Nel romanzo Stalingrado, Vasilij Grossman compie una scelta narrativa netta e radicale: la città non è un semplice teatro degli eventi, ma un organismo vivo, ferito, ostinato nel continuare a esistere. Stalingrado respira sotto le macerie, sanguina nelle cantine, trattiene il fiato tra una granata e l’altra. I muri spezzati, le fabbriche sventrate, le case ridotte a scheletri diventano tessuti lacerati di un corpo collettivo che non smette di opporre resistenza. La città non è mai neutra, non è mai silenziosa. Anche quando sembra morta, continua a reagire, a offrire rifugi improvvisati, nascondigli, trincee improvvise. Grossman restituisce allo spazio urbano una dignità narrativa piena, trasformandolo in un personaggio corale che soffre insieme agli uomini e che, come loro, si ostina a non crollare del tutto.
Questa scelta è inseparabile da un altro tratto fondamentale del romanzo: la guerra vista dal basso. In Stalingrado non c’è quasi traccia di mappe strategiche, di movimenti astratti di divisioni o di decisioni prese a distanza di sicurezza. La battaglia viene raccontata attraverso gli occhi di soldati semplici, di infermiere stremate, di civili che non hanno scelto di combattere ma si trovano intrappolati nella fornace. La Storia, quella con la maiuscola, viene costretta a scendere al livello della carne, del freddo che intorpidisce le mani, della fame che svuota la mente, della paura che accompagna ogni passo. Grossman rifiuta lo sguardo dall’alto e si colloca deliberatamente accanto a chi subisce gli eventi, mostrando come la grande svolta del conflitto mondiale sia stata vissuta, prima di tutto, come un’esperienza fisica e quotidiana, fatta di gesti minimi e ripetuti.
Da questa prospettiva nasce anche la demolizione sistematica dell’eroismo retorico. Grossman non nega il coraggio, ma lo svuota di ogni patina celebrativa. L’eroe sovietico da manifesto propagandistico non trova spazio in queste pagine. Il coraggio, qui, è stanchezza che non cede, è paura che non paralizza del tutto, è la capacità di restare al proprio posto quando fuggire sarebbe più umano che restare. L’epica si incrina, si sporca, perde la sua rigidità monumentale e diventa finalmente credibile. Gli uomini e le donne di Stalingrado non combattono per incarnare un ideale, ma per resistere un giorno in più, per proteggere qualcuno, per non crollare interiormente prima ancora che fisicamente. È un eroismo fragile, spesso silenzioso, e proprio per questo profondamente autentico.
In questo scenario prende forma uno dei conflitti centrali dell’opera di Grossman: quello tra l’individuo e l’apparato. Anche in Stalingrado, prima ancora che in Vita e destino, emerge con chiarezza la tensione tra la persona e le strutture che pretendono di assorbirla. L’esercito, il partito, l’ideologia chiedono disciplina assoluta, sacrificio totale, obbedienza senza incrinature. Ma ogni vittoria collettiva ha un prezzo umano altissimo, che ricade sui singoli corpi e sulle singole coscienze. Grossman osserva con lucidità come l’apparato bellico e politico, pur necessario alla sopravvivenza dello Stato, finisca per schiacciare ciò che afferma di difendere. L’individuo diventa una risorsa consumabile, e la sua sofferenza viene giustificata in nome di un bene superiore che raramente si traduce in giustizia concreta.
È in questa frizione continua che affiora, in filigrana, il tema del totalitarismo. Stalingrado non è ancora il romanzo della condanna esplicita, ma l’ombra del potere staliniano è già presente, insinuante e costante. Controllo, sospetto, obbedienza cieca attraversano le relazioni tra i personaggi, condizionano le parole, i silenzi, persino i pensieri. Anche tra i “liberatori” la libertà appare fragile, vigilata, sempre revocabile. Grossman suggerisce, senza proclami, che la linea di confine tra necessità bellica e oppressione ideologica è sottile, e che il rischio di perdere l’uomo mentre si salva lo Stato è sempre presente.
In questo senso, Stalingrado non è solo il racconto di una battaglia decisiva, ma la radiografia di un mondo che sopravvive a costo di mutilazioni profonde. La città che resiste sotto le bombe e gli uomini che resistono dentro di sé sono due facce della stessa lotta, entrambe segnate da una domanda inquietante: quanto può essere alto il prezzo della vittoria prima che essa perda il suo significato umano?
