Melmoth l’errante (1820) di Charles Maturin: recensione critica.

Pubblicato per la prima volta nel 1820, Melmoth l’errante di Charles Maturin rappresenta uno degli apici del romanzo gotico europeo. Nato dalla fervida immaginazione di un ecclesiastico irlandese, quest’opera intreccia elementi sovrannaturali, filosofici e psicologici in un mosaico narrativo di straordinaria complessità. In un’epoca in cui il romanzo gotico aveva già esplorato castelli infestati e tormenti dell’anima, Maturin introduce una nuova profondità, scavando nel cuore delle tenebre umane con una visione tanto ampia quanto inquietante.

Al centro della narrazione vi è Melmoth, un personaggio che incarna la dannazione eterna. Melmoth è l’uomo che ha venduto la propria anima in cambio di un’estensione innaturale della vita, un patto faustiano che lo lega a un destino di tormento e solitudine. La sua condizione di immortale lo rende spettatore e artefice delle tragedie altrui, mentre cerca disperatamente qualcuno a cui trasferire il suo fardello. La figura di Melmoth non è solo un simbolo della dannazione, ma anche un veicolo per esplorare l’angoscia esistenziale. La sua immortalità non è un dono, ma una maledizione che lo costringe a confrontarsi con l’inesorabile decadenza del mondo e della natura umana. È un personaggio che, nonostante la sua spietatezza, suscita una forma perversa di pietà, poiché il lettore vede in lui il riflesso amplificato delle proprie paure e debolezze.

La narrazione di Melmoth l’errante si distingue per la sua struttura a incastro, che richiama alla mente le Mille e una notte e altre opere costruite su storie dentro altre storie. Questo artificio narrativo consente a Maturin di ampliare la portata del romanzo, collegando epoche, culture e personaggi diversi. Ogni racconto secondario aggiunge nuovi strati alla comprensione della maledizione di Melmoth, creando un effetto di profondità e complessità che avvolge il lettore in un labirinto di destini intrecciati. La frammentazione del racconto non solo arricchisce la trama, ma amplifica anche il senso di disorientamento e di meraviglia che pervade l’intera opera.

Un tema centrale del romanzo è il conflitto tra dannazione e redenzione. Attraverso le storie di coloro che incrociano Melmoth, Maturin esplora la corruzione dell’anima umana, il potere delle tentazioni e la possibilità della salvezza. Ogni incontro con Melmoth è una prova morale, in cui i personaggi sono messi di fronte alle loro debolezze più profonde. La lotta tra il desiderio di potere e la ricerca di significato trascendente è il motore che spinge avanti il romanzo, mentre Maturin ci mostra che la vera tragedia non è solo la perdita della redenzione, ma l’incapacità di comprenderne il valore.

Un altro aspetto che merita attenzione è la critica sociale e religiosa presente nell’opera. Maturin, pur essendo un ecclesiastico, non esita a mettere sotto accusa l’ipocrisia religiosa e le istituzioni oppressive del suo tempo. Attraverso il filtro del gotico, egli denuncia le ingiustizie sociali, il fanatismo e la corruzione morale, dipingendo un mondo in cui il male non risiede solo nei demoni e nelle creature sovrannaturali, ma anche negli uomini e nei loro sistemi. Il romanzo diventa così una lente attraverso cui osservare le tensioni della società ottocentesca, rendendolo sorprendentemente moderno e universale.

Infine, l’ambientazione gotica di Melmoth l’errante è un elemento fondamentale per creare l’atmosfera di orrore e meraviglia che permea l’opera. Maturin utilizza con maestria paesaggi cupi e desolati, abbazie in rovina, tempeste furiose e luoghi esotici per immergere il lettore in un mondo in cui il soprannaturale sembra sempre in agguato. Ogni ambientazione non è solo uno sfondo, ma un personaggio a sé stante, che contribuisce a intensificare il senso di minaccia e inquietudine. Le descrizioni sono ricche e dettagliate, e l’effetto complessivo è quello di un sogno febbrile, dove il confine tra realtà e incubo si dissolve.

Questa prima parte del romanzo ci offre uno sguardo profondo nei temi fondamentali dell’opera, e ci prepara a esplorare ulteriori aspetti che ne completano il fascino intramontabile.

Un elemento che colpisce in Melmoth l’errante è il tema del sacrificio, che si manifesta in molteplici forme lungo la narrazione. I personaggi che incrociano il cammino di Melmoth si trovano spesso di fronte a dilemmi morali estremi, costretti a scegliere tra il mantenimento della propria integrità e la sopravvivenza fisica o spirituale. Questi sacrifici non sono mai semplici o unidimensionali: Maturin ci mostra la complessità delle motivazioni umane, spesso intrecciate con l’egoismo, la paura e il desiderio. È qui che emerge una visione profondamente pessimistica della natura umana. La tragedia di queste scelte risiede nel fatto che, anche quando i personaggi scelgono il sacrificio per un bene superiore, il risultato non è mai catartico. Al contrario, il loro dolore si inserisce in un ciclo infinito di sofferenza e perdita, che lascia il lettore con un senso di desolazione quasi cosmica.

Nel contesto della tradizione gotica, Melmoth l’errante si colloca come un’opera di transizione e innovazione. Se Il castello di Otranto di Walpole ha gettato le basi del genere con i suoi elementi archetipici – il castello, il sovrannaturale, il mistero – e Frankenstein di Mary Shelley ha introdotto una riflessione più profonda sul rapporto tra scienza e morale, Maturin spinge ulteriormente il confine del gotico. Egli unisce il terrore viscerale e l’atmosfera decadente del genere a una struttura narrativa che si allontana dalle convenzioni lineari. Inoltre, mentre il gotico tradizionale spesso si concentra sul conflitto tra l’uomo e forze esterne – siano esse naturali o sovrannaturali – Melmoth l’errante esplora soprattutto il conflitto interiore, spostando l’attenzione dal mondo fisico a quello psicologico e metafisico.

La psicologia dei personaggi è uno degli aspetti più affascinanti del romanzo. Ogni figura che incontra Melmoth è un microcosmo di contraddizioni, un universo emotivo e morale in costante tumulto. La lotta interiore dei personaggi, spesso resa con grande profondità, riflette il dualismo che caratterizza l’opera: la tensione tra il desiderio di trascendere le limitazioni umane e la paura delle conseguenze di tale ambizione. Melmoth stesso, nonostante la sua apparente onnipotenza, è un essere profondamente frammentato. Il suo desiderio di liberarsi dalla sua maledizione lo porta a confrontarsi con le stesse debolezze che sfrutta negli altri, creando un ritratto complesso e tragico che supera la bidimensionalità di molti “villain” gotici.

Il simbolismo del viaggio eterno è un’altra chiave di lettura fondamentale. Melmoth, condannato a vagare per il mondo alla ricerca di qualcuno disposto a scambiare il proprio destino con il suo, diventa una metafora della condizione umana. Il suo viaggio rappresenta la ricerca di significato, potere e liberazione, ma anche l’incessante insoddisfazione che caratterizza l’uomo. In un certo senso, Melmoth incarna il desiderio infinito e irrealizzabile che si cela nel cuore dell’umanità: il bisogno di sfuggire ai limiti imposti dalla mortalità e dalla moralità, senza mai trovare una vera pace. Questo aspetto dona al romanzo una qualità universale, rendendo Melmoth non solo un personaggio, ma un simbolo della lotta eterna contro l’inevitabile.

L’eredità di Melmoth l’errante nella letteratura successiva è vasta e stratificata. Edgar Allan Poe, con il suo interesse per l’oscurità psicologica e i confini tra sanità e follia, deve molto a Maturin. Allo stesso modo, Dostoevskij, nei suoi romanzi intrisi di conflitti morali e introspezione, sembra risuonare con le tematiche esplorate da Maturin. Ma l’influenza di Melmoth l’errante non si ferma qui: l’opera ha gettato le basi per il moderno horror gotico, dove il terrore nasce non solo dagli elementi sovrannaturali, ma anche dalla psiche umana e dalle sue infinite contraddizioni. Anche oggi, Melmoth continua a ispirare scrittori e lettori, con la sua capacità di evocare l’angoscia universale della condizione umana in modo potente e inesorabile.

In conclusione dunque, emerge ancora più chiaramente come Melmoth l’errante non sia solo un grande romanzo gotico, ma una riflessione senza tempo sull’umanità e i suoi abissi. Un’opera che, pur appartenendo al suo tempo, parla con straordinaria lucidità anche al nostro presente.

Il Castello di Otranto – Recensione letteraria

Pubblicato per la prima volta nel 1764, Il castello di Otranto di Horace Walpole è un’opera che non solo fonda il genere gotico, ma apre uno spazio narrativo in cui soprannaturale, angoscia psicologica e destino si fondono, dando vita a un racconto innovativo e affascinante. Walpole inserisce elementi sovrannaturali e inspiegabili che scuotono profondamente il lettore, delineando un mondo in cui la realtà conosciuta si dissolve per lasciare spazio all’inquietante e all’ignoto. La narrazione è scandita da presenze spettrali e apparizioni che non solo rivelano verità nascoste, ma destabilizzano l’ordine naturale delle cose. La scelta di ambientare eventi inspiegabili all’interno delle mura di un castello antico e decadente rafforza la sensazione di un mondo isolato, dominato da forze oscure.

Il ruolo del soprannaturale in questo romanzo è fondamentale per comprendere la psicologia dei personaggi, specialmente quella di Manfredi, il signore del castello, e lo rende il centro di una tragedia che pare trascendere la sua stessa volontà. La profezia che aleggia sulla sua dinastia crea una tensione che impregna l’intera opera: il lettore sa fin dall’inizio che la sua linea è destinata a estinguersi e che i suoi tentativi di ribaltare il fato sono vani. Questa inevitabilità, accentuata dalla presenza di figure e visioni sovrannaturali, suggerisce l’esistenza di un destino ineluttabile a cui Manfredi non può sfuggire. La profezia diventa così un elemento narrativo di grande potenza, attraverso il quale Walpole esplora il tema dell’impotenza umana di fronte alle forze più grandi, creando un senso di angoscia continua.

Al centro del romanzo vi è il castello stesso, che assume quasi un ruolo di personaggio. Le sue stanze oscure, i passaggi segreti, le torri massicce e le ombre che si allungano su ogni angolo buio non sono solo l’ambientazione della storia, ma anche un simbolo delle angosce e delle paure dei personaggi. Il castello rappresenta la prigione psicologica di Manfredi, un luogo di confinamento che amplifica la sua disperazione e lo isola dalla realtà esterna. Ogni angolo del castello è intriso di una sorta di maledizione, di un’atmosfera che diventa essenziale per l’evoluzione dell’azione e che risuona nelle opere gotiche successive, influenzando autori come Ann Radcliffe e Bram Stoker.

A ciò si aggiunge il tema dell’eredità e della legittimità, che domina le motivazioni e le azioni di Manfredi. Ossessionato dal desiderio di mantenere il potere, Manfredi è disposto a violare qualsiasi regola morale per assicurarsi che la sua discendenza prosegua. Tuttavia, il suo attaccamento alla legittimità della propria linea di sangue è anche il suo punto debole, un’ossessione che Walpole usa per sottolineare la vulnerabilità di un potere basato sulla discendenza e non sul merito. Il tema dell’usurpazione, che emerge nel momento in cui si manifesta la possibilità che il potere venga tolto a Manfredi, arricchisce la tensione drammatica del romanzo, gettando una luce oscura sull’idea stessa di autorità.

Infine, la paura e l’angoscia psicologica giocano un ruolo determinante nella creazione di un’atmosfera di terrore che pervade la narrazione. Walpole non si limita a descrivere eventi spaventosi, ma invita il lettore a entrare nella psiche dei personaggi, a vivere le loro ansie e le loro paure come se fossero proprie. Attraverso il terrore del sovrannaturale e la consapevolezza dell’impotenza di fronte al destino, Walpole sviluppa una dimensione psicologica che rende il romanzo non solo una storia di orrore, ma un’indagine sui limiti della razionalità umana e sul potere dell’immaginazione. Il castello di Otranto non è solo un racconto gotico, ma un’esperienza di immersione nei meandri più oscuri della mente e delle sue paure ataviche.

In Il castello di Otranto, Horace Walpole introduce personaggi femminili che, pur trovandosi in ruoli tradizionalmente subalterni e spesso vittime delle circostanze, esercitano una forza narrativa cruciale. Isabella e Matilda incarnano archetipi femminili che, in apparenza fragili e vulnerabili, riescono comunque a influenzare le azioni dei protagonisti maschili e a portare avanti la trama. Isabella, la promessa sposa di Manfredi, rappresenta la vittima perseguitata, soggetta al controllo e alle minacce del protagonista tirannico. Tuttavia, la sua volontà di ribellarsi e fuggire dal destino impostole rappresenta una prima sfida all’autorità maschile, anticipando la figura dell’eroina gotica che dominerà nei romanzi successivi. Matilda, invece, è l’incarnazione della devozione e dell’amore sincero, ma, in un’epoca in cui le donne erano legate alla struttura patriarcale, la sua purezza la rende una vittima della stessa crudeltà di cui è vittima Isabella. Walpole, quindi, costruisce dei personaggi femminili che vanno al di là del semplice ruolo di vittime e diventano figure di compassione e sacrificio, conferendo loro un’umanità e una profondità che si trasmetteranno come tratti fondamentali delle eroine gotiche.

