C’era una volta in… Val Trebbia

Dopo la sospensione delle operazioni militari alleate, nell’inverno del 1944 i nazisti intensificarono le azioni di rastrellamento contro i ribelli….

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone o fatti reali o a crimini realmente accaduti è del tutto casuale e non voluto.

 

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C’era una volta in… Val Tidone

“Sei un coglione! Un fallito! Una merdosa testa di cazzo!!”

Lorenza era furibonda.

Gino invece se ne stava in silenzio, con la testa china sul bicchiere vuoto che stringeva nella mano.

“Non ho mai conosciuto un coglione più coglione di te!”

Lorenza era bella, aveva 23 anni e le tette grosse e folli occhi azzurri.

Gino aveva superato i quaranta da un pezzo, era disoccupato, ludopatico e grasso e piuttosto stronzo: passava gran parte delle sue inutili giornate a giocare a GTA 5 on line e a ubriacarsi.

“Brutto schifoso figlio di puttana, voglio che mi guardi quando ti parlo!”

Lui non la guardò, prese la bottiglia di Gutturnio frizzante di una famosa cantina dei colli piacentini e riempì nuovamente il bicchiere.

“E va bene, bevi brutta testa di cazzo! Continua pure a bere ubriacone di merda, tanto hai già mandato tutto a puttane!!

Lorenza era rabbiosa, ringhiava, digrignava i denti, sembrava una leonessa in gabbia, mentre Gino, già ubriaco, continuava a bere.

“Ti avevo chiaramente detto di rapire la figlia minorenne del farmacista, quella adolescente che va ancora a scuola, quella ancora vergine. E tu invece cosa fai? Chi rapisci?”

Gino taceva.

“Rapisci la vergine come ti avevo chiesto? No. Certo che no. Hai preso sua sorella, una famosissima troia succhia cazzi! Mi spieghi adesso cosa ce ne facciamo della troia succhia cazzi? Eppure ero stata chiara, ti ho spiegato cento volte che per il sacrificio a Satana ci serve una vergine. Ma tu no, o te ne sei sbattuto le palle, oppure eri ubriaco, oppure entrambe le cose. E cosa fai? Te ne torni a casa con la sorella succhia cazzi chiusa dentro al bagagliaio della macchina. Sei proprio un coglione!!”

Gino iniziava ad infastidirsi: le urla di Lorenza gli penetravano nella testa come coltelli, quella stridula, isterica, saettante e insopportabile voce lo stava lentamente portando alla pazzia.

La sua unica consolazione era la figlia del farmacista. Ora la teneva legata ad una sedia, imbavagliata, davanti a loro. Aveva un bel corpo e un bel paio di gambe lunghe. Portava una minigonna così corta che le si potevano vedere le mutandine rosa.

“Scommetto che hai rapito lei perché ti piace”, disse Lorenza.

“Non riesco a togliermela dalla testa” ammise Gino.

“E’ solo una troietta.”

“Questo è sicuro ma… ecco… vedi, il fatto è che… penso di essermi innamorato”.

“Innamorato? Ma di chi? Della troietta succhia cazzi? E cosa avrebbe di così speciale?”

Lorenza era sconcertata.

“Bhe, ecco… io penso sia per come bacia, e per quelle mutandine rosa, per quel modo che ha di fartele intravedere, lo trovo irresistibile” disse Gino, prima di ingollare un’altra copiosa sorsata di vino rosso frizzante.

La troietta intanto si dimenava sulla sedia cercando disperatamente di liberarsi, le si vedeva anche l’ombelico attraverso la camicetta strappata.

“Senti senti questo figlio di puttana. Non solo hai rapito la ragazza sbagliata, hai anche trovato il tempo per farci i porci comodi tuoi. Dopo averla baciata ti ha per caso anche fatto un pompino, brutto bastardo schifoso!?”

Gino abbassò nuovamente lo sguardo sul bicchiere.

“Non si tratta di questo, è che… è che sento del sentimento, tu non puoi capire ma… io… io la amo.”

