Locandiera sadica

Un fastidioso musicista giunge in piena notte alla Locanda della Luna Nera, sulle colline del piacentino. Le sue continue pretese metteranno a dura prova la pazienza della locandiera sadica, rimasta sveglia per aspettarlo…

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I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Lezioni private

Le dissolute avventure di un’aspirante sottomessa alle prese con un professore sadico e le sue speciali lezioni private… (pubblicato su wattpad.com ) Per leggere il racconto clicca qui

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Ballando col demonio

Alcuni giovani ragazzi di uno sperduto villaggio sulle colline del piacentino si recano ad una festa dove assistono a strani eventi paranormali… (Pubblicato su Wattpad.com)

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Scritto da Anonimo Piacentino

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La bambola perfetta

Gino Manosvelta iniziò a fantasticare su quel genere di cose sin da quando era adolescente. A quei tempi, mentre i suoi coetanei si masturbavano con i giornalini porno, Gino si eccitava guardando i manichini sui cataloghi di biancheria intima di terz’ordine. Anche le Barbie e altre bamboline sexy accendevano la sua passione. A trent’anni era già sessualmente deviato, gli piacevano molto le ragazzine delle scuole superiori e non aveva rapporti normali con le donne da almeno un decennio: era anche brutto e facilmente gli puzzavano i piedi.

La sua vita ebbe una svolta il giorno in cui navigando su internet capitò per caso su realdoll.com

Scoprì in questo modo che dal 1996 la Abyss Creations produceva e vendeva in tutto il mondo le bambole per usi sessuali più realistiche mai costruite. Ideate dallo scultore Matthew McMullen e realizzate grazie alle più avanzate tecnologie sviluppate dall’industria degli effetti speciali hollywoodiana, le Real Dolls erano munite di endoscheletro in PVC per simulare tutte le posizioni di un vero corpo umano, ed il rivestimento in silicone riproduceva anche al tatto le fattezze di una vera donna.

Gino avrebbe voluto ordinare una Real Doll personalizzata scegliendo secondo il proprio gusto il tipo di corpo, il viso, i capelli ed il colore degli occhi. Tuttavia valutato il costo della bambola preferì desistere. Oltre a tutto il resto era anche piuttosto spilorcio e giudicò il prezzo troppo esoso per le sue tasche.

Quella stessa sera decise di mangiarci sopra e si recò nella sua pizzeria preferita. Era un locale nel piacentino, frequentato da una clientela giovanile. Le scuole erano finite da poco, faceva caldo e le ragazzine indossavano gonne corte e camicette attillate e sprizzavano ormoni mettendo in mostra gambe depilate, ombelichi tirati a lucido e capezzoli turgidi sotto le stoffe fini.

Alla seconda birra Gino era già su di giri, ma non riusciva a togliersi dalla testa le bambole americane che aveva visto su internet.

Al tavolo affianco era seduto un tizio strano, tutto vestito di nero, con la pelle scura, gli occhiali da sole ed un ghigno ancestrale stampato sul volto.

“Potrei risolvere i tuoi problemi” disse con voce baritonale, alzando un calice di vino Malvasia in segno benaugurale.

“Dici a me?” domandò lui stupito, non si aspettava che quel tipo strambo gli rivolgesse parola.

“Conosco un artigiano, dalle parti di Nibbiano, che costruisce incredibili bambole in silicone a prezzi modici.”

“Ehi! Tu come fai a sapere che mi interessano questo genere di cose? Chi diavolo sei?”

“Un amico!” rispose quello, esibendo un sorriso mefistofelico.

Gino spalancò gli occhi scettico, senza parlare, avvertendo nell’aria un fastidioso e pungente odore di zolfo.

“Non devi fare altro che telefonare a questo numero e descrivere il tipo di bambola che vuoi” disse offrendogli un volantino pubblicitario.

Gino lo afferrò avidamente e cominciò a leggere: “Realizziamo Bambole Perfette, create su misura, personalizzate e accessoriate con parti anatomiche che sembrano vere, soddisfatti o rimborsati!”

Sul volantino erano anche riprodotte le fotografie di alcune ragazze nude, e lui faticò a comprendere se si trattasse di modelle in carne ed ossa oppure, come promettevano gli slogan pubblicitari, di bambole in silicone straordinariamente realistiche.

Continuò ad osservare il volantino con sguardo rapito per parecchio tempo. Quando alla fine rialzò la testa, l’uomo vestito di nero era scomparso.

Non riuscì a dormire per tutta la notte, e nemmeno quella successiva, e quella dopo ancora. Passata un’intera settimana insonne sognando ad occhi aperti di mettere le mani su una di quelle Bambole Perfette, alla fine cedette alla tentazione e decise di assecondare il desiderio di averne una tutta per sé.

Il laboratorio dove venivano costruite le Bambole Perfette era dentro lo scantinato di un vecchio casale fatiscente sulle colline di Nibbiano. Il magazziniere ecuadoregno che la impacchettò prima di spedirla si fece delle grasse risate, chiedendosi quale tipo di pazzia avesse ottenebrato la mente del maniaco che aveva commissionato quella cosa grottesca. Si chiamava Esmeralda, aveva le sembianze di una sedicenne nigeriana, con la pelle nera e due tette enormi, ma gli occhi erano blu cobalto ed i capelli erano biondo platino. Aveva anche un culo da urlo. Era vestita da cameriera ed era la Bambola Perfetta ordinata da Gino Manosvelta.

Il giorno in cui gli fu finalmente recapitata a casa, fu il più bello della sua vita.

Per prima cosa la mise a sedere sul divano in soggiorno, le accarezzò i capelli sintetici, le ficcò in mano un bicchiere e lo riempì di vino rosso di media qualità, poi cominciò a parlarle.

“E’ molto che Ti aspettavo, anzi da sempre, da tutta la vita” disse accendendosi una sigaretta.

“Ho sempre desiderato avere una ragazza come te, Dio mio Esmeralda, sei bellissima.”

Lei rimase immobile con il bicchiere in mano pieno di vino rosso di media qualità, fissando nel vuoto.

“Sai cosa mi piacerebbe farti dolcezza?”

Esmeralda non rispose.

“Mi piacerebbe metterti una catena al collo, frustarti la schiena con la mia cintura e poi prenderti da dietro, in modo selvaggio.”

La bambola non disse nulla.

