Nel panorama della saggistica del Novecento, Il Re del Mondo occupa una posizione singolare e, per certi versi, inassimilabile. Non è un testo che si offra al lettore come un’indagine storica, né come un’opera di comparazione religiosa nel senso accademico del termine. È piuttosto un libro che presuppone, fin dalla prima pagina, un diverso statuto del sapere. Per René Guénon, ciò che conta non è la successione cronologica degli eventi, ma la presenza, spesso occultata, di un principio originario che precede la storia e ne determina segretamente le forme.
Al centro dell’opera vi è infatti il concetto di Tradizione primordiale. Guénon non intende la tradizione come semplice trasmissione di usi, costumi o credenze, ma come un deposito metafisico anteriore a ogni civiltà storicamente determinata. Questa Tradizione non nasce in un luogo preciso né in un’epoca identificabile: è un principio sovratemporale, una sorgente di conoscenza che si manifesta attraverso forme diverse senza mai esaurirsi in nessuna di esse. Le religioni, i miti, i simboli e i riti delle grandi civiltà non sono, in questa prospettiva, invenzioni autonome, ma traduzioni parziali e contingenti di una verità unica. La storia, per Guénon, non è il luogo dell’origine, bensì quello della dispersione. Ogni civiltà autentica è tale nella misura in cui rimane connessa a quella fonte primigenia; quando il legame si spezza, resta soltanto la superficie delle forme, privata della sua anima.
È in questo orizzonte che prende senso la figura del Re del Mondo. Guénon chiarisce con insistenza che non si tratta di un personaggio storico, né di un sovrano occulto impegnato a governare il pianeta dall’ombra. Il Re del Mondo è un principio, non un individuo. Egli rappresenta la funzione suprema di custodia della Tradizione primordiale, il garante dell’ordine cosmico in quanto riflesso dell’ordine metafisico. La regalità, qui, non ha nulla a che vedere con il potere politico: è una regalità sacra, che si esercita attraverso l’essere e non attraverso l’azione. Il Re del Mondo non conquista, non impone, non governa con decreti. Egli è il punto di stabilità attorno a cui il mondo trova il proprio equilibrio, una presenza immobile che consente il movimento di tutte le cose senza esserne coinvolta.
Questo principio di immobilità attiva introduce uno dei temi centrali dell’intero saggio: il simbolismo del Centro. Per Guénon, il Centro del Mondo non è un luogo geografico, ma un asse metafisico. È il punto da cui tutto emana e a cui tutto ritorna, l’origine e il fine che coincidono. In quanto tale, il Centro è invisibile, e proprio per questo è ovunque presente. Ogni tradizione autentica possiede il suo centro simbolico, che può manifestarsi come città sacra, tempio, santuario o luogo iniziatico, ma che rimanda sempre a una realtà più profonda e non localizzabile. Il Centro è ciò che dà senso all’orientamento, ciò che permette di distinguere l’alto dal basso, l’essenziale dall’accessorio. In un mondo che ha perso il centro, sostiene implicitamente Guénon, ogni direzione diventa equivalente e ogni movimento finisce per essere erratico.
All’interno di questa architettura simbolica si collocano le figure di Agartha e Shambhala, forse gli elementi più fraintesi dell’opera. Guénon insiste nel sottrarli a ogni interpretazione letterale o romanzesca. Non sono regni nascosti sotto la crosta terrestre né civiltà segrete dotate di tecnologie superiori. Sono piuttosto designazioni simboliche del Centro spirituale supremo, nomi diversi attribuiti, in tradizioni differenti, a una medesima realtà iniziatica. Agartha e Shambhala rappresentano il luogo della conoscenza integrale, non nel senso di un accumulo di informazioni, ma come stato di perfetta integrazione tra conoscenza e essere. La loro invisibilità non è dovuta a un occultamento materiale, ma all’inadeguatezza dello sguardo moderno, incapace di cogliere ciò che non si lascia ridurre a oggetto.
Il tema della verticalità attraversa l’intero saggio come una linea silenziosa ma costante. L’asse del mondo, la montagna sacra, il polo, l’albero cosmico sono immagini ricorrenti che rimandano tutte alla stessa idea: l’esistenza di un collegamento tra i diversi livelli dell’essere. La montagna sacra non è importante per la sua altezza fisica, ma perché simboleggia l’ascesa, il passaggio dall’orizzontalità dispersiva alla verticalità unificante. Salire equivale a reintegrare, a ricondurre la molteplicità all’unità. In questo senso, l’asse del mondo non è un oggetto, ma una funzione: è ciò che consente la comunicazione tra il cielo e la terra, tra il principio e la manifestazione.
Attraverso questi simboli, Guénon costruisce un discorso che è al tempo stesso rigoroso e radicale. Il Re del Mondo non offre soluzioni, né invita all’azione. Propone piuttosto una diagnosi metafisica: la crisi del mondo moderno è, prima di tutto, una crisi di centratura. Non avendo più accesso al Centro, l’uomo contemporaneo scambia il movimento per progresso e la molteplicità per ricchezza. Il saggio di Guénon si pone allora come un testo di confine, che non mira a convincere ma a orientare, non a spiegare ma a ricordare. E in questo atto di memoria, severo e impersonale, risiede forse la sua forza più duratura.
