L’abominevole donna ricoperta di peli

La conturbante storia di una giovane coppia di crudeli fuorilegge alle prese con una rocambolesca rapina ed uno scomodo ostaggio che nasconde un imbarazzante segreto…  (pubblicato su wattpad.com ) Per leggere il racconto clicca qui

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Lezioni private

Le dissolute avventure di un’aspirante sottomessa alle prese con un professore sadico e le sue speciali lezioni private… (pubblicato su wattpad.com ) Per leggere il racconto clicca qui

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Giochi Perversi

Un crudele dominatore iscrive i suoi schiavi a dei giochi molto particolari, organizzati nel castello piacentino di Lady Circe, una Padrona misteriosa ed esigente…(Pubblicato su Wattpad.com).

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La professoressa sadica

Giovanni Ligas arrivò a scuola particolarmente provato.

Il giorno prima ci aveva dato dentro in modo pesante con i suoi compagni di sbronza abituali: Mario Bonaldi e Germano il Capitano. Il Gutturnio era passato a fiumi dalle bottiglie alle loro fauci fameliche.

Alla prima ora avevano lezione d’inglese. La professoressa Mary Zambon entrò in classe vestita in modo diverso. Non indossava il solito kilt scozzese da vecchia babbiona noiosa. No, quel giorno aveva addosso una conturbante tuta nera aderente in latex e calzava stivali in pelle con tacco 12. Aveva anche cambiato pettinatura optando per un caschetto sexy alla Valentina di Guido Crepax. Il rossetto scarlatto e le pupille stranamente dilatate le conferivano un’aria vagamente perversa.

“Bonaldi, Ligas e Germano, subito in presidenza!” sibilò la professoressa di inglese con voce severa.

I tre giovani piombarono nel panico, avviandosi in preda all’agitazione verso gli uffici della preside.

“Mi viene da vomitare” piagnucolò Ligas.

“Cosa cazzo abbiamo combinato questa volta?” si lamentò Bonaldi intercalando con un paio di bestemmioni.

Il Capitano iniziò a pregare, dopo essere impallidito sino a diventare bianco come il latte appena munto.

Quando arrivarono davanti alla presidenza trovarono la porta aperta, ma l’ufficio era vuoto e della preside nemmeno l’ombra.

“Entrate!” gracchiò la Gina, una orribile bidella obesa dai modi scorbutici.

I tre obbedirono, continuando ad interrogarsi sottovoce sulle ragioni della misteriosa convocazione.

Dopo circa dieci minuti di penosa attesa, nella stanza entrò la professoressa Zambon sui nuovi stivali in pelle tacco 12, chiudendosi la porta alle spalle e serrando la serratura con due mandate. Poi prese la chiave e la nascose tra i seni, divenuti anch’essi insolitamente prosperosi e sodi e con due grossi capezzoli turgidi mal celati sotto il latex aderente.

“Spogliatevi” disse la professoressa andandosi a sedere sulla scrivania della preside, proprio davanti a loro.

“Cosa?”

“Come?”

“Dice sul serio?”

I giovani studenti erano basiti ed increduli: era la prima volta che sentivano la Zambon parlare in italiano.

“Siete sordi oltre che stupidi? Vi ho ordinato di togliervi i vestiti!”

Sempre più disorientati i tre obbedirono, sino a restare in mutande.

La prof si avvicinò per passarli in rassegna.

“Toglietevi le mutande mezze seghe!”

Bonaldi eseguì l’ordine già mezzo barzotto. Ligas non oppose resistenza, ma si vergognava e aveva freddo e gli veniva da vomitare sempre più forte. Il Capitano rimase immobile impietrito, diventando rosso come il sangue.

La Zambon non si scompose, si avvicinò al Capitano e lo colpì con un gancio sinistro in pieno stomaco.

“E’ meglio che te le togli da solo quelle luride mutande, fin tanto che sei in grado di farlo usando le tue mani.”

Sopraffatto dalla paura, dalla vergogna e dall’umiliazione, anche il Capitano eseguì gli ordini, ed ora i tre adolescenti erano nudi come vermi davanti alla loro sadica professoressa d’inglese.

“Siete tre patetici stronzi, ed avete anche il cazzo piccolo” sentenziò ridacchiando la Zambon.

Ligas iniziò a piangere in silenzio, il Capitano, umiliatissimo, iniziò a tremare colpito da un attacco di epilessia, Bonaldi scorreggiò rumorosamente in segno di protesta.

“Sei un porco, un pervertito!” lo redarguì immediatamente la Zambon, e per far capire che non stava scherzando aprì la sua vecchia borsa di cartone dalla quale tirò fuori uno sfollagente della polizia. Si avvicinò per bene al Bonaldi e lo colpì sul ginocchio destro con forza inaudita. Il poveraccio crollò a terra bestemmiando con la rotula fratturata.