Gino iniziò ad eccitarsi, buttò via la sigaretta, si alzò e si versò un bicchiere colmo di vino rosso, lo trangugiò ed andò a sedersi accanto ad Esmeralda.

“Sei la mia schiava negra” le sussurrò ad un orecchio, poi le afferrò la testa con violenza e la baciò sulla bocca.

La bocca di Esmeralda era morbida e le labbra profumavano di fragola.

Gino iniziò a spogliarla. Lei lasciò fare. Lui le piegò le braccia e poi le gambe sino a metterla nella posizione che preferiva. Il vino rosso di Esmeralda uscì dal bicchiere e si rovesciò sul pavimento.

Gino tirò fuori il suo arnese nodoso dalle mutande e la penetrò.

Durò un paio di minuti al massimo, ma fu l’orgasmo più intenso e lungo che lui avesse mai provato. Pensò che nessun’altro avesse mai goduto tanto prima di lui.

Gino stava con Esmeralda già da tre settimane ed era per lui una relazione molto piacevole.

Di giorno la teneva nuda incatenata in cantina, a quattro zampe dentro una cuccia per cani che aveva costruito apposta per lei. La sera la vestiva da cameriera e la metteva in ginocchio accanto alla sua poltrona, con un vassoio tra le mani sul quale appoggiava il posacenere ed una bottiglia di vino. Mentre guardava la televisione fumava e beveva con lei accanto, tutto il tempo in ginocchio sul pavimento e con il vassoio in mano. Qualche volta, se era di buon umore, le accarezzava la testa come avrebbe fatto con un pastore tedesco. Altre volte le legava i polsi al tavolo della cucina e le frustava la schiena dopo averla imbavagliata. La notte se la portava a letto, la spogliava e ci faceva sesso in tutte le posizioni del kamasutra.

Gino Manosvelta era felice, a suo modo amava Esmeralda e la sua vita di coppia era perfetta. Sino a quella sera del ventisettesimo giorno che stavano assieme.

Era una domenica, e tornato dopo un pomeriggio allo stadio, Gino scese in cantina per prendere Esmeralda, ma con sua grande sorpresa non la trovò come l’aveva lasciata.

Lei non stava più a quattro zampe e non aveva più la catena al collo. Era seduta sopra il tettuccio della cuccia con le sue belle gambe nere di silicone elegantemente accavallate.

“Che razza di scherzi sono questi!” protestò ad alta voce Gino.

Esmeralda aveva lo sguardo fisso nel vuoto, come sempre.

“Come cazzo hai fatto a liberarti?” balbettò lui, avvicinandosi alla bambola per ispezionarla.

“Brutta puttana!” le urlò.

Lei non reagì, restò lì come se nulla fosse, con le gambe accavallate.

“Ti sei tolta la catena dal collo? Hai osato fare questo stupida troia?”

Esmeralda non rispose.

Gino era fuori di sé e la colpì con uno schiaffo. Lei cadde a terra con un tonfo sordo, ammortizzato dal silicone di cui era fatta.

“Me la pagherai dannata sgualdrina” la minacciò, poi afferrò una scopa e cominciò a percuoterla colpendola con il manico di legno sulla faccia, sul petto, sugli stinchi, le diede anche due calci nel culo, poi quando fu stanco trascinò una vecchia sedia impagliata davanti a lei e ci si sedette sopra osservandola.

“Prova a liberarti ancora, e la prossima volta Ti faccio a pezzi sporca negra!”

La bambola rimase tutto il tempo in silenzio, nuda, picchiata e gettata nella polvere, sul pavimento lurido della cantina di Gino Manosvelta.

Per evitare altre sorprese, decise di ammanettare i polsi di Esmeralda dietro la schiena, e di chiudere la catena che le aveva messo al collo con un grosso lucchetto. Poi la mise in ginocchio dentro alla cuccia per cani.

“Ora voglio proprio vedere se riesci ancora a liberarti” disse con tono di sfida, prima di andarsene.

Quella notte Gino dormì da solo, lasciando la bambola di silicone ammanettata ed incatenata in cantina.

Il giorno dopo, tornato presto dal lavoro, andò subito a vedere come stava Esmeralda, e per poco non gli prese un infarto.

Lei era senza manette, senza catene, seduta sul pavimento con le gambe divaricate in una posizione oscena. Persino il suo volto sembrava diverso, ed ora una specie di sorriso sciocco le conferiva un’espressione sarcastica, vagamente crudele.

“Lo hai fatto di nuovo” disse lui con voce tremante.

“Lo hai voluto tu, non dire che non ti avevo avvisato.”

Esmeralda si limitò a guardarlo, come sempre senza reagire.

Gino la portò in camera sua, la sdraiò sul letto a pancia in giù e le legò mani e piedi con delle corde alle gambe del letto. Andò in cucina, prese una bottiglia di vodka dalla dispensa e tornò in camera.

Guardò la bambola legata a quel modo, aprì l’armadio dove teneva una mazza da baseball, afferrò la mazza e cominciò a picchiarla. La picchiò sulla testa e sulla schiena, con violenza. Ad ogni mazzata sentiva il rumore inquietante del silicone sbattuto. Quando fu stanco le si sdraiò sopra e la prese contro natura.

Appena tutto fu finito la lasciò legata al letto, le si sedette accanto e cominciò a bere a canna dalla bottiglia di vodka.

Ad ogni sorsata le dava uno schiaffo sul culo, oppure le tirava i capelli o la prendeva a pugni all’altezza dei fianchi, insultandola.

Lei rimase immobile con lo sguardo perso nel vuoto e quel nuovo ghigno malvagio disegnato sul volto.

Quando Gino fu completamente ubriaco, finita la vodka, si sdraiò accanto ad Esmeralda e si addormentò.

Si svegliò dilaniato da un dolore lancinante dalle parti del pene. Non poteva muoversi: le sue braccia e le sue gambe erano ora legate al letto, al posto di Esmeralda.

Lei gli stava in piedi davanti con un coltellaccio da macellaio in una mano e ciò che restava del suo nodoso membro sanguinante nell’altra. E stava ridendo, in modo sadico.

Gino cominciò ad urlare per il dolore e a gridare:

“Cosa mi hai fatto maledetta troia? O no… non ci posso credere… mi hai tagliato il cazzo…”

E intanto urlava, urlava come un ossesso e il sangue zampillava fuori dai genitali amputati come fosse una fontana.

