La partita di calcetto

Come ogni anno, all’inizio di novembre, si svolgevano le selezioni per la squadra di calcetto che avrebbe partecipato al torneo provinciale interscolastico, al quale erano iscritte tutte le scuole superiori del piacentino.

Come allenatore e selezionatore della rappresentativa del Liceo Volta, la preside Maria Elena Strappasogni aveva incautamente incaricato il professor Pietro Striscetti, famoso soprattutto per due motivi.

Primo: non capiva assolutamente nulla di calcio.

Secondo: era un pericoloso maniaco erotomane capace di approcci spudorati con qualsiasi essere di forma femminile, come studentesse, docenti, bidelle e in periodi di magra persino scaldabagni e stufe elettriche.

Appena si diffuse la notizia, gli studenti smaniosi di farsi convocare tra i dieci privilegiati che avrebbero rappresentato il Liceo al prestigioso torneo, iniziarono ad ingraziarsi lo Striscetti in ogni modo possibile, ricorrendo anche ai mezzi più subdoli e sleali: adulazione, servilismo, corruzione, ricatti e minacce.

Giovanni Ligas, che desiderava a tutti i costi trovarsi una ragazza e ambiva ad un posto in squadra per mettersi in mostra, si procurò l’imbarazzante book fotografico di una sua lontana cugina croata con velleità da modella, e mostrando allo Striscetti delle oscene fotografie della ragazza in abiti succinti e pose ammiccanti, dopo avergli fatto credere che la giovane sarebbe venuta alle partite, riuscì in questo modo a farsi convocare, anche se come calciatore era mostruosamente scarso.

Fausto Truzzone, il capo degli studenti comunisti, fermamente intenzionato a sfruttare il torneo a fini elettorali e propagandistici, pur di partecipare arrivò a promettere allo Striscetti una notte bollente con la sorella maggiore, una studentessa universitaria di bella presenza e convinta sostenitrice dell’amore libero. Il Truzzone fu immediatamente convocato e promosso capitano della squadra.

Mario Bonaldi ottenne un posto approfittando di un tragico equivoco. Qualche settimana prima, durante la ricreazione, era stato avvicinato dallo Striscetti. Il professore, prendendolo alle spalle, aveva scambiato la sua lunga coda da cavallo per quella di una studentessa del 5° anno che aveva sedotto durante un ora di supplenza. Quando si accorse che per sbaglio aveva messo le mani sul culo di un villoso e barbuto studente di terza fu avvolto dall’orrore. Bonaldi, astuto come una faina, vendette il proprio silenzio sull’imbarazzante incidente in cambio di un posto da difensore titolare.

Andreas Germano detto anche il Capitano e Ciccio Giuliacci ricorsero ad un ingegnoso stratagemma. Si procurarono sul mercato nero dei falsi fogli di carta intestata della segreteria politica dell’Onorevole socialista Oronzo Bustarelle, e inviarono al professor Striscetti una fraudolenta lettera di clamorose raccomandazioni: furono entrambi immediatamente selezionati.

Efrem Geremia detto il bomba per via del suo grosso culone, era il figlio di un ricco gioielliere ebreo, e si comprò un posto da titolare con una collana di pacchiana bigiotteria. L’aveva promessa allo Striscetti spacciandola per una parure tempestata di veri diamanti.

Gabriele Micheli e Jonny Tristezza minacciarono il professore di denuncia per violenza sessuale e pedofilia, dopo che quello ci aveva provato con le rispettive sorelle minorenni. Il povero Striscetti era stato tratto in inganno dalle giovani, che su istigazione dei due malvagi fratelli si erano travestite da slandrone e truccate così pesantemente da dimostrare più di quarant’anni.

Per puri meriti sportivi furono convocati solamente due studenti: Zeno Cremona e Marino Fabrizi.

Zeno Cremona era una mezzala di gran classe, con visione di gioco, fantasia e piedi buoni.

Marino Fabrizi era ufficialmente soprannominato Marinho, per le sue indiscusse doti tecniche da giocoliere brasiliano, ma dietro le spalle lo chiamavano tutti Peto, a causa di una terrificante flatulenza cronica che lo tormentava dall’età di sette anni.

Il torneo era organizzato secondo un micidiale tabellone ad eliminazione diretta tipo Wimbledon, ed al primo turno la squadra del Liceo Volta ebbe subito un colpo di sfiga stratosferica. Nel tragico sorteggione avevano pescato gli Angeli Neri del Liceo Classico Melchiorre Gioia di Piacenza.

Erano i campioni in carica da sette anni, e la loro squadra era composta solamente da pluriripetenti del 5° anno, la gran parte selezionati da una sezione sperimentale formata dai detenuti del carcere di Piacenza di via delle Novate, 65.

Inoltre, essendo quelli del Gioia i campioni uscenti, avevano diritto a giocare in casa tutte le partite, e di conseguenza il campo di gioco era ubicato all’interno del carcere, secondo un avveniristico programma di reinserimento sociale previsto per i detenuti.

