Nel panorama della saggistica italiana sul Novecento, Il sangue dei vinti occupa una posizione anomala e per questo scomoda: non perché dica l’indicibile, ma perché insiste nel ricordare ciò che è stato a lungo considerato inopportuno. Il nucleo più solido del libro di Giampaolo Pansa non è la provocazione, come spesso si è sostenuto, bensì la denuncia di una rimozione. Una rimozione che riguarda il dopoguerra italiano, trasformato nel discorso pubblico in una parentesi luminosa e moralmente lineare, quasi un risarcimento automatico dopo gli anni bui del fascismo e dell’occupazione. Pansa mostra invece come quel periodo sia stato anche attraversato da violenze diffuse, vendette personali, regolamenti di conti, epurazioni arbitrarie. Riconoscerlo non equivale ad attaccare la Resistenza, ma a prendere atto di un dato elementare della storia umana: ogni guerra, anche quella combattuta per una causa giusta, lascia dietro di sé scorie morali. La rimozione non è una forma superiore di etica civile, ma una mutilazione della memoria storica.
Proprio qui si innesta uno dei punti più delicati e fraintesi dell’opera: la distinzione, necessaria e troppo spesso elusa, tra la Resistenza come fatto storico e la Resistenza come costruzione mitologica. Pansa non nega la legittimità della lotta partigiana, né il suo ruolo decisivo nella fine del regime e dell’occupazione nazista. Ciò che mette in discussione è la sua progressiva sacralizzazione, la trasformazione di un evento complesso, plurale e contraddittorio in un racconto edificante, impermeabile a qualsiasi revisione critica. La cosiddetta vulgata resistenziale ha spesso sostituito l’analisi con il rito, la ricerca con la celebrazione, costruendo una narrazione in cui ogni ombra viene percepita come un tradimento. Ma la storia, per sua natura, non è un altare: è un terreno accidentato, fatto di decisioni tragiche, errori, ambiguità. Difendere questa distinzione non significa desacralizzare per distruggere, ma restituire alla Resistenza la sua vera statura storica, sottraendola alla retorica.
Un altro punto centrale del libro, e della polemica che ne è seguita, riguarda le violenze avvenute dopo il 25 aprile 1945. Pansa insiste su un dato tanto semplice quanto scomodo: molte uccisioni non avvennero in combattimento, né nel caos immediato della guerra civile, ma quando il conflitto era ufficialmente terminato. Furono violenze a freddo, consumate in un tempo che avrebbe dovuto essere di ritorno alla legalità. Liquidarle come “episodi marginali” o come inevitabili eccessi significa compiere una scelta politica, non storiografica. Il dopoguerra non fu una coda innocua della guerra, ma un tempo storico autonomo, con una propria dinamica di potere, di vendetta e di giustizia improvvisata. Riconoscerlo non oscura la Liberazione, ma ne rende più complessa e più vera l’eredità.
Uno degli apporti più significativi di Il sangue dei vinti sta poi nella scelta narrativa di restituire individualità ai cosiddetti “vinti”. Pansa rifiuta le categorie astratte e ideologiche e sceglie di raccontare volti, nomi, storie personali. Non “i fascisti” come blocco indistinto, ma uomini e donne concreti, spesso marginali, talvolta colpevoli, talvolta solo sospetti, travolti da una spirale di violenza che non ammetteva appello. Questa operazione è stata spesso scambiata per un tentativo di assoluzione politica, ma è, in realtà, un atto di umanizzazione della storia. Comprendere non equivale a giustificare. Restituire complessità alle vite spezzate non significa riabilitare un regime, ma riconoscere che la sofferenza non obbedisce alle categorie ideologiche con cui cerchiamo di ordinarla.
Da qui discende forse il tema più esplosivo affrontato da Pansa: la responsabilità morale dei vincitori. La narrazione resistenziale più rigida ha spesso sottinteso che la vittoria conferisse automaticamente innocenza, come se la giustezza della causa potesse cancellare ogni colpa individuale. Il sangue dei vinti ribalta questa comoda equazione, mostrando come la vittoria non sterilizzi la responsabilità morale. Anche chi vince può sbagliare, abusare, vendicarsi. Anche chi ha combattuto dalla parte giusta può compiere atti ingiusti. La responsabilità non si dissolve nel giudizio storico finale, perché riguarda le azioni concrete, non le bandiere sotto cui vengono compiute. In questo senso, il libro di Pansa non è un attacco alla memoria antifascista, ma una richiesta di maturità storica: la capacità di guardare al passato senza bisogno di assoluzioni automatiche né di condanne rituali.