L’innovazione de Il castello di Otranto risiede proprio nella capacità di Walpole di stabilire temi e archetipi iconici che caratterizzeranno il genere gotico per decenni. Il romanzo unisce elementi della tradizione cavalleresca con il soprannaturale, dando vita a un mondo in cui il razionale viene sovrastato da eventi inspiegabili e forze oscure. La creazione di un’atmosfera cupa e malinconica, la presenza di una profezia inesorabile, la tirannia di un sovrano che abusa del proprio potere e il tormento psicologico dei personaggi: sono tutti elementi che diventeranno marchi di fabbrica del genere gotico. Walpole non solo getta le basi per questi archetipi, ma plasma un’estetica che verrà seguita e ampliata da autori come Ann Radcliffe, Mary Shelley e Bram Stoker, consolidando il gotico come genere letterario autonomo e distintivo.

Un altro elemento cruciale del romanzo è il simbolismo. Tra i simboli più inquietanti troviamo l’armatura gigantesca che appare come una visione minacciosa e premonitrice. Essa non solo rappresenta il peso del passato e l’oppressione della tradizione, ma è anche un chiaro simbolo del potere e della violenza che Manfredi esercita su coloro che lo circondano. Oggetti in movimento, presenze spettrali e immagini sovrannaturali costellano la narrazione, suscitando una paura istintiva e primordiale. Attraverso questi simboli, Walpole riesce a evocare un’atmosfera di terrore e ambiguità che va oltre il semplice spavento visivo, arrivando a toccare le corde più profonde della psiche umana.

La critica alla nobiltà e al potere si manifesta principalmente attraverso il personaggio di Manfredi, la cui tirannia e ossessione per la propria discendenza lo portano a violare ogni norma morale e familiare. Walpole mette in discussione il concetto stesso di nobiltà, mostrando come il privilegio ereditato possa portare a una corruzione totale e a una mancanza di empatia. Manfredi diventa così un esempio della decadenza morale che può accompagnare il potere assoluto, un tema che risuonerà fortemente nella letteratura gotica e che troverà eco in autori successivi, sempre pronti a denunciare i rischi dell’autoritarismo.

Infine, l’aspetto forse più intrigante è la dualità tra realtà e finzione. Walpole pubblicò il romanzo sotto forma di una presunta traduzione di un manoscritto antico, una scelta che conferisce alla storia un’aura di autenticità e mistero. Questa decisione è stata una delle prime manifestazioni della volontà di creare una dimensione alternativa in cui il lettore può immergersi completamente, mettendo in discussione la linea di demarcazione tra reale e immaginario. La sua presentazione come un testo “ritrovato” gioca con l’idea di verità e di narrazione storica, anticipando un espediente narrativo che influenzerà la narrativa gotica e horror in generale, dove la credibilità della finzione si fonde con la sospensione dell’incredulità del lettore, creando un’esperienza narrativa unica e avvolgente.

Hitler e il nazismo magico: recensione saggio di Giorgio Galli

Il saggio Hitler e il nazismo magico di Giorgio Galli si propone di gettare luce su un aspetto poco esplorato della storia del Terzo Reich: il rapporto tra l’ideologia nazista e le correnti esoteriche che attraversavano la cultura tedesca a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Galli non si limita a tracciare un quadro delle credenze occulte diffuse in quel periodo, ma cerca di dimostrare come queste abbiano influito sulla formazione ideologica di alcune figure chiave del nazismo, influenzando tanto la loro visione del mondo quanto, potenzialmente, le loro politiche.

L’influenza dell’esoterismo sulla gerarchia nazista è un tema che Galli esplora con grande profondità, evidenziando come la fascinazione per l’occulto e il misticismo fosse ben radicata in alcune delle figure più importanti del regime, tra cui Heinrich Himmler, il capo delle SS. Himmler, come descritto da Galli, non era solo un fanatico della purezza razziale, ma anche un uomo profondamente affascinato dall’occultismo. Egli tentò di trasformare le SS in una sorta di ordine cavalleresco esoterico, ispirato ai miti nordici e al paganesimo precristiano. Himmler considerava le SS non solo come un’unità militare, ma come un corpo spirituale destinato a preservare la razza ariana e a dare vita a una nuova élite germanica. In questo contesto, il castello di Wewelsburg, che Himmler fece restaurare, divenne il simbolo di questa visione mistica, un luogo di culto e di rituali per la nuova aristocrazia spirituale che egli immaginava.

Il progetto di Himmler, come sottolinea Galli, aveva lo scopo di legittimare ideologicamente l’autorità delle SS non solo attraverso la forza militare, ma anche attraverso una giustificazione spirituale ed esoterica, che rimandava ai miti ancestrali della Germania. Questo tentativo di costruzione di un ordine mistico suggerisce quanto l’esoterismo fosse profondamente radicato nella mentalità di alcuni leader nazisti e non semplicemente una questione di propaganda superficiale.

Un altro aspetto fondamentale trattato da Galli è il ruolo della Società Thule, un gruppo esoterico fondato alla fine della Prima guerra mondiale che condivideva molte delle idee razziste e antisemite che avrebbero poi caratterizzato l’ideologia nazista. Galli evidenzia come la Thule abbia contribuito a plasmare le prime idee del nazismo, fornendo un terreno fertile per la diffusione di miti ariani e leggende nordiche. Hitler stesso, pur non essendo formalmente un membro della Thule, sembra essere stato influenzato da alcune delle sue teorie. Galli, tuttavia, invita alla cautela nel sopravvalutare l’impatto diretto della Società Thule sul pensiero hitleriano, poiché le sue convinzioni personali erano più pragmatiche e opportunistiche rispetto a quelle dei suoi colleghi più fanatici.

Il mito dell’arianesimo, cuore dell’ideologia nazista, è strettamente legato alle concezioni esoteriche promosse da Himmler e dagli altri ideologi del regime. Galli sottolinea come la costruzione del concetto di “razza ariana” fosse più che un mero strumento politico: veniva percepito dai leader nazisti come una verità spirituale e mitologica. Il ritorno alle radici ancestrali degli ariani, l’idea di un popolo puro e superiore destinato a dominare, non era solo una giustificazione per la discriminazione razziale e l’espansione militare, ma anche un tentativo di creare una nuova religione di Stato che sostituisse il cristianesimo, ritenuto troppo debole e universale. Himmler e altri, come Alfred Rosenberg, vedevano nella creazione di una religione nazista basata sui miti ariani una forma di rinascita spirituale per il popolo tedesco.

Le implicazioni politiche di questo esoterismo sono uno dei punti più controversi del saggio di Galli. Egli esplora se le idee occulte abbiano effettivamente influenzato le decisioni strategiche del regime, come l’espansionismo tedesco e la politica di sterminio razziale. Galli suggerisce che, pur non essendo la causa diretta delle atrocità naziste, l’esoterismo abbia contribuito a giustificare una visione del mondo che rendeva plausibili queste politiche agli occhi dei leader nazisti. Tuttavia, il legame tra esoterismo e azione politica non è sempre facile da dimostrare, e qui Galli invita alla cautela nel sovrapporre mito e realtà. Alcuni dei principali esponenti del regime, come Joseph Goebbels e lo stesso Hitler, sembravano meno interessati alle questioni esoteriche rispetto a Himmler, concentrandosi invece su questioni più pragmatiche come il consenso popolare e la gestione del potere.

In definitiva, il saggio di Galli solleva interrogativi importanti sul ruolo delle idee esoteriche nel nazismo, offrendo una prospettiva affascinante, anche se a tratti controversa. Mentre è chiaro che l’occultismo influenzò profondamente alcuni leader nazisti, resta da stabilire fino a che punto queste credenze abbiano effettivamente guidato le politiche del regime o se, come alcuni critici suggeriscono, fossero più che altro un sottofondo ideologico senza reali effetti pratici.

Nella seconda parte del suo saggio, Giorgio Galli si concentra sul rapporto tra scienza, pseudoscienza ed esoterismo nel contesto del nazismo, analizzando come queste dimensioni si siano intrecciate per legittimare e promuovere l’ideologia del Terzo Reich. Un aspetto cruciale di questo intreccio riguarda l’uso distorto della scienza per sostenere le teorie della supremazia razziale, in particolare attraverso la ricerca sull’origine ariana. Galli esplora il modo in cui il regime nazista ha adottato e manipolato concetti scientifici, come il darwinismo sociale, per giustificare la politica razziale e il genocidio. Le ricerche sull’origine ariana, sponsorizzate dalle SS e dall’Ahnenerbe (l’istituto di ricerca fondato da Himmler), si basavano su pseudoscienze che mescolavano elementi di antropologia, archeologia e mitologia. Galli sottolinea come queste teorie fossero intrinsecamente legate a un’esoterica visione del mondo, ma fossero principalmente strumentalizzate per fini politici, conferendo un’aura di legittimità scientifica alla superiorità razziale e all’espansionismo nazista.

Il völkisch, movimento culturale che esaltava le virtù della Germania precristiana e promuoveva il ritorno a una purezza etnica e spirituale originaria, gioca un ruolo fondamentale nel quadro esoterico delineato da Galli. Questo ritorno mitico a un passato glorioso, incarnato nelle saghe nordiche e nella mitologia germanica, divenne uno strumento ideologico per il nazismo. Galli analizza come il völkisch fosse impregnato di elementi esoterici, recuperando credenze pagane e l’immagine idealizzata di una Germania incontaminata, preindustriale e precristiana. L’idea di una Germania primordiale, libera dalla corruzione della modernità e del cristianesimo, era centrale nell’elaborazione dell’identità nazista e veniva usata per giustificare la purificazione razziale e l’espansione territoriale. Il culto degli antenati, l’adorazione delle forze della natura e il misticismo della terra erano tutti elementi che il regime sfruttò abilmente per radicare il nazismo nella cultura popolare e consolidare il consenso attorno a questa mitologia.

Una delle domande che Galli si pone è fino a che punto l’interesse per l’occultismo e l’esoterismo fosse diffuso tra il popolo tedesco. Egli nota che, mentre l’élite nazista, in particolare le SS, sembrava profondamente affascinata dalle credenze occulte, queste stesse idee non ebbero mai una diffusione significativa tra le masse. Il regime nazista, tuttavia, comprese il potere del simbolismo magico e dei miti ariani, utilizzandoli per consolidare il consenso popolare e attrarre segmenti della popolazione sensibili a una visione del mondo mistica e spirituale. Sebbene il nazismo si presentasse come un movimento razionalista e modernista, esso fece ampio ricorso a miti e simboli esoterici per creare un senso di appartenenza e legittimare la propria ideologia. Galli suggerisce che la propaganda nazista utilizzò abilmente tali credenze per rafforzare il culto della personalità di Hitler, che veniva ritratto come un leader quasi messianico, capace di incarnare il destino mistico della Germania. Tuttavia, è evidente che l’interesse popolare per l’occulto era più superficiale rispetto a quello delle élite naziste, rimanendo una componente secondaria nella costruzione del consenso di massa.

Il saggio di Galli ha, tuttavia, suscitato numerose critiche. Uno dei principali limiti del suo lavoro, secondo alcuni storici, riguarda l’eccessiva enfasi posta sulla componente esoterica del nazismo. Galli traccia un legame forte tra il nazismo e le credenze occulte, ma non tutti concordano sulla reale importanza di tali influenze. Molti storici sostengono che il nazismo fosse principalmente un movimento politico, radicato in questioni economiche, sociali e culturali concrete, e che l’esoterismo fosse un fenomeno marginale, coltivato da poche figure all’interno del regime. Galli, pur riconoscendo il pragmatismo di Hitler e di altri leader nazisti, rischia di sopravvalutare l’impatto delle credenze magiche sulle decisioni politiche effettive del Terzo Reich. Sebbene Himmler e alcuni membri delle SS fossero sinceramente convinti delle idee esoteriche, Hitler stesso mostrò un atteggiamento ambiguo nei confronti di tali credenze, preferendo sfruttarle per fini propagandistici piuttosto che farle parte integrante della sua visione politica.

Un altro punto di dibattito è il rischio di confondere mito e realtà. Galli stesso è consapevole della delicatezza dell’argomento e cerca di evitare interpretazioni eccessivamente sensazionalistiche, ma il suo lavoro si colloca comunque in un filone di studi che rischia di alimentare il mito del “nazismo magico”, un’idea che ha trovato terreno fertile nella cultura popolare. Film, libri e serie TV hanno contribuito a diffondere l’immagine del nazismo come un regime intriso di misticismo e occultismo, presentando i suoi leader come figure quasi sataniche legate a forze oscure. Il saggio di Galli, per quanto rigoroso, può essere visto da alcuni come parte di questa narrativa, che rischia di distorcere la comprensione storica del nazismo. Tuttavia, è innegabile che la fascinazione per il “nazismo magico” continui a esercitare un forte richiamo, tanto nella ricerca accademica quanto nella cultura popolare. Galli, consapevole di questo rischio, cerca di smantellare le esagerazioni, mostrando come l’esoterismo fosse solo una delle tante sfaccettature del nazismo, ma la forza del mito è difficile da contenere.

In conclusione, Hitler e il nazismo magico di Giorgio Galli rappresenta un contributo prezioso per comprendere l’intersezione tra ideologia politica ed esoterismo nel Terzo Reich, pur presentando dei limiti. Galli offre una lettura affascinante e inquietante del nazismo, ma il suo approccio rimane oggetto di discussione tra chi vede nell’esoterismo una dimensione centrale del nazismo e chi la considera un elemento marginale o addirittura mitologico.

Il Mattino dei Maghi: recensione critica

Il mattino dei maghi, pubblicato nel millenovecento sessanta, è uno dei saggi più influenti nel panorama delle teorie alternative e dell’esoterismo moderno. Scritto da Louis Pauwels e Jacques Bergier, l’opera si presenta come un manifesto di “realismo fantastico”, un nuovo approccio alla conoscenza che mescola scienza, mito e immaginazione. Pauwels, giornalista e scrittore, e Bergier, chimico ed esperto di fisica nucleare, combinano le loro competenze per dare vita a un testo che cerca di riscrivere i confini del possibile, esplorando un territorio dove il razionale e l’irrazionale si fondono, provocando sia fascino che controversie.

