Locandiera sadica

Un fastidioso musicista giunge in piena notte alla Locanda della Luna Nera, sulle colline del piacentino. Le sue continue pretese metteranno a dura prova la pazienza della locandiera sadica, rimasta sveglia per aspettarlo…

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I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Ballando col demonio

Alcuni giovani ragazzi di uno sperduto villaggio sulle colline del piacentino si recano ad una festa dove assistono a strani eventi paranormali… (Pubblicato su Wattpad.com)

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Scritto da Anonimo Piacentino

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La cugina minorenne

Jock si svegliò con la certezza che fosse un giorno speciale, ma non riuscì subito a capire il perché. Poi ricordò: stava per lasciare la città.

Non sarebbe arrivato lontano se avesse avuto l’aspetto dello spietato assassino criminale figlio di puttana in fuga: per prima cosa doveva darsi una ripulita.

Accese la caldaia sgangherata, poi andò in bagno ed aprì il rubinetto dell’acqua calda che iniziò a cadere lentamente nella vecchia vasca incrostata. La piccola stanza si riempì di vapore.

Andò in cucina e colmò un calice con del vino rosso italiano che non conosceva, non lo aveva mai sentito nominare: era un Gutturnio Superiore vendemmia 2010. Lo tracannò con un paio di copiose sorsate, poi appoggiò il bicchiere vuoto sul tavolo, si spogliò e tornò in bagno scorreggiando.

Si lasciò cadere nella tinozza e con una grossa saponetta ed una spazzola rigida iniziò a lavarsi.

Provava una sensazione piacevole. Era l’ultima volta che si toglieva dalla pelle sangue rappreso e brandelli di carne morta di qualche bastardo ammazzato a sangue freddo: non avrebbe più dovute uccidere per vivere.

Si lasciava alle spalle la vita del fuorilegge e aveva davanti a sé il Messico, la libertà e una montagna di soldi da spendere sino alla vecchiaia. Avrebbe conosciuto gente che non aveva mai sentito parlare della banda degli assassini di San Clemente. Il suo destino era un libro bianco sul quale avrebbe scritto ciò che voleva.

Si stava ancora lavando quando Betty entrò nel bagno. Sembrava turbata ed incerta, esitante sulla soglia.

Jock sorrise, le porse la spazzola e ordinò: “Lavarmi la schiena”

Lei si avvicinò e afferrò la spazzola, ma rimase immobile a fissarlo con uno sguardo vagamente malinconico.

“Su dai, datti da fare” la sollecitò Jock.

Lei cominciò a spazzolargli la schiena.

“Dicono che è stata una vera strage” disse.

“Ne avete ammazzati una mezza dozzina, tra guardie giurate, impiegati e clienti innocenti”

“Abbiamo rapinato una banca, c’è stata una sparatoria, e qualcuno ci ha lasciato le penne, nessuno sarebbe morto se avessero fatto come avevamo comandato.”

Betty si fermò. “Portami con te, Jock” lo implorò. “Non lasciarmi qui sola.”

Jock se lo aspettava, il bacio del giorno prima era stato un segnale premonitore. Si sentiva in colpa. Era affezionato alla cugina e si era divertito con lei l’estate precedente, quando l’aveva portata in collina e avevano fatto l’amore dopo essersi ubriacati. Ma non voleva vivere con lei, e poi era anche minorenne, e questo gli avrebbe provocato un sacco di problemi. Come poteva spiegarglielo senza farla soffrire? Lei aveva le lacrime agli occhi e si capiva quanto desiderasse scappare in Messico con lui. Ma era deciso a partire solo: non desiderava altro che fuggire lontano e godersi gli illeciti proventi delle sue passate attività criminali.

“Devo andare” disse. “Mi mancherai, Betty, ma non posso portarti con me.”

“Credi di essere migliore di tutti noi, vero?” replicò lei in tono risentito.  Aveva occhi grandi e scuri, vagamente folli e deliziosamente incastonati in un bel viso angelico, che la faceva sembrare più giovane dei suoi 16 anni.

“Tua madre era una stronza e tu le somigli. Non sono abbastanza per te? Vuoi andare a Cancún e metterti con qualche troia messicana suppongo!”

