Lezioni private

Lezioni private

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Era una fredda e buia notte d’inverno, fuori nevicava da alcune ore e non si vedevano nemmeno le stelle, nascoste da una spessa coltre di nuvole nere come la pece.

Al tepore di un caminetto acceso, comodamente sdraiata sul divano in soggiorno, Gilda scaldava il suo giovane corpo sotto le coperte, e nutriva l’animo esuberante leggendo sadici racconti dell’orrore con il suo tablet.

Gilda era una ragazza sensibile: una poetessa. Scriveva conturbanti versi d’amore e passione, fantasticando a proposito di trasgressive avventure con uomini sconosciuti.

Un brivido di eccitazione la pervase quando navigando sul blog di un anonimo scrittore di indecenti racconti erotici lesse uno strano annuncio che colpì la sua fantasia: “LEZIONI PRIVATE, SADICO PROFESSORE OFFRE CONSULENZA TELEFONICA A STUDENTESSE REMISSIVE, OBBEDIENTI E TENDENZIALMENTE MASOCHISTE”

Seguiva il numero di telefono e l’indirizzo email.

Passò molte ore a domandarsi che aspetto, età e nome potesse avere questo misterioso e sadico professore. Poi si sconvolse nel scoprire quanto questi pensieri, unitamente ad altri molto più maliziosi, l’avessero turbata. Era quasi l’alba quando, dopo una notte insonne, decise che gli avrebbe telefonato.

Nel tardo pomeriggio del giorno dopo, appena rientrata dall’università dove anziché seguire le lezioni aveva passato tutto il tempo a fantasticare a proposito delle consulenze promesse dall’annuncio, si fece coraggio e compose il numero.

Il telefono la lasciò in attesa per alcuni interminabili secondi, poi finalmente qualcuno rispose

“Chi parla?” domandò una voce virile, calda e sensuale.

“Io.. ecco.. si.. cioè..mi chiamo Gilda” disse lei arrossendo.

L’uomo rimase in silenzio a lungo, lei poteva sentire il suo respiro calmo e calcolatore, mentre un’ondata di emozioni contrastanti le facevano accelerare le palpitazioni del cuore.

“Chiami per l’annuncio?” chiese lui alla fine, con tono severo.

“Sì” sospirò lei, sempre più agitata

“Sei consapevole delle conseguenze?”

Gilda fu scossa da un fremito di paura. Non aveva considerato che potessero esserci delle conseguenze ed ora si sentiva in pericolo.

“Ecco… io.. non.. non ci ho pensato” ammise con un filo di mestizia nel finale.

“Stupida stronzetta insolente, come osi chiamarmi se nemmeno capisci o sei consapevole di quello che stai facendo?”

Gilda avvampò per la vergogna: la sentenza senza appello di quella voce era come uno schiaffo sul viso.

“Ma.. ma io.. non credevo..”

“Stai zitta! Chiudi quella fogna di bocca, ascoltami attentamente e parla solo se interrogata. Hai capito?”

“Sì” riuscì a dire lei, deglutendo.

“Quando mi rispondi, devi sempre rivolgerti a me con il titolo che mi spetta, riesce la tua zucca vuota a capire questo?”

“Sì.. professore” disse lei, mentre un leggero tremolio le aveva preso le gambe.

“Tu hai bisogno del mio aiuto, questo lo capisco: se ti fossi rotta un piede andresti da un ortopedico. Se tu avessi problemi alla vista ti rivolgeresti ad un oculista. Ma tu sei una piccola, debole, scellerata masochista e quindi, giustamente, ti rivolgi a qualcuno che capisca la tua natura malata e sia in grado di curarti. Hai bisogno di una guida, di qualcuno che decida per te, perché tu da sola non sei nemmeno capace di andare al cesso, non è forse vero?”

Gilda iniziò a piangere in silenzio. Lui la stava umiliando con violenza e lei non era capace di reagire, anzi nemmeno lo desiderava. Sentiva nel profondo del suo animo di condividere l’inquietante verità che lo sconosciuto le stava buttando in faccia: sentiva il bisogno di una persona che la guidasse per mano lungo la complicata strada della vita.

“Non ho ragione? Rispondi capra!” ordinò la voce in modo perentorio.

“Sì professore, è vero, ho bisogno di aiuto” ammise lei, rompendo la voce in un pianto disperato.

“Smetti subito di piangere cretina. Se vuoi che ti aiuti dovrai imparare a controllarti e seguire le mie regole. Regola numero uno: devi fare tutto quello che ti dico. Regola numero due: devi essermi grata e adorarmi per tutto quello che ti insegnerò. Regola numero tre: dovrai pagarmi, cinquanta euro per ogni conversazione telefonica. Userai Paypal e manderai i soldi al mio indirizzo email. E’ tutto chiaro stupida stronza?”

“Sì professore”

“Bene. Questa notte dormirai distesa sul pavimento, con solo una coperta. Poi mi manderai 100 euro e domani mi chiamerai alle 21:00 per cominciare le lezioni private”, ordinò, poi chiuse la conversazione.

Gilda era sotto shock. Andò in camera sua senza cenare, per dormire sul pavimento con solo una coperta addosso.

Sentiva freddo, ma degradarsi in quel modo la fece stare bene. Non riuscì ad addormentarsi, ma nel lungo dormiveglia immaginò che il professore sadico fosse giovane e bellissimo e che si prendesse cura di lei con dolce ma risoluta fermezza.

Dopo dieci giorni e 700 euro spesi, Gilda si era innamorata. Lui l’aveva in pugno, l’aveva soggiogata ed esercitava su di lei un assoluto controllo.

Era un sabato sera, l’aria era pulita e nel cielo erano tornate a vedersi le stelle. Per il primo appuntamento dal vivo con lui, Gilda aveva ricevuto precise disposizioni. Indossava una minigonna cortissima di cotone nero, scarpe con il tacco alto, calze a rete da battona di periferia ed una giacca nera di pelle.

Come le era stato ordinato arrivò puntuale alle ore 21:00, a bordo del suo motorino, presso l’agriturismo Piacenza, sulle colline di Vicobarone, nel piacentino. Si era mezzo assiderata e tremava come una foglia per il freddo e per l’agitazione: stava per incontrare il suo amato professore sadico.

La vecchia titolate dell’agriturismo accompagnò Gilda alla sala dei giochi, e la lasciò davanti alla porta allontanandosi sorridendo in modo perverso.

Oltre l’uscio l’aspettavano la perdizione e le infinite tentazioni del demonio.

Un gelido vento soffiava da nord: puzzava di sterco di vacca. Gilda si fece coraggio, aprì la porta ed entrò.

Il professore stava seduto su di una poltrona al centro della stanza: era un tipo tosto, indossava un abito elegante e delle belle scarpe, i capelli erano color argento con il volto nascosto da una maschera che gli lasciava scoperta la bocca carnosa e dal taglio crudele. Dalle labbra pendeva un sigaro acceso dal quale salivano nuvole di fumo puzzolente. Gli ultimi due bottoni della camicia di seta erano aperti e si intravedevano i peli del petto, lunghi e disgustosi.

Dietro di lui quattro robusti ragazzi scandinavi con grossi muscoli di varia misura  tenevano in mano calici colmi di vino rosso Gutturnio.

“Vieni qui, vicino a me, Gilda” ordinò il professore.

Lei si avvicinò tremante, ondeggiando sui tacchi altissimi. Era ben fatta, molto ben fatta.

Lui la prese per mano, poi la pizzicò sulle guancia.

“Avanti stronzetta, racconta a questi miei giovani amici cosa hai imparato”

“Questa ragazza ha scoperto quale sia il suo posto nel mondo, professore” disse Gilda inginocchiandosi in una posizione goreana: seduta sui talloni, con la schiena dritta e il petto in fuori, lo sguardo rivolto verso il basso e la mani incrociate dietro la schiena. Le gambe erano divaricate  oscenamente offerte alla vista dei presenti.

“Vai avanti, cos’altro ti ho insegnato?”

“Questa ragazza è una schiava senza diritti, un pezzo di carne a disposizione del suo padrone, pronta a soddisfare qualsiasi suo volere. Questa ragazza obbedisce a tutti gli ordini che riceve dalle persone libere, professore”

“Eccellente Gilda, ora dimmi, dove hai dormito questa notte?”

“Nella mia cuccia Professore, ai piedi del letto, sul pavimento” disse la ragazza, arrossendo per la vergogna.

“E per quale motivo ti ho ordinato di dormire dentro ad una cuccia per cani?”

“Perché sono una stupida cagna, professore” sussurrò lei, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.

“Non piangere stronzetta” le disse lui dandole uno schiaffo, “se non vuoi che ti dia un serio motivo per piangere, smetti subito”

“Sì, professore”

Lui allora si alzò in piedi, prese da un tavolino vicino alla poltrona un grosso collare di pelle e lo legò intorno al collo della ragazza. Dopo averlo stretto sino a farlo aderire alla pelle della giovane lo chiuse con un pesante lucchetto.

“Ecco, poiché sei una schiava ed una cagnetta da addestrare, d’ora in avanti dovrai portare questo collare, simbolo della tua sottomissione e della tua condizione di inferiorità”

“Sì professore”

I giovani culturisti intanto ridevano divertiti dallo spettacolo, continuando a bere vino Gutturnio. Ne avevano aperte diverse bottiglie e ci davano dentro. Le loro facce erano inquietanti, tutte tirate a lucido e sbarbate come il culo di un neonato. Avevano l’alito maleodorante e gli occhi psicotici.

“Adesso ascoltami attentamente stronzetta: vedi questi grossi giovanotti biondi che stanno ridendo di te?”

“Sì, li vedo, professore” disse lei, sempre più umiliata.

“Hai una vaga idea del perché siano qui?”

“Immagino di sì, professore”

“Bene, voglio allora che tu faccia felici questi quattro vichinghi. Sono in ritiro precampionato da un paio di mesi, ed hanno tutto il diritto di divertirsi un po’ con te…”

“Sì professore” disse Gilda senza troppa convinzione, ora aveva anche un po’ di paura.

I quattro scandinavi intanto l’avevano circondata e quello più vicino si chinò a baciarla. Lei aveva la bocca aperta e umida. Un secondo ragazzone la sollevò, e insieme la trascinarono dietro ad un tavolo di legno massello tutto infarinato.

Poi la costrinsero a preparare diciotto chili di tagliatelle tirando la pasta a mano con il solo ausilio di un mattarello.

Il professore si godette la scena fumando il sigaro, bevendo Gutturnio, e commentando con osservazioni sprezzanti le prestazioni culinarie della sua giovane schiava. E mentre i quattro ragazzi  con grossi muscoli di varia misura costringevano Gilda a preparagli la cena, lui sogghignava crudele.

“Un’altra anima è perduta” pensò con soddisfazione malvagia.

Quando tutto fu finito, lei rimase accasciata ed ansimante sul tavolaccio di legno sfinita dalla fatica e dall’umiliazione, con le mani rovinate dalle vesciche e la schiena a pezzi.

Solo a notte fonda finalmente tornò a casa. Si sentiva avvilita, sporca di farina, svuotata, depressa. Anche se in parte si sentiva attratta da queste cose, la sua coscienza le diceva che erano sbagliate. Desiderava assecondare il professore sadico, ma essere umiliata in modo così estremo la faceva soffrire.

Cominciò a piangere presa dallo sconforto più nero, schiacciata dal peso psicologico rappresentato dal collare che lui le aveva stretto attorno alla gola.

Si ricordò allora di quando era bambina e sua zia la portava in pellegrinaggio al santuario della Madonna della Quercia vicino a Bettola. Il pensiero di quell’età di innocenza, devozione e cose belle, la spinsero a cercare nuovamente conforto nella preghiera e nella fede. E così un fuoco caldo e misterioso improvvisamente le scaldò il cuore.

Il giorno dopo si svegliò serena e felice, e determinata a cambiare vita.

La Gilda che aveva vissuto nel peccato, la schiava del dissoluto professore non esisteva più. Con delle grosse tenaglie trovate in cantina tranciò il lucchetto che chiudeva il collare del malvagio professore sadico, liberandosene per sempre.

Da quel momento si dedicò all’aiuto del prossimo facendo opere di bene nella sua parrocchia e scrivendo poesie sulla purezza dell’amore. E finalmente si sentì amata, appagata, e felice.

Pochi anni dopo si innamorò di un bravo ragazzo timorato di Dio, lo sposò e insieme misero al mondo tanti bei bambini.

Il professore che dava lezioni private invece fu consumato dalla rabbia e dall’odio: non poteva sopportare che l’anima perduta di una giovane viziosa e lasciva si fosse redenta, salvandosi dalle fiamme della geenna. Quelle stesse fiamme infernali che lo stavano divorando da ormai più di ottocento anni.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Ballando col demonio

Ballando col demonio

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Susanna era giovane e bella e lavorava come barista in un noioso paesino sperduto sulle colline ricoperte dai vigneti della Val Tidone.

Era un caldo pomeriggio di mezza estate e lei, da dietro il bancone, mesceva vino bianco frizzante a quattro clienti vecchi e miserabili. Bevevano tutti i giorni vino bianco Ortrugo o Malvasia sino a sbronzarsi: non c’era altro da fare in quel paese, a parte ubriacarsi o aspettare la morte.

I giovani erano già andati via quasi tutti da tempo, ed anche Susanna sognava di fuggire un giorno insieme ad un principe affascinante e tenebroso, qualcuno che la portasse lontano da quelle colline, in groppa ad un maestoso destriero dal manto nero come la notte.

Intanto giocava la sua partita a scacchi con la noia scrivendo storie di amori travagliati e leggendo romanzi d’avventura.

“Ue Mario, hai letto? Il Vescovo ha nominato altri tre esorcisti questo mese” disse uno dei clienti del bar mostrando la prima pagina di un quotidiano locale.

“Urca Piero, hai ragione, domenica lo ha detto anche don Michele durante l’omelia: il Diavolo è in mezzo a noi!”

“E sì, guarda, leggi qui, nell’articolo dicono pure che hanno iniziato a stampare e distribuire un vero manuale per riconoscere la presenza del demonio”

“Per la Marianna, e come si chiama questo manuale?” domandò Mario, tracannando il suo bicchiere di Malvasia frizzante.

“Si chiama De Cura Obsessis, roba forte, un manuale per riconoscere la presenza del diavolo. Credo che per farsi un’idea più precisa bisognerebbe leggerlo però” spiegò Piero, con aria turbata, mentre a sua volta svuotava d’un fiato un bicchiere colmo di Ortrugo.

“Lo ha detto anche la Madonna ai veggenti di Mejugorie: Satana vuole toglierci la gioia” aggiunse un terzo vecchietto dallo sguardo cupo e le mani artritiche.

Susanna non credeva più in Dio, aveva perso la fede quando ancora era una ragazzina. E disprezzava quei vecchi senza un futuro, bigotti ed ubriaconi tutto chiesa, vino gutturnio e superstizioni.

Talvolta, per non sentire le loro assurde storie, si rifugiava nelle sue fantasie, oppure attraverso il suo smartphone di ultima generazione si perdeva tra le pagine di un sito di abiti alla moda o di scarpe all’ultimo grido.

In questo modo capitò quel giorno sul negozio virtuale scarpedaurlo.com e vide un paio di meravigliose scarpe da ballo a tacco alto.

Erano magnifiche, di luccicante vernice rossa, a punta e con il tacco stretto e slanciato.

Già si stava immaginando con il suo vestito nero preferito volteggiare sulle piste da ballo con quelle nuove splendide e sfavillanti scarpe rosse come il fuoco.

Non poteva resistere, ed in pochi secondi inserì i dati della sua carta di credito e le comperò. Il sito prometteva consegna in 24 ore soddisfatti o rimborsati.

Era una giornata strana e tetra e faceva un caldo infernale in quel piccolo paese, il più crudele e noioso borgo della valle.

Luca e Marcellino entrarono nel bar. Erano gli ultimi due giovani rimasti.

Luca era uscito da poco di prigione. Era un tipo tozzo e grasso, con braccia bovine e occhi rabbiosi. Sarebbe presto tornato in carcere c’era da scommetterci.

Marcellino aveva la faccia paffuta e l’aria stupida, viveva ancora con sua madre e faceva finta di fare lo scrittore. Da sei anni era innamorato di Susanna ma lei non lo calcolava.

“Facci due calici di Gutturnio frizzante bellezza” disse Luca con voce arrogante ed un subdolo luccichio dentro gli occhi.

“Perché sei tornato in paese?” chiese Susanna sospettosa, versando da bere e guardandolo come se lui fosse un insetto insignificante.

“Sono tornato per te zuccherino” precisò lui, mangiandola con gli occhi.

“Cosa vorresti dire?”

“Sabato andiamo al Vicobarock fest, per festeggiare il ritorno di Luca. Siamo passati per invitarti” spiegò Marcellino, fissando il bicchiere pieno di vino Gutturnio.

Non riusciva a sostenere lo sguardo della ragazza, per timidezza e per paura che lei lo disprezzasse apertamente come aveva appena fatto con il suo amico.

“Puoi portare tua cugina se vuoi” aggiunse Luca, con fare viscido.

Susanna non rispose subito, restò lì a pensarci su per qualche secondo.

I due ragazzi non la interessavano minimamente, e di certo non aveva bisogno di portarsi dietro sua cugina per andare ad una festa. Però al Vicobarock fest ci sarebbe stata la musica e lei avrebbe avuto l’occasione di ballare con le sue nuove scarpe rosse. Certo, Luca probabilmente l’avrebbe infastidita, o peggio ci avrebbe provato apertamente, ma lei sapeva come tenere a bada un ragazzo, anche uno problematico come lui.

“Va bene, verrò. Passate a prendermi a casa, sabato, alle nove”

*

Sabato sera l’area feste di Vicobarone era gremita di giovani, venuti da tutta la provincia per assistere al concerto di 7 grintose rock band impazienti di esibirsi.

La musica veniva sparata dalle casse al massimo volume, mentre dalle cucine uscivano pisarei, tortelli, braciole, salamelle e fiumi di vino gutturnio.

Girava anche parecchia droga e la pista da ballo era affollata di ragazzi e ragazze che saltellavano come impazziti, sospinti e trascinati da una musica infernale.

Susanna passò tutta la sera ballando senza mai stancarsi, nel suo bel vestito nero e con ai piedi le sfolgoranti scarpe di vernice rosso fuoco. Luca e Marcellino si davano da fare con il Gutturnio.

A mezzanotte iniziò l’esibizione del gruppo più famoso: i Bambini di Aleister così chiamati in onore dell’occultista inglese Aleister Crowley, padre del satanismo moderno.

La loro esibizione durò circa trenta minuti: eseguirono le cover dei Led Zeppelin, dei Mercyful Fate, dei Deicide e di altre rock band dell’heavy metal più estremo e cattivo.

Conclusero con un pezzo inedito scritto di loro pugno, una specie di incomprensibile e disgustoso inno al demonio. Una sorta di rituale durante il quale si diffuse tutt’attorno un intenso, penetrante, ripugnante odore di zolfo.

L’osceno spettacolo si concluse infine con il lancio sul pubblico, per mezzo di un aspersorio di forma caprina, di una rivoltante e sinistra poltiglia corvina.

A notte fonda i tre ragazzi stavano tornando a casa. Erano a bordo della vecchia Fiat Panda di Luca, ma stava guidando Marcellino. Luca era senza patente, gli era stata ritirata per guida in stato di ebrezza.

“I Bambini di Aleister sono mitici” commentò Marcellino ancora un po’ stordito dalla musica assordante del concerto.

“Si dice che abbiano venduto l’anima al diavolo, come Katy Perry” disse Luca biascicando: era completamente sbronzo.

“Io penso sia solo una trovata pubblicitaria nel casso della Perry” obiettò Marcellino.

Susanna non parlava, era seduta davanti ed occupata a schivare le attenzioni di Luca, che dai sedili posteriori allungava le mani appiccicose cercando di toccarle i capelli, il collo o le spalle.