Poi, mentre lui si dimenava sul pavimento tenendosi in mano il ginocchio gonfio e dal colore bluastro, iniziò a prenderlo a calci intimandogli di mettersi sdraiato supino.

Bonaldi cercò di opporre una timida resistenza, ma le punte rinforzate con placche in titanio degli stivali in pelle tacco 12 della Zambon lo convinsero velocemente ad assecondare i desideri della sadica professoressa.

Quando fu perfettamente sdraiato ed immobile, la Zambon cominciò a calpestarlo camminandogli sopra il petto, la pancia ed i genitali.

Bonaldi sulle prime cercò stoicamente di non urlare, ma poi, quando uno dei tacchi 12 gli infilzarono il pene come uno spiedino tirò un grido che squarciò l’aria e fece tremare le pareti: poi svenne.

“Questa pratica BDSM si chiama trampling” spiegò la Zambon con fare professorale, avvicinandosi minacciosa a Ligas e al Capitano.

“Ma quel pippaiolo del vostro compagno non ha saputo resistere nemmeno pochi secondi” disse afferrando il Capitano per le palle.

“Pensi di poter fare di meglio?”

Il Capitano annuì terrorizzato

“Allora inginocchiati immediatamente!”

Lui obbedì trattenendo il fiato per la paura.

La malvagia professoressa armeggiò nuovamente nella sua borsa e ne tirò fuori un gigantesco fallo in silicone e di color cioccolata.

“Fammi vedere come succhi i cazzi frocetto!”

Il volto del Capitano si rigò di lacrime, poi con le mani tremolanti afferrò il fallo di silicone e se lo mise in bocca simulando maldestramente un’atroce fellatio.

La Zambon lo guardò con disprezzo, poi si rivolse al Ligas: “porgimi le tue mani schifose” gli ordinò, mentre dalla borsa estraeva una bacchetta di legno di Rattan.

Ligas offrì i palmi delle mani.

La Zambon scosse il capo in segno di diniego: “I dorsi” disse contraendo le labbra in un ghigno crudele.

Ligas girò le mani lentamente e tremando, lei cominciò a bacchettarlo con durezza.

Lui iniziò a singhiozzare mentre le mani si gonfiavano ed i dorsi presero a sanguinare.

“Questa punizione corporale si chiama caning” lo informò la Zambon, colpendo sempre più energicamente.

“Basta, la prego… basta” implorò Ligas contorcendosi per il dolore.

La professoressa ignorò le sue suppliche, gli girò dietro le spalle, e dopo avergli rifilato una fucilata nel culo con la punta rinforzata in titanio dello stivale tacco 12 della gamba destra, iniziò a bacchettarlo sulla schiena.

Non contenta, la sadica professoressa d’inglese prese ad alternare le vergate a dei feroci schiaffoni sulla faccia.

Dopo alcuni minuti di indicibile sofferenze, le listate iniziarono a diminuire di numero, lasciando posto ai soli schiaffoni.

Ligas iniziò allora ad udire delle voci lontane che lo chiamavano, insieme a confuse risate di scherno.

Le voci si fecero sempre più forti e vicine, le risate divennero quasi fragorose, ed infine uno schiaffone più forte dei precedenti lo riportò sulla terra costringendolo a svegliarsi.

La professoressa Zambon era in piedi davanti a lui, con il suo consueto kilt scozzese da vecchia e noiosa babbiona e lo guardava sgomenta. Senza aggiungere una parola gli allungò il compito in classe corretto.

Era solo un incubo, pensò Ligas sollevato, assicurandosi che i dorsi delle mani fossero perfettamente sani. Poi afferrò il compito e lo guardò, ripiombando nella più cupa disperazione: aveva preso un altro 4.

 

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La puttana di Satana

Emanuele Cagnacci, inquietante metallaro del quinto anno, pluriripetente ed aspirante satanista, quel mattino giunse a scuola in perfetto orario.

Era in programma, in aula magna, la festa di Natale organizzata dagli studenti del Liceo Volta di Borgonovo Val Tidone.

Ma mentre tutto il liceo si preparava a festeggiare la fine delle lezioni e le imminenti vacanze natalizie, il Cagnacci aveva progettato un festino alternativo negli scantinati del liceo.

Il Cagnacci, un tipo orribile con lunghi capelli neri e la faccia inespressiva, insieme ai suoi 3 seguaci abituali, tutti utilizzatori di droghe pesanti, era intenzionato ad inscenare una messa nera con rito di iniziazione sacrificale.

I suoi accoliti erano, in ordine di tossicodipendenza: Mino Spinelli, Gaetano Nasoni, Ciro Pera.

Vittima designata era Loretta Pruriti, una cannaiola del quarto anno, impegnata anche politicamente con i rossi del comunista Fausto Truzzone.