Sua madre era sempre stata una canaglia in effetti, ma Jock non sarebbe andato in Messico per mettersi con la prima donnaccia che gli fosse capitata. Si sentiva migliore degli altri? Pensava che sua cugina non fosse alla sua altezza? Probabilmente era proprio quello che credeva, ma non voleva dirglielo apertamente, e si sentì a disagio, non sapeva cosa rispondere.

Betty si sedette sul bordo della vasca e gli posò la mano sul ginocchio che sporgeva dall’acqua. “Non mi ami Jock?”

Lui esitò, avrebbe voluto possederla ancora una volta prima di partire, ma cercò di controllarsi. “Ti voglio bene, Betty, ma non ho mai detto di amarti, e tu non l’hai mai detto a me.”

Betty immerse la mano e lo toccò tra le gambe, sorridendo maliziosa.

“Portami con te e sposami” disse accarezzandolo. Era una sensazione inebriante, Jock le aveva insegnato come fare, e lei aveva imparato in fretta, non voleva sposarla, ma forse avrebbe potuto sfruttarla, lei aveva un innato talento per certe cose. L’idea di farla prostituire per lui in qualche malfamato bordello lo fece eccitare ancora di più.

“Potremo fare tutti i giorni quelle cose che Ti piacciono tanto” lo stuzzicò ancora lei.

“Non posso sposarti perché sei minorenne, e tuo padre, mio zio Bud, non lo permetterebbe mai, lo sai bene” osservò Jock, mentre la sua resistenza era al limite.

Betty si alzò e si sfilò il vestito. Prima che lui potesse fermarla, lei entrò nella tinozza e si sedette tra le sue gambe, appoggiando la testa all’indietro sul suo petto villoso.

“Ora tocca a te lavarmi” disse porgendogli il sapone.

Jock la insaponò lentamente, prima le spalle e poi la schiena.

“Portami con te” lo supplicò Betty ancora una volta.

Jock non era più in grado di trattenersi, ma non voleva farsi sedurre, non in quel modo almeno.

“Non ti porterò con me” disse in un bisbiglio, ma senza nessuna convinzione.

Betty si girò, si inginocchiò davanti a lui e lo baciò.

Poi ci fu uno schianto terribile e la porta si aprì.

Betty gridò in preda al panico.

Quattro ceffi fecero irruzione: erano Bud Ammazzacristiani, il capo della banda degli assassini di San Clemente, padre della ragazza e zio di Jock, con tre dei suoi uomini più fidati.

Bud era armato con due pistole, uno dei suoi sgherri aveva un fucile e gli altri avevano in pugno grossi coltelli.

Betty si staccò da Jock ed uscì tremando dalla tinozza, mentre lui rimase immobile, e visibilmente contrariato.

Il bandito con il fucile guardò Betty ostentando disapprovazione: “Due cugini affezionati” disse disgustato.

Bud guardò Jock con disprezzo: “immagino che tu no faccia caso all’incesto normalmente, ma trattandosi della mia bambina ora sei nei guai, testa di cazzo!”

Jock era furioso per via di quella intrusione, ma cercò di dominarsi, lo zio Bud aveva già ucciso in passato per molto meno, quindi sapeva di essere in pericolo.

“La ragazza è consenziente, non abbiamo violato nessuna legge” provò a giustificarsi.

“E’ la verità” squittì Betty da un angolo del bagno, nuda come un verme e terrorizzata.

“Chiudi il becco sgualdrina, nessuno ha chiesto la tua opinione” la redarguì suo padre.

“Non è il caso di farne un dramma adesso” disse Jock nel tentativo di stemperare la tensione.

“Non dirmi di non farne un dramma. Tu che ti scopi tua cugina minorenne, mia figlia, è un fottutissimo dramma del cazzo, e non saranno le tue cazzate a convincermi del contrario, hai capito, maledetto bastardo?”

Jock non aveva mai visto lo zio Bud così alterato. Lo aveva osservato in azione decine di volte, mentre rapinava banche o ammazzava uomini, donne e persino bambini, senza mai perdere la calma ed il sangue freddo. Aveva sempre avuto un aria truce e la bocca piegata in una smorfia crudele, ma adesso i suoi occhi lanciavano saette, sembrava fuori di sé e gesticolava animatamente e pericolosamente con le due pistole in pugno.

