Ebbrezza Molesta

Passai le settimane successive ad affinare i miei nuovi super poteri. Di giorno stavo chiuso in albergo a dormire, leggere i giornali e bere gutturnio frizzante. La notte indossavo il nuovo costume da Uomo Etilico che mi ero personalmente confezionato, ed uscivo a combattere la noia, il crimine e le mie nevrosi.

Il costume da Uomo Etilico non era niente male. Mantellina rosso rubino, pettorina con stampigliata una grossa lettera “E” di colore rosso cardinale su fondo verde edera modello Superman, calzamaglia color barbera, pantaloncini verdi come la pettorina, stivaletti verdi modello supereroe anni sessanta. Il volto era coperto da una maschera verde edera tipo Batman.

In due parole sembravo un pagliaccio scappato da un manicomio criminale.

Tuttavia chi era così sfortunato da incontrarmi durante le mie scorribande notturne aveva ben poco da ridere.

In meno di 20 giorni avevo messo a soqquadro tutto il mondo della prostituzione milanese, fatto arrestare diverse decine di spacciatori, sette protettori ed un paio di sicari della mafia albanese mandati a farmi fuori.

Per quanto mi sentissi crudele e malvagio, per esercitare i mie poteri avevo deciso di cominciare a dare addosso alla feccia della società. Solo in futuro, una volta terminato l’addestramento, mi sarei occupato delle mie questioni personali.

La lista di chi mi aveva fatto dei torti nei primi quarant’anni di vita era lunga, la mia sete di vendetta insaziabile.

Decisi di cominciare dal professore di matematica e fisica che mi aveva bocciato al liceo e rimandato nelle sue materie per quattro anni consecutivi: Crudelio Camalli

Quel calvo mascalzone dopo più di vent’anni insegnava ancora, torturando nuove generazioni di poveri studenti.

Lo aspettai sotto casa e quando lo vidi svoltare l’angolo, indossai la maschera e gli balzai innanzi.

“E tu chi sei?” chiese quello indietreggiando per lo spavento.

“Sono l’Uomo Etilico” gli dissi sorridendo in modo perfido.

“Sei nuovo della zona?”

“Non proprio”

“Ma non ti ho mai visto prima, e poi perché porti una maschera?” mi chiese ammiccando con gli occhi.

Rimasi in silenzio per far crescere la tensione al punto giusto.

“Vuoi salire su da me?” mi disse dopo qualche secondo con voce melliflua, proprio come avrebbe fatto un pederasta esperto e debosciato.

“Ho sempre sospettato che tu fossi un pervertito” lo accusai.

“Ci siamo già conosciuti?” domandò lui con un filo di voce mentre una goccia di sudore gli imperlava la fronte.

“Ci puoi scommettere, e sono qui per consumare la mia vendetta.”

“Ma cosa vuoi da me? Ma chi ti conosce? Vai via prima che chiami l’ospedale psichiatrico” cercò di protestare il professore.

“E’ troppo tardi, ormai sei finito!” gli annunciai toccandogli una spalla con la mia mano guantata e pregustando gli effetti che avrei prodotto sulle sue vecchie membra rinsecchite.

Il professore frocio cominciò a barcollare, come se avesse bevuto più vino di quanto il suo stomaco potesse reggere.

Si avvicinò con passo incerto all’ingresso del suo palazzo, poi si girò per guardarmi con aria complice ed ammiccò nuovamente sorridendo in modo molto malizioso. Fu a quel punto che si scatenò l’inferno.

Il professore di matematica omosessuale iniziò a citofonare a tutti gli inquilini apostrofandoli con volgarità imbarazzanti e senza nessun ritegno, senza risparmiare nessuno, ivi comprese donne, vecchi e bambine. Continuò a dare voce alla sua ebbrezza molesta per diversi minuti suscitando le proteste indignate di tutto il condominio, ma più la gente si lamentava peggiori e più disgustose erano le oscenità che uscivano dalla bocca del professore, sino a quando la situazione finì per degenerare.

Un paio di giovani palestrati e molto tatuati scesero in strada determinati a porre fine al turpiloquio del vecchio sporcaccione.

“Ma che bei maschioni, venite da me che ho qualcosa da dire anche a voi.”

