Nel Libro nero del comunismo Stéphane Courtois tenta una mossa audace: sollevare la polvere storica accumulata sul Novecento e rivelare una geometria segreta, un filo rosso capace di unire l’esperienza sovietica degli anni Venti ai campi di rieducazione cambogiani, passando per la Cina maoista, l’Europa dell’Est, Cuba, l’Africa. Il suo gesto somiglia a quello di chi, in una sala d’archivio, accende una lampada troppo potente: illumina, sì, ma rischia di abbagliare. L’assunto di Courtois è semplice nella formulazione e complesso nelle implicazioni: il comunismo, inteso non come dottrina ma come pratica di governo, avrebbe prodotto in modo strutturale un sistema criminale, un totalitarismo endemico, una meccanica della repressione ripetuta con precisione inquietante da un capo all’altro del globo. Qui si apre il primo terreno di frizione. È una cornice storiografica legittima, sostenuta da archivi, testimonianze, dati, o è una provocazione ideologica travestita da ricerca comparativa? Courtois sembra convinto che la disciplina storica debba farsi giudizio, quasi tribunale. Altri studiosi, inclusi alcuni dei coautori del volume, considerano invece pericoloso trasformare la storia in un’aula processuale. La tensione non riguarda solo le interpretazioni, ma il metodo stesso: dove finisce l’analisi e dove inizia la sentenza?
Questa domanda torna prepotente quando il libro imbocca il sentiero della “contabilità del terrore”. Le cifre delle vittime dei regimi comunisti vengono esposte con una freddezza che scuote, perché i numeri, quando diventano montagne, cessano quasi di appartenere all’umano. Il problema, tuttavia, sta proprio qui: nella difficoltà di trasformare quantità abissali in conoscenza. La stima complessiva proposta nel volume ha suscitato entusiasmi, repulsioni, contestazioni metodologiche. Le fonti—archivi sovietici parzialmente aperti negli anni Novanta, documenti cinesi frammentari, testimonianze cambogiane dolorosamente disomogenee—sono spesso incomplete. Il rischio è duplice: da un lato sottovalutare il contributo imprescindibile di un lavoro statistico che ha permesso per la prima volta una ricostruzione comparativa; dall’altro trasformare la cifra totale in un feticcio, una specie di trofeo polemico brandito per vincere una disputa ideologica più che per comprendere un secolo devastato da ingegnerie politiche troppo ambiziose per non frantumarsi sulle ossa dei singoli. Il libro, qui, cammina su un ponte sospeso: sotto c’è il precipizio della semplificazione, sopra la necessità morale di raccontare ciò che la storia ufficiale aveva spesso taciuto.
Il cuore pulsante del volume resta comunque l’analisi dell’URSS, laboratorio primigenio della modernità repressiva. Il mondo dei Gulag, come appare nelle pagine del libro, non è solo un sistema concentrazionario, ma una struttura filosofico-amministrativa costruita per rendere il terrore un algoritmo di governo. Le deportazioni di massa, le carestie pianificate, le purghe interne al Partito mostrano un potere che si autoalimenta, una macchina che produce sospetti per giustificare nuove epurazioni e nuove epurazioni per rafforzare la legittimità del comando. L’effetto, nella narrazione degli storici coinvolti, è quello di un Paese in cui l’ideologia non è più un faro, ma una spirale che inghiotte tutto, a cominciare dai suoi stessi custodi. Qui, più che altrove, il libro riesce a rendere visibile la trasformazione dell’utopia in burocrazia della violenza: non c’è pathos, non c’è retorica, solo un freddo inventario di procedure, moduli, ordini, statistiche. Una violenza amministrata, come se il male fosse stato normalizzato attraverso la modulistica.
Il viaggio prosegue in Cina e in Cambogia, due paesaggi in cui il sogno di rifare l’uomo da zero si traduce nel suo annientamento. Il maoismo, nella lettura del libro, è un gigantesco esperimento antropologico condotto con la perizia di un apprendista stregone che non riconosce il potere degli spiriti che ha evocato. Il Grande Balzo in Avanti, con i suoi piani industriali deliranti e le sue carestie apocalittiche, o la Rivoluzione Culturale, con il suo teatro di umiliazioni pubbliche e purificazioni cruente, assumono la forma di un incubo amministrato da giovani zeloti convinti di difendere un ideale superiore. Poi c’è la Cambogia dei khmer rossi, la distopia più radicale, dove ogni traccia di passato è considerata contaminazione, e dove l’idea di purificare il popolo si traduce in un genocidio meticoloso. In queste sezioni il Libro nero mostra il proprio volto più lucido e più spaventoso: qui l’utopia non è solo degenerata, ma ribaltata, diventando una sorta di religione invertita che predica la liberazione attraverso la distruzione.
In queste pagine non c’è mai solo storia: c’è la vertigine che prende quando ci si accorge che il secolo breve, sotto certi aspetti, è stato molto più lungo di quanto pensassimo.
