La ragazza di campagna

Si erano conosciuti sin dall’infanzia  Alice e Fulgenzio e si erano presto innamorati: lei figlia di poveri braccianti agricoli,  lui unico figlio di un ricco latifondista contrario a quella sciagurata relazione.

Appena furono entrambi maggiorenni, e senza ancora essere sposati, iniziarono a vivere insieme, il che creò nuovo scandalo e diede al vecchio padre di Fulgenzio nuovo dolore. A peggiorar le cose erano poi anche intervenute le nuove idee politiche che Fulgenzio era andato maturando negli anni successivi. Idee rivoluzionarie, idee bolsceviche che il ragazzo ribelle si prese il gusto di far conoscere al genitore. Questo ne fu ancor più sconvolto di quanto già non fosse, ormai disperato e quasi rassegnato all’idea di aver perso per sempre il suo unico figlio maschio.

Analoghi scontri Fulgenzio dovette sostenere anche con le sorelle Cleofe e Melitina, ben decise a sostener le ragioni del padre, perché anche a loro la contadina ignorante e senza dote non andava per nulla a genio. E non volendola accettare, preferirono a loro volta troncare ogni relazione con il fratello scellerato, che per amore di una villana aveva sacrificato i sacri legami con la propria famiglia.

Alice dal canto suo, fuggì di casa per raggiungere a Milano il suo amato, ed anche la sua scelta non fu indolore. Per quanto i suoi cari fossero segretamente felici di quella risoluzione, e nascostamente gioissero alla prospettiva di veder sottratta la propria figlia ad una sicura vita di miserie come era stata la loro, ufficialmente diedero a vedere tutto il contrario. Si dissero sconcertati e offesi dalla condotta emancipata della figlia, e da per tutto dissero male di quello scandaloso contegno, nell’ipocrita tentativo di salvare le apparenze e la propria modesta reputazione, unico conforto in un’esistenza segnata dagli stenti e dalla fatica, entrambi garantiti dalla dura vita nei campi.

Alice ne fu offesa e a sua volta, di sua iniziativa, non volle più vedere i genitori, rei, a suo giudizio, di non aver compreso la purezza delle sue intenzioni e la sincerità dei suoi sentimenti. Le quali cose avrebbero dovuto di per se stesse, sempre secondo le valutazioni di Alice, appianare ogni diverbio e restituire alla giovine ed alla sua famiglia il rispetto e la considerazione che le erano dovuti.

Ma di quei tempi le cose andavano assai diversamente, e fu così che i due innamorati restarono soli ad affrontare la vita, in una città lontana, senza aiuto né consolazione.

Eppure erano riusciti a superare le avversità e a passare oltre ogni impiccio. Fulgenzio esercitava una professione ben pagata e con discreto successo, Alice si occupava della casa, in attesa di essere portata all’altare e di allargare la famiglia con il primogenito del quale erano ancora in cerca.

Alice era una ragazza di modesta bellezza, ma molto dolce e premurosa. Il suo volto pareva quello di un angelo, e sotto le lunghe ciglia nere, i suoi occhi buoni mostravano all’esterno il candore del suo animo. Non aveva che una erudizione elementare, ma a dispetto della giovane età era dotata di tutta la saggezza popolare della sua epoca, e come ispirata dalla Provvidenza sapeva anche dispensar consigli e prendere le decisioni giuste, o perlomeno le più convenienti al suo partito. La sua intelligenza era fine, la sua curiosità intellettuale vivace. Leggeva molto, soprattutto le pubblicazioni cattoliche, come il quotidiano Italia. Viveva senza altra ambizione che regolare la sua posizione di concubina e maritarsi con l’amato Fulgenzio. Una volta messa su famiglia, sperava di dare al mondo un adeguato numero di figli.

Il matrimonio prima negato dal padre di Fulgenzio, era ora rimandato per i capricci del giovane, che per il piacere di dare offesa alla morale e per le strane idee politiche che era andato professando, pensava fosse cosa giusta praticare la convivenza senza matrimonio. Da quando aveva cominciato a nutrire idee contrarie alla Chiesa ed alla fede cristiana, si era pure convinto che bruciare le chiese ed impiccare i preti come Stalin aveva fatto in Russia fosse cosa auspicabile in ogni dove, ed in questo aveva avuto di che discutere con la povera Alice, che pur cresciuta nella miseria era ancora ferventemente timorata di Dio e delle sue leggi.

