La professoressa sadica

Giovanni Ligas arrivò a scuola particolarmente provato.

Il giorno prima ci aveva dato dentro in modo pesante con i suoi compagni di sbronza abituali: Mario Bonaldi e Germano il Capitano. Il Gutturnio era passato a fiumi dalle bottiglie alle loro fauci fameliche.

Alla prima ora avevano lezione d’inglese. La professoressa Mary Zambon entrò in classe vestita in modo diverso. Non indossava il solito kilt scozzese da vecchia babbiona noiosa. No, quel giorno aveva addosso una conturbante tuta nera aderente in latex e calzava stivali in pelle con tacco 12. Aveva anche cambiato pettinatura optando per un caschetto sexy alla Valentina di Guido Crepax. Il rossetto scarlatto e le pupille stranamente dilatate le conferivano un’aria vagamente perversa.

“Bonaldi, Ligas e Germano, subito in presidenza!” sibilò la professoressa di inglese con voce severa.

I tre giovani piombarono nel panico, avviandosi in preda all’agitazione verso gli uffici della preside.

“Mi viene da vomitare” piagnucolò Ligas.

“Cosa cazzo abbiamo combinato questa volta?” si lamentò Bonaldi intercalando con un paio di bestemmioni.

Il Capitano iniziò a pregare, dopo essere impallidito sino a diventare bianco come il latte appena munto.

Quando arrivarono davanti alla presidenza trovarono la porta aperta, ma l’ufficio era vuoto e della preside nemmeno l’ombra.

“Entrate!” gracchiò la Gina, una orribile bidella obesa dai modi scorbutici.

I tre obbedirono, continuando ad interrogarsi sottovoce sulle ragioni della misteriosa convocazione.

Dopo circa dieci minuti di penosa attesa, nella stanza entrò la professoressa Zambon sui nuovi stivali in pelle tacco 12, chiudendosi la porta alle spalle e serrando la serratura con due mandate. Poi prese la chiave e la nascose tra i seni, divenuti anch’essi insolitamente prosperosi e sodi e con due grossi capezzoli turgidi mal celati sotto il latex aderente.

“Spogliatevi” disse la professoressa andandosi a sedere sulla scrivania della preside, proprio davanti a loro.

“Cosa?”

“Come?”

“Dice sul serio?”

I giovani studenti erano basiti ed increduli: era la prima volta che sentivano la Zambon parlare in italiano.

“Siete sordi oltre che stupidi? Vi ho ordinato di togliervi i vestiti!”

Sempre più disorientati i tre obbedirono, sino a restare in mutande.

La prof si avvicinò per passarli in rassegna.

“Toglietevi le mutande mezze seghe!”

Bonaldi eseguì l’ordine già mezzo barzotto. Ligas non oppose resistenza, ma si vergognava e aveva freddo e gli veniva da vomitare sempre più forte. Il Capitano rimase immobile impietrito, diventando rosso come il sangue.

La Zambon non si scompose, si avvicinò al Capitano e lo colpì con un gancio sinistro in pieno stomaco.

“E’ meglio che te le togli da solo quelle luride mutande, fin tanto che sei in grado di farlo usando le tue mani.”

Sopraffatto dalla paura, dalla vergogna e dall’umiliazione, anche il Capitano eseguì gli ordini, ed ora i tre adolescenti erano nudi come vermi davanti alla loro sadica professoressa d’inglese.

“Siete tre patetici stronzi, ed avete anche il cazzo piccolo” sentenziò ridacchiando la Zambon.

Ligas iniziò a piangere in silenzio, il Capitano, umiliatissimo, iniziò a tremare colpito da un attacco di epilessia, Bonaldi scorreggiò rumorosamente in segno di protesta.

“Sei un porco, un pervertito!” lo redarguì immediatamente la Zambon, e per far capire che non stava scherzando aprì la sua vecchia borsa di cartone dalla quale tirò fuori uno sfollagente della polizia. Si avvicinò per bene al Bonaldi e lo colpì sul ginocchio destro con forza inaudita. Il poveraccio crollò a terra bestemmiando con la rotula fratturata.

Poi, mentre lui si dimenava sul pavimento tenendosi in mano il ginocchio gonfio e dal colore bluastro, iniziò a prenderlo a calci intimandogli di mettersi sdraiato supino.

Bonaldi cercò di opporre una timida resistenza, ma le punte rinforzate con placche in titanio degli stivali in pelle tacco 12 della Zambon lo convinsero velocemente ad assecondare i desideri della sadica professoressa.

Quando fu perfettamente sdraiato ed immobile, la Zambon cominciò a calpestarlo camminandogli sopra il petto, la pancia ed i genitali.

Bonaldi sulle prime cercò stoicamente di non urlare, ma poi, quando uno dei tacchi 12 gli infilzarono il pene come uno spiedino tirò un grido che squarciò l’aria e fece tremare le pareti: poi svenne.

“Questa pratica BDSM si chiama trampling” spiegò la Zambon con fare professorale, avvicinandosi minacciosa a Ligas e al Capitano.

“Ma quel pippaiolo del vostro compagno non ha saputo resistere nemmeno pochi secondi” disse afferrando il Capitano per le palle.

“Pensi di poter fare di meglio?”

Il Capitano annuì terrorizzato

“Allora inginocchiati immediatamente!”

Lui obbedì trattenendo il fiato per la paura.

La malvagia professoressa armeggiò nuovamente nella sua borsa e ne tirò fuori un gigantesco fallo in silicone e di color cioccolata.

“Fammi vedere come succhi i cazzi frocetto!”

Il volto del Capitano si rigò di lacrime, poi con le mani tremolanti afferrò il fallo di silicone e se lo mise in bocca simulando maldestramente un’atroce fellatio.

La Zambon lo guardò con disprezzo, poi si rivolse al Ligas: “porgimi le tue mani schifose” gli ordinò, mentre dalla borsa estraeva una bacchetta di legno di Rattan.

Ligas offrì i palmi delle mani.

La Zambon scosse il capo in segno di diniego: “I dorsi” disse contraendo le labbra in un ghigno crudele.

Ligas girò le mani lentamente e tremando, lei cominciò a bacchettarlo con durezza.

Lui iniziò a singhiozzare mentre le mani si gonfiavano ed i dorsi presero a sanguinare.

“Questa punizione corporale si chiama caning” lo informò la Zambon, colpendo sempre più energicamente.

“Basta, la prego… basta” implorò Ligas contorcendosi per il dolore.

La professoressa ignorò le sue suppliche, gli girò dietro le spalle, e dopo avergli rifilato una fucilata nel culo con la punta rinforzata in titanio dello stivale tacco 12 della gamba destra, iniziò a bacchettarlo sulla schiena.

Non contenta, la sadica professoressa d’inglese prese ad alternare le vergate a dei feroci schiaffoni sulla faccia.

Dopo alcuni minuti di indicibile sofferenze, le listate iniziarono a diminuire di numero, lasciando posto ai soli schiaffoni.

Ligas iniziò allora ad udire delle voci lontane che lo chiamavano, insieme a confuse risate di scherno.

Le voci si fecero sempre più forti e vicine, le risate divennero quasi fragorose, ed infine uno schiaffone più forte dei precedenti lo riportò sulla terra costringendolo a svegliarsi.

La professoressa Zambon era in piedi davanti a lui, con il suo consueto kilt scozzese da vecchia e noiosa babbiona e lo guardava sgomenta. Senza aggiungere una parola gli allungò il compito in classe corretto.

Era solo un incubo, pensò Ligas sollevato, assicurandosi che i dorsi delle mani fossero perfettamente sani. Poi afferrò il compito e lo guardò, ripiombando nella più cupa disperazione: aveva preso un altro 4.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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La puttana di Satana

Emanuele Cagnacci, inquietante metallaro del quinto anno, pluriripetente ed aspirante satanista, quel mattino giunse a scuola in perfetto orario.

Era in programma, in aula magna, la festa di Natale organizzata dagli studenti del Liceo Volta di Borgonovo Val Tidone.

Ma mentre tutto il liceo si preparava a festeggiare la fine delle lezioni e le imminenti vacanze natalizie, il Cagnacci aveva progettato un festino alternativo negli scantinati del liceo.

Il Cagnacci, un tipo orribile con lunghi capelli neri e la faccia inespressiva, insieme ai suoi 3 seguaci abituali, tutti utilizzatori di droghe pesanti, era intenzionato ad inscenare una messa nera con rito di iniziazione sacrificale.

I suoi accoliti erano, in ordine di tossicodipendenza: Mino Spinelli, Gaetano Nasoni, Ciro Pera.

Vittima designata era Loretta Pruriti, una cannaiola del quarto anno, impegnata anche politicamente con i rossi del comunista Fausto Truzzone.

“Ripassiamo il piano un’ultima volta” disse Cagnacci, quando i quattro si ritrovarono nei cessi del piano terra per rivedere gli ultimi dettagli.

Ciro Pera iniziò a ripetere meccanicamente: “Allora capo, io e Spinelli andiamo a cercare la troia, e la convinciamo a seguirci nei cessi con la promessa di un dose di speedball

“Quando arriva qui dentro, prima la imbavagliamo con la ball gag, poi la infiliamo nel sacco nero della spazzatura e la trasciniamo in cantina senza farci notare” aggiunse Gaetano Nasoni, preparandosi una pista di cocaina sulla mensola di vetro di un vecchio specchio malandato appeso alla parete.

La Pruriti era stata scelta per le sue fattezze fisiche minute, che la rendevano una facile preda, e soprattutto per la fama di ragazza facile che si era meritatamente guadagnata cambiando in media un fidanzato ogni 10 giorni negli ultimi due anni.

In tutto era già stata con ben 40 diversi ragazzi del liceo, compresi nerd, pivelli del primo anno, e persino Dino Francescato primatista di due di picche e secondo in questa triste classifica al solo Giovanni Ligas.

“Molto bene” annuì il Cagnacci, “le faremo vedere chi comanda. Io vi aspetterò in cantina, nella sala caldaie, dove ho allestito l’altarino per il rito” aggiunse grattandosi sotto le ascelle pelose.

Nell’aula magna del liceo, intanto, era iniziato l’assembramento delle classi in seduta plenaria.

Il programma della festa prevedeva l’esibizione canora di diversi studenti e gruppi musicali, con un palinsesto che spaziava attraverso tutti i generi musicali, compreso un micidiale concerto lirico della contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti, rappresentante degli studenti cattolici in seno al consiglio d’istituto e discendente diretta di Pier Maria Scotti detto il Buso.