“Va bene, capisco il tuo punto di vista, come pensi di sistemare questa faccenda allora, non posso mica sposarla”

“Ovviamente non puoi, quindi per prima cosa ti impedirò per sempre di andare in giro a sedurre minorenni” dichiarò Bud, prima di sparare a Jock in mezzo alle gambe.

L’acqua della tinozza si tinse di rosso, mentre Jock gridando come una scrofa ferita si teneva i testicoli spappolati nel tentativo disperato di tamponare l’emorragia e l’insopportabile dolore provocato da quella barbara castrazione sommaria: morì dissanguato in meno di quaranta minuti.

Bud e gli assassini di San Clemente furono arrestati il giorno dopo, mentre cercavano di scappare in Messico. Erano stati traditi, una telefonata anonima li aveva incastrati.

La refurtiva dell’ultima rapina non fu mai trovata.

Betty, la cugina minorenne e lasciva di Jock, fece perdere le sue tracce per sempre, dopo essere fuggita con il malloppo.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Bill il sadico e la banda delle mutandine rosa

Bill il sadico aveva già ucciso una dozzina di giovani coppiette da quando aveva preso in gestione l’agriturismo Piacenza ubicato sulle verdeggianti colline di Vicobarone.

Aveva sotterrato i cadaveri nell’orto, dopo averli fatti a pezzi con la motosega.  Così adesso l’insalata, i pomodori e le altre verdure crescevano rigogliose.

Quella sera di mezza estate Roberto Rubanomi e Romualda Boccarosa arrivarono all’agriturismo pieni di entusiasmo, accaldati ma felici.

“Dacci una camera fresca e con una bella vista” disse Romualda sorridendo melliflua.

“Ho una bella camera con doppia vasca idromassaggio nel bagno” propose Bill il sadico, guardando avidamente nella scollatura della ragazza.

“Andrà benissimo, prendiamo quella”.

“Sono 150 euro a notte, pagamento anticipato”.

La ragazza non rispose, aprì la sua borsa firmata e tirò fuori i contanti.

Romualda e Roberto erano due banditi e avevano già svaligiato quattro banche e sette farmacie. I quotidiani nazionali si occupavano di loro da quando Romualda aveva cominciato ad usare mutandine di pizzo rosa per imbavagliare i farmacisti vittime delle loro rapine. Erano stati subito ribattezzati come “La banda delle mutandine rosa”.

Romualda era bionda, bella e senza scrupoli e senza alcuna moralità. Roberto era una marionetta nelle sue mani: malvagio, ma completamente succube della sua volontà.

Bill accompagnò i ragazzi alla camera, gli spiegò le regole della casa e poi tornò nel suo ufficio. Per tutto il tempo non tolse gli occhi dalla scollatura della ragazza.

“Hai visto come ti guardava quel maniaco? Sembra Norman Bates, il protagonista di Psyco di Alfred Hitchcock” disse Roberto appena rimasero soli nella stanza.

“Credi sia il tipo giusto?” chiese lei iniziando a spogliarsi.

“Si, penso che con lui potrebbe funzionare”.

“Sono almeno due mesi che non lo fai, ti senti carico al punto giusto?”

Roberto non rispose, prese una bottiglia di Malvasia frizzante dal frigobar e la stappò.

“Ti ho fatto una domanda”.

Roberto si versò da bere, poi guardò Romualda completamente nuda sul letto.

“Se va bene a te, sarà solo questione di qualche minuto” le disse dopo aver tracannato un bicchiere colmo di vino.

“Allora datti da fare” disse lei guardandolo con i suoi due grandi occhi languidi.

Roberto raggiunse Bill nel suo ufficio.

“Vogliamo la colazione a letto”

“Non offriamo questo tipo di servizio” disse Bill alzando lo sguardo dal registro dei corrispettivi.

Roberto mise 50 euro sul tavolo di Bill.

“Per che ora la volete questa colazione?”

“Adesso”.

“Ma sono le 6 del pomeriggio” obiettò Bill.

Roberto mise altri 50 euro sul tavolo: “Non importa che ore siano, la colazione la vogliamo adesso”.

“Fra quindici minuti sarò in camera da voi con la colazione”.

*

Venti minuti dopo Bill e Romualda si davano da fare avvinghiati sul letto, mentre Roberto li guardava partecipando seduto in un angolo della stanza.

“Sei proprio una gran troia” disse Bill tirando i capelli a Romualda.

