Ballando col demonio

Ballando col demonio

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Susanna era giovane e bella e lavorava come barista in un noioso paesino sperduto sulle colline ricoperte dai vigneti della Val Tidone.

Era un caldo pomeriggio di mezza estate e lei, da dietro il bancone, mesceva vino bianco frizzante a quattro clienti vecchi e miserabili. Bevevano tutti i giorni vino bianco Ortrugo o Malvasia sino a sbronzarsi: non c’era altro da fare in quel paese, a parte ubriacarsi o aspettare la morte.

I giovani erano già andati via quasi tutti da tempo, ed anche Susanna sognava di fuggire un giorno insieme ad un principe affascinante e tenebroso, qualcuno che la portasse lontano da quelle colline, in groppa ad un maestoso destriero dal manto nero come la notte.

Intanto giocava la sua partita a scacchi con la noia scrivendo storie di amori travagliati e leggendo romanzi d’avventura.

“Ue Mario, hai letto? Il Vescovo ha nominato altri tre esorcisti questo mese” disse uno dei clienti del bar mostrando la prima pagina di un quotidiano locale.

“Urca Piero, hai ragione, domenica lo ha detto anche don Michele durante l’omelia: il Diavolo è in mezzo a noi!”

“E sì, guarda, leggi qui, nell’articolo dicono pure che hanno iniziato a stampare e distribuire un vero manuale per riconoscere la presenza del demonio”

“Per la Marianna, e come si chiama questo manuale?” domandò Mario, tracannando il suo bicchiere di Malvasia frizzante.

“Si chiama De Cura Obsessis, roba forte, un manuale per riconoscere la presenza del diavolo. Credo che per farsi un’idea più precisa bisognerebbe leggerlo però” spiegò Piero, con aria turbata, mentre a sua volta svuotava d’un fiato un bicchiere colmo di Ortrugo.

“Lo ha detto anche la Madonna ai veggenti di Mejugorie: Satana vuole toglierci la gioia” aggiunse un terzo vecchietto dallo sguardo cupo e le mani artritiche.

Susanna non credeva più in Dio, aveva perso la fede quando ancora era una ragazzina. E disprezzava quei vecchi senza un futuro, bigotti ed ubriaconi tutto chiesa, vino gutturnio e superstizioni.

Talvolta, per non sentire le loro assurde storie, si rifugiava nelle sue fantasie, oppure attraverso il suo smartphone di ultima generazione si perdeva tra le pagine di un sito di abiti alla moda o di scarpe all’ultimo grido.

In questo modo capitò quel giorno sul negozio virtuale scarpedaurlo.com e vide un paio di meravigliose scarpe da ballo a tacco alto.

Erano magnifiche, di luccicante vernice rossa, a punta e con il tacco stretto e slanciato.

Già si stava immaginando con il suo vestito nero preferito volteggiare sulle piste da ballo con quelle nuove splendide e sfavillanti scarpe rosse come il fuoco.

Non poteva resistere, ed in pochi secondi inserì i dati della sua carta di credito e le comperò. Il sito prometteva consegna in 24 ore soddisfatti o rimborsati.

Era una giornata strana e tetra e faceva un caldo infernale in quel piccolo paese, il più crudele e noioso borgo della valle.

Luca e Marcellino entrarono nel bar. Erano gli ultimi due giovani rimasti.

Luca era uscito da poco di prigione. Era un tipo tozzo e grasso, con braccia bovine e occhi rabbiosi. Sarebbe presto tornato in carcere c’era da scommetterci.

Marcellino aveva la faccia paffuta e l’aria stupida, viveva ancora con sua madre e faceva finta di fare lo scrittore. Da sei anni era innamorato di Susanna ma lei non lo calcolava.

“Facci due calici di Gutturnio frizzante bellezza” disse Luca con voce arrogante ed un subdolo luccichio dentro gli occhi.

“Perché sei tornato in paese?” chiese Susanna sospettosa, versando da bere e guardandolo come se lui fosse un insetto insignificante.

“Sono tornato per te zuccherino” precisò lui, mangiandola con gli occhi.

“Cosa vorresti dire?”

“Sabato andiamo al Vicobarock fest, per festeggiare il ritorno di Luca. Siamo passati per invitarti” spiegò Marcellino, fissando il bicchiere pieno di vino Gutturnio.

Non riusciva a sostenere lo sguardo della ragazza, per timidezza e per paura che lei lo disprezzasse apertamente come aveva appena fatto con il suo amico.

“Puoi portare tua cugina se vuoi” aggiunse Luca, con fare viscido.

Susanna non rispose subito, restò lì a pensarci su per qualche secondo.

I due ragazzi non la interessavano minimamente, e di certo non aveva bisogno di portarsi dietro sua cugina per andare ad una festa. Però al Vicobarock fest ci sarebbe stata la musica e lei avrebbe avuto l’occasione di ballare con le sue nuove scarpe rosse. Certo, Luca probabilmente l’avrebbe infastidita, o peggio ci avrebbe provato apertamente, ma lei sapeva come tenere a bada un ragazzo, anche uno problematico come lui.

“Va bene, verrò. Passate a prendermi a casa, sabato, alle nove”

*

Sabato sera l’area feste di Vicobarone era gremita di giovani, venuti da tutta la provincia per assistere al concerto di 7 grintose rock band impazienti di esibirsi.

La musica veniva sparata dalle casse al massimo volume, mentre dalle cucine uscivano pisarei, tortelli, braciole, salamelle e fiumi di vino gutturnio.

Girava anche parecchia droga e la pista da ballo era affollata di ragazzi e ragazze che saltellavano come impazziti, sospinti e trascinati da una musica infernale.

Susanna passò tutta la sera ballando senza mai stancarsi, nel suo bel vestito nero e con ai piedi le sfolgoranti scarpe di vernice rosso fuoco. Luca e Marcellino si davano da fare con il Gutturnio.

A mezzanotte iniziò l’esibizione del gruppo più famoso: i Bambini di Aleister così chiamati in onore dell’occultista inglese Aleister Crowley, padre del satanismo moderno.

La loro esibizione durò circa trenta minuti: eseguirono le cover dei Led Zeppelin, dei Mercyful Fate, dei Deicide e di altre rock band dell’heavy metal più estremo e cattivo.

Conclusero con un pezzo inedito scritto di loro pugno, una specie di incomprensibile e disgustoso inno al demonio. Una sorta di rituale durante il quale si diffuse tutt’attorno un intenso, penetrante, ripugnante odore di zolfo.

L’osceno spettacolo si concluse infine con il lancio sul pubblico, per mezzo di un aspersorio di forma caprina, di una rivoltante e sinistra poltiglia corvina.

A notte fonda i tre ragazzi stavano tornando a casa. Erano a bordo della vecchia Fiat Panda di Luca, ma stava guidando Marcellino. Luca era senza patente, gli era stata ritirata per guida in stato di ebrezza.

“I Bambini di Aleister sono mitici” commentò Marcellino ancora un po’ stordito dalla musica assordante del concerto.

“Si dice che abbiano venduto l’anima al diavolo, come Katy Perry” disse Luca biascicando: era completamente sbronzo.

“Io penso sia solo una trovata pubblicitaria nel casso della Perry” obiettò Marcellino.

Susanna non parlava, era seduta davanti ed occupata a schivare le attenzioni di Luca, che dai sedili posteriori allungava le mani appiccicose cercando di toccarle i capelli, il collo o le spalle.

“Si dice che anche Lady Gaga, Maddonna e Britney Spears siano scese a patti con il maligno” aggiunse Luca.

“Per me sono tutte fregnacce”

“Se sapessi come fare, venderei anche io la mia anima fottuta, ammesso che ne abbia una, in cambio di soldi e successo”

“Comunque questa cosa di vendere l’anima io non la capisco. Ammesso che esista veramente, il diavolo cosa se ne farebbe mai di un’anima come la nostra?” concluse Marcellino ridendo in modo stupido.

“Metti giù le mani” gridò Susanna con voce irritata. I tentativi di Luca si erano fatti arditi.

“Non fare la preziosa zuccherino, ho visto come dimenavi il culo mentre ballavi, adesso devi far divertire un po’ anche noi”

“Vai a farti fottere, stronzo!”

Marcellino fermò l’auto. Erano arrivati a casa di Susanna. Lei non perse tempo e scese subito dall’auto per sottrarsi alle fastidiose mani di Luca.

Lui la seguì sin sotto casa, anche se con passo incerto a causa dell’ubriachezza, poi la prese per un braccio e cercò di baciarla: la sua bocca era piena di denti marci rovinati dal fumo e dalle carie.

“Lasciami in pace bastardo” gridò Susanna con voce isterica, poi lo spinse via con tutta la forza che aveva in corpo.

Luca cadde a terra. Era furioso adesso, ma troppo ubriaco per riuscire ad alzarsi.

Susanna si avvicinò e gli sparò un tremendo calcio tra le costole.

“Ahhhh puttana maledetta” ringhiò Luca, portandosi le mani sul fianco dilaniato dal dolore.

“Così impari, coglione!”

Marcellino si avvicinò allora timoroso all’amico ancora in terra cercando di soccorrerlo.

Susanna lo guardò con disprezzo, poi cercò le chiavi di casa nella borsetta e si diresse alla porta.

“Ferma quella troia prima che si chiuda dentro” ordinò Luca.

Marcellino esitò, non poteva obbedire, amava Susanna e non avrebbe mai potuto farle del male.

Quando Luca vide chiudersi la porta senza che Marcellino avesse fatto nulla per impedire alla ragazza di andarsene, riversò la propria frustrazione sull’amico.

“Ora ti insegno io come ci si comporta, frocetto” disse riuscendo finalmente ad alzarsi. Poi cominciò a tirargli pugni spaventosi.

Una, due, tre castagne ben assestate sulla faccia, nello stomaco, sulla nuca.

Marcellino rovinò a terra con la faccia insanguinata ed il naso rotto.

Luca salì in macchina e andò via sgommando stravolto dalla rabbia e dai fumi dell’alcool, lasciando Marcellino sanguinante nella polvere, sopra lo zerbino, davanti alla casa di Susanna.

Lei aveva assistito al barbaro pestaggio guardando dalla finestra. Si sentiva un po’ in colpa e Marcellino le faceva compassione. Decise di aiutarlo.

“Dai, alzati, vieni in casa da me, devi medicare queste ferite”

“No, non posso. E’ notte fonda, io credo che dovrei andare a casa mia adesso, non voglio darti disturbo”

“Non dire cazzate. Sei ferito. Andrai a casa domani. Adesso entriamo, voglio medicarti”

La casa di Susanna era modesta ma decorosa e pulita. Marcellino si sistemò in soggiorno, sul divano.