Quando Courtois decide di affiancare i crimini del comunismo a quelli del nazismo, il terreno si incrina immediatamente. Non perché il confronto sia proibito, ma perché è carico di conseguenze. L’operazione di paragonare due sistemi che, pur diversissimi nelle matrici ideologiche, hanno prodotto forme di violenza industriale e amministrata, tocca nervi profondi della storiografia europea. Courtois individua somiglianze strutturali: il partito unico, la polizia politica, l’idea che la storia abbia un senso teleologico capace di giustificare l’annientamento di una parte della popolazione, l’uso dei campi come strumento di governo. Ma la questione si complica quando si passa dalle strutture alle intenzioni. Il nazismo si fonda sulla gerarchia razziale e sulla volontà esplicita di sterminio biologico; il comunismo, almeno nella sua formulazione teorica, aspira invece a una società egualitaria. Metterli sullo stesso piano significa chiedersi quanto l’utopia sopravviva ai propri interpreti, e quanto le distorsioni siano accidenti storici o conseguenze necessarie. Per molti studiosi, Courtois forza l’equivalenza; per altri, la somiglianza degli esiti prevale sulla differenza delle dottrine. Ciò che questo parallelo rivela, più che una verità definitiva, è un duello sulla funzione morale della storia: deve limitarsi a comprendere, o ha il dovere di giudicare?
La ricezione del Libro nero dimostra quanto fosse incandescente quel duello. In Francia il volume esplose come una granata nell’arena pubblica: da un lato entusiasmi per un’opera che osava mettere a nudo ombre troppo spesso eluse; dall’altro accuse di revisionismo, di equiparazione indebita, di strumentalizzazione politica. L’Italia rispose con la stessa tensione, divisa tra chi salutava il libro come un necessario atto di verità e chi lo denunciava come pamphlet travestito da ricerca. Nel mondo accademico, le reazioni furono persino più aspre: alcuni storici applaudirono il tentativo di ampliare la prospettiva sulle vittime dei totalitarismi; altri misero in dubbio la neutralità metodologica del curatore, accusandolo di aver sacrificato la complessità in nome della provocazione. I giornali, prevedibilmente, amplificarono il rumore. Il libro toccava sensibilità che non avevano smesso di pulsare: il mito resistenziale, la memoria della Guerra Fredda, l’idea stessa di sinistra come erede di una tradizione emancipatrice. Con il Libro nero, molte certezze furono costrette a misurarsi con le proprie crepe.
Al centro di questo terremoto sta una domanda morale che il volume non enuncia esplicitamente, ma che si irradia da ogni pagina: che cosa succede quando un’idea di giustizia collettiva si dilata fino a schiacciare l’individuo? È un interrogativo antico quanto la filosofia politica, ma qui assume la forma di un sussurro inquietante: a quali condizioni l’utopia diventa una macchina che ingoia chi avrebbe voluto liberare? Le storie di deportati, contadini affamati, dissidenti purgati non sono solo testimonianze di sofferenza, ma segnali di una frattura antropologica. Il potere, quando si veste di missione salvifica, si sente autorizzato a ridisegnare l’umano. E l’umano, quando non si conforma, viene trattato come materiale difettoso. Il Libro nero ci costringe a guardare quell’ombra senza indulgere all’autoassoluzione. È un libro che, giocando con i numeri, finisce per parlare di ciò che i numeri non riescono a contenere: fragilità, dignità, cancellazione.
Questo ci porta al nodo più scivoloso: si può giudicare un’ideologia per ciò che i regimi che se ne sono proclamati eredi hanno compiuto? La questione, posta così, sembra quasi un test logico. Da un lato, è difficile separare teoria e pratica quando la pratica è stata applicata per decenni in contesti diversissimi da uomini convinti di interpretare correttamente la teoria. Dall’altro, è altrettanto problematico ridurre un corpus filosofico ai suoi esiti storici, senza considerare deviazioni, interpretazioni, contingenze. Il Libro nero decide di non separare. E proprio questa scelta alimenta il suo carattere divisivo: per alcuni è atto di onestà; per altri, cortocircuito concettuale. Ma forse, più che una risposta, il libro offre un banco di prova: la capacità del lettore di non confondere giudizio morale e complessità storica.
Arrivati alla fine, resta una domanda altrettanto decisiva: cosa rimane oggi del Libro nero del comunismo? Il volume non è invecchiato, e non lo è perché non si limita a raccogliere dati, ma mette in scena un confronto politico e morale ancora aperto. È al tempo stesso strumento di ricerca e atto d’accusa; testo necessario e testo parziale; lampada che illumina e lente che distorce. Ha indubbiamente modificato il modo in cui si parla del Novecento, ma lo ha fatto rendendo più evidente la polarizzazione, non attenuandola. Chi lo legge oggi non ne ricava una verità definitiva, bensì una consapevolezza più scomoda: che il secolo passato non smette di giudicarci. E che i fantasmi che Courtois ha evocato non appartengono solo agli archivi, ma continuano a interrogare il presente.
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