“Si dice che anche Lady Gaga, Maddonna e Britney Spears siano scese a patti con il maligno” aggiunse Luca.

“Per me sono tutte fregnacce”

“Se sapessi come fare, venderei anche io la mia anima fottuta, ammesso che ne abbia una, in cambio di soldi e successo”

“Comunque questa cosa di vendere l’anima io non la capisco. Ammesso che esista veramente, il diavolo cosa se ne farebbe mai di un’anima come la nostra?” concluse Marcellino ridendo in modo stupido.

“Metti giù le mani” gridò Susanna con voce irritata. I tentativi di Luca si erano fatti arditi.

“Non fare la preziosa zuccherino, ho visto come dimenavi il culo mentre ballavi, adesso devi far divertire un po’ anche noi”

“Vai a farti fottere, stronzo!”

Marcellino fermò l’auto. Erano arrivati a casa di Susanna. Lei non perse tempo e scese subito dall’auto per sottrarsi alle fastidiose mani di Luca.

Lui la seguì sin sotto casa, anche se con passo incerto a causa dell’ubriachezza, poi la prese per un braccio e cercò di baciarla: la sua bocca era piena di denti marci rovinati dal fumo e dalle carie.

“Lasciami in pace bastardo” gridò Susanna con voce isterica, poi lo spinse via con tutta la forza che aveva in corpo.

Luca cadde a terra. Era furioso adesso, ma troppo ubriaco per riuscire ad alzarsi.

Susanna si avvicinò e gli sparò un tremendo calcio tra le costole.

“Ahhhh puttana maledetta” ringhiò Luca, portandosi le mani sul fianco dilaniato dal dolore.

“Così impari, coglione!”

Marcellino si avvicinò allora timoroso all’amico ancora in terra cercando di soccorrerlo.

Susanna lo guardò con disprezzo, poi cercò le chiavi di casa nella borsetta e si diresse alla porta.

“Ferma quella troia prima che si chiuda dentro” ordinò Luca.

Marcellino esitò, non poteva obbedire, amava Susanna e non avrebbe mai potuto farle del male.

Quando Luca vide chiudersi la porta senza che Marcellino avesse fatto nulla per impedire alla ragazza di andarsene, riversò la propria frustrazione sull’amico.

“Ora ti insegno io come ci si comporta, frocetto” disse riuscendo finalmente ad alzarsi. Poi cominciò a tirargli pugni spaventosi.

Una, due, tre castagne ben assestate sulla faccia, nello stomaco, sulla nuca.

Marcellino rovinò a terra con la faccia insanguinata ed il naso rotto.

Luca salì in macchina e andò via sgommando stravolto dalla rabbia e dai fumi dell’alcool, lasciando Marcellino sanguinante nella polvere, sopra lo zerbino, davanti alla casa di Susanna.

Lei aveva assistito al barbaro pestaggio guardando dalla finestra. Si sentiva un po’ in colpa e Marcellino le faceva compassione. Decise di aiutarlo.

“Dai, alzati, vieni in casa da me, devi medicare queste ferite”

“No, non posso. E’ notte fonda, io credo che dovrei andare a casa mia adesso, non voglio darti disturbo”

“Non dire cazzate. Sei ferito. Andrai a casa domani. Adesso entriamo, voglio medicarti”

La casa di Susanna era modesta ma decorosa e pulita. Marcellino si sistemò in soggiorno, sul divano.

Dopo avergli disinfettato le ferite sul volto lei gli diede anche una bottiglia di Gutturnio Superiore.

“Sei molto gentile” disse Marcellino con gli occhi dilatati dalla gratitudine.

“Merda!” disse lei.

“Mha, non, non capisco. Perché mi insulti adesso?”

“Non dico a te, scemo. Sto imprecando perché mi si sono sporcate le scarpe nuove” spiegò Susanna, mentre con uno straccio cercava di togliere delle strane macchie nere dalle magnifiche scarpe rosse col tacco.

“Che schifo, questa roba puzza, e non riesco a toglierla, ora però sono stanca. Ci riproverò domani. Vado a dormire. Ciao”

“Non mi dai il bacio della buonanotte?” osò chiedere Marcellino, dopo aver dato una copiosa ingollata dalla bottiglia di Gutturnio, così per darsi coraggio.

“Nemmeno nei tuoi sogni” disse lei, acida, chiudendosi in camera da letto.

Era una notte cupa e tenebrosa ed una enorme luna piena color sangue galleggiava nel fosco cielo sopra la valle.

Susanna fu svegliata di soprassalto da orrendi rumori che provenivano dal soggiorno. Sembravano il fragore della carne lacerata dai morsi di una belva feroce.

“Marcellino, ma che cazzo stai facendo? vorrei dormire qualche ora se non ti dispiace!” urlò Susanna.

Marcellino non rispose. Dal soggiorno arrivarono altri sinistri suoni inquietanti, come di ossa spezzate.

Susanna si alzò allora dal letto e si diresse verso il soggiorno: indossava solo una vestaglia semitrasparente e delle mutandine di cotone bianco.

Quando aprì la porta fu investita da un insopportabile tanfo di morte, come di qualcosa di marcio, putrido e in decomposizione.

Una pallida e macabra luce proiettata dalla luna illuminava il soggiorno, dove il corpo di Marcellino giaceva riverso al centro della stanza.

La faccia era orribilmente mutilata, in parte già ridotta alle sole ossa del teschio, senza più un occhio, con buona parte della carne strappata dal cranio.

Susanna lanciò un urlo folle e disperato quando vide che le rosse scarpe da ballo la stavano osservando.

Su entrambe si erano aperti mostruosi occhi gialli da serpente, e sogghignanti bocche malvagie grondanti sangue, con raccapriccianti denti seghettati dai quali penzolavano brandelli di carne umana masticata.

Susanna era paralizzata dalla paura. Capiva che avrebbe dovuto fuggire, ma le gambe le si erano fatte pesanti come sacchi di cemento e non riusciva a muoverle.

Le scarpe indemoniate iniziarono a strisciare verso di lei, ringhiando e digrignando le abominevoli fauci.

La temperatura nella stanza si era improvvisamente abbassata ed un gelido vento soffiava tra gli stipiti della porta e gli infissi delle finestre.

“Via, via, andate via maledette!” gridò Susanna ormai in preda al panico.

Un agghiacciante suono terrificante, come una specie di diabolica risata, uscì dalle scarpe che erano quasi arrivate ai piedi della ragazza.

Lei iniziò a piangere ed ad urlare ancora più forte.

Poi, quando ormai avrebbero potuto facilmente azzannare le belle caviglie bianche della giovane, le mostruose calzature del demonio si ritrassero come sospinte da una forza superiore ed insuperabile.

Susanna le vide allora spiccare un balzo, sfondare la finestra, e volare via nella notte lunare in direzione della foresta.

Marcellino riposava cadavere nel soggiorno con la testa mezza divorata.

Susanna si lasciò cadere sgomenta sulle ginocchia. Alle sue spalle, appesa alla parete, una Madonna con bambino sorrideva materna da dentro un vecchio dipinto ad olio, regalo di una zia suora.

E fu così che Susanna ritrovò la fede.

Dopo aver passato ingiustamente 23 anni in carcere, condannata per l’omicidio di Marcellino, prese i voti e si ritirò in un convento di clausura.

Era serena, e felice: aveva finalmente trovato la sua dimensione spirituale.

Qualche volta però le capitava ancora, quando in cielo c’era la luna piena, di svegliarsi nel cuore della notte.

Un cattivo odore, come di tomba profanata, si diffondeva allora nell’aria e Susanna, guardando fuori dalla finestra della sua cella, poteva scorgere luminosi occhi gialli di serpente volteggiare nell’oscurità, e ombre di scarpe di vernice rossa allungarsi tetre sopra di lei.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Piacenza esoterica

L'orefice ed i bicchieri

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Nel pomeriggio del 22 giugno 1940, il professor Egidio Bardazzi partì alla volta della Primogenita per tenere una conferenza sulla Piacenza esoterica.

Prima di quella trasferta, Bardazzi si era recato più volte al Gatto Nero, la sua locanda preferita. Con la bella stagione gli abiti indossati dalla graziosa figlia dell’oste erano divenuti più leggeri. Le gonne un po’ più corte terminavano poco sopra le ginocchia e lasciavano scoperte e ben in vista le caviglie. Al professore piacevano le caviglie fini e sottili, pensava che una bella caviglia fosse importante almeno quanto delle belle gambe. Le gambe piacevano di più, come recitava il ritornello della canzone del 1938 cantata dal tenore Enzo Aita e dal Trio Lescano, ma era anche vero che in fatto di donne il professore aveva i suoi gusti particolari.

E per la giovanissima Marianna nutriva una passione inconfessata ed inconfessabile. Riteneva che fosse la ragazza più bella del suo quartiere, e non era sicuro se tutte le volte che gli era sembrata anche la più bella del mondo glielo avesse detto o lo avesse solo pensato. Poiché questo succedeva in genere dopo il terzo fiasco di vino, tutto era possibile. Il fatto che l’oste non lo avesse ancora picchiato, gli faceva però sospettare che sino ad allora si fosse attenuto ai soli pensieri. Eppure lui era certo che la fanciulla conoscesse il suo segreto. Sapeva come far capire ad una donna il suo desiderio con un solo sguardo. Ricordava di aver visto Marianna arrossire almeno un paio di volte dopo aver incrociato uno di quei suoi sguardi, e questo per il momento gli bastava. In futuro avrebbe trovato il coraggio di farsi avanti e di sedurla, ma a quell’altezza di tempo era distratto da altri pensieri e si accontentava di fantasticare attorno alle sensuali caviglie della giovane.

L’appuntamento con Metrofane Prassede, il filantropo che aveva organizzato il convegno sulla Piacenza esoterica a cui il professore doveva partecipare come uno dei relatori più importanti, era stato fissato per la sera, in una fiaschetteria vicina al centro della città, dietro la cattedrale.

Bardazzi arrivò a destinazione dopo un bagno di caldo. L’estate era appena iniziata e la pianura padana era già coperta da una cappa di umidità e arsura. Il cielo era terso e non si muoveva una foglia, tutto era fermo, come fosse stato fissato in una fotografia.

Il professore fu accolto dal proprietario della fiaschetteria verso l’orario di chiusura. Era un vecchietto simpatico, con le labbra permanentemente stirate in una smorfia beffarda, lunghi capelli bianchi e due occhietti furbi, oppure folli, o forse entrambe le cose.

Il vecchietto li condusse nel retrobottega dove era stato ricavato un cucinotto.

Il signor Prassede era in piedi dietro ad un tavolo e stava disossando un grosso prosciutto. Il suo volto paffuto era coperto da un paio di baffetti neri, gli occhi erano svegli, uno più grande dell’altro, ed erano di colori diversi: verde-grigio quello piccolo, color ambra quello più grande. Le sue dita erano piccole, ma le muoveva con perizia. Di mestiere faceva l’orafo, e sapeva bene dove mettere le mani.

“Mi sembra che non sia ancora abbastanza stagionato” disse il vecchietto in dialetto, toccando il prosciutto e guardando Prassede con quel ghigno da schiaffi stampato in faccia.

“Prova un poco a ficcartelo nel culo, e vediamo se non è abbastanza duro” gli rispose l’orefice, mentre affettava la coscia del maiale adagiata sul tagliere.

Alla sua destra sedeva un omone con una gamba di legno, i capelli grigi, la fronte larga, le labbra fini e il naso carnoso. Alla sua sinistra due ragazzotti piegati dal ridere sotto al tavolo con le lacrime agli occhi. Davanti a Prassede era seduto l’avvocato Segugio, l’altro principale relatore del convegno sulla Piacenza esoterica.

Sembrava che nessuno avesse fatto caso all’arrivo del professore.

Il vecchietto con la sua espressione scanzonata, tirò fuori da una dispensa incassata nel muro alcuni grossi bottiglioni di vino, ed iniziò ad offrire da bere a tutti.

Bardazzi fu naturalmente lieto di accettare, senza nemmeno informarsi circa la provenienza del vino rosso che il vecchietto stava già mescendo con letizia.

Si limitò ad osservare incuriosito l’orafo ed i suoi amici. Il passato di qualunque persona era in fondo un mistero. Un mistero che poteva essere svelato e compreso solo dai diretti interessati, e a volte nemmeno da loro.

“Credo sia opportuno fare le presentazioni” disse il signor Prassede, mentre il vecchietto era ancora intento a versare da bere ai due giovanotti.

Dopo i convenevoli Bardazzi si guardò attorno pigramente. Osservò le facce di Prassede e dei suoi amici e gli sembrarono tutti esseri insignificanti. L’uomo con la gamba di legno era un operaio in pensione, i ragazzi due studenti universitari. Sapeva già che i discorsi che avrebbero fatto quella sera sarebbero stati una montagna di banalità senza importanza. Del resto era del tutto logico e abituale, la gente parlava tanto per parlare, raccontando cose della propria vita che alla maggior parte delle altre persone non potevano in alcun modo interessare.

Si consolò con il vino. Non faceva a tempo a vuotare il bicchiere che subito il vecchietto lo riempiva di nuovo. Era quella l’unica nota positiva di una serata che si prospettava di una noia mortale.

Pensò ai relatori del convegno sulla Piacenza esoterica che avrebbe incontrato il giorno dopo.

Il suo principale rivale era proprio l’avvocato Segugio, un arrogante fascista della prima ora. Non ne aveva alcuna stima, ed appariva ai suoi occhi come un logorroico funzionario del partito e non certo un vero investigatore dell’occulto. Non si faceva mai domande astute, non faceva collegamenti sagaci, non aveva lo sguardo penetrante che teoricamente dovrebbe avere qualcuno che si dedica a scoprire le verità nascoste, esplorando un mondo fatto di simbolismi, allegorie e messaggi cifrati. Aveva metodo forse, aveva studiato i manuali più diffusi probabilmente, ma era privo di qualsiasi originalità e si comportava come un grigio e paludato burocrate.

Fuori dal negozio i raggi del sole sembravano ramati, come se a quell’ora della sera la luce si facesse più densa, sino a fondersi con l’orizzonte.

Nella cantina del negozio erano nascosti due terroristi, due militanti del partito comunista clandestino. Stavano armeggiando con dell’esplosivo che intendevano utilizzare per un attentato dinamitardo. Volevano assassinare l’avvocato Segugio.

Per non rischiare di addormentarsi, Bardazzi cercò di portare la conversazione, sino a quel momento concentrata sulla provenienza e stagionatura del prosciutto, su questioni a lui più congeniali.

“Ho saputo del furto avvenuto alla biblioteca comunale la settimana scorsa. Dei balordi hanno minacciato di morte la bibliotecaria per farsi consegnare uno dei volumi del libro di Madame Blavatsky, La dottrina segreta” disse il professore rivolgendosi a Prassede, “non è un testo prezioso, per quale ragione pensate lo abbiano voluto rubare?”

“Dire che è senza valore non sarebbe del tutto esatto” obiettò Prassede, “Ad un collezionista potrebbe interessare un’opera destinata al successo dopo la morte dell’autrice, e che nella prima edizione fu stampata in una tiratura limitata” precisò, continuando a distribuire fette di prosciutto. Andava avanti a tagliare, e le sue mani sempre svelte erano instancabili. Bardazzi notò che la destra era ricoperta dalla psoriasi, e dal quel momento iniziò a rifiutare l’appetitoso salume così generosamente offerto.

Gli occhi dei due giovanotti brillavano ogni volta che l’orefice riempiva loro il piatto o il vecchietto rabboccava i bicchieri. In breve tempo si erano già portati in avanzato stato di ebbrezza.

L’uomo dalla gamba di legno reggeva bene il vino, ma da quando erano arrivati l’avvocato Segugio ed il professor Bardazzi non aveva detto una sola parola. Si guardava attorno guardingo e silenziosamente osservava la caciara messa in piedi dal vecchietto.

Questo aveva iniziato a raccontare aneddoti sulle sue trasferte presso i più famosi bordelli di Milano, senza mai smettere di versare vino al professore ed ai ragazzi.

“Io dico che il bordello migliore che abbia mai visto è il Disciplini di Milano, con i suoi specchi e l’atmosfera principesca. Ci si trovano di quelle slandrone da far rizzare persino i capelli, immaginatevi il resto.”

Bardazzi annuì. Il Disciplini era il suo postribolo preferito, il più lussuoso della città, dove una “semplice” costava 20 lire, quanto la paga da due giornate di un bracciante agricolo. Per il professore i casini non erano soltanto dei luoghi di piacere, per lui erano come una seconda casa, posti dove si sentiva a suo agio, dove poteva riflettere e rilassarsi. Si fumava un sigaro e poteva, con la complicità delle maitresses più generose, flanellare per ore, chiacchierando con altri clienti e guardando le ragazze alternarsi nelle “passate”. Alla fine saliva in camera, sempre e solo poco prima della chiusura, quando le ragazze erano più stanche e il suo desiderio più grande.

“Le donne son buone e son brave, ma se arrivano a prenderti la mano son dolori” disse all’improvviso l’uomo con la gamba di legno.

“Ma quale mano!” esclamò il vecchietto, “quelle là ti prendono ben altro” disse.

“E senza troppo parlare!” intervenne il signor Prassede ammiccando con gli occhi strambi.

“Una volta portai una mia amica nel fienile della cascina dove abitava” cominciò allora a raccontare l’uomo con la gamba di legno.

“Era bella, io la desideravo, e poiché non sapevo cosa dirle, le intimai: ‘Tira giù le mutande che ti devo parlare!’ e lo dissi con fermezza, senza esitazioni.”

“E lei cosa ha fatto? Ti ha dato uno schiaffo?” domandò uno dei ragazzotti, buttando giù un’altra copiosa sorsata di vino.

“No, mi ha ubbidito, e l’ho posseduta sulla paglia.”

Gamba di legno aveva la faccia tragica e gli occhi scaltri, non era diverso dagli abituali clienti del Gatto Nero, dove Bardazzi passava molte ore felici ad ubriacarsi, parlando poco ed ascoltando pochissimo, senza sforzarsi di farlo neanche quando era abbastanza lucido da poterci riuscire. Per quanto si sentisse attratto dalle persone umili, giudicava inutile tutto ciò che avevano da dire. Lo annoiavano tutte quelle considerazioni marginali, di quelle che stanno nella seconda o terza fila tra le cose importanti della vita.

Segugio guardò fuori dalla finestra e posò gli occhi sulla luna. Si era fatto buio, e per lui la notte si annunciava lunga e pericolosa.

Nello scantinato i ribelli comunisti avevano terminato il lavoro azionando il timer della bomba. Sarebbe esplosa alle 22:00 in punto. Si scambiarono spietate occhiate di complicità. Erano brutti, privi di scrupoli, e puzzavano di sudore, delinquenza e crudeltà.

L’esplosione avrebbe potuto uccidere molte persone innocenti, in alcun modo compromesse col regime che essi volevano rovesciare. Ma di tutto questo non si preoccupavano minimamente. Erano pronti a sacrificare molte vite sull’altare della rivoluzione, inclusa la loro.

Silenziosamente si allontanarono dalla cantina della fiaschetteria senza essere visti, così come nello stesso modo erano arrivati.

“Sospettate che i balordi che hanno sottratto il libro siano dunque esperti bibliofili?” chiese Bardazzi incuriosito.

“Non direi” rispose l’orefice aggrottando la fronte, “nella biblioteca ci sono volumi assai più preziosi, ma sono stati del tutto ignorati. Se si tratta di ladri in cerca di lucro, non si può certo dire che siano degli esperti.”

“Vi siete fatto un’idea del perché qualcuno abbia voluto rubare proprio quel libro e soltanto quello?” insistette Bardazzi, mentre con la lingua cercava di rimuovere del grasso rimasto incastrato tra i denti.

Prassede si lisciò i baffetti due volte, chiudendo gli occhi come a ricercare una più profonda concentrazione, come se stesse rovistando tra i meandri della sua memoria, in cerca di una risposta risolutiva.

