Vita e destino, di Vasilij Grossman (1980) – Recensione

In Vita e destino, Vasilij Grossman compie un gesto letterario che è anche un atto di accusa senza appello: spezza la narrazione consolatoria del Novecento e mette sullo stesso piano morale i due grandi totalitarismi che hanno devastato l’Europa. Nazismo e stalinismo non vengono presentati come opposti che si annullano a vicenda, ma come sistemi gemelli, speculari nella loro struttura profonda. Cambiano i simboli, le bandiere, il linguaggio ideologico, ma la logica è la stessa: l’annientamento dell’individuo in nome di un’astrazione assoluta. Grossman osa ciò che, nel contesto sovietico, era impensabile persino formulare: mostra che il male non appartiene a una parte sola della Storia, ma a ogni sistema che pretenda di trasformare l’uomo in mezzo e non in fine.

Questa visione non è mai esposta in forma di tesi, ma emerge attraverso situazioni, dialoghi, destini paralleli. I campi di concentramento nazisti e i gulag sovietici diventano luoghi speculari, non per identità storica ma per funzione morale. In entrambi, l’essere umano viene ridotto a materiale amministrabile, a problema da risolvere, a numero da cancellare o conservare secondo necessità. Grossman non cerca lo scandalo, cerca la verità, e la verità che affiora è insopportabile proprio perché sottrae ogni alibi ideologico.

In questo universo soffocante, la libertà non può più assumere forme eroiche o solenni. In Vita e destino la libertà è un atto minimo e fragile, quasi impercettibile. Non si manifesta nei grandi gesti, ma nelle scelte intime che non producono gloria né riconoscimento. È una parola non detta quando sarebbe prudente pronunciarla, un rifiuto silenzioso, un pensiero che resiste all’uniformazione. Grossman suggerisce che, sotto il totalitarismo, la libertà autentica sopravvive solo in spazi minuscoli, spesso invisibili agli occhi del potere. È una libertà che non salva il mondo, ma salva l’uomo da una completa dissoluzione interiore.

Questa concezione si lega direttamente al conflitto centrale del romanzo: l’individuo contro lo Stato assoluto. Lo Stato, in Vita e destino, non si accontenta di governare i corpi; pretende le coscienze, i pensieri, perfino le emozioni. Ogni ambito della vita viene politicizzato, ogni relazione filtrata attraverso il sospetto ideologico. La persona non è più un fine, ma una funzione, un ingranaggio sacrificabile. Grossman osserva con lucidità cosa resta dell’uomo quando tutto diventa pubblico, quando anche l’intimità è soggetta a controllo. Resta una resistenza spesso imperfetta, talvolta contraddittoria, ma irriducibile nella sua umanità.

È qui che emerge uno dei temi più radicali e disturbanti del romanzo: il bene senza ideologia. Grossman rifiuta l’idea che il bene possa essere prodotto dai sistemi, dalle dottrine, dalle grandi cause storiche. Al contrario, mostra come le ideologie, anche quando proclamano la giustizia, finiscano per schiacciare l’essere umano concreto. Il bene autentico nasce dagli individui, da gesti spontanei e non organizzabili, spesso in contrasto con le direttive ufficiali. È un bene fragile, che non costruisce paradisi e non fonda Stati, ma che salva, nel silenzio, la dignità di chi lo compie. In un mondo dominato da apparati onnivori, questo bene minuscolo diventa l’unica forma possibile di resistenza morale.

Anche la scienza, che potrebbe apparire come un ambito neutro, viene travolta dalla logica del potere. In Vita e destino fisici, laboratori e istituti di ricerca non sono luoghi di libera indagine, ma campi di battaglia ideologica. La verità scientifica diventa sospetta se non coincide con l’utilità politica del momento. La conoscenza non viene più valutata per la sua corrispondenza al reale, ma per la sua funzionalità al sistema. Grossman, che aveva una formazione scientifica, coglie con precisione tragica la violenza esercitata su un sapere costretto a piegarsi, a mentire, a rinnegare se stesso per sopravvivere. Anche qui, la scienza diventa un banco di prova morale: dire la verità può significare l’annientamento personale, tacere equivale a una forma di complicità.

In queste pagine, Vita e destino si rivela non solo come un grande romanzo storico, ma come una meditazione radicale sulla condizione umana nel secolo dei totalitarismi. Grossman non offre redenzioni collettive, non costruisce miti alternativi. Si limita, con ostinata onestà, a seguire l’uomo là dove il potere vorrebbe cancellarlo, e a registrare ciò che, nonostante tutto, continua a resistere. Non la vittoria, non la gloria, ma una fragile, tenace fedeltà all’umano.

