La bambola perfetta

Gino Manosvelta iniziò a fantasticare su quel genere di cose sin da quando era adolescente. A quei tempi, mentre i suoi coetanei si masturbavano con i giornalini porno, Gino si eccitava guardando i manichini sui cataloghi di biancheria intima di terz’ordine. Anche le Barbie e altre bamboline sexy accendevano la sua passione. A trent’anni era già sessualmente deviato, gli piacevano molto le ragazzine delle scuole superiori e non aveva rapporti normali con le donne da almeno un decennio: era anche brutto e facilmente gli puzzavano i piedi.

La sua vita ebbe una svolta il giorno in cui navigando su internet capitò per caso su realdoll.com

Scoprì in questo modo che dal 1996 la Abyss Creations produceva e vendeva in tutto il mondo le bambole per usi sessuali più realistiche mai costruite. Ideate dallo scultore Matthew McMullen e realizzate grazie alle più avanzate tecnologie sviluppate dall’industria degli effetti speciali hollywoodiana, le Real Dolls erano munite di endoscheletro in PVC per simulare tutte le posizioni di un vero corpo umano, ed il rivestimento in silicone riproduceva anche al tatto le fattezze di una vera donna.

Gino avrebbe voluto ordinare una Real Doll personalizzata scegliendo secondo il proprio gusto il tipo di corpo, il viso, i capelli ed il colore degli occhi. Tuttavia valutato il costo della bambola preferì desistere. Oltre a tutto il resto era anche piuttosto spilorcio e giudicò il prezzo troppo esoso per le sue tasche.

Quella stessa sera decise di mangiarci sopra e si recò nella sua pizzeria preferita. Era un locale nel piacentino, frequentato da una clientela giovanile. Le scuole erano finite da poco, faceva caldo e le ragazzine indossavano gonne corte e camicette attillate e sprizzavano ormoni mettendo in mostra gambe depilate, ombelichi tirati a lucido e capezzoli turgidi sotto le stoffe fini.

Alla seconda birra Gino era già su di giri, ma non riusciva a togliersi dalla testa le bambole americane che aveva visto su internet.

Al tavolo affianco era seduto un tizio strano, tutto vestito di nero, con la pelle scura, gli occhiali da sole ed un ghigno ancestrale stampato sul volto.

“Potrei risolvere i tuoi problemi” disse con voce baritonale, alzando un calice di vino Malvasia in segno benaugurale.

“Dici a me?” domandò lui stupito, non si aspettava che quel tipo strambo gli rivolgesse parola.

“Conosco un artigiano, dalle parti di Nibbiano, che costruisce incredibili bambole in silicone a prezzi modici.”

“Ehi! Tu come fai a sapere che mi interessano questo genere di cose? Chi diavolo sei?”

“Un amico!” rispose quello, esibendo un sorriso mefistofelico.

Gino spalancò gli occhi scettico, senza parlare, avvertendo nell’aria un fastidioso e pungente odore di zolfo.

“Non devi fare altro che telefonare a questo numero e descrivere il tipo di bambola che vuoi” disse offrendogli un volantino pubblicitario.

Gino lo afferrò avidamente e cominciò a leggere: “Realizziamo Bambole Perfette, create su misura, personalizzate e accessoriate con parti anatomiche che sembrano vere, soddisfatti o rimborsati!”

Sul volantino erano anche riprodotte le fotografie di alcune ragazze nude, e lui faticò a comprendere se si trattasse di modelle in carne ed ossa oppure, come promettevano gli slogan pubblicitari, di bambole in silicone straordinariamente realistiche.

Continuò ad osservare il volantino con sguardo rapito per parecchio tempo. Quando alla fine rialzò la testa, l’uomo vestito di nero era scomparso.

Non riuscì a dormire per tutta la notte, e nemmeno quella successiva, e quella dopo ancora. Passata un’intera settimana insonne sognando ad occhi aperti di mettere le mani su una di quelle Bambole Perfette, alla fine cedette alla tentazione e decise di assecondare il desiderio di averne una tutta per sé.

Il laboratorio dove venivano costruite le Bambole Perfette era dentro lo scantinato di un vecchio casale fatiscente sulle colline di Nibbiano. Il magazziniere ecuadoregno che la impacchettò prima di spedirla si fece delle grasse risate, chiedendosi quale tipo di pazzia avesse ottenebrato la mente del maniaco che aveva commissionato quella cosa grottesca. Si chiamava Esmeralda, aveva le sembianze di una sedicenne nigeriana, con la pelle nera e due tette enormi, ma gli occhi erano blu cobalto ed i capelli erano biondo platino. Aveva anche un culo da urlo. Era vestita da cameriera ed era la Bambola Perfetta ordinata da Gino Manosvelta.

Il giorno in cui gli fu finalmente recapitata a casa, fu il più bello della sua vita.

Per prima cosa la mise a sedere sul divano in soggiorno, le accarezzò i capelli sintetici, le ficcò in mano un bicchiere e lo riempì di vino rosso di media qualità, poi cominciò a parlarle.

“E’ molto che Ti aspettavo, anzi da sempre, da tutta la vita” disse accendendosi una sigaretta.

“Ho sempre desiderato avere una ragazza come te, Dio mio Esmeralda, sei bellissima.”

Lei rimase immobile con il bicchiere in mano pieno di vino rosso di media qualità, fissando nel vuoto.

“Sai cosa mi piacerebbe farti dolcezza?”

Esmeralda non rispose.

“Mi piacerebbe metterti una catena al collo, frustarti la schiena con la mia cintura e poi prenderti da dietro, in modo selvaggio.”

La bambola non disse nulla.

Gino iniziò ad eccitarsi, buttò via la sigaretta, si alzò e si versò un bicchiere colmo di vino rosso, lo trangugiò ed andò a sedersi accanto ad Esmeralda.

“Sei la mia schiava negra” le sussurrò ad un orecchio, poi le afferrò la testa con violenza e la baciò sulla bocca.

La bocca di Esmeralda era morbida e le labbra profumavano di fragola.

Gino iniziò a spogliarla. Lei lasciò fare. Lui le piegò le braccia e poi le gambe sino a metterla nella posizione che preferiva. Il vino rosso di Esmeralda uscì dal bicchiere e si rovesciò sul pavimento.

Gino tirò fuori il suo arnese nodoso dalle mutande e la penetrò.

Durò un paio di minuti al massimo, ma fu l’orgasmo più intenso e lungo che lui avesse mai provato. Pensò che nessun’altro avesse mai goduto tanto prima di lui.

Gino stava con Esmeralda già da tre settimane ed era per lui una relazione molto piacevole.

Di giorno la teneva nuda incatenata in cantina, a quattro zampe dentro una cuccia per cani che aveva costruito apposta per lei. La sera la vestiva da cameriera e la metteva in ginocchio accanto alla sua poltrona, con un vassoio tra le mani sul quale appoggiava il posacenere ed una bottiglia di vino. Mentre guardava la televisione fumava e beveva con lei accanto, tutto il tempo in ginocchio sul pavimento e con il vassoio in mano. Qualche volta, se era di buon umore, le accarezzava la testa come avrebbe fatto con un pastore tedesco. Altre volte le legava i polsi al tavolo della cucina e le frustava la schiena dopo averla imbavagliata. La notte se la portava a letto, la spogliava e ci faceva sesso in tutte le posizioni del kamasutra.

Gino Manosvelta era felice, a suo modo amava Esmeralda e la sua vita di coppia era perfetta. Sino a quella sera del ventisettesimo giorno che stavano assieme.

Era una domenica, e tornato dopo un pomeriggio allo stadio, Gino scese in cantina per prendere Esmeralda, ma con sua grande sorpresa non la trovò come l’aveva lasciata.

Lei non stava più a quattro zampe e non aveva più la catena al collo. Era seduta sopra il tettuccio della cuccia con le sue belle gambe nere di silicone elegantemente accavallate.

“Che razza di scherzi sono questi!” protestò ad alta voce Gino.

Esmeralda aveva lo sguardo fisso nel vuoto, come sempre.

“Come cazzo hai fatto a liberarti?” balbettò lui, avvicinandosi alla bambola per ispezionarla.

“Brutta puttana!” le urlò.

Lei non reagì, restò lì come se nulla fosse, con le gambe accavallate.

“Ti sei tolta la catena dal collo? Hai osato fare questo stupida troia?”

Esmeralda non rispose.

Gino era fuori di sé e la colpì con uno schiaffo. Lei cadde a terra con un tonfo sordo, ammortizzato dal silicone di cui era fatta.

“Me la pagherai dannata sgualdrina” la minacciò, poi afferrò una scopa e cominciò a percuoterla colpendola con il manico di legno sulla faccia, sul petto, sugli stinchi, le diede anche due calci nel culo, poi quando fu stanco trascinò una vecchia sedia impagliata davanti a lei e ci si sedette sopra osservandola.

“Prova a liberarti ancora, e la prossima volta Ti faccio a pezzi sporca negra!”

La bambola rimase tutto il tempo in silenzio, nuda, picchiata e gettata nella polvere, sul pavimento lurido della cantina di Gino Manosvelta.

Per evitare altre sorprese, decise di ammanettare i polsi di Esmeralda dietro la schiena, e di chiudere la catena che le aveva messo al collo con un grosso lucchetto. Poi la mise in ginocchio dentro alla cuccia per cani.

“Ora voglio proprio vedere se riesci ancora a liberarti” disse con tono di sfida, prima di andarsene.

Quella notte Gino dormì da solo, lasciando la bambola di silicone ammanettata ed incatenata in cantina.

Il giorno dopo, tornato presto dal lavoro, andò subito a vedere come stava Esmeralda, e per poco non gli prese un infarto.

Lei era senza manette, senza catene, seduta sul pavimento con le gambe divaricate in una posizione oscena. Persino il suo volto sembrava diverso, ed ora una specie di sorriso sciocco le conferiva un’espressione sarcastica, vagamente crudele.

“Lo hai fatto di nuovo” disse lui con voce tremante.

“Lo hai voluto tu, non dire che non ti avevo avvisato.”

Esmeralda si limitò a guardarlo, come sempre senza reagire.

Gino la portò in camera sua, la sdraiò sul letto a pancia in giù e le legò mani e piedi con delle corde alle gambe del letto. Andò in cucina, prese una bottiglia di vodka dalla dispensa e tornò in camera.

Guardò la bambola legata a quel modo, aprì l’armadio dove teneva una mazza da baseball, afferrò la mazza e cominciò a picchiarla. La picchiò sulla testa e sulla schiena, con violenza. Ad ogni mazzata sentiva il rumore inquietante del silicone sbattuto. Quando fu stanco le si sdraiò sopra e la prese contro natura.

Appena tutto fu finito la lasciò legata al letto, le si sedette accanto e cominciò a bere a canna dalla bottiglia di vodka.

Ad ogni sorsata le dava uno schiaffo sul culo, oppure le tirava i capelli o la prendeva a pugni all’altezza dei fianchi, insultandola.

Lei rimase immobile con lo sguardo perso nel vuoto e quel nuovo ghigno malvagio disegnato sul volto.

Quando Gino fu completamente ubriaco, finita la vodka, si sdraiò accanto ad Esmeralda e si addormentò.

Si svegliò dilaniato da un dolore lancinante dalle parti del pene. Non poteva muoversi: le sue braccia e le sue gambe erano ora legate al letto, al posto di Esmeralda.

Lei gli stava in piedi davanti con un coltellaccio da macellaio in una mano e ciò che restava del suo nodoso membro sanguinante nell’altra. E stava ridendo, in modo sadico.

Gino cominciò ad urlare per il dolore e a gridare:

“Cosa mi hai fatto maledetta troia? O no… non ci posso credere… mi hai tagliato il cazzo…”

E intanto urlava, urlava come un ossesso e il sangue zampillava fuori dai genitali amputati come fosse una fontana.

“Dannata negra bastarda… cosa hai fatto… cosa hai fatto?!?”

Gino urlava e gridava mentre lei continuava a ridere, e ridendo buttò il suo cazzo fuori dalla finestra.

“Prova a picchiarmi adesso” disse Esmeralda smettendo di ridere.

“Cosa? Ma tu… tu parli…”

“Non riesci a picchiarmi ora che ti ho evirato? Ti mancano le forze oppure il coraggio?”

“Cosa?”

“Ti piacevano le mie gambe, ed il mio corpo, ammettilo porco!”

“Si… Si… certo che adoravo il tuo corpo, ma tu mi hai tagliato il cazzo, dannata troia schifosa… come faccio adesso? Sto per morire sto morendo brutta puttana lo capisci questo? Aiutami… devo andare in ospedale… aiutami…”

Esmeralda si protese sopra di lui e gli mollò un ceffone in piena faccia, facendo dondolare le grosse mammelle di silicone.

“Non andrai da nessuna parte”

“Lasciami andare in ospedale ti prego… slegami, devo tamponare l’emorragia o Dio… sto per morire lo sento, sto per morire…”

Gino cominciò a piangere, poi la stanza iniziò a girare intorno a lui. Vide Esmeralda che si rivestiva poi svenne. Lei gli slegò i polsi e le caviglie, gli mise il coltello che aveva usato per evirarlo tra le mani, poi gli sedette accanto.

Il cadavere di Gino Manosvelta fu trovato dai carabinieri della stazione di Borgonovo Val Tidone. Accanto al corpo dissanguato dell’uomo fu trovata anche una bambola di silicone.

La bambola era vestita da cameriera, sedeva con le gambe accavallate sul bordo del letto e le labbra erano contratte in una smorfia cattiva, beffarda ed inquietante.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Vietata la riproduzione, Copyright ©2016 racconti-brevi.com

 

 

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Elezioni del Consiglio d’Istituto del Liceo Volta

Giovanni Ligas arrivò in classe con gli occhi color grigio topo che brillavano d’eccitazione da dietro le spesse lenti da cieco.

Quella mattina era in programma il megadibattito definitivo per la chiusura della campagna elettorale per l’elezione della componente studentesca nel Consiglio d’Istituto del Liceo Volta.

