L’abominevole donna ricoperta di peli

La conturbante storia di una giovane coppia di crudeli fuorilegge alle prese con una rocambolesca rapina ed uno scomodo ostaggio che nasconde un imbarazzante segreto…  (pubblicato su wattpad.com ) Per leggere il racconto clicca qui

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Vietata la riproduzione, Copyright ©2018 racconti-brevi.com

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La professoressa sadica

Giovanni Ligas arrivò a scuola particolarmente provato.

Il giorno prima ci aveva dato dentro in modo pesante con i suoi compagni di sbronza abituali: Mario Bonaldi e Germano il Capitano. Il Gutturnio era passato a fiumi dalle bottiglie alle loro fauci fameliche.

Alla prima ora avevano lezione d’inglese. La professoressa Mary Zambon entrò in classe vestita in modo diverso. Non indossava il solito kilt scozzese da vecchia babbiona noiosa. No, quel giorno aveva addosso una conturbante tuta nera aderente in latex e calzava stivali in pelle con tacco 12. Aveva anche cambiato pettinatura optando per un caschetto sexy alla Valentina di Guido Crepax. Il rossetto scarlatto e le pupille stranamente dilatate le conferivano un’aria vagamente perversa.

“Bonaldi, Ligas e Germano, subito in presidenza!” sibilò la professoressa di inglese con voce severa.

I tre giovani piombarono nel panico, avviandosi in preda all’agitazione verso gli uffici della preside.

“Mi viene da vomitare” piagnucolò Ligas.

“Cosa cazzo abbiamo combinato questa volta?” si lamentò Bonaldi intercalando con un paio di bestemmioni.

Il Capitano iniziò a pregare, dopo essere impallidito sino a diventare bianco come il latte appena munto.

Quando arrivarono davanti alla presidenza trovarono la porta aperta, ma l’ufficio era vuoto e della preside nemmeno l’ombra.

“Entrate!” gracchiò la Gina, una orribile bidella obesa dai modi scorbutici.

I tre obbedirono, continuando ad interrogarsi sottovoce sulle ragioni della misteriosa convocazione.

Dopo circa dieci minuti di penosa attesa, nella stanza entrò la professoressa Zambon sui nuovi stivali in pelle tacco 12, chiudendosi la porta alle spalle e serrando la serratura con due mandate. Poi prese la chiave e la nascose tra i seni, divenuti anch’essi insolitamente prosperosi e sodi e con due grossi capezzoli turgidi mal celati sotto il latex aderente.

“Spogliatevi” disse la professoressa andandosi a sedere sulla scrivania della preside, proprio davanti a loro.

“Cosa?”

“Come?”

“Dice sul serio?”

I giovani studenti erano basiti ed increduli: era la prima volta che sentivano la Zambon parlare in italiano.

“Siete sordi oltre che stupidi? Vi ho ordinato di togliervi i vestiti!”

Sempre più disorientati i tre obbedirono, sino a restare in mutande.

La prof si avvicinò per passarli in rassegna.

“Toglietevi le mutande mezze seghe!”

Bonaldi eseguì l’ordine già mezzo barzotto. Ligas non oppose resistenza, ma si vergognava e aveva freddo e gli veniva da vomitare sempre più forte. Il Capitano rimase immobile impietrito, diventando rosso come il sangue.

La Zambon non si scompose, si avvicinò al Capitano e lo colpì con un gancio sinistro in pieno stomaco.

“E’ meglio che te le togli da solo quelle luride mutande, fin tanto che sei in grado di farlo usando le tue mani.”

Sopraffatto dalla paura, dalla vergogna e dall’umiliazione, anche il Capitano eseguì gli ordini, ed ora i tre adolescenti erano nudi come vermi davanti alla loro sadica professoressa d’inglese.

“Siete tre patetici stronzi, ed avete anche il cazzo piccolo” sentenziò ridacchiando la Zambon.