In Stalingrado la guerra non è mai riducibile a un evento puramente militare. Per Vasilij Grossman la battaglia è, prima di tutto, un’esperienza morale, una prova etica che mette a nudo ciò che resta dell’uomo quando ogni cornice civile viene spazzata via. I personaggi non sono chiamati soltanto a sopravvivere, ma a decidere chi diventare mentre il mondo intorno a loro crolla. Ogni scelta, anche la più piccola, pesa come un macigno: aiutare o voltarsi dall’altra parte, obbedire o esitare, salvare se stessi o rischiare per un altro. Grossman non offre soluzioni consolatorie e non distribuisce assoluzioni. Le decisioni non sono mai pure, mai eroiche in senso astratto, e proprio per questo sono profondamente umane. La guerra, così raccontata, diventa una lente che ingrandisce le responsabilità individuali invece di cancellarle, costringendo ciascuno a fare i conti con il proprio limite morale.
Questa dimensione etica si fa ancora più lacerante quando lo sguardo si posa sui civili. Donne, anziani, bambini intrappolati nella città assediata non sono figure marginali, ma presenze centrali nella costruzione del senso del romanzo. Grossman restituisce loro una voce che la storiografia militare tende a cancellare, mostrando come la guerra sia una tragedia totale, che non risparmia nessuno e che colpisce con particolare ferocia chi non ha strumenti per difendersi. Le cantine diventano rifugi e tombe potenziali, le case distrutte luoghi di una sopravvivenza precaria e senza prospettiva. Il dolore dei civili non è un contorno emotivo, ma una denuncia implicita: non esiste vittoria che possa compensare l’annientamento sistematico delle vite innocenti. In queste pagine la sofferenza non viene spettacolarizzata, ma osservata con una sobrietà che la rende ancora più insopportabile.
A rendere questa esperienza ancora più opprimente è la percezione del tempo, che nell’assedio di Stalingrado sembra perdere ogni linearità. Il romanzo restituisce un tempo sospeso, un eterno presente in cui i giorni si somigliano fino a confondersi, le notti si ripetono identiche, cariche della stessa attesa angosciosa. L’assedio non è solo una condizione militare, ma uno stato mentale. Il futuro è ridotto a poche ore avanti, il passato diventa un ricordo sempre più sbiadito, quasi irreale. Grossman riesce a tradurre in forma narrativa questa alterazione della percezione, mostrando come la guerra deformi non solo lo spazio, ma anche il tempo interiore degli individui. Vivere significa resistere all’istante che ritorna, uguale a se stesso, senza la promessa di un cambiamento.
In questo contesto lo stile di Grossman assume un valore che va ben oltre la semplice scelta estetica. Il suo realismo asciutto, concreto, spesso vicino al registro documentaristico, è una decisione etica prima ancora che letteraria. Non c’è compiacimento, non c’è ricerca dell’effetto, non c’è abbellimento della distruzione. La lingua resta aderente ai fatti, ai gesti, ai corpi, come se ogni ornamento fosse una forma di tradimento. Raccontare la guerra in modo diretto diventa un atto di responsabilità: la realtà non va addolcita, perché addolcirla significherebbe renderla accettabile. In questa sobrietà c’è una forza narrativa che non nasce dall’enfasi, ma dalla precisione e dal rispetto per ciò che viene narrato.
È proprio per questo che Stalingrado va letto anche come una premessa indispensabile a Vita e destino. Qui si trovano già in embrione i grandi temi che esploderanno nell’opera successiva: il conflitto tra individuo e potere, la riflessione sul totalitarismo, la centralità della scelta morale, la dignità fragile dell’essere umano. Stalingrado è il laboratorio in cui Grossman mette alla prova il proprio sguardo, affina le domande, accumula ferite narrative che diventeranno consapevolezza piena nel romanzo maturo. Non è un semplice antefatto, ma una lunga e dolorosa incubazione, necessaria per arrivare alla radicalità di Vita e destino.
Letto oggi, Stalingrado si impone come un’opera che rifiuta tanto la celebrazione quanto la semplificazione. È un romanzo che non chiede ammirazione, ma attenzione; non invita all’orgoglio, ma alla responsabilità del ricordare. Grossman non racconta una vittoria, racconta il prezzo della sopravvivenza. E in quel prezzo, fatto di corpi, scelte, silenzi e città ferite, si nasconde una delle riflessioni più oneste e inquietanti sulla guerra che il Novecento ci abbia lasciato.
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