“Ripassiamo il piano un’ultima volta” disse Cagnacci, quando i quattro si ritrovarono nei cessi del piano terra per rivedere gli ultimi dettagli.

Ciro Pera iniziò a ripetere meccanicamente: “Allora capo, io e Spinelli andiamo a cercare la troia, e la convinciamo a seguirci nei cessi con la promessa di un dose di speedball

“Quando arriva qui dentro, prima la imbavagliamo con la ball gag, poi la infiliamo nel sacco nero della spazzatura e la trasciniamo in cantina senza farci notare” aggiunse Gaetano Nasoni, preparandosi una pista di cocaina sulla mensola di vetro di un vecchio specchio malandato appeso alla parete.

La Pruriti era stata scelta per le sue fattezze fisiche minute, che la rendevano una facile preda, e soprattutto per la fama di ragazza facile che si era meritatamente guadagnata cambiando in media un fidanzato ogni 10 giorni negli ultimi due anni.

In tutto era già stata con ben 40 diversi ragazzi del liceo, compresi nerd, pivelli del primo anno, e persino Dino Francescato primatista di due di picche e secondo in questa triste classifica al solo Giovanni Ligas.

“Molto bene” annuì il Cagnacci, “le faremo vedere chi comanda. Io vi aspetterò in cantina, nella sala caldaie, dove ho allestito l’altarino per il rito” aggiunse grattandosi sotto le ascelle pelose.

Nell’aula magna del liceo, intanto, era iniziato l’assembramento delle classi in seduta plenaria.

Il programma della festa prevedeva l’esibizione canora di diversi studenti e gruppi musicali, con un palinsesto che spaziava attraverso tutti i generi musicali, compreso un micidiale concerto lirico della contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti, rappresentante degli studenti cattolici in seno al consiglio d’istituto e discendente diretta di Pier Maria Scotti detto il Buso.

Per rendere la festa memorabile, Ciccio Giuliacci, Mario Bonaldi e Franco Sparapizze si erano procurati quattro damigiane di ottimo vino piacentino: due di Gutturnio e due di Malvasia.

Per una tragica coincidenza, essendo severamente vietato introdurre alcolici a scuola, avevano deciso di occultare le damigiane proprio nei cessi del piano terra, da dove intendevano dar vita ad uno spaccio americano stile anni 30.

Alle 8:30 in punto, si ritrovarono insieme nello stesso bagno i tre satanisti drogati con la loro ignara preda, e i tre alcolizzati. Questi ultimi, capeggiati da Franco Sparapizze, per l’occasione travestito da gangster americano, erano accompagnati da Giovanni Ligas, Steno Cremona e Dino Francescato, tutti desiderosi di farsi un bicchierino.

“Che cazzo succede qui, cosa ci fate in questo cesso?” protestò immediatamente Ciro Pera, il secondo in gerarchia dopo Cagnacci.

“Non sono affari vostri, non avete mica l’esclusiva sull’uso dei cessi” ringhiò lo Sparapizze, che a quell’ora aveva già bevuto parecchio e credeva di essere Robert De Niro nel capolavoro di Sergio Leone “C’era una volta in America”

Percependo la tensione che si poteva fare a fette con un coltello, Giovanni Ligas si accucciò in posizione defilata cominciando a filmare tutto con la sua videocamera VHS.

Dino Francescato, appena vide la Loretta Pruriti fu preso dal panico e fuggì a gambe levate senza dire una parola.

“Ora ve ne dovete andare, qui abbiamo cose serie da fare” sentenziò con fare minaccioso Mino Spinelli.

“Non hai nessun diritto di mandarci via, credi che sia facile stare la fuori? Se vogliamo restare qui non puoi farci niente, piuttosto invitaci a partecipare” suggerì Ciccio Giuliacci, immaginando che lo Spinelli alludesse ad un droga party.

Mario Bonaldi si attaccò ad una damigiana di Gutturnio cominciando a bere a più non posso.

Zeno Cremona iniziò a rollare una sigaretta lanciando occhiatine maliziose a Loretta Pruriti.

“Va bene andiamo via noi” disse allora Ciro Pera avvicinandosi a Franco Sparapizze. I due si conoscevano bene, erano spesso compagni di bevute nei fumosi locali dal pavimento appiccicoso del Midnight Pub di Milano, dove tutto puzzava di birra scadente, vomito e trasgressione.

“Dateci una mano ad infilare la ragazza in questo sacco del rudo e spariamo in un minuto”

Franco Sparapizze annuì immediatamente, e una luce malvagia gli balenò tra gli occhi.

“Avanti, immobilizzate la troia” ordinò allora il Pera, rivolgendosi ai suoi sodali, mentre Sparapizze si appostava davanti alla porta dei cessi per impedire che altri potessero entrare oppure uscire.