Arrivato il temuto giorno del match, il prof Striscetti mise in campo la seguente tragica formazione: in porta Efrem Geremia detto il bomba, in difesa Mario Bonaldi, Giovanni Ligas e Andreas Germano, in attacco con la fascia di capitano Fausto Truzzone. Astutamente, i pochi che sapevano giocare decentemente a calcetto furono mandati tutti in panchina: Gabriele Micheli, Jonny Tristezza, Ciccio Giuliacci, Zeno Cremona e Marino Fabrizi.

La formazione schierata dal Liceo Gioia era invece terrificante: Ruggito Spartacus in porta, Leone Falciagambe e Ringhio Sbranapolpacci in difesa, Calogero Martellacaviglie e Totò Spaccarotule in attacco. Questi ultimi due erano già stati condannati a 7 ergastoli e 180 anni di carcere per associazione mafiosa e omicidio plurimo premeditato efferatissimo, aggravato da futili motivi e strage.

Gli spalti improvvisati per l’occasione intorno al campetto in cemento nel cortile del carcere erano gremiti in ogni ordine di posto da decine di orrendi galeotti assetati di sangue, desiderosi di assistere ad un incontro quanto più cruento possibile.

Arbitrava la partita una delle guardie della prigione, che si era immediatamente lasciata corrompere da un gruppo di detenuti ergastolani desiderosi di assistere ad una vera e propria corrida, senza tori, ma con gli studenti del Volta come vittime designate.

Quattro secondi dopo il calcio d’inizio, fu immediatamente chiaro a tutti che tipo di partita si sarebbe giocata: incurante della palla, Totò Spaccarotule era subito entrato in scivolata da dietro e a piedi uniti sulle caviglie di Andreas Germano provocandone la rottura di entrambi i tendini di Achille. Il Capitano fu portato via in ambulanza tra gli insulti del pubblico. A sostituirlo entrò Jonny Tristezza.

Dopo dieci minuti il Liceo Gioia stava già vincendo per 4 reti a zero. Mario Bonaldi zoppicava per un paio di pestoni presi sulle rotule ad opera di Leone Falciagambe, Giovanni Ligas era una maschera di sangue con un occhio chiuso ed il labbro inferiore rotto dopo aver preso una micidiale gomitata sulla faccia da Calogero Martellacaviglie.  Efrem il Bomba piangeva nascosto dietro ad un palo della porta per le contusioni riportate alla testa in uno scontro frontale con Ringhio Sbranapolpacci. L’unico ancora incolume era Fausto Truzzone.

Il giovane comunista partiva avvantaggiato, avendo seguito per tutta l’estate i corsi di guerriglia urbana organizzati dal centro sociale Leoncavallo di Milano. In mezzo ai criminali del Gioia si muoveva con destrezza e capacità militari. Decise di prendere in mano le redini della squadra, prima che fosse troppo tardi.

“Allora ragazzi, per alleggerire la pressione dobbiamo assumere una formazione a testuggine, useremo Efrem come scudo umano!” urlò il Truzzone ai suo compagni disorientati.

“Ma se usiamo Efrem come scudo, in porta chi rimane?” chiese Bonaldi con aria perplessa.

“Dobbiamo ristabilire la superiorità fisica sul campo, al diavolo la porta! Mettetevi a testuggine!” insistette il comunista.

I compagni di squadra assecondarono allora le disposizioni del Truzzone, si caricarono il Bomba come scudo umano e si disposero a testuggine, pronti a caricare verso gli avversari.

Il capitano dei Diavoli Neri del Gioia, Ruggito Spartacus, era un orribile e muscolosissimo butterato esperto di tattiche militari corpo a corpo. Appena la testuggine del Volta iniziava a prendere forma al centro del campo, adottò le immediate contromisure.

“Vogliono formare una testuggine, dobbiamo attaccarli subito sui fianchi!” ordinò.

“Manovra a tenaglia!” gli rispose di rimando Totò Spaccarotule che sapeva esattamente cosa fare.

In un attimo Spaccarotule si lanciò contro il fianco destro della testuggine, mentre Sbranapolpacci e Falciagambe assaltavano il fianco sinistro. Completava la manovra di accerchiamento Martellacaviglie con un attacco da dietro.

Ne seguì una mischia mostruosa al centro del campo dalla quale gli sventurati del Volta ne uscirono a pezzi.

Ligas e Bonaldi riportarono orribili contusioni, costole incrinate, un naso rotto (Bonaldi), e la perdita di due incisivi (Ligas). Jonny Tristezza riportò un trauma cranico e la frattura scomposta di tibia, perone, omero e clavicola. Efrem il Bomba fu trasportato in ospedale in elicottero dopo aver subito l’amputazione di un piede, la frattura di entrambi i femori, ed un barbaro impalamento sulla bandierina del calcio d’angolo.

