I pirati della notte

 

Possiamo ipotizzare che in ogni tempo e in ogni luogo siano esistiti uomini malvagi e privi di scrupoli, disposti a tutto pur di conseguire i propri fini, spesso scellerati. Ma le vicende che riguardano Mr Bone, ricco mercante inglese nato il 6 giugno 1866, fanno rabbrividire per l’enormità dei crimini e l’efferatezza con cui essi furono perpetrati.

Non si hanno notizie circa la sua infanzia e giovinezza, che rimangono avvolte nel mistero. Ugualmente sconosciuta è la provenienza iniziale delle sue ricchezze.

Le cronache scandalistiche iniziarono a occuparsi di Mr Bone quando egli, ormai in età avanzata, irruppe sulla scena locale londinese a seguito di alcune denuncie di giovani ragazze, che lo accusarono di stupro e altre violenze fisiche.

Grazie alla propria influenza e ricchezza, durante i processi che seguirono, Mr Bone fu interamente scagionato. Le donne che lo accusavano, prostitute e altre miserabili, furono giudicate inattendibili ed esse stesse condannate per diffamazione.

Le coraggiose signorine denunciarono il vero, per quanto non credute, senza per altro conoscere gli altri terrificanti segreti gelosamente custoditi tra le mura del palazzo di Mr Bone. E chiunque altro ebbe la sfortuna di scoprire quali indicibili accadimenti si consumassero nella sua dimora, non visse abbastanza a lungo da poterli riferire.

Tutto in Mr Bone era infausto e spaventoso. Basso di statura, vestiva sempre di nero, il capo perennemente coperto da un cappellaccio per nascondere le calvizie, l’occhio di vetro, la bocca grinzosa continuamente contratta in un diabolico ghigno, le mani vecchie e rugose coperte da una peluria folta e bestiale. L’indole, il carattere e l’umore erano non meno spregevoli dell’aspetto: irascibile, lunatico, violento ed aggressivo, spesso indesiderabile per via delle sue escandescenze che lo rendevano inavvicinabile.

La sua vita pubblica, votata al lavoro e all’accumulazione della ricchezza, si contrapponeva a quella privata: dissoluta e perversa. Era dedito al gioco d’azzardo e al consumo massivo di alcool e droghe, viveva alla continua ricerca di donne da godere carnalmente, sospinto e trascinato da un indomabile priapismo. L’assidua frequentazione dei più malfamati postriboli del regno, si alternava all’organizzazione, nella sua alcova, di festini dionisiaci, destinati a concludersi con riti iniziatici e orge depravate.

Mr Bone era conosciuto per tutti i bassifondi di Londra, non vi era prostituta in tutta la città che non avesse conosciuto il diabolico mercante nella più intima accezione. Le sue arti amatorie erano divenute leggendarie come la sua reputazione di uomo libertino e licenzioso. Le donnacce più debosciate facevano a gara per essere possedute dall’insaziabile Bone, anche perché, paradossalmente, con le meretrici egli non lesinava gesti di grande generosità, compensando in proporzione quelle femmine che ne avessero assecondato i vizi più turpi.

Il centro nevralgico della sua vita sfrenata era, senza alcun dubbio, la casa che aveva acquistato nei sobborghi dell’East End di Londra. Fuori mano e, almeno la notte, del tutto isolato dal resto della città. Se durante il giorno le vicine fabbriche brulicavano di operai occupati a sostenere lo sforzo bellico britannico, con il coprifuoco, scese le tenebre, tutti gli edifici attorno alla dimora del vecchio mercante erano deserti e silenziosi.

Una calma surreale circondava lo stabile, avvolto in un’atmosfera spettrale dopo il calar del sole. Quasi tutte le finestre erano sempre chiuse da antiche persiane in legno e l’austera volta gotica, sovrastante l’ingresso principale, conferiva al fabbricato un aspetto sinistro, reso vagamente inquietante dalla vetustà dell’intonaco e dei mattoni.

Ugualmente originali e adatti al personaggio, erano gli interni del secolare maniero, che negli anni il Vecchio aveva provveduto ad arredare personalmente, assecondando il suo gusto eccentrico e decisamente stravagante. I pavimenti color ebano, le tappezzerie e gli arazzi scuri e indistinti, la luce fioca delle lampade a muro, il mobilio antichissimo e le molte armature medioevali, le teste imbalsamate delle più rare fiere, conferivano a tutti gli ambienti un’aura tetra e diabolica. Le stanze destinate a ricevere ospiti, il salone delle feste e la biblioteca, risultavano soffocate da un plumbeo senso di pesantezza determinato dalle macabre decorazioni dei soffitti.