Uno degli elementi centrali del saggio è la fusione tra scienza e esoterismo. Gli autori partono dall’idea che la scienza tradizionale sia limitata da pregiudizi materialisti e da una visione riduzionista del mondo, e propongono invece un’esplorazione più ampia che abbraccia la conoscenza esoterica, inclusa l’alchimia, l’astrologia e il misticismo. In questo contesto, non vedono l’esoterismo come mera superstizione, ma come un campo di indagine parallelo che potrebbe svelare verità più profonde sulla natura dell’universo e del potenziale umano. Ad esempio, l’alchimia non è più considerata solo una pseudoscienza medievale, ma una metafora della trasformazione interiore e della capacità della mente di trascendere i limiti imposti dalla scienza moderna.

Questo approccio si lega al concetto di “realismo fantastico”, una delle idee più innovative e provocatorie del saggio. Pauwels e Bergier propongono una visione della realtà che non esclude il fantastico, ma che lo integra come parte integrante della comprensione del mondo. Il realismo fantastico non è semplice fiction, ma una ricerca di verità più alte che non si possono spiegare solo attraverso i metodi della scienza empirica. Il fantastico, in questa visione, diventa uno strumento per esplorare ciò che ancora non conosciamo o comprendiamo del tutto: dalla vita extraterrestre alle capacità mentali inespresse dell’uomo. Questa prospettiva ha influenzato in modo profondo la cultura degli anni ‘sessanta e settanta, aprendo la strada a un nuovo interesse per l’occulto e le teorie del complotto.

Un altro tema cruciale è la critica alla scienza ortodossa. Pauwels e Bergier sostengono che la scienza moderna sia spesso troppo chiusa nei confronti delle teorie alternative, etichettandole come pseudoscientifiche senza concedere loro il beneficio del dubbio. Gli autori puntano il dito contro il dogmatismo della scienza, che rifiuta di considerare possibilità come l’alchimia moderna, le antiche civiltà avanzate o la capacità umana di sviluppare facoltà straordinarie. In questo senso, Il mattino dei maghi può essere visto come un appello a un’apertura mentale che includa nuove forme di conoscenza, rompendo i confini rigidi tra il conosciuto e l’ignoto.

Un concetto centrale nel saggio è l’idea del “superuomo”, una figura capace di evolvere a livelli di coscienza superiori rispetto all’umanità attuale. Pauwels e Bergier sono affascinati dall’idea che l’evoluzione umana non sia solo biologica, ma anche spirituale e mentale. Esistono, secondo loro, individui con capacità mentali straordinarie, capaci di percepire e comprendere realtà che sfuggono ai comuni mortali. Questi “superuomini” rappresentano la speranza per un futuro in cui l’umanità possa trascendere i propri limiti attuali, accedendo a una dimensione più alta di conoscenza e potere. Questa visione si ricollega alla tradizione esoterica dell’uomo illuminato o iniziato, capace di utilizzare poteri nascosti per cambiare la realtà.

Infine, le teorie su Atlantide e le civiltà perdute giocano un ruolo di primo piano nel saggio. Pauwels e Bergier speculano che Atlantide non sia solo un mito, ma una civiltà reale che ha raggiunto livelli di conoscenza tecnologica e spirituale superiori a quelli della nostra epoca. Secondo gli autori, il progresso tecnologico e scientifico dell’antichità potrebbe essere andato perduto con la caduta di Atlantide e di altre civiltà avanzate, lasciando dietro di sé solo frammenti di conoscenza sotto forma di miti e leggende. Questa ipotesi si collega al desiderio degli autori di vedere oltre il passato documentato dalla storia ufficiale, esplorando possibilità affascinanti e alternative.

Il mattino dei maghi si propone come un’opera che sfida le convenzioni della scienza e della conoscenza, spingendo i lettori a interrogarsi su cosa sia realmente possibile e su cosa, invece, venga escluso dalla scienza tradizionale. È un saggio che, pur nella sua audacia e speculazione, ha il merito di proporre una visione alternativa del mondo e dell’uomo, unendo elementi esoterici e scientifici in un mix che ancora oggi stimola dibattiti e riflessioni.

Un tema particolarmente controverso sviluppato da Pauwels e Bergier è l’influenza dell’occultismo nel nazismo. Gli autori esplorano la tesi secondo cui il regime nazista avrebbe cercato di sfruttare il potere dell’occulto per i suoi fini ideologici e politici. In particolare, si soffermano sul legame tra alcuni esponenti di spicco del nazismo, come Heinrich Himmler, e le società esoteriche del tempo, suggerendo che il Reich non fosse solo interessato alla conquista materiale del mondo, ma anche alla conquista spirituale attraverso la conoscenza occulta. Le ricerche occulte condotte dai nazisti, secondo Pauwels e Bergier, includevano la ricerca di reliquie mistiche come la Lancia del Destino e indagini su antiche civiltà come Atlantide, ritenute depositarie di segreti tecnologici e spirituali in grado di garantire il dominio assoluto. Questa commistione tra potere politico e occultismo viene presentata come una delle cause più inquietanti del successo temporaneo del nazismo, nonché della sua caduta.

Uno degli aspetti più affascinanti del saggio è l’enfasi posta sul potenziale della mente umana. Pauwels e Bergier sostengono che l’uomo possieda capacità mentali latenti ancora inespresse, che, se sviluppate, potrebbero rivoluzionare la scienza e la tecnologia del futuro. Questa idea si collega direttamente al concetto del “superuomo” già trattato, ma si allarga includendo possibilità come la telepatia, la levitazione e altre facoltà paranormali. Gli autori immaginano un’umanità futura in cui la mente sarà in grado di dominare la materia, di piegare le leggi della fisica attraverso la pura forza del pensiero. In questo scenario, la scienza, così come la conosciamo oggi, sarebbe solo una fase transitoria, destinata a essere superata da una conoscenza più profonda e completa delle potenzialità umane.

Uno dei messaggi centrali del saggio riguarda il rapporto tra scienza e immaginazione. Pauwels e Bergier sottolineano l’importanza di non confinare la scienza all’interno dei rigidi schemi della razionalità tradizionale, ma di lasciare spazio all’immaginazione come strumento di progresso. La scienza, secondo gli autori, non dovrebbe essere un dominio esclusivamente empirico e riduzionista, ma un campo aperto a nuove intuizioni, anche quelle che potrebbero sembrare irrazionali o paradossali. In questo senso, il loro approccio può essere visto come un invito a pensare oltre i limiti della scienza convenzionale, accettando l’idea che ciò che oggi appare fantastico o impossibile possa un giorno rivelarsi realtà. L’immaginazione scientifica, quindi, diventa non solo uno stimolo per l’innovazione, ma anche un modo per esplorare gli angoli più remoti della conoscenza umana.

Tuttavia, Il mattino dei maghi ha sollevato anche numerose critiche, soprattutto riguardo al rischio della pseudoscienza. Alcuni detrattori hanno accusato Pauwels e Bergier di promuovere idee speculative e poco fondate, contribuendo alla diffusione di teorie che non hanno un solido supporto scientifico. Le speculazioni sugli antichi astronauti, su Atlantide e sui poteri mentali straordinari, secondo i critici, rischiano di spingere i lettori verso una confusione tra ciò che è plausibile e ciò che è puramente fantastico. Nonostante ciò, i due autori cercano di mantenere un equilibrio, evitando di presentare le loro idee come verità assolute, ma piuttosto come possibilità da esplorare con apertura mentale e spirito critico. In questo senso, il libro rimane sospeso tra il confine sottile che separa la fantasia dalla plausibilità, cercando di stimolare la riflessione più che di imporre delle conclusioni definitive.

L’impatto culturale de Il mattino dei maghi è stato profondo, specialmente negli anni ’60 e ’70, quando il saggio ha influenzato la controcultura e il crescente interesse per l’esoterismo e le teorie alternative. Il libro ha ispirato intere generazioni di lettori a esplorare nuove strade di conoscenza e a mettere in discussione le verità scientifiche e storiche stabilite. Il suo contributo alla diffusione di idee alternative, dal potenziale latente della mente umana alla revisione della storia ufficiale, ha avuto un eco duraturo nella cultura popolare. Il movimento New Age, in particolare, ha ripreso molte delle teorie speculative proposte da Pauwels e Bergier, così come la narrativa fantascientifica e i numerosi documentari e libri sugli antichi misteri e i poteri occulti.

In conclusione, Il mattino dei maghi è un’opera che sfida il lettore a ripensare i limiti della scienza e della conoscenza, spingendo lo sguardo oltre l’orizzonte del razionale per esplorare ciò che è possibile, ma ancora inespresso. Nonostante le critiche per il suo carattere speculativo e, a tratti, pseudoscientifico, il saggio ha il merito di aver aperto nuove prospettive di riflessione su temi complessi e affascinanti, dalla potenza latente della mente umana alle antiche civiltà perdute. Pauwels e Bergier offrono una visione del mondo che, sebbene a volte audace, invita a un dialogo tra scienza, immaginazione e spiritualità, continuando a stimolare il pensiero critico e a ispirare la ricerca del mistero.

Dan Brown: dal Codice da Vinci ai misteri della massoneria, analisi critica dei suoi 5 romanzi più famosi

Dan Brown: un viaggio tra simboli, misteri e cospirazioni globali

Dan Brown è un maestro nel tessere trame intricate e avvincenti, intrecciando storia, arte, scienza e religione in un cocktail esplosivo che ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo. I suoi romanzi, con protagonista il professor di simbologia Robert Langdon, sono veri e propri thriller culturali che ci portano in un viaggio attraverso i luoghi più iconici del pianeta, alla scoperta di segreti millenari e cospirazioni globali.

“Angeli e Demoni”: un thriller all’ombra del Vaticano

La nostra avventura con Langdon inizia a Roma, nel cuore del Vaticano. In “Angeli e Demoni”, il professore è chiamato a risolvere un enigma legato agli Illuminati, una setta segreta che minaccia di distruggere la Città Eterna. Tra cripte nascoste, simboli alchemici e antichi rituali, Langdon si trova a inseguire un assassino che lascia dietro di sé macabri messaggi. Il romanzo è un mix perfetto di storia, religione e thriller, che tiene il lettore incollato alle pagine fino all’ultima parola.

“Il Codice da Vinci”: un capolavoro che ha fatto storia

Pubblicato nel 2003, “Il Codice da Vinci” è stato un vero e proprio fenomeno editoriale, capace di scatenare dibattiti e polemiche in tutto il mondo. Il romanzo, ambientato tra Parigi e Londra, ci trascina in un’avventura alla scoperta dei segreti nascosti nei dipinti di Leonardo da Vinci. Langdon e la criptologa Sophie Neveu sono alle prese con una cospirazione millenaria che coinvolge il Santo Graal e la discendenza di Gesù Cristo. Un thriller avvincente, ricco di enigmi e colpi di scena, che ha reso Dan Brown una superstar della letteratura.

“Il Simbolo Perduto”: i misteri della massoneria

In “Il Simbolo Perduto”, Langdon si ritrova a Washington D.C., alla ricerca di un amico scomparso. Le sue indagini lo porteranno a scoprire i segreti della massoneria e le origini esoteriche della capitale degli Stati Uniti. Un romanzo ricco di simbologia, che esplora le connessioni tra passato e presente, tra scienza e spiritualità.

“Inferno”: un viaggio nell’Inferno dantesco

“Inferno” ci porta a Firenze, sulle tracce di un folle scienziato che ha progettato un’arma biologica ispirata alla Divina Commedia di Dante Alighieri. Langdon, insieme alla dottoressa Sienna Brooks, dovrà risolvere una serie di enigmi per sventare un piano che potrebbe portare alla distruzione dell’umanità. Un thriller avvincente, che combina l’azione alla riflessione sui grandi temi della vita e della morte.

“Origin”: la sfida tra scienza e fede

L’ultimo capitolo della saga, “Origin”, ci porta in Spagna, dove Langdon è chiamato a indagare su una scoperta scientifica rivoluzionaria che potrebbe mettere in discussione le fondamenta della religione. Un thriller avvincente che esplora i confini tra scienza e fede, tra ragione e fede.

Cosa accomuna questi romanzi?

  • Una trama avvincente: Ogni romanzo di Dan Brown è un viaggio emozionante, ricco di colpi di scena e misteri da risolvere.
  • Personaggi indimenticabili: Langdon è un protagonista carismatico e affascinante, affiancato da personaggi secondari altrettanto interessanti.
  • Un’accurata ricerca: Brown si documenta a fondo su storia, arte, scienza e religione, rendendo i suoi romanzi credibili e realistici.
  • Un ritmo serrato: La narrazione è sempre incalzante, con capitoli brevi che mantengono alta la tensione.
  • Un finale sorprendente: Ogni romanzo si conclude con un colpo di scena che lascia il lettore a bocca aperta.

Ma quali sono i punti deboli di questi romanzi?

  • Inesattezze storiche e scientifiche: Molti critici hanno sottolineato le numerose imprecisioni presenti nelle opere di Brown.
  • Personaggi stereotipati: Alcuni personaggi, come lo stesso Langdon, possono apparire poco complessi e stereotipati.
  • Stile di scrittura semplice: Lo stile di Brown, pur essendo efficace nel creare suspense, può risultare a volte troppo semplice e ripetitivo.

Nonostante queste critiche, i romanzi di Dan Brown continuano a riscuotere un enorme successo. Il motivo è semplice: sono romanzi avvincenti, facili da leggere e capaci di stimolare la curiosità del lettore. Chi cerca un thriller ricco di azione e misteri, non può fare a meno di leggere almeno uno dei libri di Dan Brown.