Gaetano Nasoni e Mino Spinelli si avventarono come iene affamate sulla giovane ragazza.

Ma sfortunatamente per loro, Loretta Pruriti non era per nulla remissiva, e ancor meno indifesa. Al contrario, era cintura nera 1° DAN di karate e con un paio di mosse tremende mise fuori combattimento Nasoni, Spinelli e Pera, che si era avvicinato per imbavagliarla con la ball gag.

Già che ci aveva preso gusto, rifilò anche un paio di calci micidiali in piena faccia a Franco Sparapizze e Ciccio Giuliacci.

Zeno Cremona e Giovanni Ligas si salvarono fuggendo dalla finestra, mentre Mario Bonaldi, incurante di quanto accadeva intorno a lui, continuò a darci dentro con le damigiane di Gutturnio.

“Allora stronzetto, chi sarebbe la troia?” chiese la Pruriti afferrando il Pera da un orecchio e sollevando da terra.

“Lasciami! Mi fai male! Ti prego lasciami l’orecchio”

“Dimmi dove si nasconde il tuo capo o te lo stacco, stronzone!”

Il Pera non disse nulla, stringendo i denti nel tentativo vano di sopportare l’atroce dolore.

“Parla o te lo strappo a morsi” aggiunse lei, torcendogli il padiglione auricolare con forza.

Il Pera, che non era un duro, a quel punto crollò confessando tutto.

Lui, Nasone, Spinelli, Giuliacci e Sparapizze, sotto minaccia di evirazione, furono costretti a tornare a casa completamente nudi, al freddo di dicembre e correndo senza mai voltarsi.

Cagnacci fu invece sorpreso dalla sadica Pruriti negli scantinati del liceo, mentre stava spolverando un teschio di capra, circondato da candele nere, croci rovesciate e libri di Aleister Crowley.

Il poveraccio fu riempito di botte, sottomesso, imbavagliato con la ball gag e costretto a sfilare in mutande in aula magna come pony boy, con una scopa infilata nel culo e con al collo un grosso cartello con sopra scritto in caratteri cubitali: “sono la puttana di Satana.”

Mario Bonaldi si addormentò nei cessi del piano terra dopo aver bevuto due damigiane da 54 litri di Gutturnio ed una di Malvasia e si perse il clamoroso spettacolo conclusosi in un crescendo di applausi e ovazioni con la Loretta Pruriti che usciva in trionfo cavalcando il Cagnacci come un mulo da soma.

Da quel giorno e dopo quella umiliazione pubblica senza precedenti, Emanuele Cagnacci perse qualsiasi interesse per il satanismo, si innamorò perdutamente di Loretta Pruriti e accettò di divenirne il suo schiavo per sempre.

 

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La bambola perfetta

Gino Manosvelta iniziò a fantasticare su quel genere di cose sin da quando era adolescente. A quei tempi, mentre i suoi coetanei si masturbavano con i giornalini porno, Gino si eccitava guardando i manichini sui cataloghi di biancheria intima di terz’ordine. Anche le Barbie e altre bamboline sexy accendevano la sua passione. A trent’anni era già sessualmente deviato, gli piacevano molto le ragazzine delle scuole superiori e non aveva rapporti normali con le donne da almeno un decennio: era anche brutto e facilmente gli puzzavano i piedi.

La sua vita ebbe una svolta il giorno in cui navigando su internet capitò per caso su realdoll.com

Scoprì in questo modo che dal 1996 la Abyss Creations produceva e vendeva in tutto il mondo le bambole per usi sessuali più realistiche mai costruite. Ideate dallo scultore Matthew McMullen e realizzate grazie alle più avanzate tecnologie sviluppate dall’industria degli effetti speciali hollywoodiana, le Real Dolls erano munite di endoscheletro in PVC per simulare tutte le posizioni di un vero corpo umano, ed il rivestimento in silicone riproduceva anche al tatto le fattezze di una vera donna.

Gino avrebbe voluto ordinare una Real Doll personalizzata scegliendo secondo il proprio gusto il tipo di corpo, il viso, i capelli ed il colore degli occhi. Tuttavia valutato il costo della bambola preferì desistere. Oltre a tutto il resto era anche piuttosto spilorcio e giudicò il prezzo troppo esoso per le sue tasche.

Quella stessa sera decise di mangiarci sopra e si recò nella sua pizzeria preferita. Era un locale nel piacentino, frequentato da una clientela giovanile. Le scuole erano finite da poco, faceva caldo e le ragazzine indossavano gonne corte e camicette attillate e sprizzavano ormoni mettendo in mostra gambe depilate, ombelichi tirati a lucido e capezzoli turgidi sotto le stoffe fini.

Alla seconda birra Gino era già su di giri, ma non riusciva a togliersi dalla testa le bambole americane che aveva visto su internet.

