Racconto horror per pigiama party

 

Pigiama party Horror

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Quel pomeriggio di inizio estate faceva molto caldo, Edda e Rino si erano incontrati per passare qualche ora insieme, mangiare un gelato, tenersi per mano.

Ma tutto ciò era per Edda di una noia micidiale, lei preferiva vivere emozioni forti, leggere libri di avventure o guardare film pulp.

Così decise di coinvolgere Rino in un’ardimentosa e proibitissima azione.

Voleva organizzate un pigiama party a tema horror nella cantina del nonno, quella proibita dove nessuno poteva entrare, quella con il pozzo della morte.

Quando lo disse a Rino, egli ebbe paura. A tutti i bambini in tutta la valle avevano raccontato macabre storie di crudeli esecuzioni, di gente spinta dentro al pozzo pieno di lame nella cantina dell’antico palazzo medioevale.

Il vecchio Maldracini lo aveva comperato un quarto di secolo prima, ma il pozzo con le lame stava dentro a quella cantina da almeno cinquecento anni.

“Ho rubato la chiave per entrare nella cantina del nonno, se mi ami, questa notte verrai con me. Ci saranno anche Matilda, Gilda e Franchino”

Rino era terrorizzato, ma ad Edda non sapeva dire di no. Lei lo dominava totalmente.

“D’accordo, dimmi a che ora dobbiamo incontrarci”

“A mezzanotte” disse lei, poi gli sorrise raggiante, lo baciò sulle labbra e se ne andò.

Rino rimase imbambolato per alcuni minuti, confuso e felice. Era la prima volta che Edda lo baciava. Tornò a casa euforico, non vedeva l’ora che arrivasse la mezzanotte, e per qualche ora si dimenticò della cantina proibita.

Vittorio Maldracini si affacciò al balcone del suo ufficio, da dove poteva dominare tutte le sue terre. Aveva occhi di ghiaccio e folti baffi argentati e aveva fatto fortuna vendendo vino Gutturnio in tutto il mondo.

Si accese la pipa meditando sul futuro. Aveva messo in piedi un impero partendo dal nulla, ma la vita non gli aveva fatto sconti: era rimasto vedovo a cinquant’anni e, soprattutto, il suo unico figlio era un coglione.

Si chiamava Umberto, ed era così stupido che non avrebbe potuto condurre nemmeno un’edicola, figurarsi una megaditta come la Vinicola Maldracini. L’avrebbe portata al fallimento in pochi anni se mai un giorno fosse stato chiamato a guidarla.

Era un vero deficiente, lo sapevano tutti, ma era anche il suo unico erede e quindi senza dubbio un buon partito. E così Vittorio Maldracini era riuscito a trovare al figlio una brava moglie, istruita, capace ed intelligente. In futuro avrebbe affidato a lei le redini della sua azienda, o ancora meglio, se fosse vissuto abbastanza, direttamente alla nipote Edda.

Edda aveva già compiuto diciassette anni, aveva lo stesso carattere di nonno Vittorio e per fortuna non era scema come papà Umberto. Portava lunghi capelli biondi raccolti in due grosse trecce, andava bene a scuola, era un tipo sportivo, amava correre e le piaceva comandare.

Esercitava la sua influenza tanto sulle amiche quanto sul suo fidanzatino Rino. Poteva far di lui ciò che voleva, e le piaceva anche approfittarne, lasciando trapelare una latente devianza verso il sadismo.

A mezzanotte il cielo era terso ed una luna giallognola e pustolosa galleggiava nel buio, quando i cinque giovani in infradito e vestiti con colorati pigiami giunsero davanti all’ingresso della cantina proibita. Ci erano arrivati attraversando il giardino silenziosi, protetti dalle tenebre.

La porta per accedere alla cantina si presentava davanti a loro misteriosa ed inquietante, come una raccapricciante bocca di teschio spalancata, con grosse ante in ferro arrugginito chiuse tra le fauci scheletriche.

“Avanti, seguitemi” ordinò Edda, dopo aver aperto il lucchetto che serrava il catenaccio.

Le pesanti ante in ferro si aprirono cigolando, quel tanto che bastava ai corpi esili e pieni di vita dei cinque adolescenti per sgattaiolare all’interno dell’edificio, poi Edda le richiuse dietro di sé provocando un sinistro frastuono.

“Accendi la torcia elettrica” ordinò.

Franchino eseguì il comando ed un debole fascio di luce cominciò a scandagliare l’oscurità dalla quale erano rimasti avvolti.

L’ambiente nel quale si erano introdotti apparve ai loro occhi come lugubre e greve. Era una specie di lungo e largo corridoio sormontato da un basso soffitto a volta in mattoni. Dal centro del soffitto, nella parte centrale della cantina, pendevano come arti mozzati delle grosse pancette arrotolate, coppe piacentine e salami. Non vi erano finestre ma soltanto delle strette feritoie che davano sul cortile del palazzo ed erano schermate dall’interno con dei vecchi paraluce di legno consumati dall’umidità. Lungo le pareti laterali erano accatastate a stagionare migliaia di pregiate bottiglie di vino Gutturnio.

Verso la fine della cantina, qualche metro prima del muro di fondo, si apriva lo spaventoso e famigerato pozzo delle lame.

“Dobbiamo trovare l’interruttore della luce” suggerì Gilda, avendo notato alcune vecchie lampadine penzolare lungo le pareti tra i cumuli di bottiglie.

“Buona idea” condivise Franchino, illuminando i muri vicino all’ingresso alla spasmodica ricerca di un quadro elettrico.

“Eccolo!” disse esultante Edda, appena il fascio di luce passò sopra ad un vecchio interruttore.

“Accendi la luce” ordinò a Rino.

Il ragazzo si avvicinò esitante all’interruttore e dopo qualche attimo di incertezza premette il pulsante.

Una flebile luce rischiarò il tetro ambiente attorno ai ragazzi. Anche se era stata illuminata, una sorta di sinistra sensazione di malessere si poteva percepire per tutta la lunghezza di quella dannata cantina.

“Quello cos’è!?” indicò Matilda, puntando il dito verso un punto della stanza in mezzo a due cataste di bottiglie. Era sconvolta, ed un afflato di autentico ribrezzo le sfigurò la faccia in un’espressione di genuino terrore.

“Che schifo!” urlò Gilda.

“Veramente disgustoso” aggiunse Franchino puntando la torcia in quel punto nel tentativo di illuminarlo meglio.

Vi era una gabbia arrugginita per l’allevamento dei conigli. La maggior parte degli scompartimenti erano vuoti, ma in due di essi vi erano intrappolati tre nauseanti ratti neri grossi come gatti. Uno stava chiuso da solo, gli altri due assieme. Quello solo sembrava mansueto. Nell’altro scompartimento un ratto si muoveva nervosamente dando segni di evidente aggressività, mentre il secondo giaceva morto con la pancia sventrata.

Appena Franchino si avvicinò per ispezionare meglio le gabbie, il ratto aggressivo cercò di saltargli addosso, ma fu fermato dalla rete metallica alla quale si aggrappò emettendo degli orribili squittii.

Franchino si ritrasse istintivamente.

“Mi viene da vomitare, fanno ribrezzo” disse Gilda tenendosi una mano sullo stomaco

“Mio Dio, ma chi cazzo ce li ha messi dentro la gabbia?” chiese Matilda.

“Soltanto mio Nonno ha le chiavi di questa cantina. Ma quello fissato con i ratti è senza dubbio mio padre, ne parla in continuazione” disse Edda, mentre osservava affascinata le ripugnanti creature.

Franchino proseguì oltre e si avvicinò con prudenza al pozzo delle lame.

L’apertura del pozzo era sigillata da una grata in ferro ribaltabile. Si presentava di forma circolare e di diametro piuttosto modesto. Una persona ci sarebbe passata a fatica.

Franchino provò ad illuminare l’interno del pozzo, ma il buco scuro e profondo sembrava non avere il fondo. Nel punto più basso raggiunto dal fascio di luce della torcia, si vedevano luccicare le prime lame che come artigli spuntavano dalle pareti.

Un indefinibile e disgustoso puzzo di morte esalava dalle viscere della terra in cui il canale sembrava immergersi senza fine.

“E adesso cosa facciamo? Questo posto mette i brividi” osservò Matilda.

“Hai ragione, dovremmo andarcene, ho paura anch’io” disse Gilda

Franchino lasciò cadere 50 centesimi nel centro del pozzo.

Non si udì nessun rumore, la moneta fu inghiottita dall’oscurità.

“Non andremo da nessuna parte sino all’alba” sentenziò Edda.

Poi appoggiò il suo zaino sul pavimento in pietra e cominciò a tirare fuori gli oggetti che aveva preparato per l’occasione: una stuoia arrotolata, 5 candele rosse di grosso diametro, un accendino, un cavatappi, bicchieri di carta, cartine per sigarette, tabacco, e due grammi di marijuana.

Distese la stuoia poco distante dal pozzo e vi sedette sopra invitando gli altri a raggiungerla. L’enorme ratto aggressivo continuava ad agitarsi dentro la gabbia muovendo la lunga coda schifosa.

Rino fu il primo a sedersi, poi arrivarono anche Franchino, Gilda e Matilda, la più carina delle tre ragazze.

Erano tutti in pigiama, giovani e belli, e con le candele spente vicino ai piedi scalzi.

“Lo sapevate che la provincia di Piacenza è la più infestata d’Italia?” disse Edda, mentre stappava una bottiglia di Gutturnio presa dalla catasta più vicina.

“Infestata da cosa? Dai topi?” chiese Matilda indicando i ratti nella gabbia.

“No cretina, sto parlano di spiriti e fantasmi”

“Edda ha ragione” convenne Franchino, “ogni castello ha il suo fantasma su queste colline, e nel piacentino di castelli ce ne sono tanti”

“Ma tu cosa ne sai?” disse Gilda ridacchiando.

“Il più famoso è il Conte Pier Maria Scotti” spiegò Edda, mentre versava da bere a tutti.

“Fu pugnalato a morte nel 1514 vicino al castello di Agazzano. Il suo cadavere fu gettato nel fossato senza essere sepolto e non fu più ritrovato. Nelle notti di luna piena, molti testimoni nel corso dei secoli, raccontano di aver visto il suo fantasma vestito di nero aggirarsi intorno al maniero brandendo una spada e terrorizzando i presenti”

Tra i giovani scese il silenzio, Edda aveva catturato la loro attenzione.

“Un altro fantasma famoso è quello di Rosania. Si racconta che la sventurata sia stata murata viva dentro una stanza segreta del castello di Gropparello dal marito geloso. Aveva scoperto che lei se la faceva con un cortigiano di nome Lancillotto e la sua vendetta è stata spietata. Le testimonianze ci dicono che da più di ottocento anni, nelle notti tempestose, è possibile udire strazianti urla femminili provenire dai sotterranei del castello.”

“Queste storie mettono paura” disse Matilda buttando giù una sorsata di vino e stringendosi al petto le ginocchia.

Tutti sghignazzarono.

Poi uno strano e terribile rumore, come di qualcosa che gratta sul legno e che sembrava provenire dalle profondità del pozzo, ridusse i ragazzi al silenzio.

“Avete sentito tutti?” domandò Gilda sbiancando.

Gli altri annuirono

“Veniva dal pozzo o mi sbaglio?” chiese Matilda.

“Mi è sembrato proprio che venisse da lì” confermò Franchino

I ragazzi restarono nuovamente in silenzio, ma si poteva soltanto avvertire lo zampettare ributtante del ratto nero che si agitava nella gabbia.

“Coraggio, sarà stata solo una suggestione, non può esserci nulla di vivo in fondo a quel pozzo” cercò di rassicurali Edda, mentre accendeva le candele intorno a loro.

“Sono proprio necessarie le candele accese?” domando Gilda, sempre più pallida, “mi mettono angoscia”

“Servono a creare la giusta atmosfera per il nostro pigiama party gotico” spiegò Edda.

“Allora dove eravamo rimasti?”

“Ci stavi raccontando dello spirito inquieto di Rosania” disse Franchino.

Edda sogghignò osservando i volti cinerei delle ragazze: “Cosa succede? Avete paura?”

La guardarono incredule.

“Tu non ne hai?” chiese Gilda, buttando giù la sua dose di Gutturnio.

“Io non ho paura di niente.”

“Sta bene” disse Matilda con tono di sfida, allora vai a dare un occhio a quel pozzo, visto che sei tanto coraggiosa, mettici dentro un braccio.”

Gli altri ammutolirono, mentre Edda, per nulla preoccupata, si avvicinò al pozzo con lentezza teatrale, vi si inginocchiò davanti e ancora più lentamente infilò la mano e tutto il braccio destro tra le maglie della grata sino quasi a toccarla con la testa.

“Così può andare bene?” chiese sorniona, sapendo di aver vinto la prova.

I ragazzi applaudirono, Gilda e Rino la incoraggiarono: “Brava… sì… che dura… così… brava…”

All’improvviso però, il volto di Edda si fece serio, poi scuro, poi una smorfia di sofferenza le imbruttì la faccia e lei cacciò un pauroso urlo di dolore.

Cercò di tirare fuori il braccio dal pozzo, ma sembrava che qualcosa lo stesse trattenendo.

“Aiuto… mi fa male… aiutatemi… vi prego!” urlava Edda.

Gilda, ormai bianca come un cencio urlò a sua volta e cominciò a piangere, Matilda, terrorizzata, strillava tirandosi i capelli, Rino era paralizzato dal panico. Soltanto Franchino, poco prima intento a preparare un paio di spinelli con cartine, tabacco e marijuana, accennò una minima reazione cercando di scappare verso l’uscita della cantina.

“Siete dei cacasotto” gridò Edda, tirando fuori il braccio dal pozzo e rimettendosi in piedi. “Era solo uno scherzo, ci siete cascati tutti” disse sghignazzando.

“Sei una stronza, sono quasi morta di paura” protestò Matilda

“Non era divertente” piagnucolò Gilda, ancora scossa.

Franchino fece finta di nulla, e tornò a sedere riprendendo a rollare le canne.

“Raccontaci un’altra storia di spiriti e fantasmi piacentini” propose Rino, per darsi un tono, e per dissimulare la paura e nascondere la figuraccia che aveva appena fatto.

“Con piacere, ne conosco ancora, in onore del nostro pigiama party horror” disse Edda tornando a sedere.

Rino la guardò camminare a piedi nudi sulle pietre del pavimento estasiato con occhio rapito e cuore innamorato.

“Allora la sapete la storia del cuoco Giuseppe?”

“E chi cazzo è il cuoco Giuseppe?” domandò Franchino.

“Era il cuoco del Castello di Rivalta, circa trecento anni fa. Secondo la leggenda fu ucciso per vendetta dal maggiordomo a cui aveva scopato la moglie. E così da allora, sino ai giorni nostri, certe notti dentro al castello si sentono terrificanti rumori provenire dalle cucine: suoni di coltelli, pentole e carne pestata.”

Edda non terminò di pronunciare le parole “carne pestata” che un nuovo inquietante strepitio come di catene trascinate uscì fuori dal pozzo terrorizzando tutti quanti.

Il frastuono anche questa volta fu breve, poi di nuovo calma.

I giovani si guardarono impauriti, persino sulla fronte di Edda si era formata una scintillante pellicola di freddo sudore.

“Non è che per caso c’è qualche fantasma anche in questo palazzo?” chiese Matilda, ridacchiando in modo isterico.

