Perdita dei freni inibitori

Il mattino di due giorni dopo mi alzai presto, comperai 10 casse di Gutturnio frizzante e ne scolai una bottiglia per colazione. Poi presi duecentomila euro dalla valigetta che avevo rubato al magnaccia e mi recai allo sportello bancario più vicino per metterli al sicuro.

Dopo aver aperto un conto corrente a mio nome, tornai nel pomeriggio e mi fecero accomodare in un ufficietto al pian terreno. La filiale della banca era ubicata in un vecchio edificio non lontano dalla periferia più degradata dove zingari ed immigrati clandestini la facevano da padroni.

Elena Prestiti, direttrice della filiale, sedeva dietro alla sua scrivania. Sulle pareti erano appesi dei manifesti ingialliti che magnificavano i servizi offerti dalla banca.

Io ero seduto sull’unica altra sedia dell’ufficio. Sulla scrivania c’era un obsoleto computer ed il locale puzzava di fumo e di guai. La finestra si affacciava sul cortile interno ed uno spesso vetro sporco faceva entrare una debole luce.

Io e la direttrice stavamo fumando e aspettavamo.

Lei era vecchia, aveva da poco compiuto quarant’anni ma ne dimostrava quindici di più. Si era tinta di rosso per nascondere i capelli bianchi. Le spalle erano ingobbite e gli occhi scavati. Aveva divorziato dopo aver messo al mondo quattro marmocchi di cui uno era un drogato abituale e un altro stava in prigione per spaccio.

Iniziò a piovere.

“A che ora era l’appuntamento?” domandai.

“Alle diciassette e mezzo” disse Elena.

Aspettammo altri dieci minuti, fumando un’altra sigaretta, guardandoci in faccia senza parlarci.

Bussarono alla porta.

“Avanti” squittì la direttrice.

Era Efrem Rubasoldi, il consulente finanziario, in doppiopetto blu, con la barba ben curata ed in splendida forma, alto quasi un metro e novanta per centoventi chili di muscoli, rolex e camicia e cravatta delle migliori firme. Efrem puzzava di ascelle sudate e fregature assicurate. Dal cortile si sentì un gatto in calore miagolare. Era la stagione dell’amore ed i gatti ci davano dentro, c’erano decine di gatti che si accoppiavano in ogni vicolo, in ogni squallido angolo di questa squallida città dominata dagli spacciatori, dagli zingari e dai venditori abusivi di collanine africane. Efrem intanto continuava a puzzare di ascelle sudate.

“Siediti” ordinò la direttrice.

Efrem rimase immobile al centro della stanza: “Non ci sono sedie” osservò sorridendo in modo ebete.

La direttrice lo guardò con disprezzo, poi lo redarguì con veemenza: “Sei una testa di cazzo!”

“Ehi, Ehi, andiamoci piano con le parole” cercò di protestare Efrem.

“Credi di poter fare il furbo? Ti viene duro pensando ai poveracci a cui hai cercato di metterlo in culo? Pensavi veramente che non ci saremmo accorti dei tuoi sporchi giochetti brutto figlio di troia?”

“Un momento signora, con chi crede di parlare…”

“Chiudi quella fogna di bocca Efrem! Lo so bene con chi sto parlando, con un fottutissimo figlio di puttana che voleva fregare i miei clienti, ma ti è andata male bastardo, perché ti abbiamo scoperto ed ora per te sono cazzi acidi, molto acidi!”

Elena Prestiti si appoggiò sullo schienale della poltrona. Aspirò una boccata dalla sigaretta e un po’ di cenere cadde sulla scrivania, ma era troppo infuriata per farci caso. La cenere bruciacchiò alcuni fogli di carta prima di spegnersi.

Mentre si incazzava la direttrice mi sembrò straordinariamente sensuale, la osservai mentre metteva al suo posto il consulente finanziario e qualcosa mi si mosse nelle mutande. Vent’anni prima qualcuno avrebbe potuto dire che era una bella ragazza, ma adesso non più. Probabilmente aveva la cellulite, il culo flaccido e le tette mosce, però mi venne voglia di lei, dei suoi capelli tinti di rosso e delle sue labbra e della sua lingua feroce.