“Stai zitto vecchio!” disse il primo brandendo una spranga.

“Ci hai rotto i coglioni!” disse l’altro roteando una grossa catena.

“Vai a casa o ti mandiamo all’ospedale” lo minacciarono all’unisono.

Crudelio Camalli ridacchiò in modo osceno e riprese a disturbare gli inquilini del palazzo citofonando a caso e molestandoli con volgarità di ogni tipo.

I due ragazzi si mossero allora rapidi e silenziosi, e appena gli furono abbastanza vicino iniziarono a pestarlo con violenza inaudita.

Dopo circa cinque minuti il vecchio giaceva esamine sull’asfalto in un lago di sangue. I due giovani gli diedero ancora un paio di calci sulla testa già tumefatta dai colpi precedentemente ricevuti e se ne andarono a bere al bar dietro l’angolo. Sul condominio scese la quiete.

Nessuno mi aveva visto, girai i tacchi e me ne andai anche io.

Nessuno mi seguì. Anche se era presto tornai in albergo, aprii il frigo e vi trovai l’ultima birra. Me la ingollai tutta di un fiato, poi mi tolsi il costume da Uomo Etilico e lo riposi nella cassettiera dentro all’armadio. Ruttai, andai al cesso per lavarmi le ascelle e subito dopo mi infilai nel letto.

Il professore di matematica Crudelio Camalli era morto, ed io assaporai il gusto dolce della vendetta. Un attimo dopo russavo compiaciuto tra le braccia di Morfeo.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Perdita dei freni inibitori

Il mattino di due giorni dopo mi alzai presto, comperai 10 casse di Gutturnio frizzante e ne scolai una bottiglia per colazione. Poi presi duecentomila euro dalla valigetta che avevo rubato al magnaccia e mi recai allo sportello bancario più vicino per metterli al sicuro.

Dopo aver aperto un conto corrente a mio nome, tornai nel pomeriggio e mi fecero accomodare in un ufficietto al pian terreno. La filiale della banca era ubicata in un vecchio edificio non lontano dalla periferia più degradata dove zingari ed immigrati clandestini la facevano da padroni.

Elena Prestiti, direttrice della filiale, sedeva dietro alla sua scrivania. Sulle pareti erano appesi dei manifesti ingialliti che magnificavano i servizi offerti dalla banca.

Io ero seduto sull’unica altra sedia dell’ufficio. Sulla scrivania c’era un obsoleto computer ed il locale puzzava di fumo e di guai. La finestra si affacciava sul cortile interno ed uno spesso vetro sporco faceva entrare una debole luce.

Io e la direttrice stavamo fumando e aspettavamo.

Lei era vecchia, aveva da poco compiuto quarant’anni ma ne dimostrava quindici di più. Si era tinta di rosso per nascondere i capelli bianchi. Le spalle erano ingobbite e gli occhi scavati. Aveva divorziato dopo aver messo al mondo quattro marmocchi di cui uno era un drogato abituale e un altro stava in prigione per spaccio.

Iniziò a piovere.

“A che ora era l’appuntamento?” domandai.

“Alle diciassette e mezzo” disse Elena.

Aspettammo altri dieci minuti, fumando un’altra sigaretta, guardandoci in faccia senza parlarci.

Bussarono alla porta.

“Avanti” squittì la direttrice.

Era Efrem Rubasoldi, il consulente finanziario, in doppiopetto blu, con la barba ben curata ed in splendida forma, alto quasi un metro e novanta per centoventi chili di muscoli, rolex e camicia e cravatta delle migliori firme. Efrem puzzava di ascelle sudate e fregature assicurate. Dal cortile si sentì un gatto in calore miagolare. Era la stagione dell’amore ed i gatti ci davano dentro, c’erano decine di gatti che si accoppiavano in ogni vicolo, in ogni squallido angolo di questa squallida città dominata dagli spacciatori, dagli zingari e dai venditori abusivi di collanine africane. Efrem intanto continuava a puzzare di ascelle sudate.

“Siediti” ordinò la direttrice.

Efrem rimase immobile al centro della stanza: “Non ci sono sedie” osservò sorridendo in modo ebete.