Se i due innamorati potevano dunque andare avanti d’amore e d’accordo in ogni campo, soltanto la politica era argomento sul quale correvano ogni volta il rischio di bisticciare. E ciò perché in quella, Alice aveva individuato l’unico impedimento che le restava da superare per conseguire le sue aspirazioni e vivere felicemente sino in fondo la sua esistenza.

D’altro canto non era tanto audace da sfidare Fulgenzio apertamente, e nemmeno era sino ad allora riuscita ad esplicitare in modo franco le sue aspettative, totalmente assorbita dal desiderio di compiacerlo in ogni modo possibile.

E lui a volte la ricambiava, cercando di renderla felice con piccole attenzioni e qualche regalo di poco valore. Ma per Alice era il pensiero ciò che più contava, e tanto le bastava per dimenticare ogni tristezza e sentirsi bene.

Una bella domenica d’inizio estate, quando la guerra era ancora lontana, Fulgenzio portò la sua bella in gita fuori città. La caricò sulla sua bicicletta e pedalando di buona lena, in un paio d’ore, lasciata alle spalle la vecchia Milano, raggiunsero il fiume Adda.

Lei era bella, dentro un vestitino di cotone bianco che a stento conteneva le sue grazie, con i capelli sciolti e al vento, ed un fiore infilato dietro l’orecchio.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Vietata la riproduzione, Copyright ©2013 racconti-brevi.com

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Il gatto grigio di Stadera

Una bella domenica d’inizio estate, quando la guerra era ancora lontana, Fulgenzio portò la sua bella in gita fuori città. La caricò sulla sua bicicletta e pedalando di buona lena, in mezza giornata raggiunsero il fiume Po.

Lei era bella, dentro un vestitino di cotone bianco che a stento conteneva le sue grazie, con i capelli sciolti e al vento, ed un fiore infilato dietro l’orecchio.

Passarono delle ore felici, leggendo brevi racconti e combattendo la calura grazie alla brezza trasportata dalle acque e l’ombra della vegetazione florida. Alice era euforica, tutta la giornata Fulgenzio si sarebbe dedicato a lei, e a lei soltanto. Ma quando il cuore è gonfio di emozioni, non si riesce a essere lucidi con la mente, e così Alice non si rese conto del pericolo che si avvicinava. Da par suo, lui era troppo distratto dalla bellezza del paesaggio per prestare attenzione a quel grosso gattone grigio che sbucato fuori dal bosco come se venisse dal nulla si era avvicinato loro con passo felino e facendo le fusa. Assomigliava al gatto grigio della zia di Fulgenzio che abitava a Stadera, una frazione di Nibbiano, un comune della Val Tidone ubicato a pochi chilometri da quei luoghi.

Gli occhi dell’animale erano astuti, il suo pelo liscio e lucente lo faceva apparire innocuo, e per tanto fu accolto con favore, accarezzato, coccolato. I due giovani ancora sull’orlo della vita, non capirono che era quello il tempo del lupo anche se si palesava sotto forma di gatto. Sarebbe stato loro concesso di sottrarsi alla forza del destino nell’ora del fato avverso?

Prima del tramonto, quando ancora qualche nuvola leggere rotolava serafica nel cielo di quel tardo pomeriggio estivo, e mentre i due amanti erano ancora distesi sulla riva del grande fiume, il gattone allungò le zampe sulle gambe di Fulgenzio e gli artigliò le carni.

Il giovane comunista reagì con rabbia scomposta all’improvviso dolore. Con un pugno furioso cercò di offenderlo, ma quello era un gatto, e con un agile salto evitò il colpo.

I graffi nella gamba di Fulgenzio erano profondi e sanguinavano. Lui ora si era alzato in piedi accecato dall’ira, con un gran desiderio che gli montava dentro di acchiappare il gattone e farlo a pezzi. Il suo volto abitualmente così bello e perfetto si era in pochi attimi imbruttito, come inghiottito da un ghigno. Uno di quei ghigni cattivi, che gli attraversò la faccia dagli occhi alle labbra in un lampo di crudeltà.

Alice si sentì turbata, mai aveva visto il suo amato comportarsi in tal modo, mai prima di allora aveva visto quella rabbia latente che infestava gran parte del mondo farsi palpabile, rendersi visibile plasticamente scolpita su di una faccia. E quella faccia ora ribolliva in attesa di esplodere, ed era la faccia dell’uomo di cui lei si era innamorata.