Per rendere la festa memorabile, Ciccio Giuliacci, Mario Bonaldi e Franco Sparapizze si erano procurati quattro damigiane di ottimo vino piacentino: due di Gutturnio e due di Malvasia.

Per una tragica coincidenza, essendo severamente vietato introdurre alcolici a scuola, avevano deciso di occultare le damigiane proprio nei cessi del piano terra, da dove intendevano dar vita ad uno spaccio americano stile anni 30.

Alle 8:30 in punto, si ritrovarono insieme nello stesso bagno i tre satanisti drogati con la loro ignara preda, e i tre alcolizzati. Questi ultimi, capeggiati da Franco Sparapizze, per l’occasione travestito da gangster americano, erano accompagnati da Giovanni Ligas, Steno Cremona e Dino Francescato, tutti desiderosi di farsi un bicchierino.

“Che cazzo succede qui, cosa ci fate in questo cesso?” protestò immediatamente Ciro Pera, il secondo in gerarchia dopo Cagnacci.

“Non sono affari vostri, non avete mica l’esclusiva sull’uso dei cessi” ringhiò lo Sparapizze, che a quell’ora aveva già bevuto parecchio e credeva di essere Robert De Niro nel capolavoro di Sergio Leone “C’era una volta in America”

Percependo la tensione che si poteva fare a fette con un coltello, Giovanni Ligas si accucciò in posizione defilata cominciando a filmare tutto con la sua videocamera VHS.

Dino Francescato, appena vide la Loretta Pruriti fu preso dal panico e fuggì a gambe levate senza dire una parola.

“Ora ve ne dovete andare, qui abbiamo cose serie da fare” sentenziò con fare minaccioso Mino Spinelli.

“Non hai nessun diritto di mandarci via, credi che sia facile stare la fuori? Se vogliamo restare qui non puoi farci niente, piuttosto invitaci a partecipare” suggerì Ciccio Giuliacci, immaginando che lo Spinelli alludesse ad un droga party.

Mario Bonaldi si attaccò ad una damigiana di Gutturnio cominciando a bere a più non posso.

Zeno Cremona iniziò a rollare una sigaretta lanciando occhiatine maliziose a Loretta Pruriti.

“Va bene andiamo via noi” disse allora Ciro Pera avvicinandosi a Franco Sparapizze. I due si conoscevano bene, erano spesso compagni di bevute nei fumosi locali dal pavimento appiccicoso del Midnight Pub di Milano, dove tutto puzzava di birra scadente, vomito e trasgressione.

“Dateci una mano ad infilare la ragazza in questo sacco del rudo e spariamo in un minuto”

Franco Sparapizze annuì immediatamente, e una luce malvagia gli balenò tra gli occhi.

“Avanti, immobilizzate la troia” ordinò allora il Pera, rivolgendosi ai suoi sodali, mentre Sparapizze si appostava davanti alla porta dei cessi per impedire che altri potessero entrare oppure uscire.

Gaetano Nasoni e Mino Spinelli si avventarono come iene affamate sulla giovane ragazza.

Ma sfortunatamente per loro, Loretta Pruriti non era per nulla remissiva, e ancor meno indifesa. Al contrario, era cintura nera 1° DAN di karate e con un paio di mosse tremende mise fuori combattimento Nasoni, Spinelli e Pera, che si era avvicinato per imbavagliarla con la ball gag.

Già che ci aveva preso gusto, rifilò anche un paio di calci micidiali in piena faccia a Franco Sparapizze e Ciccio Giuliacci.

Zeno Cremona e Giovanni Ligas si salvarono fuggendo dalla finestra, mentre Mario Bonaldi, incurante di quanto accadeva intorno a lui, continuò a darci dentro con le damigiane di Gutturnio.

“Allora stronzetto, chi sarebbe la troia?” chiese la Pruriti afferrando il Pera da un orecchio e sollevando da terra.

“Lasciami! Mi fai male! Ti prego lasciami l’orecchio”

“Dimmi dove si nasconde il tuo capo o te lo stacco, stronzone!”

Il Pera non disse nulla, stringendo i denti nel tentativo vano di sopportare l’atroce dolore.

“Parla o te lo strappo a morsi” aggiunse lei, torcendogli il padiglione auricolare con forza.

Il Pera, che non era un duro, a quel punto crollò confessando tutto.

Lui, Nasone, Spinelli, Giuliacci e Sparapizze, sotto minaccia di evirazione, furono costretti a tornare a casa completamente nudi, al freddo di dicembre e correndo senza mai voltarsi.

Cagnacci fu invece sorpreso dalla sadica Pruriti negli scantinati del liceo, mentre stava spolverando un teschio di capra, circondato da candele nere, croci rovesciate e libri di Aleister Crowley.

Il poveraccio fu riempito di botte, sottomesso, imbavagliato con la ball gag e costretto a sfilare in mutande in aula magna come pony boy, con una scopa infilata nel culo e con al collo un grosso cartello con sopra scritto in caratteri cubitali: “sono la puttana di Satana.”

Mario Bonaldi si addormentò nei cessi del piano terra dopo aver bevuto due damigiane da 54 litri di Gutturnio ed una di Malvasia e si perse il clamoroso spettacolo conclusosi in un crescendo di applausi e ovazioni con la Loretta Pruriti che usciva in trionfo cavalcando il Cagnacci come un mulo da soma.

Da quel giorno e dopo quella umiliazione pubblica senza precedenti, Emanuele Cagnacci perse qualsiasi interesse per il satanismo, si innamorò perdutamente di Loretta Pruriti e accettò di divenirne il suo schiavo per sempre.

 

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La versione rubata

Il professore di lettere e latino Ilario Fioretti era precocemente rincoglionito, e benché non avesse ancora compiuto i quarant’anni, era già universalmente considerato un cretino totale.

Quel giorno aveva lasciato la propria borsa incustodita in classe durante la ricreazione, e gli studenti più scapestrati ne avevano immediatamente approfittato per scatenare su quel feticcio tutte le loro frustrazioni.

“Lanciamola fuori dalla finestra” propose Franco Sparapizze afferrando la borsa.

“No, no, aspetta, prima giochiamoci a calcio” suggerì Germano il Capitano colpendola con un sinistro potentissimo. Il manico si scucì restando in mano allo Sparapizze, mentre il resto della borsa si sfracellava con un tonfo sordo contro la parete dietro la cattedra.

“Guardiamo cosa c’è dentro” disse allora Ciccio Giuliacci avventandosi per primo sui resti della sporta di cuoio.

La borsa conteneva una copia sgualcita dell’ultimo numero del settimanale Seconda Mano, una custodia in pelle degli occhiali da lettura del professore, frantumatisi a seguito dell’urto tremendo, ed infine, sorpresa delle sorprese, le fotocopie della versione di latino per il compito in classe programmato per il giorno successivo.

Ciccio Giuliacci sollevò al cielo in preda ad una folle euforia il prezioso ritrovamento, mentre una piccola folla di compagni gli si avvicinava con la bava alla bocca, pregustando gli straordinari vantaggi che quella fortuita scoperta comportava.

Il testo in latino fu ricopiato a tempo di record da Gabriele Micheli e Franco Ernesti, mentre Rocco Bucolico, Mario Bonaldi e Steno Cremona riuscirono in qualche modo a riparare la borsa del professore e a sostituire gli occhiali disintegrati con un paio dalla montatura uguale, ma con lenti da miope.

Poi nel pomeriggio il compito fu tradotto da Maria Benedetti, la prima della classe, costretta a collaborare sotto ricatto. Sandro Burrasca era riuscito a rapire il gatto della Benedetti e minacciava di affogarlo in un fosso se la ragazza non avesse fatto quanto richiesto.

Ottenuta la traduzione della versione, ne furono preparate un congruo numero di fotocopie distribuite a quasi tutta la classe durante la prima ora del giorno dopo.

Rimasero senza soltanto Giovanni Ligas, che essendo un cacasotto da competizione aveva rifiutato di prendere la traduzione temendo di essere scoperto, e Barbara Monatti, assente il giorno precedente, ignara di tutto, ed esclusa perché stava sulle palle a quasi tutti i suoi compagni di classe.

Il compito si svolse regolarmente durante la terza ora, e tutti terminarono la traduzione ben prima della fine del tempo a disposizione. Dino Francescato, per evitare di insospettire il professor Fioretti, decise astutamente di inserire volontariamente qualche errore, giudicando inverosimile per sé stesso un compito perfetto e senza errori.

Il Fioretti si presentò dopo due giorni con i compiti già corretti. Fu un vero trionfo. Tutti avevano preso voti altissimi: 8 oppure 9. Tutti tranne tre studenti: Barbara Monatti che aveva preso 6, Giovanni Ligas che aveva preso 5 e Dino Francescato, che avendo esagerato con gli errori volontari era riuscito a prendere 4.

Mentre la gioia era ancora dipinta sui volti dei giovani, ed in particolare su quelli che in latino non avevano mai preso un voto superiore al 6, Fioretti iniziò a parlare.

“Il compito in classe è annullato” disse con calma teutonica e chiosando con un sorrisetto ironico e vagamente beffardo.

“Ma per chi mi avete preso? Per un cretino? Pensavate davvero che non mi sarei accorto che avete rubato il compito?”

Un silenzio imbarazzato scese su tutta la classe.

“Tu, ad esempio, che non sei nemmeno capace di coniugare rosa rosae, come pensavi di poter fare un compito senza errori e non essere scoperta?” chiese con malcelato disprezzo, additando Maria Catena Addolorata, una delle studentesse più scarse nelle sue materie e che in latino aveva la media del 4 periodico.

Maria Catena abbassò lo sguardo, avvampò per la vergogna, ma non disse nulla.

“E voi due Bonaldi e Giuliacci? Le vostre traduzioni sono identiche. Pensavate forse che avrei attribuito al caso questa straordinaria coincidenza? Vergognatevi!”

La reprimenda del Prof. Fioretti proseguì per altri 15 interminabili minuti, poi tutta la classe fu condannata ad una orribile punizione riparatoria, ispirata al più crudele contrappasso dantesco.

In occasione della festa di fine anno, furono tutti costretti a mettere in scena e a recitare in lingua originale la Medea, una tragedia latina di 1027 versi, divisa in cinque atti e scritta nel primo secolo d.C. da Lucio Anneo Seneca.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Il professore di Matematica e Fisica

Il professore di matematica Crudelio Camalli era una sadica ed implacabile canaglia.