La direttrice lo guardò con disprezzo, poi lo redarguì con veemenza: “Sei una testa di cazzo!”

“Ehi, Ehi, andiamoci piano con le parole” cercò di protestare Efrem.

“Credi di poter fare il furbo? Ti viene duro pensando ai poveracci a cui hai cercato di metterlo in culo? Pensavi veramente che non ci saremmo accorti dei tuoi sporchi giochetti brutto figlio di troia?”

“Un momento signora, con chi crede di parlare…”

“Chiudi quella fogna di bocca Efrem! Lo so bene con chi sto parlando, con un fottutissimo figlio di puttana che voleva fregare i miei clienti, ma ti è andata male bastardo, perché ti abbiamo scoperto ed ora per te sono cazzi acidi, molto acidi!”

Elena Prestiti si appoggiò sullo schienale della poltrona. Aspirò una boccata dalla sigaretta e un po’ di cenere cadde sulla scrivania, ma era troppo infuriata per farci caso. La cenere bruciacchiò alcuni fogli di carta prima di spegnersi.

Mentre si incazzava la direttrice mi sembrò straordinariamente sensuale, la osservai mentre metteva al suo posto il consulente finanziario e qualcosa mi si mosse nelle mutande. Vent’anni prima qualcuno avrebbe potuto dire che era una bella ragazza, ma adesso non più. Probabilmente aveva la cellulite, il culo flaccido e le tette mosce, però mi venne voglia di lei, dei suoi capelli tinti di rosso e delle sue labbra e della sua lingua feroce.

“Ascoltami bene coglione” disse Elena abbassando la voce e cercando di riprendere il controllo di sé, “hai consigliato a tutti i nostri migliori clienti di comperare titoli di stato greci per diverse centinaia di migliaia di euro. Perché lo hai fatto?”

“Ora mi ascolti…” cominciò a giustificarsi Efrem Rubasoldi.

“Non qualche migliaio, ma centinaia di migliaia, ti rendi conto? Centinaia di migliaia di euro in titoli di stato greci, hai una vaga idea di cosa questo comporti?”

“Ma…”

“Sei un coglione, riesci a capire che ora tutti questi clienti vogliono avere delle spiegazioni? Lo capisci brutta testa di minchia che rischiano di perdere i loro soldi per colpa dei tuoi sconsiderati consigli del cazzo?”

“Lo capisco” ammise Efrem abbassando la testa.

La direttrice spense la sigaretta, si alzò e girò intorno alla scrivania e camminò sino a raggiungere Efrem Rubasoldi al centro della stanza. Aveva delle belle gambe e le scarpe tacco dodici le davano slancio e i suoi capelli rossi tinti le scendevano sulle spalle ingobbite rendendola inspiegabilmente desiderabile.

“Ora vedi di predisporre un portafoglio titoli diversificato e sicuro per questo nuovo cliente” disse lei indicandomi con una mano, ma senza guardarmi. I suoi occhi erano piantanti sulla faccia frastornata di Efrem.

“Quanto vuole investire?” domandò lui, meccanicamente.

“Duecentomila euro” chiosò la direttrice con freddezza teutonica.

“Sarà fatto” dichiarò frettolosamente il consulente finanziario, voleva sottrarsi velocemente alla furia cieca della donna.

Efrem si accomiatò e scomparve dietro alla porta dalla quale era entrato. Elena Prestiti tornò a sedersi sulla sua poltrona. Fuori continuava a piovere ed io e la direttrice restammo soli nel suo ufficio. Lei mi guardava, io la guardavo, io la desideravo anche, avrei voluto alzarmi e baciarla, ma restai, per il momento, seduto. Lei iniziò a fissarmi in modo imperscrutabile. Ormai mi era venuto duro, mentre fuori pioveva e tutti gli altri impiegati della banca erano andati a casa.

“La chiameremo appena il dottor Rubasoldi avrà predisposto una proposta adeguata al suo profilo e compatibile con la sua propensione al rischio finanziario” ruppe il silenzio la direttrice, accendendosi un’altra sigaretta.

Io annuii, lei si alzò per congedarmi, io mi alzai e le porsi una mano, desiderando intensamente di possederla sulla sua scrivania.

