The Power of Grayskull di James Eatock (2017) – Recensione critica –

Nel suo The Power of Grayskull, James Eatock compie un’operazione che, pur muovendosi nel campo della storia della cultura pop, ha l’ambizione e la struttura di un’indagine mitologica. I Masters of the Universe non vengono trattati come un semplice fenomeno nostalgico né come un prodotto d’intrattenimento per l’infanzia, ma come una mitologia moderna, nata in un contesto industriale e cresciuta fino a sedimentarsi nell’immaginario collettivo. Eternia, nella lettura di Eatock, non è soltanto uno sfondo esotico per avventure episodiche: è un mondo simbolico coerente, attraversato da polarità archetipiche, mentre Grayskull assume il ruolo di centro sacrale, luogo di concentrazione del potere e della conoscenza, autentico omphalos narrativo attorno al quale ruota l’intero sistema. In questo quadro, He-Man non è soltanto un protagonista muscolare, ma un eroe iniziatico, chiamato a incarnare una forza che non gli appartiene del tutto e che deve essere periodicamente riattivata attraverso un rituale.

Uno degli aspetti più convincenti del volume è il modo in cui questa dimensione mitica non viene mai separata dalla sua origine concreta. Eatock insiste infatti sulla genesi industriale e creativa del fenomeno, ricostruendo con grande precisione il contesto della Mattel dei primi anni Ottanta, le strategie di marketing, le pressioni del mercato, la concorrenza e le incertezze di un’industria che cercava nuovi linguaggi visivi e nuove narrazioni. I Masters nascono come giocattolo prima ancora che come racconto, come forma plastica prima che come storia. È proprio questa origine ibrida a determinare l’ambiguità simbolica dell’universo di Eternia: il racconto non precede l’oggetto, ma gli cresce attorno, lo giustifica, lo mitizza a posteriori. Ne deriva una mitologia non codificata dall’alto, ma stratificata, mobile, aperta a continue rielaborazioni, in cui il significato non è mai completamente fissato.

All’interno di questo processo, Eatock dedica ampio spazio all’estetica dell’ipermascolinità che caratterizza i personaggi. I corpi dei Masters sono eccessivi, scolpiti, statici nella loro perfezione artificiale; i costumi ridotti all’essenziale sembrano più vicini a un apparato rituale che a un abbigliamento funzionale. L’eroe non è tanto un individuo psicologicamente complesso quanto un corpo esposto, offerto allo sguardo, quasi una statua animata. In questa scelta estetica, Eatock individua una delle chiavi del successo duraturo del franchise, ma anche uno dei suoi punti di maggiore ambiguità culturale. Il corpo maschile, iperpotenziato e ostentato, diventa oggetto di contemplazione prima ancora che di identificazione, aprendo uno spazio interpretativo che va oltre la semplice retorica della forza. È qui che si insinua, senza essere mai proclamata, una lettura queer possibile, fondata non sull’intenzione dichiarata degli autori ma sulla disposizione visiva e simbolica del testo.

Questa ambiguità si rafforza ulteriormente nel rapporto tra Principe Adam e He-Man, che Eatock analizza come meccanismo narrativo centrale dell’intero impianto mitologico. La doppia identità non è un espediente secondario, ma la struttura portante del racconto. Adam è un personaggio dimesso, spesso percepito come inadeguato o infantile, mentre He-Man incarna la pienezza della potenza e del riconoscimento pubblico. La trasformazione avviene sempre in segreto, attraverso un codice rituale che non può essere condiviso apertamente, e non è mai rivelabile nel contesto familiare o sociale di Eternia. Eatock evita con attenzione il termine “coming out”, ma ne mette in luce tutte le corrispondenze strutturali: identità nascosta, scissione tra sé pubblico e sé autentico, necessità del silenzio, ritualità della rivelazione. Il libro non forza la lettura, ma la rende difficilmente eludibile, lasciando al lettore il compito di riconoscere la portata simbolica di questa dinamica.

In questo sistema, il Castello di Grayskull assume una funzione che va ben oltre quella di roccaforte o obiettivo strategico. Eatock lo descrive come uno spazio iniziatico, un luogo di passaggio e di legittimazione, in cui il potere non è semplicemente custodito ma trasmesso secondo regole precise e non accessibili a tutti. Grayskull è il punto di contatto tra forza e conoscenza, tra identità e destino, e per questo assume tratti quasi esoterici, pur restando all’interno di una narrazione popolare. In una possibile lettura queer, che il libro non impone ma rende plausibile, Grayskull diventa lo spazio protetto in cui l’identità autentica può manifestarsi, anche se solo temporaneamente e lontano dallo sguardo del mondo. È il luogo in cui la trasformazione è possibile, ma non ancora socialmente dicibile.

