Harry Potter e la pietra filosofale è il romanzo fondativo della saga, dove le scelte poetiche e ideologiche sono ancora nude, quasi ingenue. È qui che si struttura il mito della “scelta”, destinato a diventare uno slogan morale dell’intera opera, ma che già in questo primo romanzo appare più dichiarato che praticato. Harry viene presentato come un soggetto che finalmente accede alla libertà, strappato a un’esistenza di costrizione domestica. Eppure la sua traiettoria non nasce da una decisione, bensì da una convocazione. La lettera di Hogwarts arriva come un atto notarile del destino, ribadito con ostinazione fino all’intervento fisico di Hagrid. Harry non sceglie di entrare nel mondo magico: vi viene reclamato. Anche l’episodio simbolicamente più citato, lo smistamento nelle Case, è una falsa scelta. Il Cappello legge, valuta, indirizza; l’intervento di Harry non è un atto di libertà, ma una richiesta di deroga all’interno di un sistema già chiuso. La narrazione insiste nel dirci che la volontà conta, ma la struttura del racconto la riduce a dettaglio cosmetico. La libertà esiste solo come conferma di ciò che il mondo ha già deciso.
Questo svuotamento del libero arbitrio si riflette nella rappresentazione di Hogwarts come tempio della meritocrazia. Il primo romanzo costruisce con grande efficacia l’illusione di una scuola in cui il talento può finalmente emergere, ma basta poco per accorgersi che il merito non è mai neutro. Harry eccelle senza apprendimento reale, spesso per predisposizione innata o per intervento esterno. Il suo successo nel Quidditch non è il risultato di allenamento o disciplina, ma di una superiorità quasi fisiologica, immediatamente riconosciuta e premiata dall’autorità. Il confronto con Draco Malfoy, apparentemente impostato come scontro tra caratteri morali, è in realtà un conflitto tra lignaggi contrapposti, entrambi privilegiati. I personaggi realmente “inermi”, privi di capitale simbolico o genealogico, non ascendono: restano ai margini, utili come supporto emotivo o comico. Hogwarts, più che una scuola di formazione, appare come un’istituzione che certifica gerarchie preesistenti, offrendo al lettore l’illusione rassicurante di un mondo giusto senza mai metterlo davvero alla prova.
In questo quadro, la violenza istituzionale viene normalizzata con sorprendente disinvoltura. Punizioni collettive, sottrazioni arbitrarie di punti, umiliazioni pubbliche: tutto è presentato come parte del folklore educativo, mai come problema. La sorveglianza è costante, ma inefficace; l’autorità è rigida con i deboli e indulgente con i prescelti. Figure come Piton incarnano una pedagogia apertamente abusiva, eppure la narrazione le giustifica retroattivamente come necessarie, quasi formative. Il mondo magico, lungi dall’essere una promessa di emancipazione, riproduce dinamiche disciplinari più severe di quelle del mondo babbano, ma senza offrire strumenti critici per riconoscerle. Il lettore è invitato ad accettare l’arbitrarietà come prezzo dell’incanto.
Anche la rappresentazione del male segue una traiettoria di semplificazione che nel primo romanzo è già definitiva. Voldemort non è il prodotto di una storia, di un sistema o di un conflitto sociale: è un errore umano, una deviazione morale. Il male viene isolato in una figura patologica, privata di contesto, così che il mondo possa restare fondamentalmente innocente. Non c’è interrogazione sulle complicità, sulle strutture che permettono a Voldemort di sopravvivere come idea, come paura, come eredità. Eliminare il corpo del nemico basta a ripristinare l’ordine. È una visione rassicurante, perfettamente funzionale a un pubblico giovane, ma già qui intellettualmente rinunciataria.
Infine, le creature marginali appaiono come elementi decorativi di una discriminazione senza conseguenze. I goblin sono avidi e diffidenti, gli elfi domestici accettano la propria servitù come dato naturale, i mezzosangue esistono più come etichetta che come soggetto politico. Il primo romanzo introduce queste fratture, ma le neutralizza immediatamente trasformandole in colore di sfondo. Anche Hermione, pur portatrice di una sensibilità più acuta, resta confinata a un ruolo individuale: la sua indignazione non si traduce mai in conflitto strutturale. L’ingiustizia è visibile, ma immobile.
Harry Potter e la pietra filosofale funziona come potente macchina mitopoietica, ma già al suo esordio rivela una vocazione profondamente conservatrice. Promette libertà, ma la incanala; evoca il merito, ma lo eredita; mostra il potere, ma lo legittima; nomina l’ingiustizia, ma la sospende in una bolla narrativa. È un romanzo che invita a entrare in un mondo nuovo, purché non si chieda mai di cambiarlo.