Dopo avergli disinfettato le ferite sul volto lei gli diede anche una bottiglia di Gutturnio Superiore.

“Sei molto gentile” disse Marcellino con gli occhi dilatati dalla gratitudine.

“Merda!” disse lei.

“Mha, non, non capisco. Perché mi insulti adesso?”

“Non dico a te, scemo. Sto imprecando perché mi si sono sporcate le scarpe nuove” spiegò Susanna, mentre con uno straccio cercava di togliere delle strane macchie nere dalle magnifiche scarpe rosse col tacco.

“Che schifo, questa roba puzza, e non riesco a toglierla, ora però sono stanca. Ci riproverò domani. Vado a dormire. Ciao”

“Non mi dai il bacio della buonanotte?” osò chiedere Marcellino, dopo aver dato una copiosa ingollata dalla bottiglia di Gutturnio, così per darsi coraggio.

“Nemmeno nei tuoi sogni” disse lei, acida, chiudendosi in camera da letto.

Era una notte cupa e tenebrosa ed una enorme luna piena color sangue galleggiava nel fosco cielo sopra la valle.

Susanna fu svegliata di soprassalto da orrendi rumori che provenivano dal soggiorno. Sembravano il fragore della carne lacerata dai morsi di una belva feroce.

“Marcellino, ma che cazzo stai facendo? vorrei dormire qualche ora se non ti dispiace!” urlò Susanna.

Marcellino non rispose. Dal soggiorno arrivarono altri sinistri suoni inquietanti, come di ossa spezzate.

Susanna si alzò allora dal letto e si diresse verso il soggiorno: indossava solo una vestaglia semitrasparente e delle mutandine di cotone bianco.

Quando aprì la porta fu investita da un insopportabile tanfo di morte, come di qualcosa di marcio, putrido e in decomposizione.

Una pallida e macabra luce proiettata dalla luna illuminava il soggiorno, dove il corpo di Marcellino giaceva riverso al centro della stanza.

La faccia era orribilmente mutilata, in parte già ridotta alle sole ossa del teschio, senza più un occhio, con buona parte della carne strappata dal cranio.

Susanna lanciò un urlo folle e disperato quando vide che le rosse scarpe da ballo la stavano osservando.

Su entrambe si erano aperti mostruosi occhi gialli da serpente, e sogghignanti bocche malvagie grondanti sangue, con raccapriccianti denti seghettati dai quali penzolavano brandelli di carne umana masticata.

Susanna era paralizzata dalla paura. Capiva che avrebbe dovuto fuggire, ma le gambe le si erano fatte pesanti come sacchi di cemento e non riusciva a muoverle.

Le scarpe indemoniate iniziarono a strisciare verso di lei, ringhiando e digrignando le abominevoli fauci.

La temperatura nella stanza si era improvvisamente abbassata ed un gelido vento soffiava tra gli stipiti della porta e gli infissi delle finestre.

“Via, via, andate via maledette!” gridò Susanna ormai in preda al panico.

Un agghiacciante suono terrificante, come una specie di diabolica risata, uscì dalle scarpe che erano quasi arrivate ai piedi della ragazza.

Lei iniziò a piangere ed ad urlare ancora più forte.

Poi, quando ormai avrebbero potuto facilmente azzannare le belle caviglie bianche della giovane, le mostruose calzature del demonio si ritrassero come sospinte da una forza superiore ed insuperabile.

Susanna le vide allora spiccare un balzo, sfondare la finestra, e volare via nella notte lunare in direzione della foresta.

Marcellino riposava cadavere nel soggiorno con la testa mezza divorata.

Susanna si lasciò cadere sgomenta sulle ginocchia. Alle sue spalle, appesa alla parete, una Madonna con bambino sorrideva materna da dentro un vecchio dipinto ad olio, regalo di una zia suora.

E fu così che Susanna ritrovò la fede.

Dopo aver passato ingiustamente 23 anni in carcere, condannata per l’omicidio di Marcellino, prese i voti e si ritirò in un convento di clausura.

Era serena, e felice: aveva finalmente trovato la sua dimensione spirituale.

Qualche volta però le capitava ancora, quando in cielo c’era la luna piena, di svegliarsi nel cuore della notte.

Un cattivo odore, come di tomba profanata, si diffondeva allora nell’aria e Susanna, guardando fuori dalla finestra della sua cella, poteva scorgere luminosi occhi gialli di serpente volteggiare nell’oscurità, e ombre di scarpe di vernice rossa allungarsi tetre sopra di lei.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Vietata la riproduzione, Copyright ©2017 racconti-brevi.com

Giochi Perversi

Giochi perversi

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Un crudele dominatore iscrive i suoi schiavi a dei giochi molto particolari, organizzati nel castello piacentino di Lady Circe, una Padrona misteriosa ed esigente…(Pubblicato su Wattpad.com).

Per leggere il racconto clicca qui

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Piacenza esoterica

L'orefice ed i bicchieri

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Nel pomeriggio del 22 giugno 1940, il professor Egidio Bardazzi partì alla volta della Primogenita per tenere una conferenza sulla Piacenza esoterica.

Prima di quella trasferta, Bardazzi si era recato più volte al Gatto Nero, la sua locanda preferita. Con la bella stagione gli abiti indossati dalla graziosa figlia dell’oste erano divenuti più leggeri. Le gonne un po’ più corte terminavano poco sopra le ginocchia e lasciavano scoperte e ben in vista le caviglie. Al professore piacevano le caviglie fini e sottili, pensava che una bella caviglia fosse importante almeno quanto delle belle gambe. Le gambe piacevano di più, come recitava il ritornello della canzone del 1938 cantata dal tenore Enzo Aita e dal Trio Lescano, ma era anche vero che in fatto di donne il professore aveva i suoi gusti particolari.

E per la giovanissima Marianna nutriva una passione inconfessata ed inconfessabile. Riteneva che fosse la ragazza più bella del suo quartiere, e non era sicuro se tutte le volte che gli era sembrata anche la più bella del mondo glielo avesse detto o lo avesse solo pensato. Poiché questo succedeva in genere dopo il terzo fiasco di vino, tutto era possibile. Il fatto che l’oste non lo avesse ancora picchiato, gli faceva però sospettare che sino ad allora si fosse attenuto ai soli pensieri. Eppure lui era certo che la fanciulla conoscesse il suo segreto. Sapeva come far capire ad una donna il suo desiderio con un solo sguardo. Ricordava di aver visto Marianna arrossire almeno un paio di volte dopo aver incrociato uno di quei suoi sguardi, e questo per il momento gli bastava. In futuro avrebbe trovato il coraggio di farsi avanti e di sedurla, ma a quell’altezza di tempo era distratto da altri pensieri e si accontentava di fantasticare attorno alle sensuali caviglie della giovane.

L’appuntamento con Metrofane Prassede, il filantropo che aveva organizzato il convegno sulla Piacenza esoterica a cui il professore doveva partecipare come uno dei relatori più importanti, era stato fissato per la sera, in una fiaschetteria vicina al centro della città, dietro la cattedrale.

Bardazzi arrivò a destinazione dopo un bagno di caldo. L’estate era appena iniziata e la pianura padana era già coperta da una cappa di umidità e arsura. Il cielo era terso e non si muoveva una foglia, tutto era fermo, come fosse stato fissato in una fotografia.

Il professore fu accolto dal proprietario della fiaschetteria verso l’orario di chiusura. Era un vecchietto simpatico, con le labbra permanentemente stirate in una smorfia beffarda, lunghi capelli bianchi e due occhietti furbi, oppure folli, o forse entrambe le cose.

Il vecchietto li condusse nel retrobottega dove era stato ricavato un cucinotto.

Il signor Prassede era in piedi dietro ad un tavolo e stava disossando un grosso prosciutto. Il suo volto paffuto era coperto da un paio di baffetti neri, gli occhi erano svegli, uno più grande dell’altro, ed erano di colori diversi: verde-grigio quello piccolo, color ambra quello più grande. Le sue dita erano piccole, ma le muoveva con perizia. Di mestiere faceva l’orafo, e sapeva bene dove mettere le mani.

“Mi sembra che non sia ancora abbastanza stagionato” disse il vecchietto in dialetto, toccando il prosciutto e guardando Prassede con quel ghigno da schiaffi stampato in faccia.

“Prova un poco a ficcartelo nel culo, e vediamo se non è abbastanza duro” gli rispose l’orefice, mentre affettava la coscia del maiale adagiata sul tagliere.

Alla sua destra sedeva un omone con una gamba di legno, i capelli grigi, la fronte larga, le labbra fini e il naso carnoso. Alla sua sinistra due ragazzotti piegati dal ridere sotto al tavolo con le lacrime agli occhi. Davanti a Prassede era seduto l’avvocato Segugio, l’altro principale relatore del convegno sulla Piacenza esoterica.

Sembrava che nessuno avesse fatto caso all’arrivo del professore.

Il vecchietto con la sua espressione scanzonata, tirò fuori da una dispensa incassata nel muro alcuni grossi bottiglioni di vino, ed iniziò ad offrire da bere a tutti.

Bardazzi fu naturalmente lieto di accettare, senza nemmeno informarsi circa la provenienza del vino rosso che il vecchietto stava già mescendo con letizia.

Si limitò ad osservare incuriosito l’orafo ed i suoi amici. Il passato di qualunque persona era in fondo un mistero. Un mistero che poteva essere svelato e compreso solo dai diretti interessati, e a volte nemmeno da loro.

“Credo sia opportuno fare le presentazioni” disse il signor Prassede, mentre il vecchietto era ancora intento a versare da bere ai due giovanotti.

Dopo i convenevoli Bardazzi si guardò attorno pigramente. Osservò le facce di Prassede e dei suoi amici e gli sembrarono tutti esseri insignificanti. L’uomo con la gamba di legno era un operaio in pensione, i ragazzi due studenti universitari. Sapeva già che i discorsi che avrebbero fatto quella sera sarebbero stati una montagna di banalità senza importanza. Del resto era del tutto logico e abituale, la gente parlava tanto per parlare, raccontando cose della propria vita che alla maggior parte delle altre persone non potevano in alcun modo interessare.

Si consolò con il vino. Non faceva a tempo a vuotare il bicchiere che subito il vecchietto lo riempiva di nuovo. Era quella l’unica nota positiva di una serata che si prospettava di una noia mortale.

Pensò ai relatori del convegno sulla Piacenza esoterica che avrebbe incontrato il giorno dopo.