Gli studenti dei primi banchi lo temevano per l’atroce alito pestilenziale.

Gli studenti meno preparati lo temevano per la spietata severità di giudizio.

Giovanni Ligas, che in matematica e fisica era una vera capra, ne era terrorizzato per entrambi i motivi.

Quella fredda mattina di fine novembre, il Camalli entrò in classe di buon umore.

Appena si fu seduto alla cattedra, masticando rumorosamente una gomma americana, comunicò ridacchiando compiaciuto e con voce greve il programma della giornata.

“Oggi interrogazione a sorpresa”

A questo fatale annuncio si ebbero tre svenimenti, un patetico tentativo di arresto cardiaco simulato, inscenato da Dino Francescato, ed un imbarazzante attacco di colite fulminante.

Ne fu vittima Dario Sella, subito allontanato dalla classe tra lo scherno generale dopo che si era orribilmente cagato addosso.

“Bene, procederemo al solito sorteggione per stabilire chi interrogare” ridacchiò sempre più soddisfatto il Camalli, mentre un silenzio tombale calava sulla classe.

I più scaramantici si affidarono subito a gesti propiziatori al fine di scampare l’incombente pericolo: alcuni afferrarono le parti metalliche di banchi e sedie, altri estrassero dalle tasche corni napoletani, ferri di cavallo e persino amuleti africani.

I più spudorati si infilarono entrambe le mani nelle mutande afferrandosi i coglioni platealmente.

Sandra Pizzo, decisamente sovrappeso ed innamorata senza essere corrisposta del suo compagno di banco Mario Bonaldi, approfittò clamorosamente della situazione per cercare di allungare le mani verso il basso ventre del giovane, già completamente sopraffatto dal panico a causa dei precedenti sorteggi, che per sette volte consecutive lo avevano visto uscire come primo degli interrogati.

I più religiosi si affidarono alla Madonna o al proprio Santo protettore.

Il disumano metodo utilizzato dal Camalli per stabilire i nomi dei disgraziati, consisteva nell’aprire il librone di matematica a caso, leggere il numero della pagina destra e poi applicare un sofisticatissimo algoritmo che gli avrebbe permesso di arrivare ad un numero finito da 1 a 27. Ad ogni numero corrispondeva il nome di uno studente sul registro di classe, ovviamente l’ordine era alfabetico. Mario Bonaldi era il numero 3, subito dopo Pier Sergio Antellano e Rocco Bucolico.

Dopo alcuni interminabili secondi, il Camalli finalmente aprì il libro.

“Pagina 437” disse con voce carica di pathos.

La classe trattenne il fiato e lui iniziò i calcoli:

“Radice quadrata di 437 moltiplicato per l’anno di nascita di mia nonna, diviso il Pil del Congo nel 1969 sommato alla derivata di una funzione in un punto il cui valore del coefficiente angolare della retta tangente alla curva medesima è la tangente trigonometrica dell’angolo formato dalla tangente stessa con il numero di scarpe di mia sorella sottratto al coseno di uno dei due angoli interni adiacenti all’ipotenusa di un triangolo rettangolo diviso per il numero dei miei capelli nel giorno del solstizio di primavera del 1972…  il che dà come risultato…”

Durante il complicato calcolo altri due studenti incapaci di reggere la tensione svennero all’indietro. Ciccio Giuliacci e Franco Sparapizze iniziarono a sudare in maniera imbarazzante, mentre Marino Fabrizi detto Peto era pericolosamente dilaniato da dolori all’addome e Germano il Capitano stava recitando il Salve Regina in latino e ad alta voce.

“Il risultato è….”

Il sadico professor Camalli stava artificiosamente prolungando l’attesa per godersi i volti imbruttiti dalla paura dei suoi malcapitati studenti.

“Il risultato è tre!” disse alla fine con fare fastidiosamente teatrale.

Mentre chi aveva scampato l’insidia tirò un sospiro di sollievo, Mario Bonaldi, sorteggiato per l’ottava volta consecutiva, lanciò un orrendo bestemmione che squarciò l’aria come una bomba, anche perché nello stesso momento la Sandra Pizzo era riuscita ad afferragli le palle provocandogli un dolore lancinante.

“Dai Bonaldi, vieni alla lavagna ha ha ha”

Bonaldi sfigurato dalla rabbia raggiunse la posizione.

Il malvagio Camalli attaccò con un paio di domande di teoria, alle quali il Bonaldi rispose in modo approssimativo, poi affondò il colpo dettando una mostruosa equazione che mandò in crisi lo sventurato.

“Ma dai Bonaldi, ma hai studiato? Ma dai, questa equazione la può risolvere anche mio zio ah ah ah”

Il supplizio del povero Mario proseguì ancora diversi minuti, poi all’ennesima insopportabile domanda accadde l’imponderabile.

“Dai Bonaldi, fammi un esempio di collisione perfettamente anelastica ah ah ah”

Bonaldi si diresse allora lentamente verso il suo banco, con sguardo fisso nel vuoto si fermò proprio davanti alla Sandra Pizzo che lo guardava con occhi pieni d’amore.

“Puttana! Sei una puttana!” gridò in preda alla più cieca follia.

Poi le tirò una testata tremenda in piena faccia, spaccandole il naso e rompendole due incisivi ed il labbro superiore.

Sandra Pizzo fu portata all’ospedale in una maschera di sangue.

Mario Bonaldi fu trascinato in presidenza dopo essere stato legato con una camicia di forza.

Lo lasciarono tornare a casa soltanto dopo quattro settimane, sette esorcismi ed un pellegrinaggio in processione alla Madonna della quercia sul Colle dei Frati vicino a Bettola.

 

 

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Elezioni del Consiglio d’Istituto del Liceo Volta

Giovanni Ligas arrivò in classe con gli occhi color grigio topo che brillavano d’eccitazione da dietro le spesse lenti da cieco.

Quella mattina era in programma il megadibattito definitivo per la chiusura della campagna elettorale per l’elezione della componente studentesca nel Consiglio d’Istituto del Liceo Volta.

L’attesissimo evento per il Ligas garantiva nell’ordine:

  • Mezza giornata di cazzeggio totale
  • Il rinvio di interrogazioni e compiti in classe precedentemente fissati per quella stessa data
  • La possibilità di realizzare nuovi e compromettenti e pruriginosi filmati catturando con la cinepresa VHS i momenti più imbarazzanti della giornata.

“Quest’anno riuscirò a filmare le mutandine della Romualda” dichiarò Ligas con un ghigno perverso disegnato sul volto.

La Romualda era una dissoluta studentessa del quinto anno, indossatrice abituale di minigonne inguinali, e sogno erotico ricorrente per guardoni, maniaci sessuali e segaioli del primo anno.

“Non dire cazzate! Lo sanno tutti che quella troia non porta le mutande” sentenziò Ciccio Giuliacci con assoluta sicurezza.

“Magari tu ci riuscissi” commentò Mario Bonaldi con un filo di voce lontanamente ingrifata.

“E come pensi di fare?” si interessò Andreas Germano detto il Capitano fingendo indifferenza.

“Mi apposterò un paio di gradinate sotto la sua”

“E sei lei si accorge che la stai filmando?” obiettò Dino Francescato, mentre con la mente stava già immaginando di affondare la faccia tra le cosce della Romualda.

“Se si accorge allargherà le gambe per farsi filmare meglio” affermò Giuliacci con sicumera ancora maggiore.

A quel pensiero gli occhi languidi e sognanti di Bonaldi, Francescato e Ligas si incrociarono in un silenzio imbarazzato e carico di aspettative.

“Basta farsi le seghe frocetti” intervenne Franco Sparapizze, “oggi andiamo in guerra” aggiunse.

Lui, Giuliacci e Bonaldi erano stati reclutati tra i supporters della lista di estrema destra “Compagnia dell’anello” presentata da alcuni esponenti locali del Fronte della Gioventù, con la promessa di essere accolti tra gli ultras interisti nella curva Nord di San Siro a Milano. Per essere giudicati degni di tale sacra iniziazione però, dovevano prima dimostrare di essere dei veri hooligan, supportando con ogni mezzo i candidati della “Compagnia dell’anello” durante il megadibattito definitivo di quella mattina.

“Controlliamo le attrezzature” ordinò Sparapizze, che per l’indole manesca ed il piglio decisionista era stato nominato a capo del piccolo manipolo.

Bonaldi aprì lo zaino ed estrasse con orgoglio il suo equipaggiamento:

  • un tirapugni in ferro borchiato con l’effige del Duce
  • elmo di lamiera in stile vichingo
  • due bottiglioni da 1,5 litri di Gutturnio frizzante
  • ginocchiere da pallavolista professionista
  • paradenti da boxer
  • una stella rotante da ninja giapponese.

“Ora tocca a me” disse Ciccio Giuliacci mostrando il suo armamentario:

  • un pentolone in ghisa pesantissimo riadattato ad elmo da combattimento
  • una coppia di Nunchaku modello Bruce Lee
  • un bottiglione in plastica ripugnante pieno di piscio
  • una scatola di gavettoni da riempire con il contenuto del bottiglione
  • un coltellino svizzero
  • dieci biglie di ferro
  • una fionda in acciaio inox
  • nastro adesivo
  • una sparachiodi elettrica
  • un sacchettone di chiodi da 8 cm.

Franco Sparapizze osservò con fare compiaciuto le armi preparate dai suoi sottoposti, poi mentre un lampo di follia gli balenava tra gli occhi, si decise a rivelare le sue dotazioni:

  • un manganello in legno stagionato e durissimo
  • un coltello a serramanico vietatissimo
  • dello spray urticante al peperoncino
  • dodici lattine di birra
  • sei petardi di categoria 4
  • una catapulta portatile
  • una bomba a mano residuato bellico della seconda guerra mondiale
  • e per finire l’arma più micidiale, due buste di plastica trasparenti richiudibili imbottite di merda umana di produzione propria.

Recuperato l’equipaggiamento gli studenti si avviarono con il resto della classe verso l’aula magna dove era in programma il dibattito. La disposizione dei posti era libera, e di conseguenza gli studenti più politicizzati presero posizione secondo le proprie ideologie.

Bonaldi, Sparapizze, Giuliacci e Marino Fabrizi detto Peto presero posto nel settore di estrema destra insieme agli studenti del Fronte della Gioventù.