“Dannata negra bastarda… cosa hai fatto… cosa hai fatto?!?”

Gino urlava e gridava mentre lei continuava a ridere, e ridendo buttò il suo cazzo fuori dalla finestra.

“Prova a picchiarmi adesso” disse Esmeralda smettendo di ridere.

“Cosa? Ma tu… tu parli…”

“Non riesci a picchiarmi ora che ti ho evirato? Ti mancano le forze oppure il coraggio?”

“Cosa?”

“Ti piacevano le mie gambe, ed il mio corpo, ammettilo porco!”

“Si… Si… certo che adoravo il tuo corpo, ma tu mi hai tagliato il cazzo, dannata troia schifosa… come faccio adesso? Sto per morire sto morendo brutta puttana lo capisci questo? Aiutami… devo andare in ospedale… aiutami…”

Esmeralda si protese sopra di lui e gli mollò un ceffone in piena faccia, facendo dondolare le grosse mammelle di silicone.

“Non andrai da nessuna parte”

“Lasciami andare in ospedale ti prego… slegami, devo tamponare l’emorragia o Dio… sto per morire lo sento, sto per morire…”

Gino cominciò a piangere, poi la stanza iniziò a girare intorno a lui. Vide Esmeralda che si rivestiva poi svenne. Lei gli slegò i polsi e le caviglie, gli mise il coltello che aveva usato per evirarlo tra le mani, poi gli sedette accanto.

Il cadavere di Gino Manosvelta fu trovato dai carabinieri della stazione di Borgonovo Val Tidone. Accanto al corpo dissanguato dell’uomo fu trovata anche una bambola di silicone.

La bambola era vestita da cameriera, sedeva con le gambe accavallate sul bordo del letto e le labbra erano contratte in una smorfia cattiva, beffarda ed inquietante.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Due vecchi sadici e pazzi

La giovane coppia di innamorati giunse all’ameno agriturismo sul far della sera, quando il cielo si tinge di sangue ed il sole tramonta dietro alle colline ricoperte dai vigneti della Val Tidone.

Gessica era bella, prosperosa, fresca come un fiore appena colto e con lunghi capelli color del grano. Pino era alto, superbo, con l’energia dei suoi vent’anni offerta allo sguardo del mondo sotto forma di bicipiti muscolosi, pettorali massicci e addominali scolpiti.

La vecchia locandiera registrò i documenti e accompagnò i ragazzi alla loro camera, congedandosi con poche parole, una bottiglia di vino Ortrugo frizzante ed un sorriso malvagio.

“Questo posto è bellissimo, così romantico e suggestivo” disse Gessica emozionandosi.

“Non è male” ammise Pino, stappando la bottiglia e versando il profumato nettare in due bicchieri di cristallo pressato.

“Non vedo l’ora di tuffarmi in piscina, sarà un fine settimana indimenticabile!” squittì lei, iniziando a spogliarsi.

Pino non disse nulla, tracannò due bicchieri di vino, mostrò i suoi muscoli togliendosi la camicia e poi ficcò la lingua in bocca alla sua ragazza. Erano giovani, erano belli, e si amarono selvaggiamente prima di cenare.

La vecchia locandiera intanto era in cucina, nel pentolone stavano bollendo le mani amputate alla sua ultima vittima, un agente di commercio che aveva fatto a pezzi con il macete la settimana precedente.

Dopo aver assaporato il brodo aggiunse un po’ di sale poi si rivolse al marito, un vecchio sdentato senza più nemmeno un capello.

“Il ragazzo è robusto, dovrai stenderlo al primo colpo. Se fallisci potrebbe reagire e tu sei troppo vecchio per poterlo affrontare.”

“Non dire cazzate, non ho mai sbagliato un colpo. E poi sai bene che abbiamo dalla nostra l’effetto sorpresa” disse lui centrando la sputacchiera con una palla verde di vischioso tabacco masticato.

La vecchia ghignò compiaciuta: “devono avere carne molto saporita, specialmente la puttanella bionda.”

“Oh si! Carne fresca, carne soda” confermò il vecchio calvo, scatarrando altro tabacco e rimembrando per un momento l’epoca lontana in cui poteva ancora abusare sessualmente delle sue vittime esibendo una virilità autentica, senza ricorrere a surrogati artificiali come mazze di ferro, verghe di legno, dildo in silicone e falli di gomma dalle dimensioni surreali.

“Come stai pensando di sbarazzarti del ragazzo?” domandò la vecchia.

“Penso di usare la mazza da baseball, intendo colpirlo sul cranio, da dietro, mentre mangia, con un colpo secco. Sarà anche robusto come dici, ma se prendo il punto giusto, la testa gli si aprirà come una zucca rotta”

“Che schifo, mi toccherà pulire il sangue dal tavolo, dal pavimento e magari anche dal muro. Non possiamo semplicemente avvelenarlo?”

“Non vedo il divertimento, se usi il veleno vuoi dirmi a cosa ti servo? Vuoi il mio aiuto solo per seppellire il cadavere?” protestò il vecchio sputacchiando altro catarro verde.

“Non essere permaloso, a parte che puoi sempre darti da fare con la puttanella, potremmo usare una dose non letale, così potrai divertirti a sfondargli la testa in cantina. Lì almeno non devo pulire in tutta fretta prima di servire la prima colazione.”

“Si, mi sembra una buona idea, metti del sedativo nel brasato di mani, quando si addormenteranno li porteremo in cantina, senza alcuna fatica. Lo sai che odio le urla, e per Giove, sono certo che quella puttanella si metterà a strillare come un aquila quando sfonderò il cranio del suo fidanzato. Meglio sedarli entrambi, legarli e imbavagliarli. A quel punto ci divertiremo con la cassetta degli attrezzi al gran completo.”

La vecchia annuì, mentre un ghigno sadico e perverso le si disegnò sulla faccia rugosa e color del cuoio.

I due giovani furono sepolti agonizzanti, ma ancora vivi, in una fossa scavata in giardino, dopo due settimane di orribili torture e crudeli violenze.

 

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I pirati della notte

 

Possiamo ipotizzare che in ogni tempo e in ogni luogo siano esistiti uomini malvagi e privi di scrupoli, disposti a tutto pur di conseguire i propri fini, spesso scellerati. Ma le vicende che riguardano Mr Bone, ricco mercante inglese nato il 6 giugno 1866, fanno rabbrividire per l’enormità dei crimini e l’efferatezza con cui essi furono perpetrati.

