I Miserabili, di Victor Hugo (1862) – Recensione critica –

Ne I miserabili la colpa non è un marchio metafisico, ma una scrittura sociale incisa sulla carne. Jean Valjean entra nel romanzo come un uomo ridotto a numero, a pratica amministrativa, a residuo penale. Non c’è nulla di eroico in lui, e proprio per questo la sua traiettoria è radicale. Hugo non racconta una redenzione miracolosa, ma una riscrittura lenta, faticosa, continuamente minacciata dal ritorno del passato. Valjean non cancella la colpa: la porta con sé come un’ombra lunga, eppure sceglie di non coincidere più con essa. Il gesto del vescovo Myriel, apparentemente semplice, rompe una catena millenaria di equivalenze tra errore e condanna. La misericordia, qui, non è indulgenza sentimentale: è un atto sovversivo, perché sottrae l’uomo alla logica della retribuzione e lo restituisce alla responsabilità. Hugo pone una domanda che resta ancora oggi irrisolta: siamo ciò che abbiamo fatto, o ciò che scegliamo di fare dopo?

A questa domanda si oppone, come una muraglia senza crepe, la figura di Javert. Non un antagonista nel senso tradizionale, ma un principio incarnato. Javert non odia Valjean, non prova sadismo, non gode della persecuzione. Egli è la legge che cammina, l’idea che l’ordine coincida con il bene e che ogni deviazione debba essere corretta o eliminata. In lui non c’è crudeltà individuale, ma una fedeltà assoluta al codice. Proprio per questo la sua tragedia è inevitabile. Quando la legge incontra un gesto che la supera, quando la giustizia morale infrange la geometria normativa, Javert non sa più esistere. Hugo costruisce uno dei conflitti più moderni della letteratura ottocentesca: non tra bene e male, ma tra legalità e giustizia. L’obbedienza totale diventa disumana non perché sia violenta, ma perché è incapace di pensare l’eccezione, il perdono, la singolarità dell’essere umano.

È in questo spazio che si inserisce la miseria, non come sfondo pittoresco ma come architettura invisibile del romanzo. I miserabili non racconta poveri sfortunati, ma un sistema che produce scarti. La fame, l’analfabetismo, la prostituzione, il lavoro minorile non sono deviazioni accidentali di un ordine sano, bensì i suoi prodotti necessari. Fantine non cade perché moralmente debole: viene spinta. Hugo anticipa con forza ciò che la sociologia formulerà decenni dopo, mostrando come il potere non si limiti a governare, ma organizzi le condizioni dell’esclusione. La miseria diventa una macchina che si autoalimenta, un circuito in cui chi cade è colpevole due volte: per essere caduto e per esistere. In questo senso, la vera violenza del romanzo non è spettacolare, ma strutturale, quotidiana, amministrata.

Da qui discende il carattere apertamente politico dell’opera. Le barricate del 1832 non sono una parentesi romantica, ma il punto in cui la tensione morale del romanzo si fa gesto collettivo. Hugo non idealizza la rivoluzione né la trasforma in mito trionfante. I giovani che salgono sulle barricate sono spesso ingenui, destinati alla sconfitta, ma proprio per questo portatori di una verità essenziale: l’ingiustizia non è un fatto privato, e la coscienza individuale, da sola, non basta. La letteratura, per Hugo, non è rifugio, ma intervento. Scrivere significa prendere posizione, sporcarsi con la Storia, accettare il rischio di essere fraintesi. I miserabili nasce come un atto di accusa contro l’indifferenza e come un appello alla responsabilità del lettore, chiamato a riconoscere il proprio ruolo nel mondo che produce miseria.

A tenere insieme questi livelli è ciò che si potrebbe definire il cristianesimo laico di Hugo. Il vescovo Myriel non è un’autorità dogmatica, ma una presenza etica. Il suo cristianesimo non promette salvezza ultraterrena, ma chiede un cambiamento immediato nello sguardo. Amare gli ultimi non è una virtù astratta, è una scelta concreta che ha conseguenze politiche e sociali. Hugo svuota il cristianesimo della sua ritualità per restituirlo come forza morale universale, accessibile anche a chi non crede. Il sacrificio, il perdono, l’accoglienza non sono strumenti di pacificazione, ma leve di trasformazione. In questo senso, I miserabili non è un romanzo edificante: è un testo inquieto, che mette in crisi tanto il lettore laico quanto quello religioso.

Letto oggi, il romanzo continua a disturbare perché rifiuta scorciatoie consolatorie. Non promette che il bene vinca sempre, né che la giustizia trionfi. Mostra, piuttosto, che ogni atto di umanità autentica avviene contro corrente, in un mondo che premia l’obbedienza e punisce la complessità. Ed è forse proprio per questo che I miserabili resta un libro necessario: non perché conforta, ma perché costringe a guardare la miseria, la legge e la redenzione come problemi ancora aperti, mai definitivamente risolti.