Appena le strinsi la mano lei mi sorrise, cominciò a ridacchiare, mi fece cenno di tornare a sedere, poi attraversò l’ufficio sculettando sui tacchi dodici, raggiunse la porta, la chiuse a chiave e cominciò a spogliarsi canticchiando un motivetto caraibico ed improvvisando una specie di balletto, come se di un tratto si fosse totalmente trasformata, perdendo qualsiasi freno inibitorio.

Fornicammo sulla sedia, sulla scrivania, sul pavimento, contro la finestra sporca e spessa che dava sul cortile. La direttrice fu spudorata, dissoluta, priva di contegno: la sua lingua insaziabile esplorò ogni mio anfratto, giungendo in luoghi del mio corpo sino a quel giorno inesplorati. Andammo avanti per un paio d’ore, io ebbi due orgasmi lei almeno il doppio, ma non saprei dire con certezza.

Poi l’effetto del Gutturnio iniziò a svanire, la direttrice riprese la consueta compostezza, soltanto una vaga espressione di disappunto tradiva il suo evidente imbarazzo. Per cercare di mascherarlo, dopo essersi rivestita, sedette sulla sua sedia e si accese l’ennesima sigaretta. Rimase in silenzio ad ascoltare la pioggia fissando il fumo che disegnava strane forme nell’aria.

Io ero sfinito, avevo perso l’indomita virilità da supereroe esibita poco prima e mi veniva anche da vomitare. Raccolsi le mie cose e me ne andai senza salutare.

Avevo scoperto un nuovo potere: potevo determinare nel prossimo la perdita dei freni inibitori.

Mi sentii ancora più malvagio, e avevo nuovamente bisogno di bere.

 

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Loquacità imbarazzante

Il giorno seguente mi svegliai in un lurido vicolo ed ero vuoto e particolarmente spossato. La forza e l’energia del giorno precedente erano soltanto uno sbiadito ricordo, la mia vita era tornata triste e grigia e avevo sete e mi sentivo depresso.

Dovevo a tutti i costi, per prima cosa, procurarmi un’altra bottiglia di Gutturnio frizzante della stessa marca di quello che mi aveva scatenato i superpoteri. Ma ero senza soldi e quell’ambito nettare di bacco costava a scaffale nel supermercato più vicino la bellezza di 3,98 euro.

Potevo tentare di spillare altri soldi a mia zia, ma solo per raggiungerla avrei dovuto attraversare la città e a piedi ci avrei messo troppo tempo.

Decisi allora che avrei provato a mendicare quattro euro alla stazione della metropolitana più vicina. Dopo una settimana che vivevo per strada ormai puzzavo come un vero barbone, recuperai un bicchiere di cartone vuoto dalla spazzatura e mi appostai in un angolo della stazione in posizione di passaggio prima dei tornelli.

L’attesa fu infinita, la gente mi passava accanto come se fossi invisibile, ignorandomi nella migliore delle ipotesi, solo alcuni mi degnavano di un qualche sguardo di disapprovazione o più facilmente di disprezzo.

Dopo un paio d’ore un’anziana signora ebbe pietà di me, e così raccattai i miei primi 50 centesimi. Alla fine della giornata ero distrutto dalla fatica, tormentato dalla sete, ed iniziavo anche ad avere fame. Tuttavia i mie sforzi non erano stati vani e nel bicchiere avevo accumulato quattro euro e trenta centesimi. Mi alzai trionfante, anche se con molta fatica, entrai nel supermarket e mi comperai quella bottiglia di vino che per tutto il giorno avevo desiderato.

Dopo averla stappata utilizzando un coltellino svizzero regalo di un cugino emigrato in America, mi rifugiai nel solito sporco vicolo e cominciai a bere. Il beneficio fu immediato, recuperai velocemente le energie ed il buon umore, ero tornato ad essere un supereroe: il malvagio Uomo Etilico.

Ormai era buio, e se volevo continuare ad essere forte e sagace come mi sentivo dopo aver bevuto del Gutturnio frizzante, dovevo procurarmi del denaro per continuare a comperare altre bottiglie di quel magico vinello. L’effetto speciale che esso esercitava su di me sarebbe svanito nel volgere di qualche ora, quindi dovevo sbrigarmi.

