C’era una volta in… Val Tidone

“Sei un coglione! Un fallito! Una merdosa testa di cazzo!!”

Lorenza era furibonda.

Gino invece se ne stava in silenzio, con la testa china sul bicchiere vuoto che stringeva nella mano.

“Non ho mai conosciuto un coglione più coglione di te!”

Lorenza era bella, aveva 23 anni e le tette grosse e folli occhi azzurri.

Gino aveva superato i quaranta da un pezzo, era disoccupato, ludopatico e grasso e piuttosto stronzo: passava gran parte delle sue inutili giornate a giocare a GTA 5 on line e a ubriacarsi.

“Brutto schifoso figlio di puttana, voglio che mi guardi quando ti parlo!”

Lui non la guardò, prese la bottiglia di Gutturnio frizzante di una famosa cantina dei colli piacentini e riempì nuovamente il bicchiere.

“E va bene, bevi brutta testa di cazzo! Continua pure a bere ubriacone di merda, tanto hai già mandato tutto a puttane!!

Lorenza era rabbiosa, ringhiava, digrignava i denti, sembrava una leonessa in gabbia, mentre Gino, già ubriaco, continuava a bere.

“Ti avevo chiaramente detto di rapire la figlia minorenne del farmacista, quella adolescente che va ancora a scuola, quella ancora vergine. E tu invece cosa fai? Chi rapisci?”

Gino taceva.

“Rapisci la vergine come ti avevo chiesto? No. Certo che no. Hai preso sua sorella, una famosissima troia succhia cazzi! Mi spieghi adesso cosa ce ne facciamo della troia succhia cazzi? Eppure ero stata chiara, ti ho spiegato cento volte che per il sacrificio a Satana ci serve una vergine. Ma tu no, o te ne sei sbattuto le palle, oppure eri ubriaco, oppure entrambe le cose. E cosa fai? Te ne torni a casa con la sorella succhia cazzi chiusa dentro al bagagliaio della macchina. Sei proprio un coglione!!”

Gino iniziava ad infastidirsi: le urla di Lorenza gli penetravano nella testa come coltelli, quella stridula, isterica, saettante e insopportabile voce lo stava lentamente portando alla pazzia.

La sua unica consolazione era la figlia del farmacista. Ora la teneva legata ad una sedia, imbavagliata, davanti a loro. Aveva un bel corpo e un bel paio di gambe lunghe. Portava una minigonna così corta che le si potevano vedere le mutandine rosa.

“Scommetto che hai rapito lei perché ti piace”, disse Lorenza.

“Non riesco a togliermela dalla testa” ammise Gino.

“E’ solo una troietta.”

“Questo è sicuro ma… ecco… vedi, il fatto è che… penso di essermi innamorato”.

“Innamorato? Ma di chi? Della troietta succhia cazzi? E cosa avrebbe di così speciale?”

Lorenza era sconcertata.

“Bhe, ecco… io penso sia per come bacia, e per quelle mutandine rosa, per quel modo che ha di fartele intravedere, lo trovo irresistibile” disse Gino, prima di ingollare un’altra copiosa sorsata di vino rosso frizzante.

La troietta intanto si dimenava sulla sedia cercando disperatamente di liberarsi, le si vedeva anche l’ombelico attraverso la camicetta strappata.

“Senti senti questo figlio di puttana. Non solo hai rapito la ragazza sbagliata, hai anche trovato il tempo per farci i porci comodi tuoi. Dopo averla baciata ti ha per caso anche fatto un pompino, brutto bastardo schifoso!?”

Gino abbassò nuovamente lo sguardo sul bicchiere.

“Non si tratta di questo, è che… è che sento del sentimento, tu non puoi capire ma… io… io la amo.”

Gino si era innamorato della figlia del farmacista, ed ora si era messo nei guai. Non sapeva perché gli fosse capitato né perché lo avesse confessato: quando beveva non aveva le idee molto chiare.

Lorenza lo guardava con disgusto, come si guarda una merda pestata in mezzo alla strada.

“E’ colpa della mia infanzia, niente amore, niente affetto. Ora sento il bisogno di rifarmi” aggiunse lui, come a cercare una giustificazione.

La figlia del farmacista era terrorizzata, i suoi occhi urlavano disperazione al posto della bocca imbavagliata.

Il volto di Lorenza allora si fece scuro, andò in cucina, prese un martello da un cassetto e tornò in soggiorno dove stavano gli altri due.

“Gli innamorati possono essere pericolosi” cominciò a dire alzando la voce in un crescendo assordante, “perdono il senso della realtà, cominciano a fare cazzate, sino a quando diventano psicotici. Possono persino ammazzare la gente. Lo sapevi sudicio vigliacco ributtante traditore figlio di troia?!”.

Gino ruttò, e la sua bocca si riempì del sapore del vomito.