Il volto di Edda si adombrò, mentre tutti gli sguardi erano su di lei.

“Qualcosa si racconta…” ammise infine, dopo un prolungato silenzio.

“È successo durante la guerra… C’era una banda di partigiani comunisti qui in Val Tidone. Pare che il capo fosse una carogna e che abbia fatto passare brutti momenti ai nazi e ai loro alleati fascisti. Nell’inverno del 1944 il suo gruppo è stato sgominato e lui è stato catturato vivo.”

“E lo hanno portato qui?” chiese Gilda pallida, stringendo la mano a Matilda.

“Esatto, lo hanno interrogato per alcuni giorni proprio in questa cantina e non stiamo parlando di interrogatori con una lampada sulla faccia e le mani legate dietro la schiena. No signori, si sono scomodati dall’alto comando nazi per mandare dei professionisti della tortura e farlo cantare”

“Ed il partigiano ha confessato?” domandò Franchino mentre finiva di preparare il primo spinello.

“Se ha parlato, oppure si è portato all’inferno i suoi segreti non te lo so proprio dire” disse Edda versandosi altro vino nel bicchiere.

“Quello che so, è che il partigiano non è uscito vivo da questa cantina e che alla fine lo hanno spinto giù nel pozzo della morte.”

Gilda e Matilda erano ancora più spaventate

“Forse, adesso vuole uscire dal pozzo per vendicarsi” ipotizzò Franchino, abbassando gli occhi sulle forme del seno di Matilda, ben evidenziate dal pigiama aderente.

“Adesso vi faccio vedere io qualcosa di veramente spaventoso” disse Edda alzandosi in piedi.

Rino, seduto sulla stuoia, la guardava con occhi devoti, desideroso di compiacerla, come se lei fosse la sua dea.

Lei si guardò attorno con fare annoiato, poi piantò lo sguardo in faccia a Rino. Era in piedi davanti a lui e lo sovrastava fisicamente e psicologicamente.

“Ascoltami bene” cominciò a spiegare appoggiandogli un piede sul ginocchio, “adesso voglio che tu faccia fuori quello schifoso ratto nero che continua ad agitarsi nella gabbia.”

“Cosa? E come posso riuscirci?” domandò Rino incredulo, senza togliere gli occhi dal piede di Edda.

“È facile, la vedi quella tanica da dieci litri, mezza piena di gasolio agricolo nell’angolo vicino all’ingresso?”

Rino annuì, iniziando ad eccitarsi mentre lei spostava il piede dal ginocchio sopra la coscia.

“Farai una bella doccia di gasolio al ratto, e poi gli darai fuoco con l’accendino.”

“Che schifo!” protestò Matilda.

“Almeno smetterà di agitarsi e squittire” convenne invece Franchino, accendendo uno degli spinelli che aveva appena terminato di preparare.

Rino si alzò, incapace di disobbedire ad un ordine di Edda.

Dopo aver recuperato la tanica di gasolio ne aprì il tappo, e con due colpi secchi lanciò un paio di getti addosso al ratto. La bestia reagì con furore, tentando di attaccarlo, ma le strette maglie della gabbia erano una prigione invalicabile. Vi si aggrappò mordendo le sbarre e squittendo in modo atroce.

Poi Rino, dopo aver riposto la tanica di gasolio a distanza di sicurezza, si accostò nuovamente alla gabbia con l’accendino acceso nella mano destra. Quando fu abbastanza vicino passò la fiamma sopra una delle zampe del ratto aggrappate alle maglie di metallo.

La creatura si trasformò in una palla di fuoco, iniziò a lanciarsi con veemenza da un lato all’altro della gabbia nel disperato tentativo di fuggire, emettendo raccapriccianti squittii di rabbia e dolore. La forza del ratto era tale che, complice anche il calore del fuoco, le maglie di ferro si piegarono in più punti e Rino dovette indietreggiare spaventato, temendo che riuscisse a sfondarle.

Una disgustosa puzza di carne bruciata si diffuse per tutta la cantina.

Gilda si era coperta gli occhi per non assistere alla scena, mentre Franchino continuò a fumare, le sue attenzioni erano tutte rivolte al fondoschièna di Matilda, involontariamente offerto ai suoi occhi mentre lei, piegata sulle ginocchia, vomitava in un angolo.

Alla fine il grosso ratto nero si adagiò agonizzante al centro della gabbia. Il muso era contratto e la bocca, dalla quale fuoriuscivano gli affilati incisivi, era semiaperta e contorta in una smorfia feroce. Gli occhi pieni di odio e cattiveria fissavano Rino in modo spaventoso.

Edda guardò l’intera esecuzione affascinata dalle fiamme e dall’efferata mattanza.

Poi, senza provare il minimo rimorso, prese una seconda bottiglia di Gutturnio, la stappò e nuovamente riempì i bicchieri per tutti.

Rino tornò a sedere vicino a lei profondamente turbato.

Gilda e Matilda, particolarmente sconvolte, cercarono di riprendersi bevendo vino, mentre Franchino era già mezzo partito per gli effetti della marijuana.

Fu allora che si sentirono nuovamente agghiaccianti rumori, come di unghie che grattano sul legno, provenire da dentro il pozzo. Tra i ragazzi calò nuovamente un glaciale silenzio.

Questa volta il rumore si protrasse per alcuni interminabili secondi, e lo sentirono tutti: difficile sostenere che si trattasse di una semplice suggestione.

“Voglio tornare a casa” urlò Gilda tra le lacrime.

“Oh, Gesù… Che cazzo era quel rumore, lo avete sentito tutti vero? Veniva dal pozzo!” gridò Matilda.

Franchino ora rideva senza senso con lo sguardo perso nel vuoto e le pupille dilatate, come se il suo cervello fosse partito per un viaggio lontano da lì.

Edda prese in mano la situazione.

“Rino, prendi la torcia e seguimi, andiamo a vedere cosa succede in quel dannato pozzo”

Rino eseguì, ma tremava e se la stava facendo sotto.

Prima che potessero raggiungere l’apertura della cavità i rumori erano cessati. Edda esaminò con la torcia elettrica le profondità del canale senza vedere altro che qualche lama scintillante spuntare dalle pareti.

“Non si vede un cazzo di niente qui dentro” informò il gruppo.

“E i rumori? Si sentono ancora i rumori?” indagò Matilda.

“No, non si sente più nulla, a parte una gran puzza di merda in decomposizione, sembra il cesso del diavolo.”

“Guarda, qui c’era una porta” osservò Rino indicando il muro in fondo alla cantina.

“Hai ragione e sembra che sia stata murata di recente” intuì Edda ispezionando la malta ancora fresca tra i mattoni”

Rino si avvicinò incuriosito per osservare meglio la porta murata. Franchino continuava a ridacchiare completamente estraniato, mentre Gilda e Matilda tremavano terrorizzate in disparte.

“Lo senti anche tu?” domandò Edda avvicinando l’orecchio ai mattoni.

Rino si appoggiò letteralmente alla parete per poi ritrarsi subito dopo spaventato.

“Santo Cielo… i rumori del pozzo… vengono da lì dietro.”

“Proprio così. Coraggio datti da fare e cerca di aprire un buco in questo muro”

Rino impallidì impaurito.

“Allora? Cosa stai aspettando?”

“Potrebbe essere pericoloso, e poi… se ci scoprono?”

“Non fare il fifone, e non farmi incazzare. Voglio che apri un passaggio in quella porta murata e tu lo farai.”

Lo sguardo infervorato ed il tono perentorio non ammettevano repliche.

Rino raccolse un grosso chiodo arrugginito abbandonato sul pavimento e cominciò a scavare la malta nei punti dove gli sembrava che fosse più malleabile.

Dopo alcuni minuti di certosino lavoro era già riuscito ad estrarre dal muro un paio di mattoni aprendo una piccola feritoia.

Da dietro al buco soffiava un sozzo e gelido spiffero d’aria puzzolente, ripugnante come un sudicio vento proveniente dall’inferno.

“Vuoi veramente che continui?”

“Certamente! Non osare fermarti”

Rino continuò, tolti i primi mattoni il lavoro procedeva più speditamente, e dopo circa un quarto d’ora il buco nel muro era già sufficientemente grande per poterci entrare.

“Passami la pila” disse Edda infilandosi nel varco.

Rino le passò la torcia elettrica restando poi imbambolato a guardare il suo flessuoso corpo scomparire dentro l’apertura.

“C’è una scala di pietra” disse la voce di Edda da dietro la porta murata.

“Venite” fu il perentorio invito.

I suoi amici avevano paura, e poi il puzzo mortifero che proveniva da dietro quella porta era nauseante.

Ma nessuno di loro poteva resistere al fascino e alle richieste di Edda, e così, facendosi coraggio e aiutati da una irresistibile curiosità, Rino e Matilda la raggiunsero per scendere assieme a lei le angoscianti profondità dove quella scalinata di pietra li avrebbe condotti.

Gilda invece, paralizzata dal terrore, rimase tremebonda a fianco di Franchino che, rovinato dalla droga, si era addormentato appoggiato ad una catasta di bottiglie di Gutturnio in stagionatura.

La scalinata di pietra era ripida e stretta e si attorcigliava su sé stessa come una lunga chiocciola senza fine.

Dopo diversi minuti e moltissimi gradini, avvolti dalle tenebre e dal fetore sempre più intenso, i tre adolescenti arrivarono al livello inferiore, dentro una stanza circolare scavata nel tufo.

Nel centro del soffitto a cupola si apriva un canale attraverso il quale filtrava una flebilissima luce. Dal pavimento in terra battuta al centro della stanza spuntavano lance e lame acuminate.

Edda con la torcia elettrica ispezionò quell’antro diabolico. In un orribile carnevale della follia, la luce artificiale illuminò un susseguirsi di spaventose, macabre, disgustose edicole collocate lungo tutta la circonferenza della stanza. In corrispondenza di ogni edicola, si vedevano sul pavimento e sulla parete decine di croci di legno e piccole lapidi di pietra.

“Mio Dio!” esclamò Matilda sconvolta, “i cadaveri dei condannati al supplizio del pozzo sono stati sepolti direttamente qui sotto.”

“Ed ecco spiegati i misteriosi rumori” aggiunse Edda, mentre il fascio di luce della torcia elettrica inquadrava un gigantesco ratto intento a rosicchiare una croce di legno sgangherata.

Poi la luce della torcia cominciò ad indebolirsi.

“Faremmo meglio ad andarcene da qui sotto prima che la pila si spenga” osservò Rino con la voce tremante.

Si udì un nuovo angosciante stridio, un clangore cigolante di metallo arrugginito.

Matilda e Rino si strinsero impauriti al corpo di Edda.

Lei diresse la torcia verso l’apertura al centro del soffitto da dove provenivano i suoni di ferraglia e tutti trattennero il respiro. Dai bordi del canale, piccole lacrime di sangue gocciolavano pigramente precipitando silenziose sul pavimento.

“No!! Haaa… noo… pietà… nooo… Aiutooo!!”

Erano le urla disperate di Gilda.

Subito dopo, un ultimo straziante grido disumano si accompagnò ad orribili suoni di carne sbattuta, tessuti strappati e muscoli lacerati.

Poi un corpo tragicamente martoriato fu sputato fuori come carne masticata dal buco al centro del soffitto, e si andò a sfracellare sopra le lame che spuntavano dal pavimento sottostante. La faccia orribilmente sfigurata di Gilda fissava ora nel vuoto con un solo occhio vitreo, mentre una lancia insanguinata spuntava dall’altra cavità oculare dopo avergli trapassato il cranio.

I ragazzi urlando per lo spavento si ritrassero istintivamente verso la parete circolare della stanza.

Rino inciampò sul femore di uno scheletro legato ad una catena di ferro e cadde urlando. Edda illuminò quel punto che non avevano ancora perlustrato portando alla luce le numerose ossa torturate di altri sventurati condannati a morire là sotto.

Matilda divenne pallida come un cadavere e svenne cadendo in avanti. Il corpo privo di sensi rimbombò sul pavimento.

“Franchino ci sei ancora?” urlò Edda in direzione del buco nel soffitto. Rino intanto si era rialzato stringendosi a lei come una cozza agli scogli.

Nessuno rispose.

“E adesso cosa facciamo?”

“Torniamo di sopra, tu caricati Matilda sulla schiena.”

Rino eseguì volentieri, non vedeva l’ora di andarsene da quell’inferno.

“Come cazzo avrà fatto Gilda a cadere nel pozzo…” disse Edda, mentre risalivano la ripida scalinata.

“Temo che qualcuno l’abbia spinta dentro, forse Franchino è impazzito, o forse lo ha fatto per via della droga” suggerì Rino ansimando. Matilda era bella, anche da svenuta, ma pesava più di quaranta chili e lui era già scoppiato a metà della salita.

La torcia elettrica ormai quasi del tutto esaurita emetteva solo una fioca luce, praticamente inutile. Edda decise di spegnerla per conservare quel poco che restava in caso di emergenza.

Lei e Rino, che per di più aveva Matilda in groppa, dovettero procedere al buio, lentamente.

“Ti prego fermiamoci un poco, non ce la faccio più, sono stanco”

“Sei senza fisico” commentò Edda con disprezzo.

All’improvviso un vento gelido e puzzolente salì lungo la scalinata e investì i loro corpi.

“Cosa cazzo sta succedendo?” gridò Rino mentre gli si scompigliavano i capelli.

“Non lo so” gli urlò Edda di rimando, cercando di aggrapparsi alle pareti per non cadere.

Matilda riprese i sensi, confusa impiegò qualche secondo per capire che si trovava sulla schiena di Rino, poi si sentì sollevare dal vento putrescente ed una forza invisibile iniziò a trascinarla verso il basso.

Matilda gridò il suo sgomento con tutto il fiato che aveva in gola.

Rino allungò un braccio e riuscì ad afferrarla per la maglietta del pigiama, ma il risucchio era troppo potente, il pigiama si strappò e la ragazza fu ingoiata dalle tenebre sotto di loro.

Lei si sentì avvolgere il petto nudo da qualcosa di freddo, pulsante e viscido mentre il suo corpo precipitava sempre più in basso. Vide la cosa fluorescente che l’aveva presa. Sbarrò gli occhi. “Via! Vattene Via! Aiutatemi, salvatemi, Aiutooo!”

Si udirono altre orribili urla di terrore provenire dal fondo della scalinata poi finalmente il vento si placò e tornò il silenzio.

“Usciamo da qui, e alla svelta” balbettò Edda, ma le gambe erano pesanti e riusciva a muoverle con fatica.

Rino allungò le mani tremanti nel tentativo di aggrapparsi a lei.

Continuarono a salire tenendosi per mano, con il cuore in gola ed il fiato corto, allungando il passo man mano che la luce proveniente dalla cantina sopra di loro si faceva più forte.

Quando finalmente arrivarono in cima e riuscirono a superare la porta murata erano esausti. Rino era fradicio di sudore e verde dalla paura, Edda sconvolta.

Davanti ai loro piedi nudi e sporchi la grata di ferro ribaltabile era stata aperta, e oltre il pozzo un giovane avanzava verso di loro barcollando come uno zombie. Sulla faccia grottesca era stampato una specie di sorriso stupido, mentre gli occhi cerchiati di nero roteavano follemente nelle orbite. Dalla testa gli spuntava il grosso chiodo di ferro arrugginito che Rino aveva usato per scavare il passaggio nella porta murata.

Il corpo crollò sulle ginocchia poco prima di raggiungere l’apertura del pozzo e poi cadde di lato emettendo un ultimo gemito gutturale.

