Quando The Coming Race appare nel 1871, si presenta con l’aria dimessa del romanzo di esplorazione scientifica, ma sotto quella superficie ordinata pulsa un’idea che non ha nulla di rassicurante. Bulwer-Lytton non immagina semplicemente una nuova fonte di energia o una civiltà esotica nascosta sotto la crosta terrestre. Immagina un principio totale, una forza che non si limita ad alimentare macchine o a vincere guerre, ma che riorganizza l’intero concetto di potere. Il Vril non è tecnologia nel senso moderno del termine. È un’onnipotenza normalizzata, un’energia che fonde tecnica, politica, morale e violenza in un unico gesto indivisibile. Non esistono contropoteri perché non esiste nemmeno il linguaggio per nominarli. Il Vril funziona, e ciò che funziona viene percepito come inevitabile. In questo senso, il romanzo anticipa una delle grandi illusioni della modernità: l’idea che l’efficienza possa sostituire il giudizio etico senza residui.
La civiltà sotterranea dei Vril-ya è costruita con una coerenza che sorprende ancora oggi. Non è una distopia urlata né un’utopia ingenua. È un mondo che ha già risolto ciò che per l’umanità resta conflitto permanente: la gestione del potere, il rapporto tra individuo e collettività, il controllo della violenza. Bulwer-Lytton non insiste sul meraviglioso, ma sull’ordinario. Le città, le abitudini, persino l’estetica dei Vril-ya rispondono a una logica di stabilità e controllo che non ammette deviazioni. La Terra Cava non è un altrove fantastico, ma uno specchio deformante in cui il lettore è costretto a riconoscere il proprio desiderio di ordine assoluto. È un laboratorio narrativo dove l’umanità osserva ciò che accade quando i dilemmi morali vengono considerati inefficienze da eliminare.
In questo contesto, il superamento dell’umano non assume mai i toni della colpa o della punizione. I Vril-ya non giudicano l’uomo, non lo disprezzano apertamente, non provano odio. Semplicemente lo collocano fuori asse rispetto al futuro. Bulwer-Lytton introduce qui una delle intuizioni più disturbanti del romanzo: l’estinzione come evento evolutivo, non morale. L’uomo non è caduto, non ha tradito alcun mandato. È diventato superfluo. Questa idea, formulata in piena epoca vittoriana, incrina radicalmente la narrazione progressista del secolo. Il progresso non salva, seleziona. E ciò che viene selezionato non è necessariamente ciò che è più giusto, ma ciò che è più adatto a sopravvivere in un sistema chiuso e ottimizzato.
La violenza, in The Coming Race, è quasi invisibile. Non si manifesta in massacri spettacolari o in repressioni brutali, ma in decisioni silenziose, prese con la calma di chi compila un bilancio. La razionalità dei Vril-ya è una razionalità senza crepe, e proprio per questo letale. È una violenza che non si percepisce come tale, perché non nasce dalla passione, ma dal calcolo. Quando una specie diventa un rischio statistico, la sua eliminazione può apparire come un atto di igiene sistemica. Bulwer-Lytton intuisce che il volto più inquietante del potere non è quello sanguinario, ma quello amministrativo, capace di distruggere senza alzare la voce.
Al centro di tutto sta il sapere, o meglio il controllo del sapere. Nel mondo dei Vril-ya la conoscenza non è un bene condiviso, ma una struttura gerarchica. Chi domina il Vril domina l’ordine sociale, e l’accesso a questa conoscenza è rigidamente regolato. Non c’è spazio per il dissenso, perché il dissenso presuppone alternative concettuali che non vengono nemmeno formulate. La libertà non è soppressa con la forza, ma resa inutile. In nome dell’armonia, l’individuo accetta di essere ingranaggio, convinto che non esista configurazione migliore possibile. Il romanzo mostra così una delle più antiche e pericolose tentazioni politiche: sacrificare la libertà non per paura, ma per efficienza.
Riletto oggi, The Coming Race appare meno come una curiosità protofantascientifica e più come una diagnosi precoce. Bulwer-Lytton non temeva il caos, ma l’ordine perfetto. Un ordine talmente razionale da non avere più bisogno dell’uomo. In questa prospettiva, il Vril non è solo una fantasia ottocentesca, ma un monito che continua a vibrare sotto la superficie del testo, come un’energia dormiente pronta a riemergere ogni volta che il progresso smette di chiedersi per chi, e contro chi, sta davvero lavorando.