Alla fine del primo tempo il Liceo Gioia vinceva sul Volta per 7 reti a uno e cinque infortunati a zero. Il gol della bandiera era stato segnato per errore da Sbranapolpacci al 17° minuto. Con una fucilata da lontano aveva centrato la traversa della squadra avversaria, ma la palla rimbalzando si era poi insaccata nella porta del Gioia.

Anche il prof. Striscetti era incazzatissimo: non per il risultato umiliante, non per gli infortunati che affollavano l’infermeria, e nemmeno per l’arbitraggio scandaloso. Della partita non gli fregava un cazzo, era infuriato per l’assoluta mancanza di una donna in tutto l’edificio e nel raggio di mezzo chilometro da dove si stava svolgendo la partita.

Con l’inizio del secondo tempo entrarono in campo le riserve: Ciccio Giuliacci e Gabriele Micheli in difesa, Zeno Cremona e Marino Fabrizi in attacco. Fausto Truzzone, unico superstite del primo tempo, si trasferì in porta, da dove riteneva di poter meglio dirigere il gioco della squadra.

Grazie alle buone doti tecniche dei quattro nuovi ingressi, al 3° minuto del secondo tempo Zeno Cremona riuscì a segnare un gol per il liceo Volta con un bel tiro a girare da fuori area. Un minuto dopo dovette uscire in barella con una caviglia slogata, un polso rotto e due grossi bernoccoli sulla testa, dopo aver subito una doppia entrata ai limiti del regolamento da parte di Sbranapolpacci e Martellacaviglie.

Dopo altri dieci minuti il punteggio era ulteriormente cambiato a favore del Gioia che era andato a gol altre quattro volte con tre reti di Spaccarotule e una di Falciagambe. Anche Ciccio Giuliacci aveva dovuto lasciare il campo per uno stiramento alla coscia destra, il menisco sinistro rotto e l’indice della mano destra fratturato.

Sul punteggio di 11 gol a 2 e 7 infortunati a zero, con ancora soltanto 7 minuti da giocare, la partita sembrava ormai finita. I giocatori del Gioia iniziarono a fare accademia rinunciando agli interventi più duri, e fu a quel punto che accadde l’incredibile.

Marino Fabrizi detto Marinho ma anche Peto, con una serie di dribbling ubriacanti e quattro peti asfissianti, riuscì a mettere fuori combattimento Falciagambe, Sbranapolpacci e persino il portiere avversario Ruggito Spartacus: erano tutti svenuti per le mortifere esalazioni ed ora giacevano inermi a bordo campo.

In temporanea superiorità numerica la squadra del liceo Volta riuscì a segnare 7 gol in 5 minuti con una doppietta di Peto, quattro gol di Micheli e un gol in rovesciata di Truzzone.

Il pubblico era in delirio, mancavano due minuti alla fine e sul punteggio di 11 a 9 Totò Spaccarotule, il mafioso ergastolano, si incazzò come una belva.

Con un bel gesto tecnico rifilò una fucilata di punta piena sugli stinchi di Gabriele Micheli mandandolo direttamente all’ospedale con le gambe rotte. Poi si accanì contro Fausto Truzzone usandolo come sacco da allenamento mentre Martellacaviglie lo teneva fermo in un angolo. Nessuno osò avvicinarsi a Fabrizi Peto Marinho che lasciato solo riuscì a segnare ancora un paio di gol portando il risultato sull’incredibile punteggio di 11 gol a 11 e 9 infortunati a 3.

Spaccarotule decise allora di farla finita segnando il gol della vittoria all’ultimo minuto, con un bel pallonetto da lontano proprio mentre Martellacaviglie prendeva Peto Marinho a calci nel culo per impedirgli di ammorbare l’aria con qualche altra disgustosa flatulenza.

Anche il pubblico si era infastidito per via degli odori putrescenti emessi dal Fabrizi e alcuni di loro decisero di fargliela pagare.

Appena l’arbitro fischiò la fine della partita quattro transessuali condannati per reati sessuali e zoofilia infilarono Peto dentro un sacco e lo trascinarono a forza sino alle docce, dove lo costrinsero a fare il gioco della saponetta per le successive quattro settimane.

Il resto della squadra del Liceo Volta rientrò in Val Tidone con le pive nel sacco e molte settimane di convalescenza.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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La festa della Vendemmia

Era una soleggiata mattina di metà ottobre del 1993 e gli studenti della 3°C del Liceo Scientifico Volta di Borgonovo Val Tidone stavano combattendo una impari lotta contro il sonno e la noia, costretti a sopportare una delle soporifere e letali lezioni di Filosofia del Professor Palmiro Perdenti.

Il Perdenti aveva iniziato a parlare da meno di quindici minuti ed il suo tono di voce monotono e ritmicamente sempre uguale stava già sprofondando quei disgraziati in un inevitabile torpore: i più deboli avevano già accasciato la testa sul banco privi di sensi.

