Viaggio al centro della terra, di Jules Verne (1864) – Recensione Critica

Quando Viaggio al centro della Terra appare nel 1864, la scienza non è ancora l’istituzione rassicurante, protocollare e condivisa che oggi siamo abituati a immaginare. È piuttosto una zona di confine, una pratica che oscilla tra l’osservazione rigorosa e l’azzardo visionario. In questo spazio ambiguo Jules Verne colloca il suo romanzo, facendo della scienza non un insieme di certezze, ma un atto di fede. Il professor Otto Lidenbrock non consulta la scienza come si consulta un manuale: vi si affida come un credente alla rivelazione. La sua interpretazione del manoscritto di Arne Saknussemm ha la struttura di un’illuminazione improvvisa, di una verità che non si dimostra, ma si riconosce. La spedizione verso il centro della Terra nasce così come una professione di fede razionale, paradossale e pericolosa, in cui l’ipotesi scientifica diventa imperativo morale. Dubitare non è ammesso, perché dubitare significherebbe tradire la promessa stessa del sapere. In questo senso, la scienza verniana non è mai neutra: è una forza che pretende obbedienza, una vocazione che può facilmente sconfinare nel fanatismo.

Da qui discende la natura profondamente simbolica del viaggio. Non si tratta di una traversata nello spazio, ma di una discesa verticale, fisica e interiore. Scendere significa abbandonare progressivamente il mondo moderno, le sue comodità, i suoi riferimenti, fino a ritrovarsi in un ambiente primordiale, governato da leggi che precedono l’uomo. Il percorso verso il centro della Terra assume allora i contorni di un rito iniziatico: vi è un testo segreto da decifrare, un maestro che guida e comanda, prove di resistenza fisica e mentale, momenti di smarrimento e rivelazioni improvvise. Ogni strato attraversato non è solo geologico, ma anche esistenziale. Axel, Lidenbrock e Hans si spogliano progressivamente della loro identità superficiale per confrontarsi con una verità più antica, che non consola e non accoglie, ma mette alla prova. La conoscenza, in Verne, non si conquista senza una perdita: di sicurezza, di controllo, talvolta di umanità.

È in questo movimento discendente che il romanzo introduce uno dei suoi elementi più perturbanti: il tempo profondo. La Terra che Verne mette in scena non è un semplice contenitore di avventure, ma un organismo antico, stratificato, indifferente alla presenza umana. Fossili, ere geologiche, creature preistoriche restituiscono al lettore ottocentesco una percezione nuova e inquietante del tempo, un tempo non umano, che si misura in milioni di anni e davanti al quale la storia dell’uomo appare come un frammento trascurabile. L’angoscia che emerge non è mai dichiarata apertamente, ma si insinua nella narrazione come una vertigine silenziosa: l’idea che l’uomo non sia il centro di nulla, ma un accidente recente su una crosta che potrebbe benissimo continuare senza di lui. In questo senso, Viaggio al centro della Terra anticipa una sensibilità moderna, quasi esistenziale, facendo percepire al grande pubblico l’abisso temporale della geologia molto prima che questa diventi un tema diffuso nella cultura di massa.

Al centro di questo universo narrativo si staglia la figura del professor Lidenbrock, uno dei personaggi più ambigui e riusciti di Verne. Scienziato brillante, ma anche tirannico, autoritario, spesso grottesco, Lidenbrock incarna l’hubris positivista dell’Ottocento, la convinzione che ogni limite possa e debba essere superato. È al tempo stesso ridicolo e terribile, caricatura e profeta. La sua ostinazione non è solo un tratto caratteriale, ma una forza narrativa che trascina gli altri personaggi e il lettore stesso verso l’ignoto. Lidenbrock non accetta la possibilità del fallimento perché il fallimento, per lui, non è scientificamente concepibile. In questa assolutezza si cela una verità inquietante: la scienza, quando diventa dogma, può assumere i tratti di una religione intollerante, pronta a sacrificare tutto, anche l’uomo, sull’altare della conoscenza.

È proprio per questo che la presenza di Axel risulta indispensabile. Axel non è solo il narratore, ma lo sguardo umano che restituisce al romanzo la sua dimensione emotiva. Dove Lidenbrock avanza senza esitazione, Axel prova paura, dubbio, desiderio di tornare indietro. La sua angoscia fisica, il terrore della discesa, la nostalgia per la superficie funzionano come una bussola morale, ricordando costantemente il prezzo del sapere. Axel è la voce del corpo contro l’astrazione scientifica, il punto di vista che impedisce al romanzo di trasformarsi in un freddo esperimento teorico. Attraverso di lui, Verne riconosce che la conoscenza non è mai un processo puramente razionale: coinvolge i nervi, il respiro, la paura di morire. Senza Axel, Viaggio al centro della Terra sarebbe un trattato visionario; con Axel, diventa un romanzo che mette in scena il conflitto eterno tra il desiderio di sapere e il bisogno di restare umani.