“Cazzo! Hanno ammazzato anche Franchino!” gridò Edda isterica.

Rino spalancò la bocca. Un rivolo di sangue e cervella uscì dalla testa perforata di Franchino rovesciata sul pavimento di pietra.

Si sentirono nuovi rumori provenire contemporaneamente da dentro il pozzo e da dietro la porta. Sembrava il suono di un vecchio giradischi, ed il motivetto orecchiabile era inconfondibile, persino Edda, Rino e tutta la loro generazione lo avevano già sentito almeno una volta in vecchi film di guerra o in qualche documentario storico di quelli che davano in televisione.

Fischia il vento e infuria la bufera

scarpe rotte e pur bisogna andar

Poi qualcosa di spaventoso e maleodorante cominciò a fuoriuscire dal pozzo fluttuando lentamente.

a conquistare la rossa primavera

dove sorge il sol dell’avvenir

Era una gelatinosa presenza fluorescente vagamente simile ad una figura umanoide e puzzava di cadavere in avanzato stato di decomposizione.

Ogni contrada è patria del ribelle,

ogni donna a lui dona un sospir,

Il corpo indefinito era coperto da una lacera divisa militare sporca di fango, sangue, e terrore.

nella notte lo guidano le stelle,

forte il cuor e il braccio nel colpir

Le scheletriche mani ossute con le dita nere e livide si protendevano già verso i ragazzi.

“Gesù, Giuseppe e Maria”, mormorò Rino divenuto bianco come la panna.

Se ci coglie la crudele morte,

dura vendetta verrà dal partigian;

La faccia orribile era coperta dalle mosche, deturpata dall’odio e dalla sanguinaria sete di vendetta, e attraverso la bocca distorta in un ghigno mostruoso e disumano, si intravedevano putridi denti marci ed un moncherino di lingua bluastra.

ormai sicura è già la dura sorte

del fascista vile e traditor.

“Non ucciderci”, implorò Edda singhiozzando, “Non farlo… per favore, ti prego…”

Gli occhi dello spettro erano torbidi e diabolici e iniettati di sangue e brillavano di una sinistra luce assassina. Sul capo portava un bucherellato berretto da ufficiale con l’emblema comunista della falce e martello.

La mano sinistra del fantasma, viscosa e palpitante, si strinse attorno alla gola di Rino in una morsa fatale, poi il braccio destro penetrò nel petto per strappargli il cuore. Un copioso rigagnolo di sangue uscì dalla bocca del ragazzo tingendogli il mento di rosso.

Edda gridò, chiese aiuto, implorò pietà, ma la sua anima fu avvolta dal nero sudario dell’oscurità. Poi non sentì più niente di niente e si dimenticò anche del pigiama party horror nella cantina proibita.

Umberto, il figlio coglione di Vittorio Maldracini, fu processato per il triplice omicidio di Gilda, Franchino e Rino. Il corpo di Matilda non fu mai ritrovato.

Il giorno in cui fu pronunciata la sentenza di primo grado, Edda, l’unica sopravvissuta, era presente nell’aula del tribunale.

Condanna all’ergastolo, fu il verdetto.

Suo padre fu trascinato via in manette con la faccia inebetita.

Lei osservò la scena a pugni stretti.

Poi aprì lentamente la mano sinistra che nascondeva uno stemma insanguinato con la falce e martello.

Alzò lo sguardo verso i giudici ed una perversa luce omicida brillò nei suoi folli occhi color del ghiaccio.

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Brevi racconti horror

Gimbo

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Gimbo Spazzacorrotti era un vecchio di quarant’anni, terrapiattista e teorico del complotto. Disoccupato da almeno vent’anni, tirava avanti con il reddito di cittadinanza e la pensione della madre. Era anche tendenzialmente ludopatico con manie di persecuzione, ipocondriaco, sovrappeso e strabico dall’occhio sinistro.

I suoi passatempi preferiti consistevano nello scrivere brevi racconti horror, oppure nell’intrattenere i pensionati che frequentavano l’unico bar del paesino dove viveva, aggiornandoli con le più recenti e inquietanti teorie del complotto.

Come scrittore di racconti dell’orrore era veramente scarso, e in fondo lo sapeva anche lui. Per questo motivo era più facile che si dedicasse alla divulgazione delle trame più segrete e delle verità più sconvolgenti.

Era un piovoso pomeriggio di inizio primavera in Val Tidone, quando Gimbo, svegliatosi da poco, si recò al bar per fare colazione.

Quella settimana faceva il turno del pomeriggio Matilda, la sua barista preferita. Lui la corteggiava da sempre, ma lei preferiva uscire con i muscolosi figli dei più facoltosi proprietari terrieri della provincia, che il sabato sera la portavano a ballare in discoteca, mentre Gimbo l’aveva più volte invitata, sempre senza successo, a qualche conferenza della Flat Earth Society o ai meeting organizzati dal movimento raeliano o da qualche altra congrega specializzata in rapimenti alieni o teorie degli antichi astronauti.

“Ciao bellezza, come ti butta oggi? Mi prepari il solito?”

Matilda accennò un sorriso affettato.

“Portamelo al tavolo, dolcezza” aggiunse Gimbo, facendole l’occhiolino.

Che coglione, pensò Matilda, sfoggiando la sua miglior smorfia di circostanza seguita da un educato cenno di assenso. In verità desiderava prenderlo a calci nel culo, ma era una professionista ed aveva imparato a disprezzare i clienti più odiosi in silenzio e senza farsi scoprire.

“Amici” disse Gimbo rivolgendosi carico di orgoglio al suo uditorio abituale, “ho le nuove ultime e definitive prove che il Molise e la Finlandia non esistono”

Piero, Ugo, Sandro e Luigi erano le sue vittime preferite. A quell’ora del pomeriggio, dopo aver iniziato a bere Gutturnio e Malvasia sin dalla mattina, erano già abbastanza intontiti dal vino da poter ascoltare e forse persino credere alle teorie complottiste raccontate da Gimbo. Dopo anni passati ad assistere ai suoi monologhi, sapevano tutto sulla teoria della terra piatta, sul finto allunaggio, sul crollo indotto delle torri gemelle, sulle manovre cospirazioniste delle multinazionali del farmaco per vendere i vaccini.

“Ma mio nipote ha sposato una donna di Campobasso” osò obiettare Piero, pensionato di settant’anni che lavorava ancora nelle vigne, rigorosamente in nero per non vedersi ridurre la pensione.

Gimbo lo guardò in tralice, ma assorbì bene il colpo.

“Sciocchezze, vi dico che il Molise non esiste, è solo il parto della fantasia di un famoso scrittore. Per sfuggire alle accuse di aver incendiato la chiesa del suo villaggio, diede la colpa agli abitanti di quel luogo fantastico: i famigerati molisani.”

“Ma mio figlio è stato in viaggio di nozze a Termoli nel 1986, mi ha mandato anche una cartolina” disse Ugo, pensionato di settantadue anni che lavorava ancora nelle vigne, rigorosamente in nero, per non vedersi ritirare la seconda pensione di invalidità.

Gimbo cominciò a sudare impercettibilmente, non si aspettava questa resistenza. Era forse accaduto qualcosa? Aveva perso il consueto ascendente su quei dannati vecchi?

“Dovete fidarvi di me, il Molise non esiste, ne è una prova il famoso detto popolare secondo cui le battute sui molisani sono scontate, ma sono belle perché nessuno si offende”

“Io ci sono stato durante la guerra” disse gonfiando il petto Sandro, 94 anni, che mangiava carne una sola volta a settimana, ma solo se aveva lavorato nelle vigne anche il sabato, rigorosamente in nero, per non vedersi decurtare il cumulo delle sue tre pensioni: quella di guerra, quella di contadino, e quella di vecchiaia.

Gimbo cominciava ad irritarsi ed un caldo rossore gli si arrampicò su dal collo fino alle guance.

Matilda si avvicinò sculettando al loro tavolo. Indossava pantaloncini aderenti che le mettevano in risalto glutei marmorei e le belle e lunghe gambe. Il seno era offerto alla vista della compiaciuta clientela attraverso una camicetta di cotone a quadrettoni in stile country lasciata oscenamente aperta sul davanti. Sul vassoio portava un paio di bottiglie di Gutturnio frizzante, un cappuccio ed un cornetto al pistacchio.

“Allora non lo volete proprio capire. Vi dico che il Molise è un’invenzione dell’ordine costituito, fa parte di una cospirazione planetaria per dominare il mondo e nasconderci che la terra è piatta” insistette Gimbo, immergendo il cornetto nel cappuccio ancora caldo, e cominciando a mangiarlo nervosamente.

I quattro pensionati lo ascoltavano scettici, riempiendosi i bicchieri di vino e continuando a bere.

Fu allora che si mise di mezzo Artemio, un rappresentante di prodotti fitosanitari che stava leggendo la Gazzetta dello sport seduto al tavolo accanto.

“Certe cazzate non si possono proprio sentire, a voi terrapiattisti e teorici del complotto vi si dovrebbe prendere a legnate, così vi passerebbe la voglia di propagandare idiozie.”

Gimbo si sentì avvolgere da una scura nube di disagio, non poteva subire un simile affronto e percepì crescere dentro di sé una collera sorda e nera.

“Non ascoltate questo servo del potere, al soldo delle multinazionali della chimica. Vuole solo confondervi le idee per indurvi a comperare cibo sintetico e frutta transgenica”

Artemio scoppiò in una grassa risata: “deve proprio mancarti qualche rotella, i tuoi genitori hanno partorito anche figli normali o in famiglia sono tutti disconnessi come te?”

La faccia di Gimbo si accartocciò allora in una cupa smorfia rabbiosa, era come un cielo plumbeo prima di una tempesta. Artemio lo stava sfidando apertamente con insulti infamanti e non poteva sopportarlo. Aprì di scatto le mani, le richiuse in pugni stretti e serrati, le riaprì allungando le dita sui fianchi. Si era alzato in piedi rovesciando la tazzina del cappuccio sul tavolo.

“Stai molto attento a quel che dici, i confini tra lecito e illecito sono come l’arcobaleno, apparentemente esistono ma osservando da vicino si dissolvono.”

“Mi stai forse minacciando pidocchio?” chiese Artemio confuso, incerto sul significato di quelle parole.

“Che cazzo fai!? Vedi di stare più attento, che poi mi tocca pulire” ringhiò Matilda, appena si accorse della tazzina rovesciata. La sua stridula voce tradiva tutto il disprezzo che provava per lui.

Gimbo si sentì accerchiato. Tutti erano contro di lui: i vecchi ubriaconi, la bella Matilda che lo aveva sempre respinto, il maledetto venditore di prodotti chimici per l’agricoltura. Le sue narici cominciarono a dilatarsi ritmicamente come quelle di un animale in fuga che ha fiutato il predatore, le mani continuarono a serrarsi e a riaprirsi ritmicamente, una grossa vena gli pulsava nel collo.

“Non riuscirete a fregarmi!” strillò loro in faccia, “conosco i vostri trucchetti del cazzo, volete incastrarmi ma non ci riuscirete, io sono migliore di voi, sono più intelligente di voi e ho capito il vostro gioco…”

“Che stupidaggini” lo interruppe Stefanone, un grosso contadino che lavorava la vigna a giornata, rigorosamente in nero, per non perdere il sussidio di disoccupazione ed il reddito di cittadinanza.

Gimbo si sentì braccato, senza scampo, stretto d’assedio da un anello di fuoco, barricato nel bunker della sua pazza testa. Con un rapido scatto si lanciò dietro al bancone del bar ed afferrò un grosso coltello che usavano per affettare il salame.

“Siete un branco di vigliacchi, prostitute dei poteri forti. Scommetto che vi si siete già fatti tutti impiantare il chip sottocutaneo. E’ con quello che vi controllano lo so, ora vi ordineranno di farmi fuori, ma io l’ho già capito bastardi!” urlò in preda all’ira, furibondo, fuori di sé.

Salì in piedi sul bancone del bar brandendo il coltello come una spada, guardandosi attorno con l’occhio sano iniettato di sangue, la faccia trasfigurata in un grugno di follia.

“Nooo!! Scendi subito dal bancone con quei luridi piedi” gli gridò Matilda disperata.

Gimbo le balzò sopra come una furia, la buttò a terra, e prima che chiunque potesse intervenire le piantò il coltello nella pancia, mordendole la faccia con bestiale ferocia mentre le sprofondava la lama dentro le budella.

La ragazza urlava devastata dal dolore, sentiva il fetore del suo alito sulla faccia, mentre lui le strappava a morsi brandelli di carne dal volto come un lupo affamato.

Artemio fu il primo a reagire. Afferrò la sedia sulla quale stava seduto ed usandola come un’arma colpì Gimbo sul collo, di taglio, quasi ammazzandolo sul colpo.

Stefanone fu su di lui subito dopo, lo sollevò di peso e lo lanciò contro alla parete come fosse stato un sacco nero dell’immondizia pieno di stracci bagnati.

Matilda continuava ad urlare e a piangere, con la faccia sfigurata, il coltello nella pancia ed il sangue che usciva copioso e scuro e viscido e puzzolente.

Gimbo cercò di rimettersi in piedi ma Artemio e Stefanone lo picchiarono duro, e furono pugni pesanti come martellate e calci violenti come fucilate.

Gimbo sentì il dolore avvolgerlo in un sudario di morte e sofferenza.

I carabinieri e due ambulanze arrivarono dopo circa quindici minuti. Matilda morì durante il trasporto in ospedale.

Gimbo Spazzacorrotti fu condannato a cinque anni di reclusione per omicidio preterintenzionale con l’attenuante della seminfermità mentale.

Durante la carcerazione scrisse molti brevi racconti horror.

Scontata la pena tornò a frequentare il bar del suo paese e continuò a raccontare storie di cospirazioni e teorie del complotto.

La nuova barista si chiamava Luisa, e Gimbo la corteggiava da sempre.

 

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Satanisti in Val Tidone

Una volta in Val Tidone

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“Sei un coglione! Un fallito! Una merdosa testa di cazzo!!”

Lorenza era furibonda.

Gino invece se ne stava in silenzio, con la testa china sul bicchiere vuoto che stringeva nella mano.

“Non ho mai conosciuto un coglione più coglione di te!”

Lorenza era la più bella tra i satanisti in Val Tidone, aveva 23 anni e le tette grosse e folli occhi azzurri.

Gino aveva superato i quaranta da un pezzo, era disoccupato, ludopatico e grasso e piuttosto stronzo: passava gran parte delle sue inutili giornate a giocare a GTA 5 on line e a ubriacarsi.

“Brutto schifoso figlio di puttana, voglio che mi guardi quando ti parlo!”

Lui non la guardò, prese la bottiglia di Gutturnio frizzante di una famosa cantina dei colli piacentini e riempì nuovamente il bicchiere.

“E va bene, bevi brutta testa di cazzo! Continua pure a bere ubriacone di merda, tanto hai già mandato tutto a puttane!!

Lorenza era rabbiosa, ringhiava, digrignava i denti, sembrava una leonessa in gabbia, mentre Gino, già ubriaco, continuava a bere.

“Ti avevo chiaramente detto di rapire la figlia minorenne del farmacista, quella adolescente che va ancora a scuola, quella ancora vergine. E tu invece cosa fai? Chi rapisci?”

Gino taceva.