La camera da letto di Mister Bone, ubicata in un torresino posto al piano superiore dell’immobile, era molto grande e dal soffitto altissimo. Le sei lunghe finestre, strette e a sesto acuto, erano chiuse da lastre fatte di una pasta di vetro densa e colorata, di quelle che si trovano nelle cattedrali gotiche. Il pavimento appariva rivestito da parquet di quercia nera. Un arcaico candelabro emanava deboli bagliori di luce soffusa, appena sufficienti a distinguere il profilo di un nobile letto a baldacchino la cui testata era appoggiata sul lato lungo della stanza. Il resto del locale risultava perennemente avvolto dall’oscurità, celando alla vista i drappeggi scuri appesi alle pareti o gli armadi consumati dal tempo e mal ridotti.

In ogni angolo di quella casa si poteva respirare un clima mefistofelico. Una presenza maligna e soffocante gravava su tutto e tutto attraversava.

Calato il buio, i domestici e il personale a servizio del Vecchio sostavano mal volentieri entro le mura del palazzo, ma poiché le occasioni conviviali programmate dal mercante erano piuttosto frequenti, capitava spesso che i turni di lavoro si prolungassero sin nel cuore della notte.  Fino a quando Mr Bone non decideva di ritirarsi, per consumare privatamente le sue voglie, in compagnia di qualche bella e disponibile signora o signorina.

Unico motivo di consolazione per i lavoratori della casa, o almeno per quelli di sesso  maschile, consisteva nella possibilità di assistere anch’essi agli spettacoli e alle danze oscene e scandalose, che il Vecchio commissionava alle sempre numerose e disinibite meretrici che immancabilmente partecipavano ai suoi festini.

Per quanto piacevole e gratificante fosse per il ricco mercante passare molto del suo tempo libero dedicandosi a letture solitarie nella sua assai fornita biblioteca, nulla poteva compiacerlo come i simposi e le cene, che almeno una volta a settimana allietavano le sue serate, circondato da adulatori, ammiratrici, cantanti e giocolieri, in una scenografia insieme spettacolare e boccaccesca. E tutto ciò non solo per la sua gioia personale, ma anche per i suoi più fedeli cortigiani con i quali amava condividere questi eventi a base di alcool, buon cibo, droga e sesso.

 

Le ultime due settimane di quella lunga estate erano state piuttosto concitate. Bone aveva ricevuto tre volte la visita degli ufficiali di Scotland Yard che stavano indagando sulla misteriosa sparizione di 11 giovanissime ragazze scomparse nel nulla. Dal 13 agosto erano iniziate le incursioni aeree della Luftwaffe sugli aeroporti della Gran Bretagna meridionale, mettendo a dura prova la Royal Air Force in quella che è passata alla storia come la battaglia d’Inghilterra.

Prima di sferrare l’attacco, il numero tre del regime Hermann Göring aveva dichiarato: “Il Führer mi ha ordinato di schiacciare la Gran Bretagna con la mia Luftwaffe. E io prevedo, a forza di duri colpi di mettere quanto prima in ginocchio questo nemico che ha già subito una schiacciante sconfitta morale, in modo che l’occupazione dell’isola da parte delle nostre truppe possa procedere senza alcun rischio!”

Ancora quel giorno la battaglia era in pieno svolgimento, ma incurante del sacrificio dei giovani piloti che perdevano la vita per difendere i cieli della patria, Bone aveva deciso di organizzare una delle sue trasgressive feste. Senza badare a spese come nelle sue abitudini, pur in tempi di ristrettezze, si era procurato ogni prelibatezza e assai costosi vini francesi. Le più belle prostitute della città erano presenti a ranghi completi e con esse anche alcune giovani e bellissime fanciulle dei quartieri popolari, alla cui ricerca si dedicavano con scrupolo alcuni suoi fidati collaboratori.

Nel salone dei ricevimenti, Mister Bone sedeva a capotavola su di una specie di piccolo trono in legno dorato, alla destra la sua guardia del corpo Mr Butcher, a sinistra il suo assistente personale Mr Wallet. Lungo il tavolo, ogni due ragazze sedeva uno degli altri ospiti maschili, in tutto 9 tra amici e alcuni esponenti del British Union of Fascists. Le donne erano dunque diciotto e quasi tutte davano spettacolo nei loro vestiti provocanti e scandalosi.