“Si tratta pur sempre di un libro interessante” esordì dopo aver riordinato le idee, “e le teorie in esso riportate godono tuttora di un certo seguito. In molti tra i seguaci del movimento teosofico fondato dalla signora le ritengono del tutto attendibili, per quanto possano apparire stravaganti.”

“In effetti presentano analogie con la cosmogonia esiodea” concesse Bardazzi vuotando un altro bicchiere.

“Vedo che Vi piace questa delicata ambrosia piacentina” disse il vecchietto compiaciuto, versando altro vino nel calice del professore.

L’uomo con la gamba di legno era perplesso. Ignorava cosa fosse la cosmogonia esiodea e non riusciva a comprendere di che cosa stessero parlando. Il suo sguardo vagò per la stanza sino a posarsi su di un grosso orologio a pendolo appeso alla parete: erano le 21:55.

“La tesi di fondo della Blavatsky” iniziò a spiegare l’orefice, “si basa sull’esistenza di un etere psichico chiamato Akasa, di cui l’intero universo sarebbe permeato. Su questo Akasa rimangono registrati gli eventi del passato e alcune persone dotate di poteri particolari sono in grado di leggere queste registrazioni. Grazie a veggenti in contatto con misteriosi istruttori occulti, viene così ricostruita una storia dell’umanità che potremmo definire non convenzionale.”

Il signor Prassede si interruppe, per osservare le reazioni del suo uditorio. I due giovani ormai ubriachi fissavano nel vuoto immersi in uno stato di profondo sopore. Gamba di legno ascoltava tediato la dotta relazione. Il vecchietto guardava Prassede di sottecchi, nella sua vita semplice e spensierata aveva imparato a diffidare delle trappole insite nell’erudizione. Preferiva vivere da ignorante, inconsapevole di tutto quanto lo circondava e che avrebbe potuto rovinargli la vita. Se avesse sperimentato l’ansia per il futuro che il conoscere certe cose comportava, la sua vita sarebbe stata irrimediabilmente diversa. Così aprì un po’ di più gli occhi, lasciando intravedere il languore della vecchiaia, e versò del vino nel suo bicchiere, sino all’orlo.

Bardazzi in quel momento ascoltava interessato, conosceva già le tesi di Madam Blavatsky, ma gli piaceva come l’orefice le stava esponendo. Un tempo avrebbe anche pensato che si potesse trarre qualche insegnamento dalla saggezza altrui, ma dopo tanti anni aveva maturato la convinzione che ciò che si chiama esperienza, altro non sia che un fardello di pregiudizi, illusioni e false idee.

L’avvocato Segugio guardava tutti con occhi socchiusi e la faccia concentrata, si accomodò a gambe aperte su una sedia squadrata appoggiando le braccia sullo schienale, con l’aria di stare comodo.

“La prego signor Prassede, continui la sua esposizione” disse allora fingendo attenzione, senza però riuscire a simularla in modo convincente.

L’orefice non se ne accorse, o perlomeno non diede l’idea che la cosa lo riguardasse in qualche modo, e riprese a raccontare.

“L’umanità avrebbe avuto origini aliene, e sarebbe il frutto di esperimenti compiuti da esseri extraterrestri, che crearono diverse razze, collocandole in diverse parti del mondo: il nord dell’Asia, su di un continente ora scomparso, ma un tempo ubicato nell’oceano Indiano e chiamato Mu o Lemuria, ad Atlantide, sino a creare infine la quinta razza, quella attuale.”

“Una cosmogonia non convenzionale come dite Voi” commentò Bardazzi lanciando uno sguardo diretto contemporaneamente in molti posti, “eppure hanno avuto un seguito ed un altro membro della società teosofica, Scott Elliot, pubblicò altri due libri: La storia di Atlantide, nel 1895 e La perduta Lemuria, nel 1904″

“Molto pertinente” disse Segugio annuendo, “e nel testo del 1895 Elliot afferma che i potenti maghi di Atlantide, utilizzando i loro poteri a fini malefici, ruppero il legame con “gli istruttori occulti” e, trasformando la positiva magia bianca in una negativa magia nera, sconvolsero l’equilibrio naturale della terra, provocando grandi cataclismi.”

“Anche la Blavatsky scrive di uno scontro tra i maghi malefici di Atlantide, e quelli più saggi e buoni di una città chiamata Sham bha lah” aggiunse il professore con la voce impostata.

La barba corta con il pizzetto ed il tono serio, gli conferivano una certa credibilità, e anche l’orefice sembrava sensibile al suo charme. Da quando era stato invitato come relatore al convegno sulla Piacenza esoterica poi, Bardazzi sentiva di essere diventato più imperscrutabile ed interessante. Certamente non avrebbe esitato a sfruttare il suo nuovo fascino per irretire qualche signora sposata, oppure si sarebbe dedicato alla giovane Marianna, piena di vita e di salute, o forse avrebbe cercato di fare entrambe le cose.

Mancava un minuto alle ore 22:00.

“Direi di metter mano a quella botticella di vin santo che è arrivata giusto giusto al punto suo, e lo potremmo degustare nei miei bicchieri” propose allora l’orefice.

L’uomo con la gamba di legno afferrò un bauletto di legno appoggiato sul pavimento e lo depose sul tavolo, dopo aver creato un po’ di spazio spostando il tagliere ed il coltellaccio. Il prosciutto era finito.

Il vecchietto tornò a rovistare nel suo personalissimo tabernacolo, e vi tirò fuori un bottiglione di vetro bianco. Al suo interno brillava un nettare di colore intenso e dorato, e appena lo ebbe stappato una polposa fragranza si sprigionò nella stanza.

L’uomo con la gamba di legno sorrise, pregustando il piacere che quel vino gli avrebbe dato. Aprì il bauletto ed iniziò a tirare fuori dei preziosi calici a tulipano di cristallo blu, finemente lavorati con bassorilievi in oro bianco a tema bucolico.

“Sono proprio brutti” sentenziò il vecchietto, indicando i bicchieri dell’orefice con il dito alzato, reso esageratamente lungo dalla magrezza.

“Gli ho comprati a Parigi apposta, testa di cazzo!” replicò piccato il signor Prassede, mentre i suoi bicchieri scintillavano sotto la luce del lampadario.

Le lancette sul timer della bomba correvano inesorabili, ora mancavano dieci secondi all’esplosione.

Il vecchietto versò nei calici il pregiato e profumato vin santo.

Segugio guardò fuori dalla finestra chiusa, attraverso la quale filtrava la notte. Sospirò rassegnato a passare la serata con quella strana compagnia. Era sicuro che non sarebbe servito a nulla, ma certe volte era necessario espletare tediose formalità, prima di arrivare al cuore delle questioni. Per lui quella era ormai solo una formalità, certamente inconsueta, ma a cui non poteva sottrarsi. Accettò di bere il vin santo sperando che potesse aiutarlo a far passare il tempo più velocemente.

L’orefice portò il calice alla bocca, sorseggiando il delizioso vin santo.

In quel momento entrò nel cucinotto una ragazzina con i capelli biondi a caschetto e l’aria sbarazzina. Indossava solamente una lunga camicia di cotone e le mutandine bianche. Era la nipote del vecchietto, non aveva ancora compiuto i suoi primi quattordici anni e nell’innocenza della sua età non provava alcun imbarazzo ad indossare abiti così discinti. Attraversò ancheggiando il piccolo cucinotto per rovistare nella dispensa del nonno. Abitava al piano di sopra, e salutò distrattamente gli ospiti, quasi ignorando la loro presenza.

La sua apparizione suscitò al contrario forti emozioni. I due ragazzotti, di poco più grandi, la guardarono rapiti, con la vista appannata dall’alcol e un sorriso vacuo stampato sulla faccia. Erano sbronzi, ma il culetto delizioso della giovinetta era roba da concorso di bellezza. Sodo e fresco, come un frutto maturo pronto da gustare, aveva risvegliato tutte e cinque i loro sensi.

“Vieni da me Fiorella” disse il vecchietto afferrando la nipote per un braccio, “vi presento colei che mi chiuderà gli occhi.”

“Nonno! Non dire queste cose, lo sai che non mi piacciono” protestò l’adolescente, senza offrire resistenza e lasciandosi abbracciare.

“Un brindisi alla nipote dell’oste” biascicò uno dei giovani barcollando pericolosamente sulla sedia.

“Un brindisi alla mia bambina” disse il vecchietto allungando la mano sui quei glutei perfetti.

Anche il professore lo aveva notato, la ragazzina era innocente e priva di malizia, ma sapeva già dimenare il fondoschiena come una navigata donna di mondo.

Certe cose dovevano essere innate, stabilì Bardazzi, guardando il vecchietto che le pizzicava affettuosamente il culetto, come se lei fosse ancora una bambina. Fu in quel momento che il professore comprese di sentirsi attratto da lei. Aveva bevuto troppo. Non era possibile che quella mezza donnina brufolosa potesse suscitargli certe reazioni. Si accese la pipa e cercò di distogliere lo sguardo dal corpo acerbo e conturbante di Fiorella, sforzandosi di allontanare i pensieri peccaminosi che la giovinetta gli stava già suscitando. Guardò i cinque bottiglioni vuoti ordinatamente collocati sul pavimento uno in fila all’altro. Ne aveva bevuti, lui solo, almeno tre, poi il vin santo. Il vino piacentino del vecchietto era sincero, ma traditore. Bicchiere dopo bicchiere lo aveva buttato giù senza preoccuparsi, ed ora si trovava ad un sorso da quella condizione ebbra nella quale non sarebbe stato più padrone di sé.

Le campane del duomo di Piacenza iniziarono a suonare, erano le ore 22:00 di quel caldo 22 giugno 1940.

Gamba di legno si era mezzo appisolato sulla sedia, mentre i due giovanotti fissavano con aria inebetita le mutandine bianche di Fiorella, che dopo aver sorseggiato un po’ di vin santo dal bicchiere del nonno, aveva cominciato a ridere e cantare.

Prassede sembrava soltanto interessato a recuperare i suoi calici di cristallo blu finemente lavorati e comperati a Parigi. Si domandò, fissando meditabondo uno dei suoi preziosi bicchieri, se anche nell’antichità le civiltà del passato avessero saputo creare manufatti di analoga bellezza. Immaginò che qualcosa di simile fosse anche esistito, ma nulla di ciò che era stato creato in precedenza o che lo sarebbe stato nel futuro, poteva gareggiare in splendore con i suoi calici. Quando ebbe terminato di riporli nel bauletto provò un’intensa soddisfazione. Li avrebbe lavati uno ad uno, prendendosi cura di loro, come fossero vivi, come fossero la cosa più importante che aveva al mondo. Nessuno gli avrebbe mai sottratto i calici di cristallo. A costo della vita li avrebbe sempre protetti con ogni mezzo.

La deflagrazione fu terrificante.

Si udì una sorda esplosione sotterranea, simile ad un terremoto. Le finestre della cantina esplosero verso l’esterno. Ci fu una serie di schianti. Le fiamme si sprigionarono dal seminterrato. Il pavimento della fiaschetteria scoppiò: mattoni, piastrelle, legno volarono in aria. Il professore e tutti gli altri dentro al cucinotto vennero scaraventati a terra ed inghiottiti dalle viscere dell’edificio. Alcuni presero fuoco, altri furono travolti da una pioggia di schegge, pietre e mattoni.

I calici di cristallo dell’orefice andarono distrutti.

Non ci furono superstiti.

Il corpo della piccola Fiorella fu ritrovato semicarbonizzato con le mutandine bruciacchiate ed annerite dalle fiamme.

L’ultimo pensiero del professor Egidio Bardazzi fu per le gambe della bella Marianna, la giovane locandiera del Gatto Nero.

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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La puttana di Satana

La puttana di Satana

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Emanuele Cagnacci, inquietante metallaro del quinto anno, pluriripetente ed aspirante satanista, quel mattino giunse a scuola in perfetto orario.

Era in programma, in aula magna, la festa di Natale organizzata dagli studenti del Liceo Volta di Borgonovo Val Tidone.

Ma mentre tutto il liceo si preparava a festeggiare la fine delle lezioni e le imminenti vacanze natalizie, il Cagnacci aveva progettato un festino alternativo negli scantinati del liceo.

Il Cagnacci, un tipo orribile con lunghi capelli neri e la faccia inespressiva, insieme ai suoi 3 seguaci abituali, tutti utilizzatori di droghe pesanti, era intenzionato ad inscenare una messa nera con rito di iniziazione sacrificale.

I suoi accoliti erano, in ordine di tossicodipendenza: Mino Spinelli, Gaetano Nasoni, Ciro Pera.

Vittima designata era Loretta Pruriti, una cannaiola del quarto anno, impegnata anche politicamente con i rossi del comunista Fausto Truzzone.

“Ripassiamo il piano un’ultima volta” disse Cagnacci, quando i quattro si ritrovarono nei cessi del piano terra per rivedere gli ultimi dettagli.

Ciro Pera iniziò a ripetere meccanicamente: “Allora capo, io e Spinelli andiamo a cercare la troia, e la convinciamo a seguirci nei cessi con la promessa di un dose di speedball

“Quando arriva qui dentro, prima la imbavagliamo con la ball gag, poi la infiliamo nel sacco nero della spazzatura e la trasciniamo in cantina senza farci notare” aggiunse Gaetano Nasoni, preparandosi una pista di cocaina sulla mensola di vetro di un vecchio specchio malandato appeso alla parete.

La Pruriti era stata scelta per le sue fattezze fisiche minute, che la rendevano una facile preda, e soprattutto per la fama di ragazza facile che si era meritatamente guadagnata cambiando in media un fidanzato ogni 10 giorni negli ultimi due anni.

In tutto era già stata con ben 40 diversi ragazzi del liceo, compresi nerd, pivelli del primo anno, e persino Dino Francescato primatista di due di picche e secondo in questa triste classifica al solo Giovanni Ligas.

“Molto bene” annuì il Cagnacci, “le faremo vedere chi comanda. Io vi aspetterò in cantina, nella sala caldaie, dove ho allestito l’altarino per il rito” aggiunse grattandosi sotto le ascelle pelose.

Nell’aula magna del liceo, intanto, era iniziato l’assembramento delle classi in seduta plenaria.

Il programma della festa prevedeva l’esibizione canora di diversi studenti e gruppi musicali, con un palinsesto che spaziava attraverso tutti i generi musicali, compreso un micidiale concerto lirico della contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti, rappresentante degli studenti cattolici in seno al consiglio d’istituto e discendente diretta di Pier Maria Scotti detto il Buso.

Per rendere la festa memorabile, Ciccio Giuliacci, Mario Bonaldi e Franco Sparapizze si erano procurati quattro damigiane di ottimo vino piacentino: due di Gutturnio e due di Malvasia.

Per una tragica coincidenza, essendo severamente vietato introdurre alcolici a scuola, avevano deciso di occultare le damigiane proprio nei cessi del piano terra, da dove intendevano dar vita ad uno spaccio americano stile anni 30.

Alle 8:30 in punto, si ritrovarono insieme nello stesso bagno i tre satanisti drogati con la loro ignara preda, e i tre alcolizzati. Questi ultimi, capeggiati da Franco Sparapizze, per l’occasione travestito da gangster americano, erano accompagnati da Giovanni Ligas, Steno Cremona e Dino Francescato, tutti desiderosi di farsi un bicchierino.

“Che cazzo succede qui, cosa ci fate in questo cesso?” protestò immediatamente Ciro Pera, il secondo in gerarchia dopo Cagnacci.

“Non sono affari vostri, non avete mica l’esclusiva sull’uso dei cessi” ringhiò lo Sparapizze, che a quell’ora aveva già bevuto parecchio e credeva di essere Robert De Niro nel capolavoro di Sergio Leone “C’era una volta in America”

Percependo la tensione che si poteva fare a fette con un coltello, Giovanni Ligas si accucciò in posizione defilata cominciando a filmare tutto con la sua videocamera VHS.

Dino Francescato, appena vide la Loretta Pruriti fu preso dal panico e fuggì a gambe levate senza dire una parola.

“Ora ve ne dovete andare, qui abbiamo cose serie da fare” sentenziò con fare minaccioso Mino Spinelli.

“Non hai nessun diritto di mandarci via, credi che sia facile stare la fuori? Se vogliamo restare qui non puoi farci niente, piuttosto invitaci a partecipare” suggerì Ciccio Giuliacci, immaginando che lo Spinelli alludesse ad un droga party.

Mario Bonaldi si attaccò ad una damigiana di Gutturnio cominciando a bere a più non posso.

Zeno Cremona iniziò a rollare una sigaretta lanciando occhiatine maliziose a Loretta Pruriti.

“Va bene andiamo via noi” disse allora Ciro Pera avvicinandosi a Franco Sparapizze. I due si conoscevano bene, erano spesso compagni di bevute nei fumosi locali dal pavimento appiccicoso del Midnight Pub di Milano, dove tutto puzzava di birra scadente, vomito e trasgressione.

“Dateci una mano ad infilare la ragazza in questo sacco del rudo e spariamo in un minuto”

Franco Sparapizze annuì immediatamente, e una luce malvagia gli balenò tra gli occhi.

“Avanti, immobilizzate la troia” ordinò allora il Pera, rivolgendosi ai suoi sodali, mentre Sparapizze si appostava davanti alla porta dei cessi per impedire che altri potessero entrare oppure uscire.

Gaetano Nasoni e Mino Spinelli si avventarono come iene affamate sulla giovane ragazza.

Ma sfortunatamente per loro, Loretta Pruriti non era per nulla remissiva, e ancor meno indifesa. Al contrario, era cintura nera 1° DAN di karate e con un paio di mosse tremende mise fuori combattimento Nasoni, Spinelli e Pera, che si era avvicinato per imbavagliarla con la ball gag.

Già che ci aveva preso gusto, rifilò anche un paio di calci micidiali in piena faccia a Franco Sparapizze e Ciccio Giuliacci.

Zeno Cremona e Giovanni Ligas si salvarono fuggendo dalla finestra, mentre Mario Bonaldi, incurante di quanto accadeva intorno a lui, continuò a darci dentro con le damigiane di Gutturnio.

“Allora stronzetto, chi sarebbe la troia?” chiese la Pruriti afferrando il Pera da un orecchio e sollevando da terra.

“Lasciami! Mi fai male! Ti prego lasciami l’orecchio”

“Dimmi dove si nasconde il tuo capo o te lo stacco, stronzone!”

Il Pera non disse nulla, stringendo i denti nel tentativo vano di sopportare l’atroce dolore.

“Parla o te lo strappo a morsi” aggiunse lei, torcendogli il padiglione auricolare con forza.

Il Pera, che non era un duro, a quel punto crollò confessando tutto.

Lui, Nasone, Spinelli, Giuliacci e Sparapizze, sotto minaccia di evirazione, furono costretti a tornare a casa completamente nudi, al freddo di dicembre e correndo senza mai voltarsi.

Cagnacci fu invece sorpreso dalla sadica Pruriti negli scantinati del liceo, mentre stava spolverando un teschio di capra, circondato da candele nere, croci rovesciate e libri di Aleister Crowley.

Il poveraccio fu riempito di botte, sottomesso, imbavagliato con la ball gag e costretto a sfilare in mutande in aula magna come pony boy, con una scopa infilata nel culo e con al collo un grosso cartello con sopra scritto in caratteri cubitali: “sono la puttana di Satana.”

Mario Bonaldi si addormentò nei cessi del piano terra dopo aver bevuto due damigiane da 54 litri di Gutturnio ed una di Malvasia e si perse il clamoroso spettacolo conclusosi in un crescendo di applausi e ovazioni con la Loretta Pruriti che usciva in trionfo cavalcando il Cagnacci come un mulo da soma.