Persino la minaccia di essere interrogati, qualora il Perdenti avesse sorpreso qualcuno a dormire, era un provvedimento privo di deterrenza. Palmiro Perdenti era infatti un fanatico sessantottino, convinto sostenitore dell’egualitarismo più radicale, ed in coerenza con le sue ideologie aveva elaborato una scala di votazioni che oscillava perennemente intorno al 6 politico. Ne conseguiva che fare scena muta avrebbe garantito almeno un 6 -, mentre i secchioni e i pochi cultori delle sue materie, anche dopo aver sostenuto le più brillanti interrogazioni degne dei migliori voti persino nelle più difficili sedi universitarie, non avevano mai preso un voto superiore al 6+.

A metà dell’ora Dino Francescato, uno tra gli ultimi della classe, stava già russando in modo rumoroso, insensibile ai vani tentativi messi in atto dalla sua compagna di banco per ridestarlo.

“Dino svegliati, il Perdenti ti sta guardando” gli sussurrò Susanna Capretti scuotendogli un braccio.

La Capretti era a sua insaputa soprannominata Ditalino, perché tre anni prima si era lasciata imprudentemente esplorare le parti intime appartata in un cinema con il suo fidanzatino di allora, il mezzosangue italoamericano Jonny Tristezza. Sfortunatamente per lei, il Tristezza aveva fatto il giro della scuola vantandosi con chiunque di quella impresa, arricchendo i suoi coloriti resoconti con imbarazzanti particolari circa l’igiene intima della ragazza.

“Non rompere, lasciami dormire” biascicò infastidito il Francescato.

Dal banco vicino Pino Insegna osservava la scena con interesse, pronto ad immortalare i protagonisti in qualcuna delle sue irriverenti vignette.

Il Perdenti, resosi conto che metà della classe non lo stava minimamente ascoltando e che l’altra metà si era addormentata, iniziò nervosamente a lisciarsi i grossi baffoni alla Stalin. Nel patetico tentativo di attirare l’attenzione degli studenti ancora svegli, provò a giocherellare con le pagine del quotidiano l’Unità, che teneva sempre in bella vista sulla cattedra nella vana speranza che qualcuno dei suoi alunni ne leggesse almeno i titoli di apertura. Tutti i suoi tentativi fallirono, ma il Perdenti continuò ugualmente con la sua micidiale lezione sedativa.

I più diligenti, per non lasciarsi sopraffare dalla sonnolenza, ricorrevano ad azioni di autolesionismo come pungersi mani e piedi con il compasso o scaldarsi le gambe sino a bruciarsi con la fiamma di un accendino. Ilaria Cassandra, seduta in terza fila, bruttina e soprattutto piuttosto stupida, inconsapevole di indossare pantaloni di cotone altamente infiammabile si diede fuoco per errore. Il professor Perdenti la osservò impietrito mentre lei si gettava in fiamme fuori dalla finestra. La classe si trovava al secondo piano e la poveretta riportò fratture multiple ed ustioni di terzo grado sul 90% del corpo.

I più astuti cercavano invece di restare svegli con manovre diversive, tipo andare al cesso a turni per fumarsi una sigaretta.

Mancavano dieci minuti alla fine dell’ora quando Franco Ernesti tornò dai cessi con una notizia clamorosa: scambiandosi una sigaretta con uno studente del 5° anno aveva saputo che la Contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti della 5°A aveva deciso di organizzare una grande festa nella sua tenuta vinicola in occasione della fine della vendemmia, e, cosa ancora più incredibile, aveva deciso di invitare tutto il Liceo.

La novità si diffuse da un banco all’altro alla velocità della luce accompagnata da un concitato brusio. In breve l’intera classe si era ridestata in preda all’eccitazione con l’unica eccezione di Dino Francescato che continuava a russare.

Gli occhi di tutti quei giovani brillavano famelici, perché le feste della contessina Scotti erano leggendarie: le ragazze sapevano che vi avrebbero incontrato i giovani più ricchi e affascinanti di tutto il piacentino, i ragazzi erano certi che avrebbero incontrato le ragazze più belle della provincia, Mario Bonaldi, Franco Sparapizze, Ciccio Giuliacci e i loro amici alcolizzati, pregustavano i fiumi di ottimo vino che avrebbero bevuto in quantità illimitata.