L’attesissimo evento per il Ligas garantiva nell’ordine:

  • Mezza giornata di cazzeggio totale
  • Il rinvio di interrogazioni e compiti in classe precedentemente fissati per quella stessa data
  • La possibilità di realizzare nuovi e compromettenti e pruriginosi filmati catturando con la cinepresa VHS i momenti più imbarazzanti della giornata.

“Quest’anno riuscirò a filmare le mutandine della Romualda” dichiarò Ligas con un ghigno perverso disegnato sul volto.

La Romualda era una dissoluta studentessa del quinto anno, indossatrice abituale di minigonne inguinali, e sogno erotico ricorrente per guardoni, maniaci sessuali e segaioli del primo anno.

“Non dire cazzate! Lo sanno tutti che quella troia non porta le mutande” sentenziò Ciccio Giuliacci con assoluta sicurezza.

“Magari tu ci riuscissi” commentò Mario Bonaldi con un filo di voce lontanamente ingrifata.

“E come pensi di fare?” si interessò Andreas Germano detto il Capitano fingendo indifferenza.

“Mi apposterò un paio di gradinate sotto la sua”

“E sei lei si accorge che la stai filmando?” obiettò Dino Francescato, mentre con la mente stava già immaginando di affondare la faccia tra le cosce della Romualda.

“Se si accorge allargherà le gambe per farsi filmare meglio” affermò Giuliacci con sicumera ancora maggiore.

A quel pensiero gli occhi languidi e sognanti di Bonaldi, Francescato e Ligas si incrociarono in un silenzio imbarazzato e carico di aspettative.

“Basta farsi le seghe frocetti” intervenne Franco Sparapizze, “oggi andiamo in guerra” aggiunse.

Lui, Giuliacci e Bonaldi erano stati reclutati tra i supporters della lista di estrema destra “Compagnia dell’anello” presentata da alcuni esponenti locali del Fronte della Gioventù, con la promessa di essere accolti tra gli ultras interisti nella curva Nord di San Siro a Milano. Per essere giudicati degni di tale sacra iniziazione però, dovevano prima dimostrare di essere dei veri hooligan, supportando con ogni mezzo i candidati della “Compagnia dell’anello” durante il megadibattito definitivo di quella mattina.

“Controlliamo le attrezzature” ordinò Sparapizze, che per l’indole manesca ed il piglio decisionista era stato nominato a capo del piccolo manipolo.

Bonaldi aprì lo zaino ed estrasse con orgoglio il suo equipaggiamento:

  • un tirapugni in ferro borchiato con l’effige del Duce
  • elmo di lamiera in stile vichingo
  • due bottiglioni da 1,5 litri di Gutturnio frizzante
  • ginocchiere da pallavolista professionista
  • paradenti da boxer
  • una stella rotante da ninja giapponese.

“Ora tocca a me” disse Ciccio Giuliacci mostrando il suo armamentario:

  • un pentolone in ghisa pesantissimo riadattato ad elmo da combattimento
  • una coppia di Nunchaku modello Bruce Lee
  • un bottiglione in plastica ripugnante pieno di piscio
  • una scatola di gavettoni da riempire con il contenuto del bottiglione
  • un coltellino svizzero
  • dieci biglie di ferro
  • una fionda in acciaio inox
  • nastro adesivo
  • una sparachiodi elettrica
  • un sacchettone di chiodi da 8 cm.

Franco Sparapizze osservò con fare compiaciuto le armi preparate dai suoi sottoposti, poi mentre un lampo di follia gli balenava tra gli occhi, si decise a rivelare le sue dotazioni:

  • un manganello in legno stagionato e durissimo
  • un coltello a serramanico vietatissimo
  • dello spray urticante al peperoncino
  • dodici lattine di birra
  • sei petardi di categoria 4
  • una catapulta portatile
  • una bomba a mano residuato bellico della seconda guerra mondiale
  • e per finire l’arma più micidiale, due buste di plastica trasparenti richiudibili imbottite di merda umana di produzione propria.

Recuperato l’equipaggiamento gli studenti si avviarono con il resto della classe verso l’aula magna dove era in programma il dibattito. La disposizione dei posti era libera, e di conseguenza gli studenti più politicizzati presero posizione secondo le proprie ideologie.

Bonaldi, Sparapizze, Giuliacci e Marino Fabrizi detto Peto presero posto nel settore di estrema destra insieme agli studenti del Fronte della Gioventù.

Gabriele Micheli, Franco Ernesti, Dino Francescato e Pino Insegna si appostarono tra gli studenti comunisti e dell’estrema sinistra.

Efrem Geremia, Jonny Tristezza, Zeno Cremona, Germano il Capitano e Giovanni Ligas si posizionarono al centro dove erano riservati i posti destinati agli ignavi, ai fancazzisti privi di opinione politica, ed infine, anche se solo in minima parte, ai militanti cattolici di Comunione e Liberazione.

Questi ultimi erano tutti equipaggiati con santini di Padre Pio, rosari in legno a grani grossi, cilicio e flagello per autoinfliggersi penitenze corporali.

Tra i supporters di CL figuravano Maria Benedetti detta Suor Cosetta per l’umile portamento e la fede radicale, Mara Coppe, famosa per le grosse tette e la passione per le motociclette, Alessandro Bianchi capo animatore dell’oratorio di Castel San Giovanni, e persino, anche se solo segretamente, Andreas Germano il Capitano.

La stragrande maggioranza degli studenti era comunque da annoverare tra gli ignavi ed i fancazzisti, e tra questi figurava anche la Romualda, come sempre in minigonna.

Giovanni Ligas si era quindi seduto come programmato qualche fila più in basso, in posizione strategica, da dove avrebbe filmato il dibattito, le opposte tifoserie sulle ali estreme dell’aula, e, soprattutto, le gambe della Romualda.

Oltre alla “Compagnia dell’anello” si erano presentate altre due liste: “Esproprio Proletario” per le sinistre e “Preghiera ed amicizia” per Comunione e liberazione.

Per ogni lista vi erano tre candidati ed il sistema elettorale per assegnare i tre seggi in Consiglio d’Istituto riservati agli studenti era il proporzionale puro con ripartizione dei seggi secondo il metodo D’Hondt con voto di preferenza.

Questi erano i nove candidati suddivisi per liste.

Compagnia dell’anello

  • Capolista: Benito Italo Maria Farinetti, segretario locale del Fronte della Gioventù, capitano della squadra di rugby Lyons di Piacenza, alto un metro e novanta per 130 kg di muscoli e cattiveria.
  • Picchio Faina, conosciuto da tutti per l’abitudine di indossare sempre camice nere.
  • Arianna Aida Monti, bella e crudele, esperta di arti marziali, combattimenti corpo a corpo ed armi da taglio.

Preghiera ed Amicizia

  • Capolista: Contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti, discendente del Conte Buso, spietatissima e aspirante cantante lirica.
  • Celestino Astinenza, cattolicissimo, intransigente, super-conservatore.
  • Angela Speranza, soprannominata Vergine di Ferro, timorata di Dio, capo scout e giovane consigliere comunale di Castel San Giovanni per la Democrazia Cristiana.

Esproprio Proletario

  • Capolista: Fausto Truzzone, capo dei giovani comunisti, attivista del Centro Sociale Belfagor di Piacenza, cannaiolo abituale e aspirante brigatista rosso.
  • Clorinda Strozzabue, una carogna ferocissima, grossa come un armadio a due ante, con la sesta di seno, i peli sul petto, un sigaro cubano sempre in bocca, ed una rotaia arrotolata infilata nel naso a guisa d’orecchino.
  • Ancilla Gina Saffo, bellissima e sensuale, lesbicona dichiarata, presidente del gruppo giovani donne dell’Arcigay di Piacenza.

Il regolamento del dibattito prevedeva un intervento di apertura per ciascuna lista della durata di quindici minuti, e successivamente 2 giri da 5 minuti ciascuno per le repliche.

Un meschino sorteggione pilotato dal Professor Palmiro Perdenti, che parteggiava spudoratamente per le sinistre, aveva stabilito che parlassero nell’ordine: “Esproprio Proletario” “Preghiera ed Amicizia” “Compagnia dell’anello”.

Si trattava di una subdola manovra orchestrata per favorire la sinistra, perché notoriamente dopo i primi cinque minuti dall’inizio del dibattito, la stragrande maggioranza degli studenti composta di ignavi e fancazzisti avrebbe smesso di ascoltare gli oratori per dedicarsi a qualsiasi altro tipo di attività, più o meno ludica.

Nei settori della destra si sollevarono vivaci proteste.

Ciccio Giuliacci, Franco Sparapizze e Mario Bonaldi cominciarono a bere birra per prepararsi alla battaglia.

Per massimizzare il vantaggio, con una mossa astutissima, Fausto Truzzone aveva incaricato Ancilla Gina Saffo di parlare per prima esponendo il programma della loro lista.  La Saffo infatti, per quanto lesbica, era pur sempre una gran gnocca da competizione, ed appena si alzò per parlare, ottenne l’immediata attenzione di tutto il pubblico maschile. I più vicini, seduti nelle prime file, la guardavano imbambolati a bocca aperta con occhi da pesce lesso, ed i più preoccupati sessualmente iniziarono anche a sbavare.

Giovanni Ligas, da due anni innamorato della Saffo, era in estasi mistica, incredulo di avere una così strepitosa occasione per filmare con primi piani ginecologici ogni centimetro della bella candidata dalle labbra carnose e seducenti, e senza rischiare pericolose rappresaglie protetto dal sacrosanto diritto di cronaca.

L’intervento della Saffo ottenne un incredibile successo. Il programma in tre semplici punti ottenne applausi e consensi in un crescendo clamoroso.

La prima proposta di installare distributori di profilattici nei bagni fu accompagnata da applausi ed acclamazioni.

La seconda proposta di introdurre due giorni di autogestione ogni tre settimane fu accolta da applausi prolungati, standing ovation ed acclamazioni vivissime.

La terza proposta di introdurre lezioni di educazione sessuale autogestite per l’amore lesbico, comprensive di videoproiezioni dimostrative, scatenò incontenibili ovazioni con cori da stadio, ola, dieci minuti di applausi, ed eiaculazioni precoci ai pesci lessi imbambolati delle prime file.

A quel punto, per le altre liste, le cose si erano già messe decisamente molto male.

Alcuni attivisti di CL iniziarono allora ad autoflagellarsi pubblicamente per protesta, mentre i più moderati recitavano un rosarione collettivo ad alta voce guidati dal Capitano in modalità religiosa.

Ad un cenno bellicoso di Benito Italo Maria Farinetti, le frange dell’estrema destra passarono invece ad azioni ben più incisive.

Il più veloce fu Ciccio Giuliacci. Impugnata la fionda in acciaio inox, cominciò a lanciare le biglie di ferro verso gli oratori di “Esproprio Proletario.” A causa delle ingombranti dimensioni, la Clorinda Strozzabue fu colpita più volte, ma senza riportare danni, grazie alla protezione airbag garantita del gigantesco seno taglia sesta. Soltanto una biglia deviata dalla rotaia infilata nel naso provocò qualche effetto, andando ad urtare la nuca di Dino Francescato seduto in prima fila, che svenne in avanti privo di sensi.

Franco Sparapizze, posizionata la catapulta portatile, iniziò a bombardare le postazioni nemiche con l’artiglieria pesante: i sei petardi di categoria 4 esplosero con fragore seminando il panico.

Mario Bonaldi stappò i bottiglioni di Gutturnio frizzante e cominciò a bere a garganella.

La reazione dei rossi fu immediata. Fausto Truzzone ordinò ai suoi seguaci di improvvisare delle barricate con tavoli, sedie, zaini, e persino corpi umani, issando sulle fortificazioni i poveracci che colpiti dai petardi o dalle biglie di ferro erano già crollati a terra privi dei sensi.

Contemporaneamente alcuni attivisti dei centri sociali che si erano addestrati alle tecniche militari presso il centro sociale Leoncavallo di Milano, attaccarono le destre con un assalto all’arma bianca. A guidare la carica Clorinda Strozzabue.  Erano tutti equipaggiati con spranghe, chiavi inglesi o catene.

I candidati di “Preghiera ed amicizia” furono travolti e si ritirarono sgomenti. La contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti era inviperita, perché a causa della concitazione del momento si era rotta un’unghia. Riuscì comunque a raggiungere un’uscita di sicurezza meditando propositi di vendetta.

Il gruppo Strozzabue proseguì la sua avanzata sino ad entrare in contatto fisico con i candidati della “Compagnia dell’anello.” Questi ultimi non avevano ancora avuto modo di mostrare le loro capacità oratorie, adesso potevano in compenso dare sfoggio delle proprie capacità di combattimento, e quindi ne seguì una rissa violentissima.

Nel settore delle destre, intanto, Ciccio Giuliacci dopo aver esaurito le biglie di ferro abbandonò la fionda per impugnare la pistola sparachiodi e mitragliare i comunisti. Fece una stage colpendo nell’ordine: il professor Perdenti alla mano sinistra, Franco Ernesti alla gamba destra, tre studentesse rosse alla schiena e per ultimo, in piena fronte, Dino Francescato, che si era appena ripreso dal precedente svenimento. Tutti i feriti si accasciarono a terra sanguinanti fra atroci lamenti.

Mario Bonaldi continuava a bere Gutturnio frizzante.

Dalla parte dei comunisti non rimasero certo a guardare, alcuni cominciarono a lanciare mattoni e sampietrini che si erano portati da casa, mentre i più ingegnosi come Gabriele Micheli e Pino Insegna stavano costruendo delle rudimentali bombe carta.

Il primo a terminare l’ordigno fu il Micheli, e stava per lanciarlo contro le destre quando fu raggiunto da un Dino Francescato inferocito e con un chiodo conficcato nella testa.

“Voglio lanciare io” urlò con impeto carico d’odio e desideroso di vendicarsi.

Francescato afferrò quindi la bomba e si piegò all’indietro per effettuare il lancio, ma il Micheli aveva sbagliato a calcolare la lunghezza della miccia e l’ordigno gli scoppiò in mano maciullandogli le falangi.

La bomba preparata da Pino Insegna non ebbe maggior fortuna. La lunghezza della miccia era giusta, ma a risultare troppo corta fu la gittata del lancio. L’esplosivo esaurì precocemente la sua parabola schiantandosi sulla Romualda, che si era accucciata in un angolo per proteggersi dagli scontri. A causa dello scoppio rotolò a terra svenuta e con le gambe divaricate.