Il suo principale rivale era proprio l’avvocato Segugio, un arrogante fascista della prima ora. Non ne aveva alcuna stima, ed appariva ai suoi occhi come un logorroico funzionario del partito e non certo un vero investigatore dell’occulto. Non si faceva mai domande astute, non faceva collegamenti sagaci, non aveva lo sguardo penetrante che teoricamente dovrebbe avere qualcuno che si dedica a scoprire le verità nascoste, esplorando un mondo fatto di simbolismi, allegorie e messaggi cifrati. Aveva metodo forse, aveva studiato i manuali più diffusi probabilmente, ma era privo di qualsiasi originalità e si comportava come un grigio e paludato burocrate.

Fuori dal negozio i raggi del sole sembravano ramati, come se a quell’ora della sera la luce si facesse più densa, sino a fondersi con l’orizzonte.

Nella cantina del negozio erano nascosti due terroristi, due militanti del partito comunista clandestino. Stavano armeggiando con dell’esplosivo che intendevano utilizzare per un attentato dinamitardo. Volevano assassinare l’avvocato Segugio.

Per non rischiare di addormentarsi, Bardazzi cercò di portare la conversazione, sino a quel momento concentrata sulla provenienza e stagionatura del prosciutto, su questioni a lui più congeniali.

“Ho saputo del furto avvenuto alla biblioteca comunale la settimana scorsa. Dei balordi hanno minacciato di morte la bibliotecaria per farsi consegnare uno dei volumi del libro di Madame Blavatsky, La dottrina segreta” disse il professore rivolgendosi a Prassede, “non è un testo prezioso, per quale ragione pensate lo abbiano voluto rubare?”

“Dire che è senza valore non sarebbe del tutto esatto” obiettò Prassede, “Ad un collezionista potrebbe interessare un’opera destinata al successo dopo la morte dell’autrice, e che nella prima edizione fu stampata in una tiratura limitata” precisò, continuando a distribuire fette di prosciutto. Andava avanti a tagliare, e le sue mani sempre svelte erano instancabili. Bardazzi notò che la destra era ricoperta dalla psoriasi, e dal quel momento iniziò a rifiutare l’appetitoso salume così generosamente offerto.

Gli occhi dei due giovanotti brillavano ogni volta che l’orefice riempiva loro il piatto o il vecchietto rabboccava i bicchieri. In breve tempo si erano già portati in avanzato stato di ebbrezza.

L’uomo dalla gamba di legno reggeva bene il vino, ma da quando erano arrivati l’avvocato Segugio ed il professor Bardazzi non aveva detto una sola parola. Si guardava attorno guardingo e silenziosamente osservava la caciara messa in piedi dal vecchietto.

Questo aveva iniziato a raccontare aneddoti sulle sue trasferte presso i più famosi bordelli di Milano, senza mai smettere di versare vino al professore ed ai ragazzi.

“Io dico che il bordello migliore che abbia mai visto è il Disciplini di Milano, con i suoi specchi e l’atmosfera principesca. Ci si trovano di quelle slandrone da far rizzare persino i capelli, immaginatevi il resto.”

Bardazzi annuì. Il Disciplini era il suo postribolo preferito, il più lussuoso della città, dove una “semplice” costava 20 lire, quanto la paga da due giornate di un bracciante agricolo. Per il professore i casini non erano soltanto dei luoghi di piacere, per lui erano come una seconda casa, posti dove si sentiva a suo agio, dove poteva riflettere e rilassarsi. Si fumava un sigaro e poteva, con la complicità delle maitresses più generose, flanellare per ore, chiacchierando con altri clienti e guardando le ragazze alternarsi nelle “passate”. Alla fine saliva in camera, sempre e solo poco prima della chiusura, quando le ragazze erano più stanche e il suo desiderio più grande.

“Le donne son buone e son brave, ma se arrivano a prenderti la mano son dolori” disse all’improvviso l’uomo con la gamba di legno.

“Ma quale mano!” esclamò il vecchietto, “quelle là ti prendono ben altro” disse.

“E senza troppo parlare!” intervenne il signor Prassede ammiccando con gli occhi strambi.

“Una volta portai una mia amica nel fienile della cascina dove abitava” cominciò allora a raccontare l’uomo con la gamba di legno.

“Era bella, io la desideravo, e poiché non sapevo cosa dirle, le intimai: ‘Tira giù le mutande che ti devo parlare!’ e lo dissi con fermezza, senza esitazioni.”

“E lei cosa ha fatto? Ti ha dato uno schiaffo?” domandò uno dei ragazzotti, buttando giù un’altra copiosa sorsata di vino.

“No, mi ha ubbidito, e l’ho posseduta sulla paglia.”

Gamba di legno aveva la faccia tragica e gli occhi scaltri, non era diverso dagli abituali clienti del Gatto Nero, dove Bardazzi passava molte ore felici ad ubriacarsi, parlando poco ed ascoltando pochissimo, senza sforzarsi di farlo neanche quando era abbastanza lucido da poterci riuscire. Per quanto si sentisse attratto dalle persone umili, giudicava inutile tutto ciò che avevano da dire. Lo annoiavano tutte quelle considerazioni marginali, di quelle che stanno nella seconda o terza fila tra le cose importanti della vita.

Segugio guardò fuori dalla finestra e posò gli occhi sulla luna. Si era fatto buio, e per lui la notte si annunciava lunga e pericolosa.

Nello scantinato i ribelli comunisti avevano terminato il lavoro azionando il timer della bomba. Sarebbe esplosa alle 22:00 in punto. Si scambiarono spietate occhiate di complicità. Erano brutti, privi di scrupoli, e puzzavano di sudore, delinquenza e crudeltà.

L’esplosione avrebbe potuto uccidere molte persone innocenti, in alcun modo compromesse col regime che essi volevano rovesciare. Ma di tutto questo non si preoccupavano minimamente. Erano pronti a sacrificare molte vite sull’altare della rivoluzione, inclusa la loro.

Silenziosamente si allontanarono dalla cantina della fiaschetteria senza essere visti, così come nello stesso modo erano arrivati.

“Sospettate che i balordi che hanno sottratto il libro siano dunque esperti bibliofili?” chiese Bardazzi incuriosito.

“Non direi” rispose l’orefice aggrottando la fronte, “nella biblioteca ci sono volumi assai più preziosi, ma sono stati del tutto ignorati. Se si tratta di ladri in cerca di lucro, non si può certo dire che siano degli esperti.”

“Vi siete fatto un’idea del perché qualcuno abbia voluto rubare proprio quel libro e soltanto quello?” insistette Bardazzi, mentre con la lingua cercava di rimuovere del grasso rimasto incastrato tra i denti.

Prassede si lisciò i baffetti due volte, chiudendo gli occhi come a ricercare una più profonda concentrazione, come se stesse rovistando tra i meandri della sua memoria, in cerca di una risposta risolutiva.

“Si tratta pur sempre di un libro interessante” esordì dopo aver riordinato le idee, “e le teorie in esso riportate godono tuttora di un certo seguito. In molti tra i seguaci del movimento teosofico fondato dalla signora le ritengono del tutto attendibili, per quanto possano apparire stravaganti.”

“In effetti presentano analogie con la cosmogonia esiodea” concesse Bardazzi vuotando un altro bicchiere.

“Vedo che Vi piace questa delicata ambrosia piacentina” disse il vecchietto compiaciuto, versando altro vino nel calice del professore.

L’uomo con la gamba di legno era perplesso. Ignorava cosa fosse la cosmogonia esiodea e non riusciva a comprendere di che cosa stessero parlando. Il suo sguardo vagò per la stanza sino a posarsi su di un grosso orologio a pendolo appeso alla parete: erano le 21:55.

“La tesi di fondo della Blavatsky” iniziò a spiegare l’orefice, “si basa sull’esistenza di un etere psichico chiamato Akasa, di cui l’intero universo sarebbe permeato. Su questo Akasa rimangono registrati gli eventi del passato e alcune persone dotate di poteri particolari sono in grado di leggere queste registrazioni. Grazie a veggenti in contatto con misteriosi istruttori occulti, viene così ricostruita una storia dell’umanità che potremmo definire non convenzionale.”

Il signor Prassede si interruppe, per osservare le reazioni del suo uditorio. I due giovani ormai ubriachi fissavano nel vuoto immersi in uno stato di profondo sopore. Gamba di legno ascoltava tediato la dotta relazione. Il vecchietto guardava Prassede di sottecchi, nella sua vita semplice e spensierata aveva imparato a diffidare delle trappole insite nell’erudizione. Preferiva vivere da ignorante, inconsapevole di tutto quanto lo circondava e che avrebbe potuto rovinargli la vita. Se avesse sperimentato l’ansia per il futuro che il conoscere certe cose comportava, la sua vita sarebbe stata irrimediabilmente diversa. Così aprì un po’ di più gli occhi, lasciando intravedere il languore della vecchiaia, e versò del vino nel suo bicchiere, sino all’orlo.

Bardazzi in quel momento ascoltava interessato, conosceva già le tesi di Madam Blavatsky, ma gli piaceva come l’orefice le stava esponendo. Un tempo avrebbe anche pensato che si potesse trarre qualche insegnamento dalla saggezza altrui, ma dopo tanti anni aveva maturato la convinzione che ciò che si chiama esperienza, altro non sia che un fardello di pregiudizi, illusioni e false idee.

L’avvocato Segugio guardava tutti con occhi socchiusi e la faccia concentrata, si accomodò a gambe aperte su una sedia squadrata appoggiando le braccia sullo schienale, con l’aria di stare comodo.

“La prego signor Prassede, continui la sua esposizione” disse allora fingendo attenzione, senza però riuscire a simularla in modo convincente.

L’orefice non se ne accorse, o perlomeno non diede l’idea che la cosa lo riguardasse in qualche modo, e riprese a raccontare.

“L’umanità avrebbe avuto origini aliene, e sarebbe il frutto di esperimenti compiuti da esseri extraterrestri, che crearono diverse razze, collocandole in diverse parti del mondo: il nord dell’Asia, su di un continente ora scomparso, ma un tempo ubicato nell’oceano Indiano e chiamato Mu o Lemuria, ad Atlantide, sino a creare infine la quinta razza, quella attuale.”

“Una cosmogonia non convenzionale come dite Voi” commentò Bardazzi lanciando uno sguardo diretto contemporaneamente in molti posti, “eppure hanno avuto un seguito ed un altro membro della società teosofica, Scott Elliot, pubblicò altri due libri: La storia di Atlantide, nel 1895 e La perduta Lemuria, nel 1904″

“Molto pertinente” disse Segugio annuendo, “e nel testo del 1895 Elliot afferma che i potenti maghi di Atlantide, utilizzando i loro poteri a fini malefici, ruppero il legame con “gli istruttori occulti” e, trasformando la positiva magia bianca in una negativa magia nera, sconvolsero l’equilibrio naturale della terra, provocando grandi cataclismi.”