Lorenza si mise ad urlare ancora più forte. Un urlo tremendo, lunghissimo, ed inquietante. Poi brandì in aria il martello e si lanciò all’attacco.

Cominciò a tempestare Gino di martellate. Martellate pesanti come macigni. Lo martellava a due mani.

Lui restò lì a farsi colpire. Lei lo picchiò ovunque, sopra gli occhi, sulla fronte, sulle labbra, sui denti: il sangue schizzava a fiotti sul pavimento, sulle pareti, sulla faccia crudele e indemoniata di Lorenza.

“Sei un bastardo, un brutto bastardo, bastardo, bastardo, bastardo ubriacone, ti odio!!”

Alla fine Gino crollò a terra con il cranio fracassato in una maschera di sangue e carne maciullata.

Charles Manson, così Lorenza aveva chiamato il suo feroce pitbull sanguinario, si avvicinò al corpo di Gino, gli girò attorno, gli annusò un po’ il sedere e poi tornò annoiato a sdraiarsi dentro la sua cuccia assemblata con ossa umane, trafugate da Lorenza nei cimiteri della zona.

Ormai stava per tramontare il sole sulla Val Tidone e nella casa di Lorenza, in cima alla collina, in uno di quei noiosi borghi della valle, era tornata la calma.

Lei andò in bagno per pulirsi la faccia dagli schizzi di sangue, Gino giaceva sul pavimento, la figlia del farmacista piangeva in silenzio, legata ad una sedia.

Charles Manson, il pitbull di Lorenza, stava sonnecchiando in attesa della passeggiata serale quando all’improvviso rizzò le orecchie, per poi cominciare a ringhiare in modo spaventoso rivolto alla porta.

Un attimo dopo due carabinieri della stazione di Borgonovo Val Tidone fecero irruzione nella casa ad armi spianate: delle pistole mitragliatrici Beretta PMX.

Avvenne tutto in pochi secondi.

Charles Manson si fiondò sul carabiniere più vicino azzannandolo ad un braccio con violenta ferocia: le sue mandibole assassine si strinsero sull’arto dell’uomo con la forza di una pressa meccanica. Il poveraccio iniziò ad urlare disperato mentre il pitbull spietatissimo gli stava staccando il braccio a morsi. Schizzi di sangue volavano in giro dappertutto mentre il collega con ancora in mano la pistola mitragliatrice Beretta PMX, paralizzato dal panico, non sapeva cosa fare.

Alla fine, un attimo prima che il cane amputasse un braccio al collega, fece partire un raffica che centrò in pieno Charles Manson facendogli scoppiare il cuore e metà della testa.

Ora il cane stava disteso stecchito sul pavimento in una pozza di sangue, ma anche il carabiniere era in condizione critiche. Oltre che dal braccio sbrindellato, perdeva molto sangue da una delle gambe colpite involontariamente dalle pallottole vaganti. Era caduto a terra e stava urlando dilaniato da dolori strazianti.

“Maledetti bastardi avete ammazzato il mio cane, luridi figli di puttana!” gridò Lorenza, così forte da coprire le urla del carabiniere a terra.

Quello ancora in piedi non ebbe il tempo di reagire.

Lorenza si avventò contro di lui pugnalandolo con un cacciavite: un solo preciso e letale fendente dentro all’occhio destro. Lo ammazzò sul colpo.

“Non spari più adesso verme schifoso? Vai a farti fottere all’inferno pezzo di merda!” inveì lei, mentre il cadavere del carabiniere si afflosciava sul pavimento.

Lorenza si guardò le mani insanguinate, poi afferrò il cacciavite e facendo forza con il piede sulla testa del morto lo estrasse dalla cavità oculare sfondata.

Ma non fece in tempo a voltarsi che una raffica di mitra le centrò il petto squarciando le sue belle grosse tette e perforandole entrambi i polmoni. Non riuscì nemmeno a gridare, il sangue cominciò a uscirle dalla bocca colando dalle labbra carnose lungo il mento ed il collo.

Il cuore della malvagia satanista si fermò per sempre in quella calda sera di tarda primavera, in cima alla collina, in uno di quei noiosi borghi della valle dove non succedeva mai niente.

Il carabiniere con il braccio sbranato e le gambe ferite dal fuoco amico era riuscito a trascinarsi sino alla sua mitragliatrice Beretta PMX e a sparare per l’ultima volta. Spirò prima che arrivassero i soccorsi.

Unica superstite la figlia del farmacista. La trovarono legata ad una sedia, imbavagliata, con la camicetta strappata e le mutandine rosa sotto la minigonna troppo corta. Ai suoi piedi c’era Gino, anche lui morto, con la faccia tumefatta e l’ultimo bicchiere di vino Gutturnio ancora in mano.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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