Ligas si fiondò come un avvoltoio sul corpo esanime della ragazza, ed approfittò della situazione per filmarla sotto la gonna.

Ancilla Gina Saffo assistette da vicino a tutta la scena. Già in precedenza irritata dalle riprese effettuate dal Ligas con la VHS, fu ulteriormente nauseata da quell’ignobile comportamento.

“Sei uno schifoso porco pervertito!” lo accusò con disprezzo.

Ligas avvampò per la vergogna e l’imbarazzo, poi lei gli sparò un calcio micidiale nelle palle e lui assunse un colore bianco cadaverico, prima di svenire all’indietro, dopo aver squarciato l’aria con un disumano urlo di dolore.

Ai piedi del settore della destra continuava la terrificante rissa tra il gruppo Strozzabue ed i candidati della “Compagnia dell’anello.” Picchio Faina era stato il primo a cadere, preso a sprangate dai rossi stava rantolando a terra con la testa sfondata. Arianna Aida Monti e Benito Italo Maria Farinetti, nonostante l’inferiorità numerica, erano al contrario determinati a vender cara la pelle e picchiavano come due indemoniati: lei a colpi di Karate, lui facendo ricorso a tutta la sua prestanza fisica da rugbista professionista.

Sopra di loro, terminati anche i chiodi, Ciccio Giuliacci aveva iniziato a caricare i gavettoni di piscio, e Franco Sparapizze li lanciava con la catapulta verso i settori occupati dai nemici.

Bonaldi era ancora attaccato ai bottiglioni di Gutturnio frizzante e mostrava i primi inequivocabili segni d’ebrezza.

I gavettoni di piscio volarono silenziosi contro i loro bersagli provocando perdite elevatissime tra i rossi. Tra gli altri, anche Gabriele Micheli, Franco Ernesti e Fausto Truzzone furono colpiti mortalmente e costretti a ritirarsi nei cessi per lavarsi, sopraffatti dal disgusto.

Anche gli equilibri della megarissa sembravano cambiati in favore della destra. Farinetti e la Monti, anche se piuttosto malconci, erano ancora in piedi, mentre ben cinque combattenti comunisti giacevano a terra in fin di vita, con le ossa rotte ed i volti tumefatti. Soltanto la Clorinda Strozzabue armata di una grossa chiave inglese era ancora in grado di combattere.

La Monti si lanciò all’attacco per prima e colpì in piena faccia la Clorinda con uno spettacolare calcio rotante. Poi fu la volta del Farinetti, che cercò di abbatterla provando un tremendo placcaggio alto.

Ma la Strozzabue rimase in piedi ed anche se aveva perduto la grossa chiave inglese reagì con ferocia afferrando la Monti per il collo. Sembrava pronta a strappargli la gola senza la minima traccia di rimorso.

Continuò a strangolarla anche mentre il Farinetti la prendeva a calci nel culo, e persino quando la colpì ripetutamente alla nuca con una grossa spranga di ferro insanguinata che aveva raccolto da terra.

Alla quinta sprangata sulla durissima testa, il pezzo di ferro si piegò divenendo inutilizzabile. Intanto la Monti si era afflosciata come un sacco vuoto e fu gettata a terra completamente esanime.

I denti della Clorinda erano a quel punto scoperti in un ghigno selvaggio e vagamente furioso, mentre si diresse verso il Farinetti per lo scontro finale.

Si affrontarono in un corpo a corpo mortale dove ad avere la peggio fu il rugbista di Piacenza, costretto alla resa quando fu colpito in piena faccia da una tremenda testata che gli ruppe il naso e gli sfondò la calotta cranica.

I rossi passarono al contrattacco anche sulle gradinate. Pino Insegna aveva infatti approntato un’arma segreta, confezionando una bottiglia molotov a regola d’arte.

Questa volta il lanciò fu perfetto e l’ordigno incendiario colpì in pieno Marino Fabrizi detto Peto, proprio nell’istante in cui stava sganciando uno dei suoi proverbiali e temutissimi scorreggioni.

L’effetto combinato dei gas putrescenti con la deflagrazione della bottiglia molotov amplificò la detonazione di cinquecento volte. L’esplosione galattica e la successiva onda d’urto spazzarono via le vetrate dell’aula magna e le barricate, sbalzarono il corpo di Fabrizi Peto a settecento metri di distanza e diedero fuoco all’edificio.

La gran parte dei giovani del Fronte furono travolti dallo scoppio ed anche Ciccio Giuliacci, Franco Sparapizze e Mario Bonaldi riportarono ustioni di terzo grado sulla faccia e sulle mani.

Bonaldi aveva anche finito di bere il secondo bottiglione da 1,5 litri di Gutturnio frizzante ed era completamente sbronzo. Cominciò a parlare da solo pronunciando frasi senza senso.

La situazione per le destre era ormai disperata, ma Franco Sparapizze non era disposto ad arrendersi. Rimessa in piedi la catapulta la caricò con le ultime munizioni, le più letali: i sacchi di plastica richiudibili imbottiti di merda.

Il primo lancio fu seguito dai pochi superstiti in un silenzio surreale, accompagnato dal solo crepitio delle fiamme che stavano lentamente avvolgendo tutta l’aula magna. Il proietto scoppiò con un fragore sinistro sulla faccia del professor Perdenti, che crollò immediatamente a terra con i baffoni alla Stalin orridamente smerdati.

Il secondo gavettone disegnò una parabola leggermente più arcuata ed andò a spiaccicarsi sulla testa di Dino Francescato, appena rientrato dall’infermeria dove gli avevano estratto il chiodo dalla fronte e fasciato la mano spappolata. Il Francescato cominciò a piangere in silenzio, mentre rivoli di escrementi gli colavano sulla faccia.

Intanto la Clorinda si era arrampicata verso le postazioni di Sparapizze e Giuliacci e minacciava di raggiungerli.

Giuliacci si fece prendere dal panico. Afferrò i Nunchaku modello Bruce Lee, e nel tentativo di intimorire la Clorinda iniziò a maneggiarli come solo un esperto lottatore di kung fu avrebbe saputo fare. Ma Ciccio Giuliacci era solo un principiante, e per errore si fracassò gli occhiali, il naso, le labbra, aprendosi anche una ferita sull’arcata sopraciliare destra. Praticamente si era autodistrutto la faccia e cadde in avanti in una maschera di sangue.

Franco Sparapizze era rimasto solo ad affrontare la minacciosa Clorinda che si stava avvicinando grugnendo come un cinghiale e con i peli sul petto in bella vista.

Ma lui non si lasciò impressionare, prese dallo zaino ciò che gli era rimasto, una bomba a mano della seconda guerra mondiale, e la lanciò contro la ragazzona comunista.

Il residuato bellico atterrò tra gli enormi seni della ragazza e sparì all’interno della scollatura. La successiva esplosione fu completamente attutita dalle generose forme della Strozzabue, soltanto una nuvoletta di acre fumo nero fuoriuscì dal suo reggipetto senza che ciò potesse minimamente fermarla.

Sparapizze non era comunque tipo da scoraggiarsi, impugnò il manganello di legno stagionato durissimo e andò incontro alla Clorinda per bastonarla a dovere. Ma i suoi fendenti o andarono a vuoto, oppure si infransero sulle membra muscolose della donna. Lei passò quindi all’attacco con un destro terrificante che investì lo Sparapizze sul mento come un autotreno lanciato a tutta velocità. Il poveraccio finì al tappeto al primo colpo, senza avere nemmeno il tempo di tentare un ultimo disperato affondo con il coltello a serramanico.

La Strozzabue però non sembrava ancora soddisfatta, e decise di finire lo Sparapizze sedendogli sulla faccia per schiacciarlo in una morsa soffocante.

Franco Sparapizze fu salvato dall’arrivo di un battaglione della polizia in tenuta antisommossa. I poliziotti fecero irruzione nell’edificio e arrestarono tutti gli studenti che si reggevano ancora sulle proprio gambe, compresa la Strozzabue. Questa fu fermata appena in tempo, un attimo prima che si lasciasse cadere con il suo enorme culone sulla faccia dello Sparapizze.

Per errore furono ingabbiati anche Zeno Cremona ed Ilaria Cassandra, che per tutta la durata della battaglia si erano fatti i cazzi loro fumando marijuana e limonando duro in disparte.

I prigionieri politici più in vista furono costretti a sfilare in catene sotto alle finestre della presidenza, da dove un comitato di studenti di CL guidato dalla Contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti poté infierire su di loro con lancio di ortaggi, sputi, dileggi ed umiliazioni pubbliche di vario genere.

Le elezioni si tennero regolarmente due giorni dopo nell’aula magna incendiata, ed il risultato consegnò una vittoria schiacciante alla lista di “Esproprio Proletario” che si aggiudicò due dei tre seggi disponibili. Furono eletti Fausto Truzzone e Ancilla Gina Saffo che ottenne il più alto numero di preferenze di ogni tempo. Il terzo seggio fu assegnato a “Preghiera e Amicizia” grazie alla ripartizione dei resti prevista dal metodo D’Hondt. Naturalmente risultò eletta la contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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La partita di calcetto

Come ogni anno, all’inizio di novembre, si svolgevano le selezioni per la squadra di calcetto che avrebbe partecipato al torneo provinciale interscolastico, al quale erano iscritte tutte le scuole superiori del piacentino.

Come allenatore e selezionatore della rappresentativa del Liceo Volta, la preside Maria Elena Strappasogni aveva incautamente incaricato il professor Pietro Striscetti, famoso soprattutto per due motivi.

Primo: non capiva assolutamente nulla di calcio.

Secondo: era un pericoloso maniaco erotomane capace di approcci spudorati con qualsiasi essere di forma femminile, come studentesse, docenti, bidelle e in periodi di magra persino scaldabagni e stufe elettriche.

Appena si diffuse la notizia, gli studenti smaniosi di farsi convocare tra i dieci privilegiati che avrebbero rappresentato il Liceo al prestigioso torneo, iniziarono ad ingraziarsi lo Striscetti in ogni modo possibile, ricorrendo anche ai mezzi più subdoli e sleali: adulazione, servilismo, corruzione, ricatti e minacce.

Giovanni Ligas, che desiderava a tutti i costi trovarsi una ragazza e ambiva ad un posto in squadra per mettersi in mostra, si procurò l’imbarazzante book fotografico di una sua lontana cugina croata con velleità da modella, e mostrando allo Striscetti delle oscene fotografie della ragazza in abiti succinti e pose ammiccanti, dopo avergli fatto credere che la giovane sarebbe venuta alle partite, riuscì in questo modo a farsi convocare, anche se come calciatore era mostruosamente scarso.

Fausto Truzzone, il capo degli studenti comunisti, fermamente intenzionato a sfruttare il torneo a fini elettorali e propagandistici, pur di partecipare arrivò a promettere allo Striscetti una notte bollente con la sorella maggiore, una studentessa universitaria di bella presenza e convinta sostenitrice dell’amore libero. Il Truzzone fu immediatamente convocato e promosso capitano della squadra.

Mario Bonaldi ottenne un posto approfittando di un tragico equivoco. Qualche settimana prima, durante la ricreazione, era stato avvicinato dallo Striscetti. Il professore, prendendolo alle spalle, aveva scambiato la sua lunga coda da cavallo per quella di una studentessa del 5° anno che aveva sedotto durante un ora di supplenza. Quando si accorse che per sbaglio aveva messo le mani sul culo di un villoso e barbuto studente di terza fu avvolto dall’orrore. Bonaldi, astuto come una faina, vendette il proprio silenzio sull’imbarazzante incidente in cambio di un posto da difensore titolare.

Andreas Germano detto anche il Capitano e Ciccio Giuliacci ricorsero ad un ingegnoso stratagemma. Si procurarono sul mercato nero dei falsi fogli di carta intestata della segreteria politica dell’Onorevole socialista Oronzo Bustarelle, e inviarono al professor Striscetti una fraudolenta lettera di clamorose raccomandazioni: furono entrambi immediatamente selezionati.

Efrem Geremia detto il bomba per via del suo grosso culone, era il figlio di un ricco gioielliere ebreo, e si comprò un posto da titolare con una collana di pacchiana bigiotteria. L’aveva promessa allo Striscetti spacciandola per una parure tempestata di veri diamanti.

Gabriele Micheli e Jonny Tristezza minacciarono il professore di denuncia per violenza sessuale e pedofilia, dopo che quello ci aveva provato con le rispettive sorelle minorenni. Il povero Striscetti era stato tratto in inganno dalle giovani, che su istigazione dei due malvagi fratelli si erano travestite da slandrone e truccate così pesantemente da dimostrare più di quarant’anni.

Per puri meriti sportivi furono convocati solamente due studenti: Zeno Cremona e Marino Fabrizi.

Zeno Cremona era una mezzala di gran classe, con visione di gioco, fantasia e piedi buoni.

Marino Fabrizi era ufficialmente soprannominato Marinho, per le sue indiscusse doti tecniche da giocoliere brasiliano, ma dietro le spalle lo chiamavano tutti Peto, a causa di una terrificante flatulenza cronica che lo tormentava dall’età di sette anni.

Il torneo era organizzato secondo un micidiale tabellone ad eliminazione diretta tipo Wimbledon, ed al primo turno la squadra del Liceo Volta ebbe subito un colpo di sfiga stratosferica. Nel tragico sorteggione avevano pescato gli Angeli Neri del Liceo Classico Melchiorre Gioia di Piacenza.

Erano i campioni in carica da sette anni, e la loro squadra era composta solamente da pluriripetenti del 5° anno, la gran parte selezionati da una sezione sperimentale formata dai detenuti del carcere di Piacenza di via delle Novate, 65.

Inoltre, essendo quelli del Gioia i campioni uscenti, avevano diritto a giocare in casa tutte le partite, e di conseguenza il campo di gioco era ubicato all’interno del carcere, secondo un avveniristico programma di reinserimento sociale previsto per i detenuti.

