La festa della Vendemmia

Era una soleggiata mattina di metà ottobre del 1993 e gli studenti della 3°C del Liceo Scientifico Volta di Borgonovo Val Tidone stavano combattendo una impari lotta contro il sonno e la noia, costretti a sopportare una delle soporifere e letali lezioni di Filosofia del Professor Palmiro Perdenti.

Il Perdenti aveva iniziato a parlare da meno di quindici minuti ed il suo tono di voce monotono e ritmicamente sempre uguale stava già sprofondando quei disgraziati in un inevitabile torpore: i più deboli avevano già accasciato la testa sul banco privi di sensi.

Persino la minaccia di essere interrogati, qualora il Perdenti avesse sorpreso qualcuno a dormire, era un provvedimento privo di deterrenza. Palmiro Perdenti era infatti un fanatico sessantottino, convinto sostenitore dell’egualitarismo più radicale, ed in coerenza con le sue ideologie aveva elaborato una scala di votazioni che oscillava perennemente intorno al 6 politico. Ne conseguiva che fare scena muta avrebbe garantito almeno un 6 -, mentre i secchioni e i pochi cultori delle sue materie, anche dopo aver sostenuto le più brillanti interrogazioni degne dei migliori voti persino nelle più difficili sedi universitarie, non avevano mai preso un voto superiore al 6+.

A metà dell’ora Dino Francescato, uno tra gli ultimi della classe, stava già russando in modo rumoroso, insensibile ai vani tentativi messi in atto dalla sua compagna di banco per ridestarlo.

“Dino svegliati, il Perdenti ti sta guardando” gli sussurrò Susanna Capretti scuotendogli un braccio.

La Capretti era a sua insaputa soprannominata Ditalino, perché tre anni prima si era lasciata imprudentemente esplorare le parti intime appartata in un cinema con il suo fidanzatino di allora, il mezzosangue italoamericano Jonny Tristezza. Sfortunatamente per lei, il Tristezza aveva fatto il giro della scuola vantandosi con chiunque di quella impresa, arricchendo i suoi coloriti resoconti con imbarazzanti particolari circa l’igiene intima della ragazza.

“Non rompere, lasciami dormire” biascicò infastidito il Francescato.

Dal banco vicino Pino Insegna osservava la scena con interesse, pronto ad immortalare i protagonisti in qualcuna delle sue irriverenti vignette.

Il Perdenti, resosi conto che metà della classe non lo stava minimamente ascoltando e che l’altra metà si era addormentata, iniziò nervosamente a lisciarsi i grossi baffoni alla Stalin. Nel patetico tentativo di attirare l’attenzione degli studenti ancora svegli, provò a giocherellare con le pagine del quotidiano l’Unità, che teneva sempre in bella vista sulla cattedra nella vana speranza che qualcuno dei suoi alunni ne leggesse almeno i titoli di apertura. Tutti i suoi tentativi fallirono, ma il Perdenti continuò ugualmente con la sua micidiale lezione sedativa.

I più diligenti, per non lasciarsi sopraffare dalla sonnolenza, ricorrevano ad azioni di autolesionismo come pungersi mani e piedi con il compasso o scaldarsi le gambe sino a bruciarsi con la fiamma di un accendino. Ilaria Cassandra, seduta in terza fila, bruttina e soprattutto piuttosto stupida, inconsapevole di indossare pantaloni di cotone altamente infiammabile si diede fuoco per errore. Il professor Perdenti la osservò impietrito mentre lei si gettava in fiamme fuori dalla finestra. La classe si trovava al secondo piano e la poveretta riportò fratture multiple ed ustioni di terzo grado sul 90% del corpo.

I più astuti cercavano invece di restare svegli con manovre diversive, tipo andare al cesso a turni per fumarsi una sigaretta.