“Anche la Blavatsky scrive di uno scontro tra i maghi malefici di Atlantide, e quelli più saggi e buoni di una città chiamata Sham bha lah” aggiunse il professore con la voce impostata.

La barba corta con il pizzetto ed il tono serio, gli conferivano una certa credibilità, e anche l’orefice sembrava sensibile al suo charme. Da quando era stato invitato come relatore al convegno sulla Piacenza esoterica poi, Bardazzi sentiva di essere diventato più imperscrutabile ed interessante. Certamente non avrebbe esitato a sfruttare il suo nuovo fascino per irretire qualche signora sposata, oppure si sarebbe dedicato alla giovane Marianna, piena di vita e di salute, o forse avrebbe cercato di fare entrambe le cose.

Mancava un minuto alle ore 22:00.

“Direi di metter mano a quella botticella di vin santo che è arrivata giusto giusto al punto suo, e lo potremmo degustare nei miei bicchieri” propose allora l’orefice.

L’uomo con la gamba di legno afferrò un bauletto di legno appoggiato sul pavimento e lo depose sul tavolo, dopo aver creato un po’ di spazio spostando il tagliere ed il coltellaccio. Il prosciutto era finito.

Il vecchietto tornò a rovistare nel suo personalissimo tabernacolo, e vi tirò fuori un bottiglione di vetro bianco. Al suo interno brillava un nettare di colore intenso e dorato, e appena lo ebbe stappato una polposa fragranza si sprigionò nella stanza.

L’uomo con la gamba di legno sorrise, pregustando il piacere che quel vino gli avrebbe dato. Aprì il bauletto ed iniziò a tirare fuori dei preziosi calici a tulipano di cristallo blu, finemente lavorati con bassorilievi in oro bianco a tema bucolico.

“Sono proprio brutti” sentenziò il vecchietto, indicando i bicchieri dell’orefice con il dito alzato, reso esageratamente lungo dalla magrezza.

“Gli ho comprati a Parigi apposta, testa di cazzo!” replicò piccato il signor Prassede, mentre i suoi bicchieri scintillavano sotto la luce del lampadario.

Le lancette sul timer della bomba correvano inesorabili, ora mancavano dieci secondi all’esplosione.

Il vecchietto versò nei calici il pregiato e profumato vin santo.

Segugio guardò fuori dalla finestra chiusa, attraverso la quale filtrava la notte. Sospirò rassegnato a passare la serata con quella strana compagnia. Era sicuro che non sarebbe servito a nulla, ma certe volte era necessario espletare tediose formalità, prima di arrivare al cuore delle questioni. Per lui quella era ormai solo una formalità, certamente inconsueta, ma a cui non poteva sottrarsi. Accettò di bere il vin santo sperando che potesse aiutarlo a far passare il tempo più velocemente.

L’orefice portò il calice alla bocca, sorseggiando il delizioso vin santo.

In quel momento entrò nel cucinotto una ragazzina con i capelli biondi a caschetto e l’aria sbarazzina. Indossava solamente una lunga camicia di cotone e le mutandine bianche. Era la nipote del vecchietto, non aveva ancora compiuto i suoi primi quattordici anni e nell’innocenza della sua età non provava alcun imbarazzo ad indossare abiti così discinti. Attraversò ancheggiando il piccolo cucinotto per rovistare nella dispensa del nonno. Abitava al piano di sopra, e salutò distrattamente gli ospiti, quasi ignorando la loro presenza.

La sua apparizione suscitò al contrario forti emozioni. I due ragazzotti, di poco più grandi, la guardarono rapiti, con la vista appannata dall’alcol e un sorriso vacuo stampato sulla faccia. Erano sbronzi, ma il culetto delizioso della giovinetta era roba da concorso di bellezza. Sodo e fresco, come un frutto maturo pronto da gustare, aveva risvegliato tutte e cinque i loro sensi.

“Vieni da me Fiorella” disse il vecchietto afferrando la nipote per un braccio, “vi presento colei che mi chiuderà gli occhi.”

“Nonno! Non dire queste cose, lo sai che non mi piacciono” protestò l’adolescente, senza offrire resistenza e lasciandosi abbracciare.

“Un brindisi alla nipote dell’oste” biascicò uno dei giovani barcollando pericolosamente sulla sedia.

“Un brindisi alla mia bambina” disse il vecchietto allungando la mano sui quei glutei perfetti.

Anche il professore lo aveva notato, la ragazzina era innocente e priva di malizia, ma sapeva già dimenare il fondoschiena come una navigata donna di mondo.

Certe cose dovevano essere innate, stabilì Bardazzi, guardando il vecchietto che le pizzicava affettuosamente il culetto, come se lei fosse ancora una bambina. Fu in quel momento che il professore comprese di sentirsi attratto da lei. Aveva bevuto troppo. Non era possibile che quella mezza donnina brufolosa potesse suscitargli certe reazioni. Si accese la pipa e cercò di distogliere lo sguardo dal corpo acerbo e conturbante di Fiorella, sforzandosi di allontanare i pensieri peccaminosi che la giovinetta gli stava già suscitando. Guardò i cinque bottiglioni vuoti ordinatamente collocati sul pavimento uno in fila all’altro. Ne aveva bevuti, lui solo, almeno tre, poi il vin santo. Il vino piacentino del vecchietto era sincero, ma traditore. Bicchiere dopo bicchiere lo aveva buttato giù senza preoccuparsi, ed ora si trovava ad un sorso da quella condizione ebbra nella quale non sarebbe stato più padrone di sé.

Le campane del duomo di Piacenza iniziarono a suonare, erano le ore 22:00 di quel caldo 22 giugno 1940.

Gamba di legno si era mezzo appisolato sulla sedia, mentre i due giovanotti fissavano con aria inebetita le mutandine bianche di Fiorella, che dopo aver sorseggiato un po’ di vin santo dal bicchiere del nonno, aveva cominciato a ridere e cantare.

Prassede sembrava soltanto interessato a recuperare i suoi calici di cristallo blu finemente lavorati e comperati a Parigi. Si domandò, fissando meditabondo uno dei suoi preziosi bicchieri, se anche nell’antichità le civiltà del passato avessero saputo creare manufatti di analoga bellezza. Immaginò che qualcosa di simile fosse anche esistito, ma nulla di ciò che era stato creato in precedenza o che lo sarebbe stato nel futuro, poteva gareggiare in splendore con i suoi calici. Quando ebbe terminato di riporli nel bauletto provò un’intensa soddisfazione. Li avrebbe lavati uno ad uno, prendendosi cura di loro, come fossero vivi, come fossero la cosa più importante che aveva al mondo. Nessuno gli avrebbe mai sottratto i calici di cristallo. A costo della vita li avrebbe sempre protetti con ogni mezzo.

La deflagrazione fu terrificante.

Si udì una sorda esplosione sotterranea, simile ad un terremoto. Le finestre della cantina esplosero verso l’esterno. Ci fu una serie di schianti. Le fiamme si sprigionarono dal seminterrato. Il pavimento della fiaschetteria scoppiò: mattoni, piastrelle, legno volarono in aria. Il professore e tutti gli altri dentro al cucinotto vennero scaraventati a terra ed inghiottiti dalle viscere dell’edificio. Alcuni presero fuoco, altri furono travolti da una pioggia di schegge, pietre e mattoni.

I calici di cristallo dell’orefice andarono distrutti.

Non ci furono superstiti.

Il corpo della piccola Fiorella fu ritrovato semicarbonizzato con le mutandine bruciacchiate ed annerite dalle fiamme.

L’ultimo pensiero del professor Egidio Bardazzi fu per le gambe della bella Marianna, la giovane locandiera del Gatto Nero.

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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La cugina minorenne

Cugina minorenne

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Jock si svegliò con la certezza che fosse un giorno speciale, ma non riuscì subito a capire il perché. Poi ricordò: stava per lasciare la città.

Non sarebbe arrivato lontano se avesse avuto l’aspetto dello spietato assassino criminale figlio di puttana in fuga: per prima cosa doveva darsi una ripulita.

Accese la caldaia sgangherata, poi andò in bagno ed aprì il rubinetto dell’acqua calda che iniziò a cadere lentamente nella vecchia vasca incrostata. La piccola stanza si riempì di vapore.

Andò in cucina e colmò un calice con del vino rosso italiano che non conosceva, non lo aveva mai sentito nominare: era un Gutturnio Superiore vendemmia 2010. Lo tracannò con un paio di copiose sorsate, poi appoggiò il bicchiere vuoto sul tavolo, si spogliò e tornò in bagno scorreggiando.

Si lasciò cadere nella tinozza e con una grossa saponetta ed una spazzola rigida iniziò a lavarsi.

Provava una sensazione piacevole. Era l’ultima volta che si toglieva dalla pelle sangue rappreso e brandelli di carne morta di qualche bastardo ammazzato a sangue freddo: non avrebbe più dovute uccidere per vivere.

Si lasciava alle spalle la vita del fuorilegge e aveva davanti a sé il Messico, la libertà e una montagna di soldi da spendere sino alla vecchiaia. Avrebbe conosciuto gente che non aveva mai sentito parlare della banda degli assassini di San Clemente. Il suo destino era un libro bianco sul quale avrebbe scritto ciò che voleva.

Si stava ancora lavando quando la cugina minorenne, Betty, entrò nel bagno. Sembrava turbata ed incerta, esitante sulla soglia.

Jock sorrise, le porse la spazzola e ordinò: “Lavarmi la schiena”

Lei si avvicinò e afferrò la spazzola, ma rimase immobile a fissarlo con uno sguardo vagamente malinconico.

“Su dai, datti da fare” la sollecitò Jock.

Lei cominciò a spazzolargli la schiena.

“Dicono che è stata una vera strage” disse.

“Ne avete ammazzati una mezza dozzina, tra guardie giurate, impiegati e clienti innocenti”

“Abbiamo rapinato una banca, c’è stata una sparatoria, e qualcuno ci ha lasciato le penne, nessuno sarebbe morto se avessero fatto come avevamo comandato.”

Betty si fermò. “Portami con te, Jock” lo implorò. “Non lasciarmi qui sola.”

Jock se lo aspettava, il bacio del giorno prima era stato un segnale premonitore. Si sentiva in colpa. Era affezionato alla cugina e si era divertito con lei l’estate precedente, quando l’aveva portata in collina e avevano fatto l’amore dopo essersi ubriacati. Ma non voleva vivere con lei, e poi era anche minorenne, e questo gli avrebbe provocato un sacco di problemi. Come poteva spiegarglielo senza farla soffrire? Lei aveva le lacrime agli occhi e si capiva quanto desiderasse scappare in Messico con lui. Ma era deciso a partire solo: non desiderava altro che fuggire lontano e godersi gli illeciti proventi delle sue passate attività criminali.