Arrivato il temuto giorno del match, il prof Striscetti mise in campo la seguente tragica formazione: in porta Efrem Geremia detto il bomba, in difesa Mario Bonaldi, Giovanni Ligas e Andreas Germano, in attacco con la fascia di capitano Fausto Truzzone. Astutamente, i pochi che sapevano giocare decentemente a calcetto furono mandati tutti in panchina: Gabriele Micheli, Jonny Tristezza, Ciccio Giuliacci, Zeno Cremona e Marino Fabrizi.

La formazione schierata dal Liceo Gioia era invece terrificante: Ruggito Spartacus in porta, Leone Falciagambe e Ringhio Sbranapolpacci in difesa, Calogero Martellacaviglie e Totò Spaccarotule in attacco. Questi ultimi due erano già stati condannati a 7 ergastoli e 180 anni di carcere per associazione mafiosa e omicidio plurimo premeditato efferatissimo, aggravato da futili motivi e strage.

Gli spalti improvvisati per l’occasione intorno al campetto in cemento nel cortile del carcere erano gremiti in ogni ordine di posto da decine di orrendi galeotti assetati di sangue, desiderosi di assistere ad un incontro quanto più cruento possibile.

Arbitrava la partita una delle guardie della prigione, che si era immediatamente lasciata corrompere da un gruppo di detenuti ergastolani desiderosi di assistere ad una vera e propria corrida, senza tori, ma con gli studenti del Volta come vittime designate.

Quattro secondi dopo il calcio d’inizio, fu immediatamente chiaro a tutti che tipo di partita si sarebbe giocata: incurante della palla, Totò Spaccarotule era subito entrato in scivolata da dietro e a piedi uniti sulle caviglie di Andreas Germano provocandone la rottura di entrambi i tendini di Achille. Il Capitano fu portato via in ambulanza tra gli insulti del pubblico. A sostituirlo entrò Jonny Tristezza.

Dopo dieci minuti il Liceo Gioia stava già vincendo per 4 reti a zero. Mario Bonaldi zoppicava per un paio di pestoni presi sulle rotule ad opera di Leone Falciagambe, Giovanni Ligas era una maschera di sangue con un occhio chiuso ed il labbro inferiore rotto dopo aver preso una micidiale gomitata sulla faccia da Calogero Martellacaviglie.  Efrem il Bomba piangeva nascosto dietro ad un palo della porta per le contusioni riportate alla testa in uno scontro frontale con Ringhio Sbranapolpacci. L’unico ancora incolume era Fausto Truzzone.

Il giovane comunista partiva avvantaggiato, avendo seguito per tutta l’estate i corsi di guerriglia urbana organizzati dal centro sociale Leoncavallo di Milano. In mezzo ai criminali del Gioia si muoveva con destrezza e capacità militari. Decise di prendere in mano le redini della squadra, prima che fosse troppo tardi.

“Allora ragazzi, per alleggerire la pressione dobbiamo assumere una formazione a testuggine, useremo Efrem come scudo umano!” urlò il Truzzone ai suo compagni disorientati.

“Ma se usiamo Efrem come scudo, in porta chi rimane?” chiese Bonaldi con aria perplessa.

“Dobbiamo ristabilire la superiorità fisica sul campo, al diavolo la porta! Mettetevi a testuggine!” insistette il comunista.

I compagni di squadra assecondarono allora le disposizioni del Truzzone, si caricarono il Bomba come scudo umano e si disposero a testuggine, pronti a caricare verso gli avversari.

Il capitano dei Diavoli Neri del Gioia, Ruggito Spartacus, era un orribile e muscolosissimo butterato esperto di tattiche militari corpo a corpo. Appena la testuggine del Volta iniziava a prendere forma al centro del campo, adottò le immediate contromisure.

“Vogliono formare una testuggine, dobbiamo attaccarli subito sui fianchi!” ordinò.

“Manovra a tenaglia!” gli rispose di rimando Totò Spaccarotule che sapeva esattamente cosa fare.

In un attimo Spaccarotule si lanciò contro il fianco destro della testuggine, mentre Sbranapolpacci e Falciagambe assaltavano il fianco sinistro. Completava la manovra di accerchiamento Martellacaviglie con un attacco da dietro.

Ne seguì una mischia mostruosa al centro del campo dalla quale gli sventurati del Volta ne uscirono a pezzi.

Ligas e Bonaldi riportarono orribili contusioni, costole incrinate, un naso rotto (Bonaldi), e la perdita di due incisivi (Ligas). Jonny Tristezza riportò un trauma cranico e la frattura scomposta di tibia, perone, omero e clavicola. Efrem il Bomba fu trasportato in ospedale in elicottero dopo aver subito l’amputazione di un piede, la frattura di entrambi i femori, ed un barbaro impalamento sulla bandierina del calcio d’angolo.

Alla fine del primo tempo il Liceo Gioia vinceva sul Volta per 7 reti a uno e cinque infortunati a zero. Il gol della bandiera era stato segnato per errore da Sbranapolpacci al 17° minuto. Con una fucilata da lontano aveva centrato la traversa della squadra avversaria, ma la palla rimbalzando si era poi insaccata nella porta del Gioia.

Anche il prof. Striscetti era incazzatissimo: non per il risultato umiliante, non per gli infortunati che affollavano l’infermeria, e nemmeno per l’arbitraggio scandaloso. Della partita non gli fregava un cazzo, era infuriato per l’assoluta mancanza di una donna in tutto l’edificio e nel raggio di mezzo chilometro da dove si stava svolgendo la partita.

Con l’inizio del secondo tempo entrarono in campo le riserve: Ciccio Giuliacci e Gabriele Micheli in difesa, Zeno Cremona e Marino Fabrizi in attacco. Fausto Truzzone, unico superstite del primo tempo, si trasferì in porta, da dove riteneva di poter meglio dirigere il gioco della squadra.

Grazie alle buone doti tecniche dei quattro nuovi ingressi, al 3° minuto del secondo tempo Zeno Cremona riuscì a segnare un gol per il liceo Volta con un bel tiro a girare da fuori area. Un minuto dopo dovette uscire in barella con una caviglia slogata, un polso rotto e due grossi bernoccoli sulla testa, dopo aver subito una doppia entrata ai limiti del regolamento da parte di Sbranapolpacci e Martellacaviglie.

Dopo altri dieci minuti il punteggio era ulteriormente cambiato a favore del Gioia che era andato a gol altre quattro volte con tre reti di Spaccarotule e una di Falciagambe. Anche Ciccio Giuliacci aveva dovuto lasciare il campo per uno stiramento alla coscia destra, il menisco sinistro rotto e l’indice della mano destra fratturato.

Sul punteggio di 11 gol a 2 e 7 infortunati a zero, con ancora soltanto 7 minuti da giocare, la partita sembrava ormai finita. I giocatori del Gioia iniziarono a fare accademia rinunciando agli interventi più duri, e fu a quel punto che accadde l’incredibile.

Marino Fabrizi detto Marinho ma anche Peto, con una serie di dribbling ubriacanti e quattro peti asfissianti, riuscì a mettere fuori combattimento Falciagambe, Sbranapolpacci e persino il portiere avversario Ruggito Spartacus: erano tutti svenuti per le mortifere esalazioni ed ora giacevano inermi a bordo campo.

In temporanea superiorità numerica la squadra del liceo Volta riuscì a segnare 7 gol in 5 minuti con una doppietta di Peto, quattro gol di Micheli e un gol in rovesciata di Truzzone.

Il pubblico era in delirio, mancavano due minuti alla fine e sul punteggio di 11 a 9 Totò Spaccarotule, il mafioso ergastolano, si incazzò come una belva.

Con un bel gesto tecnico rifilò una fucilata di punta piena sugli stinchi di Gabriele Micheli mandandolo direttamente all’ospedale con le gambe rotte. Poi si accanì contro Fausto Truzzone usandolo come sacco da allenamento mentre Martellacaviglie lo teneva fermo in un angolo. Nessuno osò avvicinarsi a Fabrizi Peto Marinho che lasciato solo riuscì a segnare ancora un paio di gol portando il risultato sull’incredibile punteggio di 11 gol a 11 e 9 infortunati a 3.

Spaccarotule decise allora di farla finita segnando il gol della vittoria all’ultimo minuto, con un bel pallonetto da lontano proprio mentre Martellacaviglie prendeva Peto Marinho a calci nel culo per impedirgli di ammorbare l’aria con qualche altra disgustosa flatulenza.

Anche il pubblico si era infastidito per via degli odori putrescenti emessi dal Fabrizi e alcuni di loro decisero di fargliela pagare.

Appena l’arbitro fischiò la fine della partita quattro transessuali condannati per reati sessuali e zoofilia infilarono Peto dentro un sacco e lo trascinarono a forza sino alle docce, dove lo costrinsero a fare il gioco della saponetta per le successive quattro settimane.

Il resto della squadra del Liceo Volta rientrò in Val Tidone con le pive nel sacco e molte settimane di convalescenza.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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La festa della Vendemmia

Era una soleggiata mattina di metà ottobre del 1993 e gli studenti della 3°C del Liceo Scientifico Volta di Borgonovo Val Tidone stavano combattendo una impari lotta contro il sonno e la noia, costretti a sopportare una delle soporifere e letali lezioni di Filosofia del Professor Palmiro Perdenti.

Il Perdenti aveva iniziato a parlare da meno di quindici minuti ed il suo tono di voce monotono e ritmicamente sempre uguale stava già sprofondando quei disgraziati in un inevitabile torpore: i più deboli avevano già accasciato la testa sul banco privi di sensi.

Persino la minaccia di essere interrogati, qualora il Perdenti avesse sorpreso qualcuno a dormire, era un provvedimento privo di deterrenza. Palmiro Perdenti era infatti un fanatico sessantottino, convinto sostenitore dell’egualitarismo più radicale, ed in coerenza con le sue ideologie aveva elaborato una scala di votazioni che oscillava perennemente intorno al 6 politico. Ne conseguiva che fare scena muta avrebbe garantito almeno un 6 -, mentre i secchioni e i pochi cultori delle sue materie, anche dopo aver sostenuto le più brillanti interrogazioni degne dei migliori voti persino nelle più difficili sedi universitarie, non avevano mai preso un voto superiore al 6+.

A metà dell’ora Dino Francescato, uno tra gli ultimi della classe, stava già russando in modo rumoroso, insensibile ai vani tentativi messi in atto dalla sua compagna di banco per ridestarlo.

“Dino svegliati, il Perdenti ti sta guardando” gli sussurrò Susanna Capretti scuotendogli un braccio.

La Capretti era a sua insaputa soprannominata Ditalino, perché tre anni prima si era lasciata imprudentemente esplorare le parti intime appartata in un cinema con il suo fidanzatino di allora, il mezzosangue italoamericano Jonny Tristezza. Sfortunatamente per lei, il Tristezza aveva fatto il giro della scuola vantandosi con chiunque di quella impresa, arricchendo i suoi coloriti resoconti con imbarazzanti particolari circa l’igiene intima della ragazza.

“Non rompere, lasciami dormire” biascicò infastidito il Francescato.

Dal banco vicino Pino Insegna osservava la scena con interesse, pronto ad immortalare i protagonisti in qualcuna delle sue irriverenti vignette.

Il Perdenti, resosi conto che metà della classe non lo stava minimamente ascoltando e che l’altra metà si era addormentata, iniziò nervosamente a lisciarsi i grossi baffoni alla Stalin. Nel patetico tentativo di attirare l’attenzione degli studenti ancora svegli, provò a giocherellare con le pagine del quotidiano l’Unità, che teneva sempre in bella vista sulla cattedra nella vana speranza che qualcuno dei suoi alunni ne leggesse almeno i titoli di apertura. Tutti i suoi tentativi fallirono, ma il Perdenti continuò ugualmente con la sua micidiale lezione sedativa.

I più diligenti, per non lasciarsi sopraffare dalla sonnolenza, ricorrevano ad azioni di autolesionismo come pungersi mani e piedi con il compasso o scaldarsi le gambe sino a bruciarsi con la fiamma di un accendino. Ilaria Cassandra, seduta in terza fila, bruttina e soprattutto piuttosto stupida, inconsapevole di indossare pantaloni di cotone altamente infiammabile si diede fuoco per errore. Il professor Perdenti la osservò impietrito mentre lei si gettava in fiamme fuori dalla finestra. La classe si trovava al secondo piano e la poveretta riportò fratture multiple ed ustioni di terzo grado sul 90% del corpo.

I più astuti cercavano invece di restare svegli con manovre diversive, tipo andare al cesso a turni per fumarsi una sigaretta.

Mancavano dieci minuti alla fine dell’ora quando Franco Ernesti tornò dai cessi con una notizia clamorosa: scambiandosi una sigaretta con uno studente del 5° anno aveva saputo che la Contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti della 5°A aveva deciso di organizzare una grande festa nella sua tenuta vinicola in occasione della fine della vendemmia, e, cosa ancora più incredibile, aveva deciso di invitare tutto il Liceo.

La novità si diffuse da un banco all’altro alla velocità della luce accompagnata da un concitato brusio. In breve l’intera classe si era ridestata in preda all’eccitazione con l’unica eccezione di Dino Francescato che continuava a russare.

Gli occhi di tutti quei giovani brillavano famelici, perché le feste della contessina Scotti erano leggendarie: le ragazze sapevano che vi avrebbero incontrato i giovani più ricchi e affascinanti di tutto il piacentino, i ragazzi erano certi che avrebbero incontrato le ragazze più belle della provincia, Mario Bonaldi, Franco Sparapizze, Ciccio Giuliacci e i loro amici alcolizzati, pregustavano i fiumi di ottimo vino che avrebbero bevuto in quantità illimitata.

La contessina Ugobalda era la discendente diretta di Pier Maria Scotti detto il Buso, uno dei più crudeli e spietati e feroci signori del rinascimento piacentino e come il suo illustre e pericoloso antenato era una vera carogna.  Se il fantasma del Buso era ancora in circolazione dopo 464 anni e poteva ancora spaventare con le sue molteplici apparizioni presso la rocca di Agazzano, la contessina non era da meno e sapeva scagliarsi con furia omicida contro chiunque avesse osato ostacolare i suoi piani. Inoltre la sua indole irascibile e vendicativa era terrificante. Ma a destare i maggiori timori negli sventurati che erano costretti a frequentarla abitualmente erano le sue pericolose ambizioni musicali: Ugobalda era infatti convinta di essere destinata ad un radioso futuro di successi internazionali come soprano lirico e costringeva i suoi amici e conoscenti ad ascoltarla per ore cantare in modo agghiacciante tutte le più famose arie d’opera.