Gino si era innamorato della figlia del farmacista, ed ora si era messo nei guai. Non sapeva perché gli fosse capitato né perché lo avesse confessato: quando beveva non aveva le idee molto chiare.

Lorenza lo guardava con disgusto, come si guarda una merda pestata in mezzo alla strada.

“E’ colpa della mia infanzia, niente amore, niente affetto. Ora sento il bisogno di rifarmi” aggiunse lui, come a cercare una giustificazione.

La figlia del farmacista era terrorizzata, i suoi occhi urlavano disperazione al posto della bocca imbavagliata.

Il volto di Lorenza allora si fece scuro, andò in cucina, prese un martello da un cassetto e tornò in soggiorno dove stavano gli altri due.

“Gli innamorati possono essere pericolosi” cominciò a dire alzando la voce in un crescendo assordante, “perdono il senso della realtà, cominciano a fare cazzate, sino a quando diventano psicotici. Possono persino ammazzare la gente. Lo sapevi sudicio vigliacco ributtante traditore figlio di troia?!”.

Gino ruttò, e la sua bocca si riempì del sapore del vomito.

Lorenza si mise ad urlare ancora più forte. Un urlo tremendo, lunghissimo, ed inquietante. Poi brandì in aria il martello e si lanciò all’attacco.

Cominciò a tempestare Gino di martellate. Martellate pesanti come macigni. Lo martellava a due mani.

Lui restò lì a farsi colpire. Lei lo picchiò ovunque, sopra gli occhi, sulla fronte, sulle labbra, sui denti: il sangue schizzava a fiotti sul pavimento, sulle pareti, sulla faccia crudele e indemoniata di Lorenza.

“Sei un bastardo, un brutto bastardo, bastardo, bastardo, bastardo ubriacone, ti odio!!”

Alla fine Gino crollò a terra con il cranio fracassato in una maschera di sangue e carne maciullata.

Charles Manson, così Lorenza aveva chiamato il suo feroce pitbull sanguinario, si avvicinò al corpo di Gino, gli girò attorno, gli annusò un po’ il sedere e poi tornò annoiato a sdraiarsi dentro la sua cuccia assemblata con ossa umane, trafugate da Lorenza nei cimiteri della zona.

Ormai stava per tramontare il sole sulla Val Tidone e nella casa di Lorenza, in cima alla collina, in uno di quei noiosi borghi della valle, era tornata la calma.

Lei andò in bagno per pulirsi la faccia dagli schizzi di sangue, Gino giaceva sul pavimento, la figlia del farmacista piangeva in silenzio, legata ad una sedia.

Charles Manson, il pitbull di Lorenza, stava sonnecchiando in attesa della passeggiata serale quando all’improvviso rizzò le orecchie, per poi cominciare a ringhiare in modo spaventoso rivolto alla porta.

Un attimo dopo due carabinieri della stazione di Borgonovo Val Tidone fecero irruzione nella casa ad armi spianate: delle pistole mitragliatrici Beretta PMX.

Avvenne tutto in pochi secondi.

Charles Manson si fiondò sul carabiniere più vicino azzannandolo ad un braccio con violenta ferocia: le sue mandibole assassine si strinsero sull’arto dell’uomo con la forza di una pressa meccanica. Il poveraccio iniziò ad urlare disperato mentre il pitbull spietatissimo gli stava staccando il braccio a morsi. Schizzi di sangue volavano in giro dappertutto mentre il collega con ancora in mano la pistola mitragliatrice Beretta PMX, paralizzato dal panico, non sapeva cosa fare.

Alla fine, un attimo prima che il cane amputasse un braccio al collega, fece partire un raffica che centrò in pieno Charles Manson facendogli scoppiare il cuore e metà della testa.

Ora il cane stava disteso stecchito sul pavimento in una pozza di sangue, ma anche il carabiniere era in condizione critiche. Oltre che dal braccio sbrindellato, perdeva molto sangue da una delle gambe colpite involontariamente dalle pallottole vaganti. Era caduto a terra e stava urlando dilaniato da dolori strazianti.