“Devo andare” disse. “Mi mancherai, Betty, ma non posso portarti con me.”

“Credi di essere migliore di tutti noi, vero?” replicò lei in tono risentito.  Aveva occhi grandi e scuri, vagamente folli e deliziosamente incastonati in un bel viso angelico, che la faceva sembrare più giovane dei suoi 16 anni.

“Tua madre era una stronza e tu le somigli. Non sono abbastanza per te? Vuoi andare a Cancún e metterti con qualche troia messicana suppongo!”

Sua madre era sempre stata una canaglia in effetti, ma Jock non sarebbe andato in Messico per mettersi con la prima donnaccia che gli fosse capitata. Si sentiva migliore degli altri? Pensava che sua cugina non fosse alla sua altezza? Probabilmente era proprio quello che credeva, ma non voleva dirglielo apertamente, e si sentì a disagio, non sapeva cosa rispondere.

Betty si sedette sul bordo della vasca e gli posò la mano sul ginocchio che sporgeva dall’acqua. “Non mi ami Jock?”

Lui esitò, avrebbe voluto possederla ancora una volta prima di partire, ma cercò di controllarsi. “Ti voglio bene, Betty, ma non ho mai detto di amarti, e tu non l’hai mai detto a me.”

Betty immerse la mano e lo toccò tra le gambe, sorridendo maliziosa.

“Portami con te e sposami” disse accarezzandolo. Era una sensazione inebriante, Jock le aveva insegnato come fare, e lei aveva imparato in fretta, non voleva sposarla, ma forse avrebbe potuto sfruttarla, lei aveva un innato talento per certe cose. L’idea di farla prostituire per lui in qualche malfamato bordello lo fece eccitare ancora di più.

“Potremo fare tutti i giorni quelle cose che Ti piacciono tanto” lo stuzzicò ancora lei.

“Non posso sposarti perché sei mia cugina minorenne, e tuo padre, mio zio Bud, non lo permetterebbe mai, lo sai bene” osservò Jock, mentre la sua resistenza era al limite.

Betty si alzò e si sfilò il vestito. Prima che lui potesse fermarla, lei entrò nella tinozza e si sedette tra le sue gambe, appoggiando la testa all’indietro sul suo petto villoso.

“Ora tocca a te lavarmi” disse porgendogli il sapone.

Jock la insaponò lentamente, prima le spalle e poi la schiena.

“Portami con te” lo supplicò Betty ancora una volta.

Jock non era più in grado di trattenersi, ma non voleva farsi sedurre, non in quel modo almeno.

“Non ti porterò con me” disse in un bisbiglio, ma senza nessuna convinzione.

Betty si girò, si inginocchiò davanti a lui e lo baciò.

Poi ci fu uno schianto terribile e la porta si aprì.

Betty gridò in preda al panico.

Quattro ceffi fecero irruzione: erano Bud Ammazzacristiani, il capo della banda degli assassini di San Clemente, padre della ragazza e zio di Jock, con tre dei suoi uomini più fidati.

Bud era armato con due pistole, uno dei suoi sgherri aveva un fucile e gli altri avevano in pugno grossi coltelli.

Betty si staccò da Jock ed uscì tremando dalla tinozza, mentre lui rimase immobile, e visibilmente contrariato.

Il bandito con il fucile guardò Betty ostentando disapprovazione: “Due cugini affezionati” disse disgustato.

Bud guardò Jock con disprezzo: “immagino che tu no faccia caso all’incesto normalmente, ma trattandosi della mia bambina ora sei nei guai, testa di cazzo!”

Jock era furioso per via di quella intrusione, ma cercò di dominarsi, lo zio Bud aveva già ucciso in passato per molto meno, quindi sapeva di essere in pericolo.

“La ragazza è consenziente, non abbiamo violato nessuna legge” provò a giustificarsi.

“E’ la verità” squittì Betty da un angolo del bagno, nuda come un verme e terrorizzata.

“Chiudi il becco sgualdrina, nessuno ha chiesto la tua opinione” la redarguì suo padre.

“Non è il caso di farne un dramma adesso” disse Jock nel tentativo di stemperare la tensione.

“Non dirmi di non farne un dramma. Tu che ti scopi tua cugina minorenne, mia figlia, è un fottutissimo dramma del cazzo, e non saranno le tue cazzate a convincermi del contrario, hai capito, maledetto bastardo?”

Jock non aveva mai visto lo zio Bud così alterato. Lo aveva osservato in azione decine di volte, mentre rapinava banche o ammazzava uomini, donne e persino bambini, senza mai perdere la calma ed il sangue freddo. Aveva sempre avuto un aria truce e la bocca piegata in una smorfia crudele, ma adesso i suoi occhi lanciavano saette, sembrava fuori di sé e gesticolava animatamente e pericolosamente con le due pistole in pugno.

“Va bene, capisco il tuo punto di vista, come pensi di sistemare questa faccenda allora, non posso mica sposarla”

“Ovviamente non puoi, quindi per prima cosa ti impedirò per sempre di andare in giro a sedurre minorenni” dichiarò Bud, prima di sparare a Jock in mezzo alle gambe.

L’acqua della tinozza si tinse di rosso, mentre Jock gridando come una scrofa ferita si teneva i testicoli spappolati nel tentativo disperato di tamponare l’emorragia e l’insopportabile dolore provocato da quella barbara castrazione sommaria: morì dissanguato in meno di quaranta minuti.

Bud e gli assassini di San Clemente furono arrestati il giorno dopo, mentre cercavano di scappare in Messico. Erano stati traditi, una telefonata anonima li aveva incastrati.

La refurtiva dell’ultima rapina non fu mai trovata.

Betty, la cugina minorenne e lasciva di Jock, fece perdere le sue tracce per sempre, dopo essere fuggita con il malloppo.

 

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Bill il sadico e la banda delle mutandine rosa

Bill il sadico e le mutandine rosa

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Bill il sadico aveva già ucciso una dozzina di giovani coppiette da quando aveva preso in gestione l’agriturismo Piacenza ubicato sulle verdeggianti colline di Vicobarone.

Aveva sotterrato i cadaveri nell’orto, dopo averli fatti a pezzi con la motosega.  Così adesso l’insalata, i pomodori e le altre verdure crescevano rigogliose.

Quella sera di mezza estate Roberto Rubanomi e Romualda Boccarosa arrivarono all’agriturismo pieni di entusiasmo, accaldati ma felici.

“Dacci una camera fresca e con una bella vista” disse Romualda sorridendo melliflua.

“Ho una bella camera con doppia vasca idromassaggio nel bagno” propose Bill il sadico, guardando avidamente nella scollatura della ragazza.

“Andrà benissimo, prendiamo quella”.

“Sono 150 euro a notte, pagamento anticipato”.

La ragazza non rispose, aprì la sua borsa firmata e tirò fuori i contanti.

Romualda e Roberto erano due banditi e avevano già svaligiato quattro banche e sette farmacie. I quotidiani nazionali si occupavano di loro da quando Romualda aveva cominciato ad usare mutandine di pizzo rosa per imbavagliare i farmacisti vittime delle loro rapine. Erano stati subito ribattezzati come “La banda delle mutandine rosa”.

Romualda era bionda, bella e senza scrupoli e senza alcuna moralità. Roberto era una marionetta nelle sue mani: malvagio, ma completamente succube della sua volontà.

Bill accompagnò i ragazzi alla camera, gli spiegò le regole della casa e poi tornò nel suo ufficio. Per tutto il tempo non tolse gli occhi dalla scollatura della ragazza.

“Hai visto come ti guardava quel maniaco? Sembra Norman Bates, il protagonista di Psyco di Alfred Hitchcock” disse Roberto appena rimasero soli nella stanza.

“Credi sia il tipo giusto?” chiese lei iniziando a spogliarsi.

“Si, penso che con lui potrebbe funzionare”.

“Sono almeno due mesi che non lo fai, ti senti carico al punto giusto?”

Roberto non rispose, prese una bottiglia di Malvasia frizzante dal frigobar e la stappò.

“Ti ho fatto una domanda”.

Roberto si versò da bere, poi guardò Romualda completamente nuda sul letto.

“Se va bene a te, sarà solo questione di qualche minuto” le disse dopo aver tracannato un bicchiere colmo di vino.

“Allora datti da fare” disse lei guardandolo con i suoi due grandi occhi languidi.

Roberto raggiunse Bill nel suo ufficio.

“Vogliamo la colazione a letto”

“Non offriamo questo tipo di servizio” disse Bill alzando lo sguardo dal registro dei corrispettivi.

Roberto mise 50 euro sul tavolo di Bill.

“Per che ora la volete questa colazione?”

“Adesso”.

“Ma sono le 6 del pomeriggio” obiettò Bill.

Roberto mise altri 50 euro sul tavolo: “Non importa che ore siano, la colazione la vogliamo adesso”.

“Fra quindici minuti sarò in camera da voi con la colazione”.

*

Venti minuti dopo Bill e Romualda si davano da fare avvinghiati sul letto, mentre Roberto li guardava partecipando seduto in un angolo della stanza.

“Sei proprio una gran troia” disse Bill tirando i capelli a Romualda.

Romualda gemeva, invitandolo a tirare con ancora più forza.

Bill cominciò a picchiarla, lei lanciò urla di piacere misto a dolore mentre Roberto si finiva sbavando seduto nel suo angolo.

Bill ci diede dentro ancora per qualche minuto, poi tutto finì.

“Ora rivestiti e dacci tutti i soldi che hai” disse Roberto puntandogli una pistola in faccia.

“Che ti prende amico, lo spettacolo non ti è piaciuto?”

“Non fare lo stronzo, questa è una rapina!”

“Ma che cazzo stai dicendo stronzetto di un pervertito guardone”.

“Sta dicendo che se non ci dai subito tutti i tuoi soldi ti facciamo un nuovo buco nel culo, testa di cazzo!” ringhiò Romualda puntandogli contro anche la sua pistola.

“Vai a cagare puttana!” la insultò Bill prima di tirarle un pugno tremendo.

La ragazza crollò a terra con un labbro rotto.

Roberto sparò tre colpi.

Il primo centrò la finestra mandando il vetro in frantumi e si disperse nei vigneti. Il secondo colpì Romualda ad una gamba spappolandole una rotula. Il terzo ferì Bill ad una spalla.