Romualda gemeva, invitandolo a tirare con ancora più forza.

Bill cominciò a picchiarla, lei lanciò urla di piacere misto a dolore mentre Roberto si finiva sbavando seduto nel suo angolo.

Bill ci diede dentro ancora per qualche minuto, poi tutto finì.

“Ora rivestiti e dacci tutti i soldi che hai” disse Roberto puntandogli una pistola in faccia.

“Che ti prende amico, lo spettacolo non ti è piaciuto?”

“Non fare lo stronzo, questa è una rapina!”

“Ma che cazzo stai dicendo stronzetto di un pervertito guardone”.

“Sta dicendo che se non ci dai subito tutti i tuoi soldi ti facciamo un nuovo buco nel culo, testa di cazzo!” ringhiò Romualda puntandogli contro anche la sua pistola.

“Vai a cagare puttana!” la insultò Bill prima di tirarle un pugno tremendo.

La ragazza crollò a terra con un labbro rotto.

Roberto sparò tre colpi.

Il primo centrò la finestra mandando il vetro in frantumi e si disperse nei vigneti. Il secondo colpì Romualda ad una gamba spappolandole una rotula. Il terzo ferì Bill ad una spalla.

“Mi hai distrutto un ginocchio, coglione!” gridò Romualda piangendo per il dolore.

“Scusami amore, è colpa di questo stronzo” cercò di giustificarsi Roberto.

“Dannati figli di puttana, non uscirete vivi da questo posto” urlò Bill, tenendosi la spalla dilaniata dalla ferita.

“E invece sarai tu a morire, pezzo di merda” chiosò Roberto mentre si avvicinava a Bill. Poi gli appoggiò la canna della pistola in mezzo agli occhi, pronto a premere il grilletto.

Lo sparo rimbombò sinistramente nella stanza, la testa esplose e le pareti bianche della camera si spruzzarono di sangue e cervella.

Romualda appoggiò a terra la sua pistola fumante e guardò soddisfatta il cadavere di Roberto. Lo aveva appena ammazzato a sangue freddo, dopo aver vissuto assieme a lui gli ultimi cinque anni. Lo aveva ucciso per impedire che sparasse a Bill, l’uomo che conosceva soltanto da poche ore, e che l’aveva posseduta come mai nessuno prima di allora.

“Cosa hai intenzione di fare adesso?” le chiese Bill, ansimando per la paura e per il dolore provocato dalla ferita alla spalla ancora aperta.

Lei si trascinò verso di lui singhiozzando con il ginocchio sanguinante, lasciando una scia rossa e vischiosa sul pavimento. Quando gli fu abbastanza vicino lo baciò.

“Ho intenzione di sposarti, brutto bastardo” disse infine.

Bill accettò subito la proposta di quella bionda bella e perversa, baciandola con rinnovata passione.

E vissero molti anni ancora: sadici e contenti, ammazzando molte altre giovani coppie. Con i cadaveri, dopo averli smembrati, ci riempirono l’intero giardino, sino a raggiungere l’età della vecchiaia senza mai essere scoperti.

 

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Il Pokèmon della Val Tidone

Erminio Puzzadipiedi era un ciccione ludopatico, disoccupato, disperatissimo e con decisamente una gran faccia da pirla.

A quarant’anni suonati si era già fatalmente rovinato sputtanando i pochi beni di famiglia ai videopoker, nelle peggiori sale slot della Val Tidone.

La sua vita fatta di espedienti e frustrazioni ebbe una svolta il 15 luglio del 2016, quando l’applicazione a realtà aumentata per dispositivi mobili della Nintendo, la famigerata Pokèmon Go, fu rilasciata ufficialmente anche in Italia.

Erminio era riuscito ad installarla sul suo Iphone di terza categoria comperato da un marocchino abusivo al mercato di Castel San Giovanni.

Da quel momento comprese che il suo destino era segnato. Sarebbe diventato un leggendario ed imbattibile allenatore di Pokèmon.

Passò l’intera seconda metà di luglio a perlustrare in lungo e in largo tutte le principali cittadine della valle a caccia di Pokèmon conseguendo i seguenti straordinari risultati:

  • 4 incidenti stradali provocati lanciandosi in mezzo alla strada senza guardare, nel tentativo di catturare alcuni tra i più rari mostriciattoli giapponesi.
  • 7 denunce per violazione di domicilio, dopo essersi introdotto senza invito né permesso in casa di ignari concittadini a caccia di Pokèmon.
  • 10 aggressioni da parte di padri gelosi e madri inferocite, per aver avvicinato ragazzine minorenni nel tentativo di concertare attacchi coordinati alle più forti palestre Pokèmon della zona.