Non si hanno notizie circa la sua infanzia e giovinezza, che rimangono avvolte nel mistero. Ugualmente sconosciuta è la provenienza iniziale delle sue ricchezze.

Le cronache scandalistiche iniziarono a occuparsi di Mr Bone quando egli, ormai in età avanzata, irruppe sulla scena locale londinese a seguito di alcune denuncie di giovani ragazze, che lo accusarono di stupro e altre violenze fisiche.

Grazie alla propria influenza e ricchezza, durante i processi che seguirono, Mr Bone fu interamente scagionato. Le donne che lo accusavano, prostitute e altre miserabili, furono giudicate inattendibili ed esse stesse condannate per diffamazione.

Le coraggiose signorine denunciarono il vero, per quanto non credute, senza per altro conoscere gli altri terrificanti segreti gelosamente custoditi tra le mura del palazzo di Mr Bone. E chiunque altro ebbe la sfortuna di scoprire quali indicibili accadimenti si consumassero nella sua dimora, non visse abbastanza a lungo da poterli riferire.

Tutto in Mr Bone era infausto e spaventoso. Basso di statura, vestiva sempre di nero, il capo perennemente coperto da un cappellaccio per nascondere le calvizie, l’occhio di vetro, la bocca grinzosa continuamente contratta in un diabolico ghigno, le mani vecchie e rugose coperte da una peluria folta e bestiale. L’indole, il carattere e l’umore erano non meno spregevoli dell’aspetto: irascibile, lunatico, violento ed aggressivo, spesso indesiderabile per via delle sue escandescenze che lo rendevano inavvicinabile.

La sua vita pubblica, votata al lavoro e all’accumulazione della ricchezza, si contrapponeva a quella privata: dissoluta e perversa. Era dedito al gioco d’azzardo e al consumo massivo di alcool e droghe, viveva alla continua ricerca di donne da godere carnalmente, sospinto e trascinato da un indomabile priapismo. L’assidua frequentazione dei più malfamati postriboli del regno, si alternava all’organizzazione, nella sua alcova, di festini dionisiaci, destinati a concludersi con riti iniziatici e orge depravate.

Mr Bone era conosciuto per tutti i bassifondi di Londra, non vi era prostituta in tutta la città che non avesse conosciuto il diabolico mercante nella più intima accezione. Le sue arti amatorie erano divenute leggendarie come la sua reputazione di uomo libertino e licenzioso. Le donnacce più debosciate facevano a gara per essere possedute dall’insaziabile Bone, anche perché, paradossalmente, con le meretrici egli non lesinava gesti di grande generosità, compensando in proporzione quelle femmine che ne avessero assecondato i vizi più turpi.

Il centro nevralgico della sua vita sfrenata era, senza alcun dubbio, la casa che aveva acquistato nei sobborghi dell’East End di Londra. Fuori mano e, almeno la notte, del tutto isolato dal resto della città. Se durante il giorno le vicine fabbriche brulicavano di operai occupati a sostenere lo sforzo bellico britannico, con il coprifuoco, scese le tenebre, tutti gli edifici attorno alla dimora del vecchio mercante erano deserti e silenziosi.

Una calma surreale circondava lo stabile, avvolto in un’atmosfera spettrale dopo il calar del sole. Quasi tutte le finestre erano sempre chiuse da antiche persiane in legno e l’austera volta gotica, sovrastante l’ingresso principale, conferiva al fabbricato un aspetto sinistro, reso vagamente inquietante dalla vetustà dell’intonaco e dei mattoni.

Ugualmente originali e adatti al personaggio, erano gli interni del secolare maniero, che negli anni il Vecchio aveva provveduto ad arredare personalmente, assecondando il suo gusto eccentrico e decisamente stravagante. I pavimenti color ebano, le tappezzerie e gli arazzi scuri e indistinti, la luce fioca delle lampade a muro, il mobilio antichissimo e le molte armature medioevali, le teste imbalsamate delle più rare fiere, conferivano a tutti gli ambienti un’aura tetra e diabolica. Le stanze destinate a ricevere ospiti, il salone delle feste e la biblioteca, risultavano soffocate da un plumbeo senso di pesantezza determinato dalle macabre decorazioni dei soffitti.

La camera da letto di Mister Bone, ubicata in un torresino posto al piano superiore dell’immobile, era molto grande e dal soffitto altissimo. Le sei lunghe finestre, strette e a sesto acuto, erano chiuse da lastre fatte di una pasta di vetro densa e colorata, di quelle che si trovano nelle cattedrali gotiche. Il pavimento appariva rivestito da parquet di quercia nera. Un arcaico candelabro emanava deboli bagliori di luce soffusa, appena sufficienti a distinguere il profilo di un nobile letto a baldacchino la cui testata era appoggiata sul lato lungo della stanza. Il resto del locale risultava perennemente avvolto dall’oscurità, celando alla vista i drappeggi scuri appesi alle pareti o gli armadi consumati dal tempo e mal ridotti.

In ogni angolo di quella casa si poteva respirare un clima mefistofelico. Una presenza maligna e soffocante gravava su tutto e tutto attraversava.

Calato il buio, i domestici e il personale a servizio del Vecchio sostavano mal volentieri entro le mura del palazzo, ma poiché le occasioni conviviali programmate dal mercante erano piuttosto frequenti, capitava spesso che i turni di lavoro si prolungassero sin nel cuore della notte.  Fino a quando Mr Bone non decideva di ritirarsi, per consumare privatamente le sue voglie, in compagnia di qualche bella e disponibile signora o signorina.

Unico motivo di consolazione per i lavoratori della casa, o almeno per quelli di sesso  maschile, consisteva nella possibilità di assistere anch’essi agli spettacoli e alle danze oscene e scandalose, che il Vecchio commissionava alle sempre numerose e disinibite meretrici che immancabilmente partecipavano ai suoi festini.

Per quanto piacevole e gratificante fosse per il ricco mercante passare molto del suo tempo libero dedicandosi a letture solitarie nella sua assai fornita biblioteca, nulla poteva compiacerlo come i simposi e le cene, che almeno una volta a settimana allietavano le sue serate, circondato da adulatori, ammiratrici, cantanti e giocolieri, in una scenografia insieme spettacolare e boccaccesca. E tutto ciò non solo per la sua gioia personale, ma anche per i suoi più fedeli cortigiani con i quali amava condividere questi eventi a base di alcool, buon cibo, droga e sesso.