“Rapisci la vergine come ti avevo chiesto? No. Certo che no. Hai preso sua sorella, una famosissima troia succhia cazzi! Mi spieghi adesso cosa ce ne facciamo della troia succhia cazzi? Eppure ero stata chiara, ti ho spiegato cento volte che per il sacrificio a Satana ci serve una vergine. Ma tu no, o te ne sei sbattuto le palle, oppure eri ubriaco, oppure entrambe le cose. E cosa fai? Te ne torni a casa con la sorella succhia cazzi chiusa dentro al bagagliaio della macchina. Sei proprio un coglione!!”

Gino iniziava ad infastidirsi: le urla di Lorenza gli penetravano nella testa come coltelli, quella stridula, isterica, saettante e insopportabile voce lo stava lentamente portando alla pazzia.

La sua unica consolazione era la figlia del farmacista. Ora la teneva legata ad una sedia, imbavagliata, davanti a loro. Aveva un bel corpo e un bel paio di gambe lunghe. Portava una minigonna così corta che le si potevano vedere le mutandine rosa.

“Scommetto che hai rapito lei perché ti piace”, disse Lorenza.

“Non riesco a togliermela dalla testa” ammise Gino.

“E’ solo una troietta.”

“Questo è sicuro ma… ecco… vedi, il fatto è che… penso di essermi innamorato”.

“Innamorato? Ma di chi? Della troietta succhia cazzi? E cosa avrebbe di così speciale?”

Lorenza era sconcertata.

“Bhe, ecco… io penso sia per come bacia, e per quelle mutandine rosa, per quel modo che ha di fartele intravedere, lo trovo irresistibile” disse Gino, prima di ingollare un’altra copiosa sorsata di vino rosso frizzante.

La troietta intanto si dimenava sulla sedia cercando disperatamente di liberarsi, le si vedeva anche l’ombelico attraverso la camicetta strappata.

“Senti senti questo figlio di puttana. Non solo hai rapito la ragazza sbagliata, hai anche trovato il tempo per farci i porci comodi tuoi. Dopo averla baciata ti ha per caso anche fatto un pompino, brutto bastardo schifoso!?”

Gino abbassò nuovamente lo sguardo sul bicchiere.

“Non si tratta di questo, è che… è che sento del sentimento, tu non puoi capire ma… io… io la amo.”

Gino si era innamorato della figlia del farmacista, ed ora si era messo nei guai. Non sapeva perché gli fosse capitato né perché lo avesse confessato: quando beveva non aveva le idee molto chiare.

Lorenza lo guardava con disgusto, come si guarda una merda pestata in mezzo alla strada.

“E’ colpa della mia infanzia, niente amore, niente affetto. Ora sento il bisogno di rifarmi” aggiunse lui, come a cercare una giustificazione.

La figlia del farmacista era terrorizzata, i suoi occhi urlavano disperazione al posto della bocca imbavagliata.

Il volto di Lorenza allora si fece scuro, andò in cucina, prese un martello da un cassetto e tornò in soggiorno dove stavano gli altri due.

“Gli innamorati possono essere pericolosi” cominciò a dire alzando la voce in un crescendo assordante, “perdono il senso della realtà, cominciano a fare cazzate, sino a quando diventano psicotici. Possono persino ammazzare la gente. Lo sapevi sudicio vigliacco ributtante traditore figlio di troia?!”.

Gino ruttò, e la sua bocca si riempì del sapore del vomito.

Lorenza si mise ad urlare ancora più forte. Un urlo tremendo, lunghissimo, ed inquietante. Poi brandì in aria il martello e si lanciò all’attacco.

Cominciò a tempestare Gino di martellate. Martellate pesanti come macigni. Lo martellava a due mani.

Lui restò lì a farsi colpire. Lei lo picchiò ovunque, sopra gli occhi, sulla fronte, sulle labbra, sui denti: il sangue schizzava a fiotti sul pavimento, sulle pareti, sulla faccia crudele e indemoniata di Lorenza.

“Sei un bastardo, un brutto bastardo, bastardo, bastardo, bastardo ubriacone, ti odio!!”

Alla fine Gino crollò a terra con il cranio fracassato in una maschera di sangue e carne maciullata.

Charles Manson, così Lorenza aveva chiamato il suo feroce pitbull sanguinario, si avvicinò al corpo di Gino, gli girò attorno, gli annusò un po’ il sedere e poi tornò annoiato a sdraiarsi dentro la sua cuccia assemblata con ossa umane, trafugate da Lorenza nei cimiteri della zona.

Ormai stava per tramontare il sole dietro alla collina, in uno di quei noiosi borghi della valle. Nella casa di Lorenza, regina dei satanisti in Val Tidone, era tornata la calma.

Lei andò in bagno per pulirsi la faccia dagli schizzi di sangue, Gino giaceva sul pavimento, la figlia del farmacista piangeva in silenzio, legata ad una sedia.

Charles Manson, il pitbull di Lorenza, stava sonnecchiando in attesa della passeggiata serale quando all’improvviso rizzò le orecchie, per poi cominciare a ringhiare in modo spaventoso rivolto alla porta.

Un attimo dopo due carabinieri della stazione di Borgonovo Val Tidone fecero irruzione nella casa ad armi spianate: delle pistole mitragliatrici Beretta PMX.

Avvenne tutto in pochi secondi.

Charles Manson si fiondò sul carabiniere più vicino azzannandolo ad un braccio con violenta ferocia: le sue mandibole assassine si strinsero sull’arto dell’uomo con la forza di una pressa meccanica. Il poveraccio iniziò ad urlare disperato mentre il pitbull spietatissimo gli stava staccando il braccio a morsi. Schizzi di sangue volavano in giro dappertutto mentre il collega con ancora in mano la pistola mitragliatrice Beretta PMX, paralizzato dal panico, non sapeva cosa fare.

Alla fine, un attimo prima che il cane amputasse un braccio al collega, fece partire un raffica che centrò in pieno Charles Manson facendogli scoppiare il cuore e metà della testa.

Ora il cane stava disteso stecchito sul pavimento in una pozza di sangue, ma anche il carabiniere era in condizione critiche. Oltre che dal braccio sbrindellato, perdeva molto sangue da una delle gambe colpite involontariamente dalle pallottole vaganti. Era caduto a terra e stava urlando dilaniato da dolori strazianti.

“Maledetti bastardi avete ammazzato il mio cane, luridi figli di puttana!” gridò Lorenza, così forte da coprire le urla del carabiniere a terra.

Quello ancora in piedi non ebbe il tempo di reagire.

Lorenza si avventò contro di lui pugnalandolo con un cacciavite: un solo preciso e letale fendente dentro all’occhio destro. Lo ammazzò sul colpo.

“Non spari più adesso verme schifoso? Vai a farti fottere all’inferno pezzo di merda!” inveì lei, mentre il cadavere del carabiniere si afflosciava sul pavimento.

Lorenza si guardò le mani insanguinate, poi afferrò il cacciavite e facendo forza con il piede sulla testa del morto lo estrasse dalla cavità oculare sfondata.

Ma non fece in tempo a voltarsi che una raffica di mitra le centrò il petto squarciando le sue belle grosse tette e perforandole entrambi i polmoni. Non riuscì nemmeno a gridare, il sangue cominciò a uscirle dalla bocca colando dalle labbra carnose lungo il mento ed il collo.

Il cuore della malvagia satanista della Val Tidone si fermò per sempre in quella calda sera di tarda primavera, in cima alla collina, in uno di quei noiosi borghi della valle dove non succedeva mai niente.

Il carabiniere con il braccio sbranato e le gambe ferite dal fuoco amico era riuscito a trascinarsi sino alla sua mitragliatrice Beretta PMX e a sparare per l’ultima volta. Spirò prima che arrivassero i soccorsi.

Unica superstite la figlia del farmacista. La trovarono legata ad una sedia, imbavagliata, con la camicetta strappata e le mutandine rosa sotto la minigonna troppo corta. Ai suoi piedi c’era Gino, anche lui morto, con la faccia tumefatta e l’ultimo bicchiere di vino Gutturnio ancora in mano.

 

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Ballando col demonio

Ballando col demonio

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Susanna era giovane e bella e lavorava come barista in un noioso paesino sperduto sulle colline ricoperte dai vigneti della Val Tidone.

Era un caldo pomeriggio di mezza estate e lei, da dietro il bancone, mesceva vino bianco frizzante a quattro clienti vecchi e miserabili. Bevevano tutti i giorni vino bianco Ortrugo o Malvasia sino a sbronzarsi: non c’era altro da fare in quel paese, a parte ubriacarsi o aspettare la morte.

I giovani erano già andati via quasi tutti da tempo, ed anche Susanna sognava di fuggire un giorno insieme ad un principe affascinante e tenebroso, qualcuno che la portasse lontano da quelle colline, in groppa ad un maestoso destriero dal manto nero come la notte.

Intanto giocava la sua partita a scacchi con la noia scrivendo storie di amori travagliati e leggendo romanzi d’avventura.

“Ue Mario, hai letto? Il Vescovo ha nominato altri tre esorcisti questo mese” disse uno dei clienti del bar mostrando la prima pagina di un quotidiano locale.

“Urca Piero, hai ragione, domenica lo ha detto anche don Michele durante l’omelia: il Diavolo è in mezzo a noi!”

“E sì, guarda, leggi qui, nell’articolo dicono pure che hanno iniziato a stampare e distribuire un vero manuale per riconoscere la presenza del demonio”

“Per la Marianna, e come si chiama questo manuale?” domandò Mario, tracannando il suo bicchiere di Malvasia frizzante.

“Si chiama De Cura Obsessis, roba forte, un manuale per riconoscere la presenza del diavolo. Credo che per farsi un’idea più precisa bisognerebbe leggerlo però” spiegò Piero, con aria turbata, mentre a sua volta svuotava d’un fiato un bicchiere colmo di Ortrugo.

“Lo ha detto anche la Madonna ai veggenti di Mejugorie: Satana vuole toglierci la gioia” aggiunse un terzo vecchietto dallo sguardo cupo e le mani artritiche.

Susanna non credeva più in Dio, aveva perso la fede quando ancora era una ragazzina. E disprezzava quei vecchi senza un futuro, bigotti ed ubriaconi tutto chiesa, vino gutturnio e superstizioni.

Talvolta, per non sentire le loro assurde storie, si rifugiava nelle sue fantasie, oppure attraverso il suo smartphone di ultima generazione si perdeva tra le pagine di un sito di abiti alla moda o di scarpe all’ultimo grido.

In questo modo capitò quel giorno sul negozio virtuale scarpedaurlo.com e vide un paio di meravigliose scarpe da ballo a tacco alto.

Erano magnifiche, di luccicante vernice rossa, a punta e con il tacco stretto e slanciato.

Già si stava immaginando con il suo vestito nero preferito volteggiare sulle piste da ballo con quelle nuove splendide e sfavillanti scarpe rosse come il fuoco.

Non poteva resistere, ed in pochi secondi inserì i dati della sua carta di credito e le comperò. Il sito prometteva consegna in 24 ore soddisfatti o rimborsati.

Era una giornata strana e tetra e faceva un caldo infernale in quel piccolo paese, il più crudele e noioso borgo della valle.

Luca e Marcellino entrarono nel bar. Erano gli ultimi due giovani rimasti.

Luca era uscito da poco di prigione. Era un tipo tozzo e grasso, con braccia bovine e occhi rabbiosi. Sarebbe presto tornato in carcere c’era da scommetterci.

Marcellino aveva la faccia paffuta e l’aria stupida, viveva ancora con sua madre e faceva finta di fare lo scrittore. Da sei anni era innamorato di Susanna ma lei non lo calcolava.

“Facci due calici di Gutturnio frizzante bellezza” disse Luca con voce arrogante ed un subdolo luccichio dentro gli occhi.

“Perché sei tornato in paese?” chiese Susanna sospettosa, versando da bere e guardandolo come se lui fosse un insetto insignificante.

“Sono tornato per te zuccherino” precisò lui, mangiandola con gli occhi.

“Cosa vorresti dire?”

“Sabato andiamo al Vicobarock fest, per festeggiare il ritorno di Luca. Siamo passati per invitarti” spiegò Marcellino, fissando il bicchiere pieno di vino Gutturnio.

Non riusciva a sostenere lo sguardo della ragazza, per timidezza e per paura che lei lo disprezzasse apertamente come aveva appena fatto con il suo amico.

“Puoi portare tua cugina se vuoi” aggiunse Luca, con fare viscido.

Susanna non rispose subito, restò lì a pensarci su per qualche secondo.

I due ragazzi non la interessavano minimamente, e di certo non aveva bisogno di portarsi dietro sua cugina per andare ad una festa. Però al Vicobarock fest ci sarebbe stata la musica e lei avrebbe avuto l’occasione di ballare con le sue nuove scarpe rosse. Certo, Luca probabilmente l’avrebbe infastidita, o peggio ci avrebbe provato apertamente, ma lei sapeva come tenere a bada un ragazzo, anche uno problematico come lui.

“Va bene, verrò. Passate a prendermi a casa, sabato, alle nove”

*

Sabato sera l’area feste di Vicobarone era gremita di giovani, venuti da tutta la provincia per assistere al concerto di 7 grintose rock band impazienti di esibirsi.

La musica veniva sparata dalle casse al massimo volume, mentre dalle cucine uscivano pisarei, tortelli, braciole, salamelle e fiumi di vino gutturnio.

Girava anche parecchia droga e la pista da ballo era affollata di ragazzi e ragazze che saltellavano come impazziti, sospinti e trascinati da una musica infernale.

Susanna passò tutta la sera ballando senza mai stancarsi, nel suo bel vestito nero e con ai piedi le sfolgoranti scarpe di vernice rosso fuoco. Luca e Marcellino si davano da fare con il Gutturnio.

A mezzanotte iniziò l’esibizione del gruppo più famoso: i Bambini di Aleister così chiamati in onore dell’occultista inglese Aleister Crowley, padre del satanismo moderno.

La loro esibizione durò circa trenta minuti: eseguirono le cover dei Led Zeppelin, dei Mercyful Fate, dei Deicide e di altre rock band dell’heavy metal più estremo e cattivo.

Conclusero con un pezzo inedito scritto di loro pugno, una specie di incomprensibile e disgustoso inno al demonio. Una sorta di rituale durante il quale si diffuse tutt’attorno un intenso, penetrante, ripugnante odore di zolfo.

L’osceno spettacolo si concluse infine con il lancio sul pubblico, per mezzo di un aspersorio di forma caprina, di una rivoltante e sinistra poltiglia corvina.

A notte fonda i tre ragazzi stavano tornando a casa. Erano a bordo della vecchia Fiat Panda di Luca, ma stava guidando Marcellino. Luca era senza patente, gli era stata ritirata per guida in stato di ebrezza.

“I Bambini di Aleister sono mitici” commentò Marcellino ancora un po’ stordito dalla musica assordante del concerto.

“Si dice che abbiano venduto l’anima al diavolo, come Katy Perry” disse Luca biascicando: era completamente sbronzo.

“Io penso sia solo una trovata pubblicitaria nel casso della Perry” obiettò Marcellino.

Susanna non parlava, era seduta davanti ed occupata a schivare le attenzioni di Luca, che dai sedili posteriori allungava le mani appiccicose cercando di toccarle i capelli, il collo o le spalle.

“Si dice che anche Lady Gaga, Maddonna e Britney Spears siano scese a patti con il maligno” aggiunse Luca.