La contessina Ugobalda era la discendente diretta di Pier Maria Scotti detto il Buso, uno dei più crudeli e spietati e feroci signori del rinascimento piacentino e come il suo illustre e pericoloso antenato era una vera carogna.  Se il fantasma del Buso era ancora in circolazione dopo 464 anni e poteva ancora spaventare con le sue molteplici apparizioni presso la rocca di Agazzano, la contessina non era da meno e sapeva scagliarsi con furia omicida contro chiunque avesse osato ostacolare i suoi piani. Inoltre la sua indole irascibile e vendicativa era terrificante. Ma a destare i maggiori timori negli sventurati che erano costretti a frequentarla abitualmente erano le sue pericolose ambizioni musicali: Ugobalda era infatti convinta di essere destinata ad un radioso futuro di successi internazionali come soprano lirico e costringeva i suoi amici e conoscenti ad ascoltarla per ore cantare in modo agghiacciante tutte le più famose arie d’opera.

Aveva quindi deciso di estendere l’invito alla festa della vendemmia a tutto il liceo con il preciso intento di assicurarsi in questo modo un pubblico molto più numeroso del suo solito.

La prospettiva di partecipare ad uno dei ricevimenti della contessina Scotti era comunque un’occasione da non lasciarsi scappare per gli studenti del Liceo Volta, che nella quasi totalità ignoravano a quali pericoli si sarebbero in realtà esposti.

La data dell’atteso evento era infine arrivata un sabato sera di fine ottobre. La festa si teneva nella maestosa sala delle degustazioni della tenuta vinicola della contessina che era alta sei metri e poteva comodamente ospitare più di 500 persone. Ugobalda non aveva badato a spese ingaggiando un’orchestra sinfonica di ottanta elementi, un direttore d’orchestra di fama regionale, un certo Maestro Campagnoli, sordo da un orecchio, oltre a due tenori, un mezzo soprano, e un baritono che potessero duettare insieme a lei, tutti accompagnati dal coro degli Alpini di Castel San Giovanni.

Era stata allestita una platea di quattrocento posti a sedere, mentre sulle pareti della sala degustazioni erano stati improvvisati tre ordini di palchi utilizzando i ponteggi di uno zio impresario edile. I loggionisti erano stati relegati sul tetto e avrebbero assistito al concerto dai lucernari. In tutto circa 900 persone cadute nel trappolone ordito dalla terribile contessina.

Appena gli ultimi invitati ritardatari furono arrivati, i contadini solitamente utilizzati per i lavori nei campi si affrettarono a chiudere i cancelli di ingresso per impedire che qualcuno cercasse di fuggire. Un paio di loro, armati di carabina caricata a pallettoni di sale, presero posto sul tetto del fienile, da dove potevano controllare le quattro uscite della sala degustazioni.

Non vi era traccia dei ricchi e affascinanti giovani del piacentino, né delle più belle ragazze della provincia. Del vino poi nemmeno l’ombra: tutte le bottiglie erano stare ritirate e depositate nelle cantine fortificate della tenuta.

Quando tutti gli studenti furono fatti accomodare ai propri posti, si aprì il sipario artigianalmente allestito insieme al palco su uno dei lati corti della sala e a quel punto tutti compreso con orrore cosa gli aspettasse e per quale motivo sull’invito era riportato l’obbligo di indossare eleganti abiti da sera.

Il micidiale concertone della contessina Ugobalda iniziò sulle note di “Libiamo” dalla Traviata di Giuseppe Verdi.

Preceduti dalla loro fama di casinisti alcolizzati, Mario Bonaldi, Franco Sparapizze, Ciccio Giuliacci e gli altri elementi più problematici furono relegati sul tetto insieme ai loggionisti. Quello era infatti il posto più lontano dalle cantine dove erano stoccate migliaia di bottiglie di ottimo vino piacentino. Inoltre, su ordine della contessina, il loro settore fu fatto presidiare da due picchiatori albanesi travestiti da maschere.

Sparapizze, che per carburare in vista della festa aveva iniziato a bere dal primo pomeriggio era già piuttosto nervoso e la consapevolezza di essere caduto in quella spregevole imboscata lo irritava profondamente.

Mario Bonaldi si guardava attorno spaesato senza ancora sapere bene cosa fare, a parte sistemarsi i lunghi capelli neri raccolti in una grossa coda di cavallo.

Ciccio Giuliacci iniziò a molestare una morettina di seconda, finita per sbaglio nel loro settore.

A prendere in mano la situazione fu allora Andreas Germano, per gli amici il Capitano, soprannome coniato dallo Sparapizze per via dell’assonanza con il cognome Germano e soprattutto per le fattezze vagamente ariane di Andreas.

“Allora ragazzi, non c’è problema, possiamo tranquillamente calarci dal pluviale sino a terra e poi nasconderci nelle cantine dove troveremo tutto il vino degli Scotti.”

“Ma ci troviamo a non meno di 5 metri d’altezza” fece timidamente osservare Dino Francescato.

“Sciocchezze!” sentenziò il Capitano, “sarà un gioco da ragazzi.”

“Vado io per primo” si offrì Sparapizze, desideroso di muovere le mani e soprattutto di ricominciare a bere.