Nel grande affresco dei Miserabili, le figure femminili non sono mai semplici comparse sentimentali, ma superfici di iscrizione della violenza sociale. Fantine, Cosette ed Éponine incarnano tre modalità diverse dello stesso sacrificio: il corpo della donna come spazio su cui la società esercita il proprio giudizio. Fantine viene progressivamente spogliata di tutto, non solo dei beni materiali ma della dignità, del nome, perfino della voce. Il suo corpo diventa merce, scandalo, prova vivente di una colpa che non è sua. Hugo mostra con lucidità feroce come la morale pubblica si accanisca proprio su chi è già privo di difese, trasformando la vittima in colpevole. Cosette, inizialmente bambina-oggetto, corpo sfruttato e invisibile, rappresenta la possibilità di una salvezza che passa però sempre attraverso una tutela maschile, segno di un limite storico e ideologico del romanzo. Éponine, infine, è la figura più tragica: innamorata senza speranza, esclusa da ogni futuro, sceglie il sacrificio come unica forma di esistenza riconosciuta. In tutte e tre, la femminilità non è destino naturale, ma costruzione sociale che punisce il desiderio e non tollera la deviazione.

Questa violenza strutturale si manifesta con ancora maggiore evidenza nell’infanzia, che Hugo rifiuta di rappresentare come spazio di innocenza protetta. Nei Miserabili i bambini lavorano, mendicano, vengono venduti, picchiati, abbandonati. Cosette bambina, Gavroche, i piccoli sfruttati nelle strade di Parigi sono il cuore più scoperto del romanzo. L’infanzia diventa il primo luogo in cui la disuguaglianza si imprime in modo irreversibile, prima ancora che l’individuo possa scegliere chi essere. Hugo non indulge nel patetico, ma costringe il lettore a riconoscere che la società decide il destino dei suoi figli molto prima che essi possano ribellarsi. La negazione dell’innocenza non è una perdita individuale, ma un fallimento collettivo, una condanna che si trasmette come un’eredità avvelenata.

Questo dramma umano trova la sua forma più potente nello spazio urbano. Parigi non è mai una semplice cornice, ma un organismo morale complesso, attraversato da vene visibili e invisibili. Le strade eleganti e i quartieri miserabili, i salotti e le fogne, convivono come livelli di una stessa coscienza collettiva. Hugo scende letteralmente sotto la città, nei suoi canali sotterranei, per mostrare ciò che la superficie rimuove. Le fogne diventano metafora della Storia: ciò che viene scartato, nascosto, ma che continua a sostenere l’intero edificio sociale. Muoversi nello spazio urbano significa attraversare una mappa etica, in cui ogni quartiere racconta una scelta politica, ogni distanza una gerarchia morale. Parigi pensa, giudica, condanna, talvolta salva. È una città che osserva i suoi abitanti e li riflette, amplificando le loro contraddizioni.

In questo contesto, le celebri digressioni di Hugo cessano di apparire come eccessi autoriali e rivelano la loro funzione profonda. Waterloo, i conventi, le fogne non interrompono il racconto: lo fondano. La battaglia di Waterloo non è solo un episodio storico, ma la dimostrazione di come la Storia sia fatta di caos, errori, coincidenze, di fango più che di gloria. I conventi rappresentano un tempo sospeso, una fuga dal mondo che tuttavia non lo risolve. Le fogne, infine, sono il punto in cui tutto converge: uomini, colpe, scarti, memoria. Hugo costruisce una filosofia narrativa in cui la deviazione è essenziale, perché la verità non si manifesta mai in linea retta. Raccontare significa anche perdersi, rallentare, guardare ai margini.

Eppure, nonostante la lucidità con cui il romanzo espone il fallimento delle istituzioni e delle rivoluzioni, I miserabili non è un testo disperato. La speranza che lo attraversa non è quella della vittoria, ma della dignità. I giovani delle barricate sanno, in fondo, di essere destinati alla sconfitta, ma scelgono comunque di salire. Il loro eroismo non produce un cambiamento immediato, ma lascia una traccia morale. Hugo non idealizza l’utopia, ne mostra piuttosto il prezzo umano. Credere in qualcosa di più grande comporta spesso la perdita, talvolta l’oblio. E tuttavia, senza questa tensione verso l’impossibile, il mondo resterebbe immobile.

È qui che il romanzo trova la sua conclusione più autentica: non in una soluzione, ma in una domanda aperta. Cosa resta di chi ha lottato, amato, creduto, senza vedere il frutto delle proprie azioni? Per Hugo, resta l’esempio, fragile e potentissimo, di un’umanità che rifiuta di ridursi a ingranaggio. I miserabili non promette redenzione collettiva, ma afferma che ogni gesto di giustizia, anche isolato, incide una crepa nel muro dell’ingiustizia. Ed è in quella crepa, minuscola e ostinata, che il romanzo continua ancora oggi a respirare.


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2 pensieri su “I Miserabili, di Victor Hugo (1862) – Recensione critica –

  1. Un’analisi veramente molto bella su uno dei libri più belli mai scritti, un’opera che mi ha sempre stupito per la sua profondità e per come tratti certi personaggi con una profondità e una tridimensionalità impressionanti, usati per parlare di certe tematiche e riflessioni molto intelligenti. Victor Hugo fu un grande genio e le sue opere hanno una forza immensa.

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