La dottrina segreta, di Helena Petrovna Blavatsky (1888) – Recensione critica –

C’è un tipo di libro che non entra nella stanza in punta di piedi: spalanca la porta, porta con sé un odore di incenso e tipografia ottocentesca, e pretende che tu lo consideri non come un oggetto da lettura, ma come un continente. La dottrina segreta di Helena P. Blavatsky appartiene a questa specie. Non è un romanzo, non è un trattato nel senso accademico, non è nemmeno un semplice manifesto spirituale: è la costruzione deliberata di un mondo. E come ogni mondo, vive di un atto originario, di un mito fondativo che decide tutto ciò che verrà dopo: l’idea che dietro le religioni, le filosofie, i sistemi simbolici e le cosmologie della storia umana esista una “sapienza primordiale”, una sorgente unica e più antica di ogni tradizione che oggi crediamo separata.

È qui che Blavatsky gioca la sua partita più audace e, insieme, più rivelatrice. Non perché fornisca prove nel senso che la filologia o la storiografia potrebbero accettare, ma perché compone una struttura mitica dotata di una forza narrativa straordinaria. La “sapienza primordiale” è un architrave: regge l’intero edificio teosofico e orienta lo sguardo del lettore verso un’immagine seducente dell’umanità, quella di una specie che non inventa i propri simboli, ma li ricorda; non procede per scoperte, ma per riemersioni; non costruisce, bensì riporta alla luce. È un ribaltamento magnetico: ciò che appare nuovo diventa residuo, ciò che appare antico diventa frammento di un’antichità ancora più profonda. E, sul piano letterario, è un’operazione potentissima: trasforma il sapere in epopea, la comparazione religiosa in un romanzo senza personaggi, la storia delle idee in una genealogia sacra.

Il prezzo di questa seduzione è evidente: la sapienza primordiale non è presentata come ipotesi da verificare, ma come orizzonte da accettare. Blavatsky non chiede tanto di essere confutata quanto di essere seguita, e lo fa con la logica dell’iniziazione: “se non vedi l’unità, è perché non possiedi ancora la chiave”. In un articolo di critica letteraria, questo è un punto decisivo: l’opera non si limita a proporre contenuti, ma fabbrica un tipo di lettore. Lo seleziona, lo provoca, lo plasma. Lo invita a sentirsi parte di una minoranza che intravede ciò che gli altri chiamano mito e che qui viene rivendicato come struttura segreta del reale.

Dentro questo dispositivo, le Stanze di Dzyan svolgono un ruolo simile a quello che nei testi rivelati ha la pietra d’inciampo: un nucleo che non si può spostare senza far crollare tutto. Sono presentate come una fonte arcaica, anteriore alle grandi tradizioni, e al tempo stesso come un testo-poema da commentare, glossa dopo glossa, come se Blavatsky fosse insieme profeta e esegeta. La domanda “testo sacro o dispositivo narrativo?” qui non è un gioco da salotto: è la chiave critica. Perché, al di là della discussione sull’autenticità, le Stanze funzionano come un congegno letterario impeccabile: creano un’origine, e dove c’è un’origine c’è autorità. Mettono in scena l’idea stessa di rivelazione, ma la rivelazione non è cristiana, non è islamica, non è biblica: è un Vangelo gnostico senza Chiesa, una scrittura che circola per vie oblique, sotterranee, “custodita” da maestri invisibili. È un teatro dell’antico che dà all’opera un’aura da manoscritto ritrovato, una patina che è già racconto.

Eppure, proprio questa patina è ambigua, forse volutamente. Le Stanze non sono mai davvero offerte come documento freddo: sono un testo che vive nell’interpretazione, che esiste perché c’è un commento che lo dilata, lo collega, lo “spiega” fino a farlo diventare universo. In tal senso, La dottrina segreta è anche un’opera sul commentare: un libro in cui l’interpretazione non segue il testo, ma lo genera. Questo rovesciamento è tipico di molte tradizioni esoteriche: il segreto non sta nel contenuto, sta nell’atto di leggere in un certo modo. Blavatsky, con un gesto che è insieme mistico e letterario, costruisce la fonte per costruire il mondo, e poi costruisce il mondo per dimostrare che la fonte era necessaria.