Mancavano dieci minuti alla fine dell’ora quando Franco Ernesti tornò dai cessi con una notizia clamorosa: scambiandosi una sigaretta con uno studente del 5° anno aveva saputo che la Contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti della 5°A aveva deciso di organizzare una grande festa nella sua tenuta vinicola in occasione della fine della vendemmia, e, cosa ancora più incredibile, aveva deciso di invitare tutto il Liceo.

La novità si diffuse da un banco all’altro alla velocità della luce accompagnata da un concitato brusio. In breve l’intera classe si era ridestata in preda all’eccitazione con l’unica eccezione di Dino Francescato che continuava a russare.

Gli occhi di tutti quei giovani brillavano famelici, perché le feste della contessina Scotti erano leggendarie: le ragazze sapevano che vi avrebbero incontrato i giovani più ricchi e affascinanti di tutto il piacentino, i ragazzi erano certi che avrebbero incontrato le ragazze più belle della provincia, Mario Bonaldi, Franco Sparapizze, Ciccio Giuliacci e i loro amici alcolizzati, pregustavano i fiumi di ottimo vino che avrebbero bevuto in quantità illimitata.

La contessina Ugobalda era la discendente diretta di Pier Maria Scotti detto il Buso, uno dei più crudeli e spietati e feroci signori del rinascimento piacentino e come il suo illustre e pericoloso antenato era una vera carogna.  Se il fantasma del Buso era ancora in circolazione dopo 464 anni e poteva ancora spaventare con le sue molteplici apparizioni presso la rocca di Agazzano, la contessina non era da meno e sapeva scagliarsi con furia omicida contro chiunque avesse osato ostacolare i suoi piani. Inoltre la sua indole irascibile e vendicativa era terrificante. Ma a destare i maggiori timori negli sventurati che erano costretti a frequentarla abitualmente erano le sue pericolose ambizioni musicali: Ugobalda era infatti convinta di essere destinata ad un radioso futuro di successi internazionali come soprano lirico e costringeva i suoi amici e conoscenti ad ascoltarla per ore cantare in modo agghiacciante tutte le più famose arie d’opera.

Aveva quindi deciso di estendere l’invito alla festa della vendemmia a tutto il liceo con il preciso intento di assicurarsi in questo modo un pubblico molto più numeroso del suo solito.

La prospettiva di partecipare ad uno dei ricevimenti della contessina Scotti era comunque un’occasione da non lasciarsi scappare per gli studenti del Liceo Volta, che nella quasi totalità ignoravano a quali pericoli si sarebbero in realtà esposti.

La data dell’atteso evento era infine arrivata un sabato sera di fine ottobre. La festa si teneva nella maestosa sala delle degustazioni della tenuta vinicola della contessina che era alta sei metri e poteva comodamente ospitare più di 500 persone. Ugobalda non aveva badato a spese ingaggiando un’orchestra sinfonica di ottanta elementi, un direttore d’orchestra di fama regionale, un certo Maestro Campagnoli, sordo da un orecchio, oltre a due tenori, un mezzo soprano, e un baritono che potessero duettare insieme a lei, tutti accompagnati dal coro degli Alpini di Castel San Giovanni.

Era stata allestita una platea di quattrocento posti a sedere, mentre sulle pareti della sala degustazioni erano stati improvvisati tre ordini di palchi utilizzando i ponteggi di uno zio impresario edile. I loggionisti erano stati relegati sul tetto e avrebbero assistito al concerto dai lucernari. In tutto circa 900 persone cadute nel trappolone ordito dalla terribile contessina.

Appena gli ultimi invitati ritardatari furono arrivati, i contadini solitamente utilizzati per i lavori nei campi si affrettarono a chiudere i cancelli di ingresso per impedire che qualcuno cercasse di fuggire. Un paio di loro, armati di carabina caricata a pallettoni di sale, presero posto sul tetto del fienile, da dove potevano controllare le quattro uscite della sala degustazioni.

Non vi era traccia dei ricchi e affascinanti giovani del piacentino, né delle più belle ragazze della provincia. Del vino poi nemmeno l’ombra: tutte le bottiglie erano stare ritirate e depositate nelle cantine fortificate della tenuta.

