Mummie in Val Luretta

Il tenente Annibale Mutilato era ancora vivo. Nelle ultime tredici settimane aveva passato le pene dell’inferno ma era sopravvissuto. Le terribili torture inflitte dal dottor Sofferenza lo avevano menomato nel corpo e nella mente. Più volte era stato vicino ad impazzire, ma alla fine il sadico dottore si era stancato di seviziarlo prima che lui potesse perdere del tutto la ragione.

Da molti giorni era rinchiuso in una cella umida e buia, mantenuto in vita solo per volontà del suo malvagio aguzzino, intenzionato ad utilizzarlo come cavia per i suoi orribili esperimenti.

Annibale non era più in grado di distinguere lo scorrere del tempo. Passava ore ed ore a guardarsi la mano sinistra martoriata, alla quale erano state amputate le ultime due dita. Il volto ricoperto da una folta e lurida barba, i capelli lunghi e sporchi, vestito di stracci maleodoranti e infestati dai pidocchi, consumava lentamente la sua esistenza imbruttendosi in una malsana prigione, ammorbata dagli effluvi delle sue stesse lordure, dove persino i ratti si intrattenevano malvolentieri.

Covava silenzioso sentimenti di vendetta, voleva ad ogni costo sopravvivere per riuscire ad avere tra le proprie mani, o tra ciò che di esse rimaneva, il dannato dottore che lo aveva ridotto in quello stato.

Non gli avevano rotto le ossa, e nemmeno era stato ferito vicino ad organi vitali. Anche la faccia e la testa erano state grosso modo risparmiate, con la sola eccezione di una grossa cicatrice sulla fronte, che il maledetto medico gli aveva inciso con uno stiletto arroventato.

Il sonno di Annibale era sempre tormentato da orrendi incubi, e spesso gli appariva in sogno il sadico ghigno del dottor Sofferenza mentre gli affondava la lama nelle carni.

La macchina dell’elettroshock, i bagni dentro l’acqua ghiacciata, le unghie strappate, i mozziconi di sigaretta spenti sulla lingua, i denti trapanati sino a tormentare i nervi, e altre spaventose torture non erano bastate a farlo confessare. Non si sentiva un eroe per questo, soltanto era troppo intelligente per dire la verità. Se avesse ammesso di essere una spia avrebbero continuato a torturarlo sino ad ucciderlo. Soltanto fingersi un pazzo lo avrebbe mantenuto in vita, soltanto un pazzo non avrebbe iniziato a parlare dopo l’amputazione di due dita e l’incisione della testa.

Alla fine il dottore gli aveva creduto, pensando che fosse uno squilibrato, o che lo fosse diventato a causa delle torture. In ogni caso si era rassegnato all’idea che non gli avrebbe strappato nessuna informazione utile.

Non vi era stato modo di farlo parlare, o almeno di fargli dire cose che avessero un minimo di logica e di coerenza. Le risposte che aveva fornito erano diventate giorno dopo giorno più sconclusionate e prive di senso, man mano che le torture erano diventate più dolorose, sino ai limiti della sopportazione umana. Il dottore sapeva bene che superato quel limite, alla fine, tutte le vittime impazzivano veramente, e non era più possibile trarre informazioni attendibili dopo che le loro menti erano state sino a quel punto sconvolte.

Passarono così molte settimane, ed Annibale era sempre chiuso nell’angusta cella sotterranea del castello di Momeliano, edificato secoli prima sulle dolci colline della Valle Luretta. Fuggire era impossibile, le pareti in pietra secolare non potevano essere scalfite, le sbarre in ferro della prigione erano state elettrificate, qualsiasi tentativo di scappare sarebbe miseramente fallito.

Una notte disperata e folle, il tenente Mutilato decise di farla finita. Avrebbe cercato di evadere, incurante delle conseguenze. Meglio la morte che una vita senza più speranze.

Attese il momento dell’ispezione serale per agire. Quando la guardia si avvicinò per assicurarsi che il prigioniero fosse ancora vivo, Annibale scattò come una molla e allungando le braccia attraverso le sbarre l’afferrò per il collo trascinandola contro i ferri elettrificati.

Un urlo mostruoso eruppe dalla bocca della guardia, mentre la faccia si deformava per il dolore e un raccapricciante sfrigolio si diffondeva dal suo corpo.

Un odore disgustoso di carne bruciata saturò in pochi istanti l’aria ammorbata della prigione.

Quando il corpo del secondino crollò a terra ormai privo di vita, Annibale riuscì ad afferrare il mazzo delle chiavi caduto sul pavimento lurido: era costituito da quattro pezzi.

