La versione rubata

Il professore di lettere e latino Ilario Fioretti era precocemente rincoglionito, e benché non avesse ancora compiuto i quarant’anni, era già universalmente considerato un cretino totale.

Quel giorno aveva lasciato la propria borsa incustodita in classe durante la ricreazione, e gli studenti più scapestrati ne avevano immediatamente approfittato per scatenare su quel feticcio tutte le loro frustrazioni.

“Lanciamola fuori dalla finestra” propose Franco Sparapizze afferrando la borsa.

“No, no, aspetta, prima giochiamoci a calcio” suggerì Germano il Capitano colpendola con un sinistro potentissimo. Il manico si scucì restando in mano allo Sparapizze, mentre il resto della borsa si sfracellava con un tonfo sordo contro la parete dietro la cattedra.

“Guardiamo cosa c’è dentro” disse allora Ciccio Giuliacci avventandosi per primo sui resti della sporta di cuoio.

La borsa conteneva una copia sgualcita dell’ultimo numero del settimanale Seconda Mano, una custodia in pelle degli occhiali da lettura del professore, frantumatisi a seguito dell’urto tremendo, ed infine, sorpresa delle sorprese, le fotocopie della versione di latino per il compito in classe programmato per il giorno successivo.

Ciccio Giuliacci sollevò al cielo in preda ad una folle euforia il prezioso ritrovamento, mentre una piccola folla di compagni gli si avvicinava con la bava alla bocca, pregustando gli straordinari vantaggi che quella fortuita scoperta comportava.

Il testo in latino fu ricopiato a tempo di record da Gabriele Micheli e Franco Ernesti, mentre Rocco Bucolico, Mario Bonaldi e Steno Cremona riuscirono in qualche modo a riparare la borsa del professore e a sostituire gli occhiali disintegrati con un paio dalla montatura uguale, ma con lenti da miope.

Poi nel pomeriggio il compito fu tradotto da Maria Benedetti, la prima della classe, costretta a collaborare sotto ricatto. Sandro Burrasca era riuscito a rapire il gatto della Benedetti e minacciava di affogarlo in un fosso se la ragazza non avesse fatto quanto richiesto.

Ottenuta la traduzione della versione, ne furono preparate un congruo numero di fotocopie distribuite a quasi tutta la classe durante la prima ora del giorno dopo.

Rimasero senza soltanto Giovanni Ligas, che essendo un cacasotto da competizione aveva rifiutato di prendere la traduzione temendo di essere scoperto, e Barbara Monatti, assente il giorno precedente, ignara di tutto, ed esclusa perché stava sulle palle a quasi tutti i suoi compagni di classe.

Il compito si svolse regolarmente durante la terza ora, e tutti terminarono la traduzione ben prima della fine del tempo a disposizione. Dino Francescato, per evitare di insospettire il professor Fioretti, decise astutamente di inserire volontariamente qualche errore, giudicando inverosimile per sé stesso un compito perfetto e senza errori.

Il Fioretti si presentò dopo due giorni con i compiti già corretti. Fu un vero trionfo. Tutti avevano preso voti altissimi: 8 oppure 9. Tutti tranne tre studenti: Barbara Monatti che aveva preso 6, Giovanni Ligas che aveva preso 5 e Dino Francescato, che avendo esagerato con gli errori volontari era riuscito a prendere 4.

Mentre la gioia era ancora dipinta sui volti dei giovani, ed in particolare su quelli che in latino non avevano mai preso un voto superiore al 6, Fioretti iniziò a parlare.

“Il compito in classe è annullato” disse con calma teutonica e chiosando con un sorrisetto ironico e vagamente beffardo.

“Ma per chi mi avete preso? Per un cretino? Pensavate davvero che non mi sarei accorto che avete rubato il compito?”

Un silenzio imbarazzato scese su tutta la classe.

“Tu, ad esempio, che non sei nemmeno capace di coniugare rosa rosae, come pensavi di poter fare un compito senza errori e non essere scoperta?” chiese con malcelato disprezzo, additando Maria Catena Addolorata, una delle studentesse più scarse nelle sue materie e che in latino aveva la media del 4 periodico.

Maria Catena abbassò lo sguardo, avvampò per la vergogna, ma non disse nulla.

“E voi due Bonaldi e Giuliacci? Le vostre traduzioni sono identiche. Pensavate forse che avrei attribuito al caso questa straordinaria coincidenza? Vergognatevi!”

La reprimenda del Prof. Fioretti proseguì per altri 15 interminabili minuti, poi tutta la classe fu condannata ad una orribile punizione riparatoria, ispirata al più crudele contrappasso dantesco.

In occasione della festa di fine anno, furono tutti costretti a mettere in scena e a recitare in lingua originale la Medea, una tragedia latina di 1027 versi, divisa in cinque atti e scritta nel primo secolo d.C. da Lucio Anneo Seneca.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Vietata la riproduzione, Copyright ©2016 racconti-brevi.com

Annunci