Ligas iniziò a piangere in silenzio, il Capitano, umiliatissimo, iniziò a tremare colpito da un attacco di epilessia, Bonaldi scorreggiò rumorosamente in segno di protesta.

“Sei un porco, un pervertito!” lo redarguì immediatamente la Zambon, e per far capire che non stava scherzando aprì la sua vecchia borsa di cartone dalla quale tirò fuori uno sfollagente della polizia. Si avvicinò per bene al Bonaldi e lo colpì sul ginocchio destro con forza inaudita. Il poveraccio crollò a terra bestemmiando con la rotula fratturata.

Poi, mentre lui si dimenava sul pavimento tenendosi in mano il ginocchio gonfio e dal colore bluastro, iniziò a prenderlo a calci intimandogli di mettersi sdraiato supino.

Bonaldi cercò di opporre una timida resistenza, ma le punte rinforzate con placche in titanio degli stivali in pelle tacco 12 della Zambon lo convinsero velocemente ad assecondare i desideri della sadica professoressa.

Quando fu perfettamente sdraiato ed immobile, la Zambon cominciò a calpestarlo camminandogli sopra il petto, la pancia ed i genitali.

Bonaldi sulle prime cercò stoicamente di non urlare, ma poi, quando uno dei tacchi 12 gli infilzarono il pene come uno spiedino tirò un grido che squarciò l’aria e fece tremare le pareti: poi svenne.

“Questa pratica BDSM si chiama trampling” spiegò la Zambon con fare professorale, avvicinandosi minacciosa a Ligas e al Capitano.

“Ma quel pippaiolo del vostro compagno non ha saputo resistere nemmeno pochi secondi” disse afferrando il Capitano per le palle.

“Pensi di poter fare di meglio?”

Il Capitano annuì terrorizzato

“Allora inginocchiati immediatamente!”

Lui obbedì trattenendo il fiato per la paura.

La malvagia professoressa armeggiò nuovamente nella sua borsa e ne tirò fuori un gigantesco fallo in silicone e di color cioccolata.

“Fammi vedere come succhi i cazzi frocetto!”

Il volto del Capitano si rigò di lacrime, poi con le mani tremolanti afferrò il fallo di silicone e se lo mise in bocca simulando maldestramente un’atroce fellatio.

La Zambon lo guardò con disprezzo, poi si rivolse al Ligas: “porgimi le tue mani schifose” gli ordinò, mentre dalla borsa estraeva una bacchetta di legno di Rattan.

Ligas offrì i palmi delle mani.

La Zambon scosse il capo in segno di diniego: “I dorsi” disse contraendo le labbra in un ghigno crudele.

Ligas girò le mani lentamente e tremando, lei cominciò a bacchettarlo con durezza.

Lui iniziò a singhiozzare mentre le mani si gonfiavano ed i dorsi presero a sanguinare.

“Questa punizione corporale si chiama caning” lo informò la Zambon, colpendo sempre più energicamente.

“Basta, la prego… basta” implorò Ligas contorcendosi per il dolore.

La professoressa ignorò le sue suppliche, gli girò dietro le spalle, e dopo avergli rifilato una fucilata nel culo con la punta rinforzata in titanio dello stivale tacco 12 della gamba destra, iniziò a bacchettarlo sulla schiena.

Non contenta, la sadica professoressa d’inglese prese ad alternare le vergate a dei feroci schiaffoni sulla faccia.

Dopo alcuni minuti di indicibile sofferenze, le listate iniziarono a diminuire di numero, lasciando posto ai soli schiaffoni.

Ligas iniziò allora ad udire delle voci lontane che lo chiamavano, insieme a confuse risate di scherno.

Le voci si fecero sempre più forti e vicine, le risate divennero quasi fragorose, ed infine uno schiaffone più forte dei precedenti lo riportò sulla terra costringendolo a svegliarsi.

La professoressa Zambon era in piedi davanti a lui, con il suo consueto kilt scozzese da vecchia e noiosa babbiona e lo guardava sgomenta. Senza aggiungere una parola gli allungò il compito in classe corretto.

