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Il 17 marzo 1943 era una mattina fredda e limpida sulle colline del Piacentino. L’inverno non voleva ancora arrendersi e il vento che scendeva dalla Val Tidone portava con sé un odore di terra bagnata e di legna bruciata. Nella piccola caserma dei carabinieri il maresciallo Melchiade Maffeo stava terminando il caffè quando il telefono squillò con un trillo secco che risuonò nel corridoio come un ordine.
La comunicazione arrivava dal podestà del paese. Una donna era stata trovata morta in un castello abbandonato poco fuori dall’abitato, su una collina che dominava la valle. Il corpo era stato scoperto da due contadini che erano entrati nel maniero in cerca di legna da ardere. Le prime voci correvano già di casa in casa, di stalla in stalla, come succedeva sempre nei paesi piccoli. Qualcuno parlava di violenza, qualcun altro di vendetta politica. Ma la spiegazione che sembrava trovare più consenso era una sola: un delitto partigiano.
In quei mesi bastava poco perché ogni morte venisse attribuita alla guerra che ormai si infilava ovunque, nei campi, nelle osterie, nelle famiglie.
Il maresciallo ascoltò senza interrompere. Annuiva ogni tanto, anche se dall’altra parte del filo nessuno poteva vederlo. Quando riattaccò rimase qualche secondo immobile, con la cornetta ancora in mano.
Un cadavere in un castello.
Non era il genere di faccenda che gli piaceva.
Si alzò lentamente dalla sedia e si infilò il cappotto. Poi uscì nel corridoio e chiamò:
«Rufina!»
Il brigadiere Rubiano Rufina comparve dalla stanza accanto con un fascicolo sotto il braccio. Era un uomo più giovane del maresciallo di quasi quindici anni, alto e magro, con l’aria distratta di chi pensa spesso ad altro.
«Mi avete chiamato, maresciallo?»
«Abbiamo un morto.»
Rufina aggrottò le sopracciglia.
«Dove?»
«In un castello.»
Il brigadiere rimase in silenzio per un istante, come se stesse immaginando la scena.
«Un castello?» ripeté.
«Sì. Sulle colline sopra il paese.» Il maresciallo prese il berretto dalla scrivania. «Pare sia una donna. L’hanno trovata due contadini.»
Rufina annuì lentamente.
«E cosa c’entro io?»
Il maresciallo lo guardò con una smorfia che voleva essere un sorriso.
«Ho sentito dire che quel castello è pieno di affreschi, mosaici, simboli religiosi. Tutte quelle cose che piacciono a voi.»
Il brigadiere capì subito dove voleva andare a parare.
«Pensate che possano servirci?»
«Io penso,» disse il maresciallo, «che se nel rapporto scrivo che il brigadiere Rufina ha esaminato il patrimonio artistico dell’edificio, il comando provinciale sarà molto soddisfatto.»
Rufina sospirò.
«Capisco.»
In realtà non gli dispiaceva affatto. Aveva sempre avuto una curiosità quasi ossessiva per l’arte antica, per i simboli nascosti nelle chiese e nei palazzi medievali. In caserma lo prendevano spesso in giro per questa sua passione.
Inoltre, tra poche ore sarebbe partito per tre giorni di licenza.
Se la faccenda si fosse risolta in fretta, sarebbe riuscito a partire lo stesso.
«Allora andiamo,» disse.
Uscirono nel cortile dove li aspettava la vecchia Balilla della caserma. Il maresciallo guidava con la calma metodica di chi ha passato metà della vita su strade di campagna. Il motore borbottava mentre la macchina lasciava il paese e cominciava a salire tra i campi ancora spogli.
Per qualche minuto nessuno dei due parlò.
Poi Rufina disse: «Dicono che sia un delitto partigiano.»
Il maresciallo fece un gesto vago con la mano.
«In questi tempi ogni cosa diventa un delitto partigiano.»
«Non credete che possa esserlo?»
«Può essere qualunque cosa,» rispose il maresciallo. «Una vendetta, una lite, un regolamento di conti. La guerra è solo la scusa.»
Rufina guardava il paesaggio scorrere oltre il finestrino.
«Una donna uccisa in un castello è comunque una storia strana.»
Il maresciallo sbuffò.