Gabriele Micheli, Franco Ernesti, Dino Francescato e Pino Insegna si appostarono tra gli studenti comunisti e dell’estrema sinistra.

Efrem Geremia, Jonny Tristezza, Zeno Cremona, Germano il Capitano e Giovanni Ligas si posizionarono al centro dove erano riservati i posti destinati agli ignavi, ai fancazzisti privi di opinione politica, ed infine, anche se solo in minima parte, ai militanti cattolici di Comunione e Liberazione.

Questi ultimi erano tutti equipaggiati con santini di Padre Pio, rosari in legno a grani grossi, cilicio e flagello per autoinfliggersi penitenze corporali.

Tra i supporters di CL figuravano Maria Benedetti detta Suor Cosetta per l’umile portamento e la fede radicale, Mara Coppe, famosa per le grosse tette e la passione per le motociclette, Alessandro Bianchi capo animatore dell’oratorio di Castel San Giovanni, e persino, anche se solo segretamente, Andreas Germano il Capitano.

La stragrande maggioranza degli studenti era comunque da annoverare tra gli ignavi ed i fancazzisti, e tra questi figurava anche la Romualda, come sempre in minigonna.

Giovanni Ligas si era quindi seduto come programmato qualche fila più in basso, in posizione strategica, da dove avrebbe filmato il dibattito, le opposte tifoserie sulle ali estreme dell’aula, e, soprattutto, le gambe della Romualda.

Oltre alla “Compagnia dell’anello” si erano presentate altre due liste: “Esproprio Proletario” per le sinistre e “Preghiera ed amicizia” per Comunione e liberazione.

Per ogni lista vi erano tre candidati ed il sistema elettorale per assegnare i tre seggi in Consiglio d’Istituto riservati agli studenti era il proporzionale puro con ripartizione dei seggi secondo il metodo D’Hondt con voto di preferenza.

Questi erano i nove candidati suddivisi per liste.

Compagnia dell’anello

  • Capolista: Benito Italo Maria Farinetti, segretario locale del Fronte della Gioventù, capitano della squadra di rugby Lyons di Piacenza, alto un metro e novanta per 130 kg di muscoli e cattiveria.
  • Picchio Faina, conosciuto da tutti per l’abitudine di indossare sempre camice nere.
  • Arianna Aida Monti, bella e crudele, esperta di arti marziali, combattimenti corpo a corpo ed armi da taglio.

Preghiera ed Amicizia

  • Capolista: Contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti, discendente del Conte Buso, spietatissima e aspirante cantante lirica.
  • Celestino Astinenza, cattolicissimo, intransigente, super-conservatore.
  • Angela Speranza, soprannominata Vergine di Ferro, timorata di Dio, capo scout e giovane consigliere comunale di Castel San Giovanni per la Democrazia Cristiana.

Esproprio Proletario

  • Capolista: Fausto Truzzone, capo dei giovani comunisti, attivista del Centro Sociale Belfagor di Piacenza, cannaiolo abituale e aspirante brigatista rosso.
  • Clorinda Strozzabue, una carogna ferocissima, grossa come un armadio a due ante, con la sesta di seno, i peli sul petto, un sigaro cubano sempre in bocca, ed una rotaia arrotolata infilata nel naso a guisa d’orecchino.
  • Ancilla Gina Saffo, bellissima e sensuale, lesbicona dichiarata, presidente del gruppo giovani donne dell’Arcigay di Piacenza.

Il regolamento del dibattito prevedeva un intervento di apertura per ciascuna lista della durata di quindici minuti, e successivamente 2 giri da 5 minuti ciascuno per le repliche.

Un meschino sorteggione pilotato dal Professor Palmiro Perdenti, che parteggiava spudoratamente per le sinistre, aveva stabilito che parlassero nell’ordine: “Esproprio Proletario” “Preghiera ed Amicizia” “Compagnia dell’anello”.

Si trattava di una subdola manovra orchestrata per favorire la sinistra, perché notoriamente dopo i primi cinque minuti dall’inizio del dibattito, la stragrande maggioranza degli studenti composta di ignavi e fancazzisti avrebbe smesso di ascoltare gli oratori per dedicarsi a qualsiasi altro tipo di attività, più o meno ludica.

Nei settori della destra si sollevarono vivaci proteste.

Ciccio Giuliacci, Franco Sparapizze e Mario Bonaldi cominciarono a bere birra per prepararsi alla battaglia.

Per massimizzare il vantaggio, con una mossa astutissima, Fausto Truzzone aveva incaricato Ancilla Gina Saffo di parlare per prima esponendo il programma della loro lista.  La Saffo infatti, per quanto lesbica, era pur sempre una gran gnocca da competizione, ed appena si alzò per parlare, ottenne l’immediata attenzione di tutto il pubblico maschile. I più vicini, seduti nelle prime file, la guardavano imbambolati a bocca aperta con occhi da pesce lesso, ed i più preoccupati sessualmente iniziarono anche a sbavare.

Giovanni Ligas, da due anni innamorato della Saffo, era in estasi mistica, incredulo di avere una così strepitosa occasione per filmare con primi piani ginecologici ogni centimetro della bella candidata dalle labbra carnose e seducenti, e senza rischiare pericolose rappresaglie protetto dal sacrosanto diritto di cronaca.

L’intervento della Saffo ottenne un incredibile successo. Il programma in tre semplici punti ottenne applausi e consensi in un crescendo clamoroso.

La prima proposta di installare distributori di profilattici nei bagni fu accompagnata da applausi ed acclamazioni.

La seconda proposta di introdurre due giorni di autogestione ogni tre settimane fu accolta da applausi prolungati, standing ovation ed acclamazioni vivissime.

La terza proposta di introdurre lezioni di educazione sessuale autogestite per l’amore lesbico, comprensive di videoproiezioni dimostrative, scatenò incontenibili ovazioni con cori da stadio, ola, dieci minuti di applausi, ed eiaculazioni precoci ai pesci lessi imbambolati delle prime file.

A quel punto, per le altre liste, le cose si erano già messe decisamente molto male.

Alcuni attivisti di CL iniziarono allora ad autoflagellarsi pubblicamente per protesta, mentre i più moderati recitavano un rosarione collettivo ad alta voce guidati dal Capitano in modalità religiosa.

Ad un cenno bellicoso di Benito Italo Maria Farinetti, le frange dell’estrema destra passarono invece ad azioni ben più incisive.

Il più veloce fu Ciccio Giuliacci. Impugnata la fionda in acciaio inox, cominciò a lanciare le biglie di ferro verso gli oratori di “Esproprio Proletario.” A causa delle ingombranti dimensioni, la Clorinda Strozzabue fu colpita più volte, ma senza riportare danni, grazie alla protezione airbag garantita del gigantesco seno taglia sesta. Soltanto una biglia deviata dalla rotaia infilata nel naso provocò qualche effetto, andando ad urtare la nuca di Dino Francescato seduto in prima fila, che svenne in avanti privo di sensi.

Franco Sparapizze, posizionata la catapulta portatile, iniziò a bombardare le postazioni nemiche con l’artiglieria pesante: i sei petardi di categoria 4 esplosero con fragore seminando il panico.

Mario Bonaldi stappò i bottiglioni di Gutturnio frizzante e cominciò a bere a garganella.

La reazione dei rossi fu immediata. Fausto Truzzone ordinò ai suoi seguaci di improvvisare delle barricate con tavoli, sedie, zaini, e persino corpi umani, issando sulle fortificazioni i poveracci che colpiti dai petardi o dalle biglie di ferro erano già crollati a terra privi dei sensi.

Contemporaneamente alcuni attivisti dei centri sociali che si erano addestrati alle tecniche militari presso il centro sociale Leoncavallo di Milano, attaccarono le destre con un assalto all’arma bianca. A guidare la carica Clorinda Strozzabue.  Erano tutti equipaggiati con spranghe, chiavi inglesi o catene.

I candidati di “Preghiera ed amicizia” furono travolti e si ritirarono sgomenti. La contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti era inviperita, perché a causa della concitazione del momento si era rotta un’unghia. Riuscì comunque a raggiungere un’uscita di sicurezza meditando propositi di vendetta.

Il gruppo Strozzabue proseguì la sua avanzata sino ad entrare in contatto fisico con i candidati della “Compagnia dell’anello.” Questi ultimi non avevano ancora avuto modo di mostrare le loro capacità oratorie, adesso potevano in compenso dare sfoggio delle proprie capacità di combattimento, e quindi ne seguì una rissa violentissima.

Nel settore delle destre, intanto, Ciccio Giuliacci dopo aver esaurito le biglie di ferro abbandonò la fionda per impugnare la pistola sparachiodi e mitragliare i comunisti. Fece una stage colpendo nell’ordine: il professor Perdenti alla mano sinistra, Franco Ernesti alla gamba destra, tre studentesse rosse alla schiena e per ultimo, in piena fronte, Dino Francescato, che si era appena ripreso dal precedente svenimento. Tutti i feriti si accasciarono a terra sanguinanti fra atroci lamenti.

Mario Bonaldi continuava a bere Gutturnio frizzante.

Dalla parte dei comunisti non rimasero certo a guardare, alcuni cominciarono a lanciare mattoni e sampietrini che si erano portati da casa, mentre i più ingegnosi come Gabriele Micheli e Pino Insegna stavano costruendo delle rudimentali bombe carta.

Il primo a terminare l’ordigno fu il Micheli, e stava per lanciarlo contro le destre quando fu raggiunto da un Dino Francescato inferocito e con un chiodo conficcato nella testa.

“Voglio lanciare io” urlò con impeto carico d’odio e desideroso di vendicarsi.

Francescato afferrò quindi la bomba e si piegò all’indietro per effettuare il lancio, ma il Micheli aveva sbagliato a calcolare la lunghezza della miccia e l’ordigno gli scoppiò in mano maciullandogli le falangi.

La bomba preparata da Pino Insegna non ebbe maggior fortuna. La lunghezza della miccia era giusta, ma a risultare troppo corta fu la gittata del lancio. L’esplosivo esaurì precocemente la sua parabola schiantandosi sulla Romualda, che si era accucciata in un angolo per proteggersi dagli scontri. A causa dello scoppio rotolò a terra svenuta e con le gambe divaricate.

Ligas si fiondò come un avvoltoio sul corpo esanime della ragazza, ed approfittò della situazione per filmarla sotto la gonna.