Aveva quindi deciso di estendere l’invito alla festa della vendemmia a tutto il liceo con il preciso intento di assicurarsi in questo modo un pubblico molto più numeroso del suo solito.

La prospettiva di partecipare ad uno dei ricevimenti della contessina Scotti era comunque un’occasione da non lasciarsi scappare per gli studenti del Liceo Volta, che nella quasi totalità ignoravano a quali pericoli si sarebbero in realtà esposti.

La data dell’atteso evento era infine arrivata un sabato sera di fine ottobre. La festa si teneva nella maestosa sala delle degustazioni della tenuta vinicola della contessina che era alta sei metri e poteva comodamente ospitare più di 500 persone. Ugobalda non aveva badato a spese ingaggiando un’orchestra sinfonica di ottanta elementi, un direttore d’orchestra di fama regionale, un certo Maestro Campagnoli, sordo da un orecchio, oltre a due tenori, un mezzo soprano, e un baritono che potessero duettare insieme a lei, tutti accompagnati dal coro degli Alpini di Castel San Giovanni.

Era stata allestita una platea di quattrocento posti a sedere, mentre sulle pareti della sala degustazioni erano stati improvvisati tre ordini di palchi utilizzando i ponteggi di uno zio impresario edile. I loggionisti erano stati relegati sul tetto e avrebbero assistito al concerto dai lucernari. In tutto circa 900 persone cadute nel trappolone ordito dalla terribile contessina.

Appena gli ultimi invitati ritardatari furono arrivati, i contadini solitamente utilizzati per i lavori nei campi si affrettarono a chiudere i cancelli di ingresso per impedire che qualcuno cercasse di fuggire. Un paio di loro, armati di carabina caricata a pallettoni di sale, presero posto sul tetto del fienile, da dove potevano controllare le quattro uscite della sala degustazioni.

Non vi era traccia dei ricchi e affascinanti giovani del piacentino, né delle più belle ragazze della provincia. Del vino poi nemmeno l’ombra: tutte le bottiglie erano stare ritirate e depositate nelle cantine fortificate della tenuta.

Quando tutti gli studenti furono fatti accomodare ai propri posti, si aprì il sipario artigianalmente allestito insieme al palco su uno dei lati corti della sala e a quel punto tutti compreso con orrore cosa gli aspettasse e per quale motivo sull’invito era riportato l’obbligo di indossare eleganti abiti da sera.

Il micidiale concertone della contessina Ugobalda iniziò sulle note di “Libiamo” dalla Traviata di Giuseppe Verdi.

Preceduti dalla loro fama di casinisti alcolizzati, Mario Bonaldi, Franco Sparapizze, Ciccio Giuliacci e gli altri elementi più problematici furono relegati sul tetto insieme ai loggionisti. Quello era infatti il posto più lontano dalle cantine dove erano stoccate migliaia di bottiglie di ottimo vino piacentino. Inoltre, su ordine della contessina, il loro settore fu fatto presidiare da due picchiatori albanesi travestiti da maschere.

Sparapizze, che per carburare in vista della festa aveva iniziato a bere dal primo pomeriggio era già piuttosto nervoso e la consapevolezza di essere caduto in quella spregevole imboscata lo irritava profondamente.

Mario Bonaldi si guardava attorno spaesato senza ancora sapere bene cosa fare, a parte sistemarsi i lunghi capelli neri raccolti in una grossa coda di cavallo.

Ciccio Giuliacci iniziò a molestare una morettina di seconda, finita per sbaglio nel loro settore.

A prendere in mano la situazione fu allora Andreas Germano, per gli amici il Capitano, soprannome coniato dallo Sparapizze per via dell’assonanza con il cognome Germano e soprattutto per le fattezze vagamente ariane di Andreas.

“Allora ragazzi, non c’è problema, possiamo tranquillamente calarci dal pluviale sino a terra e poi nasconderci nelle cantine dove troveremo tutto il vino degli Scotti.”

“Ma ci troviamo a non meno di 5 metri d’altezza” fece timidamente osservare Dino Francescato.

“Sciocchezze!” sentenziò il Capitano, “sarà un gioco da ragazzi.”

“Vado io per primo” si offrì Sparapizze, desideroso di muovere le mani e soprattutto di ricominciare a bere.

“Fantastico, ed io filmerò tutta l’impresa” commentò ad alta voce Giovanni Ligas, lo studente più odiato di tutto il liceo, antipatico, meschino, con tendenze misantropiche e affetto da manie di persecuzione. Per vendicarsi dell’intera Umanità aveva convinto i genitori ad anticipargli i regali dei prossimi 5 natali e sette compleanni finanziando l’acquisto di una terrificante videocamera VHS della Philips, ultimo prodigio della tecnica nel campo degli home video. Era malvagiamente intenzionato a fare di quella videocamera un potente strumento di ricatto ed estorsione.

“Allora Ligas andrai per ultimo, prima di scendere ci passerai la videocamera al volo” propose il Capitano con una strana perfida luce negli occhi.

“Io vado per secondo” disse Mario Bonaldi.

“Tu sarai il terzo Dino, ed io il quarto” stabilì il Capitano.

Ciccio Giuliacci si era appartato con la morettina e non avrebbe partecipato alla sortita.

Sparapizze era pronto alla discesa quando le due finte maschere gli intimarono di fermarsi, tradendo il loro accento straniero.

Sparapizze ignorò gli ordini delle maschere e con un balzo si aggrappò alla grondaia, ma prima che potesse iniziare la discesa lungo il pluviale venne afferrato per i capelli da uno dei picchiatori albanesi.

Bonaldi fu il primo a reagire, si avvicinò alla finta maschera e gli sparò un calcio nel culo strepitoso. L’albanese perse l’equilibrio precipitando nel vuoto, ma non avendo altro a cui aggrapparsi si artigliò allo Sparapizze trascinandolo con sé. I due si sfracellarono sul selciato ma il fragore dell’impatto fu coperto dal suono dell’orchestra che stava disperatamente cercando di coprire il canto imbarazzante della contessina Ugobalda.

La seconda maschera si avvicinò al gruppo grugnendo e pronta a vendicare il suo compare. Il primo a farne le spese fu Dino Francescato colpito con un destro in piena faccia: svenne all’indietro in una maschera di sangue. Poi fu la volta del Bonaldi colpito allo stomaco da un gancio sinistro terrificante e costretto in lacrime sulle ginocchia. Il Capitano in preda al panico tentò una patetica fuga ma fu immediatamente catturato e riempito di botte. Giovanni Ligas filmava il tutto in disparte, ma appena il picchiatore se ne accorse lo afferrò per un orecchio sollevandolo dall’angolo dove si era accucciato. Gli ululati di dolore non servirono a nulla, e sotto la minaccia di vedersi distrutta la videocamera fu costretto a consegnare il VHS con i filmati che aveva appena realizzato.

A togliere il gruppo dai guai intervenne Ciccio Giuliacci. La morettina gli aveva dato il due di picche, e questo lo aveva fatto incazzare, così imbruttito dalla rabbia smontò uno dei lucernari dal soffitto e lo fracassò sulla testa del picchiatore.  Quello iniziò a sanguinare dalla nuca, ma era ancora in piedi ed ora Ciccio si trovava nei guai. Per sua fortuna Bonaldi si era riavuto, prese una breve rincorsa e sparò un calcio di collo pieno sul ginocchio destro della maschera piegandola su di una gamba. Nello stesso momento Giovanni Ligas, con mirabile tempismo, entrò da dietro in scivolata sulla caviglia sinistra. Il picchiatore albanese perse irrimediabilmente l’equilibrio cadendo dal tetto: atterrò sul piazzale con un tonfo sordo proprio mentre la contessina terminava uno dei suoi cavalli di battaglia: “Mi chiamano Mimì” dalla Bohème di Puccini. L’interpretazione fu così tremenda che quattro orchestrali cercarono di fuggire da una delle uscite laterali, ma furono immediatamente impallinati dai cecchini appostati sul tetto del fienile.

Dino Francescato ed il Capitano erano piuttosto malconci, ma decisero di scendere anche loro a terra attraverso il pluviale. L’ultimo a calarsi fu Giovanni Ligas con la dannata videocamera a tracolla, e non prima di aver recuperato la cassetta con i filmati che aveva già realizzato.

Franco Sparapizze era ancora vivo, ma nella caduta si era fratturato una gamba ed ora stava piangendo in un angolo dilaniato da dolori lancinanti. Ligas gli si parò davanti e iniziò a filmarlo senza alcuna pietà.

“Venite, da questa parte, dobbiamo forzare la porta delle cantine” ordinò il capitano sputacchiando sangue dalla bocca tumefatta per i cazzotti ricevuti.

Assetati come vampiri, Bonaldi, Giuliacci e il Capitano raggiunsero il portone delle cantine ed iniziarono ad armeggiare sulle serrature con i loro coltellini svizzeri, poi arrivarono Dino Francescato bestemmiando per il naso rotto e Sparapizze latrando dal dolore provocato dalla gamba rotta. Per ultimo Ligas che con un malvagio e divertito ghigno stampato sulla faccia documentava il tutto con la fottuta videocamera.

Le operazioni di scasso durarono pochi minuti, Bonaldi e Giuliacci avevano imparato tutti i trucchi del mestiere dal loro comune amico Ciro U Scassinatore, un abilissimo mariolo napoletano e abituale compagno di sbronze.

Aperti i portoni, i sei disperati penetrarono nelle cantine avventandosi su qualunque cosa alcolica trovarono sul loro cammino. Dopo circa 20 minuti e 24 bottiglie di vino bevute, tra cui due o tre preziosissime riserve degli anni settanta, erano tutti in avanzato stato di ebbrezza.

Nella sala degustazioni intanto il concertone della contessina Ugobalda volgeva finalmente al termine, e con esso le orribili torture cui tutti gli invitati erano stati costretti. Dopo 10 minuti di applausi estorti con minacce e ricatti, e ben quattro tragici bis non richiesti, gli studenti del Liceo Volta furono infine autorizzati a tornare a casa.

Fuggirono tutti il più velocemente possibile verso i cancelli che erano stati riaperti. Tutti tranne la morettina di seconda, che intenzionata a vendicarsi per le moleste subite da Ciccio Giuliacci andò ad avvisare la contessina Ugobalda di quanto stava accadendo nelle sue cantine.

La malvagia discendente del Buso reagì con immediata ferocia. Radunò una squadraccia di combattivi villici dall’aspetto inquietante. Essi erano in ordine crescente di cattiveria: Aldo Tempesta, Guido il Bastardo, Valerio Il Trucido, Fausto Mangiachiodi e Carlitos Spezzaclavicole. Alla testa del temibile manipolo si mise la contessina Ugobalda in persona.

Quando fecero irruzione nelle cantine si trovarono davanti un imbarazzante branco di deficienti subumani ridotti in uno stato pietoso.

Dino Francescato giaceva in coma etilico sotto al portellone semiaperto di una vasca di cemento da 100 ettolitri di vino rosso barbera. Il contenuto del massiccio tino sparso sul pavimento di tutta la cantina.

Mario Bonaldi stava lottando con un cestino per la carta pieno del suo vomito ed incollato al suolo da altre sospette secrezioni color marrone. La coda da cavallo si era sciolta ed ora i suoi lunghi capelli neri avvolgevano come una piovra la parte superiore del cestino mentre lui cercava disperatamente di sollevarsi sulle ginocchia ma senza riuscirci.

Giovanni Ligas si stava rotolando senza senso dentro a un lago di vomito ai piedi della vasca Francescato, credeva di essere Aleksandr Vladimirovič Popov alle finali dei 100 metri stile libero delle Olimpiadi di Barcellona del 1992.

Ciccio Giuliacci, completamente sbronzo, cercava disperatamente di accoppiarsi con un filtro a farina fossile con dischi orizzontali della ditta Della Toffola, che aveva incredibilmente scambiato per la morettina di seconda.

Il Capitano era collassato sopra ad un sacco pieno di tappi di sughero e parlava nel sonno.

Franco Sparapizze in preda a clamorose allucinazioni alcoliche si stava trascinando sulla gamba ancora sana prendendo a testate un bancale di bottiglie di vetro bordolesi vuote. Stava anche cantando bellicosi cori da stadio credendo di essere sugli spalti dello Praterstadion di Vienna in occasione della finale di coppa campioni del 1964 vinta dall’Internazionale contro il Real Madrid.

“Fateli a pezzi!” gracchiò la Contessina Ugobalda rivolgendosi ai suoi sgherri.

Quelli non aspettavano altro, e si avventarono come Lanzichenecchi assetati di sangue sul quel gruppo di indifesi imbecilli.

I sei giovani, dopo essere stati picchiati, umiliati pubblicamente e presi a calci nel culo per tutta la notte, furono tutti ricoverati all’alba nell’ospedale di Castel San Giovanni in prognosi riservata.

Furono dimessi soltanto alcune settimane dopo e costretti come atto riparatore ad assistere ai concerti della contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti ogni prima domenica del mese per i successivi ventisette anni.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Ebbrezza Molesta

Passai le settimane successive ad affinare i miei nuovi super poteri. Di giorno stavo chiuso in albergo a dormire, leggere i giornali e bere gutturnio frizzante. La notte indossavo il nuovo costume da Uomo Etilico che mi ero personalmente confezionato, ed uscivo a combattere la noia, il crimine e le mie nevrosi.

Il costume da Uomo Etilico non era niente male. Mantellina rosso rubino, pettorina con stampigliata una grossa lettera “E” di colore rosso cardinale su fondo verde edera modello Superman, calzamaglia color barbera, pantaloncini verdi come la pettorina, stivaletti verdi modello supereroe anni sessanta. Il volto era coperto da una maschera verde edera tipo Batman.

In due parole sembravo un pagliaccio scappato da un manicomio criminale.