“Maledetti bastardi avete ammazzato il mio cane, luridi figli di puttana!” gridò Lorenza, così forte da coprire le urla del carabiniere a terra.

Quello ancora in piedi non ebbe il tempo di reagire.

Lorenza si avventò contro di lui pugnalandolo con un cacciavite: un solo preciso e letale fendente dentro all’occhio destro. Lo ammazzò sul colpo.

“Non spari più adesso verme schifoso? Vai a farti fottere all’inferno pezzo di merda!” inveì lei, mentre il cadavere del carabiniere si afflosciava sul pavimento.

Lorenza si guardò le mani insanguinate, poi afferrò il cacciavite e facendo forza con il piede sulla testa del morto lo estrasse dalla cavità oculare sfondata.

Ma non fece in tempo a voltarsi che una raffica di mitra le centrò il petto squarciando le sue belle grosse tette e perforandole entrambi i polmoni. Non riuscì nemmeno a gridare, il sangue cominciò a uscirle dalla bocca colando dalle labbra carnose lungo il mento ed il collo.

Il cuore della malvagia satanista si fermò per sempre in quella calda sera di tarda primavera, in cima alla collina, in uno di quei noiosi borghi della valle dove non succedeva mai niente.

Il carabiniere con il braccio sbranato e le gambe ferite dal fuoco amico era riuscito a trascinarsi sino alla sua mitragliatrice Beretta PMX e a sparare per l’ultima volta. Spirò prima che arrivassero i soccorsi.

Unica superstite la figlia del farmacista. La trovarono legata ad una sedia, imbavagliata, con la camicetta strappata e le mutandine rosa sotto la minigonna troppo corta. Ai suoi piedi c’era Gino, anche lui morto, con la faccia tumefatta e l’ultimo bicchiere di vino Gutturnio ancora in mano.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Pestaggio in centro a Piacenza

La cruenta storia di un giovane organizzatore di risse clandestine e di un memorabile pestaggio in centro a Piacenza. Il tutto in salsa social network e con un finale a sorpresa.

Racconto pubblicato su Typee.

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Locandiera sadica

Un fastidioso musicista giunge in piena notte alla Locanda della Luna Nera, sulle colline del piacentino. Le sue continue pretese metteranno a dura prova la pazienza della locandiera sadica, rimasta sveglia per aspettarlo…

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L’abominevole donna ricoperta di peli

La conturbante storia di una giovane coppia di crudeli fuorilegge alle prese con una rocambolesca rapina ed uno scomodo ostaggio che nasconde un imbarazzante segreto…  (pubblicato su wattpad.com ) Per leggere il racconto clicca qui

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Giochi Perversi

Un crudele dominatore iscrive i suoi schiavi a dei giochi molto particolari, organizzati nel castello piacentino di Lady Circe, una Padrona misteriosa ed esigente…(Pubblicato su Wattpad.com).

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La cugina minorenne

Jock si svegliò con la certezza che fosse un giorno speciale, ma non riuscì subito a capire il perché. Poi ricordò: stava per lasciare la città.

Non sarebbe arrivato lontano se avesse avuto l’aspetto dello spietato assassino criminale figlio di puttana in fuga: per prima cosa doveva darsi una ripulita.

Accese la caldaia sgangherata, poi andò in bagno ed aprì il rubinetto dell’acqua calda che iniziò a cadere lentamente nella vecchia vasca incrostata. La piccola stanza si riempì di vapore.

Andò in cucina e colmò un calice con del vino rosso italiano che non conosceva, non lo aveva mai sentito nominare: era un Gutturnio Superiore vendemmia 2010. Lo tracannò con un paio di copiose sorsate, poi appoggiò il bicchiere vuoto sul tavolo, si spogliò e tornò in bagno scorreggiando.

Si lasciò cadere nella tinozza e con una grossa saponetta ed una spazzola rigida iniziò a lavarsi.