Al tavolo affianco era seduto un tizio strano, tutto vestito di nero, con la pelle scura, gli occhiali da sole ed un ghigno ancestrale stampato sul volto.

“Potrei risolvere i tuoi problemi” disse con voce baritonale, alzando un calice di vino Malvasia in segno benaugurale.

“Dici a me?” domandò lui stupito, non si aspettava che quel tipo strambo gli rivolgesse parola.

“Conosco un artigiano, dalle parti di Nibbiano, che costruisce incredibili bambole in silicone a prezzi modici.”

“Ehi! Tu come fai a sapere che mi interessano questo genere di cose? Chi diavolo sei?”

“Un amico!” rispose quello, esibendo un sorriso mefistofelico.

Gino spalancò gli occhi scettico, senza parlare, avvertendo nell’aria un fastidioso e pungente odore di zolfo.

“Non devi fare altro che telefonare a questo numero e descrivere il tipo di bambola che vuoi” disse offrendogli un volantino pubblicitario.

Gino lo afferrò avidamente e cominciò a leggere: “Realizziamo Bambole Perfette, create su misura, personalizzate e accessoriate con parti anatomiche che sembrano vere, soddisfatti o rimborsati!”

Sul volantino erano anche riprodotte le fotografie di alcune ragazze nude, e lui faticò a comprendere se si trattasse di modelle in carne ed ossa oppure, come promettevano gli slogan pubblicitari, di bambole in silicone straordinariamente realistiche.

Continuò ad osservare il volantino con sguardo rapito per parecchio tempo. Quando alla fine rialzò la testa, l’uomo vestito di nero era scomparso.

Non riuscì a dormire per tutta la notte, e nemmeno quella successiva, e quella dopo ancora. Passata un’intera settimana insonne sognando ad occhi aperti di mettere le mani su una di quelle Bambole Perfette, alla fine cedette alla tentazione e decise di assecondare il desiderio di averne una tutta per sé.

Il laboratorio dove venivano costruite le Bambole Perfette era dentro lo scantinato di un vecchio casale fatiscente sulle colline di Nibbiano. Il magazziniere ecuadoregno che la impacchettò prima di spedirla si fece delle grasse risate, chiedendosi quale tipo di pazzia avesse ottenebrato la mente del maniaco che aveva commissionato quella cosa grottesca. Si chiamava Esmeralda, aveva le sembianze di una sedicenne nigeriana, con la pelle nera e due tette enormi, ma gli occhi erano blu cobalto ed i capelli erano biondo platino. Aveva anche un culo da urlo. Era vestita da cameriera ed era la Bambola Perfetta ordinata da Gino Manosvelta.

Il giorno in cui gli fu finalmente recapitata a casa, fu il più bello della sua vita.

Per prima cosa la mise a sedere sul divano in soggiorno, le accarezzò i capelli sintetici, le ficcò in mano un bicchiere e lo riempì di vino rosso di media qualità, poi cominciò a parlarle.

“E’ molto che Ti aspettavo, anzi da sempre, da tutta la vita” disse accendendosi una sigaretta.

“Ho sempre desiderato avere una ragazza come te, Dio mio Esmeralda, sei bellissima.”

Lei rimase immobile con il bicchiere in mano pieno di vino rosso di media qualità, fissando nel vuoto.

“Sai cosa mi piacerebbe farti dolcezza?”

Esmeralda non rispose.

“Mi piacerebbe metterti una catena al collo, frustarti la schiena con la mia cintura e poi prenderti da dietro, in modo selvaggio.”

La bambola non disse nulla.

Gino iniziò ad eccitarsi, buttò via la sigaretta, si alzò e si versò un bicchiere colmo di vino rosso, lo trangugiò ed andò a sedersi accanto ad Esmeralda.

“Sei la mia schiava negra” le sussurrò ad un orecchio, poi le afferrò la testa con violenza e la baciò sulla bocca.

La bocca di Esmeralda era morbida e le labbra profumavano di fragola.

Gino iniziò a spogliarla. Lei lasciò fare. Lui le piegò le braccia e poi le gambe sino a metterla nella posizione che preferiva. Il vino rosso di Esmeralda uscì dal bicchiere e si rovesciò sul pavimento.

Gino tirò fuori il suo arnese nodoso dalle mutande e la penetrò.

Durò un paio di minuti al massimo, ma fu l’orgasmo più intenso e lungo che lui avesse mai provato. Pensò che nessun’altro avesse mai goduto tanto prima di lui.

Gino stava con Esmeralda già da tre settimane ed era per lui una relazione molto piacevole.