“Ascoltami bene coglione” disse Elena abbassando la voce e cercando di riprendere il controllo di sé, “hai consigliato a tutti i nostri migliori clienti di comperare titoli di stato greci per diverse centinaia di migliaia di euro. Perché lo hai fatto?”

“Ora mi ascolti…” cominciò a giustificarsi Efrem Rubasoldi.

“Non qualche migliaio, ma centinaia di migliaia, ti rendi conto? Centinaia di migliaia di euro in titoli di stato greci, hai una vaga idea di cosa questo comporti?”

“Ma…”

“Sei un coglione, riesci a capire che ora tutti questi clienti vogliono avere delle spiegazioni? Lo capisci brutta testa di minchia che rischiano di perdere i loro soldi per colpa dei tuoi sconsiderati consigli del cazzo?”

“Lo capisco” ammise Efrem abbassando la testa.

La direttrice spense la sigaretta, si alzò e girò intorno alla scrivania e camminò sino a raggiungere Efrem Rubasoldi al centro della stanza. Aveva delle belle gambe e le scarpe tacco dodici le davano slancio e i suoi capelli rossi tinti le scendevano sulle spalle ingobbite rendendola inspiegabilmente desiderabile.

“Ora vedi di predisporre un portafoglio titoli diversificato e sicuro per questo nuovo cliente” disse lei indicandomi con una mano, ma senza guardarmi. I suoi occhi erano piantanti sulla faccia frastornata di Efrem.

“Quanto vuole investire?” domandò lui, meccanicamente.

“Duecentomila euro” chiosò la direttrice con freddezza teutonica.

“Sarà fatto” dichiarò frettolosamente il consulente finanziario, voleva sottrarsi velocemente alla furia cieca della donna.

Efrem si accomiatò e scomparve dietro alla porta dalla quale era entrato. Elena Prestiti tornò a sedersi sulla sua poltrona. Fuori continuava a piovere ed io e la direttrice restammo soli nel suo ufficio. Lei mi guardava, io la guardavo, io la desideravo anche, avrei voluto alzarmi e baciarla, ma restai, per il momento, seduto. Lei iniziò a fissarmi in modo imperscrutabile. Ormai mi era venuto duro, mentre fuori pioveva e tutti gli altri impiegati della banca erano andati a casa.

“La chiameremo appena il dottor Rubasoldi avrà predisposto una proposta adeguata al suo profilo e compatibile con la sua propensione al rischio finanziario” ruppe il silenzio la direttrice, accendendosi un’altra sigaretta.

Io annuii, lei si alzò per congedarmi, io mi alzai e le porsi una mano, desiderando intensamente di possederla sulla sua scrivania.

Appena le strinsi la mano lei mi sorrise, cominciò a ridacchiare, mi fece cenno di tornare a sedere, poi attraversò l’ufficio sculettando sui tacchi dodici, raggiunse la porta, la chiuse a chiave e cominciò a spogliarsi canticchiando un motivetto caraibico ed improvvisando una specie di balletto, come se di un tratto si fosse totalmente trasformata, perdendo qualsiasi freno inibitorio.

Fornicammo sulla sedia, sulla scrivania, sul pavimento, contro la finestra sporca e spessa che dava sul cortile. La direttrice fu spudorata, dissoluta, priva di contegno: la sua lingua insaziabile esplorò ogni mio anfratto, giungendo in luoghi del mio corpo sino a quel giorno inesplorati. Andammo avanti per un paio d’ore, io ebbi due orgasmi lei almeno il doppio, ma non saprei dire con certezza.

Poi l’effetto del Gutturnio iniziò a svanire, la direttrice riprese la consueta compostezza, soltanto una vaga espressione di disappunto tradiva il suo evidente imbarazzo. Per cercare di mascherarlo, dopo essersi rivestita, sedette sulla sua sedia e si accese l’ennesima sigaretta. Rimase in silenzio ad ascoltare la pioggia fissando il fumo che disegnava strane forme nell’aria.

Io ero sfinito, avevo perso l’indomita virilità da supereroe esibita poco prima e mi veniva anche da vomitare. Raccolsi le mie cose e me ne andai senza salutare.

Avevo scoperto un nuovo potere: potevo determinare nel prossimo la perdita dei freni inibitori.

Mi sentii ancora più malvagio, e avevo nuovamente bisogno di bere.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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