“Per me sono tutte fregnacce”

“Se sapessi come fare, venderei anche io la mia anima fottuta, ammesso che ne abbia una, in cambio di soldi e successo”

“Comunque questa cosa di vendere l’anima io non la capisco. Ammesso che esista veramente, il diavolo cosa se ne farebbe mai di un’anima come la nostra?” concluse Marcellino ridendo in modo stupido.

“Metti giù le mani” gridò Susanna con voce irritata. I tentativi di Luca si erano fatti arditi.

“Non fare la preziosa zuccherino, ho visto come dimenavi il culo mentre ballavi, adesso devi far divertire un po’ anche noi”

“Vai a farti fottere, stronzo!”

Marcellino fermò l’auto. Erano arrivati a casa di Susanna. Lei non perse tempo e scese subito dall’auto per sottrarsi alle fastidiose mani di Luca.

Lui la seguì sin sotto casa, anche se con passo incerto a causa dell’ubriachezza, poi la prese per un braccio e cercò di baciarla: la sua bocca era piena di denti marci rovinati dal fumo e dalle carie.

“Lasciami in pace bastardo” gridò Susanna con voce isterica, poi lo spinse via con tutta la forza che aveva in corpo.

Luca cadde a terra. Era furioso adesso, ma troppo ubriaco per riuscire ad alzarsi.

Susanna si avvicinò e gli sparò un tremendo calcio tra le costole.

“Ahhhh puttana maledetta” ringhiò Luca, portandosi le mani sul fianco dilaniato dal dolore.

“Così impari, coglione!”

Marcellino si avvicinò allora timoroso all’amico ancora in terra cercando di soccorrerlo.

Susanna lo guardò con disprezzo, poi cercò le chiavi di casa nella borsetta e si diresse alla porta.

“Ferma quella troia prima che si chiuda dentro” ordinò Luca.

Marcellino esitò, non poteva obbedire, amava Susanna e non avrebbe mai potuto farle del male.

Quando Luca vide chiudersi la porta senza che Marcellino avesse fatto nulla per impedire alla ragazza di andarsene, riversò la propria frustrazione sull’amico.

“Ora ti insegno io come ci si comporta, frocetto” disse riuscendo finalmente ad alzarsi. Poi cominciò a tirargli pugni spaventosi.

Una, due, tre castagne ben assestate sulla faccia, nello stomaco, sulla nuca.

Marcellino rovinò a terra con la faccia insanguinata ed il naso rotto.

Luca salì in macchina e andò via sgommando stravolto dalla rabbia e dai fumi dell’alcool, lasciando Marcellino sanguinante nella polvere, sopra lo zerbino, davanti alla casa di Susanna.

Lei aveva assistito al barbaro pestaggio guardando dalla finestra. Si sentiva un po’ in colpa e Marcellino le faceva compassione. Decise di aiutarlo.

“Dai, alzati, vieni in casa da me, devi medicare queste ferite”

“No, non posso. E’ notte fonda, io credo che dovrei andare a casa mia adesso, non voglio darti disturbo”

“Non dire cazzate. Sei ferito. Andrai a casa domani. Adesso entriamo, voglio medicarti”

La casa di Susanna era modesta ma decorosa e pulita. Marcellino si sistemò in soggiorno, sul divano.

Dopo avergli disinfettato le ferite sul volto lei gli diede anche una bottiglia di Gutturnio Superiore.

“Sei molto gentile” disse Marcellino con gli occhi dilatati dalla gratitudine.

“Merda!” disse lei.

“Mha, non, non capisco. Perché mi insulti adesso?”

“Non dico a te, scemo. Sto imprecando perché mi si sono sporcate le scarpe nuove” spiegò Susanna, mentre con uno straccio cercava di togliere delle strane macchie nere dalle magnifiche scarpe rosse col tacco.

“Che schifo, questa roba puzza, e non riesco a toglierla, ora però sono stanca. Ci riproverò domani. Vado a dormire. Ciao”

“Non mi dai il bacio della buonanotte?” osò chiedere Marcellino, dopo aver dato una copiosa ingollata dalla bottiglia di Gutturnio, così per darsi coraggio.

“Nemmeno nei tuoi sogni” disse lei, acida, chiudendosi in camera da letto.

Era una notte cupa e tenebrosa ed una enorme luna piena color sangue galleggiava nel fosco cielo sopra la valle.

Susanna fu svegliata di soprassalto da orrendi rumori che provenivano dal soggiorno. Sembravano il fragore della carne lacerata dai morsi di una belva feroce.

“Marcellino, ma che cazzo stai facendo? vorrei dormire qualche ora se non ti dispiace!” urlò Susanna.

Marcellino non rispose. Dal soggiorno arrivarono altri sinistri suoni inquietanti, come di ossa spezzate.

Susanna si alzò allora dal letto e si diresse verso il soggiorno: indossava solo una vestaglia semitrasparente e delle mutandine di cotone bianco.

Quando aprì la porta fu investita da un insopportabile tanfo di morte, come di qualcosa di marcio, putrido e in decomposizione.

Una pallida e macabra luce proiettata dalla luna illuminava il soggiorno, dove il corpo di Marcellino giaceva riverso al centro della stanza.

La faccia era orribilmente mutilata, in parte già ridotta alle sole ossa del teschio, senza più un occhio, con buona parte della carne strappata dal cranio.

Susanna lanciò un urlo folle e disperato quando vide che le rosse scarpe da ballo la stavano osservando.

Su entrambe si erano aperti mostruosi occhi gialli da serpente, e sogghignanti bocche malvagie grondanti sangue, con raccapriccianti denti seghettati dai quali penzolavano brandelli di carne umana masticata.

Susanna era paralizzata dalla paura. Capiva che avrebbe dovuto fuggire, ma le gambe le si erano fatte pesanti come sacchi di cemento e non riusciva a muoverle.

Le scarpe indemoniate iniziarono a strisciare verso di lei, ringhiando e digrignando le abominevoli fauci.

La temperatura nella stanza si era improvvisamente abbassata ed un gelido vento soffiava tra gli stipiti della porta e gli infissi delle finestre.

“Via, via, andate via maledette!” gridò Susanna ormai in preda al panico.

Un agghiacciante suono terrificante, come una specie di diabolica risata, uscì dalle scarpe che erano quasi arrivate ai piedi della ragazza.

Lei iniziò a piangere ed ad urlare ancora più forte.

Poi, quando ormai avrebbero potuto facilmente azzannare le belle caviglie bianche della giovane, le mostruose calzature del demonio si ritrassero come sospinte da una forza superiore ed insuperabile.

Susanna le vide allora spiccare un balzo, sfondare la finestra, e volare via nella notte lunare in direzione della foresta.

Marcellino riposava cadavere nel soggiorno con la testa mezza divorata.

Susanna si lasciò cadere sgomenta sulle ginocchia. Alle sue spalle, appesa alla parete, una Madonna con bambino sorrideva materna da dentro un vecchio dipinto ad olio, regalo di una zia suora.

E fu così che Susanna ritrovò la fede.

Dopo aver passato ingiustamente 23 anni in carcere, condannata per l’omicidio di Marcellino, prese i voti e si ritirò in un convento di clausura.

Era serena, e felice: aveva finalmente trovato la sua dimensione spirituale.

Qualche volta però le capitava ancora, quando in cielo c’era la luna piena, di svegliarsi nel cuore della notte.

Un cattivo odore, come di tomba profanata, si diffondeva allora nell’aria e Susanna, guardando fuori dalla finestra della sua cella, poteva scorgere luminosi occhi gialli di serpente volteggiare nell’oscurità, e ombre di scarpe di vernice rossa allungarsi tetre sopra di lei.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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La bambola perfetta

La bambola perfetta

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Gino Manosvelta iniziò a fantasticare su quel genere di cose sin da quando era adolescente. A quei tempi, mentre i suoi coetanei si masturbavano con i giornalini porno, Gino si eccitava guardando i manichini sui cataloghi di biancheria intima di terz’ordine. Anche le Barbie e altre bamboline sexy accendevano la sua passione. A trent’anni era già sessualmente deviato, gli piacevano molto le ragazzine delle scuole superiori e non aveva rapporti normali con le donne da almeno un decennio: era anche brutto e facilmente gli puzzavano i piedi.

La sua vita ebbe una svolta il giorno in cui navigando su internet capitò per caso su realdoll.com

Scoprì in questo modo che dal 1996 la Abyss Creations produceva e vendeva in tutto il mondo le bambole per usi sessuali più realistiche mai costruite. Ideate dallo scultore Matthew McMullen e realizzate grazie alle più avanzate tecnologie sviluppate dall’industria degli effetti speciali hollywoodiana, le Real Dolls erano munite di endoscheletro in PVC per simulare tutte le posizioni di un vero corpo umano, ed il rivestimento in silicone riproduceva anche al tatto le fattezze di una vera donna.

Gino avrebbe voluto ordinare una Real Doll personalizzata scegliendo secondo il proprio gusto il tipo di corpo, il viso, i capelli ed il colore degli occhi. Tuttavia valutato il costo della bambola preferì desistere. Oltre a tutto il resto era anche piuttosto spilorcio e giudicò il prezzo troppo esoso per le sue tasche.

Quella stessa sera decise di mangiarci sopra e si recò nella sua pizzeria preferita. Era un locale nel piacentino, frequentato da una clientela giovanile. Le scuole erano finite da poco, faceva caldo e le ragazzine indossavano gonne corte e camicette attillate e sprizzavano ormoni mettendo in mostra gambe depilate, ombelichi tirati a lucido e capezzoli turgidi sotto le stoffe fini.

Alla seconda birra Gino era già su di giri, ma non riusciva a togliersi dalla testa le bambole americane che aveva visto su internet.

Al tavolo affianco era seduto un tizio strano, tutto vestito di nero, con la pelle scura, gli occhiali da sole ed un ghigno ancestrale stampato sul volto.

“Potrei risolvere i tuoi problemi” disse con voce baritonale, alzando un calice di vino Malvasia in segno benaugurale.

“Dici a me?” domandò lui stupito, non si aspettava che quel tipo strambo gli rivolgesse parola.

“Conosco un artigiano, dalle parti di Nibbiano, che costruisce incredibili bambole in silicone a prezzi modici.”

“Ehi! Tu come fai a sapere che mi interessano questo genere di cose? Chi diavolo sei?”

“Un amico!” rispose quello, esibendo un sorriso mefistofelico.

Gino spalancò gli occhi scettico, senza parlare, avvertendo nell’aria un fastidioso e pungente odore di zolfo.

“Non devi fare altro che telefonare a questo numero e descrivere il tipo di bambola che vuoi” disse offrendogli un volantino pubblicitario.

Gino lo afferrò avidamente e cominciò a leggere: “Realizziamo Bambole Perfette, create su misura, personalizzate e accessoriate con parti anatomiche che sembrano vere, soddisfatti o rimborsati!”

Sul volantino erano anche riprodotte le fotografie di alcune ragazze nude, e lui faticò a comprendere se si trattasse di modelle in carne ed ossa oppure, come promettevano gli slogan pubblicitari, di bambole in silicone straordinariamente realistiche.

Continuò ad osservare il volantino con sguardo rapito per parecchio tempo. Quando alla fine rialzò la testa, l’uomo vestito di nero era scomparso.

Non riuscì a dormire per tutta la notte, e nemmeno quella successiva, e quella dopo ancora. Passata un’intera settimana insonne sognando ad occhi aperti di mettere le mani su una di quelle Bambole Perfette, alla fine cedette alla tentazione e decise di assecondare il desiderio di averne una tutta per sé.

Il laboratorio dove venivano costruite le Bambole Perfette era dentro lo scantinato di un vecchio casale fatiscente sulle colline di Nibbiano. Il magazziniere ecuadoregno che la impacchettò prima di spedirla si fece delle grasse risate, chiedendosi quale tipo di pazzia avesse ottenebrato la mente del maniaco che aveva commissionato quella cosa grottesca. Si chiamava Esmeralda, aveva le sembianze di una sedicenne nigeriana, con la pelle nera e due tette enormi, ma gli occhi erano blu cobalto ed i capelli erano biondo platino. Aveva anche un culo da urlo. Era vestita da cameriera ed era la Bambola Perfetta ordinata da Gino Manosvelta.

Il giorno in cui gli fu finalmente recapitata a casa, fu il più bello della sua vita.

Per prima cosa la mise a sedere sul divano in soggiorno, le accarezzò i capelli sintetici, le ficcò in mano un bicchiere e lo riempì di vino rosso di media qualità, poi cominciò a parlarle.

“E’ molto che Ti aspettavo, anzi da sempre, da tutta la vita” disse accendendosi una sigaretta.

“Ho sempre desiderato avere una ragazza come te, Dio mio Esmeralda, sei bellissima.”

Lei rimase immobile con il bicchiere in mano pieno di vino rosso di media qualità, fissando nel vuoto.

“Sai cosa mi piacerebbe farti dolcezza?”

Esmeralda non rispose.

“Mi piacerebbe metterti una catena al collo, frustarti la schiena con la mia cintura e poi prenderti da dietro, in modo selvaggio.”

La bambola non disse nulla.

Gino iniziò ad eccitarsi, buttò via la sigaretta, si alzò e si versò un bicchiere colmo di vino rosso, lo trangugiò ed andò a sedersi accanto ad Esmeralda.

“Sei la mia schiava negra” le sussurrò ad un orecchio, poi le afferrò la testa con violenza e la baciò sulla bocca.

La bocca di Esmeralda era morbida e le labbra profumavano di fragola.

Gino iniziò a spogliarla. Lei lasciò fare. Lui le piegò le braccia e poi le gambe sino a metterla nella posizione che preferiva. Il vino rosso di Esmeralda uscì dal bicchiere e si rovesciò sul pavimento.

Gino tirò fuori il suo arnese nodoso dalle mutande e la penetrò.

Durò un paio di minuti al massimo, ma fu l’orgasmo più intenso e lungo che lui avesse mai provato. Pensò che nessun’altro avesse mai goduto tanto prima di lui.

Gino stava con Esmeralda già da tre settimane ed era per lui una relazione molto piacevole.

Di giorno la teneva nuda incatenata in cantina, a quattro zampe dentro una cuccia per cani che aveva costruito apposta per lei. La sera la vestiva da cameriera e la metteva in ginocchio accanto alla sua poltrona, con un vassoio tra le mani sul quale appoggiava il posacenere ed una bottiglia di vino. Mentre guardava la televisione fumava e beveva con lei accanto, tutto il tempo in ginocchio sul pavimento e con il vassoio in mano. Qualche volta, se era di buon umore, le accarezzava la testa come avrebbe fatto con un pastore tedesco. Altre volte le legava i polsi al tavolo della cucina e le frustava la schiena dopo averla imbavagliata. La notte se la portava a letto, la spogliava e ci faceva sesso in tutte le posizioni del kamasutra.

Gino Manosvelta era felice, a suo modo amava Esmeralda e la sua vita di coppia era perfetta. Sino a quella sera del ventisettesimo giorno che stavano assieme.

Era una domenica, e tornato dopo un pomeriggio allo stadio, Gino scese in cantina per prendere Esmeralda, ma con sua grande sorpresa non la trovò come l’aveva lasciata.

Lei non stava più a quattro zampe e non aveva più la catena al collo. Era seduta sopra il tettuccio della cuccia con le sue belle gambe nere di silicone elegantemente accavallate.

“Che razza di scherzi sono questi!” protestò ad alta voce Gino.

Esmeralda aveva lo sguardo fisso nel vuoto, come sempre.