 

Le ultime due settimane di quella lunga estate erano state piuttosto concitate. Bone aveva ricevuto tre volte la visita degli ufficiali di Scotland Yard che stavano indagando sulla misteriosa sparizione di 11 giovanissime ragazze scomparse nel nulla. Dal 13 agosto erano iniziate le incursioni aeree della Luftwaffe sugli aeroporti della Gran Bretagna meridionale, mettendo a dura prova la Royal Air Force in quella che è passata alla storia come la battaglia d’Inghilterra.

Prima di sferrare l’attacco, il numero tre del regime Hermann Göring aveva dichiarato: “Il Führer mi ha ordinato di schiacciare la Gran Bretagna con la mia Luftwaffe. E io prevedo, a forza di duri colpi di mettere quanto prima in ginocchio questo nemico che ha già subito una schiacciante sconfitta morale, in modo che l’occupazione dell’isola da parte delle nostre truppe possa procedere senza alcun rischio!”

Ancora quel giorno la battaglia era in pieno svolgimento, ma incurante del sacrificio dei giovani piloti che perdevano la vita per difendere i cieli della patria, Bone aveva deciso di organizzare una delle sue trasgressive feste. Senza badare a spese come nelle sue abitudini, pur in tempi di ristrettezze, si era procurato ogni prelibatezza e assai costosi vini francesi. Le più belle prostitute della città erano presenti a ranghi completi e con esse anche alcune giovani e bellissime fanciulle dei quartieri popolari, alla cui ricerca si dedicavano con scrupolo alcuni suoi fidati collaboratori.

Nel salone dei ricevimenti, Mister Bone sedeva a capotavola su di una specie di piccolo trono in legno dorato, alla destra la sua guardia del corpo Mr Butcher, a sinistra il suo assistente personale Mr Wallet. Lungo il tavolo, ogni due ragazze sedeva uno degli altri ospiti maschili, in tutto 9 tra amici e alcuni esponenti del British Union of Fascists. Le donne erano dunque diciotto e quasi tutte davano spettacolo nei loro vestiti provocanti e scandalosi.

La serata procedeva tranquilla e spumeggiante, i commensali si presentavano a turno, gli uomini illustrando i propri successi politici e professionali, le cortigiane, senza nulla lasciare all’immaginazione, riferivano circa le proprie abilità amatorie, contribuendo a creare un clima decisamente goliardico in netto contrasto con il tetro ambiente circostante. Al contrario suscitavano compassione le storie strappa lacrime delle giovanissime popolane, i cui aneddoti riguardo le condizioni di povertà nelle quali erano cresciute, commuovevano sempre il vecchio Bone. Anche a queste sfortunate riservava generosi contributi in denaro.

Tutto procedeva con spensieratezza, il vino scorreva a fiumi. Ben presto, rotti gli ultimi freni inibitori, le donnacce, sopra ad un palchetto fatto appositamente approntare, iniziarono a rotazione ad esibirsi in balli indecenti e lussuriosi mentre l’atmosfera si scaldava anche per via degli argomenti sui quali gli uomini avevano cominciato a disquisire.

Un virgulto ragazzone tutto tatuato e dai capelli rasati tirò in ballo la politica dando fuoco alle polveri.

“Churchill ha una gran faccia da culo!” disse senza troppi preamboli, “vuol mandarci a morire per cosa? Gli interessi dell’impero non stanno sul continente europeo ma oltre gli oceani. Dovessimo anche vincere la Germania, e francamente non vedo come ciò possa accadere, ci saremo comunque dissanguati, e saranno altri a raccogliere i vantaggi, magari gli americani o peggio ancora i giapponesi.”

Uno degli amici di Bone era un fervente conservatore, nazionalista convito, irritato dalle parole del giovanotto, e a quel punto della serata decisamente ubriaco, gli replicò stizzito.

“E cosa dovremmo fare allora? Invitare herr Hitler a bere un tea a Buckingham Palace? Metterci in ginocchio e succhiargli l’uccello mentre i suoi sgherri ce lo schiaffano dietro? No no cari signori, bisogna lottare e rimettere quella gente al loro posto. Serviranno lacrime e sangue? E così sia, ma i nazisti non patiranno meno di noi, questo è certo.”

Mr Bone ascoltava attentamente e intervenne nel dibattito in modo piuttosto acuto: “Più ci facciamo del male a vicenda, più a trarne beneficio sarà Stalin. I sovietici si sono già presi mezza Polonia, i paesi baltici, la Bessarabia e la Bucovina e una fetta di Finlandia. Non sarei sorpreso se un giorno o l’altro prendessero i tedeschi alle spalle e marciassero sino a Berlino. Certo a quel punto vincere la guerra risulterebbe più facile, ma le conseguenze di un Europa in mano ai bolscevichi non sarebbero forse più nefasta di adesso, che è in mano ai nazisti?”

Il giovanotto tatuato rincarò la dose: “I rossi sono brutta gente, c’è poco da fidarsi, ma è anche vero che il casino è cominciato per difendere l’integrità territoriale della Polonia. E allora qualcuno saprebbe spiegarmi per quale motivo non abbiamo dichiarato guerra anche all’Unione Sovietica quando si sono uniti ai tedeschi partecipando all’invasione? La verità è che al signor Churchill della Polonia non frega un bel niente. Sotto tutti attaccati ai pantaloni di qualche banchiere e ci hanno messo in questa merda per assecondare i loro affari.”

Il conservatore ubriaco era adesso tutto rosso in faccia e visibilmente indignato dalle argomentazioni dei suoi interlocutori, si alzò in piedi pronto a dar battaglia e citando il primo ministro inglese gesticolando tutto esagitato recitò: “Qui, in questa potente cittadella della libertà che ospita i documenti dell’umano progresso; qui, circondati dai mari e dagli oceani sui quali ha dominio la nostra flotta, … qui noi attendiamo, senza timori, il minacciato assalto. Forse esso avrà luogo oggi, forse la settimana prossima. E forse anche mai… Tuttavia, che i nostri tormenti siano terribili o lunghi, o tutte due le cose insieme, è certo che noi non concluderemo nessun accordo, non permetteremo che si parlamenti; lasceremo forse che la pietà abbia corso, ma quanto a noi, non chiederemo pietà.”