Fulgenzio cercò di avventarsi sopra alla bestiola, e la reazione del gattone fu immediata. Di fronte al comunista bellicoso, il felino si era allungato e aveva irrigidito le zampe, allontanandosi quanto più possibile dal terreno. Per fare questo aveva inarcato la schiena, ingobbendosi come fosse di gomma fino ad assumere la forma di una “U” rovesciata. La coda si era eretta e i muscoli erano scattati facendo alzare anche i peli, trasformando tutto il mantello in una specie di spazzola. Gli occhi si erano spalancati, le pupille dilatate e la bocca aperta in un soffio bestiale, mentre le guance gonfie si allargavano come due piccoli mantici.

Il risultato di questa trasformazione era impressionante ed ora il gattone appariva ancora più grosso. Per esaltare questa illusione si era messo di sbieco e si muoveva mantenendo sempre la stessa posizione, nascondendo la sue reali dimensioni per sembrare anche più robusto e quindi più pericoloso.

Ma il giovane non si era fatto intimidire e caricato un gran destro tentò di calciare la bestiaccia come fosse una palla.

Tuttavia non ebbe fortuna, il gatto si scansò di lato e Fulgenzio, sbilanciatosi, perse l’equilibrio scivolando all’indietro e franando rovinosamente a terra. Nell’urto terribile si procurò una frattura multipla e scomposta delle ossa dell’avambraccio destro.

Le sordide  imprecazioni che a quel punto proruppero dalla bocca del giovane sono irriferibili. Esse gorgogliarono senza sosta per molti minuti come le acque nere e putride di una cloaca in piena. E la violenza e l’impeto furono tali che Alice avvampò dalla vergogna.

Il Gattone era intanto scomparso nel bosco così come dal bosco era venuto, lasciando i due giovani soli.

Tutto intorno a loro era adesso pace e tranquillità, e la natura dominava inalterata il paesaggio circostante. Nell’aria dell’ultimo sole, Fulgenzio si sentì depresso come se del respiro del mondo non avesse ancora capito nulla. Guardò allora dentro agli occhi buoni di Alice ed iniziò a piangere.

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Scritto da Anonimo Piacentino

Pubblicato per gentile concessione di racconti-brevi.com

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Il comunista della Val Tidone

Appena furono entrambi maggiorenni Alice e Fulgenzio, senza ancora essere sposati, abbandonarono la nativa Val Tidone e iniziarono a vivere insieme, il che creò gran scandalo e diede al vecchio padre del ragazzo un grande dolore. A peggiorar le cose erano poi anche intervenute le nuove idee politiche che Fulgenzio era andato maturando negli anni precedenti. Idee rivoluzionarie, idee bolsceviche che il giovane comunista si prese il gusto di far conoscere al genitore. Questo ne fu ancor più sconvolto di quanto già non fosse, ormai disperato e quasi rassegnato all’idea di aver perso per sempre il suo unico figlio maschio.

Analoghi scontri Fulgenzio dovette sostenere anche con le sorelle Cleofe e Melitina, ben decise a sostener le ragioni del padre, perché anche a loro quella contadina ignorante e senza dote che era Alice, non andava per nulla a genio. E non volendola accettare, preferirono a loro volta troncare ogni relazione con il fratello scellerato, che per amore di una villana aveva sacrificato i sacri legami con la propria famiglia.

Alice dal canto suo, fuggì di casa per andare a vivere con il suo amato, ed anche la sua scelta non fu indolore. Per quanto i suoi cari fossero segretamente felici di quella risoluzione, e nascostamente gioissero alla prospettiva di veder sottratta la propria figlia ad una sicura vita di miserie come era stata la loro, ufficialmente diedero a vedere tutto il contrario. Si dissero sconcertati e offesi dalla condotta emancipata della figlia, e da per tutto dissero male di quello scandaloso contegno, nell’ipocrita tentativo di salvare le apparenze e la propria modesta reputazione, unico conforto in un’esistenza segnata dagli stenti e dalla fatica, entrambi garantiti dalla dura vita nei campi.

Alice ne fu offesa e a sua volta, di sua iniziativa, non volle più vedere i genitori, rei, a suo giudizio, di non aver compreso la purezza delle sue intenzioni e la sincerità dei suoi sentimenti. Le quali cose avrebbero dovuto di per se stesse, sempre secondo le valutazioni di Alice, appianare ogni diverbio e restituire alla giovine ed alla sua famiglia il rispetto e la considerazione che le erano dovuti.

Ma di quei tempi in Val Tidone e sulle colline piacentine le cose andavano assai diversamente, e fu così che i due amanti restarono soli ad affrontare la vita, in una città lontana, senza aiuto né consolazione.