Da quel giorno e dopo quella umiliazione pubblica senza precedenti, Emanuele Cagnacci perse qualsiasi interesse per il satanismo, si innamorò perdutamente di Loretta Pruriti e accettò di divenirne il suo schiavo per sempre.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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La Padrona nazista

La padrona

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L’esploratore fascistissimo Rodolfo Navigato giaceva sul divano di casa completamente ubriaco. I suoi capelli color grigio acciaio brillavano sotto il sole di un caldo pomeriggio d’estate nell’anno del Signore 1946. Nella nuova Repubblica Italiana e democratica per Navigato non ci sarebbe stato spazio. I tempi in cui aveva conteso al leggendario Giuseppe Tucci le prime pagine dei giornali erano passati.

Ormai poteva vivere solo di ricordi e di rimpianti, esiliato nella sua dimora sperduta sulle colline piacentine, in quel di Pecorara.

“Brutti bastardi figli di puttana!” farfugliò cercando di sollevarsi per raggiungere il bagno e vomitare.

I suoi strali non erano rivolti alle potenze plutocratiche che avevano vinto la guerra, né ai sovietici che avevano occupato mezza Europa, e neppure ai partigiani comunisti che avevano stuprato e rapato zero la sua unica figlia facendola impazzire. No, a provocare l’ira di Rodolfo erano i ricordi di una donna, un ufficiale delle SS, la spietata Ilsa Von Forsher, il più grande amore della sua vita.

Dopo aver vomitato copiosamente, Navigato si trascinò a fatica sino alla vecchia dispensa dove trovò ancora un fiasco di vino rosso. Era l’ultima bottiglia e ci si attaccò a garganella. Prima che Navigato svenisse nuovamente stordito dalla sbornia, il ricordo di Ilsa gli passò davanti agli occhi come fosse stato al cinematografo. “Puttana!” biascicò mentre il suo corpo privo di sensi crollava sul pavimento.

Lui e Ilsa si erano conosciuti nel 1938 a bordo della nave tedesca Schwabenland, partita da Amburgo il 17 dicembre per una missione esplorativa in Antartide. Navigato era stato aggregato alla spedizione su richiesta del Duce e in qualità di esperto, avendo già partecipato nel 1926 alla trasvolata del Polo Nord a bordo del dirigibile Norge al comando di Umberto Nobile.

Ilsa invece faceva parte di un gruppo di scienziati delle SS ed era a capo di una missione segreta della Ahnenerbe, finalizzata ad individuare un passaggio di collegamento al centro della terra cava, come ipotizzato dall’americano John Cleves Symmes già nel 1881. La missione segreta di Ilsa e dei suoi uomini era sconosciuta al resto dell’equipaggio, compreso il comandante della nave, il capitano Alfred Ritscher.

La giovane Ilsa era di una bellezza giunonica, secondo i più rigidi canoni ariani: alta, robusta, bionda, con gli occhi azzurri ed un seno enorme. Aveva quattro lauree e parlava fluentemente cinque lingue, tra cui l’Italiano. Era anche di portamento altero ed oltre alla sua missione nascondeva un altro segreto, di natura molto più intima, e che gli avrebbe permesso di sedurre e soggiogare totalmente alla propria volontà il labile e lascivo Rodolfo. Anch’egli, infatti, nascondeva un terribile ed imbarazzante segreto che avrebbe preferito tenere nascosto, ma che la diabolica Ilsa riuscì a scoprire pochi giorni dopo che la Schwabenland aveva preso il largo.

Era una fredda notte stellata quando Ilsa e Rodolfo si incontrarono casualmente sul ponte della nave. Nonostante la temperatura rigida avevano entrambi sentito l’esigenza di prendere un po’ d’aria fresca. Ne nacque una piacevole conversazione sui prodigi della tecnica e sulle conquiste che le nuove scoperte avrebbero reso possibile nei successivi decenni. Rodolfo era rimasto immediatamente affascinato dalle incredibili conoscenze e competenze tecnico-scientifiche della donna, ma soprattutto si sentiva incredibilmente attratto da quel corpo statuario e dalle sue forme esuberanti, a stento nascoste e contenute dalla divisa d’ordinanza.

Lei si accorse subito delle attenzioni dell’esploratore italiano, e decise di invitarlo nella propria cabina per approfondirne la conoscenza.

“Mi piacciono gli stalloni italiani” disse la donna iniziando a spogliarsi.

“Adoro le donne del Reich” disse lui, calandosi i pantaloni.

Da sotto i mutandoni, si scorgeva il suo sesso barzotto e Ilsa lo provocò passandogli una mano tra i capelli: “cosa sai fare stallone italiano, per adorare una donna del Reich?”

Rodolfo Navigato arrossì, abbassò lo sguardo e fissando i piedi nudi della donna sussurrò: “sono un’insaziabile succhiatore di alluci”

Un ghigno crudele si dipinse sul volto della donna, senza aggiungere parola colpì Rodolfo con uno schiaffo furibondo, tanto che le sue gigantesche mammelle ondeggiarono come un mare in tempesta.

Il volto offeso di Rodolfo arrossì ancora di più, per la vergogna, per l’umiliazione e per l’eccitazione. Il suo arnese spuntava ora dai mutandoni, turgido e pronto per l’uso.

Ilsa colpì nuovamente l’esploratore italiano con forza ancora maggiore, ed il suo volto crudele era ora una maschera beffarda e sadica: “inginocchiati e adora i mie piedi, schiavo italiano!”

Rodolfo obbedì. Si piegò sulle ginocchia mettendosi a quattro zampe come un cane, e poi iniziò a baciare, leccare e succhiare i piedi di Ilsa. L’umiliazione dell’uomo cresceva con il passare dei minuti, così come la sua eccitazione, mentre la diabolica nazista abusava di lui con insulti irriferibili e frustandolo sulla schiena e sulle terga con la cinghia in pelle della sua divisa.

Ilsa continuò a seviziare Rodolfo in questo modo per quasi mezzora, poi quando capì che lui non avrebbe potuto resistere ancora per molto gli ordinò di alzarsi, lo legò ad una sedia e lo imbavagliò.

“Aspettami qui, stallone italiano” gli disse ridacchiando. Poi indossò una vestaglia di flanella ed uscì dalla cabina.

Rodolfo cercò di liberarsi, ma le corde usate dalla donna per legarlo erano troppo strette ed ogni suo sforzo fu vano.

Dopo cinque minuti la donna rientrò nella cabina accompagnata da un giovane ed orrendo marinaio tedesco. I due si spogliarono ed iniziarono ad accoppiarsi selvaggiamente.

Rodolfo fu costretto ad assistere la splendida Ilsa con il suo magnifico seno ed i suoi sensualissimi piedi, mentre l’atroce marinaio la possedeva in ogni posizione. Questa nuova e più crudele umiliazione subita da Rodolfo accese la passione della sadica Ilsa, che guardandolo negli occhi mortificati urlò dal piacere raggiungendo un intenso orgasmo.

Nelle notti successive e per tutta la durata della spedizione, Rodolfo fu spesso convocato nella cabina della donna e costretto a subire le medesime sevizie. Ogni volta la bella nazista si accoppiava con un marinaio differente e si inventava nuove umiliazioni da infliggere al suo schiavo italiano.

Quando la Schwabenland tornò in Germania, Rodolfo si era totalmente innamorato di Ilsa Von Forsher. Avrebbe desiderato seguirla ovunque e continuare a leccare i piedi della sua padrona sino alla fine dei suoi giorni. Ma quando scesero dalla nave lei lo salutò e con un sorriso sarcastico gli disse addio.

Non si videro mai più, ma per tutta la vita Rodolfo Navigato non smise mai di amare la sua padrona nazista.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Omicidio in Val Tidone

Paranoici che non hanno torto

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A capo delle indagini sull’omicidio in Val Tidone era stato messo il commissario Evodio Segugio, ed egli sembrava avesse fretta di proseguire la sua investigazione, si sentiva a disagio nel stare seduto a tavola inoperoso. Sostarono alla locanda il tempo necessario per il pranzo, senza concedersi nessuna ulteriore pausa.

Ai suoi ordini erano stati inviati anche due sgherri dell’OVRA: due persone di poche parole.

Infine, come consulente scientifico, avevano chiamato il professore Leonzio Landone. E al professore i due agenti dell’OVRA non piacevano. Aveva imparato a interpretare i loro silenzi, a considerare quelle facce inespressive come qualcosa di diverso dalla quinta essenza della stupidità. Tuttavia giudicava che quei due non si potessero annoverare tra le multiformi categorie dell’essere umano, e per questo oltre a suscitargli disgusto continuavano a incutergli un certo timore. Non era solo per la loro stazza fisica o perché potevano essere veramente pericolosi. Ciò che Landone giudicava più inquietante erano quei grugni inebetiti, come se oltre al cervello anche l’anima fosse stata succhiata fuori dal loro cranio scimmiesco. Camminavano, sudavano e scorreggiavano, considerò il professore versandosi il vino bianco della casa nel grosso bicchiere di vetro, ma a lui sembravano comunque morti. Solo il commissario aveva una luce di minima vitalità in fondo agli occhi, peccato che fosse uno stronzo, rifletté bevendo con gusto il profumato nettare di bacco.

Anche Segugio era assorto nei propri pensieri, e dalla fronte corrugata si poteva intuire una certa inquietudine. Dai colloqui della mattinata e dai sopralluoghi sulla scena del delitto e a casa della vittima non aveva potuto trarre nulla di utile, non vi erano testimoni, nessuna traccia. Le cose non si mettevano per il meglio. E poi c’era il professore in mezzo ai piedi, più interessato a bere che a dare un qualsiasi serio contributo alle indagini. Lo osservava mentre tracannava il vino bianco aromatico della locanda, pensando a chi sa cosa, con lo sguardo furbo di chi sta cercando di fregarti. Come era possibile che all’OVRA credessero di cavar fuori qualcosa di buono da quel pagliaccio? Certe volte le decisioni degli organi superiori erano imperscrutabili, pensò il commissario, sperando che alla fine di quella storia decidessero di spedire Landone al confino. Nel suo rapporto finale, lui non gli avrebbe fatto sconti.

Intanto il professore continuava a bere.

Stavano per servire il surrogato di caffè quando Landone decise di assentarsi per andare in bagno. Attraversò la sala da pranzo della locanda e si avviò verso i gabinetti. Era ancora perfettamente sobrio, il vino leggero e di bassa gradazione che aveva ingurgitato, per quanto abbondante, non aveva sortito altro effetto che stimolargli la vescica. Mentre pisciava pensò che la propria vita in fin dei conti era sfortunata: c’erano le corse dei cavalli, ma lui perdeva sempre, era diventato un professore, ma ora doveva lavorare per l’OVRA e improvvisarsi investigatore, avrebbe voluto amare molte donne, ma non riusciva a legarsi con nessuna. Si chiese cosa gli sarebbe servito per essere un vero vincente, come facesse tutta quella gente indaffarata, quasi frenetica, a sopravvivere ed essere felice, tutta presa dall’euforia adrenalinica di una vita senza senso.  Prima o dopo però, avrebbero prevalso altre riflessioni: la caducità della salute, l’inevitabilità della morte, l’inutilità dei beni terreni. In molti avrebbero allora pensato che stavano sprecando il proprio tempo in questo mondo, ed avrebbero avuto ragione. Il professore considerò che la propria giovinezza fosse già da tempo finita, ed era ormai più vicino alla fine di un’esistenza mediocre piuttosto che al principio di una vita di successo. Tirò lo sciacquone e tornò sui suoi passi.

Appena fuori dai cessi si trovò davanti la locandiera. Era una simpatica cicciona alta come un armadio, aveva le spalle grosse e un ghigno accattivante sopra al doppio mento flaccido. Le tette erano enormi e il professore non poté fare a meno di notarlo. La grassona stava in piedi in mezzo al corridoio, e non vi era modo di procedere oltre, se lei non lo avesse voluto. Landone abbozzò un sorriso e lei lo ricambiò avvicinandosi, non disse nulla, ma lui capì ogni cosa.

Lei aprì una porta sulla destra che dava accesso ad uno sgabuzzino.

Lui la strinse tra le braccia trascinandola dentro e gli infilò la lingua in bocca.

La locandiera lo abbracciò e lui la lasciò andare soltanto dopo un lungo bacio appassionato e dopo aver chiuso a chiave la porta del ripostiglio. Lei si girò alzandosi la lunga gonna e mostrando al professore le gigantesche terga. Non indossava le mutande e lui non era il tipo da tirarsi indietro.

Un ratto scappò fuori dal bugigattolo mentre il professore la prendeva da dietro. Fu un rapporto breve, fugace ma appagante. Quando finirono la panciona aprì la porta felice, e sempre senza dire nulla se ne andò così come era arrivata.

Il professore si ricompose velocemente e tornò nella sala da pranzo. Nessuno si accorse di nulla, lui si rilassò e cominciò a fumare la sua pipa. Dopo settimane in bianco, la prima scopata senza pagare una puttana, pensò sogghignando prima di bere il surrogato di caffè.

Nel primo pomeriggio si trasferirono tutti presso la dimora di Alcide Pramiro, il fratello malato dell’uomo assassinato. Il sole era alto nel cielo, faceva caldo e dalle strade sterrate della campagna piacentina saliva una polvere sottile che diventava appiccicosa a contatto dei corpi sudati per l’afa. Le case del piccolo borgo erano poche, vecchie e grigie, consumate dal tempo e dalla miseria. Gli abitanti erano quasi tutti bifolchi impegnati a lavorare nei campi, ad eccezione di poche vecchiette che, nascoste dietro le persiane socchiuse delle finestre, osservavano incuriosite gli insoliti forestieri aggirarsi per il villaggio.

La casa dei Pramiro era più grande delle altre, ma era ugualmente antica e parimenti disposta su due piani. Costruita qualche secolo prima emanava un’aurea di tristezza e malinconia, come se anche i muri scrostati di quella vecchia dimora fossero partecipi del dolore e dell’angoscia provocati dall’assassinio e dalla oramai prossima ed inevitabile dipartita del capo famiglia.

Gli scagnozzi dell’OVRA rimasero fuori davanti alla porta, con le loro facce assurde e vestiti di nero come la morte. Segugio e Landone entrarono nel vetusto edificio e salirono al piano superiore, dove erano collocati gli appartamenti dei Pramiro. Le scale in legno scricchiolarono fragorosamente al loro passaggio, sinistro presagio di nuove sfortune. Appena arrivati, il commissario intuì subito che qualcosa di nuovo e negativo era accaduto. Suonarono alla porta e una donna sui quarant’anni con la faccia da funerale venne ad aprire.

Era la figlia più giovane di Alcide, che alla vista dei due inattesi visitatori spalancò gli occhi infastidita, riconobbe l’uniforme della milizia fascista indossata dal commissario e ne fu turbata. Si fece forza e domandò tremando: “Cosa volete?”

“Sono il commissario Evodio Segugio, questo è il mio collega Landone, e stiamo indagando sul delitto della Val Tidone: l’omicidio di Mario Pramiro. Vorremmo fare qualche domanda a….”

Segugio non fece in tempo a terminare la frase che la donna scoppiò a piangere.

“Mio zio è stato ucciso, mio padre sta morendo, le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate nella notte” riuscì a dire a fatica singhiozzando. Alla imprevedibile perdita dello zio, si sommava dunque l’imminente fine del genitore. Il primo era stato barbaramente assassinato, il secondo era stato lentamente divorato dalla malattia. La donna era comprensibilmente sconvolta.

“Abbiamo già risposto alle domande dei carabinieri, Vi prego di andarvene e di lasciarci al nostro dolore” aggiunse tra le lacrime.

“Posso comprendere il Vostro dispiacere, ma ogni minuto che passa è tempo prezioso che rischiamo di perdere mentre gli assassini di Vostro zio sono ancora in libertà.”

La donna non smetteva di piangere e in suo soccorso apparve sulla porta la sorella.

“Non abbiamo nulla da aggiungere a quanto già detto” disse con voce tagliente, fissando decisa il volto di Segugio.

Il professore rimase colpito e affascinato dall’energia sprigionata da quella femmina, la sua avvenenza solare lo ammagliò al primo sguardo. Benché non fosse più molto giovane, la sua bellezza era intatta e Landone ne fu attratto fatalmente. Aveva lunghi capelli neri, la pelle bianchissima e la vita sottile. Il seno era prosperoso e le lunghe gambe conferivano slancio alla sua figura snella e seducente. Le labbra carnose e un naso delizioso abbellivano un volto radioso, illuminato da due grandi occhi verdi come smeraldi preziosi.

“Lasciate a noi il compito di giudicare, ho letto il rapporto dei carabinieri sull’omicidio in Val Tidone e vi sono alcuni dettagli che riteniamo importante approfondire” insistette il commissario.

“Sono certa potremo aiutarvi a chiarire i vostri dubbi in un altro momento, ed ora se volete scusarci, dovremmo accudire nostro padre” ribadì la donna tentando di chiudere la porta.

“Potremmo interrogarvi anche in altra sede, e credo che Vi risulterebbe complicato badare a Vostro padre da dietro le sbarre di una prigione” disse Segugio con tono minaccioso, dopo aver bloccato la porta con la mano, un attimo prima che si chiudesse.

Un lampo di disappunto fuoriuscì dagli occhi smeraldo della donna, ma Segugio sembrava insensibile all’energia e al fascino della figlia primogenita di Alcide Pramiro. Al contrario il professore osservava quel volto indignato con trasporto, percependone la passione e la potenziale carica sessuale fuori dall’ordinario.

“Non mi illudo che possiate avere degli scrupoli, perciò per ora avete vinto commissario, ma sarà meglio per Voi fare in fretta, la mia disposizione d’animo nei Vostri confronti potrebbe peggiorare velocemente” disse lei riaprendo la porta.

Segugio e Landone furono fatti entrare e la sorella più giovane li condusse nell’ampio soggiorno, dove tutta la famiglia si era raccolta per essere vicina ad Alcide Pramiro nel momento della morte che si avvicinava. I mobili erano tutti antichi come la casa, ma di buon gusto, e davano nell’insieme un aspetto gradevole ed accogliente a tutto l’ambiente. C’erano comode poltrone in pelle, una grande libreria che copriva tutta la parete più lunga tra le due alte finestre aperte sulla via. Su di un tavolo ovale era collocato un moderno grammofono.

Le presentazioni avvennero in un clima di aperta ostilità. Tutti i parenti nutrivano espliciti sentimenti di diffidenza e astio nei confronti di tutto ciò che la divisa del commissario rappresentava. Cleofe e Melitina erano i nomi delle due figlie di Alcide, Aristide Zenobio era il marito di Cleofe, la signora Benedetta la seconda moglie di Alcide.

Segugio, totalmente indifferente ai sentimenti di antipatia che tutti i presenti mostravano di provare, senza troppo tergiversare iniziò a porre le proprie domande. Il professore si sedette invece su di una comoda poltrona e cominciò a spiare le belle gambe di Cleofe. La donna indossava un’elegante gonna nera lunga poco oltre le ginocchia e una fresca camicia bianca di seta che metteva in risalto il lungo collo cinto da una sottile collana di perle. Si era seduta su di un largo divano proprio di fronte al professore, mostrando le lunghe gambe per il piacere voyeuristico del Landone.

“La sera dell’omicidio, Mario è stato in visita da suo fratello, come la signora Benedetta ha già confermato, sapreste dirmi che cosa si sono detti?”

La moglie dell’infermo abbassò lo sguardo verso il pavimento. Era una donna esile, tutta vestita di nero, come se fosse già in lutto ancor prima che il marito fosse spirato.

Melitina le sedeva accanto, il volto ancora intristito dalle lacrime non poteva competere in bellezza con quello della sorella maggiore. Tutto di lei appariva mesto: dall’abbigliamento semplice e umile alle forme del suo corpo un po’ tisico e trascurato. Anche il carattere fragile e introverso suggeriva come l’esistenza di quella donna fosse stata segnata sin dall’infanzia da un destino di tristezza e melanconia. Non aveva trovato marito, aveva perduto presto la madre, ed ora che anche il padre era vicinissimo alla fine, sarebbe rimasta sola con la matrigna, in attesa che la propria vita priva di significato e felicità si trascinasse lentamente sino all’età della vecchiaia. Melitina era consapevole della propria sorte e ne soffriva, si piegò sulle ginocchia e riprese a piangere.