“Fantastico, ed io filmerò tutta l’impresa” commentò ad alta voce Giovanni Ligas, lo studente più odiato di tutto il liceo, antipatico, meschino, con tendenze misantropiche e affetto da manie di persecuzione. Per vendicarsi dell’intera Umanità aveva convinto i genitori ad anticipargli i regali dei prossimi 5 natali e sette compleanni finanziando l’acquisto di una terrificante videocamera VHS della Philips, ultimo prodigio della tecnica nel campo degli home video. Era malvagiamente intenzionato a fare di quella videocamera un potente strumento di ricatto ed estorsione.

“Allora Ligas andrai per ultimo, prima di scendere ci passerai la videocamera al volo” propose il Capitano con una strana perfida luce negli occhi.

“Io vado per secondo” disse Mario Bonaldi.

“Tu sarai il terzo Dino, ed io il quarto” stabilì il Capitano.

Ciccio Giuliacci si era appartato con la morettina e non avrebbe partecipato alla sortita.

Sparapizze era pronto alla discesa quando le due finte maschere gli intimarono di fermarsi, tradendo il loro accento straniero.

Sparapizze ignorò gli ordini delle maschere e con un balzo si aggrappò alla grondaia, ma prima che potesse iniziare la discesa lungo il pluviale venne afferrato per i capelli da uno dei picchiatori albanesi.

Bonaldi fu il primo a reagire, si avvicinò alla finta maschera e gli sparò un calcio nel culo strepitoso. L’albanese perse l’equilibrio precipitando nel vuoto, ma non avendo altro a cui aggrapparsi si artigliò allo Sparapizze trascinandolo con sé. I due si sfracellarono sul selciato ma il fragore dell’impatto fu coperto dal suono dell’orchestra che stava disperatamente cercando di coprire il canto imbarazzante della contessina Ugobalda.

La seconda maschera si avvicinò al gruppo grugnendo e pronta a vendicare il suo compare. Il primo a farne le spese fu Dino Francescato colpito con un destro in piena faccia: svenne all’indietro in una maschera di sangue. Poi fu la volta del Bonaldi colpito allo stomaco da un gancio sinistro terrificante e costretto in lacrime sulle ginocchia. Il Capitano in preda al panico tentò una patetica fuga ma fu immediatamente catturato e riempito di botte. Giovanni Ligas filmava il tutto in disparte, ma appena il picchiatore se ne accorse lo afferrò per un orecchio sollevandolo dall’angolo dove si era accucciato. Gli ululati di dolore non servirono a nulla, e sotto la minaccia di vedersi distrutta la videocamera fu costretto a consegnare il VHS con i filmati che aveva appena realizzato.

A togliere il gruppo dai guai intervenne Ciccio Giuliacci. La morettina gli aveva dato il due di picche, e questo lo aveva fatto incazzare, così imbruttito dalla rabbia smontò uno dei lucernari dal soffitto e lo fracassò sulla testa del picchiatore.  Quello iniziò a sanguinare dalla nuca, ma era ancora in piedi ed ora Ciccio si trovava nei guai. Per sua fortuna Bonaldi si era riavuto, prese una breve rincorsa e sparò un calcio di collo pieno sul ginocchio destro della maschera piegandola su di una gamba. Nello stesso momento Giovanni Ligas, con mirabile tempismo, entrò da dietro in scivolata sulla caviglia sinistra. Il picchiatore albanese perse irrimediabilmente l’equilibrio cadendo dal tetto: atterrò sul piazzale con un tonfo sordo proprio mentre la contessina terminava uno dei suoi cavalli di battaglia: “Mi chiamano Mimì” dalla Bohème di Puccini. L’interpretazione fu così tremenda che quattro orchestrali cercarono di fuggire da una delle uscite laterali, ma furono immediatamente impallinati dai cecchini appostati sul tetto del fienile.

Dino Francescato ed il Capitano erano piuttosto malconci, ma decisero di scendere anche loro a terra attraverso il pluviale. L’ultimo a calarsi fu Giovanni Ligas con la dannata videocamera a tracolla, e non prima di aver recuperato la cassetta con i filmati che aveva già realizzato.

Franco Sparapizze era ancora vivo, ma nella caduta si era fratturato una gamba ed ora stava piangendo in un angolo dilaniato da dolori lancinanti. Ligas gli si parò davanti e iniziò a filmarlo senza alcuna pietà.

“Venite, da questa parte, dobbiamo forzare la porta delle cantine” ordinò il capitano sputacchiando sangue dalla bocca tumefatta per i cazzotti ricevuti.

Assetati come vampiri, Bonaldi, Giuliacci e il Capitano raggiunsero il portone delle cantine ed iniziarono ad armeggiare sulle serrature con i loro coltellini svizzeri, poi arrivarono Dino Francescato bestemmiando per il naso rotto e Sparapizze latrando dal dolore provocato dalla gamba rotta. Per ultimo Ligas che con un malvagio e divertito ghigno stampato sulla faccia documentava il tutto con la fottuta videocamera.