Tuttavia chi era così sfortunato da incontrarmi durante le mie scorribande notturne aveva ben poco da ridere.

In meno di 20 giorni avevo messo a soqquadro tutto il mondo della prostituzione milanese, fatto arrestare diverse decine di spacciatori, sette protettori ed un paio di sicari della mafia albanese mandati a farmi fuori.

Per quanto mi sentissi crudele e malvagio, per esercitare i mie poteri avevo deciso di cominciare a dare addosso alla feccia della società. Solo in futuro, una volta terminato l’addestramento, mi sarei occupato delle mie questioni personali.

La lista di chi mi aveva fatto dei torti nei primi quarant’anni di vita era lunga, la mia sete di vendetta insaziabile.

Decisi di cominciare dal professore di matematica e fisica che mi aveva bocciato al liceo e rimandato nelle sue materie per quattro anni consecutivi: Crudelio Camalli

Quel calvo mascalzone dopo più di vent’anni insegnava ancora, torturando nuove generazioni di poveri studenti.

Lo aspettai sotto casa e quando lo vidi svoltare l’angolo, indossai la maschera e gli balzai innanzi.

“E tu chi sei?” chiese quello indietreggiando per lo spavento.

“Sono l’Uomo Etilico” gli dissi sorridendo in modo perfido.

“Sei nuovo della zona?”

“Non proprio”

“Ma non ti ho mai visto prima, e poi perché porti una maschera?” mi chiese ammiccando con gli occhi.

Rimasi in silenzio per far crescere la tensione al punto giusto.

“Vuoi salire su da me?” mi disse dopo qualche secondo con voce melliflua, proprio come avrebbe fatto un pederasta esperto e debosciato.

“Ho sempre sospettato che tu fossi un pervertito” lo accusai.

“Ci siamo già conosciuti?” domandò lui con un filo di voce mentre una goccia di sudore gli imperlava la fronte.

“Ci puoi scommettere, e sono qui per consumare la mia vendetta.”

“Ma cosa vuoi da me? Ma chi ti conosce? Vai via prima che chiami l’ospedale psichiatrico” cercò di protestare il professore.

“E’ troppo tardi, ormai sei finito!” gli annunciai toccandogli una spalla con la mia mano guantata e pregustando gli effetti che avrei prodotto sulle sue vecchie membra rinsecchite.

Il professore frocio cominciò a barcollare, come se avesse bevuto più vino di quanto il suo stomaco potesse reggere.

Si avvicinò con passo incerto all’ingresso del suo palazzo, poi si girò per guardarmi con aria complice ed ammiccò nuovamente sorridendo in modo molto malizioso. Fu a quel punto che si scatenò l’inferno.

Il professore di matematica omosessuale iniziò a citofonare a tutti gli inquilini apostrofandoli con volgarità imbarazzanti e senza nessun ritegno, senza risparmiare nessuno, ivi comprese donne, vecchi e bambine. Continuò a dare voce alla sua ebbrezza molesta per diversi minuti suscitando le proteste indignate di tutto il condominio, ma più la gente si lamentava peggiori e più disgustose erano le oscenità che uscivano dalla bocca del professore, sino a quando la situazione finì per degenerare.

Un paio di giovani palestrati e molto tatuati scesero in strada determinati a porre fine al turpiloquio del vecchio sporcaccione.

“Ma che bei maschioni, venite da me che ho qualcosa da dire anche a voi.”

“Stai zitto vecchio!” disse il primo brandendo una spranga.

“Ci hai rotto i coglioni!” disse l’altro roteando una grossa catena.

“Vai a casa o ti mandiamo all’ospedale” lo minacciarono all’unisono.

Crudelio Camalli ridacchiò in modo osceno e riprese a disturbare gli inquilini del palazzo citofonando a caso e molestandoli con volgarità di ogni tipo.

I due ragazzi si mossero allora rapidi e silenziosi, e appena gli furono abbastanza vicino iniziarono a pestarlo con violenza inaudita.

Dopo circa cinque minuti il vecchio giaceva esamine sull’asfalto in un lago di sangue. I due giovani gli diedero ancora un paio di calci sulla testa già tumefatta dai colpi precedentemente ricevuti e se ne andarono a bere al bar dietro l’angolo. Sul condominio scese la quiete.

Nessuno mi aveva visto, girai i tacchi e me ne andai anche io.

Nessuno mi seguì. Anche se era presto tornai in albergo, aprii il frigo e vi trovai l’ultima birra. Me la ingollai tutta di un fiato, poi mi tolsi il costume da Uomo Etilico e lo riposi nella cassettiera dentro all’armadio. Ruttai, andai al cesso per lavarmi le ascelle e subito dopo mi infilai nel letto.

Il professore di matematica Crudelio Camalli era morto, ed io assaporai il gusto dolce della vendetta. Un attimo dopo russavo compiaciuto tra le braccia di Morfeo.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Dio stramaledica gli inglesi

Che serata barbosa pensò il professore. Nonostante al ricevimento in onore del nuovo podestà fossero presenti le più note ed importanti personalità della città, il professore di storia Carlo Bardazzi si stava annoiando.

Presso la locale casa del fascio erano convenuti non meno di quattro­cento invitati, l’orchestra suonava, molte coppie ballavano, altre persone si muovevano intorno fermandosi a parlare in piccoli gruppi, altre ancora affolla­vano i tavoli delle vivande, la mescita del vino procedeva copiosa.

Il professore aveva deciso di partecipare controvoglia, spinto più che altro dall’istinto di sopravvivenza, lo stesso che gli aveva consentito di galleggiare per anni tra le insidiose acque fetide del regime, al quale aveva aderito senza entusiasmo, ma ben consapevole che compiacere e assecondare il gerarca o il potente di turno fosse la strada più comoda per evitare problemi.

Nemmeno gli eventi degli ultimi mesi avevano modificato il suo cinico opportunismo, nemmeno la guerra scoppiata in Europa e alla quale, almeno sino a quel momento, l’Italia si era sottratta dichiarando la non belligeranza.

In verità l’atmosfera di quella sera era elettrica, in ogni capannello non si parlava d’altro, e ciascuno diceva la propria nella convinzione di poter indovi­nare le prossime mosse del Duce.

Bardazzi osservava ed ascoltava con disinteresse, scolando quanto più vino potesse, come se il futuro della Patria non lo riguardasse.

Si muoveva con eleganza, in giacca da sera, in cerca di conoscenti per espletare i convenevoli e intenzionato ad andarsene il prima possibile.

Aveva già salutato qualche collega, il suo avvocato, il segretario del PNF locale, riconosciuto il prefetto e il federale, sorriso a qualche attempata e imbel­lettata signora, quando incrociò un amico di vecchia data: il farmacista Bonelli.

L’uomo gli venne incontro. “Professore vecchio volpone, come state amico mio?”

“Molto bene caro Bonelli, sono ancora in prima linea” replicò Bardazzi in­goiando altro vino e sfoggiando un sorrisetto allusivo, facile da decifrare per il Bonelli, che conosceva bene lo stile di vita libertino del suo amico.

“Molto presto in prima linea ci dovremo andare tutti, ma armati di ben altra artiglieria,” continuò ironico il farmacista, e facendosi più serio aggiunse: “la resa dei conti si avvicina, il Duce non permetterà che la Germania vinca da sola questa guerra, sono certo che al più presto anche l’Italia farà la sua parte per rivendicare con diritto la propria ricompensa!”

Il Bonelli era un fascista della prima ora, uno dei pochi che la marcia su Roma l’avesse fatta sul serio, e i suoi occhi brillavano infuocati dalla passione rivoluzionaria.

“Le nostre valorose armate marceranno su Marsiglia ed Ales­sandria d’Egitto, mio caro camerata, daremo a francesi ed inglesi la lezione che meritano!”

Il professore annuiva sornione ascoltando il vecchio farmacista infervo­rarsi, più allettato dall’idea di una gita in qualche bordello di Parigi, piuttosto che ad acquisizioni territoriali per il nuovo Impero.

Entrambi ignoravano come la situazione bellica si stesse evolvendo e come a Roma diverse opzioni venissero da settimane attentamente soppesate.

La guerra era ineluttabile, cosi almeno pensava Mussolini, ma quando en­trare in guerra e soprattutto contro chi schierarsi, non era affatto sicuro né scontato, soltanto l’evolversi degli avvenimenti e la soluzione più vantaggiosa avrebbero determinato la decisione finale.

Il Duce non si fidava di Hitler, e contro l’alleato tedesco era stata ordinata la costruzione del “Vallo Alpino del Littorio”, dispositivo difensivo composto da tre successive linee fortificate al Brennero e sulle Alpi. Per il finanziamento di queste fortificazioni, per giunta mai terminate, erano stati profusi una montagna di soldi.  L’enorme somma sarebbe risultata del tutto sprecata, a fronte delle modeste risorse italiane e a scapito di altri investimenti che sarebbero stati assai più utili per la guerra futura, contro gli alleati, al fianco della Germania.

Proprio nell’incontro al Brennero, nella mattinata del 18 marzo 1940, Mussolini tentò inutilmente di dissuadere il Führer dal lanciare l’offensiva ad occi­dente, ad ulteriore riprova che, per il momento, non era ancora intenzionato ad entrare nel conflitto.

Ma la guerra si sarebbe dovuta combattere prima o dopo, e per prepa­rare l’opinione pubblica italiana, il 10 aprile 1940, il Duce aveva detto ispirato a 24 direttori di quotidiani appositamente convocati: “Bisogna elevare gradualmente la temperatura del popolo italiano per creare il clima necessario per gli sviluppi inevitabili e ineluttabili che ci attendono.”

E l’umore della popolazione nell’ultimo mese era oggettivamente cam­biato, gli italiani si stavano decisamente orientando a favore dell’entrata in guerra, e il farmacista Bonelli non era certamente il solo a ritenere che i tede­schi stessero vincendo.

In verità non a torto, infatti il piano d’attacco messo a punto dal generale Erich Von Manstein, e adottato con entusiasmo da Hitler, aveva funzionato a meraviglia, mettendo in ginocchio il temuto esercito francese in poche settimane.

Lungo la frontiera con la Germania, i francesi avevano costruito un invali­cabile sistema di  fortificazioni detto “Linea Maginot”. Aspettandosi che i tede­schi tentassero di attaccare attraversando il neutrale Belgio, come già avve­nuto durante la prima guerra mondiale, lo stato maggiore francese aveva ammassato il grosso dell’esercito al confine di questo stato cuscinetto. A fare da cerniera tra le divisioni così mobilitate e la linea Maginot vi era la foresta delle Ardenne, giudicata dagli strateghi francesi troppo impervia per essere attraversata, e quindi scarsamente presidiata. Il piano di  Manstein  prevedeva proprio di lan­ciare le divisioni corazzate tedesche attraverso le Ardenne per prendere alle spalle l’esercito francese, raggiungere la Manica e intrappolarlo in una micidiale sacca.

Il professore poteva conoscere questi fatti soltanto in modo generico per come venivano riportati dai giornali e dalla propaganda, ma in ogni caso non vi mostrava né trasporto né grande interesse, e la retorica del farmacista lo aveva velocemente stancato.

Il Bonelli era un fiume in piena e con crescente risentimento si era lan­ciato in un’accanita requisitoria contro le malefatte delle decadenti potenze demoplutocratiche, mentre il professore continuava ad ascoltarlo del tutto as­sente, la mente rapita nel ricordo della turista inglese che aveva sedotto pochi anni prima.

Il farmacista proseguiva il suo comizio rosso in faccia, a beneficio dell’uditorio che gli si era radunato attorno eccitato dalla rude arringa non priva di autorevoli citazioni: “Dio stramaledica gli inglesi! Gente lenta a capire, poco intelligente, organicamente ottusa, gli inglesi se ne accorgeranno! La Germania vince perché ha spirito altissimo, armamento poderoso, unità di comando, perfetto coordinamento delle varie Armi, tecnica nuova, pieno dominio dell’aria.”[1]

Fu solo a quel punto che Bardazzi si accorse della presenza di una giovane ragazza dalla bionda chioma fluente, di incantevole bellezza, in piedi vicino al tavolo delle autorità, in un elegante vestito rosso scarlatto.

Non perse occasione, alla prima pausa sorprese il Bonelli cambiando discorso.

“Ditemi, sono certo potrete ragguagliarmi circa l’identità di quella splendida fanciulla” domandò puntando lo sguardo verso il palco.

Il farmacista si voltò curioso e messa a fuoco la donna si avvicinò divertito al professore ap­pagando la sua curiosità.

“Caro Bardazzi questa volta persino Voi dovrete desi­stere, avete messo gli occhi sulla moglie del nuovo podestà, meglio lasciar perdere.”

Tutt’altro che impressionato, forse anche per via di tutto il vino che aveva bevuto, il professore si congedò velocemente dall’amico, dimenticata la noia e archiviato il desiderio di abbandonare il ricevimento, raggiunse con agi­lità insospettabile la signora in rosso, incurante del consiglio dispensato dall’amico.

“I miei omaggi alla più bella donna presente in sala, sono un Vostro devoto ammiratore” si presentò esibendosi in un perfetto bacio a mano e soffocando sul nascere un osceno rutto da eccesso alcolico.

La giovane, che non si era accorta del rutto abortito, sorrise lusingata e sicura di sé rispose: “Sono Cristiana, la moglie del podestà.”

“Il podestà è un uomo senza alcun dubbio molto fortunato” la incalzò il professore mangiandola con gli occhi, e fissandole il petto.

Cristiana osservò un poco il suo sfacciato interlocutore prima di rispon­dere con tono deciso ma gentile. “Volete imbarazzarmi? Mio marito il podestà potrebbe accorgersi della Vostra intraprendenza, e ciò non si conviene ad una signora per bene.”

Il professore distolse lo sguardo dalla giovane, giusto il tempo di caricare il fornello della sua pipa, portarsela alla bocca e accenderla con l’accendisigari d’argento, regalo di una cugina ricca. Poi piantò nuovamente gli occhi neri sul volto della ragazza fissandola con sguardo penetrante, e con calma la rassicurò: “non abbiate timore, Vostro marito è certamente troppo occupato al momento per accorgersi di noi, e poi stiamo solo parlando, per ora non vi è dunque nulla di cui imbarazzarsi”.