“Mio zio veniva tutti i giorni a trovare papà, pregavano insieme, talvolta anche in compagnia di Benedetta e di mia sorella. Cosa volete che si siano detti? Non sapete che mio padre è gravemente malato? Sta morendo se non lo avete ancora capito! Perché non andate a cercare l’assassino anziché perdere tempo con noi?”

Cleofe aveva parlato con tono aggressivo, le parole erano uscite dalla sua bocca carnosa come saette sibilanti, gli occhi avevano scintillato carichi di tensione, la voce si era fatta acida e il corpo rigido. Il commissario non fu nemmeno per un istante scalfito da quella stizzita reazione, al contrario il professore ne rimase ferito, come se all’improvviso la bellezza di un’opera d’arte venisse compromessa da una nuova luce, troppo forte, troppo intensa per poterla avvolgere in modo armonico.

“Sapreste allora dirmi se Vostro zio avesse dei nemici?” domandò Segugio con voce calma e rilassata, nettamente in contrasto con l’aria tesa che si respirava in quella stanza e che si poteva affettare con un coltello.

“Gli unici nemici di mio zio erano i fascisti!” disse aspra Cleofe “perché non andate ad interrogarli? Perché non volete lasciarci in pace? Pensate veramente di poterci infastidire in questo modo senza conseguenze? Sappiate che anche per Voi verrà un tempo in cui dovrete rendere conto!”

La seconda replica risentita della donna investì Segugio con lo stesso impeto della prima, questa volta lasciando qualche segno. Il professore notò sul volto del commissario una leggera smorfia di disappunto, forse di irritazione. Egli stesso iniziava a provare nuove sensazioni che non era ancora in grado di decifrare compiutamente, ma che intuiva potessero assomigliare a vera e propria avversione nei confronti di quella creatura così bella eppure d’improvviso così indesiderabile.

“Dopo le abituali visite a Vostro marito, Mario Pramiro dove si recava?” chiese il commissario direttamente alla signora Benedetta, ignorando le provocazioni di Cleofe.

“Credo tornasse a casa per la cena… si, ne sono certa, dopo averci fatto visita tornava sempre dalla signora Tina per cenare” rispose timidamente la moglie di Alcide Pramiro.

Cleofe non intervenne, ma osservando il suo volto indurito dalla tensione, il professore pensò di poter indovinare i suoi pensieri, e valutò che non dovessero essere riflessioni accomodanti.

“Parlava spesso delle cene preparate dalla Tina, la considerava un’ottima cuoca” aggiunse Melitina che preso coraggio aveva smesso di piangere.

Segugio si ricordò che nella cucina a casa del morto, erano stati ritrovati i resti di una cena mai consumata. Iniziò a porsi delle domande. Cosa era accaduto dopo che Mario aveva lasciato la casa del fratello? Per quale motivo aveva rinunciato alla propria cena? Era andato direttamente al granaio dove sarebbe stato ucciso o era prima passato da casa? Decise che avrebbe dato in seguito una risposta a questi quesiti e continuò l’interrogatorio.

“Che voi sappiate aveva altre frequentazioni oltre alla cerchia dei parrocchiani? Condivideva qualche amicizia particolare con la Vostra famiglia?”

A questa nuova domanda scese un imbarazzato silenzio, tutti i presenti abbassarono il capo, tutti tranne Segugio, Cleofe e il professore i cui sguardi si incrociarono per un attimo. A Landone sembrò di scorgere una fiammata d’ira negli occhi smeraldo della donna, tanta era l’energia che potevano sprigionare. La vide alzarsi e avvicinarsi al commissario, una nuova sfuriata stava per abbattersi sul solerte funzionario dell’OVRA. Era come un fiume in piena, Cleofe parlava e gesticolava spiegando a Segugio le proprie ragioni, parlava e agitava le braccia, dicendo al commissario che non poteva rovistare nella loro vita privata. La sua voce salì di tono sin quasi ad urlare, senza mai smettere di parlare. Arrivò a minacciare il commissario di percosse fisiche e alla fine si sedette nuovamente, dopo aver rilasciato tutto il suo carico di livore, lamentele e scintille, senza nemmeno essere sfiorata dal sospetto che tutto quel parlare potesse risultare sgradevole.

Il professore iniziò ad innervosirsi, non era preparato a fronteggiare questo genere di situazioni. Era abituato a gestire le sue amanti, ma non aveva mai conosciuto una donna come quella, la giudicò totalmente insopportabile, e pensò che sarebbe uscito di senno stando lì ad ascoltare quelle tempeste umorali. Doveva trovare il modo di farla tacere, se avesse ripreso a mitragliargli il cervello con quella intollerabile voce, non avrebbe resistito a lungo, ma cosa poteva fare? Doveva farsi venire un’idea brillante, intanto Segugio attaccò con un’altra insidiosa domanda.

“In paese si mormora che il signor Mario avesse una relazione extraconiugale con la moglie del segretario comunale, potete confermare questa circostanza?”

Un’espressione di indignazione si materializzò plasticamente sui volti dei parenti dell’uomo assassinato, e l’affronto fu tale che persino il marito della signora Cleofe, sino a quel momento silenzioso come una sfinge, osò intervenire.

“Come potete credere a questi pettegolezzi, a queste menzogne messe in circolazione al solo scopo di screditare il povero Mario?”

Aristide Zenobio era una persona semplice, dai modi garbati, il tono della voce era quello di chi quasi si scusa per aver osato parlare. Non vi erano intenzioni polemiche nelle sue parole, piuttosto sincero rammarico per l’ennesima cattiveria consumata ai danni di un morto, che in quanto tale non poteva nemmeno difendersi dai suoi calunniatori.

“Tu stai zitto” brontolò Cleofe nel dialetto locale, prima che il marito potesse aggiungere altro. Zenobio abbassò allora lo sguardo, pentito di aver dispiaciuto la moglie.

Lei era scattata in piedi, pronta a scatenare nuovamente il proprio impeto. Iniziò una serrata e veemente requisitoria contro il regime e le sue aberrazioni, a suo dire all’origine di tutte le manovre persecutorie contro la sua famiglia. Nell’enfasi e nella concitazione delle proprie locuzioni aveva addirittura cambiato il colore della pelle, che da bianchissima era diventata rossa, sia per la calura che per la rabbia.

Landone oramai non ne poteva più. Accarezzò persino l’idea di rubare la pistola del commissario e sparare in testa a quella strega isterica, ma riuscì a dominare quel repentino istinto omicida. Le gambe della donna, che poco prima avevano stuzzicato le sue fantasie, ora gli davano la nausea, mentre si muovevano nevrotiche insieme a quel corpo ben fatto, ma che ormai era divenuto soltanto il piacente involucro di uno spirito logorroico. Persino Segugio iniziava a dare segni di impazienza. Il volto imperturbabile col quale aveva fatto fronte alle prime scenate di Cleofe, aveva lasciato il posto ad una maschera di pietra, scolpita d’irritazione e fastidio.

Quando lei terminò il suo discorso accalorato, per un attimo ci fu silenzio, e Landone con destrezza cercò di imporre una tregua. Sapeva bene che non poteva durare a lungo, ma anche solo cinque minuti di rilassante normalità lo avrebbero aiutato a non dar fuori di testa.

“Che ne dite di fare una bella pausa? Potrebbe essere un ottimo momento per un caffè, possibilmente corretto” chiosò il professore.

Segugio annuì, ed anche la signora Benedetta e Melitina diedero a intendere di essere d’accordo. Soltanto Cleofe si oppose all’idea, subito spalleggiata dal servizievole marito.

“Perché non andate via piuttosto?” domandò sempre più inacidita. Zenobio la guardava annuendo con aria stranita.

“Il nostro lavoro non è finito, e lo porteremo a termine in ogni caso, con o senza surrogato di caffè” rispose freddamente, ma con decisione, il commissario.

Melitina si alzò e andò in cucina a preparare un tè, Benedetta cominciò ad apparecchiare la tavola. Cleofe si sedette accavallando le gambe, e dondolando nervosamente il piede destro osservava a turno sia il commissario sia il professore, riservando ad entrambi sguardi di rimprovero carichi di malevolenza.

Landone si accorse in quel momento che quegli occhi avevano qualcosa di famigliare, qualcosa che aveva già visto in passato. Aveva sete, desiderava bere del vino o una qualsiasi bevanda purché fosse alcolica. Guardò ancora gli occhi di Cleofe, con attenzione e a lungo. Quegl’occhi, aveva già visto occhi così, erano gli occhi di una pazza, pensò il professore ricordandosi di una sua amante di qualche anno prima, una ragazza di ventidue anni sposata con un generale e che era stata qualche tempo in manicomio.

Si chiamava Livia e si erano conosciuti ad una festa, o almeno Landone  così credeva di ricordare, dato che quando la incontrò era già sbronzo e i dettagli di quella notte erano scomparsi dalla sua memoria. Era certo solo del fatto di essersi svegliato il giorno dopo nel letto coniugale della ragazza. Si frequentarono a lungo durante tutto il 1936 e mentre il marito era in Etiopia a conquistare l’Impero, Livia si faceva consolare dal professore. Landone ricordava bene quanto Livia fosse disturbata, non sopportava un sacco di cose e ciò che era peggio, almeno dal suo punto di vista, non tollerava che lui si ubriacasse. Era fissata con il sesso, pretendeva di farlo tutti i giorni e quando Landone era sbronzo e non riusciva a combinare un gran che, Livia si infuriava. La sera sei troppo ubriaco e la mattina troppo sconvolto, gli diceva sempre quando si arrabbiava, ma il professore continuò a ubriacarsi regolarmente e finirono con il litigare pesantemente. In ultimo lei lo lasciò. Mia madre me lo aveva detto di non mettermi con un vecchio coglione come te, gli aveva sbraitato contro il giorno che aveva deciso di rompere quella relazione extraconiugale. L’ultima volta che si videro Livia era ancora giovane, bella, con capelli voluminosi e un fisico formoso. Landone continuava ad osservare Cleofe e alla fine ne fu certo. I suoi occhi inquieti assomigliavano incredibilmente agli occhi folli della Livia furibonda.

Servirono del tè e del cognac, Landone ignorò il primo e si lanciò sul secondo, ne sentiva il bisogno e sorseggiandolo lentamente si sentì meglio per alcuni secondi. La tensione non accennava a diminuire e Segugio aveva fretta di concludere l’interrogatorio. Era deluso, sino a quel momento non aveva ottenuto nessuna informazione utile. Cleofe in modo esplicito, ma anche gli altri nei fatti, non lo stavano aiutando. Il commissario stava studiando quelle quattro persone davanti a sé come un pugile sulla difensiva studia l’avversario, pronto a ripartire con un colpo a sorpresa, finalizzato a eludere una guardia sino a quel momento insuperabile. Era sicuro che quei quattro sapessero, che stessero coprendo qualcosa che non volevano condividere, ma non riusciva a comprenderne il motivo. Certo erano diffidenti e apertamente ostili al fascismo, eppure doveva esserci dell’altro, stava pensando Segugio, un risvolto della vicenda di cui forse avevano persino timore. Le reazioni esagerate di Cleofe e la preoccupazione che si poteva leggere sui volti delle altre due donne erano tutti indizi che suggerivano uno stato d’animo di apprensione e nervosismo. Che cosa nascondevano i parenti di Mario Pramiro, di cosa avevano paura?

Landone invece era attraversato da pensieri di natura totalmente diversa. Non gli piaceva indagare sull’omicidio in Val Tidone, non gli piaceva quella vecchia costruzione di campagna, non gli piacevano le vecchie e pesanti tende alle finestre, non gli piaceva la tappezzeria triste e scura come non gli piacevano gli inquilini di quella casa. Melitina e Benedetta lo deprimevano con quelle facce in lutto, per lo sfortunato Zenobio provava compassione, immaginando quale esistenza infernale avesse scelto di vivere insieme alla terribile moglie. Cleofe gli provocava sentimenti di schietta e violenta repulsione. Avrebbe voluto andarsene, ma sapeva che non c’era nessun posto dove andare. Era costretto a restare in quel vecchio e brutto appartamento a cercare di scoprire chi fosse l’assassino di un uomo che non aveva nemmeno conosciuto e del quale non gli fregava nulla. Non gli fregava niente di niente, avrebbe solo voluto chiudersi in una camera buia, scopare la locandiera obesa ed ubriacarsi. Riempì il bicchiere e continuò a bere.

Cleofe si accese una sigaretta, osservò con disprezzo il professore tracannare il secondo bicchiere di cognac, pensò che fosse ripugnante e lo odiò. Segugio, oltre che gli stessi sentimenti di inimicizia e insofferenza, suscitava nella donna anche una profonda irritazione, una rabbia che lei non riusciva a reprimere e ancor meno a controllare. Non tollerava il suo portamento calmo e rilassato, ne detestava la faccia da sbirro, e più di ogni altra cosa non poteva accettare il modo orgoglioso con il quale sfoggiava la maledetta divisa della milizia fascista. Cleofe era un’autentica antifascista democratica, avrebbe voluto vivere in America e considerava tutte le dittature una iattura per l’umanità. Disapprovava Mussolini e tutti i fascisti, soprattutto da quando avevano messo fuori legge la massoneria e cominciato a perseguitare la sua famiglia.

Se avesse fatto un’altra domanda fuori luogo lo avrebbe preso a schiaffi, si disse Cleofe lanciando a Segugio uno sguardo di sfida. Si sentiva superiore e riteneva di poter tener testa al funzionario dell’OVRA.

In effetti sino a quel momento aveva gestito la situazione con destrezza, Segugio non era stato capace di tirare fuori un ragno dal buco, e lei si era convinta di poterlo dominare sino alla fine, come era abituata a fare con gli altri uomini, come faceva ogni giorno con il marito. Landone non la preoccupava minimamente, lo giudicò una nullità e decise semplicemente di ignorarlo. Si era accorta degli sguardi indiscreti che il professore aveva rivolto alle sue gambe, ma non ne era rimasta impressionata. Da un idiota quale pensava che lui fosse, non si aspettava nulla di diverso. Per un istante, mentre fumava avidamente la sigaretta, immaginò il professore inginocchiato ad adorarle i piedi in uno stato di totale asservimento. I suoi occhi brillarono di una luce enigmatica proprio mentre incrociò ancora il suo sguardo.

Povero stronzo, pensò lei.

E’ completamente pazza, si disse lui.

Segugio posò la tazzina del tè sul tavolino che aveva davanti, ringraziò per l’ospitalità e decise che era giunto il momento di tornare all’attacco.

“Vi risulta che Mario possedesse dei valori? Possedeva molto denaro o qualche altro oggetto prezioso?”

A questa nuova domanda Benedetta e Melitina abbassarono nuovamente il capo senza parlare, imbarazzate non sapevano cosa rispondere. A toglierle d’impaccio ci pensò ancora una volta Cleofe.

“Mio zio aveva fatto voto di povertà, era un uomo semplice e pio, dei denari e di ogni altra cosa terrena posseduta dalla nostra famiglia si è sempre occupato mio padre. Io credo siate del tutto fuori strada commissario, di questo passo non arriverete da nessuna parte, e intanto l’assassino è là fuori, impunito!”

Cleofe parlava con la consueta agitazione e gesticolando animatamente. Il tono della voce si era di nuovo alterato, come a sottolineare l’indole indomita di quella donna, determinata a non dare sconti, decisa a non cedere e nemmeno ad arretrare, come un’amazzone in battaglia.

“Descrivete Vostro zio come un Santo, ma le ragioni della sua morte sono avvolte dal mistero. Dite che non aveva nemici e che non si occupava di questioni terrene, eppure è stato barbaramente ucciso. Non Vi siete posta la domanda di chi o perché abbia compiuto un simile riprovevole gesto?”

Segugio continuò il duello retorico con la nipote del morto, capiva di aver di fronte un osso duro, ma contava ancora di poterla avere vinta, di indurla in errore. Era sicuro che prima o dopo avrebbe finito col tradirsi, prima o poi, senza volerlo, avrebbe dato qualche informazione utile, un indizio, una traccia da seguire.

“Fare domande non è il mio mestiere” replicò Cleofe, “piuttosto sembra essere il Vostro, anche se i quesiti che ponete non credo Vi saranno di grosso aiuto” chiosò acidamente, mentre si accendeva un’alta sigaretta.

Landone si riempì il bicchiere una terza volta e si alzò dalla poltrona dove era seduto, si spostò vicino alla finestra e guardò fuori. Gli edifici lungo la via erano tutti tristi e la strada deserta. La voce affilata e penetrante di Cleofe gli dava i brividi, la pelle d’oca. Non era tanto il contenuto delle sue risposte a irritarlo, anzi di quello non si curava minimamente. Era la voce a dargli sui nervi, quella maledetta voce tagliente come un rasoio lo infastidiva in maniera insopportabile. Immaginò di infilarle la teiera in bocca e di spaccarle tutti i denti. Così avrebbe smesso di affettargli il cervello, si disse guardando un piccione alzarsi in volo e scomparire dietro la casa di fronte.

“Non avete risposto alla mia domanda” disse calmo il commissario, “chi pensate che abbia ucciso Vostro zio?”

Cleofe si fece buia in volto, restando in silenzio per qualche secondo, come a voler meglio meditare la giusta risposta. Fissò Segugio negli occhi e lo sfidò ancora guardandolo con rancore.

“La mia opinione non ha alcuna rilevanza ai fini delle Vostre indagini sul delitto della Val Tidone, commissario. Come Vi ho già detto siete sulla pista sbagliata, da Voi mi sarei francamente aspettata qualcosa di meglio.”

Segugio ignorò ancora una volta la provocazione, era un professionista e sapeva come condurre un interrogatorio. Cleofe eludeva le domande, ma lui non si sarebbe lasciato trascinare in nessuna sterile polemica, non ne aveva voglia e nemmeno tempo. Scrutò gli occhi della donna e capì che lei non avrebbe parlato, non a lui, non quel pomeriggio e forse mai, nemmeno sotto tortura. Decise che l’avrebbe fatta pedinare, che la corrispondenza sarebbe stata controllata, le telefonate ascoltate. Avrebbe pagato a prezzo della libertà tutta l’insolenza di cui stava dando prova.

“Da alcuni mesi Fulgenzio Pramiro, il Vostro fratellastro, ha lasciato il paese. Dove è andato?”

Cleofe era perplessa, esitò per alcuni istanti, non si aspettava una domanda del genere, e soprattutto non aveva previsto di dover rispondere dicendo la verità. Non aveva scelta, nessuna menzogna su questa questione poteva essere creduta, perché qualsiasi cosa avesse detto avrebbero scoperto che era una bugia. Semplicemente non sapeva e non aveva idea di dove fosse finito Fulgenzio. Lo ignorava e così fu costretta ad ammettere.

“Non lo so, non abbiamo più avuto sue notizie” disse mentre un velo di tristezza le calava sul volto.

Segugio pensò ancora che stesse mentendo e valutò come discreta la capacità di recitare esibita da Cleofe.

Landone intanto si era messo a curiosare tra gli scaffali della libreria di Alcide Pramiro. Una libreria ricca di testi interessanti, alcuni dei quali su argomenti di matrice esoterica, alchemica, e magica. Il professore si chiese come mai Alcide possedesse così tanti libri bizzarri, e decise che sarebbe stato interessante domandarlo direttamente al padrone di casa.

“E’ possibile parlare con il signor Alcide?”

“No, da due giorni non è più in grado di parlare” disse Benedetta.

“Ormai è come un vegetale” aggiunse Melitina piangendo.

Cleofe invece non disse nulla, si limitò a guardare Landone con una faccia nauseata.

Zenobio fissava nel vuoto come fosse in attesa di ricevere un segnale, un gesto, un ordine della moglie.