«Strana o no, qualcuno l’ha ammazzata. E qualcuno dovrà risponderne.»
Rufina sorrise leggermente.
«Sempre molto poetico, maresciallo.»
«Io non faccio il poeta,» replicò Maffeo. «Io faccio il carabiniere.»
Il brigadiere non rispose. Stava pensando alla licenza. Tre giorni lontano dalla caserma, lontano dalle carte e dalle denunce, lontano dalle piccole miserie della provincia. Tre giorni che adesso rischiavano di saltare.
Il maresciallo invece pensava ad altro. Un caso complicato, magari con implicazioni politiche, poteva attirare l’attenzione del comando provinciale. E l’attenzione del comando provinciale poteva aprire qualche porta.
La strada si fece più stretta mentre la Balilla cominciava a salire tra i filari di vigneti. Dopo l’ultima curva il castello apparve davanti a loro.
Sorgeva su uno sperone di collina, isolato da ogni altra costruzione. Le mura di pietra grigia emergevano dagli alberi spogli come i resti di una fortezza dimenticata.
Rufina si sporse leggermente in avanti.
«Non me l’aspettavo così.»
Il maresciallo rallentò.
Il maniero aveva qualcosa di insolito. Non era solo una rocca militare, ma nemmeno una semplice dimora nobiliare. L’architettura sembrava il risultato di epoche diverse sovrapposte senza ordine apparente.
La macchina si fermò davanti al portone principale.
Scendendo, Rufina alzò subito lo sguardo verso il timpano sopra l’ingresso.
«Guardate.»
Il maresciallo seguì la direzione del suo dito.
Nel muro era incastonato un triangolo equilatero circondato da fiamme rosse, al centro del quale era raffigurato un occhio.
«L’occhio che tutto vede,» mormorò Rufina.
«E allora?» disse il maresciallo.
«È un simbolo antico. Molto antico.»
«A me sembra solo un occhio.»
Rufina non replicò. Si era accorto di un altro dettaglio.
Sullo stipite destro del portone era incisa una croce patente.
Il brigadiere passò lentamente la mano sulla pietra.
«Templari?» disse a bassa voce.
«Siete già partito con le vostre fantasie?» sbuffò il maresciallo.
Entrarono.
L’interno del castello era più grande di quanto sembrasse dall’esterno. Il salone principale occupava quasi tutto il pian terreno. Lì dentro il tempo sembrava essersi fermato.
Il pavimento era coperto da un grande mosaico medievale composto da tessere bianche e nere con inserti colorati. Raffigurava animali reali e fantastici: leoni, cervi, uccelli, serpenti intrecciati tra figure che Rufina non riusciva subito a riconoscere.
Camminò lentamente, seguendo le linee del disegno.
Il maresciallo invece si limitò a dare un’occhiata distratta.
«È qui che hanno trovato il cadavere?»
«No,» rispose Rufina. «In cantina, mi pare di aver capito.»
Il brigadiere si fermò all’improvviso.
C’era una zona del mosaico che appariva chiaramente danneggiata. Le tessere erano state spostate, alcune mancavano, altre erano state ricollocate senza seguire il disegno originale.
Rufina si chinò.
Tra le tessere superstiti si vedevano chiaramente alcune lettere.
R
O
T
A
S
Il brigadiere rimase immobile per qualche secondo.
«Che avete trovato?» chiese il maresciallo.
Rufina non rispose subito. Prese il taccuino dalla tasca del cappotto e tracciò rapidamente cinque righe e cinque colonne.
Poi scrisse:
SATOR
AREPO
TENET
OPERA
ROTAS
Il maresciallo guardò il foglio.
«E questo cosa sarebbe?»
«Il quadrato magico del Sator.»
«Mai sentito.»
«È una frase palindroma latina. Si legge in tutte le direzioni.»
Il maresciallo scrollò le spalle.
«Molto interessante. Ma non vedo cosa c’entri con una donna morta.»
Rufina rimase in silenzio. Stava osservando la disposizione delle figure nel mosaico. Più lo guardava, più aveva l’impressione che il disegno non fosse puramente decorativo. Sembrava piuttosto una struttura geometrica.
Una struttura che convergeva verso il punto in cui il mosaico era stato distrutto.
Il brigadiere si rialzò lentamente.
«Maresciallo.»
«Sì?»