Selezionò quella che gli sembrò più adatta alla serratura che apriva la cella, la infilò nella toppa e provò a girarla. Non ci riuscì, la serratura offriva una decisa resistenza. Provò allora una seconda chiave, simile alla prima ma un po’ più piccola. Anche in questo caso il meccanismo non si aprì.

“Maledizione!” imprecò temendo che quello non fosse il mazzo giusto. Afferrò una terza chiave e replicò l’operazione, ancora una volta senza fortuna. La quarta chiave nemmeno entrò nella serratura.

Il sudore ora colava lungo le tempie tra i lunghi capelli unti di Annibale che si sentì sopraffare dal panico. La possibilità di una fuga tanto agognata gli stava svanendo tra le mani.

Respirò a fondo e lentamente, il lezzo era ripugnante e insopportabile, ma riuscì a dominarsi ed ebbe un’idea. Provò ancora con la prima chiave, questa volta infilandola nella toppa sul lato esterno della porta, dalla parte dove veniva abitualmente utilizzata dalle guardie. Poi provò a girare. Il meccanismo offrì nuovamente una certa resistenza elastica, ma questa volta inferiore, i denti metallici sferragliarono sui loro anelli e finalmente scattò la prima mandata. Annibale tirò un sospiro di sollievo, girò ancora la chiave, ripetutamente, e dopo quattro scatti la porta si aprì.

Ripeté l’operazione con il lucchetto che chiudeva la cavigliera saldata alla catena murata alla parete, l’anello di ferro si aprì con uno scatto, emettendo un suono simile ad uno squittio.

Era libero, e in un attimo si trovò davanti alla successiva porta di ferro, proprio nel momento in cui si stava aprendo.

Il soldato non si accorse di nulla, Annibale lo aveva già afferrato per i capelli fracassandogli il cranio contro lo stipite con una brutalità inaudita. Fu una morte violenta, ma così repentina da non provocare dolore.

Un terzo secondino non ebbe il tempo di richiudere la porta. Annibale gli aveva già artigliato il collo. Le dita tozze si strinsero sul gozzo del militare affondando nelle carni come ganci da macellaio. Il malcapitato morì soffocato in pochi minuti

Eliminati i secondini, Annibale si incamminò lungo le scale in pietra che portavano al livello superiore. In cima alle scale si trovò in una camera vuota.

Su di un muro in mattoni si aprivano delle piccole finestrelle, attraverso le quali si poteva scorgere il cielo. Si vedevano le stelle brillare nel blu profondo della notte.

Sulla parete opposta, delle lampadine elettriche illuminavano la stanza diffondendo una luce bianca e intensa.

Annibale sapeva cosa fare: attraversò l’unica uscita e si portò nella stanza adiacente.

L’ambiente era buio e gli ci vollero alcuni secondi affinché i suoi occhi si abituassero alla nuova oscurità. Una flebile luce tremolante proveniva dal fondo di un lungo corridoio di pietre e mattoni.

Si richiuse la porta alle spalle e camminò sul pavimento fatto di pietre antiche perfettamente levigate. Non vi erano finestre né aperture di altro genere, soltanto sassi e laterizi.

Giunto a metà del lunghissimo corridoio, trovò la porta che portava alle docce. Si fermò a riflettere: puzzava come una carogna, non si lavava da mesi ed era ricoperto dai pidocchi. Era stata una precisa disposizione del dottor Sofferenza, finalizzata ad incrementare il senso di degrado fisico e psicologico cui dovevano essere sottoposti i prigionieri.

Annibale pensò che tentare la fuga in quello stato poteva essere pericoloso, i cani lo avrebbero fiutato a chilometri di distanza. Valutò che darsi una lavata gli avrebbe certamente dato sollievo e forse risolto il problema dei cani. Ma dissipare il poco tempo che aveva a disposizione poteva essere molto pericoloso. Il dubbio su cosa fare lo stava arrovellando.

Alla fine decise di farsi la doccia. Entrando nei bagni vide il suo corpo riflesso in uno specchio. Lo avevano ridotto come un barbone, con la mano sinistra quasi ridotta ad un moncherino, la faccia ricoperta dai lunghi capelli lerci e la fronte sfregiata. Annibale ebbe paura della sua stessa immagine.

Si levò gli stracci maleodoranti, che un tempo erano stati dei vestiti, gettandoli in un angolo. Poi aperto uno dei rubinetti si lanciò sotto un getto di acqua gelida. Il freddo era un disagio sopportabile, poca cosa a confronto della piacevole sensazione che provò nello scrollarsi di dosso settimane di sudiciume e pelle morta.

Uscì dalle docce nudo e bagnato. I pettorali erano ancora scolpiti e la muscolatura tonica, pur avendo perso peso aveva conservato la prestanza fisica dei giorni migliori.