Le operazioni di scasso durarono pochi minuti, Bonaldi e Giuliacci avevano imparato tutti i trucchi del mestiere dal loro comune amico Ciro U Scassinatore, un abilissimo mariolo napoletano e abituale compagno di sbronze.

Aperti i portoni, i sei disperati penetrarono nelle cantine avventandosi su qualunque cosa alcolica trovarono sul loro cammino. Dopo circa 20 minuti e 24 bottiglie di vino bevute, tra cui due o tre preziosissime riserve degli anni settanta, erano tutti in avanzato stato di ebbrezza.

Nella sala degustazioni intanto il concertone della contessina Ugobalda volgeva finalmente al termine, e con esso le orribili torture cui tutti gli invitati erano stati costretti. Dopo 10 minuti di applausi estorti con minacce e ricatti, e ben quattro tragici bis non richiesti, gli studenti del Liceo Volta furono infine autorizzati a tornare a casa.

Fuggirono tutti il più velocemente possibile verso i cancelli che erano stati riaperti. Tutti tranne la morettina di seconda, che intenzionata a vendicarsi per le moleste subite da Ciccio Giuliacci andò ad avvisare la contessina Ugobalda di quanto stava accadendo nelle sue cantine.

La malvagia discendente del Buso reagì con immediata ferocia. Radunò una squadraccia di combattivi villici dall’aspetto inquietante. Essi erano in ordine crescente di cattiveria: Aldo Tempesta, Guido il Bastardo, Valerio Il Trucido, Fausto Mangiachiodi e Carlitos Spezzaclavicole. Alla testa del temibile manipolo si mise la contessina Ugobalda in persona.

Quando fecero irruzione nelle cantine si trovarono davanti un imbarazzante branco di deficienti subumani ridotti in uno stato pietoso.

Dino Francescato giaceva in coma etilico sotto al portellone semiaperto di una vasca di cemento da 100 ettolitri di vino rosso barbera. Il contenuto del massiccio tino sparso sul pavimento di tutta la cantina.

Mario Bonaldi stava lottando con un cestino per la carta pieno del suo vomito ed incollato al suolo da altre sospette secrezioni color marrone. La coda da cavallo si era sciolta ed ora i suoi lunghi capelli neri avvolgevano come una piovra la parte superiore del cestino mentre lui cercava disperatamente di sollevarsi sulle ginocchia ma senza riuscirci.

Giovanni Ligas si stava rotolando senza senso dentro a un lago di vomito ai piedi della vasca Francescato, credeva di essere Aleksandr Vladimirovič Popov alle finali dei 100 metri stile libero delle Olimpiadi di Barcellona del 1992.

Ciccio Giuliacci, completamente sbronzo, cercava disperatamente di accoppiarsi con un filtro a farina fossile con dischi orizzontali della ditta Della Toffola, che aveva incredibilmente scambiato per la morettina di seconda.

Il Capitano era collassato sopra ad un sacco pieno di tappi di sughero e parlava nel sonno.

Franco Sparapizze in preda a clamorose allucinazioni alcoliche si stava trascinando sulla gamba ancora sana prendendo a testate un bancale di bottiglie di vetro bordolesi vuote. Stava anche cantando bellicosi cori da stadio credendo di essere sugli spalti dello Praterstadion di Vienna in occasione della finale di coppa campioni del 1964 vinta dall’Internazionale contro il Real Madrid.

“Fateli a pezzi!” gracchiò la Contessina Ugobalda rivolgendosi ai suoi sgherri.

Quelli non aspettavano altro, e si avventarono come Lanzichenecchi assetati di sangue sul quel gruppo di indifesi imbecilli.

I sei giovani, dopo essere stati picchiati, umiliati pubblicamente e presi a calci nel culo per tutta la notte, furono tutti ricoverati all’alba nell’ospedale di Castel San Giovanni in prognosi riservata.

Furono dimessi soltanto alcune settimane dopo e costretti come atto riparatore ad assistere ai concerti della contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti ogni prima domenica del mese per i successivi ventisette anni.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Ebbrezza Molesta

Passai le settimane successive ad affinare i miei nuovi super poteri. Di giorno stavo chiuso in albergo a dormire, leggere i giornali e bere gutturnio frizzante. La notte indossavo il nuovo costume da Uomo Etilico che mi ero personalmente confezionato, ed uscivo a combattere la noia, il crimine e le mie nevrosi.

Il costume da Uomo Etilico non era niente male. Mantellina rosso rubino, pettorina con stampigliata una grossa lettera “E” di colore rosso cardinale su fondo verde edera modello Superman, calzamaglia color barbera, pantaloncini verdi come la pettorina, stivaletti verdi modello supereroe anni sessanta. Il volto era coperto da una maschera verde edera tipo Batman.

In due parole sembravo un pagliaccio scappato da un manicomio criminale.