«Questo mosaico non è solo un mosaico.»
«E cos’è allora?»
Rufina indicò il punto danneggiato.
«Credo che sia una mappa.»
Rufina si chinò di nuovo, questa volta non sulle lettere, ma sugli spigoli del quadrato che le conteneva. Notò che le tessere recavano piccole incisioni, sottili come graffi: una serie di tacche appena percettibili che correvano dal riquadro danneggiato verso il margine del salone, come linee di puntamento. Seguendole con lo sguardo arrivavano a cinque punti precisi: due vicino al camino, uno accanto a una colonna, uno sotto una finestra murata e l’ultimo proprio davanti alla porta che conduceva ai sotterranei.
«Non è una mappa disegnata,» disse a bassa voce. «È un tracciato. Le lettere non indicano un significato: indicano una posizione. “ROTAS” è l’istruzione, non la frase.»
Il maresciallo aggrottò la fronte. «Che istruzione?»
Rufina indicò la S finale, ruotata nel mosaico. «Questa non è messa storta per caso. È un segno. Come a dire: “gira”, “spingi”, “ruota”. Se in cantina troviamo cinque punti corrispondenti, è probabile che uno di quelli sia un comando, un grilletto nascosto.»
Il maresciallo sospirò.
«Allora scendiamo a vedere questa cantina.»
Trovarono l’accesso dietro una porta bassa nel corridoio laterale. Una scala di pietra scendeva nel ventre della collina con gradini consumati dal tempo. L’aria si fece subito più fredda e umida.
La cantina era un ambiente lungo e stretto, illuminato solo dalla luce della torcia elettrica del maresciallo. Le pareti di sasso trasudavano acqua e l’odore di muffa si mescolava a quello più acre del sangue secco.
Rufina non guardò subito il corpo. Prima alzò la torcia verso i muri, cercando gli stessi “punti” che aveva visto sopra nel mosaico. E li trovò: in cinque angoli della cantina, a distanze irregolari, alcune pietre erano diverse dalle altre. Non più scure o più chiare, ma lavorate in modo differente: una aveva un taglio più netto, un’altra era leggermente sporgente, una terza mostrava una sottile incisione a forma di linea.
«Eccoli,» mormorò. «Cinque. Come sopra.»
Il maresciallo lo guardò male. «Vi prego, brigadiere. Non ditemi che anche qui leggete le pietre come un libro.»
«Non le leggo. Le confronto.»
Il corpo della ragazza era lì.
Rannicchiato contro il pavimento come se avesse cercato di proteggersi fino all’ultimo istante. Era distesa su un fianco in posizione fetale. I capelli scuri erano incollati al viso da una macchia scura che si era allargata sul pavimento. Il vestito era strappato e una delle scarpe mancava.
Rufina si avvicinò lentamente.
Non era la prima volta che vedeva un cadavere, ma qualcosa in quella scena gli trasmise un senso di inquietudine più profondo del solito.
Forse era la posizione del corpo.
Forse il silenzio della cantina.
Forse il pensiero del mosaico proprio sopra le loro teste.
Il maresciallo illuminò il pavimento.
«Ha lottato,» disse.
Sotto le unghie della ragazza si vedevano tracce di pelle secca e sangue rappreso. Le dita erano rigide, contratte in una presa disperata.
Poco distante giaceva un oggetto metallico.
Il maresciallo lo raccolse.
Era la maniglia spezzata di una porta.
«Ha cercato di scappare,» disse.
Rufina non rispose. Stava osservando la disposizione dello spazio.
Il corpo si trovava quasi esattamente al centro della cantina.
E se la sua intuizione era giusta, quel punto corrispondeva perfettamente al centro simbolico del mosaico del salone.
Il brigadiere sollevò lo sguardo verso il soffitto di pietra.
«Non è un caso,» mormorò.
«Cosa?» chiese il maresciallo.
«Il punto dove è stata lasciata.»
Il maresciallo lo fissò.
«Pensate che qualcuno abbia consultato la vostra mappa per scegliere il posto dove buttare un cadavere?»
Rufina non rispose. Stava già camminando verso il fondo della cantina.
Là dove un corridoio stretto si trasformava in una galleria scavata nella collina.
Il passaggio terminava contro un muro di pietre e mattoni.