Il professore rivolse nuovamente la sua attenzione alla grande libreria e notò un grosso volume rilegato in pelle in mezzo ad alcuni atlanti illustrati collocati proprio al centro della scaffalatura. Lo afferrò per ispezionarlo meglio. La copertina era liscia e di color del cuoio, non vi era alcuna scritta né altro titolo. Aprì il grosso volume e scoprì che era un album di fotografie della famiglia Pramiro. Alcuni scatti erano molto vecchi e Landone riuscì a datarli senza difficoltà alla fine del secolo precedente. Di fianco ad alcune fotografie una didascalia scritta a mano in un corsivo preciso e ben leggibile riportava la data il luogo ed anche i nomi delle persone ritratte. Iniziò a sfogliare l’album distrattamente, con gesti quasi meccanici senza una ragione precisa.

Cleofe si accorse di cosa stava facendo il professore e sembrò inquietarsi, come se fosse disturbata dal suo comportamento. Segugio pensò che la donna fosse preoccupata, come se quel grosso volume nascondesse qualche indizio di ciò che stava cercando di nascondere. Decise di avvicinarsi al professore per dare un’occhiata. Proprio in quel momento lo sguardo di Landone cadde su di una foto particolare, di quelle senza didascalia. Vi erano immortalate cinque persone in abiti estivi, in posa sorridenti con la grande piramide egizia di Cheope sullo sfondo. Riconobbe due dei cinque uomini ritratti. Per quanto dovessero essere molto più giovani all’epoca della foto con la piramide, Landone era sicuro della somiglianza con le fotografie che il commissario gli aveva mostrato di Mario e Alcide Pramiro. Le fotografie scattate dagli agenti dell’OVRA e inserite negli schedari della polizia politica erano più recenti, ma la rassomiglianza comunque inconfondibile.

“Chi sono questi giovani?” domandò il professore mostrando ciò che aveva trovato.

Nessuno rispose. Segugio afferrò il pesante tomo, armeggiò alcuni secondi con la pagina trovata da Landone e staccò la fotografia per ispezionarne il retro. Il suo volto rimase di sale, immobilizzato in un’espressione di stupore autentico. Con inchiostro nero erano state scritte dietro la fotografia un luogo, una data e cinque nomi.

Cairo, 13 ottobre 1907, Alcide e Mario Pramiro, Lisandro Pantaleo, Metrofane Prassede, Tesauro Viliberto.

Anche Landone lesse i nomi e spalancò la bocca incredulo.

“Ma sono i nomi dei tre massoni assassinati a Piacenza nelle scorse settimane” disse.

“Un’incredibile coincidenza” rispose Segugio senza troppa convinzione.

“Oppure un indizio che i tre omicidi sono collegati con il delitto della Val Tidone” replicò Landone.

“Non siate paranoico, è solo una vecchia fotografia e non significa nulla” si intromise Cleofe.

“Solo perché si è paranoici non significa che si abbia torto” disse il professore riempiendo la pipa.

Segugio requisì l’album delle fotografie e annunciò che l’interrogatorio era per il momento terminato.

“Non potete portare via quelle fotografie, sono un ricordo personale ed appartengono alla nostra famiglia” protestò Cleofe.

“Se non Volete essere arrestata chiudete quella bocca” l’aggredì Segugio.

Salutarono con freddezza e si diressero alla porta. Le donne sembravano angosciate, Cleofe più di delle altre. Aristide Zenobio attendeva sull’uscio. Segugio si accomiatò ed uscì per primo, Landone lo seguì dopo aver stretto la mano a Zenobio e averlo guardato con commiserazione, provando autentica pena per il destino di sottomissione che quell’uomo si era scelto. Osservandolo negli occhi capì che sposare quella donna era stata l’ultima libera decisione della sua vita.

Scesero le scale, e tornati sulla via il professore si accese la pipa sorridendo soddisfatto. La insopportabile megera era stata sconfitta, e anche il commissario avrebbe avuto bisogno del suo aiuto. Pensò che tutto quanto fosse collegato: i quattro omicidi, la scomparsa del giovane Pramiro, la massoneria. Un debole e incerto collegamento che avrebbe forse permesso di risalire all’identità dell’assassino o almeno al suo movente. Adesso avevano una traccia, un’impercettibile pista ancora avvolta dalla nebbia, ma pur sempre un sentiero per quanto buio ed incerto. Non restava che iniziare a percorrerlo per scoprire dove avrebbe condotto.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Bellamorte

Bella morte

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Era un bel mattino di fine estate e, come tutte le domeniche, Piero Bellamorte si recò al parco comunale per fare una passeggiata e scambiare quattro chiacchiere con gli anziani ospiti della vicina casa di riposo. Anche se ormai la sua impresa di pompe funebri aveva da tempo sbaragliato la concorrenza sino a diventare l’unica in tutta la vallata, Piero non aveva perso le sue abitudini e continuava ad esercitare il suo potere segreto, quello che gli aveva consentito di creare la sua fortuna materiale su questa terra.

Si da quando era bambino aveva scoperto di possedere un dono, una speciale qualità grazie alla quale era in grado di capire quando le altre persone sarebbero morte. Gli bastava prendere un uomo per mano, concentrarsi per qualche secondo e guardarlo negli occhi. Ciò che avrebbe visto nei pochi istanti successivi gli avrebbe rivelato quanto tempo restava da vivere a quella persona. Come un qualunque ciarlatano capace di leggere i fondi del caffè, Piero era capace di leggere dentro l’anima della gente attraverso i loro occhi, con l’unica differenza che Piero non era un ciarlatano, e che le sue previsioni erano sempre esatte.

Anche se conoscere in anticipo la data, e talvolta le circostanze, della dipartita degli altri poteva risultare sgradevole, Piero aveva presto imparato a trarne profitto. Ci riusciva soprattutto con le persone anziane che per via dell’età erano meglio predisposte a fare i conti con l’inevitabile momento del trapasso. E poiché nel corso degli anni almeno nella zona si era diffusa la voce circa le capacità divinatorie di Piero, oramai erano i suoi futuri clienti a cercarlo per scoprire quanto gli restasse da vivere, e lui non doveva nemmeno più prendersi il disturbo di convincere i morituri a concedergli la propria fiducia.

Quella mattina era seduto sulla solita panchina di cemento a godersi il sole con nell’aria il profumo dei mosti e della vendemmia, quando ad avvicinarlo fu una bella ragazza dai capelli dorati e la pelle bianca e liscia. Non poteva avere più di vent’anni.

“Mi hanno detto che sai prevedere quando muore la gente” dichiarò con aria seria rivolgendosi a Piero.

“A volte ci riesco” si schernì lui. Non gli interessavano i giovani. Se fossero morti prematuramente sarebbe stata una disgrazia, e se fossero morti molti anni dopo, probabilmente non si sarebbero serviti dei servizi offerti dalla sua impresa di pompe funebri.

“Conosci anche quando arriverà il tuo momento?” domandò la ragazza scrutandolo con sguardo indagatore.

“No, anche se forse potrei scoprirlo, ma non ho mai voluto farlo.”

“Perché allora lo dici gli altri? Non pensi che nessuno in fondo voglia saperlo?”

“Forse” disse lui con un ghigno, “ma in certe circostanze, e ad una certa età, cambiano le prospettive, le priorità sono diverse e per alcuni saperlo può essere un vantaggio.”

Piero non aveva ancora compiuto i cinquant’anni ed almeno sino ad allora non aveva ancora sentito il bisogno di conoscere quando sarebbe stato il suo giorno.

“Tu ti sei servito di questo talento per arricchirti e vendere i servizi della tua impresa di pompe funebri” sentenziò la ragazza con voce ferma ed un espressione sul viso vagamente accusatoria.

“Le persone si fidano di me, non faccio nulla di sbagliato” disse Piero abbassando lo sguardo. Era la prima volta che qualcuno lo rimproverava per aver tratto vantaggio dalla sua particolare dote. Lui pensava fosse naturale farlo, come le attrici usavano la propria avvenenza, gli scienziati il cervello ed i calciatori le proprie gambe. Avrebbe voluto dirlo anche a quella ragazza bella come un angelo, ma quando rialzò la testa per parlarle, lei era scomparsa.

Piero tornò a casa prima del solito, aveva perso il desiderio di lavorare per quel giorno. Il breve colloquio con quella bionda lo aveva turbato nel profondo. Il dubbio di aver mal vissuto la propria vita iniziò ad insinuarsi nel suo cervello come un tarlo. Improvvisamente avvertì la necessità di redimersi, di recuperare il tempo perduto, di dedicarsi al prossimo, magari anche di utilizzare il suo talento segreto ma in modo nuovo e diverso, senza più metterlo al servizio della sua smisurata sete di ricchezza. Ma ne avrebbe avuto il tempo? Quanto ancora gli restava da vivere? Ecco che per la prima volta volle sapere quando sarebbe giunto il giorno della sua morte.

Si recò con passo incerto sino al bagno, gli si strinse lo stomaco in preda all’ansia, ora che aveva deciso di indagare la propria dipartita. Appoggiò il peso del proprio corpo sulle braccia aggrappandosi al lavandino mentre iniziò a guardare il suo volto riflesso dallo specchio.

Era ancora giovane in fin dei conti, si sentiva in forze, certamente avrebbe ancora avuto il tempo necessario.

Fissò i suoi occhi riflessi dallo specchio e dopo alcuni secondi il suo corpo fu attraversato da un brivido, si sentì avvolgere dal gelo mentre la morte gli sorrideva beffarda e un infarto fulminante lo stroncava sul posto in quella tarda, calda e profumata mattina di fine estate.

Piero Bellamorte fu trovato senza vita soltanto alcuni giorni dopo, e quasi nessuno presenziò al suo funerale.

 

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Delitto comunista

sator arepo tenet opera rotas

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Verso le 11:30 del 17 marzo 1943 il maresciallo dei carabinieri Melchiade Maffeo era pronto per recarsi sul luogo del delitto, un delitto comunista: una giovane donna stuprata e poi uccisa dai partigiani. Avendo avuto notizia che il castello piacentino dove avevano trovato il cadavere della donna era decorato con mosaici e simboli sacri, ritenne quindi più prudente coinvolgere anche il brigadiere Rubiano Rufina, che era un appassionato d’arte e magari poteva tornare utile. Inserire una relazione del Rufina nel proprio rapporto, pensò sorridendo compiaciuto della propria astuzia, gli avrebbe conferito un certo spessore culturale.

Il brigadiere Rufina dal canto suo pensava più o meno la stessa cosa. Si augurava che una breve interpretazione di qualche simbolo allegorico gli sarebbe bastata per dimostrare la propria competenza in campo artistico. Avrebbe lasciato al maresciallo tutti gli onori, ma soprattutto gli oneri, di dover scoprire chi era la ragazza morta, chi l’aveva uccisa e perché. Lui aveva altro a cui pensare, ancora poche ore e sarebbe partito per una licenza di tre giorni.

Si incamminarono così verso il castello in cima alla collina, entrambi convinti di dover sbrigare una pratica ordinaria o poco di più, senza sospettare minimamente quali inaspettate sorprese quel luogo antico e misterioso avesse in serbo per loro.

Appena giunti davanti all’edificio, il brigadiere Rufina capì subito ad un primo sguardo che non si trattava di una castello qualunque, e che non vi avrebbe trovato delle semplici immagini allegoriche, ma molto di più. Sperduto sulle colline del piacentino era stato edificato un maniero alla cui custodia erano stati affidati numerosi messaggi esoterici.

Dentro al timpano, incastonato nel muro sopra l’ingresso principale, campeggiava un triangolo equilatero attorniato da fiamme rosse con al centro l’occhio che tutto vede. L’iconografia egizia dell’occhio racchiuso nella piramide era divenuta nel tempo uno dei modelli usati dagli artisti del Medioevo per raffigurare il Dio cristiano. Ma in epoche successive la medesima simbologia era stata adottata anche dalla massoneria. Si trattava di un caso o poteva avere un qualche significato occulto? Rufina pensò che lo avrebbe scoperto visitando meglio il vecchio edificio.

Sotto al timpano si apriva il portone a due ante, entrambe erano state rinforzate con una spessa inferriata. Ad attirare l’attenzione del brigadiere fu la grossa croce patente rossa stampigliata sullo stipite destro.

Il maresciallo osservava il Rufina con sufficienza, senza badare allo sguardo rapito con il quale si era messo ad osservare attentamente quell’architettura, come un bambino guarderebbe la carovana che conduce al paese dei balocchi.

Entrarono e il Rufina ebbe conferma delle sue iniziali intuizioni. La pianta a forma rettangolare era perfettamente disposta secondo i quattro punti cardinali con l’ingresso orientata ad occidente e l’ampia vetrata del salone delle feste orientato ad oriente, verso la Terra Santa, come le più importanti cattedrali gotiche sparse per tutta Europa. L’interno era in stile barocco e molte camere erano decorate da affreschi alle pareti e mosaici sul pavimento. Il brigadiere comprese che l’edificio doveva aver subito diverse ristrutturazioni nel corso dei secoli, variando il proprio aspetto originale. Ritenne di poter datare il pian terreno come quello più antico, vecchio di almeno otto o nove secoli. I soggetti di cui era composto il coevo mosaico pavimentale, in tessere bianche e nere con inserti policromi, erano solo parzialmente visibili e distribuiti in modo disordinato, senza nessun apparente criterio logico. Le iconografie erano inscritte in cerchi concentrici elaborati, disposti in un reticolo di tredici quadrati che si ispiravano a temi sacri e profani. Molte parti dell’opera originaria erano andate chiaramente perdute.

A fianco del grande camino in marmo, sulla parte sinistra del pavimento e in posizione defilata, il Rufina individuò dei frammenti di misteriose lettere, proprio nel punto dove il mosaico aveva subito nel corso del tempo i più vistosi rimaneggiamenti, risultando irrimediabilmente alterato. Questo fatto gli sembrò insolito, perché altre zone più esposte al calpestio, come quelle al centro del salone, erano invece intatte. Sembrava quasi che nel passato qualcuno avesse voluto cancellare le tracce di un messaggio lasciato in precedenza dagli autori del mosaico originale.

Rufina si soffermò ad analizzare quella zona dove l’opera musiva era più confusa: i tondi in cui si vedevano delle fiere erano capovolti, vi erano pezzi di altri soggetti indecifrabili, troncati e frammentati ad altri che erano stati ricomposti alla rinfusa, facendo disperdere l’armonica ed organica lettura che in origine l’autore doveva avere impresso alla propria opera.

In tutta quella mescolanza, il brigadiere riconobbe delle lettere superstiti e ben leggibili, collocate in verticale:  R, O, T, una A intuibile ed una S girata di 90 gradi. Ritenne che le prime quattro lettere fossero le finali delle parole SATOR, AREPO, TENET, OPERA, e la S di ROTAS dovesse probabilmente seguirle nell’ordine, ma a causa di inspiegabili modificazioni era finita in quella anomala posizione. Le lettere ben leggibili erano inoltre affiancate da delle linee verticali nere e spesse, come se fossero state poste a delimitare le parole entro delle caselle, le 25 caselle che formavano il quadrato magico del SATOR.

Il brigadiere era sicuro della sua intuizione e decise di prendere degli appunti riproducendo il quadrato magico sul proprio taccuino.

 

S A T O R
A R E P O
T E N E T
O P E R A
R O T A S

 

Dopo aver così scoperto la presenza della famosa frase latina palindroma, leggibile da destra verso sinistra, dall’alto verso il basso, ma allo stesso modo dal basso verso l’alto e da sinistra verso destra, il Rufina proseguì ad analizzare i mosaici nelle parti meglio conservate e che mostravano nel loro inalterato splendore animali reali e fantastici, tipici del bestiario medievale. La sua attenzione fu particolarmente attratta da una di queste allegorie pagane, una grossa sirena con due code, sormontata da un curioso berretto frigio e con il volto bruno, quasi mascolino.

Il brigadiere continuò a prendere appunti: la sirena bicaudata era un simbolo di femminilità e di fertilità, nelle chiese cristiane rappresentava la duplicità della natura umana, il dualismo bene-male, ragione-istinto. Terminò poi l’ispezione di quel luogo misterioso. Il cadavere della ragazza era stato rinvenuto in cantina, abbandonato in posizione fetale alla fine di una galleria sotterranea che si incuneava nel ventre profondo della collina, ma che ad un certo punto era stata interrotta da uno spesso muro di sassi e mattoni.

“Quando è stato fatto questo muro?” chiese il maresciallo avvicinandosi al brigadiere e indicando l’ostacolo che ostruiva il passaggio.

“Probabilmente qualche secolo fa, ma non ho idea del motivo, né potrei dire dove conducesse questa galleria. Forse era una via di fuga sotterranea, nel caso il castello fosse stato preso d’assedio. Possiamo fare solo delle ipotesi.”

“Secondo Voi, per quale motivo l’assassino ha abbandonato il cadavere della ragazza proprio in questo punto?”  chiese ancora Melchiade, illuminando con una torcia la pozza di sangue rappreso sopra al pavimento in pietra del cunicolo.

“Non saprei proprio dire maresciallo”.

“Ditemi, allora, avete travato qualcosa di interessante, o meglio di utile per scoprire chi è l’assassino? Ho visto che state prendendo persino degli appunti”  disse allora Melchiade in modo beffardo.

Il Rufina non raccolse la provocazione, sorrise maliziosamente e disse sibillino: “Dovessi scoprire il nome dell’assassino, sareste il primo a saperlo.”

“Bene” chiosò il maresciallo, “cosa avete trovato allora di tanto interessante?”

“Per il momento solo i resti di una frase palindroma: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS.”

“E cosa diavolo significa?”

“Il significato esatto è ancora oggetto di studio, a causa della parola AREPO che non ha una traduzione certa poiché non è latina, a differenza delle altre. Poiché il quadrato del Sator è presente in molte chiese e non solo in Italia, si pensa che abbia avuto origine ai tempi dei primi cristiani, e identificando la figura del seminatore, il Sator, in quella del Creatore, la versione più accreditata è questa: Il Creatore, l’autore di tutte le cose, mantiene con cura le proprie opere.”

“Una frase piuttosto enigmatica, come pensate che possa esserci utile?” chiese il maresciallo senza nascondere il suo abituale sorrisetto ironico.

“Ancora non lo so, forse lo scopriremo più avanti” rispose piccato il brigadiere.

“A mio avviso abbiamo a che fare con un pazzo fuori di senno” giudicò il maresciallo, mentre osservava quel luogo tetro e claustrofobico.

Il brigadiere stava maturando un’opinione diversa, ma preferì tacere tenendo i propri pensieri per sé. Non erano pensieri confortanti e nella sua mente si consolidava il sospetto che l’autore di quei gesti non fosse affatto guidato dalla follia, ma seguisse piuttosto una logica precisa.

“Con ogni probabilità la vittima ha cercato di difendersi” continuò il maresciallo richiamando l’attenzione del Rufina, “sono state rinvenute tracce di pelle sotto le unghie della ragazza. Il medico legale ritiene che lei abbia cercato di fuggire prima di essere uccisa, in una delle mani impugnava ancora la maniglia spezzata di una porta.”

“Chiunque abbia commesso l’omicidio, deve dunque aver fatto un gran rumore, non ci sono persone che abbiano sentito qualche cosa?” domandò il brigadiere, pensando di fare una domanda pertinente.

“Abbiamo già interrogato gli abitanti delle case più vicine, nessuno ha udito nulla” rispose il maresciallo mostrandosi dubbioso. Al brigadiere sembrò di scorgere sul volto del suo superiore la medesima perplessità che egli stesso nutriva. Forse qualche testimone esisteva ma aveva paura di esporsi, pensò. Un così efferato e crudele omicidio e la paura di una vendetta partigiana avrebbe indotto chiunque ad una certa prudenza.

Terminato il sopralluogo sulla scena del delitto, i due carabinieri si avviarono verso l’uscita, e fu a quel punto che accadde l’imprevedibile.