Ai primi di agosto era già un allenatore di Pokèmon di livello 30, aveva catturato 10.500 Pokèmon, percorso mille chilometri a piedi e perso 23 chili di peso. Cosa ancor più significativa controllava una trentina di palestre Pokèmon prestigiosissime ed era conosciuto in tutta la provincia di Piacenza come l’allenatore di Pokèmon della Val Tidone.

Sembrava che l’inutile vita di Erminio Puzzadipiedi iniziasse ad avere un senso quando in una calda notte di mezza estate, dopo aver bevuto un paio di bottiglie di Ortrugo frizzante dei Colli Piacentini, impazzì completamente.

Scese a Borgonovo con il suo fucile da caccia caricato a pallettoni e cominciò a sparare in faccia agli altri allenatori di Pokèmon.

“Vi ammazzo tutti bastardi maledetti, ne rimarrà soltanto uno e quell’uno sono io”

“No, aspetta, fermati!” urlò una ragazza bionda e giovane e con due grandi occhi folli.

“Cosa vuoi? Levati di mezzo o Ti ammazzo!”

“Non lo fare” disse lei “io posso capire la tua tragedia”

“Che cosa?”

“Capisco la tua tragedia”

“Cosa intendi dire?”

“So come ci si sente, anche io sono stata un po’ in manicomio in un’altra vita.”

Erminio la guardò perplesso per alcuni secondi, poi ricaricò il fucile e le sparò a bruciapelo uccidendola sul colpo.

“Stupida troia” borbottò tra sé e sé e continuò a sparare a tutti quelli che incrociava sul suo cammino per altri dieci minuti.

Dopo aver ammazzato una dozzina di cristiani innocenti fu abbattuto da una pattuglia di carabinieri accorsi sul posto per primi.

Il cadavere fu esposto al pubblico ludibrio per due giorni prima di essere sepolto nel cimitero di Pecorara.

 

 

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La versione rubata

Il professore di lettere e latino Ilario Fioretti era precocemente rincoglionito, e benché non avesse ancora compiuto i quarant’anni, era già universalmente considerato un cretino totale.

Quel giorno aveva lasciato la propria borsa incustodita in classe durante la ricreazione, e gli studenti più scapestrati ne avevano immediatamente approfittato per scatenare su quel feticcio tutte le loro frustrazioni.

“Lanciamola fuori dalla finestra” propose Franco Sparapizze afferrando la borsa.

“No, no, aspetta, prima giochiamoci a calcio” suggerì Germano il Capitano colpendola con un sinistro potentissimo. Il manico si scucì restando in mano allo Sparapizze, mentre il resto della borsa si sfracellava con un tonfo sordo contro la parete dietro la cattedra.

“Guardiamo cosa c’è dentro” disse allora Ciccio Giuliacci avventandosi per primo sui resti della sporta di cuoio.

La borsa conteneva una copia sgualcita dell’ultimo numero del settimanale Seconda Mano, una custodia in pelle degli occhiali da lettura del professore, frantumatisi a seguito dell’urto tremendo, ed infine, sorpresa delle sorprese, le fotocopie della versione di latino per il compito in classe programmato per il giorno successivo.

Ciccio Giuliacci sollevò al cielo in preda ad una folle euforia il prezioso ritrovamento, mentre una piccola folla di compagni gli si avvicinava con la bava alla bocca, pregustando gli straordinari vantaggi che quella fortuita scoperta comportava.

Il testo in latino fu ricopiato a tempo di record da Gabriele Micheli e Franco Ernesti, mentre Rocco Bucolico, Mario Bonaldi e Steno Cremona riuscirono in qualche modo a riparare la borsa del professore e a sostituire gli occhiali disintegrati con un paio dalla montatura uguale, ma con lenti da miope.

Poi nel pomeriggio il compito fu tradotto da Maria Benedetti, la prima della classe, costretta a collaborare sotto ricatto. Sandro Burrasca era riuscito a rapire il gatto della Benedetti e minacciava di affogarlo in un fosso se la ragazza non avesse fatto quanto richiesto.