Era solo un incubo, pensò Ligas sollevato, assicurandosi che i dorsi delle mani fossero perfettamente sani. Poi afferrò il compito e lo guardò, ripiombando nella più cupa disperazione: aveva preso un altro 4.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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La Padrona nazista

L’esploratore fascistissimo Rodolfo Navigato giaceva sul divano di casa completamente ubriaco. I suoi capelli color grigio acciaio brillavano sotto il sole di un caldo pomeriggio d’estate nell’anno del Signore 1946. Nella nuova Repubblica Italiana e democratica per Navigato non ci sarebbe stato spazio. I tempi in cui aveva conteso al leggendario Giuseppe Tucci le prime pagine dei giornali erano passati.

Ormai poteva vivere solo di ricordi e di rimpianti, esiliato nella sua dimora sperduta sulle colline piacentine, in quel di Pecorara.

“Brutti bastardi figli di puttana!” farfugliò cercando di sollevarsi per raggiungere il bagno e vomitare.

I suoi strali non erano rivolti alle potenze plutocratiche che avevano vinto la guerra, né ai sovietici che avevano occupato mezza Europa, e neppure ai partigiani comunisti che avevano stuprato e rapato zero la sua unica figlia facendola impazzire. No, a provocare l’ira di Rodolfo erano i ricordi di una donna, un ufficiale delle SS, la spietata Ilsa Von Forsher, il più grande amore della sua vita.

Dopo aver vomitato copiosamente, Navigato si trascinò a fatica sino alla vecchia dispensa dove trovò ancora un fiasco di vino rosso. Era l’ultima bottiglia e ci si attaccò a garganella. Prima che Navigato svenisse nuovamente stordito dalla sbornia, il ricordo di Ilsa gli passò davanti agli occhi come fosse stato al cinematografo. “Puttana!” biascicò mentre il suo corpo privo di sensi crollava sul pavimento.

Lui e Ilsa si erano conosciuti nel 1938 a bordo della nave tedesca Schwabenland, partita da Amburgo il 17 dicembre per una missione esplorativa in Antartide. Navigato era stato aggregato alla spedizione su richiesta del Duce e in qualità di esperto, avendo già partecipato nel 1926 alla trasvolata del Polo Nord a bordo del dirigibile Norge al comando di Umberto Nobile.

Ilsa invece faceva parte di un gruppo di scienziati delle SS ed era a capo di una missione segreta della Ahnenerbe, finalizzata ad individuare un passaggio di collegamento al centro della terra cava, come ipotizzato dall’americano John Cleves Symmes già nel 1881. La missione segreta di Ilsa e dei suoi uomini era sconosciuta al resto dell’equipaggio, compreso il comandante della nave, il capitano Alfred Ritscher.

La giovane Ilsa era di una bellezza giunonica, secondo i più rigidi canoni ariani: alta, robusta, bionda, con gli occhi azzurri ed un seno enorme. Aveva quattro lauree e parlava fluentemente cinque lingue, tra cui l’Italiano. Era anche di portamento altero ed oltre alla sua missione nascondeva un altro segreto, di natura molto più intima, e che gli avrebbe permesso di sedurre e soggiogare totalmente alla propria volontà il labile e lascivo Rodolfo. Anch’egli, infatti, nascondeva un terribile ed imbarazzante segreto che avrebbe preferito tenere nascosto, ma che la diabolica Ilsa riuscì a scoprire pochi giorni dopo che la Schwabenland aveva preso il largo.

Era una fredda notte stellata quando Ilsa e Rodolfo si incontrarono casualmente sul ponte della nave. Nonostante la temperatura rigida avevano entrambi sentito l’esigenza di prendere un po’ d’aria fresca. Ne nacque una piacevole conversazione sui prodigi della tecnica e sulle conquiste che le nuove scoperte avrebbero reso possibile nei successivi decenni. Rodolfo era rimasto immediatamente affascinato dalle incredibili conoscenze e competenze tecnico-scientifiche della donna, ma soprattutto si sentiva incredibilmente attratto da quel corpo statuario e dalle sue forme esuberanti, a stento nascoste e contenute dalla divisa d’ordinanza.