Aneddoti e curiosità

  • Il successo planetario: “Il Codice da Vinci” ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, scatenando un vero e proprio fenomeno culturale.
  • Le polemiche: I romanzi di Brown hanno spesso suscitato polemiche, in particolare per le loro interpretazioni della storia e della religione.
  • L’adattamento cinematografico: “Il Codice da Vinci” è stato adattato in un film di successo, interpretato da Tom Hanks.
  • L’influenza di Umberto Eco: Brown ha dichiarato di essersi ispirato a Umberto Eco per la costruzione dei suoi romanzi.
  • I viaggi di ricerca: L’autore è solito viaggiare in lungo e in largo per documentare i suoi romanzi, visitando i luoghi che faranno da sfondo alle sue storie.

Dan Brown è un autore capace di farci viaggiare nel tempo e nello spazio, alla scoperta di misteri millenari e cospirazioni globali. I suoi romanzi sono un perfetto mix di avventura, cultura e intrattenimento, che non mancheranno di appassionare anche i lettori più esigenti.

Il confronto con altri maestri del thriller

Dan Brown è spesso paragonato ad altri grandi autori di thriller come Umberto Eco e Stephen King. Se Eco è noto per la sua erudizione e la complessità dei suoi enigmi, Brown predilige un approccio più avventuroso e spettacolare. I romanzi di Brown, pur non raggiungendo la profondità intellettuale di quelli di Eco, offrono un intrattenimento più immediato e coinvolgente.

Stephen King, invece, si distingue per la sua capacità di creare atmosfere cupe e inquietanti, e di esplorare le paure più profonde dell’animo umano. Brown, al contrario, predilige un approccio più razionale e scientifico, anche se non manca di inserire elementi soprannaturali e misteriosi nelle sue storie.

Temi ricorrenti e influenze culturali

I romanzi di Dan Brown sono caratterizzati da alcuni temi ricorrenti:

  • Il conflitto tra scienza e fede: Molti romanzi di Brown esplorano la tensione tra la conoscenza scientifica e le credenze religiose, ponendo interrogativi sulla natura dell’uomo e sul significato della vita.
  • La simbologia e l’esoterismo: I simboli e i codici segreti sono elementi fondamentali nelle trame di Brown, che utilizza la simbologia per creare un’atmosfera misteriosa e affascinante.
  • Le cospirazioni globali: Le storie di Brown sono spesso incentrate su complotti segreti che minacciano l’ordine mondiale.
  • Il viaggio iniziatico: Il protagonista, Robert Langdon, è spesso coinvolto in un viaggio alla scoperta di sé stesso, alla ricerca di verità nascoste.

Le influenze culturali sui romanzi di Brown sono molteplici:

  • La storia dell’arte: L’arte, in particolare quella rinascimentale, è un elemento fondamentale nei romanzi di Brown. L’autore utilizza i dipinti, le sculture e gli edifici storici come scenari e come elementi simbolici.
  • La religione: La religione, in particolare il cristianesimo, è un altro tema ricorrente nei romanzi di Brown. L’autore esplora le diverse interpretazioni dei testi sacri e le antiche credenze.
  • La massoneria: La massoneria è un’altra delle passioni di Brown, che dedica diversi romanzi all’esplorazione dei misteri di questa società segreta.
  • La tecnologia: La tecnologia gioca un ruolo sempre più importante nei romanzi di Brown, che utilizza gli ultimi ritrovati scientifici per creare trame avvincenti e realistiche.

L’impatto culturale

I romanzi di Dan Brown hanno avuto un impatto significativo sulla cultura popolare, suscitando un rinnovato interesse per la storia, l’arte e la simbologia. Molti lettori, dopo aver letto i suoi libri, si sono appassionati alla storia dell’arte e hanno visitato i luoghi descritti nei romanzi. Inoltre, Brown ha contribuito a diffondere la passione per gli enigmi e i codici segreti, ispirando la creazione di numerosi giochi e applicazioni.

In conclusione

Dan Brown è un autore capace di coniugare intrattenimento e cultura, offrendo ai suoi lettori un’esperienza di lettura unica e coinvolgente. I suoi romanzi, pur presentando alcune limitazioni, sono un punto di riferimento per tutti gli appassionati di thriller e di misteri.

Cosa ne pensi di questa analisi? Vorresti approfondire qualche altro aspetto dei romanzi di Dan Brown? Qual è il suo romanzo che hai preferito? Lascia un commento e condividi la tua opinione!

Il Patto Oscuro: racconto horror di paura e perdizione

Era una di quelle notti in cui il bar sembrava un rifugio per anime perdute. Il fumo delle sigarette si mescolava con l’odore stantio della birra versata, e il jukebox suonava una vecchia canzone blues che nessuno ascoltava davvero. Il barista, un uomo con più cicatrici che sorrisi, asciugava bicchieri con un panno sporco, osservando i clienti con occhi stanchi.

Tra i soliti avventori, quella notte c’era una figura nuova. Un uomo alto, con un cappotto nero e un cappello che gli copriva metà del viso. Si sedette al bancone e ordinò una pinta di vino Malvasia frizzante dei Colli Piacentini, senza ghiaccio. Il barista lo servì senza fare domande, ma non poté fare a meno di notare le mani dell’uomo: erano coperte di lividi e tatuaggi, come se avesse combattuto una guerra personale.

“Brutta giornata?” chiese il barista, cercando di rompere il silenzio.

L’uomo alzò lo sguardo, rivelando occhi che sembravano vuoti, come pozzi senza fondo. “Le giornate sono tutte uguali,” rispose con una voce che sembrava provenire da un altro mondo.

Il barista annuì, riconoscendo quel tipo di disperazione. Aveva visto molti uomini come lui, uomini che cercavano di annegare i loro demoni in un bicchiere. Ma c’era qualcosa di diverso in quell’uomo, qualcosa che lo metteva a disagio.

La notte avanzava e il bar si svuotava. Alla fine, rimasero solo il barista e l’uomo con il cappotto nero. Il barista si avvicinò per chiudere, ma l’uomo lo fermò con uno sguardo.

“Non chiudere ancora,” disse. “Ho una storia da raccontarti.”

Il barista sospirò, ma si sedette. “Va bene, racconta.”

Era una notte senza luna, e il vento ululava tra gli alberi come un lupo affamato. Camminavo lungo una strada deserta, cercando di sfuggire ai miei pensieri. La mia vita era un disastro: avevo perso il lavoro, la casa, e la donna che amavo. Ero solo, disperato, e pronto a fare qualsiasi cosa per cambiare la mia sorte.

Fu allora che lo vidi. Un uomo alto, avvolto in un mantello nero, stava in piedi al centro della strada. I suoi occhi brillavano come carboni ardenti, e un sorriso sinistro gli deformava il volto. Mi avvicinai, attratto da una forza che non riuscivo a comprendere.

“Sembri un uomo in cerca di risposte,” disse con una voce che sembrava provenire dalle profondità della terra.

Annuii, incapace di parlare. Sentivo che quell’uomo sapeva tutto di me, dei miei fallimenti e delle mie paure.

“Posso aiutarti,” continuò. “Posso darti tutto ciò che desideri. Ma c’è un prezzo da pagare.”

“Qualsiasi cosa,” risposi senza esitazione. Ero disposto a vendere l’anima pur di uscire da quell’inferno.

L’uomo sorrise ancora più ampiamente. “Molto bene. Allora, firma qui.” Estrasse un pezzo di pergamena e una penna d’oca. Senza pensarci due volte, firmai il mio nome con il sangue che sgorgava da una piccola ferita sul dito.

“Il patto è fatto,” disse l’uomo, e in un istante scomparve, lasciandomi solo nella notte.

Da quel momento, la mia vita cambiò. Trovai un lavoro ben pagato, una casa lussuosa, e una nuova compagna che mi amava. Tutto sembrava perfetto, ma c’era qualcosa che non andava. Ogni notte, avevo incubi terribili. Vedevo ombre che mi inseguivano, sentivo voci che sussurravano il mio nome, e mi svegliavo sudato e terrorizzato.

Una notte, l’incubo divenne realtà. Mi svegliai e trovai l’uomo con il mantello nero ai piedi del mio letto. “È ora di pagare il prezzo,” disse con un ghigno malvagio.

Cercai di scappare, ma le ombre mi avvolsero, immobilizzandomi. Sentii un dolore lancinante al petto, come se un artiglio mi stesse strappando il cuore. Urlai, ma nessuno poteva sentirmi. E mentre l’oscurità mi inghiottiva, capii che avevo commesso un errore fatale.

Ora, sono condannato a vagare per l’eternità, un’anima perduta in cerca di redenzione. E ogni notte, rivivo quel momento, sentendo il dolore e la disperazione che mi hanno portato a fare quel patto maledetto.

Mentre l’uomo parlava, il barista sentì un freddo crescente, come se la temperatura fosse scesa improvvisamente.

Quando l’uomo finì, il barista si rese conto che non aveva mai sentito una storia così terribile. “E ora?” chiese, con la voce tremante.

L’uomo si alzò, lasciando una banconota sul bancone. “Ora, aspetti,” disse, e uscì nel buio della notte.

Il barista rimase lì, paralizzato dalla paura. Sentiva che qualcosa di terribile stava per accadere, ma non sapeva cosa. E mentre il silenzio della notte lo avvolgeva, capì che non avrebbe mai dimenticato quella storia, né l’uomo che l’aveva raccontata.

Poi chiuse il locale, ancora scosso dalla storia che aveva appena ascoltato. Le parole dell’uomo con il cappotto nero gli rimbombavano nella testa mentre camminava verso casa. La strada era deserta, e l’aria era fredda e umida. Ogni passo sembrava risuonare nel silenzio della notte.

Mentre girava l’angolo, vide qualcosa che lo fece fermare di colpo. Sul marciapiede, c’era una donna nuda, svenuta. Il suo corpo pallido e ben fatto brillava sotto la luce fioca del lampione, e il barista sentì un brivido corrergli lungo la schiena.

Si avvicinò lentamente, il cuore che batteva all’impazzata. “Signora, sta bene?” chiese con voce tremante, ma non ottenne risposta. Si chinò per controllare se respirava, e notò delle strane cicatrici sul suo corpo, come se fosse stata graffiata da qualcosa di feroce.

Improvvisamente, la donna aprì gli occhi. Erano occhi vuoti, senza vita, e il barista si sentì investito da un’ondata di terrore. La donna si sollevò lentamente, come se fosse mossa da fili invisibili. “Aiutami,” sussurrò con voce baritonale.

Il barista indietreggiò, con il panico che lo attanagliava. “Chi sei? Cosa ti è successo?” chiese, ma la donna non rispose. Invece, iniziò a camminare verso di lui, le braccia tese come se volesse afferrarlo.

Il barista si girò e iniziò a correre, il respiro affannoso e il cuore che gli martellava nel petto. Sentiva i passi della donna dietro di lui, sempre più vicini. Girò un altro angolo e si trovò di fronte a un vicolo cieco. Era intrappolato.

Si voltò, pronto a difendersi, ma la donna era scomparsa. Il silenzio della notte era tornato, ma il barista sapeva che qualcosa di terribile era appena iniziato. Sentiva che le ombre lo osservavano, pronte a colpire. E mentre si affrettava verso casa, capì che la storia dell’uomo con il cappotto nero non era solo una semplice leggenda, ma una terribile realtà che stava per inghiottirlo.

Continuò a camminare a passo svelto sino a raggiungere casa. Una volta entrato chiuse la porta dietro di sé e si appoggiò contro di essa, cercando di calmarsi. Ma la paura non lo abbandonava. Le immagini della donna nuda e degli occhi vuoti lo assillavano.

Decise di non accendere le luci, sperando che l’oscurità potesse nasconderlo da qualsiasi cosa lo stesse seguendo. Si diresse verso la cucina, cercando una bottiglia di vino Gutturnio per calmare i nervi. Mentre riempiva un bicchiere, sentì un rumore provenire dal soggiorno. Un fruscio, come di passi leggeri sul pavimento.

Il barista si fermò, il bicchiere a mezz’aria. “C’è qualcuno?” chiese, con la voce tremante. Non ottenne risposta, ma il rumore continuava, avvicinandosi sempre di più. Prese un coltello dal cassetto e si avvicinò lentamente al soggiorno.

Quando entrò, vide una figura nell’ombra. Era la donna, ancora nuda, con gli occhi vuoti che lo fissavano. “Aiutami,” sussurrò di nuovo, ma questa volta la sua voce era più forte, più disperata.

Il barista indietreggiò, il coltello tremante nella sua mano. “Cosa vuoi da me?” gridò, ma la donna non rispose. Lui era terrorizzato. Lei avanzò allungando le mani rugose verso il suo collo.

Il barista cercò allora di scappare, ma inciampò e cadde a terra. La donna si avvicinò sempre di più, e lui sentì un freddo glaciale avvolgerlo. “Per favore, lasciami in pace,” implorò, ma la donna era sempre più vicina.

Improvvisamente, la porta della cucina si spalancò e una figura entrò nella stanza. Era l’uomo con il cappotto nero. “Basta,” disse con voce autoritaria. La donna si fermò, come se fosse stata colpita da una paresi, e poi scomparve nell’ombra.

Il barista rimase a terra, tremante e confuso. “Chi sei tu? Cosa sta succedendo?” chiese all’uomo.

L’uomo si avvicinò e lo aiutò a rialzarsi. “Sono colui che ha fatto il patto,” disse. “E ora, devi aiutarmi a rompere la maledizione.”

Il barista lo guardò, incredulo. “Come posso aiutarti?”