Cristiana sorrise nuovamente, ma con malizia, e aggiustandosi i capelli con una mano replicò senza mostrare alcun disagio.

“Il modo in cui mi guar­date tradisce le Vostre intenzioni, e credetemi, mio marito potrebbe risentirsi per molto meno.”

“Con il dovuto rispetto, mia bella signora, delle reazioni di Vostro marito me ne frego, ciò che importa è la Vostra volontà, e a quel che vedo non Vi di­spiaccio.”

Questa volta il volto di Cristiana tradì una certa sorpresa, era rimasta colpita dalla spavalda sicurezza ostentata da quell’uomo non più giovane e nemmeno bello, che sprigionava un fascino tutto particolare. Aprì i suoi grandi occhi blu e fissò Bardazzi per alcuni secondi in silenzio, poi an­nuendo dolcemente si accomiatò.

“E’ vero, Voi non mi dispiacete, ma questo non Vi autorizza ad insidiarmi, ed ora, se Volete scusarmi, mio marito mi aspetta.”

Con grazia ed eleganza lei si allontanò velocemente senza nemmeno concedere il tempo per un saluto. Lui rimase solo con gli sbuffi della propria pipa, impegnato a celare lo stato di ebbrezza, e fermamente intenzionato a non desistere.

Tornò al tavolo delle portate e bevve altro vino, continuando ad osser­vare da lontano la bella signora. Ne studiava, senza farsi vedere, il corpo e l’abbigliamento: il vestito rosso con il lungo spacco a V le calze intessute con fili d’argento che brillavano sparendo sotto al vestito poco sopra le caviglie sottili, le scarpe eleganti, la voluminosa chioma bionda, i fianchi formosi, il petto generoso e le labbra carnose. Il professore era già in fervore e si sentiva attratto da quella ragazza come i mosconi dal miele, ma vedendo che non si allontanava dal marito, decise di concederle una tregua, afferrò una bot­tiglia appena stappata e si eclissò sul terrazzo.

Il Segretario del fascio locale aveva appena preso la parola e il terrazzo si svuotò velocemente, proprio mentre Bardazzi usciva. Tutti si accalcavano all’interno del salone principale e il Segretario svolse una breve relazione di cir­costanza per poi introdurre gli ospiti e lasciar loro il proscenio. Il programma pre­vedeva tre interventi: il prefetto, il federale e, in chiusura, il nuovo podestà.

Già annoiato dalla bolsa ampollosità del farmacista, Bardazzi era ben lieto di starsene solo con la bottiglia di vino cui si attaccò a garganella, evi­tando di sorbirsi le boriose fanfaronate degli altri oratori.

Così si stava abbandonando a torbidi pensieri, immagi­nando la moglie del podestà nuda e disponibile, quando la sua attenzione fu catturata da un’altra figura femminile. Una giovane e graziosa cameriera stava recuperando i bicchieri e i piatti vuoti lasciati sui tavolini del terrazzo, al­zando di tanto in tanto lo sguardo verso il professore.

Appena i loro occhi si incrociarono lei abbasso subito il capo, forse imbarazzata, forse ligia all’etichetta. Bardazzi, dopo aver divorato anch’essa con il pensiero, le si avvicinò, ancora con passo sicuro nonostante tutto l’alcol bevuto, la pipa fumante in bocca e un sorriso malizioso dipinto sul volto.

“Siete più incantevole di Afrodite, e anche se non vedo la magica cintura d’oro, mi sembrate ugualmente irresistibile, come Vi chiamate signorina?”

La giovane si fermò come pietrificata, col vassoio ben carico in mano, le sue gote arrossirono per l’imbarazzo. Quell’uomo, che per età poteva essere suo padre, le rivolgeva ora la parola, il primo e l’unico tra tutti gli invitati ad accorgersi di lei. Sentendosi a disagio, senza aver compreso il significato delle sue parole, con le mani tremanti, la testa china e lo sguardo rivolto al pavimento, timidamente rispose.

“Mi chiamo Azzurra, ai Vo­stri ordini Signore.”

Bardazzi, ancora lucido, comprese immediatamente di poter facilmente sog­giogare la giovane, forse minorenne, probabilmente al primo lavoro di una certa im­portanza. Non sapendo bene come comportarsi non avrebbe certo rifiutato di assecondarlo, pensò lui, intraprendente, ma quasi ubriaco. Tutto stava a circuirla con la necessaria abilità. Era una preda facile, non come la signora in rosso, moglie di un podestà e così sicura di sé.

Appoggiata la bottiglia ormai vuota su uno dei tavolini, si avvicinò a lei carezzan­dole il volto con delicatezza, mosse le labbra vicino al suo viso, il folto pizzetto sfiorò la sua morbida pelle, e con voce calda le sus­surrò all’orecchio: “Azzurra, il Vostro nome è bello, anche se non quanto lo sono i Vostri magnifici occhi.”

Lei trovò la forza di alzare lo sguardo e fissò per alcuni secondi l’uomo senza proferire parola.

Bardazzi approfittò del momento, l’avvicinò a sé e le posò a tradimento un bacio delicato sulla guancia.

Un bacio casto, che impressionò Azzurra intimamente, il vassoio ricolmo oscillò pericolosamente e lui afferrò al volo un bic­chiere prima che cadendo si frantumasse al suolo.

Cosa voleva quel vecchio, si chiese lei cercando di mante­nere la calma, come si permetteva di baciarla, recriminò con sé stessa. E adesso, se l’avesse baciata sulla bocca come avrebbe reagito? Quel bacio innocente l’aveva infastidita, che effetto avrebbe avuto qualcosa di più ardito?

Bardazzi studiava il volto emozionato di Azzurra, cercando il momento op­portuno per l’affondo finale, ma il gioco di seduzione fu interrotto da una voce familiare, quella del farmacista Bonelli.

“Professore ma cosa fate? Tornate dentro che tra poco parla il federale, venite, non vorrete perdervi il meglio immagino.”

Il professore desiderava ribellarsi, mandare a farsi fottere il vecchio amico, il federale e tutto il partito fascista compreso Mussolini, abbandonarsi alla passione e baciare la giovanissima fanciulla. Ma non era così ubriaco da fare certe pazzie, ancora una volta la ragione prevalse sugli istinti. Con un inchino salutò Azzurra, ritornò nel salone affollato e affiancò il Bonelli pronto a sciropparsi un altro noioso comizio.

Il farmacista, appena gli fu vicino, gli diede di gomito ridacchiando con faccia ammiccante: “Siete incorreggibile professore, non vorrei mai che mia fi­glia frequentasse le Vostre lezioni, cerchereste di sedurre pure lei, siete senza ritegno.”

Bardazzi rispose con una smorfia, a metà strada tra conferma e negazione, men­tre i suoi pensieri si dividevano tra la giovane manipolabile cameriera e la più forte ed avvenente moglie del podestà. Mentre milioni di italiani si interroga­vano su quale destino riservasse il futuro, se pace o guerra, il professor Bar­dazzi si domandava quale conquista gli avrebbe conferito maggior soddisfa­zione: la giovane brunetta o la bionda navigata?

Il federale prendeva la parola in quel momento, lasciando Bardazzi assorto nei suoi pensieri, e Cristiana coglieva l’occasione per abbandonare il salone.

A dispetto della sicumera con cui aveva affrontato il fugace approccio del profes­sore, in realtà era rimasta turbata. L’anziano marito sempre più occupato da impegni politici e professionali non la toccava da mesi e lei, trentacinquenne nel fiore della sua bellezza, si sentiva trascurata. Il potente podestà, inoltre, ostacolava la carriera lavorativa della bella moglie, proibendole di prestare ser­vizio come infermiera.

Non capiva il senso della sua vita, aveva lasciato il suo paesino per sposare il marito, non vedeva la famiglia da mesi, lui le impediva di la­vorare e la lasciava sempre sola. Pensava di vivere un infelice destino.

Uscita da una porta laterale guadagnò a rapidi passi le scale che porta­vano al piano superiore, dove erano collocati gli uffici, e in preda allo sconforto trattenne a fatica le lacrime, tormentata da altri proibiti pensieri. Non poteva togliersi dalla mente le immagini di quel volto, di quelle labbra, di quelle mani. I pochi momenti passati assieme avevano acceso il suo desiderio, il suo corpo troppo a lungo mortificato era tornato a fremere.

Percorse tutto il lungo corridoio che portava all’ultimo ufficio, il più grande, quello del marito podestà. Vi entrò e tirandosi dietro la porta la lasciò soc­chiusa, poi come innamorata diede un’occhiata all’orologio sul muro, le lancette segnavano le ore 10:30, sospirò e rimase in attesa.

Per il sollievo di Bardazzi, l’intervento del federale fu breve e conciso, altri impegni lo attendevano altrove e lasciata la parola al podestà sparì uscendo dalla stessa porta attraversata cinque minuti prima da Cristiana.

A quel punto anche il professore sentì il bisogno di allontanarsi dalla sala. Gli effetti di tutto il vino bevuto iniziavano a farsi sentire, di sicuro doveva andare in bagno, poi forse anche vomitare. Con passo questa volta incerto, tentò di raggiungere una delle uscite laterali, poi, una volta fuori, si mise alla ricerca dei cessi. Operazione infruttuosa sul primo momento. Era infatti arrivato sull’atrio prospiciente le scale per il piano superiore, mentre i bagni erano dalla parte opposta, vicino alle uscite che davano sul terrazzo.

Di attraversare nuovamente il salone affollato, proprio mentre il podestà parlava, non ne aveva proprio voglia. Forse c’erano altri gabinetti al piano superiore, ragionò Bardazzi in un momento di astuta lucidità. Si trascinò sino alle scale e afferrato il corrimano si diede coraggio, cercando di salire i gradini e sforzandosi di contenere sia la vescica che il ventre.

Che vino schifoso, si diceva, mentre si manifestavano i primi conati allo stomaco. Anche salire i gradini fu piuttosto penoso. Ad ogni passo la pressione sulla pancia aumentava e con essa la fatica di doversi trattenere. Giunto in cima gli girava anche un po’ la testa, e di bagni nemmeno l’ombra.

Infilò il lungo corridoio quasi buio, illuminato solo dalle luci che provenivano dalle scale, ormai deciso a qualche gesto estremo, tentando di aprire tutte le stanze sul suo cammino fin quando, giunto quasi a metà, una porta sulla destra si aprì.

Non ebbe il tempo di leggere la targhetta, si trattava di un qualche ufficio con diverse scrivanie, si affrettò verso l’angolo più lontano e meglio illuminato dalla luce di un lampione che attraversava le finestre provenendo dalla strada. Giunto sopra ad un cestino per la carta si abbasso la patta e fece ciò che doveva. L’operazione richiese un lasso di tempo che al professore sembrò interminabile tra sensazioni di sollievo, vergogna e timore di essere scoperto in un gesto così ripugnante.

Terminata l’evacuazione si scrollò l’arnese un paio di volte e lo ripose nelle mutande. Sembrava poter controllare lo stomaco, uscì dall’ufficio e con rabbia constatò che la porta di fronte era pure lei aperta, e soprattutto era quella di un gabinetto.

Tornò dentro da dove era appena uscito, agguantò il cestino della carta pieno di urina e si diresse verso il cesso appena scovato, sino ad una turca dove vi travasò il contenuto puzzolente. Poi fu aggredito da un conato allo stomaco intenso e inaspettato: non aveva più la forza di trattenersi, considerò che si trovava nel posto adatto e vomitò.

Bardazzi si sentiva ora decisamente meglio, si ricompose ed uscito da quel bagno era intenzionato a ripercorre i propri passi per tornare al salone. Un evento insolito lo trattenne sul posto. Aveva infatti udito un tonfo sinistro provenire dall’ufficio in fondo al corridoio. Un brivido lo attraversò dal capo ai piedi, la porta socchiusa lasciava fuoriuscire della luce, e altri rumori indefinibili provenivano da quel luogo. Ormai ne era certo, non era solo a quel piano degli uffici.

Terrorizzato dall’idea che qualcuno potesse averlo visto mentre urinava nel cestino della carta, si avvicinò silenziosamente a quella porta in fondo al corridoio per scoprire chi ci fosse in quella stanza. Più si avvicinava più i rumori diventavano familiari, gli sembrava fossero dei mugolii, dei gemiti, più precisamente gemiti di piacere, si, avrebbe potuto scommetterci, una donna oltre quella porta stava provando piacere.

Ora la paura si era mescolata con la curiosità e anche con un po’ di eccitazione, quella donna, chiunque fosse, sembrava proprio se la stesse spassando. Bardazzi si avvicinò a sufficienza da poter sospingere la porta quel tanto che bastasse a fargli vedere, e ciò che vide fu al tempo stesso orribile e meraviglioso.

Cristiana era con i seni scoperti e il vestito sollevato sopra le gambe, seduta sulla scrivania del podestà con le gambe divaricate. Inginocchiata davanti a lei c’era un’altra ragazza, aveva la testa in mezzo alle sue gambe e si stava dando da fare. A giudicare dal trasporto della donna in rosso, quella inginocchiata doveva sapere il fatto suo molto bene, e benché fosse di spalle, Bardazzi impiegò poco a riconoscerla: era Azzurra, la cameriera.

Cristiana e Azzurra si erano conosciute quella stessa sera, poche ore prima. Quella timida e impacciata ragazzina era subito piaciuta, e per la signora non era stato difficile convincere la servizievole cameriera ad eseguire i suoi ordini. All’orario convenuto doveva recarsi nell’ufficio del podestà e servire dell’acqua e dello spumante in fresco, per un incontro programmato dal marito con un ospite  importante, che desiderava essere ricevuto in privato.

Naturalmente non esisteva nessun ospite, Cristiana aveva calcolato per quel servizio proprio il momento in cui il marito sarebbe stato impegnato nel suo lungo discorso, così da esser certa di restare sola con Azzurra. Una volta ottenuta la giusta intimità tutto il resto andò via liscio. La giovane si lasciò baciare senza opporre alcuna resistenza, e quando Cristiana le infilò le mani nelle mutandine, ebbe la riprova che le attenzioni riservate alla giovane erano più che gradite.