Di giorno la teneva nuda incatenata in cantina, a quattro zampe dentro una cuccia per cani che aveva costruito apposta per lei. La sera la vestiva da cameriera e la metteva in ginocchio accanto alla sua poltrona, con un vassoio tra le mani sul quale appoggiava il posacenere ed una bottiglia di vino. Mentre guardava la televisione fumava e beveva con lei accanto, tutto il tempo in ginocchio sul pavimento e con il vassoio in mano. Qualche volta, se era di buon umore, le accarezzava la testa come avrebbe fatto con un pastore tedesco. Altre volte le legava i polsi al tavolo della cucina e le frustava la schiena dopo averla imbavagliata. La notte se la portava a letto, la spogliava e ci faceva sesso in tutte le posizioni del kamasutra.

Gino Manosvelta era felice, a suo modo amava Esmeralda e la sua vita di coppia era perfetta. Sino a quella sera del ventisettesimo giorno che stavano assieme.

Era una domenica, e tornato dopo un pomeriggio allo stadio, Gino scese in cantina per prendere Esmeralda, ma con sua grande sorpresa non la trovò come l’aveva lasciata.

Lei non stava più a quattro zampe e non aveva più la catena al collo. Era seduta sopra il tettuccio della cuccia con le sue belle gambe nere di silicone elegantemente accavallate.

“Che razza di scherzi sono questi!” protestò ad alta voce Gino.

Esmeralda aveva lo sguardo fisso nel vuoto, come sempre.

“Come cazzo hai fatto a liberarti?” balbettò lui, avvicinandosi alla bambola per ispezionarla.

“Brutta puttana!” le urlò.

Lei non reagì, restò lì come se nulla fosse, con le gambe accavallate.

“Ti sei tolta la catena dal collo? Hai osato fare questo stupida troia?”

Esmeralda non rispose.

Gino era fuori di sé e la colpì con uno schiaffo. Lei cadde a terra con un tonfo sordo, ammortizzato dal silicone di cui era fatta.

“Me la pagherai dannata sgualdrina” la minacciò, poi afferrò una scopa e cominciò a percuoterla colpendola con il manico di legno sulla faccia, sul petto, sugli stinchi, le diede anche due calci nel culo, poi quando fu stanco trascinò una vecchia sedia impagliata davanti a lei e ci si sedette sopra osservandola.

“Prova a liberarti ancora, e la prossima volta Ti faccio a pezzi sporca negra!”

La bambola rimase tutto il tempo in silenzio, nuda, picchiata e gettata nella polvere, sul pavimento lurido della cantina di Gino Manosvelta.

Per evitare altre sorprese, decise di ammanettare i polsi di Esmeralda dietro la schiena, e di chiudere la catena che le aveva messo al collo con un grosso lucchetto. Poi la mise in ginocchio dentro alla cuccia per cani.

“Ora voglio proprio vedere se riesci ancora a liberarti” disse con tono di sfida, prima di andarsene.

Quella notte Gino dormì da solo, lasciando la bambola di silicone ammanettata ed incatenata in cantina.

Il giorno dopo, tornato presto dal lavoro, andò subito a vedere come stava Esmeralda, e per poco non gli prese un infarto.

Lei era senza manette, senza catene, seduta sul pavimento con le gambe divaricate in una posizione oscena. Persino il suo volto sembrava diverso, ed ora una specie di sorriso sciocco le conferiva un’espressione sarcastica, vagamente crudele.

“Lo hai fatto di nuovo” disse lui con voce tremante.

“Lo hai voluto tu, non dire che non ti avevo avvisato.”

Esmeralda si limitò a guardarlo, come sempre senza reagire.

Gino la portò in camera sua, la sdraiò sul letto a pancia in giù e le legò mani e piedi con delle corde alle gambe del letto. Andò in cucina, prese una bottiglia di vodka dalla dispensa e tornò in camera.

Guardò la bambola legata a quel modo, aprì l’armadio dove teneva una mazza da baseball, afferrò la mazza e cominciò a picchiarla. La picchiò sulla testa e sulla schiena, con violenza. Ad ogni mazzata sentiva il rumore inquietante del silicone sbattuto. Quando fu stanco le si sdraiò sopra e la prese contro natura.

Appena tutto fu finito la lasciò legata al letto, le si sedette accanto e cominciò a bere a canna dalla bottiglia di vodka.

Ad ogni sorsata le dava uno schiaffo sul culo, oppure le tirava i capelli o la prendeva a pugni all’altezza dei fianchi, insultandola.

Lei rimase immobile con lo sguardo perso nel vuoto e quel nuovo ghigno malvagio disegnato sul volto.

Quando Gino fu completamente ubriaco, finita la vodka, si sdraiò accanto ad Esmeralda e si addormentò.

Si svegliò dilaniato da un dolore lancinante dalle parti del pene. Non poteva muoversi: le sue braccia e le sue gambe erano ora legate al letto, al posto di Esmeralda.

Lei gli stava in piedi davanti con un coltellaccio da macellaio in una mano e ciò che restava del suo nodoso membro sanguinante nell’altra. E stava ridendo, in modo sadico.