Quando tutti gli studenti furono fatti accomodare ai propri posti, si aprì il sipario artigianalmente allestito insieme al palco su uno dei lati corti della sala e a quel punto tutti compreso con orrore cosa gli aspettasse e per quale motivo sull’invito era riportato l’obbligo di indossare eleganti abiti da sera.

Il micidiale concertone della contessina Ugobalda iniziò sulle note di “Libiamo” dalla Traviata di Giuseppe Verdi.

Preceduti dalla loro fama di casinisti alcolizzati, Mario Bonaldi, Franco Sparapizze, Ciccio Giuliacci e gli altri elementi più problematici furono relegati sul tetto insieme ai loggionisti. Quello era infatti il posto più lontano dalle cantine dove erano stoccate migliaia di bottiglie di ottimo vino piacentino. Inoltre, su ordine della contessina, il loro settore fu fatto presidiare da due picchiatori albanesi travestiti da maschere.

Sparapizze, che per carburare in vista della festa aveva iniziato a bere dal primo pomeriggio era già piuttosto nervoso e la consapevolezza di essere caduto in quella spregevole imboscata lo irritava profondamente.

Mario Bonaldi si guardava attorno spaesato senza ancora sapere bene cosa fare, a parte sistemarsi i lunghi capelli neri raccolti in una grossa coda di cavallo.

Ciccio Giuliacci iniziò a molestare una morettina di seconda, finita per sbaglio nel loro settore.

A prendere in mano la situazione fu allora Andreas Germano, per gli amici il Capitano, soprannome coniato dallo Sparapizze per via dell’assonanza con il cognome Germano e soprattutto per le fattezze vagamente ariane di Andreas.

“Allora ragazzi, non c’è problema, possiamo tranquillamente calarci dal pluviale sino a terra e poi nasconderci nelle cantine dove troveremo tutto il vino degli Scotti.”

“Ma ci troviamo a non meno di 5 metri d’altezza” fece timidamente osservare Dino Francescato.

“Sciocchezze!” sentenziò il Capitano, “sarà un gioco da ragazzi.”

“Vado io per primo” si offrì Sparapizze, desideroso di muovere le mani e soprattutto di ricominciare a bere.

“Fantastico, ed io filmerò tutta l’impresa” commentò ad alta voce Giovanni Ligas, lo studente più odiato di tutto il liceo, antipatico, meschino, con tendenze misantropiche e affetto da manie di persecuzione. Per vendicarsi dell’intera Umanità aveva convinto i genitori ad anticipargli i regali dei prossimi 5 natali e sette compleanni finanziando l’acquisto di una terrificante videocamera VHS della Philips, ultimo prodigio della tecnica nel campo degli home video. Era malvagiamente intenzionato a fare di quella videocamera un potente strumento di ricatto ed estorsione.

“Allora Ligas andrai per ultimo, prima di scendere ci passerai la videocamera al volo” propose il Capitano con una strana perfida luce negli occhi.

“Io vado per secondo” disse Mario Bonaldi.

“Tu sarai il terzo Dino, ed io il quarto” stabilì il Capitano.

Ciccio Giuliacci si era appartato con la morettina e non avrebbe partecipato alla sortita.

Sparapizze era pronto alla discesa quando le due finte maschere gli intimarono di fermarsi, tradendo il loro accento straniero.

Sparapizze ignorò gli ordini delle maschere e con un balzo si aggrappò alla grondaia, ma prima che potesse iniziare la discesa lungo il pluviale venne afferrato per i capelli da uno dei picchiatori albanesi.

Bonaldi fu il primo a reagire, si avvicinò alla finta maschera e gli sparò un calcio nel culo strepitoso. L’albanese perse l’equilibrio precipitando nel vuoto, ma non avendo altro a cui aggrapparsi si artigliò allo Sparapizze trascinandolo con sé. I due si sfracellarono sul selciato ma il fragore dell’impatto fu coperto dal suono dell’orchestra che stava disperatamente cercando di coprire il canto imbarazzante della contessina Ugobalda.