Non era la prima volta che Cristiana andava con una ragazza, aveva scoperto diversi anni prima la sua duplice sessualità, ma per Azzurra era un esperienza inedita, inaspettata e soprattutto scioccante. La rigida educazione ricevuta e la soggezione che provava per quella donna, così elegante, bella ed importante, le impedirono qualsiasi rifiuto. Come anche Bardazzi aveva intuito, era troppo giovane, insicura ed inesperta per rifiutarsi di eseguire ciò che le veniva chiesto di fare.

Ma se all’approccio insolente di un uomo era rimasta disturbata e al fondo un po’ irritata, quando a baciarla in bocca fu una donna, il suo corpo e la sua mente reagirono in modo del tutto nuovo. Le sensazioni di piacere e turbamento che la investirono furono fortissime e sconcertanti.

Cristiana fu piacevolmente sorpresa nel constatare il trasporto cui immediatamente si abbandonò la sua più giovane amica, e a contatto con il corpo fremente e sconvolto della fanciulla perse ogni residua inibizione.

Il marito era un bastardo, considerò, e decise di darsi a quella serva. Si, che andassero al diavolo il marito e la politica, lei era ancora giovane e voleva godersi i suoi anni. Intanto i suoi gemiti crescevano di intensità come il sapiente lavoro di Azzurra, che sembrava non avesse fatto altro per tutta la sua pur breve vita.

E anche il professore era pronto, si abbassò i pantaloni e scivolò nella stanza.

La prima a vederlo fu la moglie del podestà che ormai vicina all’orgasmo si eccitò ancora più intensamente all’apparire dell’inatteso visitatore. Poi fu la volta di Azzurra, perché Bardazzi la stava già sollevando per prenderla da dietro. La giovinetta, constatando che la signora sembrava gradire, immaginò che fosse tutto organizzato, che lui fosse l’amante di Cristiana, e che a lei toccasse di assecondare le perversioni di entrambi.

Il professore le avrebbe possedute a turno, in un orgia indimenticabile con due giovani lussuriose e bellissime ragazze lesbiche. Era proprio sul più bello, dopo aver avuto Azzurra stava per darsi a Cristiana, che sarebbe stata felice di ricevere in corpo, dopo tanto tempo, un vero uomo.

Improvvisamente però una voce lo raggiunse, da prima lontana poi sempre più vicina, potente e virile.

 

Combattenti di terra, di mare e dell’aria.

  Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.

  Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania.

  Ascoltate! (Acclamazioni)

 

Bardazzi voleva continuare la sua ammucchiata memorabile e far godere la signora in rosso, ma la voce continuava a parlare accompagnata dalle urla della folla estasiata.

 

Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. (Acclamazioni vivissime)

  L’ora delle decisioni irrevocabili. (Un urlo di acclamazione)

 

Il professore voleva solamente amare quelle donne, ma loro lentamente si dissolvevano, e nella sua mente annebbiata si materializzava l’apparecchio radiofonico.

 

La dichiarazione di guerra è già stata consegnata (Acclamazioni, grida altissime di: «Guerra!

  Guerra!») agli ambasciatori di Gran Bretagna e di  Francia. (Acclamazioni)

 

Cristiana e Azzurra erano sparite, Bardazzi era rimasto solo, sdraiato nel suo letto, nudo, tutto intorno bottiglie di vino vuote e l’EIAR[2] che trasmetteva in diretta dal balcone di piazza Venezia.

 

Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie

  dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno ostacolato la marcia, e spesso

  insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano. [3]

Mussolini annunciava al mondo l’ingresso dell’Italia in guerra, e il professore di storia medievale Carlo Bardazzi, la testa appesantita dalla sbornia della notte prima, si masturbò.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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[1] Mario Appelius, giornalista ed inviato del Popolo d’Italia e conduttore radiofonico (inventore di “Dio stramaledica gli inglesi”) era pressoché inesauribile negli argomenti e nei sottotitoli anti-inglesi. Popolo d’Italia del 17 maggio 1940, Perché la Germania vince, articolo a cinque colonne in prima pagina

[2] L’URI, che nel 1928 si trasformò in EIAR, fu la prima società di gestione del servizio radiofonico nazionale.

[3] Il 10 giugno 1940 dal balcone di piazza Venezia a Roma, davanti ad una folla esultante, Mussolini annuncia la dichiarazione di guerra contro Gran Bretagna e Francia. Ecco il testo integrale dello storico discorso.

“Combattenti di terra, di mare e dell’aria. Camicie nere della rivoluzione e delle legioni. Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania. Ascoltate! (Acclamazioni)Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. (Acclamazioni vivissime) L’ora delle decisioni irrevocabili. (Un urlo di acclamazione) La dichiarazione di guerra è già stata consegnata (Acclamazioni, grida altissime di: «Guerra! Guerra!») agli amba-sciatori di Gran Bretagna e di Francia. (Acclamazioni) Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che, in ogni tempo, hanno osta-colato la marcia, e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano. Alcuni lustri della storia più recente si possono riassumere in queste frasi: promesse, minacce, ricatti e, alla fine, quale coronamento dell’edificio, l’ignobile assedio societario di cinquantadue Stati. La nostra coscienza è assolutamente tranquilla. (Applausi) Con voi il mondo intero è testimone che l’Italia del Littorio ha fatto quanto era umanamente possibile per evitare la tormenta che sconvolge l’Europa; ma tutto fu vano. Bastava rivedere i trattati per adeguarli alle mutevoli esigenze della vita delle nazioni e non considerarli intangibili per l’eternità; bastava non iniziare la stolta politica delle garanzie, che si è palesata soprattutto micidiale per coloro che le hanno accettate. Bastava non respingere la proposta che il Führer fece il 6 ottobre dell’anno scorso, dopo finita la campagna di Polonia. Ormai tutto ciò appartiene al passato. Se noi oggi siamo decisi ad affrontare i rischi ed i sacrifici di una guerra, gli è che l’onore, gli interessi, l’avvenire fer-reamente lo impongono, poiché un grande popolo è veramente tale se considera sacri i suoi impegni e se non evade dalle prove supreme che determinano il corso della storia. Noi impugnammo le armi per risolvere, dopo il problema risolto delle nostre frontiere continentali, il problema delle nostre frontiere marittime; noi vogliamo spezzare le catene di ordine territoriale e militare che ci soffocano nel nostro mare, poiché un popolo di quarantacinque milioni di anime non è veramente libero se non ha libero l’accesso all’Oceano. Questa lotta gigantesca non è che una fase dello sviluppo logico della nostra rivoluzione. È la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detengono ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra. È la lotta dei popoli fecondi e giovani contro i popoli isteriliti e volgenti al tramonto. È la lotta tra due secoli e due idee. Ora che i dadi sono gettati e la nostra volontà ha bruciato alle nostre spalle i vascelli, io dichiaro solennemente che l’Italia non intende trascinare altri popoli nel conflitto con essa confinanti per mare o per terra. Svizzera, Jugoslavia, Grecia, Turchia, Egitto prendano atto di queste mie parole e dipende da loro, soltanto da loro, se esse saranno o no rigorosamente confermate. Italiani! In una memorabile adunata, quella di Berlino, io dissi che, secondo le leggi della morale fascista, quando si ha un ami-co si marcia con lui sino in fondo. (« Duce! Duce! Duce! ») Questo abbiamo fatto e faremo con la Germania, col suo popolo, con le sue meravigliose Forze Armate. In questa vigilia di un evento di una portata secolare, rivolgiamo il nostro pensiero alla Maestà del re imperatore (la moltitudine prorompe in grandi acclamazioni all’indirizzo di Casa Savoia), che, come sempre, ha interpretato l’anima della patria. E salutiamo alla voce il Führer, il capo della grande Germania alleata. (Il popolo acclama lungamente all’indirizzo di Hitler) L’Italia, proletaria e fascista, è per la terza volta in piedi, forte, fiera e compatta come non mai. (La moltitudine grida con una sola voce: « Sì! ») La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: VINCERE! (Il popolo prorompe in altissime acclamazioni) E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo. Popolo italiano! Corri alle armi, e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!

Il Ballo di Carnevale

Era il periodo di Carnevale e, come qualsiasi altra parte d’Italia, anche a Vicobarone, una frazione di Ziano Piacentino, comune della Val Tidone, si festeggiava tale ricorrenza.

Melchiorre Balossi, abitante del luogo e proprietario di un bellissimo agriturismo, decise per l’occasione di organizzare un ballo in maschera.

Invitò quindi una cinquantina di persone fra amici e conoscenti. Allestì il gigantesco salone usato normalmente per i pranzi degli ospiti in una sorta di sala da ballo.

E venne il giorno tanto atteso. Arrivarono nell’ordine: Fausto Beccalossi, vestito da astronauta, i fratelli Prandelli, con rispettive consorti, travestiti da nobili francesi del ‘700, Ciro Scapece con alcuni compari, gente del casertano, vestiti da camorristi (anzi, togliete pure “vestiti da”, lo erano davvero), Gianni Beghelli, mascherato da “salvavita”, Ottavio Gasparri e consorte, vestiti da barboni, Demetrio il “gigante”, una bestia di due metri e trenta, vestito da giocatore di rugby (che era quello che faceva nella vita), insieme a tutti i suoi compagni di squadra, il Giangi, un pusher cannaiolo che per l’occasione si vestì da quello che avrebbe sempre voluto essere, un rasta giamaicano, e poi giunsero altri personaggi mascherati nei modo più assurdi: chi da cavaliere jedi, come lo stesso Balossi, chi da faraone egiziano, chi da cesso, etc…

Balossi aveva allestito un ricco buffet con molte prelibatezze tipiche della Val Tidone come la coppa piacentina e la pancetta e, naturalmente, i pregiatissimi vini dei colli piacentini (gutturnio, bonarda, barbera, ortrugo, malvasia, pinot, sangue di giuda e passito).

Gli ospiti, ululanti dalla fame, appena Balossi diede il via libera all’abbuffata, si lanciarono sulle vettovaglie come un’orda barbarica; ricordavano esponenti democristiani e socialisti della Prima Repubblica.

Non mancarono episodi di violenza anche solo per accaparrarsi un grissino. Un tale, travestito da tapiro d’oro, fece il madornale errore di sottrarre dalle mani di Demetrio il “gigante” una fetta di prosciutto crudo; di quest’uomo l’unica cosa che rimase intatta fu una ciocca di capelli.

A un certo punto scoppiò una violenta lite che presto sfociò in una rissa tra un “impiegato del catasto” ed un “geometra” perché il primo sosteneva che il secondo gli avesse rubato un bicchiere di malvasia. Erano gli effetti etilici a causare episodi simili.

Gianni Beghelli, completamente ubriaco, si mise a sfottere il gruppo di Ciro Scapece, definendo tali individui “terroni e ladri”. Il suo travestimento da “salvavita”, purtroppo, non servì a salvargli la vita e Beghelli fu vittima della lupara bianca.

Alcuni invitati, a causa dello stato di ebbrezza, entrarono così bene nella parte interpretata da mascherati, che si convinsero di essere davvero le maschere che indossavano.

I fratelli Prandelli, vestiti da nobili francesi, iniziarono a compatire i coniugi Gasparri, vestiti da barboni, tanto che alla fine donarono in segno di carità 5 euro a testa. Gasparri, un tipo notoriamente permaloso e vendicativo, non la prese affatto bene. Infatti, l’indomani, i fratellini dispettosi avrebbero ricevuto una simpatica lettera di licenziamento del Gasparri, dato che nella vita era il loro direttore!

Fausto l’astronauta andò in orbita quando Giangi il rasta gli fece provare una delle sue fantastiche “sigarette”. Intanto il padrone di casa, Melchiorre, tristemente single da tutta la vita, cercò in ogni modo di provarci con tutte le invitate.

Sembrava che stesse per avere successo con una giovane e graziosa fanciulla mascherata da Cappuccetto Rosso. Sfortunatamente per il Balossi, la giovane era fidanzata con un pugile della categoria medio-massimi, per l’occasione travestitosi da Lupo Cattivo, che appena vide cosa stava combinando Melchiorre lo afferrò per l’orecchio e lo portò in un angolo appartato per usarlo come sacco d’allenamento.

Una ragazza di nome Irina, una donnina allegra che nella vita faceva la spogliarellista ed era nota per la sua totale incapacità di reggere bevande a gradazione superiore ai 5°, dopo un bicchiere di bonarda era già completamente ubriaca e vogliosa di darla.

Puntò su Demetrio e la sua squadra di rugby. I vigorosi giocatori fecero con la ragazza una bella mischia, proprio come se fossero in campo. Irina ad ognuno dei rugbisti fece un bel servizio completo: massaggio a scoscia-galletto, fellatio e trombata.

Venne il momento dei balli lenti e le luci si fecero soffuse. Melchiorre, ripresosi dall’incontro con il pugile e perso per KO dopo meno di un round, cercò disperatamente una compagna per il ballo.

Dopo un po’ notò una “damigella vittoriana” tutta sola che faceva “tappezzeria”. Lui bevve un bicchiere di gutturnio fermo per caricarsi dopodiché invitò cavallerescamente la damigella a ballare.

Sotto le note di “Reality” di Richard Sanderson i due ballarono guancia a guancia. Finita la canzone i due piccioncini, dopo essersi scambiati sguardi intensi e carichi di passione, si baciarono.

Melchiorre, quando riaprì gli occhi, fece una scoperta orribile: sotto lo spesso strato di trucco della compagna, notò della barba. Non ebbe nemmeno il tempo di vomitare perché svenne di colpo.

Si risvegliò nella sua stanza legato al letto e completamente nudo. La “damigella vittoriana” lo fissava come fa una faina con un pollaio. Si spogliò lentamente senza distogliere lo sguardo dal Balossi, che non poteva nemmeno gridare aiuto perché imbavagliato.

Finito di spogliarsi la damigella rivelò la sua vera identità: era un dipendente delle poste, gay dichiarato.

Si dice che dopo quella notte, Melchiorre Balossi abbia scoperto nuovi orizzonti e attualmente lavori la sera a Milano in Viale Zara.

Il Bukowski di Nibbiano