Entrai in un bar molto mal frequentato, era pieno di gente orrenda che giocava ai videopoker, oppure africani e altra gentaglia come slavi, albanesi e giovani fannulloni intenti a fumare erba o a bere alcolici di pessima qualità. C’erano anche quattro puttane sedute ad un tavolo apparecchiato per la cena.

Mi sentivo molto seduttivo, e anche se il mio aspetto era probabilmente ripugnante, mi avvicinai alle donne intenzionato a farmi dare del denaro, con le buone o con le cattive. Prima ci provai con le buone.

“Salve ragazze, sono rimasto al verde, mi prestereste cento euro?” domandai sfoggiando il mio miglior sorriso.

Le donne si guardarono sbigottite, poi ridacchiando tra il serio ed il faceto mi mandarono al diavolo.

“Sparisci, barbone!” mi intimò quella più vecchia, con un marcato accento dell’est europeo.

Non mi diedi per vinto, con una scusa mi avvicinai appoggiando la mono destra sulla spalla di una delle baldracche, quella con i capelli rossi.

“Posso restituirli in due ore” mentii nel tentativo di prendere tempo. Pensavo che la rossa, dopo il mio tocco, avrebbe cominciato a barcollare in stato di ebbrezza, come era successo ai quei tipacci che avevo sgominato il giorno prima.

Non accadde nulla del genere, la prostituta dai capelli rossi rimase salda sulle sue chiappone, perfettamente seduta sulla sua sedia. Cominciò però a parlare, con una loquacità imbarazzante tipica di chi ha bevuto parecchi bicchieri di troppo.

“Sei bello” mi disse voltandosi verso di me, “se vuoi ti faccio un pompino qui subito, davanti a tutti, succhio meglio di un aspirapolvere” precisò, sorridendo con complice malizia. Anche lei era straniera, ma non fui in grado di identificare la sua provenienza.

“Coraggio, non essere timido, tira fuori l’uccello che ti faccio vedere” aggiunse allungando le mani verso i miei pantaloni. Io non sapevo come reagire, l’idea della fellatio mi stuzzicava parecchio dato che non avevo un rapporto con una donna da diversi mesi, forse anni, ma una vocina dentro di me mi suggeriva di non dare confidenze a quella slandrona. Il mio obiettivo era di procurarmi del denaro, non potevo lasciarmi distrarre da altre pur allettanti occupazioni.

“Il nostro magnaccia tiene gli incassi del nostro lavoro nascosti sotto al sedile posteriore della sua macchina” aggiunse lei cercando di aprirmi la patta dei pantaloni, mentre io goffamente mi ritraevo di qualche passo.

A quelle imprudenti parole, le altre ragazze fuggirono impaurite mentre un energumeno seduto qualche tavolo a fianco si lanciò inferocito verso la rossa.

“Chiudi la bocca, stupida troia!” ringhiò quel tipo sinistro ed imbruttito, avventandosi sul collo della ragazza.

Lei gridò per la paura, ma senza potersi tacere: “Lo sanno tutti che spacci anche la droga e che ti pungi sotto ai piedi”.

Il magnaccia le tirò un pugno di brutale violenza e la poveretta finì a terra con la faccia sanguinante e le labbra rotte.

“E tu che cazzo hai da guardare, testa di cazzo!” sibilò rivolgendosi a me.

“Ti piace vincere facile merda secca? Troppo comodo prendere a pugni una donna, perché non ci provi con me?” gli domandai con aria strafottente. Le parole mi erano uscite dalla bocca senza che potessi fermarle. Era uno degli effetti collaterali della mia trasformazione. In una situazione normale mi sarei defilato in preda al panico da un pezzo. Ora invece me ne stavo davanti a quel malvivente con fare arrogante, senza provare alcun timore.

“Vediamo se fai il duro anche adesso” mi disse il magnaccia puntandomi in faccia una pistola di grosso calibro. I suoi occhi luccicavano pieni di follia e fu subito chiaro che non avrebbe esitato a premere il grilletto se non avessi immediatamente cambiato registro.