Provava una sensazione piacevole. Era l’ultima volta che si toglieva dalla pelle sangue rappreso e brandelli di carne morta di qualche bastardo ammazzato a sangue freddo: non avrebbe più dovute uccidere per vivere.

Si lasciava alle spalle la vita del fuorilegge e aveva davanti a sé il Messico, la libertà e una montagna di soldi da spendere sino alla vecchiaia. Avrebbe conosciuto gente che non aveva mai sentito parlare della banda degli assassini di San Clemente. Il suo destino era un libro bianco sul quale avrebbe scritto ciò che voleva.

Si stava ancora lavando quando Betty entrò nel bagno. Sembrava turbata ed incerta, esitante sulla soglia.

Jock sorrise, le porse la spazzola e ordinò: “Lavarmi la schiena”

Lei si avvicinò e afferrò la spazzola, ma rimase immobile a fissarlo con uno sguardo vagamente malinconico.

“Su dai, datti da fare” la sollecitò Jock.

Lei cominciò a spazzolargli la schiena.

“Dicono che è stata una vera strage” disse.

“Ne avete ammazzati una mezza dozzina, tra guardie giurate, impiegati e clienti innocenti”

“Abbiamo rapinato una banca, c’è stata una sparatoria, e qualcuno ci ha lasciato le penne, nessuno sarebbe morto se avessero fatto come avevamo comandato.”

Betty si fermò. “Portami con te, Jock” lo implorò. “Non lasciarmi qui sola.”

Jock se lo aspettava, il bacio del giorno prima era stato un segnale premonitore. Si sentiva in colpa. Era affezionato alla cugina e si era divertito con lei l’estate precedente, quando l’aveva portata in collina e avevano fatto l’amore dopo essersi ubriacati. Ma non voleva vivere con lei, e poi era anche minorenne, e questo gli avrebbe provocato un sacco di problemi. Come poteva spiegarglielo senza farla soffrire? Lei aveva le lacrime agli occhi e si capiva quanto desiderasse scappare in Messico con lui. Ma era deciso a partire solo: non desiderava altro che fuggire lontano e godersi gli illeciti proventi delle sue passate attività criminali.

“Devo andare” disse. “Mi mancherai, Betty, ma non posso portarti con me.”

“Credi di essere migliore di tutti noi, vero?” replicò lei in tono risentito.  Aveva occhi grandi e scuri, vagamente folli e deliziosamente incastonati in un bel viso angelico, che la faceva sembrare più giovane dei suoi 16 anni.

“Tua madre era una stronza e tu le somigli. Non sono abbastanza per te? Vuoi andare a Cancún e metterti con qualche troia messicana suppongo!”

Sua madre era sempre stata una canaglia in effetti, ma Jock non sarebbe andato in Messico per mettersi con la prima donnaccia che gli fosse capitata. Si sentiva migliore degli altri? Pensava che sua cugina non fosse alla sua altezza? Probabilmente era proprio quello che credeva, ma non voleva dirglielo apertamente, e si sentì a disagio, non sapeva cosa rispondere.

Betty si sedette sul bordo della vasca e gli posò la mano sul ginocchio che sporgeva dall’acqua. “Non mi ami Jock?”

Lui esitò, avrebbe voluto possederla ancora una volta prima di partire, ma cercò di controllarsi. “Ti voglio bene, Betty, ma non ho mai detto di amarti, e tu non l’hai mai detto a me.”

Betty immerse la mano e lo toccò tra le gambe, sorridendo maliziosa.

“Portami con te e sposami” disse accarezzandolo. Era una sensazione inebriante, Jock le aveva insegnato come fare, e lei aveva imparato in fretta, non voleva sposarla, ma forse avrebbe potuto sfruttarla, lei aveva un innato talento per certe cose. L’idea di farla prostituire per lui in qualche malfamato bordello lo fece eccitare ancora di più.

“Potremo fare tutti i giorni quelle cose che Ti piacciono tanto” lo stuzzicò ancora lei.