Ancilla Gina Saffo assistette da vicino a tutta la scena. Già in precedenza irritata dalle riprese effettuate dal Ligas con la VHS, fu ulteriormente nauseata da quell’ignobile comportamento.

“Sei uno schifoso porco pervertito!” lo accusò con disprezzo.

Ligas avvampò per la vergogna e l’imbarazzo, poi lei gli sparò un calcio micidiale nelle palle e lui assunse un colore bianco cadaverico, prima di svenire all’indietro, dopo aver squarciato l’aria con un disumano urlo di dolore.

Ai piedi del settore della destra continuava la terrificante rissa tra il gruppo Strozzabue ed i candidati della “Compagnia dell’anello.” Picchio Faina era stato il primo a cadere, preso a sprangate dai rossi stava rantolando a terra con la testa sfondata. Arianna Aida Monti e Benito Italo Maria Farinetti, nonostante l’inferiorità numerica, erano al contrario determinati a vender cara la pelle e picchiavano come due indemoniati: lei a colpi di Karate, lui facendo ricorso a tutta la sua prestanza fisica da rugbista professionista.

Sopra di loro, terminati anche i chiodi, Ciccio Giuliacci aveva iniziato a caricare i gavettoni di piscio, e Franco Sparapizze li lanciava con la catapulta verso i settori occupati dai nemici.

Bonaldi era ancora attaccato ai bottiglioni di Gutturnio frizzante e mostrava i primi inequivocabili segni d’ebrezza.

I gavettoni di piscio volarono silenziosi contro i loro bersagli provocando perdite elevatissime tra i rossi. Tra gli altri, anche Gabriele Micheli, Franco Ernesti e Fausto Truzzone furono colpiti mortalmente e costretti a ritirarsi nei cessi per lavarsi, sopraffatti dal disgusto.

Anche gli equilibri della megarissa sembravano cambiati in favore della destra. Farinetti e la Monti, anche se piuttosto malconci, erano ancora in piedi, mentre ben cinque combattenti comunisti giacevano a terra in fin di vita, con le ossa rotte ed i volti tumefatti. Soltanto la Clorinda Strozzabue armata di una grossa chiave inglese era ancora in grado di combattere.

La Monti si lanciò all’attacco per prima e colpì in piena faccia la Clorinda con uno spettacolare calcio rotante. Poi fu la volta del Farinetti, che cercò di abbatterla provando un tremendo placcaggio alto.

Ma la Strozzabue rimase in piedi ed anche se aveva perduto la grossa chiave inglese reagì con ferocia afferrando la Monti per il collo. Sembrava pronta a strappargli la gola senza la minima traccia di rimorso.

Continuò a strangolarla anche mentre il Farinetti la prendeva a calci nel culo, e persino quando la colpì ripetutamente alla nuca con una grossa spranga di ferro insanguinata che aveva raccolto da terra.

Alla quinta sprangata sulla durissima testa, il pezzo di ferro si piegò divenendo inutilizzabile. Intanto la Monti si era afflosciata come un sacco vuoto e fu gettata a terra completamente esanime.

I denti della Clorinda erano a quel punto scoperti in un ghigno selvaggio e vagamente furioso, mentre si diresse verso il Farinetti per lo scontro finale.

Si affrontarono in un corpo a corpo mortale dove ad avere la peggio fu il rugbista di Piacenza, costretto alla resa quando fu colpito in piena faccia da una tremenda testata che gli ruppe il naso e gli sfondò la calotta cranica.

I rossi passarono al contrattacco anche sulle gradinate. Pino Insegna aveva infatti approntato un’arma segreta, confezionando una bottiglia molotov a regola d’arte.

Questa volta il lanciò fu perfetto e l’ordigno incendiario colpì in pieno Marino Fabrizi detto Peto, proprio nell’istante in cui stava sganciando uno dei suoi proverbiali e temutissimi scorreggioni.

L’effetto combinato dei gas putrescenti con la deflagrazione della bottiglia molotov amplificò la detonazione di cinquecento volte. L’esplosione galattica e la successiva onda d’urto spazzarono via le vetrate dell’aula magna e le barricate, sbalzarono il corpo di Fabrizi Peto a settecento metri di distanza e diedero fuoco all’edificio.

La gran parte dei giovani del Fronte furono travolti dallo scoppio ed anche Ciccio Giuliacci, Franco Sparapizze e Mario Bonaldi riportarono ustioni di terzo grado sulla faccia e sulle mani.

Bonaldi aveva anche finito di bere il secondo bottiglione da 1,5 litri di Gutturnio frizzante ed era completamente sbronzo. Cominciò a parlare da solo pronunciando frasi senza senso.

La situazione per le destre era ormai disperata, ma Franco Sparapizze non era disposto ad arrendersi. Rimessa in piedi la catapulta la caricò con le ultime munizioni, le più letali: i sacchi di plastica richiudibili imbottiti di merda.

Il primo lancio fu seguito dai pochi superstiti in un silenzio surreale, accompagnato dal solo crepitio delle fiamme che stavano lentamente avvolgendo tutta l’aula magna. Il proietto scoppiò con un fragore sinistro sulla faccia del professor Perdenti, che crollò immediatamente a terra con i baffoni alla Stalin orridamente smerdati.

Il secondo gavettone disegnò una parabola leggermente più arcuata ed andò a spiaccicarsi sulla testa di Dino Francescato, appena rientrato dall’infermeria dove gli avevano estratto il chiodo dalla fronte e fasciato la mano spappolata. Il Francescato cominciò a piangere in silenzio, mentre rivoli di escrementi gli colavano sulla faccia.

Intanto la Clorinda si era arrampicata verso le postazioni di Sparapizze e Giuliacci e minacciava di raggiungerli.

Giuliacci si fece prendere dal panico. Afferrò i Nunchaku modello Bruce Lee, e nel tentativo di intimorire la Clorinda iniziò a maneggiarli come solo un esperto lottatore di kung fu avrebbe saputo fare. Ma Ciccio Giuliacci era solo un principiante, e per errore si fracassò gli occhiali, il naso, le labbra, aprendosi anche una ferita sull’arcata sopraciliare destra. Praticamente si era autodistrutto la faccia e cadde in avanti in una maschera di sangue.

Franco Sparapizze era rimasto solo ad affrontare la minacciosa Clorinda che si stava avvicinando grugnendo come un cinghiale e con i peli sul petto in bella vista.

Ma lui non si lasciò impressionare, prese dallo zaino ciò che gli era rimasto, una bomba a mano della seconda guerra mondiale, e la lanciò contro la ragazzona comunista.

Il residuato bellico atterrò tra gli enormi seni della ragazza e sparì all’interno della scollatura. La successiva esplosione fu completamente attutita dalle generose forme della Strozzabue, soltanto una nuvoletta di acre fumo nero fuoriuscì dal suo reggipetto senza che ciò potesse minimamente fermarla.

Sparapizze non era comunque tipo da scoraggiarsi, impugnò il manganello di legno stagionato durissimo e andò incontro alla Clorinda per bastonarla a dovere. Ma i suoi fendenti o andarono a vuoto, oppure si infransero sulle membra muscolose della donna. Lei passò quindi all’attacco con un destro terrificante che investì lo Sparapizze sul mento come un autotreno lanciato a tutta velocità. Il poveraccio finì al tappeto al primo colpo, senza avere nemmeno il tempo di tentare un ultimo disperato affondo con il coltello a serramanico.

La Strozzabue però non sembrava ancora soddisfatta, e decise di finire lo Sparapizze sedendogli sulla faccia per schiacciarlo in una morsa soffocante.

Franco Sparapizze fu salvato dall’arrivo di un battaglione della polizia in tenuta antisommossa. I poliziotti fecero irruzione nell’edificio e arrestarono tutti gli studenti che si reggevano ancora sulle proprio gambe, compresa la Strozzabue. Questa fu fermata appena in tempo, un attimo prima che si lasciasse cadere con il suo enorme culone sulla faccia dello Sparapizze.

Per errore furono ingabbiati anche Zeno Cremona ed Ilaria Cassandra, che per tutta la durata della battaglia si erano fatti i cazzi loro fumando marijuana e limonando duro in disparte.

I prigionieri politici più in vista furono costretti a sfilare in catene sotto alle finestre della presidenza, da dove un comitato di studenti di CL guidato dalla Contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti poté infierire su di loro con lancio di ortaggi, sputi, dileggi ed umiliazioni pubbliche di vario genere.

Le elezioni si tennero regolarmente due giorni dopo nell’aula magna incendiata, ed il risultato consegnò una vittoria schiacciante alla lista di “Esproprio Proletario” che si aggiudicò due dei tre seggi disponibili. Furono eletti Fausto Truzzone e Ancilla Gina Saffo che ottenne il più alto numero di preferenze di ogni tempo. Il terzo seggio fu assegnato a “Preghiera e Amicizia” grazie alla ripartizione dei resti prevista dal metodo D’Hondt. Naturalmente risultò eletta la contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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La partita di calcetto

Come ogni anno, all’inizio di novembre, si svolgevano le selezioni per la squadra di calcetto che avrebbe partecipato al torneo provinciale interscolastico, al quale erano iscritte tutte le scuole superiori del piacentino.

Come allenatore e selezionatore della rappresentativa del Liceo Volta, la preside Maria Elena Strappasogni aveva incautamente incaricato il professor Pietro Striscetti, famoso soprattutto per due motivi.

Primo: non capiva assolutamente nulla di calcio.

Secondo: era un pericoloso maniaco erotomane capace di approcci spudorati con qualsiasi essere di forma femminile, come studentesse, docenti, bidelle e in periodi di magra persino scaldabagni e stufe elettriche.

Appena si diffuse la notizia, gli studenti smaniosi di farsi convocare tra i dieci privilegiati che avrebbero rappresentato il Liceo al prestigioso torneo, iniziarono ad ingraziarsi lo Striscetti in ogni modo possibile, ricorrendo anche ai mezzi più subdoli e sleali: adulazione, servilismo, corruzione, ricatti e minacce.

Giovanni Ligas, che desiderava a tutti i costi trovarsi una ragazza e ambiva ad un posto in squadra per mettersi in mostra, si procurò l’imbarazzante book fotografico di una sua lontana cugina croata con velleità da modella, e mostrando allo Striscetti delle oscene fotografie della ragazza in abiti succinti e pose ammiccanti, dopo avergli fatto credere che la giovane sarebbe venuta alle partite, riuscì in questo modo a farsi convocare, anche se come calciatore era mostruosamente scarso.