Un rumore basso e smorzato catturò la loro attenzione. Inizialmente non riuscirono a capire da dove provenisse, poi lo sentirono di nuovo. E ancora una terza volta, sempre uguale, profondo e angosciante.

“Mi sembra che provenga dal muro infondo alla galleria” disse il brigadiere con la faccia contratta dalla tensione.

“Ma non ha senso”, obiettò il maresciallo, “come può un muro emettere suoni così sinistri, come i rintocchi di una campana rotta?”

Il brigadiere decise di ispezionare meglio la parete, per studiare il muro da vicino. La malta ingiallita era irregolare, l’intonaco consumato dal tempo era in gran parte scrostato, le pietre trasudavano umidità. Accostò l’orecchio al muro, ma i rumori erano cessati. Cominciò a picchiettare sulla superficie levigata di alcuni mattoni e sentì un rimbombo sordo risuonare nelle sue orecchie. Un sospetto si fece strada nella sua mente, forse che oltre quella parete si nascondesse qualcosa, forse un’alta stanza, oppure un passaggio segreto?

Continuò ad armeggiare lì intorno fino a quando riuscì a trovare quello che stava cercando. Sul lato destro, a mezza altezza, fuoriusciva dal muro la capocchia di un grosso chiodo, era fatta di ferro battuto, ma facendovi sopra pressione rientrava leggermente dentro la parete. Il brigadiere spinse con maggiore energia, e la capocchia penetrò in profondità dentro al muro azionando un meccanismo.

Il muro cominciò ad aprirsi cigolando verso l’interno. Era stato costruito su di un telaio di ferro arrugginito incardinato su tre grossi perni d’acciaio.

Lo sguardo del maresciallo fu rapito dallo stupore, il suo sottoposto aveva appena fatto funzionare una porta segreta che conduceva ad una camera sotterranea del castello, occultata proprio al centro della collina sulla quale il maniero era stato costruito secoli prima.

L’interno era buio e i due furono investiti da una vampata d’aria calda proveniente dalla stanza che avevano appena scoperto.

Il maresciallo Melchiade Maffeo squarciò l’oscurità con la luce della sua torcia elettrica. All’interno della camera c’era una bella scrivania in mogano, sulla quale era collocata una lampada da tavolo. I due si avvicinarono e il brigadiere l’accese.

Una flebile luce filtrata da un paralume di stoffa rossa illuminò debolmente l’ambiente. Era una specie d’ufficio: con delle cassettiere di legno, una fornita libreria traboccante di testi scritti in cirillico, e un piccolo salottino con un comodo divano imbottito. Sul muro dietro alla scrivania era appesa una fotografia di Giuseppe Stalin, sulla parete opposta una grande bandiera rossa con la falce ed il martello. Non vi erano altri ingressi, non c’erano finestre. In un angolo era ubicato un grosso orologio a pendolo, segnava le 3:10 del pomeriggio ora di Mosca. Il maresciallo capì da dove provenivano i rintocchi che avevano attirato la loro attenzione qualche minuto prima.

“Mondo boia! Abbiamo scoperto una sezione clandestina del partito comunista” esclamò il brigadiere, sconvolto dalla scoperta.

Questa volta una promozione non me la leva nessuno, pensò il maresciallo senza parlare, ma con gli occhi dilatati dall’eccitazione.

Il brigadiere iniziò ad ispezionare la scrivania. Uno dei cassetti sotto al tavolo era chiuso a chiave. Forzò la serratura con il calcio della sua pistola.

Dentro al cassetto c’era la copia di un documento della NKVD, classificato come “segretissimo” ed indirizzato all’agente italiano compagno Pietro Dinamite.  Il frontespizio titolava: “Idi di Marzo”

Era scritto in italiano, ed il maresciallo cominciò a leggerlo avidamente. Ogni tanto alzava lo sguardo dal fascicolo per guardarsi attorno, poi dopo aver bisbigliato tra sé frasi incomprensibili, riprendeva la lettura.

Il rapporto era dettagliato, nelle premesse faceva riferimento alle informazioni raccolte da un confidente estero ritenuto affidabile. La fonte riferiva l’esistenza di un laboratorio militare segreto, ubicato nell’Italia del nord, dove erano in corso ricerche segretissime su nuove armi il cui “sabotaggio” era definito “vitale allo sforzo bellico sovietico.

“Questa è roba grossa, roba che scotta” commentò ad alta voce il maresciallo.

Il brigadiere annuì trionfante, aveva trovato uno schedario pieno zeppo di nomi e di indirizzi di fiancheggiatori della cellula comunista. Erano decine, sparsi in diverse città, arrestarli tutti avrebbe richiesto un’operazione in grande stile.

“Qui ci becchiamo una medaglia” disse il Rufina senza nascondere il suo entusiasmo.

Melchiade Maffeo non disse nulla. Il suo volto era improvvisamente divenuto pallido, i suoi occhi ora fissavano il vuoto. Dalla pancia gli usciva una lunga ed affilata e sanguinante lama d’acciaio. Era stato trafitto alle spalle con uno stocco medioevale e passato da parte a parte. Un rivolo di sangue uscì dalla bocca e gli sporcò il mento.

Il Rufina non capì cosa stava succedendo, e quando vide il corpo del maresciallo cadere a terra privato della vita era troppo tardi. L’assassino era già davanti a lui e lo teneva sotto tiro con la pistola rubata al Maffeo, prima che il suo cadavere rovinasse sul pavimento.

“Ma cosa state facendo? Avete ammazzato il maresciallo!” provò a protestare il Rufina.

“E adesso ucciderò anche Voi” disse l’uomo con la pistola.

“Ma Voi non potete, Voi siete il segretario del Partito Fascista!” urlò il brigadiere, che aveva riconosciuto il suo interlocutore.

L’uomo con la pistola annuì: “Ma sono anche una spia al soldo dell’Unione Sovietica” replicò l’uomo con la pistola esibendo un ghigno spavaldo.

“Siete un traditore allora!”

“Io la vedo sotto un’altra prospettiva, sono solo passato dalla parte dei più forti. La guerra per l’Asse è perduta, ed io mi sono già riposizionato con i vincitori.”

“Voi siete un pazzo!” protestò il brigadiere, “un pazzo e un traditore!”

L’uomo con la pistola non replicò. Premette il grilletto è sparò in faccia al brigadiere.

La testa del carabiniere esplose spruzzando sangue e cervella sul ritratto di Stalin appeso alla parete.

“Merda” mormorò il comunista, “ora dovrò procurarmene uno nuovo.”

Era il terzo delitto comunista di cui si macchiava in pochi giorni.

Poi uscì dalla stanza, chiuse il passaggio segreto e tornò a casa. L’ora del pranzo era passata da un pezzo, e lui non aveva ancora mangiato.

 

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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La moglie del gerarca

La moglie del gerarca

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La vita del professor Carlo Centodonne non era più stata la stessa da quando aveva vinto il concorso per quella cattedra all’Università. Si era sentito arrivato dopo anni di studi e di sacrifici, e da allora aveva cominciato ad assumere uno stile di vita scapestrato, dedito all’alcol, alle scommesse sui cavalli, alle donne ed ai romanzi d’avventura. Le numerose amanti e soprattutto il vizio del gioco gli avevano ormai messo a soqquadro l’esistenza.

Come ogni mattino, prima di radersi si guardò allo specchio. Aveva una faccia tremenda, quasi tragica. La barba incolta sottolineava il colorito smunto del volto che a sua volta evidenziava due grosse borse sotto agli occhi. La bocca era impastata ed aveva sete. Si era alzato tardi, ma le molte ore di sonno non avevano cancellato le tracce degli eccessi della notte precedente. Si era ubriacato pesantemente risvegliandosi nel proprio letto con una giovane donna che non ricordava di aver conosciuto. Non ricordava nemmeno come avesse fatto a tornarci a casa insieme. La guardò attraverso la porta socchiusa del bagno, lei era stesa nuda sul letto profondamente addormentata.

Non sapeva neanche come lei si chiamasse, però aveva un bel culo. I capelli erano scuri e lunghi, il volto innocente e grazioso tradiva la sua età, non poteva avere più di vent’anni. Il professore si interrogò sulle ragioni che lo spingevano a desiderare sempre nuove donne e sempre più giovani, pur avendone già avute moltissime. Doveva essere la paura di invecchiare, oppure della morte. Sapeva di sentirsi attratto da cose sbagliate come il gioco d’azzardo e l’amore a pagamento, ma non riusciva a sottrarsi al seducente richiamo del vizio e del peccato. Se pur la sua coscienza ogni tanto lo costringeva a riflettere sulla propria condotta, un cinico fatalismo lo induceva a perseverare. Per pentirsi c’era ancora tempo, ripeteva a sé stesso in quelle occasioni.

Dopo essersi rasato si vestì con cura, ci teneva a mantenere un contegno ed un decoro eleganti. Il clima di fine inverno era ancora fresco, e sopra ad una  camicia di cotone a quadri si infilò una giacca di tweed  con una cravatta fantasia. Indossò dei pantaloni di velluto a coste color cachi e si sentì pronto per una nuova giornata.

Andò nel suo studio, sulla scrivania vi erano due lettere.

Aprì la prima: era un sollecito di pagamento della drogheria sotto casa. Ci aveva dato dentro con vino, birra e altri alcolici e adesso non aveva i soldi per pagare il conto. Appallottolò la missiva e la buttò nel cestino. Negli ultimi tempi era andato tutto storto. Alle corse dei cavalli aveva perso una montagna di soldi. Era anche indietro con l’affitto ed ora rischiava seriamente lo sfratto.

Prese la seconda lettera ed iniziò a leggerla. Era scritta da una sua ammiratrice che desiderava conoscerlo, aveva letto il suo libro di argomento esoterico dal titolo: Occulto misterioso. Aveva dedicato a quella fatica vent’anni delle sue ricerche, ed ora era considerato tra i massimi esperti italiani della materia. Anche Julius Evola aveva scritto una lusinghiera recensione della sua pubblicazione, complimentandosi per l’accuratezza e la profondità dell’opera. Tutto ciò risaliva alla metà degli anni trenta però. Ora la vita del professore aveva preso tutt’altra piega, per colpa dei suoi vizi: le corse dei cavalli e l’alcol.

La sua ammiratrice aveva anche accluso una fotografia: era una ragazza giovane e molto carina, scriveva da Bologna. Lui pensò che le avrebbe certamente risposto, poi prese la lettera e la mise dentro ad un cassetto della sua scrivania. Decise che si sarebbe dedicato a quella corrispondenza in un secondo momento, per quel giorno aveva questioni più urgenti a cui dedicarsi. Chiuse il cassetto e restò pensieroso a guardare fuori dalla finestra. Il sole era già alto nel cielo e vide delle rondini sbucare fuori dal sottotetto di un palazzo sull’altro lato della via. Viveva nella periferia sud di Milano, vicino a viale Isonzo. Da casa sua si potevano ancora vedere rogge, campi coltivati e bambini scalzi correre per i prati.

La ragazza nel letto si era intanto svegliata, e lo raggiunse nello studio con indosso solo una vestaglia da uomo, volutamente lasciata aperta sul davanti. Salutandolo lo baciò sulla bocca.

“L’ho presa nel tuo armadio, non ho trovato altro. Vivi da solo?” chiese lei.

“Ancora ci riesco, con un po’ di mestiere” rispose lui, pensando con fastidio alle norme che obbligavano i dipendenti pubblici ad essere sposati per poter far carriera.

La ragazza lo guardò con occhi languidi, lasciando intravedere le proprie nudità con consumata malizia.

“Ora te ne devi andare” disse il professore con freddezza, come faceva sempre quando voleva sbarazzarsi di una donna.

“Sta bene, ma prima devi pagarmi, questa notte ti sei divertito, ma eri troppo ubriaco, hai detto di non ricordare dove avevi messo i soldi. Ora voglio quel che mi spetta” disse lei senza scomporsi, sorridendo con complicità.

Un’altra puttana, pensò lui. Avrebbe dovuto smettere di farsi succhiare via i soldi in quel modo. Si frugò nelle tasche ma le trovò vuote. Aprì un paio di raccoglitori accatastati sulla sua scrivania, ma erano pieni solo di carte e qualche cambiale. Provò un senso di disagio, ma alla fine ammise imbarazzato:

“Sono rimasto al verde dolcezza, potrò pagarti non prima della settimana prossima.”

“Sei un stronzo” disse la ragazza incrociando le braccia sul petto, sembrava non credergli.

“Non dovresti fidarti dei clienti ubriachi” la rimproverò.

“Vai a farti fottere!” replicò lei.

Il professore fece spallucce, poi andò in cucina e cominciò a prepararsi la colazione. La giovane donna raccolse le proprie cose, si rivestì in fretta e andò via sbattendo la porta, senza salutare.

Carlo aveva altro per la testa, si fece un surrogato di caffè e lo corresse con una dose abbondante di grappa, poi si affettò del salame che mangiò insieme a del pane secco. Per ammorbidirlo lo inzuppò in una tazza piena di vino. Erano quasi le due del pomeriggio, e la giornata si annunciava poco stimolante. Avrebbe passato il pomeriggio nel suo studio a correggere le bozze di alcune tesi di laurea, scritte da laureandi che lo avevano imprudentemente scelto come relatore.

La sera, al contrario, sarebbe stata molto più interessante. Aveva ricevuto un invito a cena da una delle sue amanti, una ricca signora, moglie di un alto papavero del Partito Fascista milanese. Nella sua mente stava già iniziando ad elaborare un piano per farsi prestare del denaro da quella donna. Chiedere soldi senza compromettere la propria dignità ed il proprio orgoglio, questo era quanto stava cercando di architettare. Gli serviva una scusa plausibile e decorosa. Stabilì che le avrebbe chiesto un’offerta per l’orfanotrofio dei Martinitt, presso il quale era cresciuto e aveva fatto qualche volta del volontariato. Era uno stratagemma spregevole, ma se domenica avesse indovinato un paio di corse, avrebbe potuto tamponare la situazione, e magari un giorno devolvere davvero dei soldi ai poveri orfanelli della città.

Si sedette alla sua scrivania ed iniziò a leggere il Corriere della Sera del giorno prima,  il 16 marzo 1939. Il titolo era ad otto colonne: “AUMENTI DEGLI STIPENDI E DELLE PAGHE.” Il giorno antecedente la Germania aveva invaso la Boemia e la Moravia, ma il Corriere aveva dato la notizia soltanto in terza pagina e con solo un modesto richiamo in prima. Al professore non era sfuggito il puerile tentativo di minimizzare la portata dell’evento. Per questo aveva conservato quel numero del giornale. Forse ci sarebbe stata un’altra Monaco, o più probabilmente l’Europa sarebbe precipitata in una nuova guerra, aveva pensato leggendo quelle notizie la prima volta. Conosceva bene gli inglesi, e sapeva che non avrebbero mai permesso a Hitler di conquistare tutto il continente. Aveva ragione, come quando aveva immaginato che qualsiasi italiano avrebbe rinunciato volentieri all’aumento della paga, pur di avere la certezza di evitare la guerra.

Lui invece aveva maledettamente bisogno di denaro. Cercò di non pensarci e cominciò a leggere un dattiloscritto sulla “Carta di Wala”, opera di uno dei suoi studenti. Lo trovò banale e noioso, un lavoro meramente accademico. La figura dell’abate francese Wala, nipote di Carlo Martello e cugino di Carlo Magno, era indagata senza alcuna originalità. Si sarebbe persino addormentato se quella lettura non gli avesse ricordato una delle sue conquiste di gioventù. Una giovane contadinella di Bobbio, la stessa città dove Wala era stato abate della famosa abbazia di San Colombano. Non riusciva a ricordare il nome di quella florida fanciulla, ma non poteva dimenticare la piacevole estate che vent’anni prima aveva condiviso con lei. Pensò a quei giorni con nostalgia, non tanto perché sentisse la mancanza di quella ragazza, quanto piuttosto perché avrebbe voluto avere ancora i suoi trent’anni, l’energia di quell’età e la spensieratezza di quei tempi. Allora una guerra era da poco terminata, e lui aveva davanti una vita intera colma di promesse. Adesso invece l’avvenire non prospettava nulla di buono.

Fuori dal palazzo dove abitava il professore il pomeriggio trascorreva pigramente, e l’uomo vestito di nero, seduto su di una panchina poco distante, aveva gli occhi e le orecchie ben aperti. Stava fingendo di leggere un quotidiano, ma intanto si guardava intorno e prendeva nota di tutto quanto accadeva in quella via. Controllava chi e quando entrava oppure usciva dal portone del civico 17, quello dove abitava Carlo Centodonne, annotava le targhe delle automobili, ascoltava il chiacchiericcio dei passanti. Indossava un cappello di feltro e portava gli occhiali da sole con il bavero dell’impermeabile alzato per nascondere il volto. Nessuno sembrava accorgersi di lui, tutti erano affaccendati nei propri affari.

Quando scese la sera, dopo aver ascoltato il notiziario alla radio, Carlo uscì per andare all’appuntamento galante carico di aspettative, era sicuro di convincere la sua amante a sganciargli una somma ingente.

La signora si chiamava Eleonora, aveva cinquantacinque anni ed era sposata da trenta, ma non era riuscita ad avere figli. Questo increscioso problema era stato motivo d’imbarazzo per il marito, e ne aveva in parte ostacolato la carriera nel partito. Lui la ritenne responsabile, e non l’aveva mai perdonata. Così la loro vita di coppia si era incrinata ed Eleonora aveva iniziato a desiderare consolazione. Il marito ormai la ignorava e quando capitava ancora che si occupasse di lei, il più delle volte era solo per colpevolizzarla di non avergli dato dei figli. Eleonora aveva così da tempo smesso di sentirsi amata. Quando ad una festa aveva conosciuto Carlo, non aveva saputo resistere alle sue premure ed attenzioni. Aveva certamente perduto l’avvenenza della giovinezza, e l’interesse mostrato dal professore aveva per questo fatto più facilmente breccia nel suo cuore.

Per il professore, invece, era soltanto l’ennesima avventura. Aveva cercato di sedurla per il puro piacere di aggiungere un altro trofeo alla sua collezione di donne sposate. Quando poi aveva scoperto che la signora Eleonora dava il meglio di sé sotto le lenzuola, aveva piacevolmente prolungato quella relazione clandestina. Ora che aveva così tanto bisogno di denaro e pensando che lei avrebbe potuto aiutarlo, era particolarmente compiaciuto di sé stesso e della propria lungimiranza, almeno in fatto di donne.

Quando Eleonora venne ad aprire la porta però, lui capì subito al primo sguardo che la faccenda sarebbe stata più complicata di quanto aveva sperato.

Lei era bassa, con il naso grosso e la fronte larga, ma vestiva sempre con eleganza quando doveva incontrarlo, e poi normalmente era allegra e simpatica, e ci sapeva fare con il sesso. Quest’ultimo talento compensava ampiamente il fatto che fosse bruttina e un po’ sovrappeso. Ma quella sera non era per nulla contenta, quando Carlo entrò in casa, lei nemmeno lo salutò.

“Bene” disse Eleonora, “dove siete stato ieri notte?”

Il professore simulò indifferenza, e cercò di eludere la domanda.

“Niente bacio di benvenuto?” disse forzando un sorriso.

“Ditemi dove eravate ieri notte.”

Carlo non rispose, la notte prima si era ubriacato ed era andato a puttane, ovviamente non poteva confessarlo. Rimase in silenzio pensando a cosa dire, ma non gli veniva in mente nulla.

“Allora Vi dirò io dove siete stato Carlo, eravate con una donna, una di quelle per giunta.” La voce di Eleonora si affievolì sul finale, aveva gli occhi rossi ed era sul punto di iniziare a piangere.

“Non capisco di cosa stiate parlando, ieri non sono nemmeno uscito di casa” mentì il professore.

“Siate sincero, adesso. Vi ho veduto con i miei occhi mentre passeggiavate ubriaco a braccetto di quella donnaccia. Come avete potuto?” squittì lei esternando tutto il suo sgomento.