Man mano che la spedizione avanza nelle profondità, la Terra sotterranea smette di essere una semplice curiosità narrativa e si configura come un mondo alternativo pienamente autosufficiente. Verne evita accuratamente ogni tentazione allegorica facile: il sottosuolo non è un inferno morale, né un paradiso primigenio. È un ecosistema coerente, dotato di una sua logica interna, di mari chiusi illuminati da cieli minerali, di catene montuose e di forme di vita che appartengono a ere anteriori all’uomo. Questa natura non chiede di essere interpretata, ma osservata. La Terra Cava verniana non è in attesa di essere colonizzata o redenta; al contrario, esiste in una indifferenza assoluta rispetto alla presenza umana. L’uomo vi passa come un intruso temporaneo, tollerato ma non necessario. In questo senso, Verne costruisce un’immagine sorprendentemente moderna della natura: non uno scenario al servizio dell’avventura, ma un sistema complesso che precede e sopravvive all’osservatore.

L’accesso a questo mondo, tuttavia, non è mai diretto. La conoscenza, in Viaggio al centro della Terra, si presenta sempre sotto forma di enigma. Il manoscritto di Arne Saknussemm, con le sue rune e il suo messaggio cifrato, è il primo ostacolo e il primo invito: il sapere non si offre apertamente, va conquistato attraverso la decifrazione. Verne insiste su questo punto con una coerenza quasi ossessiva. Ogni passaggio cruciale del viaggio è preceduto da un problema interpretativo, da un segno da comprendere, da una traccia da leggere correttamente. La scienza, così intesa, assume i tratti di un sapere occultato, non perché segreto in senso esoterico, ma perché riservato a chi possiede la disciplina, la pazienza e l’audacia necessarie per leggerne i segni. La verità scientifica non è democratica: è iniziatica. In questa dinamica, Verne sembra suggerire che il progresso non dipende solo dall’accumulo di dati, ma dalla capacità di interpretarli, di rischiare una lettura controintuitiva del reale.

È proprio qui che emerge con maggiore chiarezza il genio narrativo di Verne, capace di fondere avventura e divulgazione in un equilibrio raramente eguagliato. Viaggio al centro della Terra funziona come una vera e propria macchina pedagogica, ma senza mai assumere il tono del trattato. Le nozioni di mineralogia, geologia e paleontologia vengono assorbite naturalmente nel flusso del racconto, trasformate in eventi, ostacoli, meraviglie. Verne insegna mentre intrattiene, ma soprattutto riesce a trasmettere un’idea emotiva della scienza: il senso di stupore, di vertigine, di entusiasmo che accompagna la scoperta. In questo senso, il romanzo anticipa la divulgazione moderna, mostrando che il sapere non si comunica solo attraverso l’esattezza, ma attraverso la narrazione, l’immaginazione, la capacità di rendere desiderabile ciò che si spiega.

Il patto che Verne stringe con il lettore è chiaro e sorprendentemente onesto. Non chiede di credere all’impossibile, ma di sospendere l’incredulità entro un quadro di coerenza interna. Il centro della Terra verniano non è realistico, ma è plausibile secondo le regole che il romanzo stabilisce e rispetta con rigore. È in questa zona di confine tra scienza e fantasia che l’opera trova la sua forza. Verne non nega i limiti del sapere umano, li sfida con ipotesi ardite, ma sempre strutturate, argomentate, sostenute da un’apparente razionalità. Il risultato è una narrativa che non si limita a fantasticare, ma invita il lettore a interrogarsi su dove finisca il conosciuto e dove cominci l’ignoto, su quanto sottile sia la linea che separa la scoperta dall’illusione.

Il ritorno alla superficie, infine, è forse l’elemento più eloquente dell’intero romanzo. Non c’è una vera catarsi, nessun trionfo definitivo. La spedizione non porta a una conquista stabile, né a una rivelazione totale. Si ritorna indietro quasi per accidente, sospinti da forze che sfuggono al controllo umano. Ciò che resta non è il possesso di un nuovo mondo, ma una consapevolezza mutata. I protagonisti hanno visto qualcosa che li supera, ma non possono trattenerlo né replicarlo. Il sapere acquisito non rende padroni, non garantisce dominio; rende piuttosto più coscienti della propria piccolezza, della fragilità delle certezze umane di fronte alla vastità del tempo e della materia. In questo epilogo privo di enfasi, Verne compie un gesto sorprendentemente anti-eroico: la conoscenza non è una conquista definitiva, ma un incontro fugace con l’ignoto, destinato a lasciare tracce profonde senza mai esaurirsi in una risposta finale.


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