Nel saggio Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, Gianni Oliva costruisce un’operazione storiografica che va ben oltre la semplice ricostruzione dei fatti. Il cuore dell’opera, già dichiarato nel titolo, è il tema della negazione, intesa non come distrazione o ignoranza casuale, ma come rimozione strutturale, sedimentata nel tempo, alimentata da convenienze politiche, equilibri internazionali e imbarazzi ideologici. Le foibe non sono state solo una tragedia umana, ma anche una ferita della memoria nazionale, tenuta a lungo sotto una coltre di silenzio che ha agito come una seconda violenza, meno visibile ma non meno efficace. Oliva mostra come, per decenni, la vicenda sia rimasta ai margini del discorso pubblico italiano, schiacciata tra il timore di incrinare il mito fondativo della Resistenza e la necessità, nel contesto della Guerra fredda, di non disturbare i rapporti con la Jugoslavia di Tito. La negazione, in questo senso, non è stata una dimenticanza, ma una scelta.
Il libro si muove poi su un piano geografico che è al tempo stesso storico e simbolico. Venezia Giulia e Istria non vengono trattate come periferie marginali, ma come un vero laboratorio estremo di conflitti identitari. In queste terre di confine, l’appartenenza nazionale non è mai stata un dato stabile, bensì un campo di tensione permanente. Lingua, scuola, toponomastica, culto religioso diventano strumenti di affermazione politica, marcatori di un “noi” e di un “loro” continuamente ridefiniti. Oliva restituisce con chiarezza la complessità di un territorio in cui l’identità non è mai neutra e in cui ogni mutamento di potere produce una ridefinizione forzata delle appartenenze. In questo contesto, la violenza non esplode come un evento eccezionale, ma come una possibilità sempre latente, pronta a manifestarsi quando il quadro politico lo consente.
Fondamentale, nella costruzione dell’argomentazione, è la scelta di non far iniziare la storia nel 1943. Oliva insiste sugli antecedenti, sulle politiche di snazionalizzazione attuate dal fascismo di confine, sulla repressione culturale e linguistica nei confronti delle comunità slovene e croate, sulla chiusura delle scuole, sull’italianizzazione forzata dei nomi, sull’uso sistematico della violenza simbolica e amministrativa. Questo non serve a giustificare ciò che accadrà dopo, ma a spiegare come si sia formato un terreno di rancore, paura e desiderio di rivalsa. Il fascismo di confine appare così come un fattore decisivo nella radicalizzazione dei rapporti etnici, un detonatore lento che prepara il terreno a una violenza successiva, più brutale e definitiva.
Uno dei passaggi più delicati del libro è la distinzione, mai semplice, tra guerra, vendetta ed epurazione. Oliva rifiuta sia la lettura che riduce le foibe a un’esplosione incontrollata di brutalità, sia quella che le banalizza come un regolamento di conti interno alla lotta partigiana. Le foibe vengono invece inquadrate come un atto di violenza politica e nazionale, inserito in un progetto di controllo del territorio e di ridefinizione etnica. Non follia improvvisa, dunque, ma neppure semplice giustizia sommaria: piuttosto una pratica di eliminazione selettiva, che colpisce non solo i responsabili del regime fascista, ma anche civili percepiti come ostacoli alla nuova sovranità. In questa zona grigia, Oliva esercita una scrittura misurata, che distingue senza assolvere e che cerca di comprendere senza indulgere.
Il quadro si completa con l’analisi delle responsabilità jugoslave e del silenzio internazionale che seguì la fine della guerra. Il ruolo dei partigiani di Tito viene affrontato senza ambiguità, ma sempre collocato nel contesto geopolitico del dopoguerra. L’Occidente, impegnato a costruire nuovi equilibri e a contenere l’espansione sovietica, preferì chiudere gli occhi. La Jugoslavia, utile come stato cuscinetto e come interlocutore non allineato, divenne un partner da non disturbare con questioni scomode. In questo scenario, le vittime delle foibe risultarono doppiamente sconfitte: prima dalla violenza, poi dall’oblio diplomatico. Oliva mostra come la storia, quando entra nel campo delle relazioni internazionali, venga spesso piegata a esigenze di opportunità, sacrificando la verità sull’altare della stabilità.