La serata procedeva tranquilla e spumeggiante, i commensali si presentavano a turno, gli uomini illustrando i propri successi politici e professionali, le cortigiane, senza nulla lasciare all’immaginazione, riferivano circa le proprie abilità amatorie, contribuendo a creare un clima decisamente goliardico in netto contrasto con il tetro ambiente circostante. Al contrario suscitavano compassione le storie strappa lacrime delle giovanissime popolane, i cui aneddoti riguardo le condizioni di povertà nelle quali erano cresciute, commuovevano sempre il vecchio Bone. Anche a queste sfortunate riservava generosi contributi in denaro.

Tutto procedeva con spensieratezza, il vino scorreva a fiumi. Ben presto, rotti gli ultimi freni inibitori, le donnacce, sopra ad un palchetto fatto appositamente approntare, iniziarono a rotazione ad esibirsi in balli indecenti e lussuriosi mentre l’atmosfera si scaldava anche per via degli argomenti sui quali gli uomini avevano cominciato a disquisire.

Un virgulto ragazzone tutto tatuato e dai capelli rasati tirò in ballo la politica dando fuoco alle polveri.

“Churchill ha una gran faccia da culo!” disse senza troppi preamboli, “vuol mandarci a morire per cosa? Gli interessi dell’impero non stanno sul continente europeo ma oltre gli oceani. Dovessimo anche vincere la Germania, e francamente non vedo come ciò possa accadere, ci saremo comunque dissanguati, e saranno altri a raccogliere i vantaggi, magari gli americani o peggio ancora i giapponesi.”

Uno degli amici di Bone era un fervente conservatore, nazionalista convito, irritato dalle parole del giovanotto, e a quel punto della serata decisamente ubriaco, gli replicò stizzito.

“E cosa dovremmo fare allora? Invitare herr Hitler a bere un tea a Buckingham Palace? Metterci in ginocchio e succhiargli l’uccello mentre i suoi sgherri ce lo schiaffano dietro? No no cari signori, bisogna lottare e rimettere quella gente al loro posto. Serviranno lacrime e sangue? E così sia, ma i nazisti non patiranno meno di noi, questo è certo.”

Mr Bone ascoltava attentamente e intervenne nel dibattito in modo piuttosto acuto: “Più ci facciamo del male a vicenda, più a trarne beneficio sarà Stalin. I sovietici si sono già presi mezza Polonia, i paesi baltici, la Bessarabia e la Bucovina e una fetta di Finlandia. Non sarei sorpreso se un giorno o l’altro prendessero i tedeschi alle spalle e marciassero sino a Berlino. Certo a quel punto vincere la guerra risulterebbe più facile, ma le conseguenze di un Europa in mano ai bolscevichi non sarebbero forse più nefasta di adesso, che è in mano ai nazisti?”

Il giovanotto tatuato rincarò la dose: “I rossi sono brutta gente, c’è poco da fidarsi, ma è anche vero che il casino è cominciato per difendere l’integrità territoriale della Polonia. E allora qualcuno saprebbe spiegarmi per quale motivo non abbiamo dichiarato guerra anche all’Unione Sovietica quando si sono uniti ai tedeschi partecipando all’invasione? La verità è che al signor Churchill della Polonia non frega un bel niente. Sotto tutti attaccati ai pantaloni di qualche banchiere e ci hanno messo in questa merda per assecondare i loro affari.”

Il conservatore ubriaco era adesso tutto rosso in faccia e visibilmente indignato dalle argomentazioni dei suoi interlocutori, si alzò in piedi pronto a dar battaglia e citando il primo ministro inglese gesticolando tutto esagitato recitò: “Qui, in questa potente cittadella della libertà che ospita i documenti dell’umano progresso; qui, circondati dai mari e dagli oceani sui quali ha dominio la nostra flotta, … qui noi attendiamo, senza timori, il minacciato assalto. Forse esso avrà luogo oggi, forse la settimana prossima. E forse anche mai… Tuttavia, che i nostri tormenti siano terribili o lunghi, o tutte due le cose insieme, è certo che noi non concluderemo nessun accordo, non permetteremo che si parlamenti; lasceremo forse che la pietà abbia corso, ma quanto a noi, non chiederemo pietà.”