Non vi erano altre sentinelle a guardia delle quattro porte collocate lungo la seconda metà del corridoio. Annibale si avvicinò per controllare le prime due.

La porta alla sua sinistra era a doppia anta e chiusa con un grosso chiavistello serrato con un pesante lucchetto. La porta alla sua destra era più piccola. Provò a girare la maniglia e si aprì.

L’interno era buio, ma sul muro didentro vi era un grosso interruttore elettrico. Annibale cercò di sollevarlo, riuscendo a dare elettricità alla stanza. Le luci si accesero e lui entrò.

Era una grossa camera rettangolare, il pavimento era ricoperto con moderno linoleum e le pareti intonacate erano verniciate di verde acqua. C’era un tavolo operatorio con una morsa per la testa e cinghie per immobilizzare polsi e caviglie, una grande scaffalatura sui cui erano collocati teste umane imbalsamate e dei vasi di vetro contenenti cervelli sotto spirito, una vetrinetta piena di droghe, siringhe, bisturi, lacci emostatici e altri strumenti chirurgici, un mobiletto sul quale erano collocate provette, alambicchi, e numerosi preparati chimici, un tavolaccio sul quale erano accatastati vecchi volumi polverosi e numerose protesi.

Era il laboratorio del dottor Sofferenza.

Annibale avvertì un’intensa sensazione di nausea, la stanza era priva di finestre, e in un angolo, seminascosta da un grosso paravento di legno dipinto, stava in piedi immobile e lo fissava con sguardo vitreo una raccapricciante mummia umana.

Si avvicinò per esaminare meglio il cadavere imbalsamato, e constatò che era quello di una giovane donna. Annibale comprese facilmente che non si trattava di un reperto dell’antichità, ma piuttosto di un altro orribile esperimento condotto dal malvagio dottore su qualche sfortunata cavia.

Gli occhi erano la parte più impressionante, sembravano di vetro, ma fissati in un’espressione di sgomento, si sarebbe detto che il volto fosse stato mummificato per l’eternità nell’attimo della morte, una morte sopraggiunta violenta e dolorosa.

Il tenente restò alcuni secondi imbambolato a fissare quella cosa orrenda, chiedendosi come un uomo potesse giungere a simili livelli di barbarie. Chiunque fosse stata quella ragazza, doveva aver sofferto in modo disumano.

Prima che egli potesse distogliere lo sguardo dalla mummia, questa iniziò all’improvviso ad animarsi. Il panico ed il terrore si impadronirono di lui, mentre la donna imbalsamata gli afferrava il collo con tutte e due le mani avvolte nelle bende.

Era una presa micidiale, nelle braccia della mummia della Val Luretta vi era una forza portentosa, e Annibale non fu in grado di opporre una valida resistenza.

Tutto si consumò in pochi minuti, il corpo strangolato e senza vita di Annibale giaceva ora ai piedi putrescenti della ragazza imbalsamata. Il volto di lei si era contratto in un ghigno malvagio, gli occhi brillavano di una nuova luce infernale. Cominciò a camminare, ed uscita dalla stanza partì alla ricerca di suo padre: il dottor Sofferenza.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Vietata la riproduzione, Copyright ©2013 racconti-brevi.com

La Creatura di Rivalta

Il partigiano Pancrazio Spadone entrò in una grande stanza dal soffitto in mattoni sorretto da colonne in pietra. I muri erano in sasso e vi erano tre piccole finestre sul lato ovest ed altre due sul lato sud. Una serie di fiaccole accese e collocate lungo le pareti illuminavano in modo spettrale l’ambiente. L’atmosfera era resa ancor più suggestiva dai lunghi drappi rossi con la croce uncinata, appesi lungo i muri a guisa di  paramenti.

Al centro della sala, appoggiata sopra un piano rialzato, si ergeva una gabbia in ferro, del tipo di quelle in uso nei circhi per contenere le fiere feroci. Coricato su di un pagliericcio in un angolo all’interno della gabbia, sembrava dormire un uomo.

Pancrazio iniziò ad osservare meglio la camera, sembrava fosse stata preparata per una qualche forma di rituale. Quando si voltò verso la gabbia per ispezionarla, il suo cuore fu avvolto dall’orrore.

L’uomo era sveglio, ora stava in piedi e lo fissava. Era completamente nudo e il suo corpo era sfigurato da una muscolatura innaturale e gigantesca, il suo volto ricoperto da una lunga barba nera era una maschera di sofferenza, la bocca era chiusa da un grosso bavaglio di cuoio, le mani incatenate dietro la schiena. Le gambe mostruosamente muscolose erano ricoperte da una folta ed ispida pelliccia, e terminavano con degli zoccoli da cavallo al posto dei piedi.