L’uomo sorrise tristemente. “Devi trovare il libro. Il libro che contiene il segreto per rompere il patto. È nascosto in un luogo oscuro, dove le ombre regnano sovrane.”

Il barista annuì, sentendo che non aveva altra scelta. “Dove devo cercare?”

L’uomo indicò una porta nascosta dietro una tenda. “Lì dentro. Ma fai attenzione. Le ombre non ti lasceranno andare facilmente.”

Il barista prese un respiro profondo e si avvicinò alla porta. La aprì lentamente, rivelando una scala che scendeva nell’oscurità.

Iniziò a scendere lentamente le scale, ogni passo un’eco nell’oscurità. La cantina era fredda e umida, e l’aria era densa di un odore di muffa e decomposizione. Le pareti erano coperte di muschio, e il pavimento era scivoloso sotto i suoi piedi. Sentiva il cuore battere come un tamburo, e ogni fibra del suo essere gli diceva di tornare indietro, ma sapeva che non poteva.

Arrivato in fondo alle scale, si trovò davanti a una porta di legno marcio. La aprì con cautela, e un’ondata di aria gelida e puzzolente lo investì. La stanza era immersa nell’oscurità, ma poteva vedere delle ombre muoversi ai margini della sua visione. Sentiva sussurri indistinti, come voci di anime tormentate.

Avanzò lentamente, cercando di non fare rumore. Al centro della stanza, vide un altare di pietra, e sopra di esso, un libro antico e polveroso. Sapeva che quello era il libro che doveva trovare. Si avvicinò, ma appena allungò la mano per prenderlo, le ombre si mossero.

Le ombre lo avvolsero, fredde come il ghiaccio, e sentì un dolore lancinante mentre artigli invisibili gli laceravano la pelle. Urlò, ma il suono fu soffocato dall’oscurità. Le ombre lo trascinarono a terra, e sentì il sangue scorrere dalle ferite aperte. Ogni respiro era una lotta, e il dolore era insopportabile.

Le ombre si fecero più dense, e il barista sentì come se stessero strappando la sua anima dal corpo. Le voci sussurravano parole incomprensibili, e sentiva la sua mente vacillare. Cercò di resistere, ma era inutile. Le ombre erano troppo forti.

Con un ultimo sforzo, cercò di afferrare il libro, ma le sue mani passarono attraverso di esso come se fosse fatto di fumo. Le ombre lo avvolsero completamente, e sentì il freddo penetrare fino alle ossa. Il dolore era insopportabile, e la sua visione si offuscò.

L’ultima cosa che vide fu il volto dell’uomo con il cappotto nero, che lo osservava con un sorriso sinistro. “Il patto è completo,” disse l’uomo, e poi tutto divenne buio.

Il barista fu divorato dalle ombre, il suo corpo e la sua anima persi per sempre nell’oscurità. La cantina rimase silenziosa, e il libro antico tornò al suo posto sull’altare, in attesa della prossima vittima.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Piacenza esoterica

L'orefice ed i bicchieri

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Nel pomeriggio del 22 giugno 1940, il professor Egidio Bardazzi partì alla volta della Primogenita per tenere una conferenza sulla Piacenza esoterica.

Prima di quella trasferta, Bardazzi si era recato più volte al Gatto Nero, la sua locanda preferita. Con la bella stagione gli abiti indossati dalla graziosa figlia dell’oste erano divenuti più leggeri. Le gonne un po’ più corte terminavano poco sopra le ginocchia e lasciavano scoperte e ben in vista le caviglie. Al professore piacevano le caviglie fini e sottili, pensava che una bella caviglia fosse importante almeno quanto delle belle gambe. Le gambe piacevano di più, come recitava il ritornello della canzone del 1938 cantata dal tenore Enzo Aita e dal Trio Lescano, ma era anche vero che in fatto di donne il professore aveva i suoi gusti particolari.

E per la giovanissima Marianna nutriva una passione inconfessata ed inconfessabile. Riteneva che fosse la ragazza più bella del suo quartiere, e non era sicuro se tutte le volte che gli era sembrata anche la più bella del mondo glielo avesse detto o lo avesse solo pensato. Poiché questo succedeva in genere dopo il terzo fiasco di vino, tutto era possibile. Il fatto che l’oste non lo avesse ancora picchiato, gli faceva però sospettare che sino ad allora si fosse attenuto ai soli pensieri. Eppure lui era certo che la fanciulla conoscesse il suo segreto. Sapeva come far capire ad una donna il suo desiderio con un solo sguardo. Ricordava di aver visto Marianna arrossire almeno un paio di volte dopo aver incrociato uno di quei suoi sguardi, e questo per il momento gli bastava. In futuro avrebbe trovato il coraggio di farsi avanti e di sedurla, ma a quell’altezza di tempo era distratto da altri pensieri e si accontentava di fantasticare attorno alle sensuali caviglie della giovane.

L’appuntamento con Metrofane Prassede, il filantropo che aveva organizzato il convegno sulla Piacenza esoterica a cui il professore doveva partecipare come uno dei relatori più importanti, era stato fissato per la sera, in una fiaschetteria vicina al centro della città, dietro la cattedrale.

Bardazzi arrivò a destinazione dopo un bagno di caldo. L’estate era appena iniziata e la pianura padana era già coperta da una cappa di umidità e arsura. Il cielo era terso e non si muoveva una foglia, tutto era fermo, come fosse stato fissato in una fotografia.

Il professore fu accolto dal proprietario della fiaschetteria verso l’orario di chiusura. Era un vecchietto simpatico, con le labbra permanentemente stirate in una smorfia beffarda, lunghi capelli bianchi e due occhietti furbi, oppure folli, o forse entrambe le cose.

Il vecchietto li condusse nel retrobottega dove era stato ricavato un cucinotto.

Il signor Prassede era in piedi dietro ad un tavolo e stava disossando un grosso prosciutto. Il suo volto paffuto era coperto da un paio di baffetti neri, gli occhi erano svegli, uno più grande dell’altro, ed erano di colori diversi: verde-grigio quello piccolo, color ambra quello più grande. Le sue dita erano piccole, ma le muoveva con perizia. Di mestiere faceva l’orafo, e sapeva bene dove mettere le mani.

“Mi sembra che non sia ancora abbastanza stagionato” disse il vecchietto in dialetto, toccando il prosciutto e guardando Prassede con quel ghigno da schiaffi stampato in faccia.

“Prova un poco a ficcartelo nel culo, e vediamo se non è abbastanza duro” gli rispose l’orefice, mentre affettava la coscia del maiale adagiata sul tagliere.

Alla sua destra sedeva un omone con una gamba di legno, i capelli grigi, la fronte larga, le labbra fini e il naso carnoso. Alla sua sinistra due ragazzotti piegati dal ridere sotto al tavolo con le lacrime agli occhi. Davanti a Prassede era seduto l’avvocato Segugio, l’altro principale relatore del convegno sulla Piacenza esoterica.

Sembrava che nessuno avesse fatto caso all’arrivo del professore.

Il vecchietto con la sua espressione scanzonata, tirò fuori da una dispensa incassata nel muro alcuni grossi bottiglioni di vino, ed iniziò ad offrire da bere a tutti.

Bardazzi fu naturalmente lieto di accettare, senza nemmeno informarsi circa la provenienza del vino rosso che il vecchietto stava già mescendo con letizia.

Si limitò ad osservare incuriosito l’orafo ed i suoi amici. Il passato di qualunque persona era in fondo un mistero. Un mistero che poteva essere svelato e compreso solo dai diretti interessati, e a volte nemmeno da loro.

“Credo sia opportuno fare le presentazioni” disse il signor Prassede, mentre il vecchietto era ancora intento a versare da bere ai due giovanotti.

Dopo i convenevoli Bardazzi si guardò attorno pigramente. Osservò le facce di Prassede e dei suoi amici e gli sembrarono tutti esseri insignificanti. L’uomo con la gamba di legno era un operaio in pensione, i ragazzi due studenti universitari. Sapeva già che i discorsi che avrebbero fatto quella sera sarebbero stati una montagna di banalità senza importanza. Del resto era del tutto logico e abituale, la gente parlava tanto per parlare, raccontando cose della propria vita che alla maggior parte delle altre persone non potevano in alcun modo interessare.

Si consolò con il vino. Non faceva a tempo a vuotare il bicchiere che subito il vecchietto lo riempiva di nuovo. Era quella l’unica nota positiva di una serata che si prospettava di una noia mortale.

Pensò ai relatori del convegno sulla Piacenza esoterica che avrebbe incontrato il giorno dopo.

Il suo principale rivale era proprio l’avvocato Segugio, un arrogante fascista della prima ora. Non ne aveva alcuna stima, ed appariva ai suoi occhi come un logorroico funzionario del partito e non certo un vero investigatore dell’occulto. Non si faceva mai domande astute, non faceva collegamenti sagaci, non aveva lo sguardo penetrante che teoricamente dovrebbe avere qualcuno che si dedica a scoprire le verità nascoste, esplorando un mondo fatto di simbolismi, allegorie e messaggi cifrati. Aveva metodo forse, aveva studiato i manuali più diffusi probabilmente, ma era privo di qualsiasi originalità e si comportava come un grigio e paludato burocrate.

Fuori dal negozio i raggi del sole sembravano ramati, come se a quell’ora della sera la luce si facesse più densa, sino a fondersi con l’orizzonte.

Nella cantina del negozio erano nascosti due terroristi, due militanti del partito comunista clandestino. Stavano armeggiando con dell’esplosivo che intendevano utilizzare per un attentato dinamitardo. Volevano assassinare l’avvocato Segugio.

Per non rischiare di addormentarsi, Bardazzi cercò di portare la conversazione, sino a quel momento concentrata sulla provenienza e stagionatura del prosciutto, su questioni a lui più congeniali.

“Ho saputo del furto avvenuto alla biblioteca comunale la settimana scorsa. Dei balordi hanno minacciato di morte la bibliotecaria per farsi consegnare uno dei volumi del libro di Madame Blavatsky, La dottrina segreta” disse il professore rivolgendosi a Prassede, “non è un testo prezioso, per quale ragione pensate lo abbiano voluto rubare?”

“Dire che è senza valore non sarebbe del tutto esatto” obiettò Prassede, “Ad un collezionista potrebbe interessare un’opera destinata al successo dopo la morte dell’autrice, e che nella prima edizione fu stampata in una tiratura limitata” precisò, continuando a distribuire fette di prosciutto. Andava avanti a tagliare, e le sue mani sempre svelte erano instancabili. Bardazzi notò che la destra era ricoperta dalla psoriasi, e dal quel momento iniziò a rifiutare l’appetitoso salume così generosamente offerto.

Gli occhi dei due giovanotti brillavano ogni volta che l’orefice riempiva loro il piatto o il vecchietto rabboccava i bicchieri. In breve tempo si erano già portati in avanzato stato di ebbrezza.

L’uomo dalla gamba di legno reggeva bene il vino, ma da quando erano arrivati l’avvocato Segugio ed il professor Bardazzi non aveva detto una sola parola. Si guardava attorno guardingo e silenziosamente osservava la caciara messa in piedi dal vecchietto.

Questo aveva iniziato a raccontare aneddoti sulle sue trasferte presso i più famosi bordelli di Milano, senza mai smettere di versare vino al professore ed ai ragazzi.

“Io dico che il bordello migliore che abbia mai visto è il Disciplini di Milano, con i suoi specchi e l’atmosfera principesca. Ci si trovano di quelle slandrone da far rizzare persino i capelli, immaginatevi il resto.”

Bardazzi annuì. Il Disciplini era il suo postribolo preferito, il più lussuoso della città, dove una “semplice” costava 20 lire, quanto la paga da due giornate di un bracciante agricolo. Per il professore i casini non erano soltanto dei luoghi di piacere, per lui erano come una seconda casa, posti dove si sentiva a suo agio, dove poteva riflettere e rilassarsi. Si fumava un sigaro e poteva, con la complicità delle maitresses più generose, flanellare per ore, chiacchierando con altri clienti e guardando le ragazze alternarsi nelle “passate”. Alla fine saliva in camera, sempre e solo poco prima della chiusura, quando le ragazze erano più stanche e il suo desiderio più grande.

“Le donne son buone e son brave, ma se arrivano a prenderti la mano son dolori” disse all’improvviso l’uomo con la gamba di legno.

“Ma quale mano!” esclamò il vecchietto, “quelle là ti prendono ben altro” disse.

“E senza troppo parlare!” intervenne il signor Prassede ammiccando con gli occhi strambi.

“Una volta portai una mia amica nel fienile della cascina dove abitava” cominciò allora a raccontare l’uomo con la gamba di legno.

“Era bella, io la desideravo, e poiché non sapevo cosa dirle, le intimai: ‘Tira giù le mutande che ti devo parlare!’ e lo dissi con fermezza, senza esitazioni.”

“E lei cosa ha fatto? Ti ha dato uno schiaffo?” domandò uno dei ragazzotti, buttando giù un’altra copiosa sorsata di vino.

“No, mi ha ubbidito, e l’ho posseduta sulla paglia.”

Gamba di legno aveva la faccia tragica e gli occhi scaltri, non era diverso dagli abituali clienti del Gatto Nero, dove Bardazzi passava molte ore felici ad ubriacarsi, parlando poco ed ascoltando pochissimo, senza sforzarsi di farlo neanche quando era abbastanza lucido da poterci riuscire. Per quanto si sentisse attratto dalle persone umili, giudicava inutile tutto ciò che avevano da dire. Lo annoiavano tutte quelle considerazioni marginali, di quelle che stanno nella seconda o terza fila tra le cose importanti della vita.

Segugio guardò fuori dalla finestra e posò gli occhi sulla luna. Si era fatto buio, e per lui la notte si annunciava lunga e pericolosa.