Fausto Truzzone, il capo degli studenti comunisti, fermamente intenzionato a sfruttare il torneo a fini elettorali e propagandistici, pur di partecipare arrivò a promettere allo Striscetti una notte bollente con la sorella maggiore, una studentessa universitaria di bella presenza e convinta sostenitrice dell’amore libero. Il Truzzone fu immediatamente convocato e promosso capitano della squadra.

Mario Bonaldi ottenne un posto approfittando di un tragico equivoco. Qualche settimana prima, durante la ricreazione, era stato avvicinato dallo Striscetti. Il professore, prendendolo alle spalle, aveva scambiato la sua lunga coda da cavallo per quella di una studentessa del 5° anno che aveva sedotto durante un ora di supplenza. Quando si accorse che per sbaglio aveva messo le mani sul culo di un villoso e barbuto studente di terza fu avvolto dall’orrore. Bonaldi, astuto come una faina, vendette il proprio silenzio sull’imbarazzante incidente in cambio di un posto da difensore titolare.

Andreas Germano detto anche il Capitano e Ciccio Giuliacci ricorsero ad un ingegnoso stratagemma. Si procurarono sul mercato nero dei falsi fogli di carta intestata della segreteria politica dell’Onorevole socialista Oronzo Bustarelle, e inviarono al professor Striscetti una fraudolenta lettera di clamorose raccomandazioni: furono entrambi immediatamente selezionati.

Efrem Geremia detto il bomba per via del suo grosso culone, era il figlio di un ricco gioielliere ebreo, e si comprò un posto da titolare con una collana di pacchiana bigiotteria. L’aveva promessa allo Striscetti spacciandola per una parure tempestata di veri diamanti.

Gabriele Micheli e Jonny Tristezza minacciarono il professore di denuncia per violenza sessuale e pedofilia, dopo che quello ci aveva provato con le rispettive sorelle minorenni. Il povero Striscetti era stato tratto in inganno dalle giovani, che su istigazione dei due malvagi fratelli si erano travestite da slandrone e truccate così pesantemente da dimostrare più di quarant’anni.

Per puri meriti sportivi furono convocati solamente due studenti: Zeno Cremona e Marino Fabrizi.

Zeno Cremona era una mezzala di gran classe, con visione di gioco, fantasia e piedi buoni.

Marino Fabrizi era ufficialmente soprannominato Marinho, per le sue indiscusse doti tecniche da giocoliere brasiliano, ma dietro le spalle lo chiamavano tutti Peto, a causa di una terrificante flatulenza cronica che lo tormentava dall’età di sette anni.

Il torneo era organizzato secondo un micidiale tabellone ad eliminazione diretta tipo Wimbledon, ed al primo turno la squadra del Liceo Volta ebbe subito un colpo di sfiga stratosferica. Nel tragico sorteggione avevano pescato gli Angeli Neri del Liceo Classico Melchiorre Gioia di Piacenza.

Erano i campioni in carica da sette anni, e la loro squadra era composta solamente da pluriripetenti del 5° anno, la gran parte selezionati da una sezione sperimentale formata dai detenuti del carcere di Piacenza di via delle Novate, 65.

Inoltre, essendo quelli del Gioia i campioni uscenti, avevano diritto a giocare in casa tutte le partite, e di conseguenza il campo di gioco era ubicato all’interno del carcere, secondo un avveniristico programma di reinserimento sociale previsto per i detenuti.

Arrivato il temuto giorno del match, il prof Striscetti mise in campo la seguente tragica formazione: in porta Efrem Geremia detto il bomba, in difesa Mario Bonaldi, Giovanni Ligas e Andreas Germano, in attacco con la fascia di capitano Fausto Truzzone. Astutamente, i pochi che sapevano giocare decentemente a calcetto furono mandati tutti in panchina: Gabriele Micheli, Jonny Tristezza, Ciccio Giuliacci, Zeno Cremona e Marino Fabrizi.

La formazione schierata dal Liceo Gioia era invece terrificante: Ruggito Spartacus in porta, Leone Falciagambe e Ringhio Sbranapolpacci in difesa, Calogero Martellacaviglie e Totò Spaccarotule in attacco. Questi ultimi due erano già stati condannati a 7 ergastoli e 180 anni di carcere per associazione mafiosa e omicidio plurimo premeditato efferatissimo, aggravato da futili motivi e strage.

Gli spalti improvvisati per l’occasione intorno al campetto in cemento nel cortile del carcere erano gremiti in ogni ordine di posto da decine di orrendi galeotti assetati di sangue, desiderosi di assistere ad un incontro quanto più cruento possibile.

Arbitrava la partita una delle guardie della prigione, che si era immediatamente lasciata corrompere da un gruppo di detenuti ergastolani desiderosi di assistere ad una vera e propria corrida, senza tori, ma con gli studenti del Volta come vittime designate.

Quattro secondi dopo il calcio d’inizio, fu immediatamente chiaro a tutti che tipo di partita si sarebbe giocata: incurante della palla, Totò Spaccarotule era subito entrato in scivolata da dietro e a piedi uniti sulle caviglie di Andreas Germano provocandone la rottura di entrambi i tendini di Achille. Il Capitano fu portato via in ambulanza tra gli insulti del pubblico. A sostituirlo entrò Jonny Tristezza.

Dopo dieci minuti il Liceo Gioia stava già vincendo per 4 reti a zero. Mario Bonaldi zoppicava per un paio di pestoni presi sulle rotule ad opera di Leone Falciagambe, Giovanni Ligas era una maschera di sangue con un occhio chiuso ed il labbro inferiore rotto dopo aver preso una micidiale gomitata sulla faccia da Calogero Martellacaviglie.  Efrem il Bomba piangeva nascosto dietro ad un palo della porta per le contusioni riportate alla testa in uno scontro frontale con Ringhio Sbranapolpacci. L’unico ancora incolume era Fausto Truzzone.

Il giovane comunista partiva avvantaggiato, avendo seguito per tutta l’estate i corsi di guerriglia urbana organizzati dal centro sociale Leoncavallo di Milano. In mezzo ai criminali del Gioia si muoveva con destrezza e capacità militari. Decise di prendere in mano le redini della squadra, prima che fosse troppo tardi.

“Allora ragazzi, per alleggerire la pressione dobbiamo assumere una formazione a testuggine, useremo Efrem come scudo umano!” urlò il Truzzone ai suo compagni disorientati.

“Ma se usiamo Efrem come scudo, in porta chi rimane?” chiese Bonaldi con aria perplessa.

“Dobbiamo ristabilire la superiorità fisica sul campo, al diavolo la porta! Mettetevi a testuggine!” insistette il comunista.

I compagni di squadra assecondarono allora le disposizioni del Truzzone, si caricarono il Bomba come scudo umano e si disposero a testuggine, pronti a caricare verso gli avversari.

Il capitano dei Diavoli Neri del Gioia, Ruggito Spartacus, era un orribile e muscolosissimo butterato esperto di tattiche militari corpo a corpo. Appena la testuggine del Volta iniziava a prendere forma al centro del campo, adottò le immediate contromisure.

“Vogliono formare una testuggine, dobbiamo attaccarli subito sui fianchi!” ordinò.

“Manovra a tenaglia!” gli rispose di rimando Totò Spaccarotule che sapeva esattamente cosa fare.

In un attimo Spaccarotule si lanciò contro il fianco destro della testuggine, mentre Sbranapolpacci e Falciagambe assaltavano il fianco sinistro. Completava la manovra di accerchiamento Martellacaviglie con un attacco da dietro.

Ne seguì una mischia mostruosa al centro del campo dalla quale gli sventurati del Volta ne uscirono a pezzi.

Ligas e Bonaldi riportarono orribili contusioni, costole incrinate, un naso rotto (Bonaldi), e la perdita di due incisivi (Ligas). Jonny Tristezza riportò un trauma cranico e la frattura scomposta di tibia, perone, omero e clavicola. Efrem il Bomba fu trasportato in ospedale in elicottero dopo aver subito l’amputazione di un piede, la frattura di entrambi i femori, ed un barbaro impalamento sulla bandierina del calcio d’angolo.

Alla fine del primo tempo il Liceo Gioia vinceva sul Volta per 7 reti a uno e cinque infortunati a zero. Il gol della bandiera era stato segnato per errore da Sbranapolpacci al 17° minuto. Con una fucilata da lontano aveva centrato la traversa della squadra avversaria, ma la palla rimbalzando si era poi insaccata nella porta del Gioia.

Anche il prof. Striscetti era incazzatissimo: non per il risultato umiliante, non per gli infortunati che affollavano l’infermeria, e nemmeno per l’arbitraggio scandaloso. Della partita non gli fregava un cazzo, era infuriato per l’assoluta mancanza di una donna in tutto l’edificio e nel raggio di mezzo chilometro da dove si stava svolgendo la partita.

Con l’inizio del secondo tempo entrarono in campo le riserve: Ciccio Giuliacci e Gabriele Micheli in difesa, Zeno Cremona e Marino Fabrizi in attacco. Fausto Truzzone, unico superstite del primo tempo, si trasferì in porta, da dove riteneva di poter meglio dirigere il gioco della squadra.

Grazie alle buone doti tecniche dei quattro nuovi ingressi, al 3° minuto del secondo tempo Zeno Cremona riuscì a segnare un gol per il liceo Volta con un bel tiro a girare da fuori area. Un minuto dopo dovette uscire in barella con una caviglia slogata, un polso rotto e due grossi bernoccoli sulla testa, dopo aver subito una doppia entrata ai limiti del regolamento da parte di Sbranapolpacci e Martellacaviglie.

Dopo altri dieci minuti il punteggio era ulteriormente cambiato a favore del Gioia che era andato a gol altre quattro volte con tre reti di Spaccarotule e una di Falciagambe. Anche Ciccio Giuliacci aveva dovuto lasciare il campo per uno stiramento alla coscia destra, il menisco sinistro rotto e l’indice della mano destra fratturato.

Sul punteggio di 11 gol a 2 e 7 infortunati a zero, con ancora soltanto 7 minuti da giocare, la partita sembrava ormai finita. I giocatori del Gioia iniziarono a fare accademia rinunciando agli interventi più duri, e fu a quel punto che accadde l’incredibile.