In Vita e destino il campo di concentramento non è soltanto uno spazio di annientamento fisico, ma un vero e proprio laboratorio morale. Nei lager nazisti come nei gulag sovietici, Vasilij Grossman osserva l’essere umano spinto fino al limite estremo, dove ogni maschera sociale cade e restano scelte nude, spesso terribili. Il campo non serve solo a distruggere i corpi, ma a testare la possibilità stessa di rimanere uomini. È qui che la resistenza morale assume una forma paradossale: non come ribellione spettacolare, ma come capacità di non trasformarsi completamente in ciò che il sistema pretende. Un gesto di solidarietà, una parola condivisa, il rifiuto di umiliare un altro prigioniero diventano atti di portata immensa. Grossman mostra come il potere totalitario miri a spezzare non solo la volontà, ma il principio stesso della responsabilità personale, e come proprio lì, nel punto più basso, questa responsabilità possa riemergere in forma inattesa.

La stessa violenza che si esercita nei campi attraversa anche la vita privata, insinuandosi nelle famiglie come una forza corrosiva. Vita e destino è attraversato da legami spezzati, da affetti separati dalla guerra, dalla deportazione, dal sospetto ideologico. La famiglia, che dovrebbe essere rifugio, diventa spesso luogo di frattura, di silenzi forzati, di paure indicibili. Grossman racconta la distruzione della continuità generazionale come una delle conseguenze più profonde del potere totalitario. Non vengono cancellate solo le vite presenti, ma anche le possibilità future, la trasmissione di valori, la memoria condivisa. Le vicende familiari non sono mai semplici sottotrame: sono nervi scoperti che mostrano come la Storia, quando diventa assoluta, non rispetti alcun confine intimo.

In questo scenario emerge con forza il tema della responsabilità personale contro l’obbedienza. Molti dei personaggi che popolano il romanzo non sono figure mostruose, ma funzionari ordinari, uomini e donne che eseguono ordini, applicano regolamenti, rispettano procedure. Grossman anticipa con lucidità ciò che verrà poi definito la banalità del male, mostrando come l’obbedienza possa trasformarsi in una colpa attiva. Il male non ha sempre bisogno di fanatismo; spesso gli basta l’adesione passiva, la rinuncia a interrogarsi, il sollievo di non dover decidere. In Vita e destino l’obbedienza non è mai neutra: è una scelta, e come tale comporta una responsabilità morale che non può essere dissolta nell’anonimato dell’apparato.

Dire la verità, in un mondo simile, diventa un atto pericoloso. Non solo la verità pubblica, ma quella privata, rivolta a se stessi. Il romanzo mostra come la menzogna sistemica diventi una condizione di sopravvivenza, un linguaggio obbligato che permea ogni relazione. Mentire è spesso necessario per vivere, ma questa necessità ha un prezzo altissimo: la progressiva erosione dell’identità. Grossman insiste su un punto cruciale e scomodo: il primo atto di resistenza non è proclamare la verità agli altri, ma riconoscerla interiormente, senza autoassoluzioni. È un gesto che isola, che espone, che rende vulnerabili. Per questo la verità è sempre perseguitata, temuta più delle armi, perché mette in crisi l’intero edificio della menzogna organizzata.

Tutti questi temi confluiscono nel senso ultimo del romanzo, che si impone come un vero e proprio testamento morale del Novecento. Vita e destino non è soltanto un grande affresco sulla Seconda guerra mondiale, ma una sintesi spietata e lucidissima del secolo dei totalitarismi. Grossman scrive come se fosse consapevole di non poter essere ascoltato nel suo tempo, affidando il proprio messaggio a un futuro incerto. Non offre consolazioni, non promette redenzioni storiche. Si limita a indicare ciò che resta quando le ideologie crollano o mostrano il loro volto più crudele: la responsabilità individuale, la fragilità della libertà, la possibilità di un bene minuscolo ma autentico.

Leggere Vita e destino oggi significa confrontarsi con un libro che non ha perso nulla della sua urgenza. Grossman non chiede adesione, chiede attenzione. Non invita a scegliere una parte, ma a riconoscere il punto oltre il quale ogni sistema, anche quello che si proclama giusto, diventa disumano. È un romanzo che non appartiene soltanto alla storia del Novecento, ma a ogni tempo in cui il potere pretende di decidere cosa significhi essere uomini.


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