Nel procedere della sua argomentazione, René Guénon compie un’operazione che, ancora oggi, conserva un carattere radicale: dissolve la contrapposizione abituale tra Oriente e Occidente. In Il Re del Mondo le tradizioni induiste, buddhiste, islamiche e cristiane non vengono accostate per costruire un sincretismo, ma lette come linguaggi simbolici differenti che rimandano a una medesima verità metafisica. Ciò che muta non è il contenuto essenziale, bensì la forma della sua espressione. Ogni civiltà tradizionale, nel momento della sua pienezza, ha tradotto l’immutabile in simboli adeguati alla propria sensibilità e alla propria funzione storica. La frattura tra Oriente e Occidente, così come la intendiamo oggi, appare allora come un fenomeno recente e superficiale, legato alla perdita di una visione metafisica condivisa più che a una reale incompatibilità dottrinale. Guénon suggerisce che il vero confine non passa tra continenti o religioni, ma tra chi conserva un orientamento verso il Principio e chi ne ha smarrito la direzione.
Questa prospettiva unitaria si fonda su un uso rigoroso del simbolo, che costituisce uno dei nervi scoperti del testo. Guénon oppone con decisione la lettura simbolica a ogni forma di letteralismo, denunciando implicitamente una delle tare fondamentali della mentalità moderna. Quando i simboli vengono presi alla lettera, essi cessano di essere strumenti di conoscenza e si trasformano in enigmi sterili o in oggetti di credulità ingenua. Agartha, Shambhala, il Centro del Mondo, il Re stesso diventano allora o favole esotiche o pretesti per costruzioni fantasiose. La critica di Guénon non è diretta soltanto contro il razionalismo che rifiuta il simbolo, ma anche contro l’immaginazione disordinata che lo svuota del suo significato iniziatico. Il simbolo autentico non descrive una realtà materiale, ma orienta l’intelligenza verso ciò che la trascende. Perderne la chiave equivale a confondere la mappa con il territorio, l’involucro con il contenuto.
Da questa incomprensione deriva, secondo Guénon, la condizione di decadenza del mondo moderno. Il Re del Mondo non è un pamphlet polemico né un manifesto reazionario; la sua critica è tanto più severa quanto più è priva di toni accesi. Il mondo contemporaneo viene descritto come un mondo decentrato, in cui il dominio della quantità ha sostituito la qualità e l’orizzontalità ha preso il posto della verticalità. La perdita del Centro non è solo una crisi spirituale, ma una disgregazione dell’ordine simbolico che rende l’uomo incapace di orientarsi. In assenza di un principio superiore, ogni valore diventa relativo, ogni fine provvisorio, ogni sapere frammentario. Guénon non propone riforme né ritorni nostalgici: constata, con freddezza quasi geometrica, che una civiltà priva di riferimento metafisico non può che dissolversi in una molteplicità senza gerarchia.
In questo contesto si chiarisce la distinzione, centrale nell’opera, tra sapere profano e conoscenza iniziatica. La conoscenza di cui parla Guénon non è accumulabile né trasmissibile come un insieme di nozioni. Essa implica una trasformazione dell’essere, una realizzazione interiore che non può essere surrogata da studi puramente intellettuali. L’idea di un’élite spirituale, spesso fraintesa o caricaturizzata, non rimanda a una classe sociale o a un gruppo di privilegiati, ma a coloro che, indipendentemente dalla loro posizione nel mondo, sono in grado di mantenere un contatto vivo con il principio. L’iniziazione non è un titolo, ma un processo; non conferisce potere, ma responsabilità. In una civiltà che ha sacralizzato l’uguaglianza quantitativa, questa distinzione appare scandalosa, eppure è per Guénon inevitabile: non tutti vedono allo stesso modo, perché non tutti sono orientati nello stesso modo.
La fortuna postuma di Il Re del Mondo si gioca interamente su questo crinale. Il libro continua a essere citato, evocato, talvolta idolatrato, spesso frainteso. La sua aura enigmatica ha alimentato letture sensazionalistiche, teorie complottistiche e appropriazioni ideologiche che nulla hanno a che vedere con il rigore dell’autore. Allo stesso tempo, una parte della critica accademica lo ha liquidato come un esercizio di erudizione esoterica privo di valore scientifico. In entrambi i casi, si ripete lo stesso errore: cercare nel testo ciò che esso non promette di offrire. Il Re del Mondo non è una rivelazione spettacolare né un manuale di occultismo; è un libro di orientamento, che richiede al lettore una disposizione particolare, fatta di attenzione, silenzio e disponibilità a mettere in discussione le categorie abituali del pensiero moderno.
A distanza di quasi un secolo dalla sua pubblicazione, il saggio di Guénon conserva una singolare attualità proprio perché non cerca di esserlo. In un’epoca ossessionata dall’immediato, Il Re del Mondo parla di ciò che non passa; in un tempo che moltiplica le direzioni, indica un centro; in un mondo che confonde l’informazione con la conoscenza, ricorda che sapere significa, prima di tutto, essere. È forse per questo che il libro continua a inquietare: non propone consolazioni, ma esige una presa di posizione interiore. E chiude il lettore davanti a una domanda che non ammette scorciatoie: se il Centro esiste, dove ci troviamo noi rispetto ad esso?
Scopri di più da Racconti Brevi
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.