Questa volta a rispondere fu un altro ospite, un antisemita dichiarato, un tipo smilzo, con gli occhi piccoli, di mezza età e dai modi eleganti: “Voglio rispondere a questa propaganda senza costrutto, citando le profetiche parole del führer della Germania, che ormai quasi due anni or sono, in una storica allocuzione al Reichstag ebbe a dichiarare: – se il capitale giudaico internazionale dentro e fuori l’Europa riuscirà nuovamente a precipitare le nazioni in una guerra mondiale, il risultato non sarà la bolscevizzazione della terra e dunque la vittoria del giudeo, ma l’annientamento della razza ebraica in Europa! -”

Questa minacciosa profezia provocò la collera di un altro commensale di Bone, un commerciante ebreo di pietre preziose. Egli era un individuo astuto e spietato. La sua insensibilità era espressione di una mentalità materialistica, priva di moralità. In sintesi il tipo di persona che più assomigliava al padrone di casa, anche per il temperamento piuttosto iracondo. Poiché di posto lo avevano collocato quasi di fronte al simpatizzante di Hitler, gli risultò facilmente a tiro; afferrata una pesante bottiglia di vino bordolese la sfasciò sulla faccia del tizio smilzo, che crollò sotto al tavolo al primo colpo, in una maschera di sangue.

Le ballerine lascive smisero di danzare, un silenzio spettrale scese nel salone delle feste di casa Bone, la situazione era sul punto di degenerare in rissa. Il giovanotto nerboruto e due suoi compari avevano subitaneamente  circondato il commerciante di preziosi, che però, per nulla intimidito, aveva tirato fuori una pistola puntandola minaccioso verso quello dei tre che gli si parava di fronte. Anche Mr Butcher tirò fuori la pistola e non aveva un’aria amichevole. Mister Bone proruppe allora in una risata sfacciata, inspiegabilmente divertito da ciò che stava succedendo.

“Signori, amici, Vi prego, siamo qui per divertirci. Forse è meglio accantonare le questioni politiche e dedicarci alle donne. Propongo un brindisi alla Gran Bretagna e a tutte le prostitute del regno. E che Dio ci conservi la Regina!”

Le parole del padrone di casa sortirono un effetto magico, tutti tornarono ai loro posti come stregati, le armi furono riposte e le donnacce ripresero a ballare. Le più scostumate salirono sul tavolo e tolti la gran parte dei vestiti ancheggiavano tra i piatti di portata con i seni al vento. I domestici soccorsero il tizio smilzo con la faccia insanguinata e altro vino fu portato al tavolo.

Due procaci signorine si erano sedute sulle ginocchia di Bone o lo baciavano lasciandosi toccare dal ricco debosciato, che intanto intratteneva i commensali ricordando alcune sue avventure giovanili.

“Nel 1912 avrei dovuto viaggiare sul Titanic, ma non arrivai in tempo all’imbarco, e quando vi giunsi la nave era già salpata. E sapete cosa provocò il mio ritardo salvandomi la vita? Non potete immaginare vero?” Il Vecchio rimase in silenzio alcuni secondi osservando divertito i volti incuriositi di chi lo stava ad ascoltare, quindi, infilando la mano nelle mutandine di una delle due ragazze che aveva in braccio, svelò l’arcano: “Arrivai in ritardo perché mi addormentai. Si, dopo aver fatto l’amore per 12 volte con la mia amante dell’epoca!” e accompagnò questa smargiassata con una grassa risata cui tutti si unirono per assecondarlo. Passò quindi alle barzellette, altro pezzo forte del suo repertorio.

La gente continuava a ridere ubriaca e così si arrivò al momento dello spettacolo circense: prima un mangiafuoco, poi un giocoliere, infine persino una tigre viva e il suo domatore si esibirono per il pubblico di Mr Bone.

 

Si era fatta notte fonda, ben oltre la mezzanotte, ed era, in conseguenza di ciò, l’ora delle faccende proibite ed indecenti: le signore si appartarono sui divani distribuiti ai lati del salone consumando rapporti sessuali a pagamento con la gran parte degli ospiti; i più dissoluti si intrattenevano con più donne di malaffare contemporaneamente. Il Vecchio, ormai avvezzo a questo genere di depravazioni, alla ricerca di sempre più forti emozioni, allontanate le puttane, stava corteggiando la più giovane delle popolane presenti alla cena, una piccola, timida, dolce biondina con le trecce, gli occhi azzurri e le lentiggini: una vergine, un’adolescente che dall’aspetto non poteva avere più di 17 anni.

Mr Bone si mostrava gentile e premuroso, le fece molti complimenti e le regalò dei soldi e alcuni gioielli; successivamente, con una banale scusa, la convinse a seguirlo affinché lui potesse mostrarle la sua collezione di trofei.

Hope, questo il nome della ragazzina, si fece afferrare la mano e seguì il ricco padrone di casa, senza sospettare quali sorprese l’aspettassero, ma in cuor suo agitata e intimorita, per via di ciò che già aveva visto accedere attorno a sé.

Cosa vorrà da me questo vecchio sporcaccione? Certo mi sta dando un sacco di soldi, ma non si aspetterà che faccia anche io certe cose, voglio sperare, davvero può pensare che io sia una di quelle donnacce pronte a tutto? Se mi tocca mi metto a urlare forte. E poi è così brutto, sembra quasi morto, ho paura. Questi e altri pensieri si affollavano nella debole mente della umile verginella, come turbini prima di una tempesta.

Hope era figlia di madre inglese e padre italiano di Piacenza, che non aveva mai potuto conoscere, perché morto in un incidente in fabbrica prima che lei nascesse. Era l’ultima di 4 figli, tutti cresciuti, con gran sacrificio e dignità, da quella madre rimasta vedova così precocemente. Dopo gli studi elementari, Hope aveva contribuito al sostentamento della famiglia con piccoli lavoretti saltuari. Non possiamo dire fosse ragazza di particolare ingegno ma i suoi occhietti innocenti, il dolce visino e l’ingenuo aspetto, avevano sedotto l’animo malvagio di Mr Bone, ben deciso a trarre vantaggio dalla remissiva e sottomessa indole della fanciulla.