Eppure erano riusciti a superare le avversità e a passare oltre ogni impiccio. Fulgenzio esercitava una professione ben pagata e con discreto successo, Alice si occupava della casa, in attesa di essere portata all’altare e di allargare la famiglia con il primogenito del quale erano ancora in cerca.

Alice era una ragazza di modesta bellezza, ma molto dolce e premurosa. Il suo volto pareva quello di un angelo, e sotto le lunghe ciglia nere, i suoi occhi buoni mostravano all’esterno il candore del suo animo. Non aveva che una erudizione elementare, ma a dispetto della giovane età era dotata di tutta la saggezza popolare della sua epoca, e come ispirata dalla Provvidenza sapeva anche dispensar consigli e prendere le decisioni giuste, o perlomeno le più convenienti al suo partito. La sua intelligenza era fine, la sua curiosità intellettuale vivace. Leggeva molto, soprattutto racconti brevi o le pubblicazioni cattoliche, come il quotidiano Italia. Viveva senza altra ambizione che regolare la sua posizione di concubina e maritarsi con l’amato Fulgenzio. Una volta messa su famiglia, sperava di dare al mondo un adeguato numero di figli.

Il matrimonio prima negato dal padre di Fulgenzio, era ora rimandato per i capricci del giovane, che per il piacere di dare offesa alla morale e per le strane idee politiche che era andato professando, pensava fosse cosa giusta praticare la convivenza senza matrimonio. Da quando aveva cominciato a nutrire idee contrarie alla Chiesa ed alla fede cristiana, si era pure convinto che bruciare le chiese ed impiccare i preti come Stalin aveva fatto in Russia fosse cosa auspicabile in ogni dove, ed in questo aveva avuto di che discutere con la povera Alice, che pur cresciuta nella miseria era ancora ferventemente timorata di Dio e delle sue leggi.

Se i due innamorati potevano dunque andare avanti d’amore e d’accordo in ogni campo, soltanto la politica era argomento sul quale correvano ogni volta il rischio di bisticciare. E ciò perché in quella, Alice aveva individuato l’unico impedimento che le restava da superare per conseguire le sue aspirazioni e vivere felicemente sino in fondo la sua esistenza.

D’altro canto non era tanto audace da sfidare Fulgenzio apertamente, e nemmeno era sino ad allora riuscita ad esplicitare in modo franco le sue aspettative, totalmente assorbita dal desiderio di compiacerlo in ogni modo possibile.

E lui a volte la ricambiava, cercando di renderla felice con piccole attenzioni e qualche regalo di poco valore.

Ma per Alice era il pensiero ciò che più contava, e tanto le bastava per dimenticare ogni tristezza e sentirsi bene.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Gli amanti di Calendasco

Fulgenzio Pramiro ed Alice si erano conosciuti sin dall’infanzia perché lei, figlia di poveri braccianti agricoli, viveva in una miseranda casa attigua alla dimora padronale dei Pramiro, in quel di Calendasco, un borgo piacentino abitato in quel tempo da poco meno di quattromila anime. E nel cortile della grande cascina i figli dei ricchi padroni e quelli dei miseri contadini potevano mischiarsi. I primi senza eccezione curati e ben vestiti, i secondi spesso trasandati e sempre con umili indumenti, ma nell’innocenza della loro fanciullezza, quelle non erano ancora barriere che potessero separare gli uni da gli altri. Con il sopraggiungere dell’adolescenza e gli iniziali rudimenti dell’educazione, i due giovani avevano imparato presto che, secondo gli usi del tempo, le proprie vite erano destinate a non doversi mai più incrociare. E per quanto la giovinetta fosse ben certa e consapevole di non poter anelar nemmeno in sogno alla compagnia del bel Fulgenzio, quest’ultimo, sin da allora di indole ribelle, non si rassegnava affatto a dover seguire i costumi, le regole e le consuetudini dell’epoca.

A dispetto delle aspettative del vecchio Pramiro, che per il suo unico figlio maschio progettava un futuro a fianco di qualche fanciulla ricca e di buona famiglia, Fulgenzio si innamorò, contro ogni ragionevole previsione, proprio di quella umile e povera contadinella.

Da prima i due iniziarono con lo scambiarsi degli sguardi diversi da quelli che erano stati abituali durante i giochi dell’infanzia, poi anche il modo di parlare tra loro divenne diverso, nelle forme, ma soprattutto nei contenuti. Infine, una sera di fine estate all’inizio degli anni trenta, Fulgenzio si decise a prendere l’iniziativa, si appartò con la ragazza in un angolo buio della cascina, e dopo essersi dichiarato la baciò sulla bocca.