Se la ricostruzione storica scava nella rimozione e nella costruzione mitologica del dopoguerra, è nella riflessione sulla giustizia che Il sangue dei vinti mostra forse il suo risvolto più inquietante. Molte delle vendette raccontate da Pansa non avvengono nel vuoto di potere immediatamente successivo alla fine delle ostilità, ma mentre lo Stato repubblicano sta prendendo forma, mentre si proclamano nuovi principi di legalità, uguaglianza e diritto. In questo senso, le esecuzioni arbitrarie e le epurazioni violente non possono essere archiviate come eccessi inevitabili di una fase caotica, ma appaiono come una frattura morale rispetto ai valori che la nuova Italia dichiarava di voler incarnare. Il tradimento non è solo giuridico, ma simbolico: la nascita dello Stato di diritto viene accompagnata, in troppi casi, da pratiche che ne negano il fondamento. Pansa non insiste su questo punto per delegittimare la Repubblica, ma per ricordare che essa nasce anche da una contraddizione irrisolta, che pesa ancora sul nostro modo di raccontarne le origini.
È anche per questo che il libro ha attirato su di sé l’accusa ricorrente di “revisionismo”, spesso utilizzata come un marchio infamante più che come una categoria critica. In molta parte del dibattito pubblico, “revisionista” non indica chi rivede criticamente interpretazioni consolidate, ma chi osa infrangere un perimetro narrativo considerato intoccabile. Eppure, ogni autentica ricerca storica è, per sua natura, revisione: riconsidera fonti, mette in discussione letture precedenti, apre domande nuove. Il problema non è rivedere, ma falsificare. Pansa, al contrario, costruisce il suo racconto su testimonianze, incroci di fonti, materiali spesso trascurati, senza mai sostituire l’indagine con lo slogan. L’accusa di revisionismo, così impiegata, diventa allora uno strumento preventivo di delegittimazione, utile a evitare il confronto nel merito più che a difendere il rigore storico.
A questo si collega la polemica sull’uso delle fonti orali, altro bersaglio frequente dei critici. Si è spesso sostenuto che affidarsi alle testimonianze significhi abbandonare il terreno solido della storia per scivolare nella soggettività. Ma nel contesto del dopoguerra italiano, segnato da archivi incompleti, documenti distrutti o mai redatti, la memoria individuale è spesso l’unica traccia rimasta. La scelta di Pansa si inserisce consapevolmente in una tradizione di storia dal basso, che non oppone le fonti orali a quelle scritte, ma le integra, le confronta, le problematizza. Scartare a priori queste voci significa, di fatto, accettare solo la versione dei vincitori, quella che ha avuto il potere e il tempo di fissarsi nei documenti ufficiali. Il sangue dei vinti restituisce invece dignità storica a memorie marginali, imperfette, ma per questo rivelatrici.
Un ulteriore elemento di frizione è l’adozione della categoria di guerra civile per interpretare il periodo 1943–45. Definizione scomoda, spesso rifiutata perché percepita come riduttiva o relativizzante, ma che Pansa utilizza come chiave interpretativa, non come giudizio morale. Parlare di guerra civile non significa negare l’asimmetria tra fascismo e antifascismo, ma riconoscere che il conflitto si è svolto anche come guerra tra italiani, con tutto il carico di lacerazioni, rancori e vendette che ciò comporta. Questa prospettiva non impoverisce la Resistenza, ne accentua semmai la tragicità, sottraendola alla semplificazione manichea. Negare questa dimensione significa infantilizzare il passato, renderlo più rassicurante di quanto sia stato realmente.
Infine, c’è un aspetto che riguarda non solo il contenuto del libro, ma la sua esistenza stessa nel panorama culturale italiano: il coraggio civile di rompere un consenso. Pansa sapeva che affrontare questi temi avrebbe significato esporsi a critiche feroci, a sospetti, a un isolamento progressivo in ambienti che fino ad allora gli erano stati familiari. Eppure ha scelto di farlo, non come provocatore in cerca di scandalo, ma come giornalista convinto che il compito della scrittura civile sia quello di incrinare le narrazioni comode. In questo senso, Il sangue dei vinti è anche un libro sul prezzo del dissenso, sul costo personale di chi decide di non adeguarsi a una memoria ufficiale quando questa diventa dogma.
Nel suo insieme, l’opera di Pansa non chiede abiure né rovesciamenti simbolici, ma una cosa più semplice e più esigente: accettare che la storia del dopoguerra italiano sia stata più oscura, più contraddittoria e più dolorosa di quanto la retorica celebrativa abbia voluto ammettere. Non per demolire, ma per capire. Non per assolvere, ma per ricordare. In questo sta, forse, la sua eredità più duratura e la ragione per cui, a distanza di anni, continua a suscitare reazioni così accese.
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