Questa volta a rispondere fu un altro ospite, un antisemita dichiarato, un tipo smilzo, con gli occhi piccoli, di mezza età e dai modi eleganti: “Voglio rispondere a questa propaganda senza costrutto, citando le profetiche parole del führer della Germania, che ormai quasi due anni or sono, in una storica allocuzione al Reichstag ebbe a dichiarare: – se il capitale giudaico internazionale dentro e fuori l’Europa riuscirà nuovamente a precipitare le nazioni in una guerra mondiale, il risultato non sarà la bolscevizzazione della terra e dunque la vittoria del giudeo, ma l’annientamento della razza ebraica in Europa! -”

Questa minacciosa profezia provocò la collera di un altro commensale di Bone, un commerciante ebreo di pietre preziose. Egli era un individuo astuto e spietato. La sua insensibilità era espressione di una mentalità materialistica, priva di moralità. In sintesi il tipo di persona che più assomigliava al padrone di casa, anche per il temperamento piuttosto iracondo. Poiché di posto lo avevano collocato quasi di fronte al simpatizzante di Hitler, gli risultò facilmente a tiro; afferrata una pesante bottiglia di vino bordolese la sfasciò sulla faccia del tizio smilzo, che crollò sotto al tavolo al primo colpo, in una maschera di sangue.

Le ballerine lascive smisero di danzare, un silenzio spettrale scese nel salone delle feste di casa Bone, la situazione era sul punto di degenerare in rissa. Il giovanotto nerboruto e due suoi compari avevano subitaneamente  circondato il commerciante di preziosi, che però, per nulla intimidito, aveva tirato fuori una pistola puntandola minaccioso verso quello dei tre che gli si parava di fronte. Anche Mr Butcher tirò fuori la pistola e non aveva un’aria amichevole. Mister Bone proruppe allora in una risata sfacciata, inspiegabilmente divertito da ciò che stava succedendo.

“Signori, amici, Vi prego, siamo qui per divertirci. Forse è meglio accantonare le questioni politiche e dedicarci alle donne. Propongo un brindisi alla Gran Bretagna e a tutte le prostitute del regno. E che Dio ci conservi la Regina!”

Le parole del padrone di casa sortirono un effetto magico, tutti tornarono ai loro posti come stregati, le armi furono riposte e le donnacce ripresero a ballare. Le più scostumate salirono sul tavolo e tolti la gran parte dei vestiti ancheggiavano tra i piatti di portata con i seni al vento. I domestici soccorsero il tizio smilzo con la faccia insanguinata e altro vino fu portato al tavolo.

Due procaci signorine si erano sedute sulle ginocchia di Bone o lo baciavano lasciandosi toccare dal ricco debosciato, che intanto intratteneva i commensali ricordando alcune sue avventure giovanili.

“Nel 1912 avrei dovuto viaggiare sul Titanic, ma non arrivai in tempo all’imbarco, e quando vi giunsi la nave era già salpata. E sapete cosa provocò il mio ritardo salvandomi la vita? Non potete immaginare vero?” Il Vecchio rimase in silenzio alcuni secondi osservando divertito i volti incuriositi di chi lo stava ad ascoltare, quindi, infilando la mano nelle mutandine di una delle due ragazze che aveva in braccio, svelò l’arcano: “Arrivai in ritardo perché mi addormentai. Si, dopo aver fatto l’amore per 12 volte con la mia amante dell’epoca!” e accompagnò questa smargiassata con una grassa risata cui tutti si unirono per assecondarlo. Passò quindi alle barzellette, altro pezzo forte del suo repertorio.

La gente continuava a ridere ubriaca e così si arrivò al momento dello spettacolo circense: prima un mangiafuoco, poi un giocoliere, infine persino una tigre viva e il suo domatore si esibirono per il pubblico di Mr Bone.

 

Si era fatta notte fonda, ben oltre la mezzanotte, ed era, in conseguenza di ciò, l’ora delle faccende proibite ed indecenti: le signore si appartarono sui divani distribuiti ai lati del salone consumando rapporti sessuali a pagamento con la gran parte degli ospiti; i più dissoluti si intrattenevano con più donne di malaffare contemporaneamente. Il Vecchio, ormai avvezzo a questo genere di depravazioni, alla ricerca di sempre più forti emozioni, allontanate le puttane, stava corteggiando la più giovane delle popolane presenti alla cena, una piccola, timida, dolce biondina con le trecce, gli occhi azzurri e le lentiggini: una vergine, un’adolescente che dall’aspetto non poteva avere più di 17 anni.

Mr Bone si mostrava gentile e premuroso, le fece molti complimenti e le regalò dei soldi e alcuni gioielli; successivamente, con una banale scusa, la convinse a seguirlo affinché lui potesse mostrarle la sua collezione di trofei.