“Mi hai distrutto un ginocchio, coglione!” gridò Romualda piangendo per il dolore.

“Scusami amore, è colpa di questo stronzo” cercò di giustificarsi Roberto.

“Dannati figli di puttana, non uscirete vivi da questo posto” urlò Bill, tenendosi la spalla dilaniata dalla ferita.

“E invece sarai tu a morire, pezzo di merda” chiosò Roberto mentre si avvicinava a Bill. Poi gli appoggiò la canna della pistola in mezzo agli occhi, pronto a premere il grilletto.

Lo sparo rimbombò sinistramente nella stanza, la testa esplose e le pareti bianche della camera si spruzzarono di sangue e cervella.

Romualda appoggiò a terra la sua pistola fumante e guardò soddisfatta il cadavere di Roberto. Lo aveva appena ammazzato a sangue freddo, dopo aver vissuto assieme a lui gli ultimi cinque anni. Lo aveva ucciso per impedire che sparasse a Bill, l’uomo che conosceva soltanto da poche ore, e che l’aveva posseduta come mai nessuno prima di allora.

“Cosa hai intenzione di fare adesso?” le chiese Bill, ansimando per la paura e per il dolore provocato dalla ferita alla spalla ancora aperta.

Lei si trascinò verso di lui singhiozzando con il ginocchio sanguinante, lasciando una scia rossa e vischiosa sul pavimento. Quando gli fu abbastanza vicino lo baciò.

“Ho intenzione di sposarti, brutto bastardo” disse infine.

Bill accettò subito la proposta di quella bionda bella e perversa, baciandola con rinnovata passione.

E vissero molti anni ancora: sadici e contenti, ammazzando molte altre giovani coppie. Con i cadaveri, dopo averli smembrati, ci riempirono l’intero giardino, sino a raggiungere l’età della vecchiaia senza mai essere scoperti.

 

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La professoressa sadica

La professoressa sadica

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Giovanni Ligas arrivò a scuola particolarmente provato.

Il giorno prima ci aveva dato dentro in modo pesante con i suoi compagni di sbronza abituali: Mario Bonaldi e Germano il Capitano. Il Gutturnio era passato a fiumi dalle bottiglie alle loro fauci fameliche.

Alla prima ora avevano lezione d’inglese. La professoressa Mary Zambon entrò in classe vestita in modo diverso. Non indossava il solito kilt scozzese da vecchia babbiona noiosa. No, quel giorno aveva addosso una conturbante tuta nera aderente in latex e calzava stivali in pelle con tacco 12. Aveva anche cambiato pettinatura optando per un caschetto sexy alla Valentina di Guido Crepax. Il rossetto scarlatto e le pupille stranamente dilatate le conferivano un’aria vagamente perversa.

“Bonaldi, Ligas e Germano, subito in presidenza!” sibilò la professoressa di inglese con voce severa.

I tre giovani piombarono nel panico, avviandosi in preda all’agitazione verso gli uffici della preside.

“Mi viene da vomitare” piagnucolò Ligas.

“Cosa cazzo abbiamo combinato questa volta?” si lamentò Bonaldi intercalando con un paio di bestemmioni.

Il Capitano iniziò a pregare, dopo essere impallidito sino a diventare bianco come il latte appena munto.

Quando arrivarono davanti alla presidenza trovarono la porta aperta, ma l’ufficio era vuoto e della preside nemmeno l’ombra.

“Entrate!” gracchiò la Gina, una orribile bidella obesa dai modi scorbutici.

I tre obbedirono, continuando ad interrogarsi sottovoce sulle ragioni della misteriosa convocazione.

Dopo circa dieci minuti di penosa attesa, nella stanza entrò la professoressa Zambon sui nuovi stivali in pelle tacco 12, chiudendosi la porta alle spalle e serrando la serratura con due mandate. Poi prese la chiave e la nascose tra i seni, divenuti anch’essi insolitamente prosperosi e sodi e con due grossi capezzoli turgidi mal celati sotto il latex aderente.

“Spogliatevi” disse la professoressa andandosi a sedere sulla scrivania della preside, proprio davanti a loro.

“Cosa?”

“Come?”

“Dice sul serio?”

I giovani studenti erano basiti ed increduli: era la prima volta che sentivano la Zambon parlare in italiano.

“Siete sordi oltre che stupidi? Vi ho ordinato di togliervi i vestiti!”

Sempre più disorientati i tre obbedirono, sino a restare in mutande.

La prof si avvicinò per passarli in rassegna.

“Toglietevi le mutande mezze seghe!”

Bonaldi eseguì l’ordine già mezzo barzotto. Ligas non oppose resistenza, ma si vergognava e aveva freddo e gli veniva da vomitare sempre più forte. Il Capitano rimase immobile impietrito, diventando rosso come il sangue.

La Zambon non si scompose, si avvicinò al Capitano e lo colpì con un gancio sinistro in pieno stomaco.

“E’ meglio che te le togli da solo quelle luride mutande, fin tanto che sei in grado di farlo usando le tue mani.”

Sopraffatto dalla paura, dalla vergogna e dall’umiliazione, anche il Capitano eseguì gli ordini, ed ora i tre adolescenti erano nudi come vermi davanti alla loro sadica professoressa d’inglese.

“Siete tre patetici stronzi, ed avete anche il cazzo piccolo” sentenziò ridacchiando la Zambon.

Ligas iniziò a piangere in silenzio, il Capitano, umiliatissimo, iniziò a tremare colpito da un attacco di epilessia, Bonaldi scorreggiò rumorosamente in segno di protesta.

“Sei un porco, un pervertito!” lo redarguì immediatamente la Zambon, e per far capire che non stava scherzando aprì la sua vecchia borsa di cartone dalla quale tirò fuori uno sfollagente della polizia. Si avvicinò per bene al Bonaldi e lo colpì sul ginocchio destro con forza inaudita. Il poveraccio crollò a terra bestemmiando con la rotula fratturata.

Poi, mentre lui si dimenava sul pavimento tenendosi in mano il ginocchio gonfio e dal colore bluastro, iniziò a prenderlo a calci intimandogli di mettersi sdraiato supino.

Bonaldi cercò di opporre una timida resistenza, ma le punte rinforzate con placche in titanio degli stivali in pelle tacco 12 della Zambon lo convinsero velocemente ad assecondare i desideri della sadica professoressa.

Quando fu perfettamente sdraiato ed immobile, la Zambon cominciò a calpestarlo camminandogli sopra il petto, la pancia ed i genitali.

Bonaldi sulle prime cercò stoicamente di non urlare, ma poi, quando uno dei tacchi 12 gli infilzarono il pene come uno spiedino tirò un grido che squarciò l’aria e fece tremare le pareti: poi svenne.

“Questa pratica BDSM si chiama trampling” spiegò la Zambon con fare professorale, avvicinandosi minacciosa a Ligas e al Capitano.

“Ma quel pippaiolo del vostro compagno non ha saputo resistere nemmeno pochi secondi” disse afferrando il Capitano per le palle.

“Pensi di poter fare di meglio?”

Il Capitano annuì terrorizzato

“Allora inginocchiati immediatamente!”

Lui obbedì trattenendo il fiato per la paura.

La malvagia professoressa armeggiò nuovamente nella sua borsa e ne tirò fuori un gigantesco fallo in silicone e di color cioccolata.

“Fammi vedere come succhi i cazzi frocetto!”

Il volto del Capitano si rigò di lacrime, poi con le mani tremolanti afferrò il fallo di silicone e se lo mise in bocca simulando maldestramente un’atroce fellatio.

La Zambon lo guardò con disprezzo, poi si rivolse al Ligas: “porgimi le tue mani schifose” gli ordinò, mentre dalla borsa estraeva una bacchetta di legno di Rattan.

Ligas offrì i palmi delle mani.

La Zambon scosse il capo in segno di diniego: “I dorsi” disse contraendo le labbra in un ghigno crudele.

Ligas girò le mani lentamente e tremando, lei cominciò a bacchettarlo con durezza.

Lui iniziò a singhiozzare mentre le mani si gonfiavano ed i dorsi presero a sanguinare.

“Questa punizione corporale si chiama caning” lo informò la Zambon, colpendo sempre più energicamente.

“Basta, la prego… basta” implorò Ligas contorcendosi per il dolore.

La professoressa ignorò le sue suppliche, gli girò dietro le spalle, e dopo avergli rifilato una fucilata nel culo con la punta rinforzata in titanio dello stivale tacco 12 della gamba destra, iniziò a bacchettarlo sulla schiena.

Non contenta, la sadica professoressa d’inglese prese ad alternare le vergate a dei feroci schiaffoni sulla faccia.

Dopo alcuni minuti di indicibile sofferenze, le listate iniziarono a diminuire di numero, lasciando posto ai soli schiaffoni.

Ligas iniziò allora ad udire delle voci lontane che lo chiamavano, insieme a confuse risate di scherno.

Le voci si fecero sempre più forti e vicine, le risate divennero quasi fragorose, ed infine uno schiaffone più forte dei precedenti lo riportò sulla terra costringendolo a svegliarsi.

La professoressa Zambon era in piedi davanti a lui, con il suo consueto kilt scozzese da vecchia e noiosa babbiona e lo guardava sgomenta. Senza aggiungere una parola gli allungò il compito in classe corretto.

Era solo un incubo, pensò Ligas sollevato, assicurandosi che i dorsi delle mani fossero perfettamente sani. Poi afferrò il compito e lo guardò, ripiombando nella più cupa disperazione: aveva preso un altro 4.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Il Pokèmon della Val Tidone

Pokemon della Val Tidone

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Erminio Puzzadipiedi era un ciccione ludopatico, disoccupato, disperatissimo e con decisamente una gran faccia da pirla.

A quarant’anni suonati si era già fatalmente rovinato sputtanando i pochi beni di famiglia ai videopoker, nelle peggiori sale slot della Val Tidone.

La sua vita fatta di espedienti e frustrazioni ebbe una svolta il 15 luglio del 2016, quando l’applicazione a realtà aumentata per dispositivi mobili della Nintendo, la famigerata Pokèmon Go, fu rilasciata ufficialmente anche in Italia.

Erminio era riuscito ad installarla sul suo Iphone di terza categoria comperato da un marocchino abusivo al mercato di Castel San Giovanni.

Da quel momento comprese che il suo destino era segnato. Sarebbe diventato un leggendario ed imbattibile allenatore di Pokèmon.