Lei arrossì per l’emozione, senza fiatare si aggrappò al collo del bel Fulgenzio e ne corrispose le attenzioni, incurante delle conseguenze. Per entrambi era quello il primo bacio, e segnò l’inizio di una storia d’amore appassionata e travolgente, che gli avrebbe legati a lungo contro ogni avversità.

E le tribolazioni per i giovani innamorati iniziarono subito. Per timore di dar scandalo si incontravano di nascosto, in qualche capanno in aperta campagna, o in altri luoghi lontani da occhi indiscreti. Il loro amore clandestino e segreto ebbe però vita breve, qualcuno un giorno li vide insieme e in un lampo la loro relazione divenne di pubblico dominio sino a giungere alle orecchie del vecchio Pramiro.

Il genitore la prese molto male ed impazzì di rabbia. Mandò a chiamare il padre della ragazza e gli intimò di tener in casa la figlia scostumata, minacciando le più radicali rappresaglie se non fosse stato ubbidito. Quindi, dopo averlo convocato al suo cospetto, affrontò il figlio con le più scorbutiche intenzioni.

“Come hai osato gettare ombra sul rango della tua famiglia? Non sai tu che con quella pezzente non hai nulla da spartire né oggi né mai ne avrai in futuro?”  lo interrogò con il volto irrigidito dall’irritazione, con cipiglio minaccioso e con occhi severi, di quelli che non ammettono repliche.

“Padre, io amo quella giovane e la prenderò in sposa, mi rammarico che la cosa Vi sia sgradita, ma questo è il mio intendimento” rispose il giovane Fulgenzio arrossendo per l’emozione, ma dando prova di insospettabile fermezza e sfrontatezza, dinnanzi all’uomo che lo aveva sino a quel giorno considerato come una delle tante proprietà, delle quali poteva disporre a piacimento e senza render conto delle proprie decisioni.

“Maleducato!” esclamò il padre, indietreggiando due passi, tutto imbruttito per l’indignazione, e piantandogli in faccia due occhi inquisitori lo ammonì: “Sei senza creanza, e dunque è così che ora ti rivolgi al padre tuo? Ma stai ben certo che senza il mio consenso nessuna di queste tue malsane intemperanze potrai condurre a compimento. Faresti meglio a mettere giudizio in fretta o queste tue spalle da mascalzone conosceranno le carezze che ti sarai così maldestramente meritate!”

“Padre, io non temo la vostra ira e nemmeno le vostre punizioni” disse il giovane sommessamente, sapendo bene che rischiava di essere sonoramente legnato.

“Sono pronto a sopportare ogni violenza o privazione” proseguì sfidando l’autorità paterna, “ma nulla potrà dividermi dalla mia amata, e il mio destino sarà di unirmi a lei, che Voi lo vogliate oppure no!”

“Questo è troppo figlio sciagurato!” replicò il vecchio schiumando rabbia, “sapevo della tua indole ribelle, che si manifestò sin dall’infanzia, ma giungere a tanta irriverenza ed insolenza non è cosa che si possa lasciar passare come una qualunque marachella. Ora io mi pento di averti fatto parte delle antiche prerogative del nostro casato. Mi chiedo con terrore se un animo così indisciplinato ed un indole tanto poco rispettosa delle tradizioni, potranno mai consentirti di tener fede agli obblighi che il portare il tuo cognome comporta! Non voglio più vederti sino a quando non avrai riconsiderato i tuoi propositi.”

Il vecchio sembrava una belva in gabbia e si muoveva inquieto davanti lo scrittoio dello studio dove aveva ricevuto l’ingrato figlio. Ormai aveva deciso di allontanarlo, e così gli urlò indicando l’uscio con impeto furente: “Ora lasciami col mio dolore ed esci da questa casa!”

Fulgenzio, che era rimasto immobile col capo chino, rassegnato ad ascoltare in silenzio la rampogna del genitore irato, fu sulle prime colto alla sprovvista, non avendo preventivato di poter essere cacciato di casa. Ma dopo l’iniziale sbalordimento si riprese, e ostentando un orgoglio anche eccessivo, uscì da dove era venuto, e da quel giorno non fece più ritorno alla casa paterna né si riconciliò più con il burbero padre.

Si trasferì a Milano dove avrebbe terminato gli studi, e si congiunse con la sua amata Alice.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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