Ottenuta la traduzione della versione, ne furono preparate un congruo numero di fotocopie distribuite a quasi tutta la classe durante la prima ora del giorno dopo.

Rimasero senza soltanto Giovanni Ligas, che essendo un cacasotto da competizione aveva rifiutato di prendere la traduzione temendo di essere scoperto, e Barbara Monatti, assente il giorno precedente, ignara di tutto, ed esclusa perché stava sulle palle a quasi tutti i suoi compagni di classe.

Il compito si svolse regolarmente durante la terza ora, e tutti terminarono la traduzione ben prima della fine del tempo a disposizione. Dino Francescato, per evitare di insospettire il professor Fioretti, decise astutamente di inserire volontariamente qualche errore, giudicando inverosimile per sé stesso un compito perfetto e senza errori.

Il Fioretti si presentò dopo due giorni con i compiti già corretti. Fu un vero trionfo. Tutti avevano preso voti altissimi: 8 oppure 9. Tutti tranne tre studenti: Barbara Monatti che aveva preso 6, Giovanni Ligas che aveva preso 5 e Dino Francescato, che avendo esagerato con gli errori volontari era riuscito a prendere 4.

Mentre la gioia era ancora dipinta sui volti dei giovani, ed in particolare su quelli che in latino non avevano mai preso un voto superiore al 6, Fioretti iniziò a parlare.

“Il compito in classe è annullato” disse con calma teutonica e chiosando con un sorrisetto ironico e vagamente beffardo.

“Ma per chi mi avete preso? Per un cretino? Pensavate davvero che non mi sarei accorto che avete rubato il compito?”

Un silenzio imbarazzato scese su tutta la classe.

“Tu, ad esempio, che non sei nemmeno capace di coniugare rosa rosae, come pensavi di poter fare un compito senza errori e non essere scoperta?” chiese con malcelato disprezzo, additando Maria Catena Addolorata, una delle studentesse più scarse nelle sue materie e che in latino aveva la media del 4 periodico.

Maria Catena abbassò lo sguardo, avvampò per la vergogna, ma non disse nulla.

“E voi due Bonaldi e Giuliacci? Le vostre traduzioni sono identiche. Pensavate forse che avrei attribuito al caso questa straordinaria coincidenza? Vergognatevi!”

La reprimenda del Prof. Fioretti proseguì per altri 15 interminabili minuti, poi tutta la classe fu condannata ad una orribile punizione riparatoria, ispirata al più crudele contrappasso dantesco.

In occasione della festa di fine anno, furono tutti costretti a mettere in scena e a recitare in lingua originale la Medea, una tragedia latina di 1027 versi, divisa in cinque atti e scritta nel primo secolo d.C. da Lucio Anneo Seneca.

 

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Il professore di Matematica e Fisica

Il professore di matematica Crudelio Camalli era una sadica ed implacabile canaglia.

Gli studenti dei primi banchi lo temevano per l’atroce alito pestilenziale.

Gli studenti meno preparati lo temevano per la spietata severità di giudizio.

Giovanni Ligas, che in matematica e fisica era una vera capra, ne era terrorizzato per entrambi i motivi.

Quella fredda mattina di fine novembre, il Camalli entrò in classe di buon umore.

Appena si fu seduto alla cattedra, masticando rumorosamente una gomma americana, comunicò ridacchiando compiaciuto e con voce greve il programma della giornata.

“Oggi interrogazione a sorpresa”

A questo fatale annuncio si ebbero tre svenimenti, un patetico tentativo di arresto cardiaco simulato, inscenato da Dino Francescato, ed un imbarazzante attacco di colite fulminante.

Ne fu vittima Dario Sella, subito allontanato dalla classe tra lo scherno generale dopo che si era orribilmente cagato addosso.

“Bene, procederemo al solito sorteggione per stabilire chi interrogare” ridacchiò sempre più soddisfatto il Camalli, mentre un silenzio tombale calava sulla classe.

I più scaramantici si affidarono subito a gesti propiziatori al fine di scampare l’incombente pericolo: alcuni afferrarono le parti metalliche di banchi e sedie, altri estrassero dalle tasche corni napoletani, ferri di cavallo e persino amuleti africani.