A reclutare Hope ci aveva pensato Mr Flesh, uno tra i più fidati leccapiedi di Bone, uomo schivo e discreto, ma profondo conoscitore delle umane debolezze. Aveva notato la piccola ad un mercato rionale. Dopo averla seguita sino a casa, comprese facilmente che la madre, in cambio di pochi denari, avrebbe volentieri acconsentito alla figlia minorenne di partecipare all’evento, descritto come una elegante e tranquilla cena di beneficenza organizzata per aiutare le giovani orfane della città. Flesh si era occupato di tutti i dettagli procurando abiti nuovi per la piccola e approntando anche un breve corso di galateo, allo scopo di evitare sfigurasse, una volta introdotta in società. Precauzione questa del tutto superflua, considerata la presenza delle numerose meretrici richiamate dalle più squallide bettole, le quali davano sfoggia di ogni volgarità e cafonaggine.

L’inquietudine di Hope intanto cresceva, man mano che dal salone delle feste si inoltrava, trascinata dal Vecchio, in un intricato labirinto di corridoi bui e stanze sinistre, sovrastate da teste di animali imbalsamati e soffitti avvolti dall’oscurità. La giovinetta era già stata molto turbata dagli affreschi delle volte a botte nella sala del banchetto. Le scene riprodotte narravano nei dettagli la strage degli innocenti, raffigurando corpi di neonati trafitti da pugnali  o fatti a pezzi dai fendenti delle spade, con abbondanza di sangue e di budella sparse ovunque. Ad accrescere le sensazioni di sgomento provate da Hope, contribuirono anche i rumori lontani ma inquietanti che la giovinetta udiva provenire dalle cantine. Sembravano il trascinarsi disordinato di pesanti catene, mescolato a lamenti di dolore, per altro amplificato dalle oscillazioni metalliche prodotte dalle armature che al loro passaggio vibrarono come se, alla presenza del padrone, avessero preso vita.

Quando fu evidente che Mr Bone era diretto nei sotterranei, la miserabile ragazzetta sbiancò, il suo volto assunse un pallore quasi cadaverico. Le labbra sottili si serrarono in una smorfia di terrore, le gambe tremarono e i sensi l’abbandonarono lasciandola svenuta ai piedi del Vecchio, davanti alle scale umide che portavano sottoterra.

Il palazzo intanto si svuotava, una volta chiarito che il potente ospite aveva operato la sua scelta, gli abituali frequentatori di quei lussuriosi baccanali, aiutati dai domestici, invitarono garbatamente i convenuti a tornare alle proprie case. In breve tempo le baldracche e tutti gli altri andarono via, lasciando Mr Bone solo nella sua dimora con la graziosa minorenne, del tutto indifesa e in balia di un essere malvagio e spregevole.

 

Il rimbombo di una forte esplosione riecheggiò nell’aria, ancora una seconda volta, poi una terza, infine le detonazioni si fecero così numerose da non potersi contare. I bombardieri tedeschi sganciarono per la prima volta il loro carico di morte sulla città di Londra quella notte del 24 agosto 1940.

“Raderemo al suolo le loro città! Metteremo fine alle prodezze di questi pirati della notte” avrebbe detto dieci giorni dopo Adolf Hitler, inferocito per la rappresaglia della RAF, che il 25 agosto ricambiò la cortesia bombardando Berlino.

Quando le bombe tuonarono, la giovanissima Hope riprese conoscenza. Si ritrovò in un luogo orribile e terrificante, prigioniera nelle segrete del maniero. I muri umidi erano ovunque segnati dal tempo, l’aria greve era pervasa da un odore intenso di carni in putrefazione, la luce delle torce affisse alle pareti, fioca e soffusa, illuminava appena l’ambiente circostante. Hope era stata spogliata e giaceva nuda su di un tavolaccio di legno, di quelli da laboratorio, polsi e caviglie immobilizzati da grossi bracciali di ferro inchiodati nei legni massicci. Su entrambi i lati della prigione si aprivano delle grate, dietro le quali erano imprigionate delle figure umanoidi, vestite di stracci e dai volti sfigurati e indecifrabili. Si trascinavano appresso pesanti catene, emettendo guaiti bestiali, afflitte da infernali tormenti.  Mr Bone, in piedi davanti alla sua prigioniera, le carezzava il capo con dolcezza, le labbra gonfie, sotto le quali sporgevano i denti neri e quasi tutti marci, disegnavano un ghigno crudele e disumano. Lui la fissava assente, lei piangeva disperata.

“Non piangere dolcezza, tra poco farai parte della mia collezione di trofei, sarai mia, per sempre” e con le mani callose iniziò a toccare il collo e le spalle della giovane mentre una bomba cadde vicino al palazzo e l’esplosione fece tremare le volte in mattoni della cantina.

“Vi prego Signore, lasciatemi libera, farò tutto ciò che volete ma non uccidetemi, non Vi ho fatto nulla, perché mi fate questo?” chiese Hope tra i singhiozzi senza avere la forza di urlare, sconvolta dalla paura vedendo aprirsi una spessa crepa nel soffitto sopra di lei.

Bone le era accanto, lei poteva sentire il suo fiato sul collo, sembrava calmo, i suoi gesti misurati, ma il grosso coltello da macellaio che ora impugnava nella mano destra non prometteva nulla di buono.

“Perché Volete vivere signorina? Questo è un mondo infame, avete patito sofferenze e privazioni da quando siete nata, che senso ha prolungare una vita così miserabile come la Vostra?”

Hope non sapeva cosa replicare, quel mostro doveva essere completamente pazzo, e lei malediva la sorte per essere capitata in quella casa, proprio quella notte. O mio Dio, cosa sarà di me adesso, si chiedeva guardando atterrita il coltellaccio nelle mani di Bone. Morirò sgozzata o dilaniata dalle bombe? E piangeva, affidando l’anima a Dio e pregando che quel criminale si ravvedesse senza ucciderla e che gli esplosivi cadessero lontano.

“Vi prego, Vi prego, ho già sofferto molto per la mia giovane età,” balbettò tra un singhiozzo e l’altro, “abbiate pietà, fate ciò che dovete fare, ma almeno non torturatemi, non merito questo oltraggio!”

Il vecchio sembrava infastidito dalle lagne della ragazzetta lentigginosa, strinse forte il coltello, le amputò le lunghe trecce e le cavò un occhio.

