbassò i pantaloni e scivolò nella stanza.

La prima a vederlo fu la moglie del podestà che ormai vicina all’orgasmo si eccitò ancora più intensamente all’apparire dell’inatteso visitatore. Poi fu la volta di Azzurra, perché Bardazzi la stava già sollevando per prenderla da dietro. La giovinetta, constatando che la signora sembrava gradire, immaginò che fosse tutto organizzato, che lui fosse l’amante di Cristiana, e che a lei toccasse di assecondare le perversioni di entrambi.

Il professore le avrebbe possedute a turno, in un orgia indimenticabile con due giovani lussuriose e bellissime ragazze lesbiche. Era proprio sul più bello, dopo aver avuto Azzurra stava per darsi a Cristiana, che sarebbe stata felice di ricevere in corpo, dopo tanto tempo, un vero uomo.

Improvvisamente però una voce lo raggiunse, da prima lontana poi sempre più vicina, potente e virile.

 

Combattenti di terra, di mare e dell’aria.

  Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.

  Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania.

  Ascoltate! (Acclamazioni)

 

Bardazzi voleva continuare la sua ammucchiata memorabile e far godere la signora in rosso, ma la voce continuava a parlare accompagnata dalle urla della folla estasiata.

 

Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. (Acclamazioni vivissime)

  L’ora delle decisioni irrevocabili. (Un urlo di acclamazione)

 

Il professore voleva solamente amare quelle donne, ma loro lentamente si dissolvevano, e nella sua mente annebbiata si materializzava l’apparecchio radiofonico.

 

La dichiarazione di guerra è già stata consegnata (Acclamazioni, grida altissime di: «Guerra!

  Guerra!») agli ambasciatori di Gran Bretagna e di  Francia. (Acclamazioni)

 

Cristiana e Azzurra erano sparite, Bardazzi era rimasto solo, sdraiato nel suo letto, nudo, tutto intorno bottiglie di vino vuote e l’EIAR[2] che trasmetteva in diretta dal balcone di piazza Venezia.

 

Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie

  dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso

  insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano. [3]

Mussolini annunciava al mondo l’ingresso dell’Italia in guerra, e il professore di storia medievale Carlo Bardazzi, la testa appesantita dalla sbornia della notte prima, si masturbò.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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[1] Mario Appelius, giornalista ed inviato del Popolo d’Italia e conduttore radiofonico (inventore di “Dio stramaledica gli inglesi”) era pressoché inesauribile negli argomenti e nei sottotitoli anti-inglesi. Popolo d’Italia del 17 maggio 1940, Perché la Germania vince, articolo a cinque colonne in prima pagina

[2] L’URI, che nel 1928 si trasformò in EIAR, fu la prima società di gestione del servizio radiofonico nazionale.

[3] Il 10 giugno 1940 dal balcone di piazza Venezia a Roma, davanti ad una folla esultante, Mussolini annuncia la dichiarazione di guerra contro Gran Bretagna e Francia. Ecco il testo integrale dello storico discorso.

“Combattenti di terra, di mare e dell’aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania. Ascoltate! (Acclamazioni)Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. (Acclamazioni vivissime) L’ora delle decisioni irrevocabili. (Un urlo di acclamazione) La dichiarazione di guerra è già stata consegnata (Acclamazioni, grida altissime di: «Guerra! Guerra!») agli amba-sciatori di Gran Bretagna e di Francia. (Acclamazioni) Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno osta-colato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano. Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati. La nostra coscienza è assolutamente tranquilla. (Applausi) Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano. Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che le hanno accettate. Bastava non respingere la proposta che il Führer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia. Ormai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire fer-reamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia. Noi impugnammo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano. Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione. È la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra. È la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto. È la lotta tra due secoli e due idee. Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate. Italiani! In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un ami-co si marcia con lui sino in fondo. (« Duce! Duce! Duce! ») Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze Armate. In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del re imperatore (la moltitudine prorompe in grandi acclamazioni all’indirizzo di Casa Savoia), che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Führer, il capo della grande Germania alleata. (Il popolo acclama lungamente all’indirizzo di Hitler) L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. (La moltitudine grida con una sola voce: « Sì! ») La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: VINCERE! (Il popolo prorompe in altissime acclamazioni) E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo. Popolo italiano! Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!