Nello scantinato i ribelli comunisti avevano terminato il lavoro azionando il timer della bomba. Sarebbe esplosa alle 22:00 in punto. Si scambiarono spietate occhiate di complicità. Erano brutti, privi di scrupoli, e puzzavano di sudore, delinquenza e crudeltà.

L’esplosione avrebbe potuto uccidere molte persone innocenti, in alcun modo compromesse col regime che essi volevano rovesciare. Ma di tutto questo non si preoccupavano minimamente. Erano pronti a sacrificare molte vite sull’altare della rivoluzione, inclusa la loro.

Silenziosamente si allontanarono dalla cantina della fiaschetteria senza essere visti, così come nello stesso modo erano arrivati.

“Sospettate che i balordi che hanno sottratto il libro siano dunque esperti bibliofili?” chiese Bardazzi incuriosito.

“Non direi” rispose l’orefice aggrottando la fronte, “nella biblioteca ci sono volumi assai più preziosi, ma sono stati del tutto ignorati. Se si tratta di ladri in cerca di lucro, non si può certo dire che siano degli esperti.”

“Vi siete fatto un’idea del perché qualcuno abbia voluto rubare proprio quel libro e soltanto quello?” insistette Bardazzi, mentre con la lingua cercava di rimuovere del grasso rimasto incastrato tra i denti.

Prassede si lisciò i baffetti due volte, chiudendo gli occhi come a ricercare una più profonda concentrazione, come se stesse rovistando tra i meandri della sua memoria, in cerca di una risposta risolutiva.

“Si tratta pur sempre di un libro interessante” esordì dopo aver riordinato le idee, “e le teorie in esso riportate godono tuttora di un certo seguito. In molti tra i seguaci del movimento teosofico fondato dalla signora le ritengono del tutto attendibili, per quanto possano apparire stravaganti.”

“In effetti presentano analogie con la cosmogonia esiodea” concesse Bardazzi vuotando un altro bicchiere.

“Vedo che Vi piace questa delicata ambrosia piacentina” disse il vecchietto compiaciuto, versando altro vino nel calice del professore.

L’uomo con la gamba di legno era perplesso. Ignorava cosa fosse la cosmogonia esiodea e non riusciva a comprendere di che cosa stessero parlando. Il suo sguardo vagò per la stanza sino a posarsi su di un grosso orologio a pendolo appeso alla parete: erano le 21:55.

“La tesi di fondo della Blavatsky” iniziò a spiegare l’orefice, “si basa sull’esistenza di un etere psichico chiamato Akasa, di cui l’intero universo sarebbe permeato. Su questo Akasa rimangono registrati gli eventi del passato e alcune persone dotate di poteri particolari sono in grado di leggere queste registrazioni. Grazie a veggenti in contatto con misteriosi istruttori occulti, viene così ricostruita una storia dell’umanità che potremmo definire non convenzionale.”

Il signor Prassede si interruppe, per osservare le reazioni del suo uditorio. I due giovani ormai ubriachi fissavano nel vuoto immersi in uno stato di profondo sopore. Gamba di legno ascoltava tediato la dotta relazione. Il vecchietto guardava Prassede di sottecchi, nella sua vita semplice e spensierata aveva imparato a diffidare delle trappole insite nell’erudizione. Preferiva vivere da ignorante, inconsapevole di tutto quanto lo circondava e che avrebbe potuto rovinargli la vita. Se avesse sperimentato l’ansia per il futuro che il conoscere certe cose comportava, la sua vita sarebbe stata irrimediabilmente diversa. Così aprì un po’ di più gli occhi, lasciando intravedere il languore della vecchiaia, e versò del vino nel suo bicchiere, sino all’orlo.

Bardazzi in quel momento ascoltava interessato, conosceva già le tesi di Madam Blavatsky, ma gli piaceva come l’orefice le stava esponendo. Un tempo avrebbe anche pensato che si potesse trarre qualche insegnamento dalla saggezza altrui, ma dopo tanti anni aveva maturato la convinzione che ciò che si chiama esperienza, altro non sia che un fardello di pregiudizi, illusioni e false idee.

L’avvocato Segugio guardava tutti con occhi socchiusi e la faccia concentrata, si accomodò a gambe aperte su una sedia squadrata appoggiando le braccia sullo schienale, con l’aria di stare comodo.

“La prego signor Prassede, continui la sua esposizione” disse allora fingendo attenzione, senza però riuscire a simularla in modo convincente.

L’orefice non se ne accorse, o perlomeno non diede l’idea che la cosa lo riguardasse in qualche modo, e riprese a raccontare.

“L’umanità avrebbe avuto origini aliene, e sarebbe il frutto di esperimenti compiuti da esseri extraterrestri, che crearono diverse razze, collocandole in diverse parti del mondo: il nord dell’Asia, su di un continente ora scomparso, ma un tempo ubicato nell’oceano Indiano e chiamato Mu o Lemuria, ad Atlantide, sino a creare infine la quinta razza, quella attuale.”

“Una cosmogonia non convenzionale come dite Voi” commentò Bardazzi lanciando uno sguardo diretto contemporaneamente in molti posti, “eppure hanno avuto un seguito ed un altro membro della società teosofica, Scott Elliot, pubblicò altri due libri: La storia di Atlantide, nel 1895 e La perduta Lemuria, nel 1904″

“Molto pertinente” disse Segugio annuendo, “e nel testo del 1895 Elliot afferma che i potenti maghi di Atlantide, utilizzando i loro poteri a fini malefici, ruppero il legame con “gli istruttori occulti” e, trasformando la positiva magia bianca in una negativa magia nera, sconvolsero l’equilibrio naturale della terra, provocando grandi cataclismi.”

“Anche la Blavatsky scrive di uno scontro tra i maghi malefici di Atlantide, e quelli più saggi e buoni di una città chiamata Sham bha lah” aggiunse il professore con la voce impostata.

La barba corta con il pizzetto ed il tono serio, gli conferivano una certa credibilità, e anche l’orefice sembrava sensibile al suo charme. Da quando era stato invitato come relatore al convegno sulla Piacenza esoterica poi, Bardazzi sentiva di essere diventato più imperscrutabile ed interessante. Certamente non avrebbe esitato a sfruttare il suo nuovo fascino per irretire qualche signora sposata, oppure si sarebbe dedicato alla giovane Marianna, piena di vita e di salute, o forse avrebbe cercato di fare entrambe le cose.

Mancava un minuto alle ore 22:00.

“Direi di metter mano a quella botticella di vin santo che è arrivata giusto giusto al punto suo, e lo potremmo degustare nei miei bicchieri” propose allora l’orefice.

L’uomo con la gamba di legno afferrò un bauletto di legno appoggiato sul pavimento e lo depose sul tavolo, dopo aver creato un po’ di spazio spostando il tagliere ed il coltellaccio. Il prosciutto era finito.

Il vecchietto tornò a rovistare nel suo personalissimo tabernacolo, e vi tirò fuori un bottiglione di vetro bianco. Al suo interno brillava un nettare di colore intenso e dorato, e appena lo ebbe stappato una polposa fragranza si sprigionò nella stanza.

L’uomo con la gamba di legno sorrise, pregustando il piacere che quel vino gli avrebbe dato. Aprì il bauletto ed iniziò a tirare fuori dei preziosi calici a tulipano di cristallo blu, finemente lavorati con bassorilievi in oro bianco a tema bucolico.

“Sono proprio brutti” sentenziò il vecchietto, indicando i bicchieri dell’orefice con il dito alzato, reso esageratamente lungo dalla magrezza.

“Gli ho comprati a Parigi apposta, testa di cazzo!” replicò piccato il signor Prassede, mentre i suoi bicchieri scintillavano sotto la luce del lampadario.

Le lancette sul timer della bomba correvano inesorabili, ora mancavano dieci secondi all’esplosione.

Il vecchietto versò nei calici il pregiato e profumato vin santo.

Segugio guardò fuori dalla finestra chiusa, attraverso la quale filtrava la notte. Sospirò rassegnato a passare la serata con quella strana compagnia. Era sicuro che non sarebbe servito a nulla, ma certe volte era necessario espletare tediose formalità, prima di arrivare al cuore delle questioni. Per lui quella era ormai solo una formalità, certamente inconsueta, ma a cui non poteva sottrarsi. Accettò di bere il vin santo sperando che potesse aiutarlo a far passare il tempo più velocemente.

L’orefice portò il calice alla bocca, sorseggiando il delizioso vin santo.

In quel momento entrò nel cucinotto una ragazzina con i capelli biondi a caschetto e l’aria sbarazzina. Indossava solamente una lunga camicia di cotone e le mutandine bianche. Era la nipote del vecchietto, non aveva ancora compiuto i suoi primi quattordici anni e nell’innocenza della sua età non provava alcun imbarazzo ad indossare abiti così discinti. Attraversò ancheggiando il piccolo cucinotto per rovistare nella dispensa del nonno. Abitava al piano di sopra, e salutò distrattamente gli ospiti, quasi ignorando la loro presenza.

La sua apparizione suscitò al contrario forti emozioni. I due ragazzotti, di poco più grandi, la guardarono rapiti, con la vista appannata dall’alcol e un sorriso vacuo stampato sulla faccia. Erano sbronzi, ma il culetto delizioso della giovinetta era roba da concorso di bellezza. Sodo e fresco, come un frutto maturo pronto da gustare, aveva risvegliato tutte e cinque i loro sensi.

“Vieni da me Fiorella” disse il vecchietto afferrando la nipote per un braccio, “vi presento colei che mi chiuderà gli occhi.”

“Nonno! Non dire queste cose, lo sai che non mi piacciono” protestò l’adolescente, senza offrire resistenza e lasciandosi abbracciare.

“Un brindisi alla nipote dell’oste” biascicò uno dei giovani barcollando pericolosamente sulla sedia.

“Un brindisi alla mia bambina” disse il vecchietto allungando la mano sui quei glutei perfetti.

Anche il professore lo aveva notato, la ragazzina era innocente e priva di malizia, ma sapeva già dimenare il fondoschiena come una navigata donna di mondo.

Certe cose dovevano essere innate, stabilì Bardazzi, guardando il vecchietto che le pizzicava affettuosamente il culetto, come se lei fosse ancora una bambina. Fu in quel momento che il professore comprese di sentirsi attratto da lei. Aveva bevuto troppo. Non era possibile che quella mezza donnina brufolosa potesse suscitargli certe reazioni. Si accese la pipa e cercò di distogliere lo sguardo dal corpo acerbo e conturbante di Fiorella, sforzandosi di allontanare i pensieri peccaminosi che la giovinetta gli stava già suscitando. Guardò i cinque bottiglioni vuoti ordinatamente collocati sul pavimento uno in fila all’altro. Ne aveva bevuti, lui solo, almeno tre, poi il vin santo. Il vino piacentino del vecchietto era sincero, ma traditore. Bicchiere dopo bicchiere lo aveva buttato giù senza preoccuparsi, ed ora si trovava ad un sorso da quella condizione ebbra nella quale non sarebbe stato più padrone di sé.

Le campane del duomo di Piacenza iniziarono a suonare, erano le ore 22:00 di quel caldo 22 giugno 1940.

Gamba di legno si era mezzo appisolato sulla sedia, mentre i due giovanotti fissavano con aria inebetita le mutandine bianche di Fiorella, che dopo aver sorseggiato un po’ di vin santo dal bicchiere del nonno, aveva cominciato a ridere e cantare.

Prassede sembrava soltanto interessato a recuperare i suoi calici di cristallo blu finemente lavorati e comperati a Parigi. Si domandò, fissando meditabondo uno dei suoi preziosi bicchieri, se anche nell’antichità le civiltà del passato avessero saputo creare manufatti di analoga bellezza. Immaginò che qualcosa di simile fosse anche esistito, ma nulla di ciò che era stato creato in precedenza o che lo sarebbe stato nel futuro, poteva gareggiare in splendore con i suoi calici. Quando ebbe terminato di riporli nel bauletto provò un’intensa soddisfazione. Li avrebbe lavati uno ad uno, prendendosi cura di loro, come fossero vivi, come fossero la cosa più importante che aveva al mondo. Nessuno gli avrebbe mai sottratto i calici di cristallo. A costo della vita li avrebbe sempre protetti con ogni mezzo.

La deflagrazione fu terrificante.

Si udì una sorda esplosione sotterranea, simile ad un terremoto. Le finestre della cantina esplosero verso l’esterno. Ci fu una serie di schianti. Le fiamme si sprigionarono dal seminterrato. Il pavimento della fiaschetteria scoppiò: mattoni, piastrelle, legno volarono in aria. Il professore e tutti gli altri dentro al cucinotto vennero scaraventati a terra ed inghiottiti dalle viscere dell’edificio. Alcuni presero fuoco, altri furono travolti da una pioggia di schegge, pietre e mattoni.

I calici di cristallo dell’orefice andarono distrutti.

Non ci furono superstiti.

Il corpo della piccola Fiorella fu ritrovato semicarbonizzato con le mutandine bruciacchiate ed annerite dalle fiamme.

L’ultimo pensiero del professor Egidio Bardazzi fu per le gambe della bella Marianna, la giovane locandiera del Gatto Nero.

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Bellamorte

 

Era un bel mattino di fine estate e, come tutte le domeniche, Piero Bellamorte si recò al parco comunale per fare una passeggiata e scambiare quattro chiacchiere con gli anziani ospiti della vicina casa di riposo. Anche se ormai la sua impresa di pompe funebri aveva da tempo sbaragliato la concorrenza sino a diventare l’unica in tutta la vallata, Piero non aveva perso le sue abitudini e continuava ad esercitare il suo potere segreto, quello che gli aveva consentito di creare la sua fortuna materiale su questa terra.