Nel primo romanzo, la morte entra in scena presto, ma non come scandalo etico bensì come dispositivo emotivo calibrato. In Harry Potter e la pietra filosofale il lutto non è mai una ferita che rimane aperta, ma un passaggio funzionale alla legittimazione dell’eroe. La morte dei genitori di Harry è il presupposto mitico della sua eccezionalità, non un’esperienza da interrogare. È un’assenza che nobilita, non che lacera. Anche la fine di figure secondarie o la minaccia costante della morte vengono gestite come picchi emotivi utili a rafforzare il coinvolgimento del lettore, senza mai trasformarsi in un problema morale persistente. La morte, qui, non destabilizza il mondo: lo mette in moto. Diventa carburante narrativo, non trauma da attraversare. Il dolore è sempre orientato verso un fine, verso una crescita, verso una rassicurazione finale. Non c’è spazio per l’opacità del lutto, per la sua inutilità, per la sua capacità di incrinare il senso. Tutto serve, tutto giustifica, tutto viene ricondotto a una pedagogia dell’eroe.
Questa gestione “strumentale” della morte si lega a un conservatorismo più ampio che attraversa l’intero mondo magico già nel romanzo d’esordio. Ogni conflitto sembra promettere una trasformazione, ma l’esito è sempre un ritorno all’ordine. Il Ministero resta quello che è, le gerarchie scolastiche non vengono messe in discussione, i pregiudizi sopravvivono sotto nuove forme. Anche la sconfitta del nemico non produce un ripensamento del sistema che lo ha reso possibile. Il mondo magico non conosce vere rivoluzioni, solo parentesi di disordine prontamente riassorbite. In questo senso, il romanzo appare più spaventato dal cambiamento strutturale che dalla minaccia incarnata da Voldemort stesso. L’orizzonte ideale non è un mondo migliore, ma il ripristino di quello precedente, depurato dall’elemento disturbante. La stabilità viene sempre preferita alla giustizia, la continuità alla riforma.
Sul piano della costruzione narrativa, questo conservatorismo si riflette in una concezione del tempo che privilegia l’accumulo alla profondità. Anche limitandosi al primo libro, è evidente una tendenza che diventerà più marcata in seguito: la narrazione procede per aggiunta di eventi, episodi, prove, senza che a questa crescita quantitativa corrisponda un reale aumento di complessità tematica. Il tempo non è usato per stratificare il senso, ma per moltiplicare le occasioni di meraviglia. La progressione non è dialettica, è seriale. Ogni ostacolo superato non apre una nuova domanda, ma prepara il successivo. La densità simbolica resta superficiale, affidata a oggetti e rituali più che a trasformazioni interiori autentiche. Il risultato è un racconto che scorre con grande efficacia, ma che lascia poco sedimento critico.
A rendere questo scorrimento così agevole contribuisce una morale rigidamente binaria. Nel primo romanzo, la distinzione tra buoni e cattivi è netta, quasi didascalica. Le ambiguità vengono accennate solo per essere subito ricondotte all’ordine. I personaggi “grigi” sono grigi per funzione narrativa, non per reale complessità morale. O verranno assolti retroattivamente, o definitivamente condannati. Non esiste un vero spazio per il conflitto etico irrisolto, per la responsabilità senza redenzione, per l’errore che non si lascia riassorbire. Questa chiarezza morale è senza dubbio rassicurante, ma produce un effetto collaterale significativo: esonera il lettore dall’esercizio del giudizio. Tutto è già deciso, tutto è già interpretato.
Ed è forse qui che si coglie il limite più profondo del romanzo, e della saga che inaugura: il rapporto con il lettore. La pietra filosofale non chiede mai di essere contraddetta, messa in crisi, attraversata in senso inverso. È un testo che accoglie, che accompagna, che protegge. Fidelizza più che interrogare. Il lettore non è un interlocutore critico, ma un consumatore di senso preconfezionato, guidato lungo un percorso emotivo sicuro, privo di vere frizioni. In questo non c’è un difetto commerciale, ma un limite letterario. La grande narrativa, anche quando parla ai giovani, apre spazi di attrito, di disagio, di domande senza risposta. Harry Potter e la pietra filosofale preferisce invece la consolazione alla complessità, la promessa di appartenenza alla sfida del pensiero.
È proprio questa scelta, più di ogni incantesimo o creatura fantastica, a definire la natura del romanzo: non un testo che invita a cambiare il mondo, ma uno che insegna come abitarlo senza disturbare troppo le sue fondamenta.
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