Hope, questo il nome della ragazzina, si fece afferrare la mano e seguì il ricco padrone di casa, senza sospettare quali sorprese l’aspettassero, ma in cuor suo agitata e intimorita, per via di ciò che già aveva visto accedere attorno a sé.

Cosa vorrà da me questo vecchio sporcaccione? Certo mi sta dando un sacco di soldi, ma non si aspetterà che faccia anche io certe cose, voglio sperare, davvero può pensare che io sia una di quelle donnacce pronte a tutto? Se mi tocca mi metto a urlare forte. E poi è così brutto, sembra quasi morto, ho paura. Questi e altri pensieri si affollavano nella debole mente della umile verginella, come turbini prima di una tempesta.

Hope era figlia di madre inglese e padre italiano di Piacenza, che non aveva mai potuto conoscere, perché morto in un incidente in fabbrica prima che lei nascesse. Era l’ultima di 4 figli, tutti cresciuti, con gran sacrificio e dignità, da quella madre rimasta vedova così precocemente. Dopo gli studi elementari, Hope aveva contribuito al sostentamento della famiglia con piccoli lavoretti saltuari. Non possiamo dire fosse ragazza di particolare ingegno ma i suoi occhietti innocenti, il dolce visino e l’ingenuo aspetto, avevano sedotto l’animo malvagio di Mr Bone, ben deciso a trarre vantaggio dalla remissiva e sottomessa indole della fanciulla.

A reclutare Hope ci aveva pensato Mr Flesh, uno tra i più fidati leccapiedi di Bone, uomo schivo e discreto, ma profondo conoscitore delle umane debolezze. Aveva notato la piccola ad un mercato rionale. Dopo averla seguita sino a casa, comprese facilmente che la madre, in cambio di pochi denari, avrebbe volentieri acconsentito alla figlia minorenne di partecipare all’evento, descritto come una elegante e tranquilla cena di beneficenza organizzata per aiutare le giovani orfane della città. Flesh si era occupato di tutti i dettagli procurando abiti nuovi per la piccola e approntando anche un breve corso di galateo, allo scopo di evitare sfigurasse, una volta introdotta in società. Precauzione questa del tutto superflua, considerata la presenza delle numerose meretrici richiamate dalle più squallide bettole, le quali davano sfoggia di ogni volgarità e cafonaggine.

L’inquietudine di Hope intanto cresceva, man mano che dal salone delle feste si inoltrava, trascinata dal Vecchio, in un intricato labirinto di corridoi bui e stanze sinistre, sovrastate da teste di animali imbalsamati e soffitti avvolti dall’oscurità. La giovinetta era già stata molto turbata dagli affreschi delle volte a botte nella sala del banchetto. Le scene riprodotte narravano nei dettagli la strage degli innocenti, raffigurando corpi di neonati trafitti da pugnali  o fatti a pezzi dai fendenti delle spade, con abbondanza di sangue e di budella sparse ovunque. Ad accrescere le sensazioni di sgomento provate da Hope, contribuirono anche i rumori lontani ma inquietanti che la giovinetta udiva provenire dalle cantine. Sembravano il trascinarsi disordinato di pesanti catene, mescolato a lamenti di dolore, per altro amplificato dalle oscillazioni metalliche prodotte dalle armature che al loro passaggio vibrarono come se, alla presenza del padrone, avessero preso vita.

Quando fu evidente che Mr Bone era diretto nei sotterranei, la miserabile ragazzetta sbiancò, il suo volto assunse un pallore quasi cadaverico. Le labbra sottili si serrarono in una smorfia di terrore, le gambe tremarono e i sensi l’abbandonarono lasciandola svenuta ai piedi del Vecchio, davanti alle scale umide che portavano sottoterra.

Il palazzo intanto si svuotava, una volta chiarito che il potente ospite aveva operato la sua scelta, gli abituali frequentatori di quei lussuriosi baccanali, aiutati dai domestici, invitarono garbatamente i convenuti a tornare alle proprie case. In breve tempo le baldracche e tutti gli altri andarono via, lasciando Mr Bone solo nella sua dimora con la graziosa minorenne, del tutto indifesa e in balia di un essere malvagio e spregevole.

 

Il rimbombo di una forte esplosione riecheggiò nell’aria, ancora una seconda volta, poi una terza, infine le detonazioni si fecero così numerose da non potersi contare. I bombardieri tedeschi sganciarono per la prima volta il loro carico di morte sulla città di Londra quella notte del 24 agosto 1940.