La seconda maschera si avvicinò al gruppo grugnendo e pronta a vendicare il suo compare. Il primo a farne le spese fu Dino Francescato colpito con un destro in piena faccia: svenne all’indietro in una maschera di sangue. Poi fu la volta del Bonaldi colpito allo stomaco da un gancio sinistro terrificante e costretto in lacrime sulle ginocchia. Il Capitano in preda al panico tentò una patetica fuga ma fu immediatamente catturato e riempito di botte. Giovanni Ligas filmava il tutto in disparte, ma appena il picchiatore se ne accorse lo afferrò per un orecchio sollevandolo dall’angolo dove si era accucciato. Gli ululati di dolore non servirono a nulla, e sotto la minaccia di vedersi distrutta la videocamera fu costretto a consegnare il VHS con i filmati che aveva appena realizzato.

A togliere il gruppo dai guai intervenne Ciccio Giuliacci. La morettina gli aveva dato il due di picche, e questo lo aveva fatto incazzare, così imbruttito dalla rabbia smontò uno dei lucernari dal soffitto e lo fracassò sulla testa del picchiatore.  Quello iniziò a sanguinare dalla nuca, ma era ancora in piedi ed ora Ciccio si trovava nei guai. Per sua fortuna Bonaldi si era riavuto, prese una breve rincorsa e sparò un calcio di collo pieno sul ginocchio destro della maschera piegandola su di una gamba. Nello stesso momento Giovanni Ligas, con mirabile tempismo, entrò da dietro in scivolata sulla caviglia sinistra. Il picchiatore albanese perse irrimediabilmente l’equilibrio cadendo dal tetto: atterrò sul piazzale con un tonfo sordo proprio mentre la contessina terminava uno dei suoi cavalli di battaglia: “Mi chiamano Mimì” dalla Bohème di Puccini. L’interpretazione fu così tremenda che quattro orchestrali cercarono di fuggire da una delle uscite laterali, ma furono immediatamente impallinati dai cecchini appostati sul tetto del fienile.

Dino Francescato ed il Capitano erano piuttosto malconci, ma decisero di scendere anche loro a terra attraverso il pluviale. L’ultimo a calarsi fu Giovanni Ligas con la dannata videocamera a tracolla, e non prima di aver recuperato la cassetta con i filmati che aveva già realizzato.

Franco Sparapizze era ancora vivo, ma nella caduta si era fratturato una gamba ed ora stava piangendo in un angolo dilaniato da dolori lancinanti. Ligas gli si parò davanti e iniziò a filmarlo senza alcuna pietà.

“Venite, da questa parte, dobbiamo forzare la porta delle cantine” ordinò il capitano sputacchiando sangue dalla bocca tumefatta per i cazzotti ricevuti.

Assetati come vampiri, Bonaldi, Giuliacci e il Capitano raggiunsero il portone delle cantine ed iniziarono ad armeggiare sulle serrature con i loro coltellini svizzeri, poi arrivarono Dino Francescato bestemmiando per il naso rotto e Sparapizze latrando dal dolore provocato dalla gamba rotta. Per ultimo Ligas che con un malvagio e divertito ghigno stampato sulla faccia documentava il tutto con la fottuta videocamera.

Le operazioni di scasso durarono pochi minuti, Bonaldi e Giuliacci avevano imparato tutti i trucchi del mestiere dal loro comune amico Ciro U Scassinatore, un abilissimo mariolo napoletano e abituale compagno di sbronze.

Aperti i portoni, i sei disperati penetrarono nelle cantine avventandosi su qualunque cosa alcolica trovarono sul loro cammino. Dopo circa 20 minuti e 24 bottiglie di vino bevute, tra cui due o tre preziosissime riserve degli anni settanta, erano tutti in avanzato stato di ebbrezza.