Il maresciallo lo raggiunse.
«Eccolo.»
La torcia illuminò la parete irregolare.
«Un muro di chiusura,» disse. «Probabilmente una vecchia via di fuga.»
Rufina osservò la muratura con attenzione.
Le pietre erano umide. La malta ingiallita sembrava molto antica.
Stava per voltarsi quando un suono lo fece irrigidire.
Un colpo sordo.
Metallico.
Poi di nuovo.
Un rimbombo lontano che sembrava provenire dall’interno della parete.
Il maresciallo si immobilizzò.
«Avete sentito?»
Il suono arrivò una terza volta.
Un rintocco grave, smorzato, come quello di una campana difettosa.
Rufina si avvicinò lentamente al muro. Appoggiò la mano sulle pietre.
Il suono cessò.
Il brigadiere picchiettò con le nocche.
Il rumore che ne uscì non era quello pieno di una muratura compatta.
Era vuoto.
Cavo.
«C’è qualcosa dietro,» disse.
Il maresciallo non replicò.
Rufina si avvicinò al muro di chiusura e cercò la quinta “corrispondenza”: non una pietra qualunque, ma un elemento diverso, un punto di pressione. Illuminò la muratura dall’alto in basso finché la luce non colpì una piccola sporgenza: la testa di un chiodo di ferro battuto, troppo regolare per essere lì per caso. Non lo scoprì: lo riconobbe.
Il brigadiere osservò il chiodo per qualche secondo.
Poi premette.
Il chiodo rientrò lentamente.
Si udì uno scatto metallico.
Il muro tremò leggermente.
Poi cominciò ad aprirsi verso l’interno con un cigolio lungo e stanco.
Il maresciallo sollevò la torcia.
Dietro la parete si apriva una stanza sotterranea.
L’aria che ne uscì era sorprendentemente tiepida.
Entrarono.
La luce della torcia scivolò sulle pareti rivelando una stanza che non aveva nulla di pittoresco. Niente stemmi, niente drappi, niente simboli. Solo ordine. Un ordine freddo, funzionale. Una scrivania in legno scuro, un paio di cassettiere, uno schedario metallico, una libreria piena di volumi rilegati con titoli in caratteri che Rufina riconobbe subito come cirillici. Su uno scaffale, accanto a una scatola di cartone, c’erano pacchi di carta velina, carboncini, buste chiuse con spago e ceralacca.
In un angolo, un piccolo orologio da tavolo segnava un’ora diversa da quella italiana: non era un oggetto di propaganda, era un’abitudine. Un fuso orario tenuto a mente.
Il maresciallo deglutì. «Qui qualcuno lavora. E lavora bene.»
Il maresciallo abbassò lentamente la torcia.
«Mondo boia…»
Rufina si avvicinò alla libreria. Estrasse uno dei volumi.
Le pagine erano stampate in cirillico.
Sul tavolo c’erano fascicoli ordinati con cura. Uno portava un timbro rosso.
Il brigadiere lo aprì.
La prima pagina recava l’intestazione di un organismo che nessun funzionario del regime avrebbe voluto trovare nella propria giurisdizione.
NKVD.
Il timbro non era decorativo. Era reale. Era l’impronta di un potere lontano.
Il maresciallo si avvicinò.
«Fatemi vedere.»
Il documento era scritto in italiano.
Il titolo era breve.
IDI DI MARZO.
Il rapporto parlava di un’operazione di sabotaggio contro un laboratorio militare segreto nel nord Italia. Le informazioni erano precise, dettagliate, corredate da nomi e indirizzi.
Il maresciallo sentì la gola seccarsi.
«Questa non è solo propaganda.»
Rufina annuì.
«È una base operativa.»
Il castello non era solo un edificio antico pieno di simboli.
Era una stazione clandestina di spionaggio sovietico.
«E la ragazza…» disse lentamente il maresciallo.
«Deve aver scoperto questa stanza,» concluse Rufina.
In quel momento una voce risuonò alle loro spalle.
«Esattamente.»
I due si voltarono di scatto.
Sulla soglia della porta segreta stava il segretario del Partito Fascista del paese.
Lo conoscevano entrambi.
Un uomo sulla quarantina, sempre impeccabile, sempre presente alle cerimonie ufficiali.