“Prova a spararmi, palle mosce!” lo provocai invece io, con insensata sicumera.

Quello non se lo fece ripetere, e mi scaricò contro l’intero caricatore.

Non un solo colpo andò a segno, muovendomi più veloce di un fulmine evitai tutti i proiettili, poi con incredibile precisione lo stesi con uno schiaffo rumoroso e devastante sulla sua faccia da bandito. Andò giù come un sacco di sabbia, sbattendo la testa sul pavimento e perdendo i sensi. Ne approfittai per rubargli i soldi, quattro biglietti da 50 euro, e le chiavi della macchina, una vecchia e scassata FIAT punto del 1992.

Mi allontanai velocemente dal bar spingendo la vecchia Punto a tutto gas, mentre sentivo le sirene dei carabinieri che si avventavano su quella bettola di periferia.

Appena fui arrivato fuori città, svoltai su di una strada sterrata e mi fermai poco dopo in mezzo ai campi. I grilli cantavano nella notte stellata e senza luna, mentre io rivoltavo i sedili posteriore della Punto. Vi trovai una valigetta nera piena di soldi, diverse centinai di migliaia di euro, come avrei scoperto più tardi contandoli. Per un bel pezzo non avrei avuto problemi a procurarmi tutto ciò di cui avevo bisogno, ovvero un adeguato numero di bottiglie di Gutturnio frizzante di quella marca che mi faceva trasformare nell’Uomo Etilico. Mi sentivo euforico, come quella volta di tanti anni prima quando avevo perso la verginità scopando la mia fidanzatina del liceo. Avevo anche scoperto di avere un nuovo superpotere. Mi bastava toccare una persona per indurla a parlare con loquacità imbarazzante. Ora sapevo che all’occorrenza avrei potuto ottenere da una donna tutte le informazioni che avessi voluto, e questo mi faceva sentite invincibile.

Dopo aver dato alle fiamme la Punto scassata tornai a piedi in città.

Era quasi l’alba, arrivai ad un alberghetto di periferia e affittai una camera. Dopo colazione mi feci una doccia calda, poi mi coricai sotto le lenzuola morbide e profumate, mi fumai una sigaretta e prima di addormentarmi mi masturbai.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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La lentezza della gente ubriaca

Tutto in me era disperazione e fallimento. Da poco compiuti i quarant’anni ero fottuto sino al midollo: senza un soldo, senza una casa, senza un lavoro, senza nemmeno il coraggio di porre fine ad una esistenza inutile e senza speranze.

Vivevo di espedienti sfruttando la pensione di una vecchia zia vedova e un po’ rincoglionita alla quale riuscivo a spillare quattrini con le scuse più assurde e per dare pace momentanea ai miei tormenti esistenziali mi ubriacavo ogni volta che potevo procurarmi le bevande alcoliche necessarie allo scopo.

Un giorno squallido e apparentemente senza senso come tutti gli altri, mi accadde qualcosa di incredibile da credersi e ancor più da descrivere e raccontare. Mi ero procurato una bottiglia di un vinello screditato e senza pretese, di quelli che si trovano nei supermercati del nord Italia e che si possono comperare per pochi euro: un gutturnio frizzante dei colli piacentini.

Non avevo mai avuto occasione di berne uno in precedenza, ed anche se quello che avevo trafugato non si presentava nemmeno tanto bene per via dell’etichetta superata e vecchio stile, decisi di berlo in fretta nella speranza che bastasse non dico ad ubriacarmi, dato che anche di gradazione non è che fosse un gran che, ma auspicavo almeno che mi rendesse un po’ brillo, aiutandomi a dimenticare per qualche ora i miei problemi.

Mi trovavo in un vicolo buio nella periferia nord di Milano, la notte era calata da un pezzo e accovacciato vicino ad un cassonetto iniziai a bere a canna direttamente dalla bottiglia.

Con mia grande sorpresa mi accorsi che l’effetto che quella bevanda esercitava su di me era del tutto diverso ed inaspettato. Anziché raggiungere l’agognato stato di ebrezza, iniziai al contrario a sentirmi stranamente bene, avvertendo un inusuale vigore, come se una potente e misteriosa energia si sprigionasse da quel vino dentro allo stomaco propagandosi in tutto il mio corpo. Mi sentivo forte, astuto, persino più intelligente e desideroso di agire, dimentico della mia consueta apatia e disinteresse per il mondo, iniziai ad avvertire l’esigenza di interagire con altri esseri umani.