“Raderemo al suolo le loro città! Metteremo fine alle prodezze di questi pirati della notte” avrebbe detto dieci giorni dopo Adolf Hitler, inferocito per la rappresaglia della RAF, che il 25 agosto ricambiò la cortesia bombardando Berlino.

Quando le bombe tuonarono, la giovanissima Hope riprese conoscenza. Si ritrovò in un luogo orribile e terrificante, prigioniera nelle segrete del maniero. I muri umidi erano ovunque segnati dal tempo, l’aria greve era pervasa da un odore intenso di carni in putrefazione, la luce delle torce affisse alle pareti, fioca e soffusa, illuminava appena l’ambiente circostante. Hope era stata spogliata e giaceva nuda su di un tavolaccio di legno, di quelli da laboratorio, polsi e caviglie immobilizzati da grossi bracciali di ferro inchiodati nei legni massicci. Su entrambi i lati della prigione si aprivano delle grate, dietro le quali erano imprigionate delle figure umanoidi, vestite di stracci e dai volti sfigurati e indecifrabili. Si trascinavano appresso pesanti catene, emettendo guaiti bestiali, afflitte da infernali tormenti.  Mr Bone, in piedi davanti alla sua prigioniera, le carezzava il capo con dolcezza, le labbra gonfie, sotto le quali sporgevano i denti neri e quasi tutti marci, disegnavano un ghigno crudele e disumano. Lui la fissava assente, lei piangeva disperata.

“Non piangere dolcezza, tra poco farai parte della mia collezione di trofei, sarai mia, per sempre” e con le mani callose iniziò a toccare il collo e le spalle della giovane mentre una bomba cadde vicino al palazzo e l’esplosione fece tremare le volte in mattoni della cantina.

“Vi prego Signore, lasciatemi libera, farò tutto ciò che volete ma non uccidetemi, non Vi ho fatto nulla, perché mi fate questo?” chiese Hope tra i singhiozzi senza avere la forza di urlare, sconvolta dalla paura vedendo aprirsi una spessa crepa nel soffitto sopra di lei.

Bone le era accanto, lei poteva sentire il suo fiato sul collo, sembrava calmo, i suoi gesti misurati, ma il grosso coltello da macellaio che ora impugnava nella mano destra non prometteva nulla di buono.

“Perché Volete vivere signorina? Questo è un mondo infame, avete patito sofferenze e privazioni da quando siete nata, che senso ha prolungare una vita così miserabile come la Vostra?”

Hope non sapeva cosa replicare, quel mostro doveva essere completamente pazzo, e lei malediva la sorte per essere capitata in quella casa, proprio quella notte. O mio Dio, cosa sarà di me adesso, si chiedeva guardando atterrita il coltellaccio nelle mani di Bone. Morirò sgozzata o dilaniata dalle bombe? E piangeva, affidando l’anima a Dio e pregando che quel criminale si ravvedesse senza ucciderla e che gli esplosivi cadessero lontano.

“Vi prego, Vi prego, ho già sofferto molto per la mia giovane età,” balbettò tra un singhiozzo e l’altro, “abbiate pietà, fate ciò che dovete fare, ma almeno non torturatemi, non merito questo oltraggio!”

Il vecchio sembrava infastidito dalle lagne della ragazzetta lentigginosa, strinse forte il coltello, le amputò le lunghe trecce e le cavò un occhio.

Hope urlò forte, cominciò a dimenarsi tutta impazzita come fosse indemoniata, il sangue intanto usciva copioso dal volto deturpato. Un’altra bomba centrò lo stabile in quel preciso momento, e una delle camere dietro le grate esplose, seppellendo per sempre i dannati che vi erano imprigionati.

Bone sorrideva, teneva i capelli e l’occhio insanguinato della diciasettenne tra le mani ed era felice. Si allontanò dal tavolo delle torture ed entrò in un’altra camera, la più remota ed inaccessibile.

In quest’ultimo luogo segreto, protetto da una pesante porta in ferro, era nascosta la collezione. Mister Bone afferrò l’ultimo dei suoi 12 trofei, era fatto con tessuti pregiati, incastonò dentro l’occhio di Hope, cucì sopra le trecce bionde e poi, conclusa l’opera, la strinse al cuore emozionato. Finalmente era completa. Anche la dodicesima bambola fatta di stoffa, ma dai capelli e occhi umani, era compiuta.

 

 

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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