Lei si accorse subito delle attenzioni dell’esploratore italiano, e decise di invitarlo nella propria cabina per approfondirne la conoscenza.

“Mi piacciono gli stalloni italiani” disse la donna iniziando a spogliarsi.

“Adoro le donne del Reich” disse lui, calandosi i pantaloni.

Da sotto i mutandoni, si scorgeva il suo sesso barzotto e Ilsa lo provocò passandogli una mano tra i capelli: “cosa sai fare stallone italiano, per adorare una donna del Reich?”

Rodolfo Navigato arrossì, abbassò lo sguardo e fissando i piedi nudi della donna sussurrò: “sono un’insaziabile succhiatore di alluci”

Un ghigno crudele si dipinse sul volto della donna, senza aggiungere parola colpì Rodolfo con uno schiaffo furibondo, tanto che le sue gigantesche mammelle ondeggiarono come un mare in tempesta.

Il volto offeso di Rodolfo arrossì ancora di più, per la vergogna, per l’umiliazione e per l’eccitazione. Il suo arnese spuntava ora dai mutandoni, turgido e pronto per l’uso.

Ilsa colpì nuovamente l’esploratore italiano con forza ancora maggiore, ed il suo volto crudele era ora una maschera beffarda e sadica: “inginocchiati e adora i mie piedi, schiavo italiano!”

Rodolfo obbedì. Si piegò sulle ginocchia mettendosi a quattro zampe come un cane, e poi iniziò a baciare, leccare e succhiare i piedi di Ilsa. L’umiliazione dell’uomo cresceva con il passare dei minuti, così come la sua eccitazione, mentre la diabolica nazista abusava di lui con insulti irriferibili e frustandolo sulla schiena e sulle terga con la cinghia in pelle della sua divisa.

Ilsa continuò a seviziare Rodolfo in questo modo per quasi mezzora, poi quando capì che lui non avrebbe potuto resistere ancora per molto gli ordinò di alzarsi, lo legò ad una sedia e lo imbavagliò.

“Aspettami qui, stallone italiano” gli disse ridacchiando. Poi indossò una vestaglia di flanella ed uscì dalla cabina.

Rodolfo cercò di liberarsi, ma le corde usate dalla donna per legarlo erano troppo strette ed ogni suo sforzo fu vano.

Dopo cinque minuti la donna rientrò nella cabina accompagnata da un giovane ed orrendo marinaio tedesco. I due si spogliarono ed iniziarono ad accoppiarsi selvaggiamente.

Rodolfo fu costretto ad assistere la splendida Ilsa con il suo magnifico seno ed i suoi sensualissimi piedi, mentre l’atroce marinaio la possedeva in ogni posizione. Questa nuova e più crudele umiliazione subita da Rodolfo accese la passione della sadica Ilsa, che guardandolo negli occhi mortificati urlò dal piacere raggiungendo un intenso orgasmo.

Nelle notti successive e per tutta la durata della spedizione, Rodolfo fu spesso convocato nella cabina della donna e costretto a subire le medesime sevizie. Ogni volta la bella nazista si accoppiava con un marinaio differente e si inventava nuove umiliazioni da infliggere al suo schiavo italiano.

Quando la Schwabenland tornò in Germania, Rodolfo si era totalmente innamorato di Ilsa Von Forsher. Avrebbe desiderato seguirla ovunque e continuare a leccare i piedi della sua padrona sino alla fine dei suoi giorni. Ma quando scesero dalla nave lei lo salutò e con un sorriso sarcastico gli disse addio.

Non si videro mai più, ma per tutta la vita Rodolfo Navigato non smise mai di amare la sua padrona nazista.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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