Si da quando era bambino aveva scoperto di possedere un dono, una speciale qualità grazie alla quale era in grado di capire quando le altre persone sarebbero morte. Gli bastava prendere un uomo per mano, concentrarsi per qualche secondo e guardarlo negli occhi. Ciò che avrebbe visto nei pochi istanti successivi gli avrebbe rivelato quanto tempo restava da vivere a quella persona. Come un qualunque ciarlatano capace di leggere i fondi del caffè, Piero era capace di leggere dentro l’anima della gente attraverso i loro occhi, con l’unica differenza che Piero non era un ciarlatano, e che le sue previsioni erano sempre esatte.

Anche se conoscere in anticipo la data, e talvolta le circostanze, della dipartita degli altri poteva risultare sgradevole, Piero aveva presto imparato a trarne profitto. Ci riusciva soprattutto con le persone anziane che per via dell’età erano meglio predisposte a fare i conti con l’inevitabile momento del trapasso. E poiché nel corso degli anni almeno nella zona si era diffusa la voce circa le capacità divinatorie di Piero, oramai erano i suoi futuri clienti a cercarlo per scoprire quanto gli restasse da vivere, e lui non doveva nemmeno più prendersi il disturbo di convincere i morituri a concedergli la propria fiducia.

Quella mattina era seduto sulla solita panchina di cemento a godersi il sole con nell’aria il profumo dei mosti e della vendemmia, quando ad avvicinarlo fu una bella ragazza dai capelli dorati e la pelle bianca e liscia. Non poteva avere più di vent’anni.

“Mi hanno detto che sai prevedere quando muore la gente” dichiarò con aria seria rivolgendosi a Piero.

“A volte ci riesco” si schernì lui. Non gli interessavano i giovani. Se fossero morti prematuramente sarebbe stata una disgrazia, e se fossero morti molti anni dopo, probabilmente non si sarebbero serviti dei servizi offerti dalla sua impresa di pompe funebri.

“Conosci anche quando arriverà il tuo momento?” domandò la ragazza scrutandolo con sguardo indagatore.

“No, anche se forse potrei scoprirlo, ma non ho mai voluto farlo.”

“Perché allora lo dici gli altri? Non pensi che nessuno in fondo voglia saperlo?”

“Forse” disse lui con un ghigno, “ma in certe circostanze, e ad una certa età, cambiano le prospettive, le priorità sono diverse e per alcuni saperlo può essere un vantaggio.”

Piero non aveva ancora compiuto i cinquant’anni ed almeno sino ad allora non aveva ancora sentito il bisogno di conoscere quando sarebbe stato il suo giorno.

“Tu ti sei servito di questo talento per arricchirti e vendere i servizi della tua impresa di pompe funebri” sentenziò la ragazza con voce ferma ed un espressione sul viso vagamente accusatoria.

“Le persone si fidano di me, non faccio nulla di sbagliato” disse Piero abbassando lo sguardo. Era la prima volta che qualcuno lo rimproverava per aver tratto vantaggio dalla sua particolare dote. Lui pensava fosse naturale farlo, come le attrici usavano la propria avvenenza, gli scienziati il cervello ed i calciatori le proprie gambe. Avrebbe voluto dirlo anche a quella ragazza bella come un angelo, ma quando rialzò la testa per parlarle, lei era scomparsa.

Piero tornò a casa prima del solito, aveva perso il desiderio di lavorare per quel giorno. Il breve colloquio con quella bionda lo aveva turbato nel profondo. Il dubbio di aver mal vissuto la propria vita iniziò ad insinuarsi nel suo cervello come un tarlo. Improvvisamente avvertì la necessità di redimersi, di recuperare il tempo perduto, di dedicarsi al prossimo, magari anche di utilizzare il suo talento segreto ma in modo nuovo e diverso, senza più metterlo al servizio della sua smisurata sete di ricchezza. Ma ne avrebbe avuto il tempo? Quanto ancora gli restava da vivere? Ecco che per la prima volta volle sapere quando sarebbe giunto il giorno della sua morte.

Si recò con passo incerto sino al bagno, gli si strinse lo stomaco in preda all’ansia, ora che aveva deciso di indagare la propria dipartita. Appoggiò il peso del proprio corpo sulle braccia aggrappandosi al lavandino mentre iniziò a guardare il suo volto riflesso dallo specchio.

Era ancora giovane in fin dei conti, si sentiva in forze, certamente avrebbe ancora avuto il tempo necessario.

Fissò i suoi occhi riflessi dallo specchio e dopo alcuni secondi il suo corpo fu attraversato da un brivido, si sentì avvolgere dal gelo mentre la morte gli sorrideva beffarda e un infarto fulminante lo stroncava sul posto in quella tarda, calda e profumata mattina di fine estate.

Piero Bellamorte fu trovato senza vita soltanto alcuni giorni dopo, e quasi nessuno presenziò al suo funerale.

 

 

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Bella morte

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Il Quadrato del SATOR: il mistero del castello dove fu trovato un cadavere nel 1943

sator arepo tenet opera rotas

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Il 17 marzo 1943 era una mattina fredda e limpida sulle colline del Piacentino. L’inverno non voleva ancora arrendersi e il vento che scendeva dalla Val Tidone portava con sé un odore di terra bagnata e di legna bruciata. Nella piccola caserma dei carabinieri il maresciallo Melchiade Maffeo stava terminando il caffè quando il telefono squillò con un trillo secco che risuonò nel corridoio come un ordine.

La comunicazione arrivava dal podestà del paese. Una donna era stata trovata morta in un castello abbandonato poco fuori dall’abitato, su una collina che dominava la valle. Il corpo era stato scoperto da due contadini che erano entrati nel maniero in cerca di legna da ardere. Le prime voci correvano già di casa in casa, di stalla in stalla, come succedeva sempre nei paesi piccoli. Qualcuno parlava di violenza, qualcun altro di vendetta politica. Ma la spiegazione che sembrava trovare più consenso era una sola: un delitto partigiano.

In quei mesi bastava poco perché ogni morte venisse attribuita alla guerra che ormai si infilava ovunque, nei campi, nelle osterie, nelle famiglie.

Il maresciallo ascoltò senza interrompere. Annuiva ogni tanto, anche se dall’altra parte del filo nessuno poteva vederlo. Quando riattaccò rimase qualche secondo immobile, con la cornetta ancora in mano.

Un cadavere in un castello.

Non era il genere di faccenda che gli piaceva.

Si alzò lentamente dalla sedia e si infilò il cappotto. Poi uscì nel corridoio e chiamò:

«Rufina!»

Il brigadiere Rubiano Rufina comparve dalla stanza accanto con un fascicolo sotto il braccio. Era un uomo più giovane del maresciallo di quasi quindici anni, alto e magro, con l’aria distratta di chi pensa spesso ad altro.

«Mi avete chiamato, maresciallo?»

«Abbiamo un morto.»

Rufina aggrottò le sopracciglia.

«Dove?»

«In un castello.»

Il brigadiere rimase in silenzio per un istante, come se stesse immaginando la scena.

«Un castello?» ripeté.

«Sì. Sulle colline sopra il paese.» Il maresciallo prese il berretto dalla scrivania. «Pare sia una donna. L’hanno trovata due contadini.»

Rufina annuì lentamente.

«E cosa c’entro io?»

Il maresciallo lo guardò con una smorfia che voleva essere un sorriso.

«Ho sentito dire che quel castello è pieno di affreschi, mosaici, simboli religiosi. Tutte quelle cose che piacciono a voi.»

Il brigadiere capì subito dove voleva andare a parare.

«Pensate che possano servirci?»

«Io penso,» disse il maresciallo, «che se nel rapporto scrivo che il brigadiere Rufina ha esaminato il patrimonio artistico dell’edificio, il comando provinciale sarà molto soddisfatto.»

Rufina sospirò.

«Capisco.»

In realtà non gli dispiaceva affatto. Aveva sempre avuto una curiosità quasi ossessiva per l’arte antica, per i simboli nascosti nelle chiese e nei palazzi medievali. In caserma lo prendevano spesso in giro per questa sua passione.

Inoltre, tra poche ore sarebbe partito per tre giorni di licenza.

Se la faccenda si fosse risolta in fretta, sarebbe riuscito a partire lo stesso.

«Allora andiamo,» disse.

Uscirono nel cortile dove li aspettava la vecchia Balilla della caserma. Il maresciallo guidava con la calma metodica di chi ha passato metà della vita su strade di campagna. Il motore borbottava mentre la macchina lasciava il paese e cominciava a salire tra i campi ancora spogli.

Per qualche minuto nessuno dei due parlò.

Poi Rufina disse: «Dicono che sia un delitto partigiano.»

Il maresciallo fece un gesto vago con la mano.

«In questi tempi ogni cosa diventa un delitto partigiano.»

«Non credete che possa esserlo?»

«Può essere qualunque cosa,» rispose il maresciallo. «Una vendetta, una lite, un regolamento di conti. La guerra è solo la scusa.»

Rufina guardava il paesaggio scorrere oltre il finestrino.

«Una donna uccisa in un castello è comunque una storia strana.»

Il maresciallo sbuffò.

«Strana o no, qualcuno l’ha ammazzata. E qualcuno dovrà risponderne.»

Rufina sorrise leggermente.

«Sempre molto poetico, maresciallo.»

«Io non faccio il poeta,» replicò Maffeo. «Io faccio il carabiniere.»

Il brigadiere non rispose. Stava pensando alla licenza. Tre giorni lontano dalla caserma, lontano dalle carte e dalle denunce, lontano dalle piccole miserie della provincia. Tre giorni che adesso rischiavano di saltare.

Il maresciallo invece pensava ad altro. Un caso complicato, magari con implicazioni politiche, poteva attirare l’attenzione del comando provinciale. E l’attenzione del comando provinciale poteva aprire qualche porta.

La strada si fece più stretta mentre la Balilla cominciava a salire tra i filari di vigneti. Dopo l’ultima curva il castello apparve davanti a loro.

Sorgeva su uno sperone di collina, isolato da ogni altra costruzione. Le mura di pietra grigia emergevano dagli alberi spogli come i resti di una fortezza dimenticata.

Rufina si sporse leggermente in avanti.

«Non me l’aspettavo così.»

Il maresciallo rallentò.

Il maniero aveva qualcosa di insolito. Non era solo una rocca militare, ma nemmeno una semplice dimora nobiliare. L’architettura sembrava il risultato di epoche diverse sovrapposte senza ordine apparente.

La macchina si fermò davanti al portone principale.

Scendendo, Rufina alzò subito lo sguardo verso il timpano sopra l’ingresso.

«Guardate.»

Il maresciallo seguì la direzione del suo dito.

Nel muro era incastonato un triangolo equilatero circondato da fiamme rosse, al centro del quale era raffigurato un occhio.

«L’occhio che tutto vede,» mormorò Rufina.

«E allora?» disse il maresciallo.

«È un simbolo antico. Molto antico.»

«A me sembra solo un occhio.»

Rufina non replicò. Si era accorto di un altro dettaglio.

Sullo stipite destro del portone era incisa una croce patente.

Il brigadiere passò lentamente la mano sulla pietra.

«Templari?» disse a bassa voce.

«Siete già partito con le vostre fantasie?» sbuffò il maresciallo.

Entrarono.

L’interno del castello era più grande di quanto sembrasse dall’esterno. Il salone principale occupava quasi tutto il pian terreno. Lì dentro il tempo sembrava essersi fermato.

Il pavimento era coperto da un grande mosaico medievale composto da tessere bianche e nere con inserti colorati. Raffigurava animali reali e fantastici: leoni, cervi, uccelli, serpenti intrecciati tra figure che Rufina non riusciva subito a riconoscere.

Camminò lentamente, seguendo le linee del disegno.

Il maresciallo invece si limitò a dare un’occhiata distratta.

«È qui che hanno trovato il cadavere?»

«No,» rispose Rufina. «In cantina, mi pare di aver capito.»

Il brigadiere si fermò all’improvviso.

C’era una zona del mosaico che appariva chiaramente danneggiata. Le tessere erano state spostate, alcune mancavano, altre erano state ricollocate senza seguire il disegno originale.

Rufina si chinò.

Tra le tessere superstiti si vedevano chiaramente alcune lettere.

R
O
T
A
S

Il brigadiere rimase immobile per qualche secondo.

«Che avete trovato?» chiese il maresciallo.

Rufina non rispose subito. Prese il taccuino dalla tasca del cappotto e tracciò rapidamente cinque righe e cinque colonne.

Poi scrisse:

SATOR
AREPO
TENET
OPERA
ROTAS

Il maresciallo guardò il foglio.

«E questo cosa sarebbe?»

«Il quadrato magico del Sator.»

«Mai sentito.»

«È una frase palindroma latina. Si legge in tutte le direzioni.»

Il maresciallo scrollò le spalle.

«Molto interessante. Ma non vedo cosa c’entri con una donna morta.»

Rufina rimase in silenzio. Stava osservando la disposizione delle figure nel mosaico. Più lo guardava, più aveva l’impressione che il disegno non fosse puramente decorativo. Sembrava piuttosto una struttura geometrica.

Una struttura che convergeva verso il punto in cui il mosaico era stato distrutto.

Il brigadiere si rialzò lentamente.

«Maresciallo.»

«Sì?»

«Questo mosaico non è solo un mosaico.»

«E cos’è allora?»

Rufina indicò il punto danneggiato.

«Credo che sia una mappa.»

