Nel Leviatano di Thomas Hobbes non c’è una trama nel senso romanzesco del termine, eppure l’opera procede con la precisione di un racconto implacabile. È una narrazione concettuale che muove da una scena originaria di disordine assoluto e giunge alla costruzione di una forma politica compatta, quasi monumentale. Il movimento che attraversa il libro non è quello dell’elevazione morale, ma della concentrazione: dal molteplice disperso all’unità forzata, dalla guerra indistinta alla pace sorvegliata. Il Leviatano racconta come nasce lo Stato quando l’uomo, messo di fronte alla propria vulnerabilità, sceglie di sopravvivere invece che illudersi.
All’inizio di questo percorso si trova lo stato di natura, una condizione che Hobbes descrive con lucidità spietata. Qui non esiste un potere comune, nessuna legge, nessuna autorità riconosciuta. Tutti sono liberi, e proprio per questo nessuno è al sicuro. La libertà assoluta coincide con l’insicurezza totale. Non c’è alcun Eden perduto da rimpiangere, nessuna innocenza primitiva corrotta dal tempo. Lo stato di natura non è un mito consolatorio, ma una costruzione teorica che funziona come esperimento mentale: cosa accade quando uomini sostanzialmente simili, dotati delle stesse capacità di nuocere e di temere, convivono senza un arbitro? Accade la diffidenza generalizzata, la competizione per le risorse, la prevenzione violenta. Non è necessario che tutti combattano continuamente; basta che tutti sappiano che chiunque potrebbe farlo. La guerra, in Hobbes, è una condizione latente, un clima costante, non un evento eccezionale.
In questo scenario prende forma l’uomo hobbesiano, il vero protagonista dell’opera. Non è l’eroe morale della tradizione classica né il peccatore redimibile della teologia cristiana. È un essere elementare, ridotto alle sue componenti fondamentali: desiderio, avversione, paura. Hobbes osserva l’uomo come un meccanismo in movimento, spinto dagli appetiti e frenato dai timori. La ragione non illumina il bene, ma calcola i mezzi per evitare il male maggiore. Non serve a rendere virtuosi, bensì a prolungare l’auto-conservazione. In questa antropologia materialista non c’è spazio per un’etica naturale condivisa; ciò che accomuna gli uomini non è l’amore per la giustizia, ma l’istinto a evitare la morte violenta.
È proprio la paura, dunque, a diventare il fondamento della politica. Hobbes compie qui uno dei suoi rovesciamenti più radicali: ciò che la filosofia antica considerava una passione da dominare diventa il principio ordinatore della convivenza. La paura non paralizza, ma spinge a decidere. È il timore della morte improvvisa, inflitta da un altro uomo, a rendere desiderabile un potere più grande di ogni singolo individuo. La politica nasce non dall’aspirazione al bene comune, ma dall’orrore per il peggio possibile. In questo senso, il Leviatano non racconta una storia edificante, ma una storia credibile: gli uomini non si uniscono perché sono buoni, ma perché sono spaventati.
Da questa paura condivisa emerge il contratto sociale, che Hobbes descrive come un atto di rinuncia e di artificio. Gli individui accettano di cedere i loro diritti naturali, cioè la libertà di fare tutto ciò che ritengono necessario alla propria sopravvivenza, a un potere comune incaricato di garantire la sicurezza di tutti. Il patto non è stipulato tra sudditi e sovrano, ma tra sudditi fra loro: il sovrano è il risultato, non il contraente. Nasce così una creatura politica artificiale, costruita razionalmente come una macchina destinata a neutralizzare il conflitto. Il Leviatano non è naturale, non è sacro, non è morale: è funzionale. La sua legittimità non deriva dalla virtù, ma dall’efficacia.
In questo passaggio dal caos alla forma si compie la vera “trama” dell’opera. Il mondo frammentato degli individui armati di diritto assoluto si ricompone in un corpo unico, compatto, che parla con una sola voce e impone una sola volontà. Non c’è redenzione, non c’è armonia finale, ma una tregua armata resa stabile dalla forza. Hobbes non promette felicità, ma durata. E in questa scelta, fredda e coerente, il Leviatano continua a interpellare il lettore moderno, costringendolo a chiedersi se la sicurezza, ancora oggi, non nasca sempre dallo stesso patto silenzioso con la paura.