Tuttavia chi era così sfortunato da incontrarmi durante le mie scorribande notturne aveva ben poco da ridere.

In meno di 20 giorni avevo messo a soqquadro tutto il mondo della prostituzione milanese, fatto arrestare diverse decine di spacciatori, sette protettori ed un paio di sicari della mafia albanese mandati a farmi fuori.

Per quanto mi sentissi crudele e malvagio, per esercitare i mie poteri avevo deciso di cominciare a dare addosso alla feccia della società. Solo in futuro, una volta terminato l’addestramento, mi sarei occupato delle mie questioni personali.

La lista di chi mi aveva fatto dei torti nei primi quarant’anni di vita era lunga, la mia sete di vendetta insaziabile.

Decisi di cominciare dal professore di matematica e fisica che mi aveva bocciato al liceo e rimandato nelle sue materie per quattro anni consecutivi: Crudelio Camalli

Quel calvo mascalzone dopo più di vent’anni insegnava ancora, torturando nuove generazioni di poveri studenti.

Lo aspettai sotto casa e quando lo vidi svoltare l’angolo, indossai la maschera e gli balzai innanzi.

“E tu chi sei?” chiese quello indietreggiando per lo spavento.

“Sono l’Uomo Etilico” gli dissi sorridendo in modo perfido.

“Sei nuovo della zona?”

“Non proprio”

“Ma non ti ho mai visto prima, e poi perché porti una maschera?” mi chiese ammiccando con gli occhi.

Rimasi in silenzio per far crescere la tensione al punto giusto.

“Vuoi salire su da me?” mi disse dopo qualche secondo con voce melliflua, proprio come avrebbe fatto un pederasta esperto e debosciato.

“Ho sempre sospettato che tu fossi un pervertito” lo accusai.

“Ci siamo già conosciuti?” domandò lui con un filo di voce mentre una goccia di sudore gli imperlava la fronte.

“Ci puoi scommettere, e sono qui per consumare la mia vendetta.”

“Ma cosa vuoi da me? Ma chi ti conosce? Vai via prima che chiami l’ospedale psichiatrico” cercò di protestare il professore.

“E’ troppo tardi, ormai sei finito!” gli annunciai toccandogli una spalla con la mia mano guantata e pregustando gli effetti che avrei prodotto sulle sue vecchie membra rinsecchite.

Il professore frocio cominciò a barcollare, come se avesse bevuto più vino di quanto il suo stomaco potesse reggere.

Si avvicinò con passo incerto all’ingresso del suo palazzo, poi si girò per guardarmi con aria complice ed ammiccò nuovamente sorridendo in modo molto malizioso. Fu a quel punto che si scatenò l’inferno.

Il professore di matematica omosessuale iniziò a citofonare a tutti gli inquilini apostrofandoli con volgarità imbarazzanti e senza nessun ritegno, senza risparmiare nessuno, ivi comprese donne, vecchi e bambine. Continuò a dare voce alla sua ebbrezza molesta per diversi minuti suscitando le proteste indignate di tutto il condominio, ma più la gente si lamentava peggiori e più disgustose erano le oscenità che uscivano dalla bocca del professore, sino a quando la situazione finì per degenerare.

Un paio di giovani palestrati e molto tatuati scesero in strada determinati a porre fine al turpiloquio del vecchio sporcaccione.

“Ma che bei maschioni, venite da me che ho qualcosa da dire anche a voi.”

“Stai zitto vecchio!” disse il primo brandendo una spranga.

“Ci hai rotto i coglioni!” disse l’altro roteando una grossa catena.

“Vai a casa o ti mandiamo all’ospedale” lo minacciarono all’unisono.

Crudelio Camalli ridacchiò in modo osceno e riprese a disturbare gli inquilini del palazzo citofonando a caso e molestandoli con volgarità di ogni tipo.

I due ragazzi si mossero allora rapidi e silenziosi, e appena gli furono abbastanza vicino iniziarono a pestarlo con violenza inaudita.

Dopo circa cinque minuti il vecchio giaceva esamine sull’asfalto in un lago di sangue. I due giovani gli diedero ancora un paio di calci sulla testa già tumefatta dai colpi precedentemente ricevuti e se ne andarono a bere al bar dietro l’angolo. Sul condominio scese la quiete.

Nessuno mi aveva visto, girai i tacchi e me ne andai anche io.

Nessuno mi seguì. Anche se era presto tornai in albergo, aprii il frigo e vi trovai l’ultima birra. Me la ingollai tutta di un fiato, poi mi tolsi il costume da Uomo Etilico e lo riposi nella cassettiera dentro all’armadio. Ruttai, andai al cesso per lavarmi le ascelle e subito dopo mi infilai nel letto.

Il professore di matematica Crudelio Camalli era morto, ed io assaporai il gusto dolce della vendetta. Un attimo dopo russavo compiaciuto tra le braccia di Morfeo.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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