Da qui discende la terza grande colonna: la cosmogenesi ciclica. L’universo di Blavatsky non è una macchina avviata una volta per sempre da un gesto creatore lineare, né un racconto che va dall’inizio alla fine come una freccia. È piuttosto un respiro. L’essere pulsa, si espande e si ritrae, entra in manifestazione e ne esce, come se la creazione fosse un ritmo cosmico più che un evento unico. Questo è un attacco frontale non solo alla teologia della creazione “una volta per tutte”, ma anche alla mentalità progressiva del positivismo ottocentesco, che immagina la storia come accumulo continuo. Nella prospettiva ciclica, il progresso è un equivoco: ciò che sale deve scendere, ciò che appare inedito è ritorno in altra forma, ciò che sembra fine è soltanto pausa.

Sul piano dell’immaginario, questa ciclicità produce un effetto quasi vertiginoso: rende l’universo immenso senza renderlo “nuovo”. E introduce un sentimento del tempo che, oggi, suona sorprendentemente moderno: non l’ottimismo lineare, ma la ripetizione con differenze, l’eterno ritorno non come slogan filosofico, bensì come ossatura narrativa del cosmo. È anche il punto in cui l’opera, pur parlando la lingua dell’occulto, entra in risonanza con alcune inquietudini contemporanee: la sensazione che la storia non proceda per linee rette, ma per ricorsioni, crisi, cicli di distruzione e rifondazione. Leggere Blavatsky qui significa vedere un Ottocento che non è soltanto fiducia nel progresso, ma anche paura della modernità e bisogno di un tempo più grande, più antico, che metta al riparo dalla fragilità del presente.

In questa cosmologia che respira, l’opposizione tra spirito e materia perde il suo carattere di guerra civile. Blavatsky dissolve il dualismo come se lo considerasse una semplificazione da catechismo, un’illusione utile ai moralismi ma incapace di spiegare il mondo. La materia non è l’ombra dello spirito, lo spirito non è l’antitesi della materia: entrambi diventano fasi, densità, stati di un’unica sostanza in trasformazione. Qui l’esoterismo smette di essere semplice “mistero” e diventa ontologia: una filosofia dell’essere che tenta, a modo suo, un monismo sacro, una continuità radicale.

È anche il luogo in cui Blavatsky prova un dialogo spregiudicato con il lessico scientifico del suo tempo. Non nel senso di una scienza rigorosa, ma come appropriazione di un’aura: la scienza come vocabolario prestigioso da innestare sull’occulto per dargli l’impressione di una dimostrazione. Questo aspetto è criticabile, e va detto con chiarezza, ma è anche narrativamente significativo: La dottrina segreta è figlia di un’epoca in cui la scienza è una nuova teologia, e Blavatsky vuole una teologia alternativa che non rinunci alla potenza dell’autorità moderna. Così l’opera si muove su un confine continuo: seduce il lettore spirituale promettendogli una metafisica, e seduce il lettore moderno promettendogli un sistema “razionale” o almeno sistematico. È una diplomazia del mistero.

E poi si arriva al nodo che nessuna recensione onesta può eludere: l’antropogenesi e il tema delle razze-radice. Qui l’opera smette di essere soltanto vertigine cosmica e diventa terreno scivoloso. Da un lato, Blavatsky usa “razza” in un senso che vuole essere spirituale ed evolutivo, un lessico di epoche, livelli di coscienza, cicli dell’umanità più che categorie biologiche. Dall’altro, però, il testo nasce in un clima culturale impregnato di tassonomie, gerarchie, fantasie pseudoscientifiche e ideologie coloniali. E il rischio, spesso il fatto, è che il simbolismo venga letto, o finisca per suonare, come legittimazione di differenze gerarchiche tra gruppi umani.