Passò l’intera seconda metà di luglio a perlustrare in lungo e in largo tutte le principali cittadine della valle a caccia di Pokèmon conseguendo i seguenti straordinari risultati:

  • 4 incidenti stradali provocati lanciandosi in mezzo alla strada senza guardare, nel tentativo di catturare alcuni tra i più rari mostriciattoli giapponesi.
  • 7 denunce per violazione di domicilio, dopo essersi introdotto senza invito né permesso in casa di ignari concittadini a caccia di Pokèmon.
  • 10 aggressioni da parte di padri gelosi e madri inferocite, per aver avvicinato ragazzine minorenni nel tentativo di concertare attacchi coordinati alle più forti palestre Pokèmon della zona.

Ai primi di agosto era già un allenatore di Pokèmon di livello 30, aveva catturato 10.500 Pokèmon, percorso mille chilometri a piedi e perso 23 chili di peso. Cosa ancor più significativa controllava una trentina di palestre Pokèmon prestigiosissime ed era conosciuto in tutta la provincia di Piacenza come l’allenatore di Pokèmon della Val Tidone.

Sembrava che l’inutile vita di Erminio Puzzadipiedi iniziasse ad avere un senso quando in una calda notte di mezza estate, dopo aver bevuto un paio di bottiglie di Ortrugo frizzante dei Colli Piacentini, impazzì completamente.

Scese a Borgonovo con il suo fucile da caccia caricato a pallettoni e cominciò a sparare in faccia agli altri allenatori di Pokèmon.

“Vi ammazzo tutti bastardi maledetti, ne rimarrà soltanto uno e quell’uno sono io”

“No, aspetta, fermati!” urlò una ragazza bionda e giovane e con due grandi occhi folli.

“Cosa vuoi? Levati di mezzo o Ti ammazzo!”

“Non lo fare” disse lei “io posso capire la tua tragedia”

“Che cosa?”

“Capisco la tua tragedia”

“Cosa intendi dire?”

“So come ci si sente, anche io sono stata un po’ in manicomio in un’altra vita.”

Erminio la guardò perplesso per alcuni secondi, poi ricaricò il fucile e le sparò a bruciapelo uccidendola sul colpo.

“Stupida troia” borbottò tra sé e sé e continuò a sparare a tutti quelli che incrociava sul suo cammino per altri dieci minuti.

Dopo aver ammazzato una dozzina di cristiani innocenti fu abbattuto da una pattuglia di carabinieri accorsi sul posto per primi.

Il cadavere fu esposto al pubblico ludibrio per due giorni prima di essere sepolto nel cimitero di Pecorara.

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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La puttana di Satana

La puttana di Satana

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Emanuele Cagnacci, inquietante metallaro del quinto anno, pluriripetente ed aspirante satanista, quel mattino giunse a scuola in perfetto orario.

Era in programma, in aula magna, la festa di Natale organizzata dagli studenti del Liceo Volta di Borgonovo Val Tidone.

Ma mentre tutto il liceo si preparava a festeggiare la fine delle lezioni e le imminenti vacanze natalizie, il Cagnacci aveva progettato un festino alternativo negli scantinati del liceo.

Il Cagnacci, un tipo orribile con lunghi capelli neri e la faccia inespressiva, insieme ai suoi 3 seguaci abituali, tutti utilizzatori di droghe pesanti, era intenzionato ad inscenare una messa nera con rito di iniziazione sacrificale.

I suoi accoliti erano, in ordine di tossicodipendenza: Mino Spinelli, Gaetano Nasoni, Ciro Pera.

Vittima designata era Loretta Pruriti, una cannaiola del quarto anno, impegnata anche politicamente con i rossi del comunista Fausto Truzzone.

“Ripassiamo il piano un’ultima volta” disse Cagnacci, quando i quattro si ritrovarono nei cessi del piano terra per rivedere gli ultimi dettagli.

Ciro Pera iniziò a ripetere meccanicamente: “Allora capo, io e Spinelli andiamo a cercare la troia, e la convinciamo a seguirci nei cessi con la promessa di un dose di speedball

“Quando arriva qui dentro, prima la imbavagliamo con la ball gag, poi la infiliamo nel sacco nero della spazzatura e la trasciniamo in cantina senza farci notare” aggiunse Gaetano Nasoni, preparandosi una pista di cocaina sulla mensola di vetro di un vecchio specchio malandato appeso alla parete.

La Pruriti era stata scelta per le sue fattezze fisiche minute, che la rendevano una facile preda, e soprattutto per la fama di ragazza facile che si era meritatamente guadagnata cambiando in media un fidanzato ogni 10 giorni negli ultimi due anni.

In tutto era già stata con ben 40 diversi ragazzi del liceo, compresi nerd, pivelli del primo anno, e persino Dino Francescato primatista di due di picche e secondo in questa triste classifica al solo Giovanni Ligas.

“Molto bene” annuì il Cagnacci, “le faremo vedere chi comanda. Io vi aspetterò in cantina, nella sala caldaie, dove ho allestito l’altarino per il rito” aggiunse grattandosi sotto le ascelle pelose.

Nell’aula magna del liceo, intanto, era iniziato l’assembramento delle classi in seduta plenaria.

Il programma della festa prevedeva l’esibizione canora di diversi studenti e gruppi musicali, con un palinsesto che spaziava attraverso tutti i generi musicali, compreso un micidiale concerto lirico della contessina Ugobalda Maria Assunta Scotti, rappresentante degli studenti cattolici in seno al consiglio d’istituto e discendente diretta di Pier Maria Scotti detto il Buso.

Per rendere la festa memorabile, Ciccio Giuliacci, Mario Bonaldi e Franco Sparapizze si erano procurati quattro damigiane di ottimo vino piacentino: due di Gutturnio e due di Malvasia.

Per una tragica coincidenza, essendo severamente vietato introdurre alcolici a scuola, avevano deciso di occultare le damigiane proprio nei cessi del piano terra, da dove intendevano dar vita ad uno spaccio americano stile anni 30.

Alle 8:30 in punto, si ritrovarono insieme nello stesso bagno i tre satanisti drogati con la loro ignara preda, e i tre alcolizzati. Questi ultimi, capeggiati da Franco Sparapizze, per l’occasione travestito da gangster americano, erano accompagnati da Giovanni Ligas, Steno Cremona e Dino Francescato, tutti desiderosi di farsi un bicchierino.

“Che cazzo succede qui, cosa ci fate in questo cesso?” protestò immediatamente Ciro Pera, il secondo in gerarchia dopo Cagnacci.

“Non sono affari vostri, non avete mica l’esclusiva sull’uso dei cessi” ringhiò lo Sparapizze, che a quell’ora aveva già bevuto parecchio e credeva di essere Robert De Niro nel capolavoro di Sergio Leone “C’era una volta in America”

Percependo la tensione che si poteva fare a fette con un coltello, Giovanni Ligas si accucciò in posizione defilata cominciando a filmare tutto con la sua videocamera VHS.

Dino Francescato, appena vide la Loretta Pruriti fu preso dal panico e fuggì a gambe levate senza dire una parola.

“Ora ve ne dovete andare, qui abbiamo cose serie da fare” sentenziò con fare minaccioso Mino Spinelli.

“Non hai nessun diritto di mandarci via, credi che sia facile stare la fuori? Se vogliamo restare qui non puoi farci niente, piuttosto invitaci a partecipare” suggerì Ciccio Giuliacci, immaginando che lo Spinelli alludesse ad un droga party.

Mario Bonaldi si attaccò ad una damigiana di Gutturnio cominciando a bere a più non posso.

Zeno Cremona iniziò a rollare una sigaretta lanciando occhiatine maliziose a Loretta Pruriti.

“Va bene andiamo via noi” disse allora Ciro Pera avvicinandosi a Franco Sparapizze. I due si conoscevano bene, erano spesso compagni di bevute nei fumosi locali dal pavimento appiccicoso del Midnight Pub di Milano, dove tutto puzzava di birra scadente, vomito e trasgressione.

“Dateci una mano ad infilare la ragazza in questo sacco del rudo e spariamo in un minuto”

Franco Sparapizze annuì immediatamente, e una luce malvagia gli balenò tra gli occhi.

“Avanti, immobilizzate la troia” ordinò allora il Pera, rivolgendosi ai suoi sodali, mentre Sparapizze si appostava davanti alla porta dei cessi per impedire che altri potessero entrare oppure uscire.

Gaetano Nasoni e Mino Spinelli si avventarono come iene affamate sulla giovane ragazza.

Ma sfortunatamente per loro, Loretta Pruriti non era per nulla remissiva, e ancor meno indifesa. Al contrario, era cintura nera 1° DAN di karate e con un paio di mosse tremende mise fuori combattimento Nasoni, Spinelli e Pera, che si era avvicinato per imbavagliarla con la ball gag.

Già che ci aveva preso gusto, rifilò anche un paio di calci micidiali in piena faccia a Franco Sparapizze e Ciccio Giuliacci.

Zeno Cremona e Giovanni Ligas si salvarono fuggendo dalla finestra, mentre Mario Bonaldi, incurante di quanto accadeva intorno a lui, continuò a darci dentro con le damigiane di Gutturnio.

“Allora stronzetto, chi sarebbe la troia?” chiese la Pruriti afferrando il Pera da un orecchio e sollevando da terra.

“Lasciami! Mi fai male! Ti prego lasciami l’orecchio”

“Dimmi dove si nasconde il tuo capo o te lo stacco, stronzone!”

Il Pera non disse nulla, stringendo i denti nel tentativo vano di sopportare l’atroce dolore.

“Parla o te lo strappo a morsi” aggiunse lei, torcendogli il padiglione auricolare con forza.

Il Pera, che non era un duro, a quel punto crollò confessando tutto.

Lui, Nasone, Spinelli, Giuliacci e Sparapizze, sotto minaccia di evirazione, furono costretti a tornare a casa completamente nudi, al freddo di dicembre e correndo senza mai voltarsi.

Cagnacci fu invece sorpreso dalla sadica Pruriti negli scantinati del liceo, mentre stava spolverando un teschio di capra, circondato da candele nere, croci rovesciate e libri di Aleister Crowley.

Il poveraccio fu riempito di botte, sottomesso, imbavagliato con la ball gag e costretto a sfilare in mutande in aula magna come pony boy, con una scopa infilata nel culo e con al collo un grosso cartello con sopra scritto in caratteri cubitali: “sono la puttana di Satana.”

Mario Bonaldi si addormentò nei cessi del piano terra dopo aver bevuto due damigiane da 54 litri di Gutturnio ed una di Malvasia e si perse il clamoroso spettacolo conclusosi in un crescendo di applausi e ovazioni con la Loretta Pruriti che usciva in trionfo cavalcando il Cagnacci come un mulo da soma.

Da quel giorno e dopo quella umiliazione pubblica senza precedenti, Emanuele Cagnacci perse qualsiasi interesse per il satanismo, si innamorò perdutamente di Loretta Pruriti e accettò di divenirne il suo schiavo per sempre.