Gino cominciò ad urlare per il dolore e a gridare:

“Cosa mi hai fatto maledetta troia? O no… non ci posso credere… mi hai tagliato il cazzo…”

E intanto urlava, urlava come un ossesso e il sangue zampillava fuori dai genitali amputati come fosse una fontana.

“Dannata negra bastarda… cosa hai fatto… cosa hai fatto?!?”

Gino urlava e gridava mentre lei continuava a ridere, e ridendo buttò il suo cazzo fuori dalla finestra.

“Prova a picchiarmi adesso” disse Esmeralda smettendo di ridere.

“Cosa? Ma tu… tu parli…”

“Non riesci a picchiarmi ora che ti ho evirato? Ti mancano le forze oppure il coraggio?”

“Cosa?”

“Ti piacevano le mie gambe, ed il mio corpo, ammettilo porco!”

“Si… Si… certo che adoravo il tuo corpo, ma tu mi hai tagliato il cazzo, dannata troia schifosa… come faccio adesso? Sto per morire sto morendo brutta puttana lo capisci questo? Aiutami… devo andare in ospedale… aiutami…”

Esmeralda si protese sopra di lui e gli mollò un ceffone in piena faccia, facendo dondolare le grosse mammelle di silicone.

“Non andrai da nessuna parte”

“Lasciami andare in ospedale ti prego… slegami, devo tamponare l’emorragia o Dio… sto per morire lo sento, sto per morire…”

Gino cominciò a piangere, poi la stanza iniziò a girare intorno a lui. Vide Esmeralda che si rivestiva poi svenne. Lei gli slegò i polsi e le caviglie, gli mise il coltello che aveva usato per evirarlo tra le mani, poi gli sedette accanto.

Il cadavere di Gino Manosvelta fu trovato dai carabinieri della stazione di Borgonovo Val Tidone. Accanto al corpo dissanguato dell’uomo fu trovata anche una bambola di silicone.

La bambola era vestita da cameriera, sedeva con le gambe accavallate sul bordo del letto e le labbra erano contratte in una smorfia cattiva, beffarda ed inquietante.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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La Padrona nazista

L’esploratore fascistissimo Rodolfo Navigato giaceva sul divano di casa completamente ubriaco. I suoi capelli color grigio acciaio brillavano sotto il sole di un caldo pomeriggio d’estate nell’anno del Signore 1946. Nella nuova Repubblica Italiana e democratica per Navigato non ci sarebbe stato spazio. I tempi in cui aveva conteso al leggendario Giuseppe Tucci le prime pagine dei giornali erano passati.

Ormai poteva vivere solo di ricordi e di rimpianti, esiliato nella sua dimora sperduta sulle colline piacentine, in quel di Pecorara.

“Brutti bastardi figli di puttana!” farfugliò cercando di sollevarsi per raggiungere il bagno e vomitare.

I suoi strali non erano rivolti alle potenze plutocratiche che avevano vinto la guerra, né ai sovietici che avevano occupato mezza Europa, e neppure ai partigiani comunisti che avevano stuprato e rapato zero la sua unica figlia facendola impazzire. No, a provocare l’ira di Rodolfo erano i ricordi di una donna, un ufficiale delle SS, la spietata Ilsa Von Forsher, il più grande amore della sua vita.

Dopo aver vomitato copiosamente, Navigato si trascinò a fatica sino alla vecchia dispensa dove trovò ancora un fiasco di vino rosso. Era l’ultima bottiglia e ci si attaccò a garganella. Prima che Navigato svenisse nuovamente stordito dalla sbornia, il ricordo di Ilsa gli passò davanti agli occhi come fosse stato al cinematografo. “Puttana!” biascicò mentre il suo corpo privo di sensi crollava sul pavimento.

Lui e Ilsa si erano conosciuti nel 1938 a bordo della nave tedesca Schwabenland, partita da Amburgo il 17 dicembre per una missione esplorativa in Antartide. Navigato era stato aggregato alla spedizione su richiesta del Duce e in qualità di esperto, avendo già partecipato nel 1926 alla trasvolata del Polo Nord a bordo del dirigibile Norge al comando di Umberto Nobile.

Ilsa invece faceva parte di un gruppo di scienziati delle SS ed era a capo di una missione segreta della Ahnenerbe, finalizzata ad individuare un passaggio di collegamento al centro della terra cava, come ipotizzato dall’americano John Cleves Symmes già nel 1881. La missione segreta di Ilsa e dei suoi uomini era sconosciuta al resto dell’equipaggio, compreso il comandante della nave, il capitano Alfred Ritscher.