La critica qui deve tenere due fili senza spezzarne nessuno. Primo: riconoscere che nel libro c’è un impianto mitico che parla per allegorie cosmiche, non per statistiche e misurazioni; e che molte pagine vanno comprese come costruzioni simboliche, non come biologia. Secondo: riconoscere che i testi non vivono nel vuoto, e che certe formulazioni, certe immagini, certe suggestioni non sono innocue, soprattutto quando vengono staccate dal loro contesto e usate come carburante ideologico. La storia dell’esoterismo novecentesco dimostra quanto facilmente alcune idee possano essere semplificate e piegate. In La dottrina segreta questa ambivalenza è parte della sua eredità: è un libro che apre porte, ma non controlla chi entra e cosa ci porta fuori.

Proprio per questo, la grandezza e il problema dell’opera coincidono: Blavatsky scrive un mito totale. E i miti totali non si limitano a “dire”: organizzano, selezionano, gerarchizzano, dispongono il reale in un ordine che appare naturale a chi vi crede. La responsabilità del recensore, qui, è duplice: rendere conto del fascino e del potere immaginativo del testo, e insieme segnalare le fratture, le opacità, le zone d’ombra. Non per condannare con la soddisfazione di chi è nato dopo e quindi si crede immune, ma per leggere con lucidità: quella che un libro così pretende, perché lui, in fondo, lucidità la pretende da te. Anche quando ti sta ipnotizzando.

Se vuoi, nel prossimo blocco posso proseguire tenendo lo stesso tono e sviluppando gli altri temi (e poi arrivare a una valutazione complessiva: che cosa resta oggi di La dottrina segreta come oggetto letterario e culturale, non solo “esoterico”).

Se Darwin resta sullo sfondo come un’ombra ingombrante ma inevitabile, Blavatsky sceglie deliberatamente di non combatterlo sul suo terreno. La dottrina segreta non nega l’evoluzione biologica in senso stretto, ma la considera insufficiente, quasi un effetto collaterale di un processo più profondo e decisivo: l’evoluzione della coscienza. In questo senso, il darwinismo diventa per lei una teoria parziale, valida per descrivere i mutamenti della forma, ma muta di fronte al problema del significato. L’uomo, nella prospettiva teosofica, non è soltanto il risultato di adattamenti successivi, ma il teatro di una trasformazione interiore che attraversa epoche, civiltà, cicli cosmici. L’evoluzione non procede solo dal semplice al complesso, ma dall’inconsapevole al consapevole, dall’opaco al luminoso. È una linea che non si misura in fossili, ma in stati dell’essere.

Questo spostamento dell’asse evolutivo è uno dei punti in cui Blavatsky si rivela più distante sia dal positivismo che dal materialismo ottocentesco. Dove Charles Darwin aveva descritto un mondo governato da variazioni e selezione, La dottrina segreta introduce una teleologia implicita, un’idea di sviluppo orientato che non ha bisogno di un Dio creatore esterno, ma di una legge interna al cosmo. È una visione che oggi può apparire ingenua o metafisicamente sospetta, ma che, sul piano letterario e simbolico, restituisce all’essere umano una centralità drammatica: l’uomo non è un accidente ben riuscito, ma un progetto in corso. E questo progetto non riguarda ciò che egli è, bensì ciò che può diventare.

A sostenere questa visione concorrono le molte tradizioni che Blavatsky convoca in un sincretismo tanto audace quanto fragile. Oriente e Occidente vengono fusi senza chiedere permesso ai filologi, e spesso senza preoccuparsi troppo delle incongruenze. Induismo, buddhismo, cabala ebraica, gnosticismo cristiano, neoplatonismo tardoantico: tutto confluisce in un unico grande fiume simbolico. Il risultato è un mosaico vertiginoso, capace di affascinare proprio perché rifiuta la compartimentazione. Le dottrine non sono presentate come sistemi chiusi, ma come dialetti di una lingua più antica, frammenti di una grammatica sacra dispersa nel tempo.