 

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La versione rubata

La versione rubata

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Il professore di lettere e latino Ilario Fioretti era precocemente rincoglionito, e benché non avesse ancora compiuto i quarant’anni, era già universalmente considerato un cretino totale.

Quel giorno aveva lasciato la propria borsa incustodita in classe durante la ricreazione, e gli studenti più scapestrati ne avevano immediatamente approfittato per scatenare su quel feticcio tutte le loro frustrazioni.

“Lanciamola fuori dalla finestra” propose Franco Sparapizze afferrando la borsa.

“No, no, aspetta, prima giochiamoci a calcio” suggerì Germano il Capitano colpendola con un sinistro potentissimo. Il manico si scucì restando in mano allo Sparapizze, mentre il resto della borsa si sfracellava con un tonfo sordo contro la parete dietro la cattedra.

“Guardiamo cosa c’è dentro” disse allora Ciccio Giuliacci avventandosi per primo sui resti della sporta di cuoio.

La borsa conteneva una copia sgualcita dell’ultimo numero del settimanale Seconda Mano, una custodia in pelle degli occhiali da lettura del professore, frantumatisi a seguito dell’urto tremendo, ed infine, sorpresa delle sorprese, le fotocopie della versione di latino per il compito in classe programmato per il giorno successivo.

Ciccio Giuliacci sollevò al cielo in preda ad una folle euforia il prezioso ritrovamento, mentre una piccola folla di compagni gli si avvicinava con la bava alla bocca, pregustando gli straordinari vantaggi che quella fortuita scoperta comportava.

Il testo in latino fu ricopiato a tempo di record da Gabriele Micheli e Franco Ernesti, mentre Rocco Bucolico, Mario Bonaldi e Steno Cremona riuscirono in qualche modo a riparare la borsa del professore e a sostituire gli occhiali disintegrati con un paio dalla montatura uguale, ma con lenti da miope.

Poi nel pomeriggio il compito fu tradotto da Maria Benedetti, la prima della classe, costretta a collaborare sotto ricatto. Sandro Burrasca era riuscito a rapire il gatto della Benedetti e minacciava di affogarlo in un fosso se la ragazza non avesse fatto quanto richiesto.

Ottenuta la traduzione della versione, ne furono preparate un congruo numero di fotocopie distribuite a quasi tutta la classe durante la prima ora del giorno dopo.

Rimasero senza soltanto Giovanni Ligas, che essendo un cacasotto da competizione aveva rifiutato di prendere la traduzione temendo di essere scoperto, e Barbara Monatti, assente il giorno precedente, ignara di tutto, ed esclusa perché stava sulle palle a quasi tutti i suoi compagni di classe.

Il compito si svolse regolarmente durante la terza ora, e tutti terminarono la traduzione ben prima della fine del tempo a disposizione. Dino Francescato, per evitare di insospettire il professor Fioretti, decise astutamente di inserire volontariamente qualche errore, giudicando inverosimile per sé stesso un compito perfetto e senza errori.

Il Fioretti si presentò dopo due giorni con i compiti già corretti. Fu un vero trionfo. Tutti avevano preso voti altissimi: 8 oppure 9. Tutti tranne tre studenti: Barbara Monatti che aveva preso 6, Giovanni Ligas che aveva preso 5 e Dino Francescato, che avendo esagerato con gli errori volontari era riuscito a prendere 4.

Mentre la gioia era ancora dipinta sui volti dei giovani, ed in particolare su quelli che in latino non avevano mai preso un voto superiore al 6, Fioretti iniziò a parlare.

“Il compito in classe è annullato” disse con calma teutonica e chiosando con un sorrisetto ironico e vagamente beffardo.

“Ma per chi mi avete preso? Per un cretino? Pensavate davvero che non mi sarei accorto che avete rubato il compito?”

Un silenzio imbarazzato scese su tutta la classe.

“Tu, ad esempio, che non sei nemmeno capace di coniugare rosa rosae, come pensavi di poter fare un compito senza errori e non essere scoperta?” chiese con malcelato disprezzo, additando Maria Catena Addolorata, una delle studentesse più scarse nelle sue materie e che in latino aveva la media del 4 periodico.

Maria Catena abbassò lo sguardo, avvampò per la vergogna, ma non disse nulla.

“E voi due Bonaldi e Giuliacci? Le vostre traduzioni sono identiche. Pensavate forse che avrei attribuito al caso questa straordinaria coincidenza? Vergognatevi!”

La reprimenda del Prof. Fioretti proseguì per altri 15 interminabili minuti, poi tutta la classe fu condannata ad una orribile punizione riparatoria, ispirata al più crudele contrappasso dantesco.

In occasione della festa di fine anno, furono tutti costretti a mettere in scena e a recitare in lingua originale la Medea, una tragedia latina di 1027 versi, divisa in cinque atti e scritta nel primo secolo d.C. da Lucio Anneo Seneca.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Il professore di Matematica e Fisica

Il prof di matematica

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Il professore di matematica Crudelio Camalli era una sadica ed implacabile canaglia.

Gli studenti dei primi banchi lo temevano per l’atroce alito pestilenziale.

Gli studenti meno preparati lo temevano per la spietata severità di giudizio.

Giovanni Ligas, che in matematica e fisica era una vera capra, ne era terrorizzato per entrambi i motivi.

Quella fredda mattina di fine novembre, il Camalli entrò in classe di buon umore.

Appena si fu seduto alla cattedra, masticando rumorosamente una gomma americana, comunicò ridacchiando compiaciuto e con voce greve il programma della giornata.

“Oggi interrogazione a sorpresa”

A questo fatale annuncio si ebbero tre svenimenti, un patetico tentativo di arresto cardiaco simulato, inscenato da Dino Francescato, ed un imbarazzante attacco di colite fulminante.

Ne fu vittima Dario Sella, subito allontanato dalla classe tra lo scherno generale dopo che si era orribilmente cagato addosso.

“Bene, procederemo al solito sorteggione per stabilire chi interrogare” ridacchiò sempre più soddisfatto il Camalli, mentre un silenzio tombale calava sulla classe.

I più scaramantici si affidarono subito a gesti propiziatori al fine di scampare l’incombente pericolo: alcuni afferrarono le parti metalliche di banchi e sedie, altri estrassero dalle tasche corni napoletani, ferri di cavallo e persino amuleti africani.

I più spudorati si infilarono entrambe le mani nelle mutande afferrandosi i coglioni platealmente.

Sandra Pizzo, decisamente sovrappeso ed innamorata senza essere corrisposta del suo compagno di banco Mario Bonaldi, approfittò clamorosamente della situazione per cercare di allungare le mani verso il basso ventre del giovane, già completamente sopraffatto dal panico a causa dei precedenti sorteggi, che per sette volte consecutive lo avevano visto uscire come primo degli interrogati.

I più religiosi si affidarono alla Madonna o al proprio Santo protettore.

Il disumano metodo utilizzato dal Camalli per stabilire i nomi dei disgraziati, consisteva nell’aprire il librone di matematica a caso, leggere il numero della pagina destra e poi applicare un sofisticatissimo algoritmo che gli avrebbe permesso di arrivare ad un numero finito da 1 a 27. Ad ogni numero corrispondeva il nome di uno studente sul registro di classe, ovviamente l’ordine era alfabetico. Mario Bonaldi era il numero 3, subito dopo Pier Sergio Antellano e Rocco Bucolico.

Dopo alcuni interminabili secondi, il Camalli finalmente aprì il libro.

“Pagina 437” disse con voce carica di pathos.

La classe trattenne il fiato e lui iniziò i calcoli:

“Radice quadrata di 437 moltiplicato per l’anno di nascita di mia nonna, diviso il Pil del Congo nel 1969 sommato alla derivata di una funzione in un punto il cui valore del coefficiente angolare della retta tangente alla curva medesima è la tangente trigonometrica dell’angolo formato dalla tangente stessa con il numero di scarpe di mia sorella sottratto al coseno di uno dei due angoli interni adiacenti all’ipotenusa di un triangolo rettangolo diviso per il numero dei miei capelli nel giorno del solstizio di primavera del 1972…  il che dà come risultato…”

Durante il complicato calcolo altri due studenti incapaci di reggere la tensione svennero all’indietro. Ciccio Giuliacci e Franco Sparapizze iniziarono a sudare in maniera imbarazzante, mentre Marino Fabrizi detto Peto era pericolosamente dilaniato da dolori all’addome e Germano il Capitano stava recitando il Salve Regina in latino e ad alta voce.

“Il risultato è….”

Il sadico professor Camalli stava artificiosamente prolungando l’attesa per godersi i volti imbruttiti dalla paura dei suoi malcapitati studenti.

“Il risultato è tre!” disse alla fine con fare fastidiosamente teatrale.

Mentre chi aveva scampato l’insidia tirò un sospiro di sollievo, Mario Bonaldi, sorteggiato per l’ottava volta consecutiva, lanciò un orrendo bestemmione che squarciò l’aria come una bomba, anche perché nello stesso momento la Sandra Pizzo era riuscita ad afferragli le palle provocandogli un dolore lancinante.

“Dai Bonaldi, vieni alla lavagna ha ha ha”

Bonaldi sfigurato dalla rabbia raggiunse la posizione.

Il malvagio Camalli attaccò con un paio di domande di teoria, alle quali il Bonaldi rispose in modo approssimativo, poi affondò il colpo dettando una mostruosa equazione che mandò in crisi lo sventurato.

“Ma dai Bonaldi, ma hai studiato? Ma dai, questa equazione la può risolvere anche mio zio ah ah ah”

Il supplizio del povero Mario proseguì ancora diversi minuti, poi all’ennesima insopportabile domanda accadde l’imponderabile.

“Dai Bonaldi, fammi un esempio di collisione perfettamente anelastica ah ah ah”

Bonaldi si diresse allora lentamente verso il suo banco, con sguardo fisso nel vuoto si fermò proprio davanti alla Sandra Pizzo che lo guardava con occhi pieni d’amore.

“Puttana! Sei una puttana!” gridò in preda alla più cieca follia.

Poi le tirò una testata tremenda in piena faccia, spaccandole il naso e rompendole due incisivi ed il labbro superiore.

Sandra Pizzo fu portata all’ospedale in una maschera di sangue.

Mario Bonaldi fu trascinato in presidenza dopo essere stato legato con una camicia di forza.

Lo lasciarono tornare a casa soltanto dopo quattro settimane, sette esorcismi ed un pellegrinaggio in processione alla Madonna della quercia sul Colle dei Frati vicino a Bettola.

 

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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