In questa prima parte del suo percorso, il libro si impone quindi non solo come un’indagine sul passato, ma come una riflessione più ampia sul rapporto tra storia, politica e memoria. Le foibe, nella lettura di Oliva, diventano un caso esemplare di come una nazione scelga cosa ricordare e cosa tacere, e di come il silenzio, lungi dall’essere neutro, finisca per modellare a lungo la coscienza collettiva.
Uno degli aspetti più convincenti di Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria è la restituzione di centralità alle vittime. Gianni Oliva rifiuta con decisione l’idea che le persone finite nelle foibe possano essere archiviate come “effetti collaterali” di una transizione violenta. Nel suo racconto emergono volti, ruoli, vite concrete: funzionari amministrativi, sacerdoti, insegnanti, operai, donne e uomini che spesso non avevano avuto alcun ruolo diretto nel regime fascista. Questa scelta narrativa e storiografica è tutt’altro che neutra. Sottraendo le vittime alla statistica e alla propaganda, Oliva compie un atto di responsabilità civile: mostra come la violenza colpisca prima di tutto individui, non categorie astratte. La storia, qui, non è un elenco di colpe collettive, ma un mosaico di biografie spezzate, ciascuna portatrice di una tragedia irriducibile a slogan.
La stessa logica guida l’analisi del legame tra foibe ed esodo giuliano-dalmata. Il libro rifiuta la tentazione di trattare le due vicende come episodi separati o semplicemente contigui nel tempo. Al contrario, Oliva dimostra come stragi ed esodo facciano parte di un unico processo storico: uno svuotamento progressivo, insieme fisico e simbolico, di un’intera presenza culturale. Le foibe rappresentano il momento della violenza estrema, l’esodo quello della paura che si fa scelta obbligata. Chi parte non fugge solo da ciò che è accaduto, ma da ciò che potrebbe ancora accadere. In questa prospettiva, l’abbandono di case, terre, chiese e cimiteri non appare come una migrazione spontanea, bensì come la conseguenza di un clima di intimidazione strutturale. L’identità italiana di quelle terre non viene solo repressa: viene svuotata, cancellata, resa impraticabile.
Particolarmente equilibrata è la gestione del problema dei numeri, terreno scivoloso e spesso avvelenato nel dibattito pubblico. Oliva affronta le cifre con prudenza metodologica, evitando tanto il riduzionismo quanto l’iperbole. Non minimizza la portata della tragedia, ma rifiuta l’uso dei numeri come arma ideologica. Le stime vengono presentate come tali, con tutte le incertezze che una ricerca storica su eventi caotici e spesso mal documentati comporta. In questo modo, il dato quantitativo non diventa il fine del discorso, ma uno strumento al servizio della comprensione. Il messaggio implicito è chiaro: la gravità morale di una strage non dipende dalla competizione aritmetica, ma dalla natura della violenza esercitata e dal contesto in cui essa si inserisce.
Il libro si colloca così pienamente nel nodo cruciale tra storiografia, memoria e uso pubblico della storia. Oliva è consapevole che scrivere delle foibe significa intervenire in un campo ancora carico di tensioni ideologiche. Il suo lavoro non si limita a ricostruire i fatti, ma interroga il modo in cui quei fatti sono stati raccontati, taciuti o strumentalizzati. La storia diventa memoria collettiva solo attraverso una selezione, e quella selezione può essere guidata dalla ricerca o dalla convenienza politica. In questo senso, il saggio si propone come antidoto sia alla rimozione sia alla retorica, opponendo al mito una narrazione documentata, e al silenzio una parola misurata.
È proprio questa misura a conferire al libro un valore civile che va oltre il contesto in cui è stato scritto. In un tempo segnato da polarizzazioni identitarie e da un uso sempre più aggressivo del passato come arma politica, l’opera di Oliva resta necessaria perché mostra un altro modo di fare storia: rigoroso senza essere freddo, empatico senza essere fazioso. Leggere oggi Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria significa confrontarsi con una pagina scomoda della storia nazionale senza cercare assoluzioni facili né colpe universali. Significa accettare che la memoria, per essere davvero condivisa, debba passare attraverso la complessità e il riconoscimento del dolore altrui. In questo senso, il libro non chiede adesioni ideologiche, ma attenzione, responsabilità e, soprattutto, onestà intellettuale.
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