“Non posso sposarti perché sei minorenne, e tuo padre, mio zio Bud, non lo permetterebbe mai, lo sai bene” osservò Jock, mentre la sua resistenza era al limite.

Betty si alzò e si sfilò il vestito. Prima che lui potesse fermarla, lei entrò nella tinozza e si sedette tra le sue gambe, appoggiando la testa all’indietro sul suo petto villoso.

“Ora tocca a te lavarmi” disse porgendogli il sapone.

Jock la insaponò lentamente, prima le spalle e poi la schiena.

“Portami con te” lo supplicò Betty ancora una volta.

Jock non era più in grado di trattenersi, ma non voleva farsi sedurre, non in quel modo almeno.

“Non ti porterò con me” disse in un bisbiglio, ma senza nessuna convinzione.

Betty si girò, si inginocchiò davanti a lui e lo baciò.

Poi ci fu uno schianto terribile e la porta si aprì.

Betty gridò in preda al panico.

Quattro ceffi fecero irruzione: erano Bud Ammazzacristiani, il capo della banda degli assassini di San Clemente, padre della ragazza e zio di Jock, con tre dei suoi uomini più fidati.

Bud era armato con due pistole, uno dei suoi sgherri aveva un fucile e gli altri avevano in pugno grossi coltelli.

Betty si staccò da Jock ed uscì tremando dalla tinozza, mentre lui rimase immobile, e visibilmente contrariato.

Il bandito con il fucile guardò Betty ostentando disapprovazione: “Due cugini affezionati” disse disgustato.

Bud guardò Jock con disprezzo: “immagino che tu no faccia caso all’incesto normalmente, ma trattandosi della mia bambina ora sei nei guai, testa di cazzo!”

Jock era furioso per via di quella intrusione, ma cercò di dominarsi, lo zio Bud aveva già ucciso in passato per molto meno, quindi sapeva di essere in pericolo.

“La ragazza è consenziente, non abbiamo violato nessuna legge” provò a giustificarsi.

“E’ la verità” squittì Betty da un angolo del bagno, nuda come un verme e terrorizzata.

“Chiudi il becco sgualdrina, nessuno ha chiesto la tua opinione” la redarguì suo padre.

“Non è il caso di farne un dramma adesso” disse Jock nel tentativo di stemperare la tensione.

“Non dirmi di non farne un dramma. Tu che ti scopi tua cugina minorenne, mia figlia, è un fottutissimo dramma del cazzo, e non saranno le tue cazzate a convincermi del contrario, hai capito, maledetto bastardo?”

Jock non aveva mai visto lo zio Bud così alterato. Lo aveva osservato in azione decine di volte, mentre rapinava banche o ammazzava uomini, donne e persino bambini, senza mai perdere la calma ed il sangue freddo. Aveva sempre avuto un aria truce e la bocca piegata in una smorfia crudele, ma adesso i suoi occhi lanciavano saette, sembrava fuori di sé e gesticolava animatamente e pericolosamente con le due pistole in pugno.

“Va bene, capisco il tuo punto di vista, come pensi di sistemare questa faccenda allora, non posso mica sposarla”

“Ovviamente non puoi, quindi per prima cosa ti impedirò per sempre di andare in giro a sedurre minorenni” dichiarò Bud, prima di sparare a Jock in mezzo alle gambe.

L’acqua della tinozza si tinse di rosso, mentre Jock gridando come una scrofa ferita si teneva i testicoli spappolati nel tentativo disperato di tamponare l’emorragia e l’insopportabile dolore provocato da quella barbara castrazione sommaria: morì dissanguato in meno di quaranta minuti.

Bud e gli assassini di San Clemente furono arrestati il giorno dopo, mentre cercavano di scappare in Messico. Erano stati traditi, una telefonata anonima li aveva incastrati.

La refurtiva dell’ultima rapina non fu mai trovata.

Betty, la cugina minorenne e lasciva di Jock, fece perdere le sue tracce per sempre, dopo essere fuggita con il malloppo.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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