Il gatto grigio di Stadera

Una bella domenica d’inizio estate, quando la guerra era ancora lontana, Fulgenzio portò la sua bella in gita fuori città. La caricò sulla sua bicicletta e pedalando di buona lena, in mezza giornata raggiunsero il fiume Po.

Lei era bella, dentro un vestitino di cotone bianco che a stento conteneva le sue grazie, con i capelli sciolti e al vento, ed un fiore infilato dietro l’orecchio.

Passarono delle ore felici, leggendo brevi racconti e combattendo la calura grazie alla brezza trasportata dalle acque e l’ombra della vegetazione florida. Alice era euforica, tutta la giornata Fulgenzio si sarebbe dedicato a lei, e a lei soltanto. Ma quando il cuore è gonfio di emozioni, non si riesce a essere lucidi con la mente, e così Alice non si rese conto del pericolo che si avvicinava. Da par suo, lui era troppo distratto dalla bellezza del paesaggio per prestare attenzione a quel grosso gattone grigio che sbucato fuori dal bosco come se venisse dal nulla si era avvicinato loro con passo felino e facendo le fusa. Assomigliava al gatto grigio della zia di Fulgenzio che abitava a Stadera, una frazione di Nibbiano, un comune della Val Tidone ubicato a pochi chilometri da quei luoghi.

Gli occhi dell’animale erano astuti, il suo pelo liscio e lucente lo faceva apparire innocuo, e per tanto fu accolto con favore, accarezzato, coccolato. I due giovani ancora sull’orlo della vita, non capirono che era quello il tempo del lupo anche se si palesava sotto forma di gatto. Sarebbe stato loro concesso di sottrarsi alla forza del destino nell’ora del fato avverso?

Prima del tramonto, quando ancora qualche nuvola leggere rotolava serafica nel cielo di quel tardo pomeriggio estivo, e mentre i due amanti erano ancora distesi sulla riva del grande fiume, il gattone allungò le zampe sulle gambe di Fulgenzio e gli artigliò le carni.

Il giovane comunista reagì con rabbia scomposta all’improvviso dolore. Con un pugno furioso cercò di offenderlo, ma quello era un gatto, e con un agile salto evitò il colpo.

I graffi nella gamba di Fulgenzio erano profondi e sanguinavano. Lui ora si era alzato in piedi accecato dall’ira, con un gran desiderio che gli montava dentro di acchiappare il gattone e farlo a pezzi. Il suo volto abitualmente così bello e perfetto si era in pochi attimi imbruttito, come inghiottito da un ghigno. Uno di quei ghigni cattivi, che gli attraversò la faccia dagli occhi alle labbra in un lampo di crudeltà.

Alice si sentì turbata, mai aveva visto il suo amato comportarsi in tal modo, mai prima di allora aveva visto quella rabbia latente che infestava gran parte del mondo farsi palpabile, rendersi visibile plasticamente scolpita su di una faccia. E quella faccia ora ribolliva in attesa di esplodere, ed era la faccia dell’uomo di cui lei si era innamorata.

Fulgenzio cercò di avventarsi sopra alla bestiola, e la reazione del gattone fu immediata. Di fronte al comunista bellicoso, il felino si era allungato e aveva irrigidito le zampe, allontanandosi quanto più possibile dal terreno. Per fare questo aveva inarcato la schiena, ingobbendosi come fosse di gomma fino ad assumere la forma di una “U” rovesciata. La coda si era eretta e i muscoli erano scattati facendo alzare anche i peli, trasformando tutto il mantello in una specie di spazzola. Gli occhi si erano spalancati, le pupille dilatate e la bocca aperta in un soffio bestiale, mentre le guance gonfie si allargavano come due piccoli mantici.

Il risultato di questa trasformazione era impressionante ed ora il gattone appariva ancora più grosso. Per esaltare questa illusione si era messo di sbieco e si muoveva mantenendo sempre la stessa posizione, nascondendo la sue reali dimensioni per sembrare anche più robusto e quindi più pericoloso.

Ma il giovane non si era fatto intimidire e caricato un gran destro tentò di calciare la bestiaccia come fosse una palla.

Tuttavia non ebbe fortuna, il gatto si scansò di lato e Fulgenzio, sbilanciatosi, perse l’equilibrio scivolando all’indietro e franando rovinosamente a terra. Nell’urto terribile si procurò una frattura multipla e scomposta delle ossa dell’avambraccio destro.

Le sordide  imprecazioni che a quel punto proruppero dalla bocca del giovane sono irriferibili. Esse gorgogliarono senza sosta per molti minuti come le acque nere e putride di una cloaca in piena. E la violenza e l’impeto furono tali che Alice avvampò dalla vergogna.

Il Gattone era intanto scomparso nel bosco così come dal bosco era venuto, lasciando i due giovani soli.

Tutto intorno a loro era adesso pace e tranquillità, e la natura dominava inalterata il paesaggio circostante. Nell’aria dell’ultimo sole, Fulgenzio si sentì depresso come se del respiro del mondo non avesse ancora capito nulla. Guardò allora dentro agli occhi buoni di Alice ed iniziò a piangere.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Pubblicato per gentile concessione di racconti-brevi.com

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