Pancrazio guardò la creatura sbigottito per alcuni secondi, poi si avvicinò alla gabbia per osservarla più da vicino.

L’uomo ebbe paura e si ritrasse leggermente, i suoi occhi supplicavano pietà e Pancrazio ebbe pena per quell’essere infelice. Avrebbe voluto fare qualcosa per aiutarlo. Ma cosa poteva fare? Non aveva molto tempo e doveva badare a sé stesso per portare a termine la missione.

Prese la macchina fotografica, una Leica di fabbricazione tedesca, e fotografò la creatura.

L’uomo nella gabbia si sentì umiliato, lo sguardo di pietà lasciò il posto allo sconforto e alle lacrime.

Pancrazio si commosse. Poteva cercare di forzare la serratura della gabbia e liberare quell’uomo. Sapeva di poterci riuscire ma l’operazione avrebbe richiesto alcuni minuti. Comunque non poteva certamente aiutarlo a fuggire, lo avrebbero velocemente catturato e cercare di favorire quella creatura lo avrebbe esposto al rischio di essere ucciso.

Ripose l’apparecchio fotografico nello zaino e si avvicinò ad una delle due porte collocate sulla parete est. Vi appoggiò sopra l’orecchio per cercare di sentire se dall’altra parte vi fossero delle sentinelle. Gli sembrò che non vi fosse nessuno, cercò di aprirla ma scoprì che era chiusa dall’esterno.

Stava riflettendo su cosa fare quando udì rimbombare oltre la porta un vocio concitato e intenso, misto al chiaro scalpiccio di numerosi passi in avvicinamento.

La creatura nella gabbia sembrò presa dal panico, iniziò a muoversi nervosamente all’interno della sua prigione, gli occhi disperati urlavano tutto il loro sgomento.

Pancrazio comprese che non vi era un solo istante da perdere, camminò vicino all’altra porta e provò ad aprila. Anche quella era chiusa a chiave. Corse dall’altra parte della stanza e provò ad entrare nella torre ovest. Afferrò la maniglia per abbassarla ma anche quell’ingresso era serrato. Mentre i passi e il vociare si facevano sempre più vicini corse ancora più veloce verso il passaggio dal quale era entrato.

Doveva assolutamente uscire da quella camera prima che arrivassero le sentinelle. Se si fossero accorte della sua presenza avrebbero dato l’allarme e le probabilità di riuscire a fuggire dal castello incolume erano ben poche.

Pancrazio riuscì a raggiungere la porta proprio mentre le guardie stavano aprendo il grosso lucchetto posto a chiusura di uno spesso catenaccio. Lui stava lottando contro il tempo ed il destino e si domandò per quale dannata ragione non fossero tutti ad ubriacarsi festeggiando il capodanno, anziché aggirarsi per gli scantinati del castello.

La porta si spalancò proprio nell’istante in cui Pancrazio usciva dalla stanza. La scarsa illuminazione avrebbe nascosto il fatto che lui aveva lasciato l’uscio  accostato: voleva vedere cosa sarebbe accaduto.

Ciò che vide fu disgustoso. Le guardie aggredirono a turno la creatura, la percossero con dei bastoni, la ricoprirono di sputi. I soldati erano cinque, e quello dall’aspetto più umano sembrava una capra.

I gemiti di dolore e disperazione dell’essere chiuso nella gabbia rimbombarono nella stanza, mischiati alle risa di scherno e al vociare della soldataglia. Sembravano tutti posseduti dal demonio, e i loro volti animaleschi illuminati dal fuoco incutevano sgomento.

Quando ebbero terminato il loro turpe rituale se ne andarono lasciando Pancrazio solo con la creatura. Lui piangeva in un angolo buio della stanza, provando rimorso e vergogna: non aveva fatto assolutamente nulla per cercare di salvare la vittima dai suoi aguzzini. La creatura giaceva sconfitta e umiliata sul pavimento della gabbia. Non era quella la prima volta, non sarebbe stata l’ultima.

Prima dell’alba del nuovo giorno, Pancrazio fu catturato vivo, selvaggiamente picchiato e gettato agonizzante nel pozzo rasoio del castello. Era quello un medievale e terribile strumento di tortura. Nella parte terminale, le pareti di questi pozzi della morte erano interamente rivestite di corpi contundenti ed affilati.

Il partigiano Pancrazio morì fra atroci sofferenze fatto a pezzi dalle lame del pozzo.  Della sua amata non si seppe più nulla.

Vuoi sapere cosa era successo prima? Bene, allora leggi qui

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Pubblicato per gentile concessione di racconti-brevi.com

Vietata la riproduzione, Copyright ©2013 racconti-brevi.com