“Come cazzo hai fatto a liberarti?” balbettò lui, avvicinandosi alla bambola per ispezionarla.

“Brutta puttana!” le urlò.

Lei non reagì, restò lì come se nulla fosse, con le gambe accavallate.

“Ti sei tolta la catena dal collo? Hai osato fare questo stupida troia?”

Esmeralda non rispose.

Gino era fuori di sé e la colpì con uno schiaffo. Lei cadde a terra con un tonfo sordo, ammortizzato dal silicone di cui era fatta.

“Me la pagherai dannata sgualdrina” la minacciò, poi afferrò una scopa e cominciò a percuoterla colpendola con il manico di legno sulla faccia, sul petto, sugli stinchi, le diede anche due calci nel culo, poi quando fu stanco trascinò una vecchia sedia impagliata davanti a lei e ci si sedette sopra osservandola.

“Prova a liberarti ancora, e la prossima volta Ti faccio a pezzi sporca negra!”

La bambola rimase tutto il tempo in silenzio, nuda, picchiata e gettata nella polvere, sul pavimento lurido della cantina di Gino Manosvelta.

Per evitare altre sorprese, decise di ammanettare i polsi di Esmeralda dietro la schiena, e di chiudere la catena che le aveva messo al collo con un grosso lucchetto. Poi la mise in ginocchio dentro alla cuccia per cani.

“Ora voglio proprio vedere se riesci ancora a liberarti” disse con tono di sfida, prima di andarsene.

Quella notte Gino dormì da solo, lasciando la bambola di silicone ammanettata ed incatenata in cantina.

Il giorno dopo, tornato presto dal lavoro, andò subito a vedere come stava Esmeralda, e per poco non gli prese un infarto.

Lei era senza manette, senza catene, seduta sul pavimento con le gambe divaricate in una posizione oscena. Persino il suo volto sembrava diverso, ed ora una specie di sorriso sciocco le conferiva un’espressione sarcastica, vagamente crudele.

“Lo hai fatto di nuovo” disse lui con voce tremante.

“Lo hai voluto tu, non dire che non ti avevo avvisato.”

Esmeralda si limitò a guardarlo, come sempre senza reagire.

Gino la portò in camera sua, la sdraiò sul letto a pancia in giù e le legò mani e piedi con delle corde alle gambe del letto. Andò in cucina, prese una bottiglia di vodka dalla dispensa e tornò in camera.

Guardò la bambola legata a quel modo, aprì l’armadio dove teneva una mazza da baseball, afferrò la mazza e cominciò a picchiarla. La picchiò sulla testa e sulla schiena, con violenza. Ad ogni mazzata sentiva il rumore inquietante del silicone sbattuto. Quando fu stanco le si sdraiò sopra e la prese contro natura.

Appena tutto fu finito la lasciò legata al letto, le si sedette accanto e cominciò a bere a canna dalla bottiglia di vodka.

Ad ogni sorsata le dava uno schiaffo sul culo, oppure le tirava i capelli o la prendeva a pugni all’altezza dei fianchi, insultandola.

Lei rimase immobile con lo sguardo perso nel vuoto e quel nuovo ghigno malvagio disegnato sul volto.

Quando Gino fu completamente ubriaco, finita la vodka, si sdraiò accanto ad Esmeralda e si addormentò.

Si svegliò dilaniato da un dolore lancinante dalle parti del pene. Non poteva muoversi: le sue braccia e le sue gambe erano ora legate al letto, al posto di Esmeralda.

Lei gli stava in piedi davanti con un coltellaccio da macellaio in una mano e ciò che restava del suo nodoso membro sanguinante nell’altra. E stava ridendo, in modo sadico.

Gino cominciò ad urlare per il dolore e a gridare:

“Cosa mi hai fatto maledetta troia? O no… non ci posso credere… mi hai tagliato il cazzo…”

E intanto urlava, urlava come un ossesso e il sangue zampillava fuori dai genitali amputati come fosse una fontana.

“Dannata negra bastarda… cosa hai fatto… cosa hai fatto?!?”

Gino urlava e gridava mentre lei continuava a ridere, e ridendo buttò il suo cazzo fuori dalla finestra.

“Prova a picchiarmi adesso” disse Esmeralda smettendo di ridere.

“Cosa? Ma tu… tu parli…”

“Non riesci a picchiarmi ora che ti ho evirato? Ti mancano le forze oppure il coraggio?”

“Cosa?”

“Ti piacevano le mie gambe, ed il mio corpo, ammettilo porco!”

“Si… Si… certo che adoravo il tuo corpo, ma tu mi hai tagliato il cazzo, dannata troia schifosa… come faccio adesso? Sto per morire sto morendo brutta puttana lo capisci questo? Aiutami… devo andare in ospedale… aiutami…”

Esmeralda si protese sopra di lui e gli mollò un ceffone in piena faccia, facendo dondolare le grosse mammelle di silicone.

“Non andrai da nessuna parte”

“Lasciami andare in ospedale ti prego… slegami, devo tamponare l’emorragia o Dio… sto per morire lo sento, sto per morire…”

Gino cominciò a piangere, poi la stanza iniziò a girare intorno a lui. Vide Esmeralda che si rivestiva poi svenne. Lei gli slegò i polsi e le caviglie, gli mise il coltello che aveva usato per evirarlo tra le mani, poi gli sedette accanto.

Il cadavere di Gino Manosvelta fu trovato dai carabinieri della stazione di Borgonovo Val Tidone. Accanto al corpo dissanguato dell’uomo fu trovata anche una bambola di silicone.

La bambola era vestita da cameriera, sedeva con le gambe accavallate sul bordo del letto e le labbra erano contratte in una smorfia cattiva, beffarda ed inquietante.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Bellamorte

Bella morte

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Era un bel mattino di fine estate e, come tutte le domeniche, Piero Bellamorte si recò al parco comunale per fare una passeggiata e scambiare quattro chiacchiere con gli anziani ospiti della vicina casa di riposo. Anche se ormai la sua impresa di pompe funebri aveva da tempo sbaragliato la concorrenza sino a diventare l’unica in tutta la vallata, Piero non aveva perso le sue abitudini e continuava ad esercitare il suo potere segreto, quello che gli aveva consentito di creare la sua fortuna materiale su questa terra.

Si da quando era bambino aveva scoperto di possedere un dono, una speciale qualità grazie alla quale era in grado di capire quando le altre persone sarebbero morte. Gli bastava prendere un uomo per mano, concentrarsi per qualche secondo e guardarlo negli occhi. Ciò che avrebbe visto nei pochi istanti successivi gli avrebbe rivelato quanto tempo restava da vivere a quella persona. Come un qualunque ciarlatano capace di leggere i fondi del caffè, Piero era capace di leggere dentro l’anima della gente attraverso i loro occhi, con l’unica differenza che Piero non era un ciarlatano, e che le sue previsioni erano sempre esatte.

Anche se conoscere in anticipo la data, e talvolta le circostanze, della dipartita degli altri poteva risultare sgradevole, Piero aveva presto imparato a trarne profitto. Ci riusciva soprattutto con le persone anziane che per via dell’età erano meglio predisposte a fare i conti con l’inevitabile momento del trapasso. E poiché nel corso degli anni almeno nella zona si era diffusa la voce circa le capacità divinatorie di Piero, oramai erano i suoi futuri clienti a cercarlo per scoprire quanto gli restasse da vivere, e lui non doveva nemmeno più prendersi il disturbo di convincere i morituri a concedergli la propria fiducia.

Quella mattina era seduto sulla solita panchina di cemento a godersi il sole con nell’aria il profumo dei mosti e della vendemmia, quando ad avvicinarlo fu una bella ragazza dai capelli dorati e la pelle bianca e liscia. Non poteva avere più di vent’anni.

“Mi hanno detto che sai prevedere quando muore la gente” dichiarò con aria seria rivolgendosi a Piero.

“A volte ci riesco” si schernì lui. Non gli interessavano i giovani. Se fossero morti prematuramente sarebbe stata una disgrazia, e se fossero morti molti anni dopo, probabilmente non si sarebbero serviti dei servizi offerti dalla sua impresa di pompe funebri.

“Conosci anche quando arriverà il tuo momento?” domandò la ragazza scrutandolo con sguardo indagatore.

“No, anche se forse potrei scoprirlo, ma non ho mai voluto farlo.”

“Perché allora lo dici gli altri? Non pensi che nessuno in fondo voglia saperlo?”

“Forse” disse lui con un ghigno, “ma in certe circostanze, e ad una certa età, cambiano le prospettive, le priorità sono diverse e per alcuni saperlo può essere un vantaggio.”

Piero non aveva ancora compiuto i cinquant’anni ed almeno sino ad allora non aveva ancora sentito il bisogno di conoscere quando sarebbe stato il suo giorno.

“Tu ti sei servito di questo talento per arricchirti e vendere i servizi della tua impresa di pompe funebri” sentenziò la ragazza con voce ferma ed un espressione sul viso vagamente accusatoria.

“Le persone si fidano di me, non faccio nulla di sbagliato” disse Piero abbassando lo sguardo. Era la prima volta che qualcuno lo rimproverava per aver tratto vantaggio dalla sua particolare dote. Lui pensava fosse naturale farlo, come le attrici usavano la propria avvenenza, gli scienziati il cervello ed i calciatori le proprie gambe. Avrebbe voluto dirlo anche a quella ragazza bella come un angelo, ma quando rialzò la testa per parlarle, lei era scomparsa.

Piero tornò a casa prima del solito, aveva perso il desiderio di lavorare per quel giorno. Il breve colloquio con quella bionda lo aveva turbato nel profondo. Il dubbio di aver mal vissuto la propria vita iniziò ad insinuarsi nel suo cervello come un tarlo. Improvvisamente avvertì la necessità di redimersi, di recuperare il tempo perduto, di dedicarsi al prossimo, magari anche di utilizzare il suo talento segreto ma in modo nuovo e diverso, senza più metterlo al servizio della sua smisurata sete di ricchezza. Ma ne avrebbe avuto il tempo? Quanto ancora gli restava da vivere? Ecco che per la prima volta volle sapere quando sarebbe giunto il giorno della sua morte.

Si recò con passo incerto sino al bagno, gli si strinse lo stomaco in preda all’ansia, ora che aveva deciso di indagare la propria dipartita. Appoggiò il peso del proprio corpo sulle braccia aggrappandosi al lavandino mentre iniziò a guardare il suo volto riflesso dallo specchio.

Era ancora giovane in fin dei conti, si sentiva in forze, certamente avrebbe ancora avuto il tempo necessario.

Fissò i suoi occhi riflessi dallo specchio e dopo alcuni secondi il suo corpo fu attraversato da un brivido, si sentì avvolgere dal gelo mentre la morte gli sorrideva beffarda e un infarto fulminante lo stroncava sul posto in quella tarda, calda e profumata mattina di fine estate.

Piero Bellamorte fu trovato senza vita soltanto alcuni giorni dopo, e quasi nessuno presenziò al suo funerale.

 

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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La testa parlante

 

Testa parlante

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Il cielo sopra l’abbazia si era oscurato, il vento sferzava l’interno del chiostro sollevando nuvole di polvere e scuotendo le piante. I monaci si erano già tutti ritirati all’interno dell’edificio, per evitare di essere sorpresi dal temporale in arrivo. Soltanto il vecchio era rimasto.

Attese che anche l’ultimo religioso se ne fosse andato, poi camminò sino a raggiungere il lato occidentale dell’austero cortile. Si avvicinò al muro logorato dal tempo, individuò il cerchio magico graffito nell’intonaco consunto e spinse la pietra ottagonale collocata ai suoi piedi. Il meccanismo si azionò con un rumore basso e lugubre, aprendo il passaggio segreto. Si guardò attorno con circospezione, per assicurarsi di non essere visto, poi si lanciò all’interno dell’oscuro pertugio, un attimo prima che il muro di pietra si richiudesse alle sue spalle. Fuori da lì, oltre la parete, un tuono fragoroso squassò l’aria e cominciò a piovere copiosamente.

Da sotto il mantello il vecchio tirò fuori una torcia elettrica e l’accese. Davanti a lui, come una tetra catacomba, si dipanava una buia galleria che lo avrebbe condotto nel cuore dell’edificio, si fece allora coraggio e si incamminò. Avanzò con cautela, le pareti trasudavano umidità e brulicavano di insetti ripugnanti, il terreno sul quale stava camminando era molliccio, sotto le travi di pietra che sostenevano il soffitto da non meno di sei secoli. L’aria era pesante, viziata da un pungente  odore sulfureo la cui provenienza non era in grado di individuare. Continuò ad avanzare sino a raggiungere la scalinata che scendeva alla camera sotterranea. Il cuore gli martellava forte nel petto e rimase immobile per un po’, prima di procedere lungo la ripida rampa.

Intorno a lui tutto era silenzio, e poteva udire solo l’affanno del proprio respiro e il battito del suo cuore. Mentre scendeva sulle gambe incerte vide un grosso pipistrello appeso allo stipite della porta, in fondo alle scale, circondato  dall’oscurità. Quando varcò la soglia il chirottero spiccò il volo e scomparve rumorosamente oltre il cunicolo.

Era la terza volta in tre giorni che entrava nella camera segreta, ma l’emozione era ancora grande. Come uno scolaretto  davanti al suo primo racconto di fantascienza, avanzò timidamente verso il centro della stanza.

Un volto privo di umanità brillava di luce aurea, nascosto nel buio di quell’ambiente plumbeo e soffocante, e due occhi smeraldini privi di vita fissarono il vecchio, penetrando la sua coscienza e mettendo a nudo la sua vanità.

Il desiderio di conoscenza e la brama di sapere si erano accresciuti in lui nelle ultime ore, così come il sospetto e la paura che le conseguenze di quella scoperta potessero essergli fatali. Voleva avere cognizione del suo destino e non sapendo più trattenersi porse una nuova domanda, dopo le molte che aveva già fatto nei giorni precedenti e che gli avevano svelato molte verità sconcertanti.

“Mi resta molto da vivere?”

“No” risuonò nella camera una voce metallica e spaventosa, mentre gli occhi smeraldini si accendevano emanando un bagliore sinistro.

Il vecchio impallidì, i suoi più cupi presentimenti trovavano crudele conferma, ora sapeva di dover fare in fretta, misteriosi ed invisibili nemici minacciavano la sua vita.

“Sarò dunque ucciso?” chiese nuovamente cercando di nascondere il tremore delle mani.

“Si” fu la nuova terribile risposta che si diffuse raccapricciante nella stanza.

La torcia elettrica gli cadde di mano rimbalzando sul pavimento di pietra, ed il vecchio si sentì mancare. Ciò che aveva trovato sarebbe dovuto restare segreto, qualcuno agiva nell’ombra per mantenerlo nascosto, qualcuno senza scrupoli, che non avrebbe esitato ad uccidere per raggiungere il suo scopo. Ed il vecchio sapeva con chi avrebbe avuto a che fare. Da sette secoli quelle stesse persone proteggevano il segreto, lo avevano sottratto al mondo per impedire che si conoscesse la verità, e non gli avrebbero mai permesso di svelarla.

Lui era troppo vecchio e debole per affrontarli. Comprese di avere ancora poco tempo e si chiese cosa fare. Avrebbe potuto restare in quel luogo per appagare la propria sete di conoscenza in attesa della fine, ma quanto aveva già appreso era ormai sufficiente. Decise allora che avrebbe agito. Sapeva di non poterli battere, ma forse poteva ancora ingannarli. Con astuzia e intelligenza aveva già lasciato degli indizi alle sue spalle. Avrebbe avuto bisogno di altro aiuto e sapeva dove cercarlo. Con un po’ di fortuna avrebbe sottratto il segreto all’oblio per consegnarlo all’umanità.