Hope urlò forte, cominciò a dimenarsi tutta impazzita come fosse indemoniata, il sangue intanto usciva copioso dal volto deturpato. Un’altra bomba centrò lo stabile in quel preciso momento, e una delle camere dietro le grate esplose, seppellendo per sempre i dannati che vi erano imprigionati.

Bone sorrideva, teneva i capelli e l’occhio insanguinato della diciasettenne tra le mani ed era felice. Si allontanò dal tavolo delle torture ed entrò in un’altra camera, la più remota ed inaccessibile.

In quest’ultimo luogo segreto, protetto da una pesante porta in ferro, era nascosta la collezione. Mister Bone afferrò l’ultimo dei suoi 12 trofei, era fatto con tessuti pregiati, incastonò dentro l’occhio di Hope, cucì sopra le trecce bionde e poi, conclusa l’opera, la strinse al cuore emozionato. Finalmente era completa. Anche la dodicesima bambola fatta di stoffa, ma dai capelli e occhi umani, era compiuta.

 

 

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Vietata la riproduzione, Copyright ©2014 racconti-brevi.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bellamorte

Era un bel mattino di fine estate e, come tutte le domeniche, Piero Bellamorte si recò al parco comunale per fare una passeggiata e scambiare quattro chiacchiere con gli anziani ospiti della vicina casa di riposo. Anche se ormai la sua impresa di pompe funebri aveva da tempo sbaragliato la concorrenza sino a diventare l’unica in tutta la vallata, Piero non aveva perso le sue abitudini e continuava ad esercitare il suo potere segreto, quello che gli aveva consentito di creare la sua fortuna materiale su questa terra.

Si da quando era bambino aveva scoperto di possedere un dono, una speciale qualità grazie alla quale era in grado di capire quando le altre persone sarebbero morte. Gli bastava prendere un uomo per mano, concentrarsi per qualche secondo e guardarlo negli occhi. Ciò che avrebbe visto nei pochi istanti successivi gli avrebbe rivelato quanto tempo restava da vivere a quella persona. Come un qualunque ciarlatano capace di leggere i fondi del caffè, Piero era capace di leggere dentro l’anima della gente attraverso i loro occhi, con l’unica differenza che Piero non era un ciarlatano, e che le sue previsioni erano sempre esatte.

Anche se conoscere in anticipo la data, e talvolta le circostanze, della dipartita degli altri poteva risultare sgradevole, Piero aveva presto imparato a trarne profitto. Ci riusciva soprattutto con le persone anziane che per via dell’età erano meglio predisposte a fare i conti con l’inevitabile momento del trapasso. E poiché nel corso degli anni almeno nella zona si era diffusa la voce circa le capacità divinatorie di Piero, oramai erano i suoi futuri clienti a cercarlo per scoprire quanto gli restasse da vivere, e lui non doveva nemmeno più prendersi il disturbo di convincere i morituri a concedergli la propria fiducia.

Quella mattina era seduto sulla solita panchina di cemento a godersi il sole con nell’aria il profumo dei mosti e della vendemmia, quando ad avvicinarlo fu una bella ragazza dai capelli dorati e la pelle bianca e liscia. Non poteva avere più di vent’anni.

“Mi hanno detto che sai prevedere quando muore la gente” dichiarò con aria seria rivolgendosi a Piero.

“A volte ci riesco” si schernì lui. Non gli interessavano i giovani. Se fossero morti prematuramente sarebbe stata una disgrazia, e se fossero morti molti anni dopo, probabilmente non si sarebbero serviti dei servizi offerti dalla sua impresa di pompe funebri.

“Conosci anche quando arriverà il tuo momento?” domandò la ragazza scrutandolo con sguardo indagatore.

“No, anche se forse potrei scoprirlo, ma non ho mai voluto farlo.”

“Perché allora lo dici gli altri? Non pensi che nessuno in fondo voglia saperlo?”

“Forse” disse lui con un ghigno, “ma in certe circostanze, e ad una certa età, cambiano le prospettive, le priorità sono diverse e per alcuni saperlo può essere un vantaggio.”

Piero non aveva ancora compiuto i cinquant’anni ed almeno sino ad allora non aveva ancora sentito il bisogno di conoscere quando sarebbe stato il suo giorno.

“Tu ti sei servito di questo talento per arricchirti e vendere i servizi della tua impresa di pompe funebri” sentenziò la ragazza con voce ferma ed un espressione sul viso vagamente accusatoria.

“Le persone si fidano di me, non faccio nulla di sbagliato” disse Piero abbassando lo sguardo. Era la prima volta che qualcuno lo rimproverava per aver tratto vantaggio dalla sua particolare dote. Lui pensava fosse naturale farlo, come le attrici usavano la propria avvenenza, gli scienziati il cervello ed i calciatori le proprie gambe. Avrebbe voluto dirlo anche a quella ragazza bella come un angelo, ma quando rialzò la testa per parlarle, lei era scomparsa.

Piero tornò a casa prima del solito, aveva perso il desiderio di lavorare per quel giorno. Il breve colloquio con quella bionda lo aveva turbato nel profondo. Il dubbio di aver mal vissuto la propria vita iniziò ad insinuarsi nel suo cervello come un tarlo. Improvvisamente avvertì la necessità di redimersi, di recuperare il tempo perduto, di dedicarsi al prossimo, magari anche di utilizzare il suo talento segreto ma in modo nuovo e diverso, senza più metterlo al servizio della sua smisurata sete di ricchezza. Ma ne avrebbe avuto il tempo? Quanto ancora gli restava da vivere? Ecco che per la prima volta volle sapere quando sarebbe giunto il giorno della sua morte.

Si recò con passo incerto sino al bagno, gli si strinse lo stomaco in preda all’ansia, ora che aveva deciso di indagare la propria dipartita. Appoggiò il peso del proprio corpo sulle braccia aggrappandosi al lavandino mentre iniziò a guardare il suo volto riflesso dallo specchio.

Era ancora giovane in fin dei conti, si sentiva in forze, certamente avrebbe ancora avuto il tempo necessario.

Fissò i suoi occhi riflessi dallo specchio e dopo alcuni secondi il suo corpo fu attraversato da un brivido, si sentì avvolgere dal gelo mentre la morte gli sorrideva beffarda e un infarto fulminante lo stroncava sul posto in quella tarda, calda e profumata mattina di fine estate.

Piero Bellamorte fu trovato senza vita soltanto alcuni giorni dopo, e quasi nessuno presenziò al suo funerale.

 

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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