Nella sua mano brillava una pistola.
Il maresciallo aggrottò la fronte.
«Cosa ci fate qui?» chiese il maresciallo, senza abbassare la torcia.
L’uomo non parve offeso. Fece un passo dentro la stanza e richiuse dietro di sé con un gesto esperto, come chi conosce la porta e il suo peso. «Sono io che dovrei farvi la domanda,» disse. «Ma avete già risposto da soli.»
Rufina fissava la pistola, poi gli occhi dell’uomo. «La ragazza…»
«Non doveva scendere,» disse il segretario. «Non doveva vedere. Non doveva capire.»
Il maresciallo serrò la mascella. «Siete voi che l’avete uccisa.»
«Io ho impedito un danno maggiore.» Il segretario inclinò leggermente il capo, come se stesse spiegando un concetto amministrativo. «Se quella voce fosse uscita da queste mura, se qualcuno avesse collegato questo luogo ai nomi che avete appena letto, sarebbero arrivati altri. E non sarebbero stati carabinieri.»
Rufina sentì il sangue pulsare nelle tempie. «Una cellula sovietica sotto un castello medievale… e voi a proteggerla?»
Il segretario sorrise appena. «Proteggerla? Io la governo. La mia posizione mi permette di scegliere chi guarda e chi non guarda. Io firmo permessi, io indirizzo pattuglie, io decido quali voci diventano “certe” in paese. Oggi, per esempio, tutti parlavano già di delitto partigiano prima che voi metteste piede qui. Avete notato? È comodo. Un colpevole invisibile, un nemico utile.»
Il maresciallo fece un mezzo passo avanti. «State dicendo che…»
«Sto dicendo che io posso far sparire un corpo in un castello e farne una storia politica nel giro di un’ora. E posso far sparire anche voi.»
Rufina si mosse lentamente di lato, come se cercasse un appoggio. Con la coda dell’occhio guardò la parete e lo schedario. Cinque punti, cinque corrispondenze. Se quello era davvero un sistema, forse esisteva un secondo comando, un secondo varco. La “S” ruotata. Girare. Spingere.
«Maresciallo,» disse piano, senza distogliere lo sguardo dall’uomo armato, «qui dentro ci sono altri meccanismi.»
Maffeo capì l’allusione e restò fermo, teso come una corda.
Il segretario li osservò con un interesse improvviso. «Ah. Il vostro brigadiere ama i simboli.»
Rufina fece scorrere le dita dietro lo schedario, trovando una piccola sporgenza metallica. Premette. Niente. Provò a ruotarla. Si udì un clic minimo, quasi un sospiro della ferraglia. Per un attimo Rufina sperò.
Il segretario alzò la pistola di pochi centimetri. «Non perdete tempo.»
«C’è un’uscita,» insisté Rufina, più a se stesso che agli altri. «Questo castello è costruito come un enigma. Se c’è una porta, ce n’è un’altra.»
«C’era,» disse l’uomo. «E io l’ho murata anni fa. Ho lasciato solo questa. Perché i labirinti sono utili finché li controlli.»
Il maresciallo fece un altro mezzo passo. «Vi credete intoccabile.»
«Mi credo necessario.» Il segretario inclinò la testa. «E ho ragione. Senza di me questa rete sarebbe già stata scoperta o tradita. Io sono il coperchio. Io sono la versione ufficiale. Io sono il silenzio.»
Rufina sentì la disperazione montare. Premette ancora la sporgenza, con più forza. Il metallo scricchiolò. Non si aprì nulla.
«Mi dispiace,» disse il segretario, e nel tono non c’era pietà ma soltanto conclusione. «Avete visto troppo.»
Il maresciallo fece per reagire, ma l’uomo sparò prima. Il colpo colpì Maffeo al petto e lo fece crollare contro la scrivania.
Rufina si sentì gelare. Guardò il maresciallo a terra, poi l’uomo. «Siete un traditore,» sussurrò.
«Sono un sopravvissuto,» rispose il segretario.
Il secondo colpo risuonò nella stanza come un chiodo piantato nel legno.
Il silenzio tornò a regnare sotto la collina.
Nel salone del castello, sopra le loro teste, il quadrato del Sator continuava a osservare immobile il passare dei secoli.
I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale
Scritto da Anonimo Piacentino
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