Nel cuore del Leviatano si staglia la figura del sovrano, che Hobbes concepisce non come un individuo dotato di qualità morali superiori, ma come una funzione necessaria. Il celebre frontespizio che lo raffigura come un gigante composto da migliaia di corpi umani non è un semplice ornamento simbolico: è una dichiarazione teorica. Il sovrano esiste solo perché gli individui hanno deciso di trasferirgli la propria forza. Non possiede un potere naturale, ma un potere derivato, concentrato. È un mostro biblico, evocato dal linguaggio delle Scritture, ma nato da un atto di calcolo razionale. Terribile perché assoluto, indispensabile perché solo, impersonale perché non coincide con la volontà di un uomo ma con la funzione di garantire la pace. Il Leviatano non ama, non persuade, non educa: impone. E proprio in questa mancanza di pathos morale risiede, per Hobbes, la sua efficacia.
Da questa concezione discende una delle affermazioni più radicali dell’intera opera: la giustizia non precede lo Stato, ma lo segue. Prima della legge non esistono il giusto e l’ingiusto, ma solo il lecito e l’illecito secondo la forza di ciascuno. Hobbes spezza così il legame millenario tra diritto e moralità naturale. Non c’è un bene intrinseco da riconoscere, ma un ordine da stabilire. Ciò che vale è ciò che è comandato, perché solo il comando sovrano rende possibile una convivenza stabile. La legge non è giusta perché conforme a un ideale superiore; è giusta perché evita il ritorno alla guerra. È una legalità fredda, priva di aura etica, ma proprio per questo solida. Nel mondo hobbesiano, la pace non è il premio della virtù, ma il risultato dell’obbedienza.
All’interno di questo assetto, la libertà non scompare, ma viene drasticamente ridefinita. Non è più la possibilità di autodeterminarsi secondo un bene morale, bensì lo spazio lasciato libero dalla legge. L’uomo è libero laddove il sovrano tace. Questa convivenza tra libertà e obbedienza è uno dei nodi più inquieti del Leviatano: obbedire non significa essere schiavi, ma accettare un limite per evitare un male maggiore. Tuttavia, l’equilibrio resta instabile, sempre sul punto di incrinarsi. Il suddito obbedisce finché il sovrano garantisce la sicurezza; se questa viene meno, il patto si svuota. La libertà hobbesiana è residuale, ma non annullata, e proprio per questo mantiene una tensione permanente con l’autorità.
Uno dei terreni su cui Hobbes insiste maggiormente è quello della religione, che egli considera una delle fonti più pericolose di disordine politico. Le credenze religiose, se lasciate autonome rispetto al potere civile, generano obbedienze concorrenti, fedeltà divise, conflitti insanabili. Per questo il Leviatano deve estendere il proprio controllo anche sul sacro. Non per distruggerlo, ma per neutralizzarne la forza destabilizzante. Il sovrano diventa così anche arbitro dell’interpretazione religiosa, custode dell’ortodossia pubblica. Qui la politica assume una dimensione teologica: non nel senso di un potere sacralizzato, ma di un potere che disciplina il sacro per impedire che esso diventi detonatore di guerra civile. È uno dei passaggi più controversi dell’opera, ma anche uno dei più coerenti con l’assunto di partenza: nessuna autorità può competere con quella che garantisce la pace.
È forse per questa lucidità spietata che il pensiero di Hobbes continua a riaffiorare ogni volta che una società si percepisce minacciata. In tempi di terrorismo, emergenze sanitarie, crisi istituzionali, il Leviatano viene evocato come soluzione necessaria o come incubo autoritario. Hobbes non offre consolazioni né promesse di armonia futura. Offre una diagnosi. Ricorda che l’ordine politico nasce dalla paura e che la sicurezza ha sempre un costo. Leggerlo oggi significa confrontarsi con una domanda scomoda, che attraversa i secoli senza perdere forza: fino a che punto siamo disposti a obbedire per non tornare a combattere? Il Leviatano non risponde al posto nostro, ma ci costringe a guardare il prezzo della pace senza distogliere lo sguardo.
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