In questo modo, The Power of Grayskull mostra come i Masters of the Universe abbiano costruito, nel tempo e spesso in modo non intenzionale, un vero sistema mitopoietico, capace di parlare a livelli diversi e a pubblici differenti. Eatock non riduce il fenomeno a una chiave interpretativa unica, ma ne restituisce la complessità, spiegando perché Eternia continui a essere, ancora oggi, un territorio simbolico sorprendentemente fertile.

Nella seconda metà del volume, James Eatock affronta uno dei nodi più delicati e, al tempo stesso, più rivelatori dell’intero universo di Masters of the Universe: la figura di Skeletor. Lungi dall’essere ridotto a semplice antagonista caricaturale, Skeletor emerge come personaggio di eccesso, di teatralità, di dissonanza rispetto alla norma eroica incarnata da He-Man. Eatock ne analizza la voce stridula, il sarcasmo continuo, la gestualità iperbolica, l’ossessione quasi viscerale per il potere di Grayskull e, indirettamente, per il corpo e la forza dell’eroe. Senza mai ricorrere a categorie militanti o a letture forzate, il libro colloca implicitamente Skeletor nella tradizione del villain queer-coded: una figura non “malvagia perché queer”, ma queer perché eccedente, perché fuori registro, perché incapace o indisponibile a incarnare l’ideale virile sobrio e normativo dell’eroe classico. In questa prospettiva, Skeletor non rappresenta una deviazione morale, bensì una deviazione estetica e performativa, e proprio per questo diventa una figura centrale nella ricezione queer del franchise.

Questa lettura trova solide fondamenta nel lavoro di ricostruzione che Eatock dedica agli artisti e alle influenze culturali all’origine dei Masters. Attraverso interviste, bozzetti e materiali d’archivio, il libro mostra come i designer attingessero a un immaginario composito e tutt’altro che neutro: il bodybuilding californiano, con i suoi corpi iperdefiniti e ostentati; l’illustrazione fantasy degli anni Settanta, carica di erotismo latente e di pose monumentali; e un orizzonte visivo urbano che includeva anche ambienti frequentati da comunità gay, in particolare nelle aree creative della West Coast. Eatock è molto chiaro nel precisare che non si trattava di un programma ideologico né di un progetto consapevolmente queer, ma di un bacino estetico condiviso, di una cultura visiva permeabile, in cui certi codici circolavano liberamente e venivano assorbiti quasi per osmosi. È proprio questa assenza di intenzionalità dichiarata a rendere il risultato finale tanto ambiguo quanto potente.

Un passaggio cruciale del libro riguarda infatti il concetto di camp, che Eatock maneggia con grande cautela, evitando etichette riduttive. Masters of the Universe non nasce come opera camp nel senso programmatico del termine; diventa camp soprattutto nella ricezione. Eatock si muove qui su un terreno che richiama implicitamente le categorie elaborate da Susan Sontag: una serietà assoluta che, proprio perché priva di ironia interna, scivola nell’eccesso; un’epica che, reiterata e semplificata, sfiora il grottesco; un eroismo che, spinto all’estremo, si cristallizza in icona. Questa ambiguità percettiva, questo scarto tra intenzione e risultato, è ciò che rende i Masters particolarmente fertili per una lettura queer. Non perché il testo “strizzi l’occhio”, ma perché lascia spazio allo sguardo di chi guarda.

È in questo spazio che si colloca uno dei contributi più importanti del volume: l’analisi del fandom LGBTQ+ e della sua appropriazione simbolica dell’universo di Eternia. Eatock documenta con precisione come, soprattutto negli anni Ottanta e Novanta, una parte consistente del pubblico gay abbia adottato He-Man come icona di forza, desiderio e riscatto. In un’epoca segnata da marginalizzazione e silenzi forzati, He-Man diventa una figura di potenza non problematica, un corpo invincibile, un simbolo di affermazione possibile. Il libro è molto attento a ribadire un punto fondamentale: non è il testo a dichiararsi queer, è il pubblico a riconoscersi in esso. Eatock legittima questa lettura non come sovrainterpretazione, ma come fatto culturale storicamente documentabile, inscritto nella storia della ricezione.

Nelle pagine finali, l’autore estende lo sguardo ai reboot più recenti e alla rinnovata consapevolezza culturale che li accompagna. Ciò che in origine era sottotesto, codifica involontaria, ambiguità non detta, diventa progressivamente riconoscimento. Non si tratta di propaganda né di riscrittura forzata del mito, ma dell’accettazione di una storia di ricezione ormai sedimentata. Il mito dei Masters resta sostanzialmente invariato nella sua struttura profonda; a cambiare è lo sguardo che lo attraversa, più informato, più esplicito, meno timoroso nel nominare ciò che per decenni era rimasto implicito.

In questo senso, The Power of Grayskull si rivela non soltanto una storia del franchise, ma una riflessione più ampia su come i miti moderni nascano, si trasformino e vengano abitati da comunità diverse. Eatock non offre risposte definitive, ma strumenti critici solidi, mostrando come Eternia continui a funzionare come spazio simbolico aperto, capace di accogliere letture plurali senza perdere la propria forza originaria.