La giovane Ilsa era di una bellezza giunonica, secondo i più rigidi canoni ariani: alta, robusta, bionda, con gli occhi azzurri ed un seno enorme. Aveva quattro lauree e parlava fluentemente cinque lingue, tra cui l’Italiano. Era anche di portamento altero ed oltre alla sua missione nascondeva un altro segreto, di natura molto più intima, e che gli avrebbe permesso di sedurre e soggiogare totalmente alla propria volontà il labile e lascivo Rodolfo. Anch’egli, infatti, nascondeva un terribile ed imbarazzante segreto che avrebbe preferito tenere nascosto, ma che la diabolica Ilsa riuscì a scoprire pochi giorni dopo che la Schwabenland aveva preso il largo.

Era una fredda notte stellata quando Ilsa e Rodolfo si incontrarono casualmente sul ponte della nave. Nonostante la temperatura rigida avevano entrambi sentito l’esigenza di prendere un po’ d’aria fresca. Ne nacque una piacevole conversazione sui prodigi della tecnica e sulle conquiste che le nuove scoperte avrebbero reso possibile nei successivi decenni. Rodolfo era rimasto immediatamente affascinato dalle incredibili conoscenze e competenze tecnico-scientifiche della donna, ma soprattutto si sentiva incredibilmente attratto da quel corpo statuario e dalle sue forme esuberanti, a stento nascoste e contenute dalla divisa d’ordinanza.

Lei si accorse subito delle attenzioni dell’esploratore italiano, e decise di invitarlo nella propria cabina per approfondirne la conoscenza.

“Mi piacciono gli stalloni italiani” disse la donna iniziando a spogliarsi.

“Adoro le donne del Reich” disse lui, calandosi i pantaloni.

Da sotto i mutandoni, si scorgeva il suo sesso barzotto e Ilsa lo provocò passandogli una mano tra i capelli: “cosa sai fare stallone italiano, per adorare una donna del Reich?”

Rodolfo Navigato arrossì, abbassò lo sguardo e fissando i piedi nudi della donna sussurrò: “sono un’insaziabile succhiatore di alluci”

Un ghigno crudele si dipinse sul volto della donna, senza aggiungere parola colpì Rodolfo con uno schiaffo furibondo, tanto che le sue gigantesche mammelle ondeggiarono come un mare in tempesta.

Il volto offeso di Rodolfo arrossì ancora di più, per la vergogna, per l’umiliazione e per l’eccitazione. Il suo arnese spuntava ora dai mutandoni, turgido e pronto per l’uso.

Ilsa colpì nuovamente l’esploratore italiano con forza ancora maggiore, ed il suo volto crudele era ora una maschera beffarda e sadica: “inginocchiati e adora i mie piedi, schiavo italiano!”

Rodolfo obbedì. Si piegò sulle ginocchia mettendosi a quattro zampe come un cane, e poi iniziò a baciare, leccare e succhiare i piedi di Ilsa. L’umiliazione dell’uomo cresceva con il passare dei minuti, così come la sua eccitazione, mentre la diabolica nazista abusava di lui con insulti irriferibili e frustandolo sulla schiena e sulle terga con la cinghia in pelle della sua divisa.

Ilsa continuò a seviziare Rodolfo in questo modo per quasi mezzora, poi quando capì che lui non avrebbe potuto resistere ancora per molto gli ordinò di alzarsi, lo legò ad una sedia e lo imbavagliò.

“Aspettami qui, stallone italiano” gli disse ridacchiando. Poi indossò una vestaglia di flanella ed uscì dalla cabina.

Rodolfo cercò di liberarsi, ma le corde usate dalla donna per legarlo erano troppo strette ed ogni suo sforzo fu vano.

Dopo cinque minuti la donna rientrò nella cabina accompagnata da un giovane ed orrendo marinaio tedesco. I due si spogliarono ed iniziarono ad accoppiarsi selvaggiamente.

Rodolfo fu costretto ad assistere la splendida Ilsa con il suo magnifico seno ed i suoi sensualissimi piedi, mentre l’atroce marinaio la possedeva in ogni posizione. Questa nuova e più crudele umiliazione subita da Rodolfo accese la passione della sadica Ilsa, che guardandolo negli occhi mortificati urlò dal piacere raggiungendo un intenso orgasmo.

Nelle notti successive e per tutta la durata della spedizione, Rodolfo fu spesso convocato nella cabina della donna e costretto a subire le medesime sevizie. Ogni volta la bella nazista si accoppiava con un marinaio differente e si inventava nuove umiliazioni da infliggere al suo schiavo italiano.

Quando la Schwabenland tornò in Germania, Rodolfo si era totalmente innamorato di Ilsa Von Forsher. Avrebbe desiderato seguirla ovunque e continuare a leccare i piedi della sua padrona sino alla fine dei suoi giorni. Ma quando scesero dalla nave lei lo salutò e con un sorriso sarcastico gli disse addio.

Non si videro mai più, ma per tutta la vita Rodolfo Navigato non smise mai di amare la sua padrona nazista.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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