Carlo era imbarazzato e la fronte gli si imperlò di sudore. Era stato scoperto, ed ora avrebbe avuto un bel da fare per recuperare la situazione.

“Ma lo capite cosa mi avete fatto? E se fossi stata io a tradirvi? Come Vi sentireste?” disse iniziando a singhiozzare, mentre le lacrime presero a sgorgarle dagli occhi rigandole il viso.

“Non è il caso di prenderla in questo modo” abbozzò lui goffamente, “in effetti ieri ho bevuto un po’ troppo, ma con quella ragazza non vi è stato nulla, stavamo solo passeggiando.”

Eleonora gridò, e si mise a piangere più forte.

Il professore cercò di afferrarle la mano, ma lei la ritrasse stizzita.

“Ho veduto che la baciavate” protestò, “siete un bugiardo e un mascalzone!”

Le previsioni del professore erano state del tutto fallaci. La signora aveva scoperto che lui si dava da fare anche con altre donne, più giovani per giunta, e come se non bastasse, persino di facili costumi.

“Be’, ecco… io non ricordo” cercò maldestramente di giustificarsi, “lo avete detto anche Voi, ero ubriaco, non so spiegarmi come sia successo.”

“Lo avete fatto perché era più bella o perché era così giovane, oppure per entrambi i motivi?”

“Oh, per Dio, Eleonora…”

“Non siate evasivo, ditemi perché lo avete fatto.”

“Io non so perché l’ho fatto, non vi è una ragione per queste cose, semplicemente accadono” disse lui esasperato.

“Mi avete mai baciato come baciavate ieri notte quella là?” Eleonora aveva smesso di piangere, ed il suo tono si era ora fatto inquisitorio.

“No, penso di no… non credo almeno.”

“E allora come? Come l’avete baciata?”

“Santo cielo, Eleonora, cose volete che vi dica, non lo so..”

“Come!?” ringhiò lei. Adesso sembrava molto arrabbiata.

“Ecco, io.. credo che fosse in modo diverso.”

“Diverso come?”

“Dannazione Eleonora, Io non me lo ricordo, ero ubriaco.”

“Siete un mostro!” gridò la signora, poi gli diede uno schiaffo. Carlo abbassò lo sguardo, lei gli voltò le spalle e riprese a singhiozzare. Era rimasta profondamente offesa e indignata.

Sulla strada intanto, dentro ad una Fiat Balilla scura, due uomini con la faccia da ceffi  tenevano d’occhio la situazione. Erano vestiti di nero, erano armati, ed avevano seguito il professore sin da quando era uscito. Ci sapevano fare, nessuno si era ancora accorto di loro, nessuno poteva immaginare cosa avrebbero fatto e perché.

La luna era bella sopra al cielo, ma il professore dovette penare tutta la sera per riuscire a recuperare la situazione, per evitare di essere scaricato. Dovette accantonare i propositi che aveva elaborato per ottenere dei soldi. La signora lo mandò in bianco lasciandolo al verde, e non gli offrì nemmeno da bere. Quando tornò a casa a notte inoltrata era prostrato. La giornata si era conclusa nel peggiore dei modi, e per consolarsi si attaccò alla bottiglia, affogando il suo fallimento nell’alcol.

Si ubriacò a tal punto da non accorgersi di nulla, quando gli uomini vestiti di nero fecero irruzione nel suo appartamento, il professore dormiva stordito dalla sbornia.

Gli intrusi erano stati mandati dal marito della signora, che non aveva preso sportivamente il fatto che lei lo tradisse. Per vendicarsi aveva deciso di dare una lezione all’impudente professore, e per farlo aveva assoldato i due sicari vestiti di nero.

Quelli fecero un lavoro preciso e ben fatto.

Il giorno dopo Carlo Centodonne si sveglio senza più le palle. Lo avevano castrato, così come si fa con un cane qualunque. Lui da quel momento non toccò più una donna per il resto dei suoi giorni. Fu solo dopo alcuni anni di assoluta disperazione che riuscì a trovare consolazione. Decise allora di iscriversi al coro delle voci bianche della sua parrocchia.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Il coito dello stallone

Il coito dello stallone

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Alle ore 11:30 del mattino del 12 giugno 1940 il telefono nell’ufficio del commissario Gumesindo Manganelli suonò tre volte. Quando afferrò l’apparecchio per rispondere, una voce familiare lo raggiunse dall’altra parte del filo:

“Buongiorno commissario, tra venti minuti una macchina verrà a prendervi, siete stato convocato a Roma per una udienza del massimo livello.” Senza altro aggiungere l’interlocutore riattaccò, ma Gumesindo lo aveva riconosciuto: era il capitano Mattei.

Non aveva più sentito né visto il suo superiore da parecchie settimane, da quando il suo addestramento era stato completato, facendo di lui, almeno sulla carta, un agente segreto, una spia con tanto di pistola e licenza di uccidere. I dieci mesi passati alla base segreta dell’ OVRA erano stati veramente duri. A stento Gumesindo aveva potuto sopportarne le privazioni, la mancanza di alcol, la rigida disciplina e il ferreo e faticoso allenamento fisico. Alla fine era sopravvissuto e si sentiva orgoglioso di aver potuto superare quella prova alla sua età. Essendo quasi cinquantenne, riteneva di aver passato quell’esame in modo più che dignitoso. Tornato a casa in licenza, in attesa di ricevere il primo incarico operativo, aveva tentato di recuperare gli arretrati. Si era così dedicato ad una assidua frequentazioni di ogni bordello della sua provincia vivendo in modo osceno. Quanto al bere, non aveva passato una sola sera o quasi, senza ubriacarsi.

Aveva atteso con un po’ d’ansia quella telefonata negli ultimi due giorni. Sapeva, con l’ingresso dell’Italia in guerra, che anche lui avrebbe dovuto portare il proprio fardello e fare la sua parte, si aspettava di essere mandato in missione da un momento all’altro, ma non aveva immaginato di doversi recare sino a Roma. Nemmeno riusciva ad immaginare con chi avrebbe dovuto conferire. Preparò in fretta le sue cose e fu pronto a partire.

L’automobile guidata da un brutto sgherro della polizia segreta lo accompagnò alla Stazione Centrale di Milano, dove prese il diretto notturno per Roma. Giunto nella capitale il mattino successivo, dopo una notte in vagone letto insonne e senza bere, trovò il capitano Mattei ad aspettarlo con un’altra automobile e due nuovi agenti. Scoprì solo in quel momento che lo stavano portando a Palazzo Venezia, dove avrebbe dovuto incontrare niente meno che Mussolini.

Gumesindo iniziò a preoccuparsi. Non nutriva particolare stima per il capo del fascismo, però ne aveva paura. Cominciò a chiedersi perché mai il Duce volesse incontrarsi con un modesto commissario novella spia, proprio ora che l’Italia era in guerra. Non aveva pratiche più urgenti ed importanti cui dedicarsi? Cosa gli avrebbe chiesto o cosa avrebbe preteso? I dubbi lo stavano arrovellando ma mantenne la calma, sforzandosi di fingere indifferenza.

Quando giunsero a destinazione fu perquisito, costretto a consegnare la pistola d’ordinanza e infine condotto al piano nobile del palazzo. Dopo trentacinque minuti di ulteriore attesa la porta della sala del mappamondo si aprì e il commissario Gumesindo Manganelli fu fatto entrare.

Mussolini stava seduto dietro la sua scrivania sul lato opposto del grande salone. Sembrava assorto nella lettura. Senza sollevare il capo dalle carte che stava avidamente leggendo, ordinò al suo ospite di avvicinarsi.

Il commissario obbedì, attraversò tutta la sala del mappamondo fermandosi davanti alla scrivania del dittatore.

“Leggo sulla vostra scheda che siete un donnaiolo impenitente” disse Mussolini alzando il capo verso Gumesindo, che rimase in silenzio imbarazzato.

“Anche io ero un gran chiavatore da giovane. Ma adesso non più, ora sono casto a confronto. Quando stavo a Milano era veramente un casino, prendevo quattro o cinque donne al giorno. Le ricordo quasi tutte.”

Gumesindo abbozzò un sorriso di circostanza anche più imbarazzato di quanto non lo fosse stato in precedenza, l’inaspettata confidenza con cui fu accolto dal Duce lo aveva spiazzato.

“La natura è straordinaria commissario. Il cavallo, ad esempio,  è un animale portentoso. Lo spettacolo del suo coito è da vedere, per farsi un’idea della natura… si accosta alla giumenta, le salta con le zampe anteriori sulla schiena e le pianta quest’asta lunga quasi un braccio. Poi ci dà dentro. Avviene con nitriti, soffi, gemiti incredibili. Dopo scende subito, ammansito. Si lascia prendere come un puledro e portare dentro la stalla, mesto e buono. La giumenta sta lì immobile, tranquilla, non saprei dire se prende parte. Bisognerebbe domandarglielo.”

Mussolini rise, come a voler alleggerire la tensione, Gumesindo era infatti fermo in piedi come pietrificato. Il Duce continuò:

“Ma certo non si ribella, lascia fare. Vedere queste due massi di carne potenti e ansanti è uno spettacolo grandioso.”

“Anche io amo la campagna” riuscì a dire il commissario, tanto per partecipare al dialogo e non continuare a fare la figura dello stoccafisso.

“Mi sento bene in mezzo ai contadini” disse subito Mussolini.

“Ero con loro prima di Natale. Erano contenti. Abbiamo riso molto. Io raccontavo storielle piene di doppi sensi, e loro capivano subito, sono furbi. Ridevano e ammiccavano con gli occhietti.”

Il professore si lasciò andare, rise maliziosamente ascoltando l’aneddoto e prendendo sicurezza osò domandare:

“A che devo l’onore di potervi incontrare Eccellenza?”

“L’OVRA l’ho creata io, ed è l’organizzazione più efficiente che esista al mondo” disse allora il Duce diventando improvvisamente serio, quasi cupo in volto.

“Voglio che indaghiate su di un omicidio. Tre giorni fa il farmacista di Pianello Val Tidone, un piccolo borgo rurale sulle colline piacentine, è stato ucciso insieme alla sua amante. Polizia e Carabinieri brancolano nel buio. Io, invece, penso che quegli omicidi siano collegati ad altri eventi criminosi delle scorse settimane: le biblioteche private di tre galantuomini di Piacenza sono state saccheggiate in loro assenza. Tutti e tre hanno denunciato il furto di alcuni antichi libri a loro dire preziosi, tutti i volumi rubati erano stati regalati loro dalla stessa persona: il farmacista ucciso.”

Gumesindo annuì servilmente, ma in verità piuttosto preoccupato, immaginandosi già ad investigare alla caccia di ladri di libri e assassini.

Il Duce si era alzato in piedi e lo stava fissando negli occhi, ma prima che potesse proseguire, lui lo anticipò:

“Per quale motivo, Eccellenza, pensate che il duplice omicidio di Pianello possa essere collegato con il furto dei libri?” chiese grattandosi nervosamente una mano.

Mussolini accennò un sorriso, compiaciuto di poter dar prova della propria sagacia.

“Abbiamo almeno due evidenti indizi che mettono in relazione questi eventi. Primo: anche la libreria del farmacista assassinato è stata trovata a soqquadro. Secondo: i tre signori derubati sono tutti massoni, così come lo era il farmacista ucciso. Come saprete non nutro alcuna simpatia per la massoneria, che da anni ho messo fuori legge, ma simili coincidenze in così pochi giorni, non possono passare inosservate.”

Gumesindo rimase basito, per un attimo ebbe l’impressione di parlare più con il capo della polizia che con quello del Governo. Erano appena entrati in guerra e il Duce trovava il tempo di occuparsi di piccoli omicidi e furti di libri. E ciò che era più incredibile, lo voleva coinvolgere.

Cercò di allontanare simili inutili pensieri dalla propria mente nel tentativo di ritornare al punto della questione.

“Anche al farmacista sono stati rubati dei libri?” domandò sperando di sembrare intelligente.

“Questo non lo sappiamo ancora, sta a Voi scoprirlo commissario. Lavorerete in collaborazione con il capitano Mattei.”

Gumesindo annuì, anche se l’idea di dover operare con il capitano Mattei non lo entusiasmava per nulla. Non gli piaceva quel giovane e durante i lunghi mesi dell’addestramento era arrivato  praticamente ad odiarlo. Ne detestava il carattere, lo stile e persino la faccia.

“C’è ancora qualcosa che i Vostri colleghi dell’OVRA hanno scoperto e che dovete sapere” disse Mussolini gonfiando il petto, orgoglioso dell’efficienza della propria polizia segreta.

“Nelle ultime sei settimane, copie dei libri rubati ai massoni sono state sottratte, e mai più restituite, alle principali biblioteche delle città di Piacenza, Lodi e Cremona.”

Il commissario non poteva veramente credere che i fatti descritti dal capo del fascismo potessero avere un nesso tra di loro. Le cose accadevano, le coincidenze si verificavano, fuori era pieno di pazzi maniaci. Chi del resto avrebbe potuto dare tanta importanza a dei vecchi libri sino a giungere all’omicidio nell’anno 1940 e nel mezzo di una guerra che coinvolgeva ora tutta l’Europa? Le cose erano andate diversamente, pensò Gumesindo, e il furto di libri era solo un accadimento casuale.

Mussolini si accorse che il commissario era perso nei suoi pensieri e lo richiamò all’ordine.

“Vi è anche un altro motivo, per cui ho deciso di affidare proprio a Voi questo incarico.”

Gumesindo guardò il Duce incuriosito, ma anche intimorito mentre questo lo scrutava con attenzione e cipiglio severo.

“Alcuni giorni prima dell’omicidio, in Val Tidone è giunta una spedizione pseudoscientifica finanziata dalla società tedesca Ahnenerbe. Le attività svolte da questa organizzazione non sono chiare, voglio che indaghiate su cosa sono venuti a fare veramente.”

“Se ricordo bene lo storico tedesco Franz Altheim è stato in Italia nel 1937 per conto della Ahnenerbe, era venuto per svolgere alcune ricerche in Val Camonica” disse Gumesindo, orgoglioso di potersi mostrare informato sull’argomento, ma diventando di gesso, mentre il dittatore gli affidava questo secondo scomodo incarico.

“Eccellente commissario” annuì il Duce, “ma questa volta al posto di un professore con la sua amante, i tedeschi hanno spedito un militare, un maggiore delle SS. Ufficialmente per compiere ricerche archeologiche. Ma come anche Voi potete facilmente immaginare, quando si è nel mezzo di una guerra non si spediscono militari all’estero a perder tempo dietro a scavi archeologici.”

“Sembrerebbe un caso da controspionaggio, perché volete che me ne occupi io?” chiese Gumesindo aggrottando le sopracciglia.

“Naturalmente lo abbiamo già fatto commissario” replicò Mussolini sfoggiando un sorriso sarcastico, “e abbiamo scoperto che questo maggiore è un fanatico appassionato di libri antichi. Ecco spiegato perché voglio che Vi occupiate di entrambi i casi. Potrebbero anche essere collegati tra loro, per quel che ne sappiamo.”

“Pensate che il maggiore possa essere responsabile dell’omicidio?” chiese ancora Gumesindo, deglutendo angosciato.

“E’ una eventualità che non può essere trascurata e che rende ancora più urgente scoprire cosa siano venuti a fare i tedeschi su quelle colline pochi giorni prima dell’omicidio.”

La mano del commissario iniziò a tremare impercettibilmente, Mussolini sembrava avere le idee chiare, ed era determinato a servirsi di lui per i suoi piani. Lui non aveva la minima idea di quali ricerche i tedeschi fossero venuti a fare sulle colline piacentine, e non si sentiva per nulla sicuro di poterlo scoprire. Il timore di deludere le aspettative del capo del fascismo lo riempì di paura.

“La spedizione dell’Ahnenerbe si è frettolosamente sposta a Milano la notte stessa in cui il farmacista è stato ucciso” disse il Duce rompendo il silenzio.

“Sospettate che anche questo repentino trasferimento abbia in qualche modo a che fare con l’omicidio?” domandò meccanicamente il commissario.

“Sta a Voi scoprirlo. Ma se ciò fosse vero, sarà opportuno capire in fretta perché lo abbiano fatto e cosa stiano cercando di così importante da arrivare a tanto.”

Il commissario annuì. In fondo a lui i tedeschi non erano mai piaciuti, e per i nazisti provava persino del genuino disprezzo, li considerava alla stregua di nuovi barbari del tempo presente. Che potessero macchiarsi di un crimine efferato come l’omicidio di un vecchio farmacista gli sembrava del tutto verosimile. Ma se anche così fosse stato, come avrebbe fatto lui a dimostrarlo? Come avrebbe potuto scoprire cosa erano venuti a cercare e perché? Lui era solo un commissario, senza talento e per giunta alcolizzato.

“Ora potete andare Manganelli, ma sappiate che mi aspetto dei risultati concreti dalla Vostra missione. Sarà meglio per Voi riuscire a dimostrare di essere degno dell’ OVRA!”

Lo sguardo con cui il Duce lo accomiatò fece rabbrividire il commissario, e quelle parole vagamente minacciose non promettevano nulla di buono. Per quanto incredibile, e per qualche nascosta ragione, la faccenda era considerata da Mussolini della massima importanza.

Gumesindo salutò con finta devozione e uscì dalla sala del mappamondo con un peso sullo stomaco, come se per colazione avesse mangiato mattoni.

Scese in strada e si accese una sigaretta. Era di pessimo umore ed aveva sete e desiderava un magnum[1] di champagne, per combattere la calura e dimenticare quella maledetta storia. Non gli importava nulla né dei libri rubati né delle ricerche dei tedeschi, voleva solo tornare a casa al più presto per buttarsi in poltrona ed ubriacarsi di nuovo. Non aveva mai avuto ambizioni, e diventare commissario era stato molto più di quanto avesse mai potuto sognare. Ancora non riusciva a darsi pace, a trovare una ragione che gli spiegasse il perché la sua vita avesse preso una direzione così imprevista e così all’improvviso, senza nemmeno dargli il tempo di capire cosa gli stesse capitando. Era stato costretto a diventare un agente della polizia politica di un regime del quale non condivideva quasi nulla, e con una durezza che non poteva sopportare. Odiava il suo nuovo lavoro, odiava il capitano Mattei, odiava il Duce e tutti i fascisti.

Però non riusciva a togliersi dalla mente gli occhi di Mussolini che lo guardavano minacciosi. Ne era spaventato, e cercava di non pensare alle conseguenze di un eventuale fallimento nelle indagini. Doveva trovare il colpevole a cui attribuire la responsabilità dell’omicidio.

A ben pensarci però, il Duce aveva detto una montagna di cazzate. L’OVRA era composta solamente da una accozzaglia di delatori e raccomandati, erano tutti dei dilettanti incapaci e privi di professionalità. Nessuno aveva pensato di indagare decentemente sulla vita dell’amante del farmacista, ad esempio.

Di conseguenza era stata una vera fortuna avere quell’incarico, dalla sua posizione avrebbe potuto comodamente e senza fatica insabbiare ogni cosa.

Gumesindo diede una tirata alla sigaretta, poi emise un pennacchio di fumo rancido. Il suo alito puzzava di morte.

La ragazza uccisa era solo una puttana di provincia, ma gli aveva fatto perdere la testa. Si era innamorato di lei, e non aveva potuto sopportare l’idea che quel vecchio farmacista flaccido ed osceno se la scopasse.

Ucciderli gli aveva dato un piacere intenso e speciale, era stata la cosa più eccitante che avesse mai fatto.

Il capitano Mattei uscì da Palazzo Venezia e si incamminò verso di lui. Gumesindo gettò la sigaretta e strinse le labbra in un sorriso enigmatico: stava già elaborando un piano per incastrare il maggiore delle SS e mandarlo in carcere al suo posto.


[1] Bottiglia da litri 1,5 equivalente a due bottiglie normali da 0,75 l.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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