Marino Fabrizi detto Marinho ma anche Peto, con una serie di dribbling ubriacanti e quattro peti asfissianti, riuscì a mettere fuori combattimento Falciagambe, Sbranapolpacci e persino il portiere avversario Ruggito Spartacus: erano tutti svenuti per le mortifere esalazioni ed ora giacevano inermi a bordo campo.

In temporanea superiorità numerica la squadra del liceo Volta riuscì a segnare 7 gol in 5 minuti con una doppietta di Peto, quattro gol di Micheli e un gol in rovesciata di Truzzone.

Il pubblico era in delirio, mancavano due minuti alla fine e sul punteggio di 11 a 9 Totò Spaccarotule, il mafioso ergastolano, si incazzò come una belva.

Con un bel gesto tecnico rifilò una fucilata di punta piena sugli stinchi di Gabriele Micheli mandandolo direttamente all’ospedale con le gambe rotte. Poi si accanì contro Fausto Truzzone usandolo come sacco da allenamento mentre Martellacaviglie lo teneva fermo in un angolo. Nessuno osò avvicinarsi a Fabrizi Peto Marinho che lasciato solo riuscì a segnare ancora un paio di gol portando il risultato sull’incredibile punteggio di 11 gol a 11 e 9 infortunati a 3.

Spaccarotule decise allora di farla finita segnando il gol della vittoria all’ultimo minuto, con un bel pallonetto da lontano proprio mentre Martellacaviglie prendeva Peto Marinho a calci nel culo per impedirgli di ammorbare l’aria con qualche altra disgustosa flatulenza.

Anche il pubblico si era infastidito per via degli odori putrescenti emessi dal Fabrizi e alcuni di loro decisero di fargliela pagare.

Appena l’arbitro fischiò la fine della partita quattro transessuali condannati per reati sessuali e zoofilia infilarono Peto dentro un sacco e lo trascinarono a forza sino alle docce, dove lo costrinsero a fare il gioco della saponetta per le successive quattro settimane.

Il resto della squadra del Liceo Volta rientrò in Val Tidone con le pive nel sacco e molte settimane di convalescenza.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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La festa della Vendemmia

Era una soleggiata mattina di metà ottobre del 1993 e gli studenti della 3°C del Liceo Scientifico Volta di Borgonovo Val Tidone stavano combattendo una impari lotta contro il sonno e la noia, costretti a sopportare una delle soporifere e letali lezioni di Filosofia del Professor Palmiro Perdenti.

Il Perdenti aveva iniziato a parlare da meno di quindici minuti ed il suo tono di voce monotono e ritmicamente sempre uguale stava già sprofondando quei disgraziati in un inevitabile torpore: i più deboli avevano già accasciato la testa sul banco privi di sensi.

Persino la minaccia di essere interrogati, qualora il Perdenti avesse sorpreso qualcuno a dormire, era un provvedimento privo di deterrenza. Palmiro Perdenti era infatti un fanatico sessantottino, convinto sostenitore dell’egualitarismo più radicale, ed in coerenza con le sue ideologie aveva elaborato una scala di votazioni che oscillava perennemente intorno al 6 politico. Ne conseguiva che fare scena muta avrebbe garantito almeno un 6 -, mentre i secchioni e i pochi cultori delle sue materie, anche dopo aver sostenuto le più brillanti interrogazioni degne dei migliori voti persino nelle più difficili sedi universitarie, non avevano mai preso un voto superiore al 6+.

A metà dell’ora Dino Francescato, uno tra gli ultimi della classe, stava già russando in modo rumoroso, insensibile ai vani tentativi messi in atto dalla sua compagna di banco per ridestarlo.

“Dino svegliati, il Perdenti ti sta guardando” gli sussurrò Susanna Capretti scuotendogli un braccio.

La Capretti era a sua insaputa soprannominata Ditalino, perché tre anni prima si era lasciata imprudentemente esplorare le parti intime appartata in un cinema con il suo fidanzatino di allora, il mezzosangue italoamericano Jonny Tristezza. Sfortunatamente per lei, il Tristezza aveva fatto il giro della scuola vantandosi con chiunque di quella impresa, arricchendo i suoi coloriti resoconti con imbarazzanti particolari circa l’igiene intima della ragazza.

“Non rompere, lasciami dormire” biascicò infastidito il Francescato.

Dal banco vicino Pino Insegna osservava la scena con interesse, pronto ad immortalare i protagonisti in qualcuna delle sue irriverenti vignette.

Il Perdenti, resosi conto che metà della classe non lo stava minimamente ascoltando e che l’altra metà si era addormentata, iniziò nervosamente a lisciarsi i grossi baffoni alla Stalin. Nel patetico tentativo di attirare l’attenzione degli studenti ancora svegli, provò a giocherellare con le pagine del quotidiano l’Unità, che teneva sempre in bella vista sulla cattedra nella vana speranza che qualcuno dei suoi alunni ne leggesse almeno i titoli di apertura. Tutti i suoi tentativi fallirono, ma il Perdenti continuò ugualmente con la sua micidiale lezione sedativa.

I più diligenti, per non lasciarsi sopraffare dalla sonnolenza, ricorrevano ad azioni di autolesionismo come pungersi mani e piedi con il compasso o scaldarsi le gambe sino a bruciarsi con la fiamma di un accendino. Ilaria Cassandra, seduta in terza fila, bruttina e soprattutto piuttosto stupida, inconsapevole di indossare pantaloni di cotone altamente infiammabile si diede fuoco per errore. Il professor Perdenti la osservò impietrito mentre lei si gettava in fiamme fuori dalla finestra. La classe si trovava al secondo piano e la poveretta riportò fratture multiple ed ustioni di terzo grado sul 90% del corpo.

I più astuti cercavano invece di restare svegli con manovre diversive, tipo andare al cesso a turni per fumarsi una sigaretta.

Mancavano dieci minuti alla fine dell’ora quando Franco Ernesti tornò dai cessi con una notizia clamorosa: scambiandosi una sigaretta con uno studente del 5° anno aveva saputo che la Contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti della 5°A aveva deciso di organizzare una grande festa nella sua tenuta vinicola in occasione della fine della vendemmia, e, cosa ancora più incredibile, aveva deciso di invitare tutto il Liceo.

La novità si diffuse da un banco all’altro alla velocità della luce accompagnata da un concitato brusio. In breve l’intera classe si era ridestata in preda all’eccitazione con l’unica eccezione di Dino Francescato che continuava a russare.

Gli occhi di tutti quei giovani brillavano famelici, perché le feste della contessina Scotti erano leggendarie: le ragazze sapevano che vi avrebbero incontrato i giovani più ricchi e affascinanti di tutto il piacentino, i ragazzi erano certi che avrebbero incontrato le ragazze più belle della provincia, Mario Bonaldi, Franco Sparapizze, Ciccio Giuliacci e i loro amici alcolizzati, pregustavano i fiumi di ottimo vino che avrebbero bevuto in quantità illimitata.

La contessina Ugobalda era la discendente diretta di Pier Maria Scotti detto il Buso, uno dei più crudeli e spietati e feroci signori del rinascimento piacentino e come il suo illustre e pericoloso antenato era una vera carogna.  Se il fantasma del Buso era ancora in circolazione dopo 464 anni e poteva ancora spaventare con le sue molteplici apparizioni presso la rocca di Agazzano, la contessina non era da meno e sapeva scagliarsi con furia omicida contro chiunque avesse osato ostacolare i suoi piani. Inoltre la sua indole irascibile e vendicativa era terrificante. Ma a destare i maggiori timori negli sventurati che erano costretti a frequentarla abitualmente erano le sue pericolose ambizioni musicali: Ugobalda era infatti convinta di essere destinata ad un radioso futuro di successi internazionali come soprano lirico e costringeva i suoi amici e conoscenti ad ascoltarla per ore cantare in modo agghiacciante tutte le più famose arie d’opera.

Aveva quindi deciso di estendere l’invito alla festa della vendemmia a tutto il liceo con il preciso intento di assicurarsi in questo modo un pubblico molto più numeroso del suo solito.

La prospettiva di partecipare ad uno dei ricevimenti della contessina Scotti era comunque un’occasione da non lasciarsi scappare per gli studenti del Liceo Volta, che nella quasi totalità ignoravano a quali pericoli si sarebbero in realtà esposti.

La data dell’atteso evento era infine arrivata un sabato sera di fine ottobre. La festa si teneva nella maestosa sala delle degustazioni della tenuta vinicola della contessina che era alta sei metri e poteva comodamente ospitare più di 500 persone. Ugobalda non aveva badato a spese ingaggiando un’orchestra sinfonica di ottanta elementi, un direttore d’orchestra di fama regionale, un certo Maestro Campagnoli, sordo da un orecchio, oltre a due tenori, un mezzo soprano, e un baritono che potessero duettare insieme a lei, tutti accompagnati dal coro degli Alpini di Castel San Giovanni.

Era stata allestita una platea di quattrocento posti a sedere, mentre sulle pareti della sala degustazioni erano stati improvvisati tre ordini di palchi utilizzando i ponteggi di uno zio impresario edile. I loggionisti erano stati relegati sul tetto e avrebbero assistito al concerto dai lucernari. In tutto circa 900 persone cadute nel trappolone ordito dalla terribile contessina.

Appena gli ultimi invitati ritardatari furono arrivati, i contadini solitamente utilizzati per i lavori nei campi si affrettarono a chiudere i cancelli di ingresso per impedire che qualcuno cercasse di fuggire. Un paio di loro, armati di carabina caricata a pallettoni di sale, presero posto sul tetto del fienile, da dove potevano controllare le quattro uscite della sala degustazioni.

Non vi era traccia dei ricchi e affascinanti giovani del piacentino, né delle più belle ragazze della provincia. Del vino poi nemmeno l’ombra: tutte le bottiglie erano stare ritirate e depositate nelle cantine fortificate della tenuta.

Quando tutti gli studenti furono fatti accomodare ai propri posti, si aprì il sipario artigianalmente allestito insieme al palco su uno dei lati corti della sala e a quel punto tutti compreso con orrore cosa gli aspettasse e per quale motivo sull’invito era riportato l’obbligo di indossare eleganti abiti da sera.

Il micidiale concertone della contessina Ugobalda iniziò sulle note di “Libiamo” dalla Traviata di Giuseppe Verdi.