Fu a quel punto che sperimentai la più incredibile e sconcertante delle scoperte.

Avvenne per caso, quando mi imbattei in un paio di tipi loschi e poco raccomandabili, subito dopo essermi scolato l’intera bottiglia. I due individui erano grossi, neri e minacciosi.

“Dare a noi tuoi soldi se non volere guai” mi minacciò il più grosso dei due in un italiano incerto ma guardandomi con occhi torvi e con uno sguardo che non lasciava spazio ai dubbi.

“Caschi male fratello, sono senza un centesimo, non ho altro in questo mondo oltre all’aria che respiro” gli dissi con tale sicumera da sorprendere me stesso. Per quanto i due africani potessero apparire pericolosi, non avvertivo nessuna paura.

“No fare furbo, dira vuori soldi o di ammazzo” disse quello più piccolo, e per sottolineare il fatto che non scherzava affatto da sotto la giacca estrasse un coltello a serramanico lungo ed affilato.

“Puoi anche ammazzarmi, se ci riesci” replicai con sarcasmo, “resta il fatto che non ho soldi, e comunque, anche se ne avessi, di certo non vorrei darteli” aggiunsi con tono di sfida. Le parole e quell’atteggiamento da duro mi vennero così naturali che ancora ora non riesco a spiegarmeli. Sino a quel momento ero sempre stato un pavido, un vigliacco, un cacasotto insomma. Nella mia vita precedente, come l’avevo conosciuta prima di bere quella bottiglia di gutturnio, a quel punto sarei già stato in ginocchio ad implorare pietà per la mia miserabile vita. Ora invece affrontavo due energumeni armati ed ostili come uno spaccone hollywoodiano.

“no fare stronzone, ultimo avviso amigo, dare soldi o morire”  ringhiò quello grosso mostrandomi un tirapugni in ferro borchiato.

Non mi feci intimidire, scrollai le spalle e senza rispondere gli feci capire che le loro minacce non mi impressionavano.

A quel punto i due africani passarono all’azione, tentando di colpirmi, uno con il coltello, l’altro con il tirapugni. Ma io evitai i loro affondi muovendomi con un’agilità ed una rapidità che non avevo mai avuto prima. Poi cercai di spingere via quello dei due che mi stava più vicino, e fu allora che accadde l’incredibile: quel tizio, subito dopo averlo toccato, iniziò a muoversi con la lentezza della gente ubriaca. Non era più capace di stare fermo sulle gambe, sembrava completamente sbronzo, poco dopo si piegò in un angolo e cominciò a vomitare sino a perdere i sensi.

Il suo compare, quello con il coltello, fu colto da una rabbia furiosa, non riusciva a capacitarsi della mia insospettabile velocità né tanto meno poteva spiegarsi come fossi riuscito con una sola spinta a mettere il suo amico fuori combattimento.

Mi si lanciò contro ringhiando, ma io lo evitai colpendolo poi con un pugno. E fu un pugno di straordinaria potenza che lo stese all’istante. Non potevo credere alla mia nuova straordinaria forza, ma quando l’africano si rialzò con la faccia sanguinante ed il naso rotto, fui ancora più stupito nel constatare che anche quello, ora, si muoveva con lentezza, come se avesse bevuto pesantemente. Poi, dopo aver barcollato come un vecchio, crollò nuovamente a terra svenuto.

Me ne andai riflettendo su quanto mi era appena accaduto. Dopo aver bevuto quel vino avevo chiaramente subito una trasformazione, ed in meglio. Ero diventato più forte, più agile, più spavaldo e sicuro di me, inoltre disponevo di un potere speciale: mi bastava toccare le altre persone per indurle in un evidente stato di ebrezza.

Non riuscivo ancora a capire esattamente come e perché, ma con ogni evidenza ero diventato una specie di supereroe. Da quel giorno diventai l’Uomo Etilico, ed ero fermamente intenzionato ad approfittarne.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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