Qui si manifesta una delle ambivalenze più evidenti dell’opera. Da un lato, questo sincretismo produce una sensazione di vastità, di respiro planetario, che pochi testi ottocenteschi possiedono. La dottrina segreta sembra parlare da un punto che non appartiene a nessuna civiltà in particolare, e proprio per questo le attraversa tutte. Dall’altro lato, la libertà con cui Blavatsky accosta concetti, simboli e tradizioni genera un’impressione di instabilità: il lettore più attento non può fare a meno di notare forzature, sovrapposizioni arbitrarie, analogie che funzionano più per suggestione che per rigore. Ma forse è proprio qui che va colto il senso profondo dell’operazione: non costruire una storia delle religioni, bensì un mito unitario delle religioni. Non spiegare, ma ricomporre.

A rendere questo mosaico ancora più selettivo interviene lo stile. Il linguaggio di La dottrina segreta non è oscuro per distrazione o incapacità comunicativa. È oscuro per vocazione. La prosa è stratificata, densa di rimandi, note, citazioni, digressioni, come se il testo volesse continuamente ricordare al lettore che non esiste una via rapida. La difficoltà diventa una barriera iniziatica: chi resta fuori è colui che cerca chiarezza immediata; chi resta dentro accetta la lentezza, l’opacità, persino lo smarrimento. In questo senso, il libro non si limita a parlare di iniziazione: la pratica formalmente. Leggerlo significa sottoporsi a una prova di resistenza intellettuale e simbolica.

Dal punto di vista letterario, questa scelta è radicale. Blavatsky rinuncia alla seduzione della chiarezza per costruire un testo che funziona come un labirinto. Ogni capitolo promette una rivelazione, ma la rivelazione è sempre rinviata, differita, mediata da un commento ulteriore. È una strategia che può esasperare, ma che contribuisce a creare quell’aura di profondità che ha garantito all’opera una longevità altrimenti inspiegabile. La difficoltà non è solo un ostacolo: è parte integrante del fascino.

E proprio questo fascino spiega l’influenza culturale esercitata da La dottrina segreta ben oltre l’ambito teosofico. Più che per ciò che afferma in modo puntuale, il libro è importante per ciò che ha generato. Ha fornito un lessico, un immaginario, una postura mentale a intere correnti dell’occultismo moderno; ha alimentato riletture simboliste, visioni artistiche, sperimentazioni spirituali. Molte idee che attraversano il Novecento esoterico, e persino certe declinazioni della narrativa fantastica e della poesia simbolista, devono qualcosa a questa gigantesca opera-madre. Spesso in forma semplificata, talvolta distorta, ma sempre riconoscibile nella tensione verso un “oltre” che non è trascendenza pura, bensì profondità nascosta del reale.

Naturalmente, questa eredità non è stata priva di derive. La semplificazione ha trasformato strutture complesse in slogan spirituali; il mito unitario è diventato, in alcuni casi, una giustificazione per visioni dogmatiche o settarie. Ma anche questo fa parte della storia di un libro che non si è mai limitato a essere letto: è stato usato, reinterpretato, piegato a esigenze diverse. In questo senso, La dottrina segreta assomiglia più a una fonte mitologica che a un’opera teorica: ciò che conta non è l’ortodossia dell’interpretazione, ma la capacità di generare narrazioni.

Resta allora l’ultima domanda, forse la più scomoda: che cosa è oggi La dottrina segreta? Un testo vivo o una reliquia esoterica? La risposta, probabilmente, sta nel modo in cui la si affronta. Letta come rivelazione, rischia di diventare un monumento chiuso, un oggetto di fede più che di pensiero. Letta come documento storico, perde parte della sua forza simbolica. Ma letta come opera culturale, come costruzione mitica consapevole, come grande narrazione alternativa della modernità, conserva una sorprendente vitalità. Non chiede adesione, ma attenzione; non chiede di essere creduta, ma compresa nel suo gesto radicale.

In questo senso, La dottrina segreta non è un libro da “accettare” o da “rifiutare”. È un libro da attraversare, con spirito critico e immaginazione vigile, sapendo che ciò che offre non è una verità definitiva, ma una forma potente di pensiero simbolico. Forse è proprio questa la sua eredità più duratura: ricordare alla letteratura e alla filosofia che, anche nell’epoca della ragione trionfante, il mito non smette mai di lavorare sotto la superficie, chiedendo non obbedienza, ma ascolto.


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