Preceduti dalla loro fama di casinisti alcolizzati, Mario Bonaldi, Franco Sparapizze, Ciccio Giuliacci e gli altri elementi più problematici furono relegati sul tetto insieme ai loggionisti. Quello era infatti il posto più lontano dalle cantine dove erano stoccate migliaia di bottiglie di ottimo vino piacentino. Inoltre, su ordine della contessina, il loro settore fu fatto presidiare da due picchiatori albanesi travestiti da maschere.

Sparapizze, che per carburare in vista della festa aveva iniziato a bere dal primo pomeriggio era già piuttosto nervoso e la consapevolezza di essere caduto in quella spregevole imboscata lo irritava profondamente.

Mario Bonaldi si guardava attorno spaesato senza ancora sapere bene cosa fare, a parte sistemarsi i lunghi capelli neri raccolti in una grossa coda di cavallo.

Ciccio Giuliacci iniziò a molestare una morettina di seconda, finita per sbaglio nel loro settore.

A prendere in mano la situazione fu allora Andreas Germano, per gli amici il Capitano, soprannome coniato dallo Sparapizze per via dell’assonanza con il cognome Germano e soprattutto per le fattezze vagamente ariane di Andreas.

“Allora ragazzi, non c’è problema, possiamo tranquillamente calarci dal pluviale sino a terra e poi nasconderci nelle cantine dove troveremo tutto il vino degli Scotti.”

“Ma ci troviamo a non meno di 5 metri d’altezza” fece timidamente osservare Dino Francescato.

“Sciocchezze!” sentenziò il Capitano, “sarà un gioco da ragazzi.”

“Vado io per primo” si offrì Sparapizze, desideroso di muovere le mani e soprattutto di ricominciare a bere.

“Fantastico, ed io filmerò tutta l’impresa” commentò ad alta voce Giovanni Ligas, lo studente più odiato di tutto il liceo, antipatico, meschino, con tendenze misantropiche e affetto da manie di persecuzione. Per vendicarsi dell’intera Umanità aveva convinto i genitori ad anticipargli i regali dei prossimi 5 natali e sette compleanni finanziando l’acquisto di una terrificante videocamera VHS della Philips, ultimo prodigio della tecnica nel campo degli home video. Era malvagiamente intenzionato a fare di quella videocamera un potente strumento di ricatto ed estorsione.

“Allora Ligas andrai per ultimo, prima di scendere ci passerai la videocamera al volo” propose il Capitano con una strana perfida luce negli occhi.

“Io vado per secondo” disse Mario Bonaldi.

“Tu sarai il terzo Dino, ed io il quarto” stabilì il Capitano.

Ciccio Giuliacci si era appartato con la morettina e non avrebbe partecipato alla sortita.

Sparapizze era pronto alla discesa quando le due finte maschere gli intimarono di fermarsi, tradendo il loro accento straniero.

Sparapizze ignorò gli ordini delle maschere e con un balzo si aggrappò alla grondaia, ma prima che potesse iniziare la discesa lungo il pluviale venne afferrato per i capelli da uno dei picchiatori albanesi.

Bonaldi fu il primo a reagire, si avvicinò alla finta maschera e gli sparò un calcio nel culo strepitoso. L’albanese perse l’equilibrio precipitando nel vuoto, ma non avendo altro a cui aggrapparsi si artigliò allo Sparapizze trascinandolo con sé. I due si sfracellarono sul selciato ma il fragore dell’impatto fu coperto dal suono dell’orchestra che stava disperatamente cercando di coprire il canto imbarazzante della contessina Ugobalda.

La seconda maschera si avvicinò al gruppo grugnendo e pronta a vendicare il suo compare. Il primo a farne le spese fu Dino Francescato colpito con un destro in piena faccia: svenne all’indietro in una maschera di sangue. Poi fu la volta del Bonaldi colpito allo stomaco da un gancio sinistro terrificante e costretto in lacrime sulle ginocchia. Il Capitano in preda al panico tentò una patetica fuga ma fu immediatamente catturato e riempito di botte. Giovanni Ligas filmava il tutto in disparte, ma appena il picchiatore se ne accorse lo afferrò per un orecchio sollevandolo dall’angolo dove si era accucciato. Gli ululati di dolore non servirono a nulla, e sotto la minaccia di vedersi distrutta la videocamera fu costretto a consegnare il VHS con i filmati che aveva appena realizzato.

A togliere il gruppo dai guai intervenne Ciccio Giuliacci. La morettina gli aveva dato il due di picche, e questo lo aveva fatto incazzare, così imbruttito dalla rabbia smontò uno dei lucernari dal soffitto e lo fracassò sulla testa del picchiatore.  Quello iniziò a sanguinare dalla nuca, ma era ancora in piedi ed ora Ciccio si trovava nei guai. Per sua fortuna Bonaldi si era riavuto, prese una breve rincorsa e sparò un calcio di collo pieno sul ginocchio destro della maschera piegandola su di una gamba. Nello stesso momento Giovanni Ligas, con mirabile tempismo, entrò da dietro in scivolata sulla caviglia sinistra. Il picchiatore albanese perse irrimediabilmente l’equilibrio cadendo dal tetto: atterrò sul piazzale con un tonfo sordo proprio mentre la contessina terminava uno dei suoi cavalli di battaglia: “Mi chiamano Mimì” dalla Bohème di Puccini. L’interpretazione fu così tremenda che quattro orchestrali cercarono di fuggire da una delle uscite laterali, ma furono immediatamente impallinati dai cecchini appostati sul tetto del fienile.

Dino Francescato ed il Capitano erano piuttosto malconci, ma decisero di scendere anche loro a terra attraverso il pluviale. L’ultimo a calarsi fu Giovanni Ligas con la dannata videocamera a tracolla, e non prima di aver recuperato la cassetta con i filmati che aveva già realizzato.

Franco Sparapizze era ancora vivo, ma nella caduta si era fratturato una gamba ed ora stava piangendo in un angolo dilaniato da dolori lancinanti. Ligas gli si parò davanti e iniziò a filmarlo senza alcuna pietà.

“Venite, da questa parte, dobbiamo forzare la porta delle cantine” ordinò il capitano sputacchiando sangue dalla bocca tumefatta per i cazzotti ricevuti.

Assetati come vampiri, Bonaldi, Giuliacci e il Capitano raggiunsero il portone delle cantine ed iniziarono ad armeggiare sulle serrature con i loro coltellini svizzeri, poi arrivarono Dino Francescato bestemmiando per il naso rotto e Sparapizze latrando dal dolore provocato dalla gamba rotta. Per ultimo Ligas che con un malvagio e divertito ghigno stampato sulla faccia documentava il tutto con la fottuta videocamera.

Le operazioni di scasso durarono pochi minuti, Bonaldi e Giuliacci avevano imparato tutti i trucchi del mestiere dal loro comune amico Ciro U Scassinatore, un abilissimo mariolo napoletano e abituale compagno di sbronze.

Aperti i portoni, i sei disperati penetrarono nelle cantine avventandosi su qualunque cosa alcolica trovarono sul loro cammino. Dopo circa 20 minuti e 24 bottiglie di vino bevute, tra cui due o tre preziosissime riserve degli anni settanta, erano tutti in avanzato stato di ebbrezza.

Nella sala degustazioni intanto il concertone della contessina Ugobalda volgeva finalmente al termine, e con esso le orribili torture cui tutti gli invitati erano stati costretti. Dopo 10 minuti di applausi estorti con minacce e ricatti, e ben quattro tragici bis non richiesti, gli studenti del Liceo Volta furono infine autorizzati a tornare a casa.

Fuggirono tutti il più velocemente possibile verso i cancelli che erano stati riaperti. Tutti tranne la morettina di seconda, che intenzionata a vendicarsi per le moleste subite da Ciccio Giuliacci andò ad avvisare la contessina Ugobalda di quanto stava accadendo nelle sue cantine.

La malvagia discendente del Buso reagì con immediata ferocia. Radunò una squadraccia di combattivi villici dall’aspetto inquietante. Essi erano in ordine crescente di cattiveria: Aldo Tempesta, Guido il Bastardo, Valerio Il Trucido, Fausto Mangiachiodi e Carlitos Spezzaclavicole. Alla testa del temibile manipolo si mise la contessina Ugobalda in persona.

Quando fecero irruzione nelle cantine si trovarono davanti un imbarazzante branco di deficienti subumani ridotti in uno stato pietoso.

Dino Francescato giaceva in coma etilico sotto al portellone semiaperto di una vasca di cemento da 100 ettolitri di vino rosso barbera. Il contenuto del massiccio tino sparso sul pavimento di tutta la cantina.

Mario Bonaldi stava lottando con un cestino per la carta pieno del suo vomito ed incollato al suolo da altre sospette secrezioni color marrone. La coda da cavallo si era sciolta ed ora i suoi lunghi capelli neri avvolgevano come una piovra la parte superiore del cestino mentre lui cercava disperatamente di sollevarsi sulle ginocchia ma senza riuscirci.

Giovanni Ligas si stava rotolando senza senso dentro a un lago di vomito ai piedi della vasca Francescato, credeva di essere Aleksandr Vladimirovič Popov alle finali dei 100 metri stile libero delle Olimpiadi di Barcellona del 1992.

Ciccio Giuliacci, completamente sbronzo, cercava disperatamente di accoppiarsi con un filtro a farina fossile con dischi orizzontali della ditta Della Toffola, che aveva incredibilmente scambiato per la morettina di seconda.

Il Capitano era collassato sopra ad un sacco pieno di tappi di sughero e parlava nel sonno.

Franco Sparapizze in preda a clamorose allucinazioni alcoliche si stava trascinando sulla gamba ancora sana prendendo a testate un bancale di bottiglie di vetro bordolesi vuote. Stava anche cantando bellicosi cori da stadio credendo di essere sugli spalti dello Praterstadion di Vienna in occasione della finale di coppa campioni del 1964 vinta dall’Internazionale contro il Real Madrid.

“Fateli a pezzi!” gracchiò la Contessina Ugobalda rivolgendosi ai suoi sgherri.

Quelli non aspettavano altro, e si avventarono come Lanzichenecchi assetati di sangue sul quel gruppo di indifesi imbecilli.

I sei giovani, dopo essere stati picchiati, umiliati pubblicamente e presi a calci nel culo per tutta la notte, furono tutti ricoverati all’alba nell’ospedale di Castel San Giovanni in prognosi riservata.

Furono dimessi soltanto alcune settimane dopo e costretti come atto riparatore ad assistere ai concerti della contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti ogni prima domenica del mese per i successivi ventisette anni.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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