I più spudorati si infilarono entrambe le mani nelle mutande afferrandosi i coglioni platealmente.

Sandra Pizzo, decisamente sovrappeso ed innamorata senza essere corrisposta del suo compagno di banco Mario Bonaldi, approfittò clamorosamente della situazione per cercare di allungare le mani verso il basso ventre del giovane, già completamente sopraffatto dal panico a causa dei precedenti sorteggi, che per sette volte consecutive lo avevano visto uscire come primo degli interrogati.

I più religiosi si affidarono alla Madonna o al proprio Santo protettore.

Il disumano metodo utilizzato dal Camalli per stabilire i nomi dei disgraziati, consisteva nell’aprire il librone di matematica a caso, leggere il numero della pagina destra e poi applicare un sofisticatissimo algoritmo che gli avrebbe permesso di arrivare ad un numero finito da 1 a 27. Ad ogni numero corrispondeva il nome di uno studente sul registro di classe, ovviamente l’ordine era alfabetico. Mario Bonaldi era il numero 3, subito dopo Pier Sergio Antellano e Rocco Bucolico.

Dopo alcuni interminabili secondi, il Camalli finalmente aprì il libro.

“Pagina 437” disse con voce carica di pathos.

La classe trattenne il fiato e lui iniziò i calcoli:

“Radice quadrata di 437 moltiplicato per l’anno di nascita di mia nonna, diviso il Pil del Congo nel 1969 sommato alla derivata di una funzione in un punto il cui valore del coefficiente angolare della retta tangente alla curva medesima è la tangente trigonometrica dell’angolo formato dalla tangente stessa con il numero di scarpe di mia sorella sottratto al coseno di uno dei due angoli interni adiacenti all’ipotenusa di un triangolo rettangolo diviso per il numero dei miei capelli nel giorno del solstizio di primavera del 1972…  il che dà come risultato…”

Durante il complicato calcolo altri due studenti incapaci di reggere la tensione svennero all’indietro. Ciccio Giuliacci e Franco Sparapizze iniziarono a sudare in maniera imbarazzante, mentre Marino Fabrizi detto Peto era pericolosamente dilaniato da dolori all’addome e Germano il Capitano stava recitando il Salve Regina in latino e ad alta voce.

“Il risultato è….”

Il sadico professor Camalli stava artificiosamente prolungando l’attesa per godersi i volti imbruttiti dalla paura dei suoi malcapitati studenti.

“Il risultato è tre!” disse alla fine con fare fastidiosamente teatrale.

Mentre chi aveva scampato l’insidia tirò un sospiro di sollievo, Mario Bonaldi, sorteggiato per l’ottava volta consecutiva, lanciò un orrendo bestemmione che squarciò l’aria come una bomba, anche perché nello stesso momento la Sandra Pizzo era riuscita ad afferragli le palle provocandogli un dolore lancinante.

“Dai Bonaldi, vieni alla lavagna ha ha ha”

Bonaldi sfigurato dalla rabbia raggiunse la posizione.

Il malvagio Camalli attaccò con un paio di domande di teoria, alle quali il Bonaldi rispose in modo approssimativo, poi affondò il colpo dettando una mostruosa equazione che mandò in crisi lo sventurato.

“Ma dai Bonaldi, ma hai studiato? Ma dai, questa equazione la può risolvere anche mio zio ah ah ah”

Il supplizio del povero Mario proseguì ancora diversi minuti, poi all’ennesima insopportabile domanda accadde l’imponderabile.

“Dai Bonaldi, fammi un esempio di collisione perfettamente anelastica ah ah ah”

Bonaldi si diresse allora lentamente verso il suo banco, con sguardo fisso nel vuoto si fermò proprio davanti alla Sandra Pizzo che lo guardava con occhi pieni d’amore.

“Puttana! Sei una puttana!” gridò in preda alla più cieca follia.

Poi le tirò una testata tremenda in piena faccia, spaccandole il naso e rompendole due incisivi ed il labbro superiore.

Sandra Pizzo fu portata all’ospedale in una maschera di sangue.

Mario Bonaldi fu trascinato in presidenza dopo essere stato legato con una camicia di forza.

Lo lasciarono tornare a casa soltanto dopo quattro settimane, sette esorcismi ed un pellegrinaggio in processione alla Madonna della quercia sul Colle dei Frati vicino a Bettola.

 

 

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