Si voltò per tornare sui suoi passi e mettere in pratica i suoi intendimenti, quando un dolore atroce lo investì alla base della testa. Crollando inerme sul pavimento realizzò di essere stato colpito. Gli occhi gli si chiusero e la sua anima fu avvolta dalle tenebre.  Poi fu l’oblio.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Racconto horror in un cimitero

Obitorio di Rezzanello

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Il dottor Sadico era in piedi nel mezzo della stanza, indossava un camice bianco su di una camicia azzurra stirata di fresco con una cravatta del partito. La sua barba folta e grigia brillava sotto la luce artificiale delle lampade al neon, ed una espressione di preoccupata sorpresa gli adombrò il volto quando vide un uomo sbucare dal nulla, uscendo da un buco nel pavimento del suo laboratorio. Sembrava un mostro uscito da un romanzo o da un racconto horror in un cimitero.

Leo Investigato si mosse d’istinto, impugnato il pugnale si avvicinò al dottore zoppicando ma con rapidità. Nonostante le menomazioni subite la sua mole era ancora intimidatoria, la barba incolta e la fronte segnata dalle cicatrici conferivano al suo volto un aspetto spaventoso. Il dottore rimase immobile, intuendo che opporre resistenza sarebbe stato pericoloso.

Leo lo teneva in scacco, il dottore era disarmato, lui invece aveva il pugnale e una P38. Erano soli nel laboratorio e se il dottore avesse cercato di chiedere aiuto lui lo avrebbe ucciso in un istante. Valutò che avrebbe potuto ottenere preziose informazioni, e iniziò ad interrogarlo.

“Ora ti farò alcune domande, dovrai rispondere semplicemente annuendo o scuotendo il capo, sono stato chiaro?” disse premendogli la lama del pugnale sotto al mento. Il dottore annuì, i suoi occhi erano terrorizzati.

“Gli accessi alla fortezza sono sorvegliati?”

Il dottore scosse la testa, come per rispondere no.

“Per arrivarci dobbiamo passare da altri posti di guardia?”

Il dottore scosse nuovamente la testa, ma abbassando lo sguardo. Investigato capì che stava mentendo.

“Non cercare di fregarmi, saresti il primo a finire ammazzato” ringhiò aumentando la pressione del pugnale sulla gola. “Ti ripeto la domanda, per arrivare al castello dobbiamo passare posti di guardia?”

Questa volta il dottore annuì timidamente.

“Più di uno?”

“Dipende da che parte volete passare” rispose a mezza voce il dottore.

“Il percorso più breve” disse Investigato.

“Posso indicarvelo” propose il dottore.

“Ti ho già detto di non cercare di fottermi. Ci andremo insieme e se qualcosa va storto, ti ucciderò.”

Il dottore impallidì, sapeva che non stava bluffando. L’uomo con la fronte sfregiata poteva spezzare in un attimo l’esile filo al quale era ora appesa la sua vita.

“Vi potete fidare, se non siete ancora morto è proprio grazie a me, mi sono speso con tutto me stesso affinché il Vostro bel corpo non venisse rovinato del tutto” disse cercando di blandirlo.

“Mi hai salvato solo per farmi fare da cavia nei tuoi esperimenti del cazzo, brutto bastardo” protestò Investigato.

Il dottore sembrò risentirsi e replicò piccato: “Con i miei esperimenti contribuisco al progresso dell’umanità.”

“Sei solo uno schifoso criminale, hai sulla coscienza migliaia di vittime innocenti. Non sei altro che uno sporco assassino.”

“Vi sbagliate grossolanamente, la nostra è una azione meritoria, stiamo estirpando una minaccia genetica per la nazione. Eliminiamo esseri inutili che non offrono alcun contributo alla società.”

L’agente segreto Investigato si sentì avvampare dalla rabbia, in quel momento avrebbe voluto uccidere il dottore, ma riuscì a dominarsi, doveva servirsi di lui per raggiungere la fortezza.

“Stai zitto!” lo redarguì “chi credi di essere per giudicare il diritto alla vita di altri uomini?”

Un espressione di sincero sbalordimento si materializzò sulla faccia del dottore.

“Le persone sottoposte ai nostri programmi non sono veramente esseri umani” disse con tono professorale, “come Voi non esitereste ad eliminare le zecche o i pidocchi, così noi disinfestiamo la nazione dai parassiti che la guastano”.

“Ora basta!” urlò Investigato colpendo il dottore con un energico schiaffo.

“Chiudi quella fogna di bocca e cammina, portami al castello e guai a te se cerchi di fare scherzi.”

“Il passaggio più vicino è lungo la strada che porta in cima alla collina, ma ci sono sempre due sentinelle di guardia” rispose il dottore toccandosi il volto arrossato dal ceffone, mentre Investigato continuava a premere il coltello sulla sua gola.

“E la mulattiera? Anche quella è presidiata?”

“Non credo sia percorribile, è abbandonata da anni” piagnucolò il dottore, sentendo sanguinare la ferita che si era lentamente aperta a contatto con la lama affilata.

“E come possiamo arrivare al castello allora?”

“Potremmo passare dal cimitero, ma fate piano, con quel coltello mi state facendo male” disse temendo di essere sgozzato.

“Allora andiamo, cammina, tu ora verrai con me, come in un racconto horror in un cimitero

“Lasciatemi andare, non Vi ho fatto nulla di male, mi occupo solo dei miei esperimenti.”

Investigato colpì il dottore allo stomaco con una ginocchiata, lui si piegò in avanti gemendo per il dolore. Poi lo spinse in avanti tenendogli il pugnale puntato nella schiena e lo condusse fuori dal laboratorio, sulla strada che portava al castello.

Camminarono sino in fondo alla via, dove girato un angolo si proseguiva sin dentro al piccolo, vecchio e malandato cimitero. L’illuminazione era scarsa, ed il campo santo era diviso a metà da due grosse cappelle private.

“Dimmi dove dobbiamo andare ora” ordinò Investigato premendo il coltello sotto la gola del dottore.

“L’ultima tomba sulla destra, oltre la grande cappella” disse il dottore a denti stretti, allungando il collo per evitare che la lama gli tagliasse la gola. “Sotto la lapide si apre un passaggio segreto che conduce direttamente dentro all’obitorio del castello”.

Investigato lo spinse senza cortesia sin davanti alla tomba che egli aveva indicato. Poi lo obbligò a sollevare la lapide. Sotto vi era nascosta una botola di ferro, ma era chiusa da una serratura arrugginita. Avrebbe avuto bisogno di un piede di porco per forzarla. Valutò anche la possibilità di sparare con la P38, ma l’operazione sarebbe risultata troppo rumorosa per poter essere seriamente presa in considerazione.

“Dove sono le chiavi?”

“Non ne ho idea” disse il dottore scuotendo la testa.

“Non dire cazzate, è la porta del passaggio segreto che porta all’obitorio e tu sei il fottuto dottore, dimmi dove sono le chiavi per aprire o ti pianto il pugnale nella schiena!”

“Sono uno scienziato, non faccio il portinaio” protestò il dottor Sadico.

Investigato iniziò a spazientirsi, aveva già consumato molto tempo prezioso, doveva sbrigarsi se voleva ancora sperare di cavarsela. Il dottore stava deliberatamente cercando di rallentare le sue manovre e si stava rivelando un fastidioso impaccio.

Esaminò la botola con maggiore attenzione. Il telaio era consumato dal tempo, pensò che avrebbe potuto sfondarla con un paio di calci ben assestati. Ma il rumore avrebbe potuto rivelare la sua presenza. Non poteva correre un simile rischio. Gli serviva qualche strumento per fare leva tra gli stipiti senza provocare eccessivo fragore. Si guardò intorno e vide una robusta pala di ferro appoggiata ad un muro, di quelle che si usavano per scavare le tombe giardino. Con quella avrebbe potuto forzare la porta. Ma doveva prima sbarazzarsi del dottore.

Lo costrinse a indietreggiare sino alla cappella più vicina. Poi gli ordinò di entrare.

Quando il dottore realizzò che la porta della cappella era aperta, un’espressione di disappunto gli corrugò il volto barbuto. Quella fu la sua ultima smorfia, sentì una pressione terribile, insopportabile e soffocante avvolgergli la gola. Raccolse le sue ultime forze e cercò di urlare.

Investigato lo stava strangolando, e gli aveva stretto il collo con entrambe le mani fermando il suo grido. Aveva già ucciso in passato, ma era la prima volta che guardava in faccia, così da vicino, gli occhi della sua vittima. Li vide sbarrarsi nell’attimo in cui la scintilla della vita abbandonava il suo corpo, e provò un brivido. Percepì il sopraggiungere della morte, mentre il cadavere del dottore gli si afflosciava tra le braccia emettendo un ultimo disgustoso rantolo.

Era stato un lavoro pulito, quasi perfetto, lo aveva strozzato in pochi minuti. Cercando di non guardare il livido viola che adesso cerchiava il collo di quel corpo senza vita, lo adagiò sul pavimento. La sua coscienza ora aveva una nuova macchia fresca, ed Investigato provò una sensazione di disagio.

Aveva  ammazzato un uomo disarmato a tradimento, senza nessun preavviso, senza che potesse in alcun modo difendersi. Il dottore era certamente una persona spregevole e avrebbe meritato una fine anche peggiore, pensò, ma lui si era comportato in modo disonorevole e questo lo disturbava.

Ma cosa avrebbe potuto fare? Si guardò ancora il piede ferito cercando di assolversi. Non poteva rischiare di nuovo, il dottore avrebbe potuto anche fuggire o cercare di colpirlo, aveva dovuto agire così perché era il modo più sicuro, disse a sé stesso.

Si sentì un po’ meglio, poteva continuare con il suo piano d’azione, ora. Sapeva cosa avrebbe dovuto fare: i dettagli gli erano venuti in mente mentre lo stava uccidendo.

Gli tolse le scarpe e provò a indossarle. Gli calzavano un po’ strette, ma potevano andare. Per sua fortuna il dottore aveva i piedi grandi. Poi si travestì usando il camice bianco, la camicia e persino la cravatta con le insegne del partito.

Alla fine guardò ancore il cadavere.

Erano nemici, se non lo avesse ucciso, lui avrebbe potuto causare la sua morte. Ed era un autentico figlio di puttana, rimuginò, aveva torturato e fatto morire migliaia di innocenti, ora avrebbe solo fatto da cibo per i vermi.

Investigato sbuffò, mentre trascinava il morto dentro la cappella. Diede una rapida occhiata ai loculi dove giacevano le bare di molti illustri personaggi piacentini per un meritato riposo eterno.

Se come immaginava nessuno fosse entrato nel cimitero sino al giorno successivo, prima che potessero trovare il dottore morto e stecchito, lui avrebbe avuto tutto il tempo di compiere la sua missione.

Aveva ancora qualche ora di buio a sua disposizione poi sarebbe sorta l’alba.

Raggiunse nuovamente la botola e usando il pesante badile come leva scassinò la serratura che la serrava. La ferraglia arrugginita crepitò e la porta si aprì.

Il passaggio era buio, cercò di attivare l’interruttore elettrico ma non funzionò.

Costruì allora una fiaccola artigianale con il manico in legno del badile ed alcuni lembi di stoffa ricavati dai pantaloni del dottore assassinato.

Alla luce del fuoco l’ambiente era anche più sinistro di quanto avesse immaginato. Una puzza ripugnante di morte lo investì. Sul pavimento, vicino alle pareti, grossi ratti corsero in tutte le direzioni spaventati dal suo arrivo. L’aria era quasi irrespirabile.

Investigato cercò di avanzare, trattenendo il respiro. Lungo i muri erano disposti numerosi letti di legno sui quali giacevano cadaveri, scheletri e altri resti umani avvolti in sudici sudari.

“Che schifo” mormorò guardandosi attorno in quel luogo spettrale. Una passeggiata nel mondo dei morti gli mancava, considerò incamminandosi.

Attraversò il passaggio segreto il più velocemente possibile, rischiando anche di cadere, inciampando in un femore rotolato da chissà dove, probabilmente spostato da qualche sorcio. Alla fine si trovò davanti ad una porta di legno.

Sperando che non fosse serrata cercò di aprirla. La porta si spalancò e lui uscì da quel corridoio di morte. Poteva tornare a respirare.

Vide le feritoie dalle quali si poteva guardare la luna, le fiaccole accese lungo i muri, le colonne in pietra che sorreggevano il soffitto. Comprese di trovarsi all’interno dell’obitorio, dentro al castello.

Ma non ebbe il tempo di riflettere, né la possibilità di abbandonarsi ai ricordi. Non era solo in quella stanza.

Seduti ad un tavolo due soldati della guardia stavano giocando a carte. Quando lo videro uscire dal passaggio che portava al cimitero rimasero sgomenti: aveva la torcia in mano, il camice bianco, la faccia da pazzo e i capelli sporchi di sangue.

“Che mi venga un colpo” balbettò uno dei soldati, “hanno portato al cimitero un uomo ancora vivo!”

“Come cazzo è possibile” disse l’altro, “lì dentro non entra nessuno da almeno sei giorni.”

“Merda!” esclamò il primo deglutendo, “allora quello è un fottuto fantasma.”

“Oppure uno degli esperimenti del dottor Sadico” aggiunse l’altro. “Ho sentito dire che ha inventato una tecnica per rianimare i morti.”

Investigato sogghignò. Aveva un aspetto selvaggio. Il suo volto sembrava il muso di una fiera feroce poco prima di serrare le sue fauci affamate sulla preda inerme.

“E adesso cosa facciamo?” chiese il soldato più giovane tremando dalla paura.

“Spariamogli alla testa” disse l’altro aprendo la fondina e cercando di estrarre la pistola. Indossava una divisa da caporale.

Investigato doveva impedire che sparassero, gettò la torcia a terra e andò all’attacco armato di pugnale. Il piede ferito faceva ancora male, e si spostava zoppicando. Ma i suoi movimenti erano ugualmente rapidi e riuscì a disarmare la sentinella prima che potesse premere il grilletto. Iniziarono a lottare furiosamente. Investigato era indebolito, e si sosteneva con la forza della disperazione.

“Ammazza questo lurido figlio di puttana” urlò il caporale cercando di bloccare un fendente. Ma il soldato giovane non si mosse, era paralizzato, i suoi occhi luccicavano di paura.

Investigato colpì il caporale e il sangue schizzò fuori dal petto sfregiato. Era una ferita superficiale. Aveva avuto fortuna, ma la prossima volta sarebbe morto, pensò osservando il nemico indietreggiare con la faccia cisposa deformata dal dolore.

Alla vista del sangue il soldato giovane si risvegliò dal torpore, e come spinto da una forza invisibile afferrò il suo pugnale e aggredì Investigato alle spalle.

La lama affondò nelle carni, e lui lanciò un bestiale urlo di dolore.

Si girò barcollando sulle gambe spossate, il pugnale era rimasto conficcato nella spalla e faceva un male infernale. Vide il giovane soldato che portava le mani alla fondina: stava per prendere la sua pistola.