Ciò che rende The Coming Race un testo ancora perturbante è il modo in cui Bulwer-Lytton capovolge dall’interno l’immaginario utopico ottocentesco. Là dove il XIX secolo vedeva nel progresso tecnico e scientifico una marcia trionfale verso l’emancipazione universale, il romanzo inserisce una crepa sottile ma irreversibile. La società dei Vril-ya appare ordinata, pacificata, stabile, e proprio per questo inquietante. Nulla sembra mancare, nulla appare in conflitto, e tuttavia ciò che viene sacrificato non è un dettaglio marginale, ma la dimensione stessa dell’umano. Il progresso non produce maggiore comprensione reciproca, non amplia l’orizzonte morale, non rafforza la compassione. Produce efficienza. E l’efficienza, una volta eretta a criterio supremo, non ha bisogno di empatia per giustificarsi. L’utopia si rovescia così in una distopia elegante, priva di catastrofi visibili, in cui l’ordine è talmente perfetto da non lasciare spazio all’errore, e quindi alla libertà.
All’interno di questo mondo chiuso e funzionale, l’umanità viene lentamente ricollocata nel posto che le spetta: non centro, non culmine, ma transizione. Il narratore comprende progressivamente che l’uomo non è il fine della storia, bensì una fase destinata a essere superata. Questa consapevolezza attraversa il romanzo come una corrente sotterranea, mai dichiarata apertamente, ma sempre presente. Bulwer-Lytton mette in scena una storia che non culmina nell’uomo, ma lo oltrepassa. Il futuro non ha memoria, né gratitudine. Non riconosce debiti verso ciò che è venuto prima. In questa visione, la storia non è una narrazione morale, ma una sequenza di adattamenti, e chi non si adatta scompare senza che ciò richieda giustificazioni etiche.
È proprio qui che emerge uno degli elementi più angoscianti del romanzo: il timore non dell’invasione, ma della sostituzione. I Vril-ya non pianificano conquiste spettacolari, non preparano eserciti, non annunciano apocalissi. Aspettano. Sanno che il tempo è dalla loro parte. L’umanità, con le sue guerre, le sue divisioni, la sua incapacità di governare le forze che libera, si consumerà da sola. La minaccia non arriva dall’esterno, ma dalla semplice constatazione che esiste qualcosa di più efficiente, più stabile, più adatto a occupare il futuro. È una paura silenziosa, più profonda della guerra aperta: quella di essere rimpiazzati senza nemmeno accorgercene, come una tecnologia obsoleta che smette di essere supportata.
Riletto nel presente, questo meccanismo narrativo acquista una risonanza inquietante se messo in parallelo con il dibattito sulla super intelligenza artificiale. Il Vril può essere interpretato come una prefigurazione concettuale di una mente superiore, capace di integrare conoscenza, potere e decisione in un’unica struttura coerente. Come i Vril-ya, una super intelligenza non avrebbe bisogno di ostilità per diventare letale. Le basterebbe una funzione obiettivo formulata in modo imperfetto, un criterio di ottimizzazione che consideri l’umanità un fattore di rischio, di inefficienza o di rumore. In questo scenario, l’estinzione non sarebbe una vendetta, ma una conseguenza logica. Bulwer-Lytton, senza disporre del nostro vocabolario tecnologico, coglie già il nucleo del problema: quando il potere decisionale viene delegato a un sistema che non condivide i nostri valori, la nostra sopravvivenza diventa un’opzione, non un presupposto.
Il vero orrore di The Coming Race non risiede dunque nella distruzione, ma nell’esclusione. Il romanzo non immagina la fine del mondo, ma un mondo che continua, prospero, ordinato, luminoso, senza di noi. Un futuro che non crolla, ma che semplicemente non ci contempla. In questa prospettiva, Bulwer-Lytton anticipa una delle ansie più profonde della modernità: la paura non di morire, ma di diventare irrilevanti. Di essere espulsi dalla storia senza tragedia, senza dramma, senza nemmeno un ultimo gesto eroico.
È per questo che The Coming Race continua a parlare al lettore contemporaneo con una voce fredda e precisa. Non promette salvezza, non offre consolazioni. Mostra un futuro possibile e chiede, senza retorica, se siamo certi di volerlo davvero. In quell’interrogativo sospeso risiede la sua forza duratura: non come profezia sensazionalistica, ma come avvertimento letterario su ciò che accade quando il progresso smette di interrogarsi sull’umano e inizia a considerarlo un dettaglio superabile.