Nella sala degustazioni intanto il concertone della contessina Ugobalda volgeva finalmente al termine, e con esso le orribili torture cui tutti gli invitati erano stati costretti. Dopo 10 minuti di applausi estorti con minacce e ricatti, e ben quattro tragici bis non richiesti, gli studenti del Liceo Volta furono infine autorizzati a tornare a casa.

Fuggirono tutti il più velocemente possibile verso i cancelli che erano stati riaperti. Tutti tranne la morettina di seconda, che intenzionata a vendicarsi per le moleste subite da Ciccio Giuliacci andò ad avvisare la contessina Ugobalda di quanto stava accadendo nelle sue cantine.

La malvagia discendente del Buso reagì con immediata ferocia. Radunò una squadraccia di combattivi villici dall’aspetto inquietante. Essi erano in ordine crescente di cattiveria: Aldo Tempesta, Guido il Bastardo, Valerio Il Trucido, Fausto Mangiachiodi e Carlitos Spezzaclavicole. Alla testa del temibile manipolo si mise la contessina Ugobalda in persona.

Quando fecero irruzione nelle cantine si trovarono davanti un imbarazzante branco di deficienti subumani ridotti in uno stato pietoso.

Dino Francescato giaceva in coma etilico sotto al portellone semiaperto di una vasca di cemento da 100 ettolitri di vino rosso barbera. Il contenuto del massiccio tino sparso sul pavimento di tutta la cantina.

Mario Bonaldi stava lottando con un cestino per la carta pieno del suo vomito ed incollato al suolo da altre sospette secrezioni color marrone. La coda da cavallo si era sciolta ed ora i suoi lunghi capelli neri avvolgevano come una piovra la parte superiore del cestino mentre lui cercava disperatamente di sollevarsi sulle ginocchia ma senza riuscirci.

Giovanni Ligas si stava rotolando senza senso dentro a un lago di vomito ai piedi della vasca Francescato, credeva di essere Aleksandr Vladimirovič Popov alle finali dei 100 metri stile libero delle Olimpiadi di Barcellona del 1992.

Ciccio Giuliacci, completamente sbronzo, cercava disperatamente di accoppiarsi con un filtro a farina fossile con dischi orizzontali della ditta Della Toffola, che aveva incredibilmente scambiato per la morettina di seconda.

Il Capitano era collassato sopra ad un sacco pieno di tappi di sughero e parlava nel sonno.

Franco Sparapizze in preda a clamorose allucinazioni alcoliche si stava trascinando sulla gamba ancora sana prendendo a testate un bancale di bottiglie di vetro bordolesi vuote. Stava anche cantando bellicosi cori da stadio credendo di essere sugli spalti dello Praterstadion di Vienna in occasione della finale di coppa campioni del 1964 vinta dall’Internazionale contro il Real Madrid.

“Fateli a pezzi!” gracchiò la Contessina Ugobalda rivolgendosi ai suoi sgherri.

Quelli non aspettavano altro, e si avventarono come Lanzichenecchi assetati di sangue sul quel gruppo di indifesi imbecilli.

I sei giovani, dopo essere stati picchiati, umiliati pubblicamente e presi a calci nel culo per tutta la notte, furono tutti ricoverati all’alba nell’ospedale di Castel San Giovanni in prognosi riservata.

Furono dimessi soltanto alcune settimane dopo e costretti come atto riparatore ad assistere ai concerti della contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti ogni prima domenica del mese per i successivi ventisette anni.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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3 pensieri su “La festa della Vendemmia

  1. Allora un bel 10 alla contessina Ugobalda( che mi ricorda tanto la Uga di Fantozzi) per il suo sadismo! Io piuttosto che ascoltarla le avrei detto ” ammazzami lo preferisco”!
    Poi quei ragazzi sono talmente deficenti che li adoro!!! Mi hanno fatto morire dal ridere per quanto erano coglioni e poverini sono stati presi a calci ben bene! Però adorabili ed in quanto a coglionaggine mi hanno ricordato i miei amici delle superiori anche loro da raccattare con il cucchiaio quando bevevano!

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