Investigato sentì la testa girare, la stanza intorno a sé si muoveva come una giostra ammattita, e pensò di aver compromesso la possibilità di centrare il suo obbiettivo. Un forte senso di nausea gli stinse lo stomaco, e con la coda dell’occhio scorse il caporale avvicinarsi per dare il colpo di grazia.

“Ora ti spedirò all’inferno, brutto bastardo” urlò prima di iniziare l’ultimo affondo. Investigato udì quelle grida stridule e si spostò di lato giusto in tempo per evitare una coltellata che gli avrebbe reciso il collo.

Doveva reagire, si disse, e mentre il caporale si voltava per tornare all’attacco, riuscì a trafiggergli il ventre con un fendente micidiale. L’uomo colpito a morte stramazzò a terra agonizzante, con il pugnale piantato in pancia.

“Crepa con tutto comodo” gli sibilò, cercando di togliersi la lama che aveva infilzata nella spalla.

Il soldato più giovane, intanto, aveva impugnato la sua pistola ed ora lo teneva sotto tiro.

“Avanti, facciamola finita, premi quel grilletto!” esclamò Investigato in tono di sfida. Si rese conto che il suo piano era fallito, ed era pronto a pagarne le conseguenze.

Il giovane soldato però esitò ancora, pensava che avrebbe dovuto arrestarlo, ma credendo che fosse un morto vivente non sapeva come fare.

Investigato lesse l’incertezza nei suoi occhi e decise di approfittarne. Che coglione, quello stronzetto non ha le palle per sparare, pensò, mentre si sfilava il pugnale dalle carni, emettendo un pietoso lamento di dolore.

Il soldato lo guardò a bocca aperta, non aveva mai visto nulla di simile prima di allora. Un fiotto disgustoso di sangue zampillò dal corpo martoriato dell’agente Investigato.

Quello non ebbe il tempo di sparare, lui gli lanciò il coltello in faccia, e lo trafisse in piena fronte sfondandogli il cranio. Anche la seconda sentinella cadde sul pavimento privata della vita.

Se i due soldati avessero combattuto coordinando i loro attacchi lo avrebbero sopraffatto facilmente. Invece il più giovane era rimasto a lungo immobile, senza prendere alcuna iniziativa. Questo imperdonabile errore gli aveva permesso di eliminarli uno alla volta.

Non era stato sparato un solo colpo. Poteva ancora terminare la sua missione, e lo ripeteva tra sé come un mantra. Dopo aver estratto il pugnale dalla pancia del caporale moribondo, si avviò zoppicando verso il fondo della stanza, dove cominciò a minare le fondamenta del castello con tutto l’esplosivo al plastico che aveva nello zaino.

Appena ebbe finito, accese la miccia e si infilò di gran lena nel passaggio che conduceva sino al camposanto. Quando uscì dalla botola, come in un racconto horror in un cimitero, fu investito da un rombo assordante e una nuvola di polvere, macerie e colori lo avvolse sin quasi a sommergerlo.

A causa dell’esplosione, il castello era crollato collassando su sé stesso, tutte le persone che vi erano all’interno erano certamente morte.

“Quella stronza di mia moglie impara a mettermi le corna” commentò Investigato scrollandosi la polvere di dosso.

Lei era l’amante del maggiordomo del castello, e da quel momento sarebbe rimasta con lui, sotto le macerie, per sempre.

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Vietata la riproduzione, Copyright ©2013 racconti-brevi.com

Mummie in Val Luretta

Mummie in Val Luretta

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Il tenente Annibale Mutilato era ancora vivo. Nelle ultime tredici settimane aveva passato le pene dell’inferno ma era sopravvissuto. Le terribili torture inflitte dal dottor Sofferenza lo avevano menomato nel corpo e nella mente. Più volte era stato vicino ad impazzire, ma alla fine il sadico dottore si era stancato di seviziarlo prima che lui potesse perdere del tutto la ragione.

Da molti giorni era rinchiuso in una cella umida e buia, mantenuto in vita solo per volontà del suo malvagio aguzzino, intenzionato ad utilizzarlo come cavia per i suoi orribili esperimenti.

Annibale non era più in grado di distinguere lo scorrere del tempo. Passava ore ed ore a guardarsi la mano sinistra martoriata, alla quale erano state amputate le ultime due dita. Il volto ricoperto da una folta e lurida barba, i capelli lunghi e sporchi, vestito di stracci maleodoranti e infestati dai pidocchi, consumava lentamente la sua esistenza imbruttendosi in una malsana prigione, ammorbata dagli effluvi delle sue stesse lordure, dove persino i ratti si intrattenevano malvolentieri.

Covava silenzioso sentimenti di vendetta, voleva ad ogni costo sopravvivere per riuscire ad avere tra le proprie mani, o tra ciò che di esse rimaneva, il dannato dottore che lo aveva ridotto in quello stato.

Non gli avevano rotto le ossa, e nemmeno era stato ferito vicino ad organi vitali. Anche la faccia e la testa erano state grosso modo risparmiate, con la sola eccezione di una grossa cicatrice sulla fronte, che il maledetto medico gli aveva inciso con uno stiletto arroventato.

Il sonno di Annibale era sempre tormentato da orrendi incubi, e spesso gli appariva in sogno il sadico ghigno del dottor Sofferenza mentre gli affondava la lama nelle carni.

La macchina dell’elettroshock, i bagni dentro l’acqua ghiacciata, le unghie strappate, i mozziconi di sigaretta spenti sulla lingua, i denti trapanati sino a tormentare i nervi, e altre spaventose torture non erano bastate a farlo confessare. Non si sentiva un eroe per questo, soltanto era troppo intelligente per dire la verità. Se avesse ammesso di essere una spia avrebbero continuato a torturarlo sino ad ucciderlo. Soltanto fingersi un pazzo lo avrebbe mantenuto in vita, soltanto un pazzo non avrebbe iniziato a parlare dopo l’amputazione di due dita e l’incisione della testa.

Alla fine il dottore gli aveva creduto, pensando che fosse uno squilibrato, o che lo fosse diventato a causa delle torture. In ogni caso si era rassegnato all’idea che non gli avrebbe strappato nessuna informazione utile.

Non vi era stato modo di farlo parlare, o almeno di fargli dire cose che avessero un minimo di logica e di coerenza. Le risposte che aveva fornito erano diventate giorno dopo giorno più sconclusionate e prive di senso, man mano che le torture erano diventate più dolorose, sino ai limiti della sopportazione umana. Il dottore sapeva bene che superato quel limite, alla fine, tutte le vittime impazzivano veramente, e non era più possibile trarre informazioni attendibili dopo che le loro menti erano state sino a quel punto sconvolte.

Passarono così molte settimane, ed Annibale era sempre chiuso nell’angusta cella sotterranea del castello, edificato secoli prima sulle dolci colline della Valle Luretta. Fuggire era impossibile, le pareti in pietra secolare non potevano essere scalfite, le sbarre in ferro della prigione erano state elettrificate, qualsiasi tentativo di scappare sarebbe miseramente fallito.

Una notte disperata e folle, il tenente Mutilato decise di farla finita. Avrebbe cercato di evadere, incurante delle conseguenze. Meglio la morte che una vita senza più speranze.

Attese il momento dell’ispezione serale per agire. Quando la guardia si avvicinò per assicurarsi che il prigioniero fosse ancora vivo, Annibale scattò come una molla e allungando le braccia attraverso le sbarre l’afferrò per il collo trascinandola contro i ferri elettrificati.

Un urlo mostruoso eruppe dalla bocca della guardia, mentre la faccia si deformava per il dolore e un raccapricciante sfrigolio si diffondeva dal suo corpo.

Un odore disgustoso di carne bruciata saturò in pochi istanti l’aria ammorbata della prigione.

Quando il corpo del secondino crollò a terra ormai privo di vita, Annibale riuscì ad afferrare il mazzo delle chiavi caduto sul pavimento lurido: era costituito da quattro pezzi.

Selezionò quella che gli sembrò più adatta alla serratura che apriva la cella, la infilò nella toppa e provò a girarla. Non ci riuscì, la serratura offriva una decisa resistenza. Provò allora una seconda chiave, simile alla prima ma un po’ più piccola. Anche in questo caso il meccanismo non si aprì.

“Maledizione!” imprecò temendo che quello non fosse il mazzo giusto. Afferrò una terza chiave e replicò l’operazione, ancora una volta senza fortuna. La quarta chiave nemmeno entrò nella serratura.

Il sudore ora colava lungo le tempie tra i lunghi capelli unti di Annibale che si sentì sopraffare dal panico. La possibilità di una fuga tanto agognata gli stava svanendo tra le mani.

Respirò a fondo e lentamente, il lezzo era ripugnante e insopportabile, ma riuscì a dominarsi ed ebbe un’idea. Provò ancora con la prima chiave, questa volta infilandola nella toppa sul lato esterno della porta, dalla parte dove veniva abitualmente utilizzata dalle guardie. Poi provò a girare. Il meccanismo offrì nuovamente una certa resistenza elastica, ma questa volta inferiore, i denti metallici sferragliarono sui loro anelli e finalmente scattò la prima mandata. Annibale tirò un sospiro di sollievo, girò ancora la chiave, ripetutamente, e dopo quattro scatti la porta si aprì.

Ripeté l’operazione con il lucchetto che chiudeva la cavigliera saldata alla catena murata alla parete, l’anello di ferro si aprì con uno scatto, emettendo un suono simile ad uno squittio.

Era libero, e in un attimo si trovò davanti alla successiva porta di ferro, proprio nel momento in cui si stava aprendo.

Il soldato non si accorse di nulla, Annibale lo aveva già afferrato per i capelli fracassandogli il cranio contro lo stipite con una brutalità inaudita. Fu una morte violenta, ma così repentina da non provocare dolore.

Un terzo secondino non ebbe il tempo di richiudere la porta. Annibale gli aveva già artigliato il collo. Le dita tozze si strinsero sul gozzo del militare affondando nelle carni come ganci da macellaio. Il malcapitato morì soffocato in pochi minuti

Eliminati i secondini, Annibale si incamminò lungo le scale in pietra che portavano al livello superiore. In cima alle scale si trovò in una camera vuota.

Su di un muro in mattoni si aprivano delle piccole finestrelle, attraverso le quali si poteva scorgere il cielo. Si vedevano le stelle brillare nel blu profondo della notte.

Sulla parete opposta, delle lampadine elettriche illuminavano la stanza diffondendo una luce bianca e intensa.

Annibale sapeva cosa fare: attraversò l’unica uscita e si portò nella stanza adiacente.

L’ambiente era buio e gli ci vollero alcuni secondi affinché i suoi occhi si abituassero alla nuova oscurità. Una flebile luce tremolante proveniva dal fondo di un lungo corridoio di pietre e mattoni.

Si richiuse la porta alle spalle e camminò sul pavimento fatto di pietre antiche perfettamente levigate. Non vi erano finestre né aperture di altro genere, soltanto sassi e laterizi.

Giunto a metà del lunghissimo corridoio, trovò la porta che portava alle docce. Si fermò a riflettere: puzzava come una carogna, non si lavava da mesi ed era ricoperto dai pidocchi. Era stata una precisa disposizione del dottor Sofferenza, finalizzata ad incrementare il senso di degrado fisico e psicologico cui dovevano essere sottoposti i prigionieri.

Annibale pensò che tentare la fuga in quello stato poteva essere pericoloso, i cani lo avrebbero fiutato a chilometri di distanza. Valutò che darsi una lavata gli avrebbe certamente dato sollievo e forse risolto il problema dei cani. Ma dissipare il poco tempo che aveva a disposizione poteva essere molto pericoloso. Il dubbio su cosa fare lo stava arrovellando.

Alla fine decise di farsi la doccia. Entrando nei bagni vide il suo corpo riflesso in uno specchio. Lo avevano ridotto come un barbone, con la mano sinistra quasi ridotta ad un moncherino, la faccia ricoperta dai lunghi capelli lerci e la fronte sfregiata. Annibale ebbe paura della sua stessa immagine.

Si levò gli stracci maleodoranti, che un tempo erano stati dei vestiti, gettandoli in un angolo. Poi aperto uno dei rubinetti si lanciò sotto un getto di acqua gelida. Il freddo era un disagio sopportabile, poca cosa a confronto della piacevole sensazione che provò nello scrollarsi di dosso settimane di sudiciume e pelle morta.

Uscì dalle docce nudo e bagnato. I pettorali erano ancora scolpiti e la muscolatura tonica, pur avendo perso peso aveva conservato la prestanza fisica dei giorni migliori.

Non vi erano altre sentinelle a guardia delle quattro porte collocate lungo la seconda metà del corridoio. Annibale si avvicinò per controllare le prime due.

La porta alla sua sinistra era a doppia anta e chiusa con un grosso chiavistello serrato con un pesante lucchetto. La porta alla sua destra era più piccola. Provò a girare la maniglia e si aprì.

L’interno era buio, ma sul muro didentro vi era un grosso interruttore elettrico. Annibale cercò di sollevarlo, riuscendo a dare elettricità alla stanza. Le luci si accesero e lui entrò.

Era una grossa camera rettangolare, il pavimento era ricoperto con moderno linoleum e le pareti intonacate erano verniciate di verde acqua. C’era un tavolo operatorio con una morsa per la testa e cinghie per immobilizzare polsi e caviglie, una grande scaffalatura sui cui erano collocati teste umane imbalsamate e dei vasi di vetro contenenti cervelli sotto spirito, una vetrinetta piena di droghe, siringhe, bisturi, lacci emostatici e altri strumenti chirurgici, un mobiletto sul quale erano collocate provette, alambicchi, e numerosi preparati chimici, un tavolaccio sul quale erano accatastati vecchi volumi polverosi e numerose protesi.

Era il laboratorio del dottor Sofferenza.

Annibale avvertì un’intensa sensazione di nausea, la stanza era priva di finestre, e in un angolo, seminascosta da un grosso paravento di legno dipinto, stava in piedi immobile e lo fissava con sguardo vitreo una raccapricciante mummia umana.

Si avvicinò per esaminare meglio il cadavere imbalsamato, e constatò che era quello di una giovane donna. Annibale comprese facilmente che non si trattava di un reperto dell’antichità, ma piuttosto di un altro orribile esperimento condotto dal malvagio dottore su qualche sfortunata cavia.

Gli occhi erano la parte più impressionante, sembravano di vetro, ma fissati in un’espressione di sgomento, si sarebbe detto che il volto fosse stato mummificato per l’eternità nell’attimo della morte, una morte sopraggiunta violenta e dolorosa.

Il tenente restò alcuni secondi imbambolato a fissare quella cosa orrenda, chiedendosi come un uomo potesse giungere a simili livelli di barbarie. Chiunque fosse stata quella ragazza, doveva aver sofferto in modo disumano.

Prima che egli potesse distogliere lo sguardo dalla mummia, questa iniziò all’improvviso ad animarsi. Il panico ed il terrore si impadronirono di lui, mentre la donna imbalsamata gli afferrava il collo con tutte e due le mani avvolte nelle bende.

Era una presa micidiale, nelle braccia della mummia della Val Luretta vi era una forza portentosa, e Annibale non fu in grado di opporre una valida resistenza.

Tutto si consumò in pochi minuti, il corpo strangolato e senza vita di Annibale giaceva ora ai piedi putrescenti della ragazza imbalsamata. Il volto di lei si era contratto in un ghigno malvagio, gli occhi brillavano di una nuova luce infernale. Cominciò a camminare, ed uscita dalla stanza partì alla ricerca di suo padre: il dottor Sofferenza.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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