Rufina si chinò di nuovo, questa volta non sulle lettere, ma sugli spigoli del quadrato che le conteneva. Notò che le tessere recavano piccole incisioni, sottili come graffi: una serie di tacche appena percettibili che correvano dal riquadro danneggiato verso il margine del salone, come linee di puntamento. Seguendole con lo sguardo arrivavano a cinque punti precisi: due vicino al camino, uno accanto a una colonna, uno sotto una finestra murata e l’ultimo proprio davanti alla porta che conduceva ai sotterranei.
«Non è una mappa disegnata,» disse a bassa voce. «È un tracciato. Le lettere non indicano un significato: indicano una posizione. “ROTAS” è l’istruzione, non la frase.»
Il maresciallo aggrottò la fronte. «Che istruzione?»
Rufina indicò la S finale, ruotata nel mosaico. «Questa non è messa storta per caso. È un segno. Come a dire: “gira”, “spingi”, “ruota”. Se in cantina troviamo cinque punti corrispondenti, è probabile che uno di quelli sia un comando, un grilletto nascosto.»

Il maresciallo sospirò.

«Allora scendiamo a vedere questa cantina.»

Trovarono l’accesso dietro una porta bassa nel corridoio laterale. Una scala di pietra scendeva nel ventre della collina con gradini consumati dal tempo. L’aria si fece subito più fredda e umida.

La cantina era un ambiente lungo e stretto, illuminato solo dalla luce della torcia elettrica del maresciallo. Le pareti di sasso trasudavano acqua e l’odore di muffa si mescolava a quello più acre del sangue secco.

Rufina non guardò subito il corpo. Prima alzò la torcia verso i muri, cercando gli stessi “punti” che aveva visto sopra nel mosaico. E li trovò: in cinque angoli della cantina, a distanze irregolari, alcune pietre erano diverse dalle altre. Non più scure o più chiare, ma lavorate in modo differente: una aveva un taglio più netto, un’altra era leggermente sporgente, una terza mostrava una sottile incisione a forma di linea.
«Eccoli,» mormorò. «Cinque. Come sopra.»
Il maresciallo lo guardò male. «Vi prego, brigadiere. Non ditemi che anche qui leggete le pietre come un libro.»
«Non le leggo. Le confronto.»

Il corpo della ragazza era lì.

Rannicchiato contro il pavimento come se avesse cercato di proteggersi fino all’ultimo istante. Era distesa su un fianco in posizione fetale. I capelli scuri erano incollati al viso da una macchia scura che si era allargata sul pavimento. Il vestito era strappato e una delle scarpe mancava.

Rufina si avvicinò lentamente.

Non era la prima volta che vedeva un cadavere, ma qualcosa in quella scena gli trasmise un senso di inquietudine più profondo del solito.

Forse era la posizione del corpo.

Forse il silenzio della cantina.

Forse il pensiero del mosaico proprio sopra le loro teste.

Il maresciallo illuminò il pavimento.

«Ha lottato,» disse.

Sotto le unghie della ragazza si vedevano tracce di pelle secca e sangue rappreso. Le dita erano rigide, contratte in una presa disperata.

Poco distante giaceva un oggetto metallico.

Il maresciallo lo raccolse.

Era la maniglia spezzata di una porta.

«Ha cercato di scappare,» disse.

Rufina non rispose. Stava osservando la disposizione dello spazio.

Il corpo si trovava quasi esattamente al centro della cantina.

E se la sua intuizione era giusta, quel punto corrispondeva perfettamente al centro simbolico del mosaico del salone.

Il brigadiere sollevò lo sguardo verso il soffitto di pietra.

«Non è un caso,» mormorò.

«Cosa?» chiese il maresciallo.

«Il punto dove è stata lasciata.»

Il maresciallo lo fissò.

«Pensate che qualcuno abbia consultato la vostra mappa per scegliere il posto dove buttare un cadavere?»

Rufina non rispose. Stava già camminando verso il fondo della cantina.

Là dove un corridoio stretto si trasformava in una galleria scavata nella collina.

Il passaggio terminava contro un muro di pietre e mattoni.

Il maresciallo lo raggiunse.

«Eccolo.»

La torcia illuminò la parete irregolare.

«Un muro di chiusura,» disse. «Probabilmente una vecchia via di fuga.»

Rufina osservò la muratura con attenzione.

Le pietre erano umide. La malta ingiallita sembrava molto antica.

Stava per voltarsi quando un suono lo fece irrigidire.

Un colpo sordo.

Metallico.

Poi di nuovo.

Un rimbombo lontano che sembrava provenire dall’interno della parete.

Il maresciallo si immobilizzò.

«Avete sentito?»

Il suono arrivò una terza volta.

Un rintocco grave, smorzato, come quello di una campana difettosa.

Rufina si avvicinò lentamente al muro. Appoggiò la mano sulle pietre.

Il suono cessò.

Il brigadiere picchiettò con le nocche.

Il rumore che ne uscì non era quello pieno di una muratura compatta.

Era vuoto.

Cavo.

«C’è qualcosa dietro,» disse.

Il maresciallo non replicò.

Rufina si avvicinò al muro di chiusura e cercò la quinta “corrispondenza”: non una pietra qualunque, ma un elemento diverso, un punto di pressione. Illuminò la muratura dall’alto in basso finché la luce non colpì una piccola sporgenza: la testa di un chiodo di ferro battuto, troppo regolare per essere lì per caso. Non lo scoprì: lo riconobbe.

Il brigadiere osservò il chiodo per qualche secondo.

Poi premette.

Il chiodo rientrò lentamente.

Si udì uno scatto metallico.

Il muro tremò leggermente.

Poi cominciò ad aprirsi verso l’interno con un cigolio lungo e stanco.

Il maresciallo sollevò la torcia.

Dietro la parete si apriva una stanza sotterranea.

L’aria che ne uscì era sorprendentemente tiepida.

Entrarono.

La luce della torcia scivolò sulle pareti rivelando una stanza che non aveva nulla di pittoresco. Niente stemmi, niente drappi, niente simboli. Solo ordine. Un ordine freddo, funzionale. Una scrivania in legno scuro, un paio di cassettiere, uno schedario metallico, una libreria piena di volumi rilegati con titoli in caratteri che Rufina riconobbe subito come cirillici. Su uno scaffale, accanto a una scatola di cartone, c’erano pacchi di carta velina, carboncini, buste chiuse con spago e ceralacca.
In un angolo, un piccolo orologio da tavolo segnava un’ora diversa da quella italiana: non era un oggetto di propaganda, era un’abitudine. Un fuso orario tenuto a mente.
Il maresciallo deglutì. «Qui qualcuno lavora. E lavora bene.»

Il maresciallo abbassò lentamente la torcia.

«Mondo boia…»

Rufina si avvicinò alla libreria. Estrasse uno dei volumi.

Le pagine erano stampate in cirillico.

Sul tavolo c’erano fascicoli ordinati con cura. Uno portava un timbro rosso.

Il brigadiere lo aprì.

La prima pagina recava l’intestazione di un organismo che nessun funzionario del regime avrebbe voluto trovare nella propria giurisdizione.

NKVD.

Il timbro non era decorativo. Era reale. Era l’impronta di un potere lontano.

Il maresciallo si avvicinò.

«Fatemi vedere.»

Il documento era scritto in italiano.

Il titolo era breve.

IDI DI MARZO.

Il rapporto parlava di un’operazione di sabotaggio contro un laboratorio militare segreto nel nord Italia. Le informazioni erano precise, dettagliate, corredate da nomi e indirizzi.

Il maresciallo sentì la gola seccarsi.

«Questa non è solo propaganda.»

Rufina annuì.

«È una base operativa.»

Il castello non era solo un edificio antico pieno di simboli.

Era una stazione clandestina di spionaggio sovietico.

«E la ragazza…» disse lentamente il maresciallo.

«Deve aver scoperto questa stanza,» concluse Rufina.

In quel momento una voce risuonò alle loro spalle.

«Esattamente.»

I due si voltarono di scatto.

Sulla soglia della porta segreta stava il segretario del Partito Fascista del paese.

Lo conoscevano entrambi.

Un uomo sulla quarantina, sempre impeccabile, sempre presente alle cerimonie ufficiali.

Nella sua mano brillava una pistola.

Il maresciallo aggrottò la fronte.

«Cosa ci fate qui?» chiese il maresciallo, senza abbassare la torcia.
L’uomo non parve offeso. Fece un passo dentro la stanza e richiuse dietro di sé con un gesto esperto, come chi conosce la porta e il suo peso. «Sono io che dovrei farvi la domanda,» disse. «Ma avete già risposto da soli.»
Rufina fissava la pistola, poi gli occhi dell’uomo. «La ragazza…»
«Non doveva scendere,» disse il segretario. «Non doveva vedere. Non doveva capire.»
Il maresciallo serrò la mascella. «Siete voi che l’avete uccisa.»
«Io ho impedito un danno maggiore.» Il segretario inclinò leggermente il capo, come se stesse spiegando un concetto amministrativo. «Se quella voce fosse uscita da queste mura, se qualcuno avesse collegato questo luogo ai nomi che avete appena letto, sarebbero arrivati altri. E non sarebbero stati carabinieri.»
Rufina sentì il sangue pulsare nelle tempie. «Una cellula sovietica sotto un castello medievale… e voi a proteggerla?»
Il segretario sorrise appena. «Proteggerla? Io la governo. La mia posizione mi permette di scegliere chi guarda e chi non guarda. Io firmo permessi, io indirizzo pattuglie, io decido quali voci diventano “certe” in paese. Oggi, per esempio, tutti parlavano già di delitto partigiano prima che voi metteste piede qui. Avete notato? È comodo. Un colpevole invisibile, un nemico utile.»
Il maresciallo fece un mezzo passo avanti. «State dicendo che…»
«Sto dicendo che io posso far sparire un corpo in un castello e farne una storia politica nel giro di un’ora. E posso far sparire anche voi.»
Rufina si mosse lentamente di lato, come se cercasse un appoggio. Con la coda dell’occhio guardò la parete e lo schedario. Cinque punti, cinque corrispondenze. Se quello era davvero un sistema, forse esisteva un secondo comando, un secondo varco. La “S” ruotata. Girare. Spingere.
«Maresciallo,» disse piano, senza distogliere lo sguardo dall’uomo armato, «qui dentro ci sono altri meccanismi.»
Maffeo capì l’allusione e restò fermo, teso come una corda.
Il segretario li osservò con un interesse improvviso. «Ah. Il vostro brigadiere ama i simboli.»
Rufina fece scorrere le dita dietro lo schedario, trovando una piccola sporgenza metallica. Premette. Niente. Provò a ruotarla. Si udì un clic minimo, quasi un sospiro della ferraglia. Per un attimo Rufina sperò.
Il segretario alzò la pistola di pochi centimetri. «Non perdete tempo.»
«C’è un’uscita,» insisté Rufina, più a se stesso che agli altri. «Questo castello è costruito come un enigma. Se c’è una porta, ce n’è un’altra.»
«C’era,» disse l’uomo. «E io l’ho murata anni fa. Ho lasciato solo questa. Perché i labirinti sono utili finché li controlli.»
Il maresciallo fece un altro mezzo passo. «Vi credete intoccabile.»
«Mi credo necessario.» Il segretario inclinò la testa. «E ho ragione. Senza di me questa rete sarebbe già stata scoperta o tradita. Io sono il coperchio. Io sono la versione ufficiale. Io sono il silenzio.»
Rufina sentì la disperazione montare. Premette ancora la sporgenza, con più forza. Il metallo scricchiolò. Non si aprì nulla.
«Mi dispiace,» disse il segretario, e nel tono non c’era pietà ma soltanto conclusione. «Avete visto troppo.»
Il maresciallo fece per reagire, ma l’uomo sparò prima. Il colpo colpì Maffeo al petto e lo fece crollare contro la scrivania.
Rufina si sentì gelare. Guardò il maresciallo a terra, poi l’uomo. «Siete un traditore,» sussurrò.
«Sono un sopravvissuto,» rispose il segretario.
Il secondo colpo risuonò nella stanza come un chiodo piantato nel legno.

Il silenzio tornò a regnare sotto la collina.

Nel salone del castello, sopra le loro teste, il quadrato del Sator continuava a osservare immobile il passare dei secoli.

 

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Vietata la riproduzione, Copyright ©2013 racconti-brevi.com

 

La moglie del gerarca

La vita del professor Carlo Centodonne non era più stata la stessa da quando aveva vinto il concorso per quella cattedra all’Università. Si era sentito arrivato dopo anni di studi e di sacrifici, e da allora aveva cominciato ad assumere uno stile di vita scapestrato, dedito all’alcol, alle scommesse sui cavalli, alle donne ed ai romanzi d’avventura. Le numerose amanti e soprattutto il vizio del gioco gli avevano ormai messo a soqquadro l’esistenza.

Come ogni mattino, prima di radersi si guardò allo specchio. Aveva una faccia tremenda, quasi tragica. La barba incolta sottolineava il colorito smunto del volto che a sua volta evidenziava due grosse borse sotto agli occhi. La bocca era impastata ed aveva sete. Si era alzato tardi, ma le molte ore di sonno non avevano cancellato le tracce degli eccessi della notte precedente. Si era ubriacato pesantemente risvegliandosi nel proprio letto con una giovane donna che non ricordava di aver conosciuto. Non ricordava nemmeno come avesse fatto a tornarci a casa insieme. La guardò attraverso la porta socchiusa del bagno, lei era stesa nuda sul letto profondamente addormentata.

Non sapeva neanche come lei si chiamasse, però aveva un bel culo. I capelli erano scuri e lunghi, il volto innocente e grazioso tradiva la sua età, non poteva avere più di vent’anni. Il professore si interrogò sulle ragioni che lo spingevano a desiderare sempre nuove donne e sempre più giovani, pur avendone già avute moltissime. Doveva essere la paura di invecchiare, oppure della morte. Sapeva di sentirsi attratto da cose sbagliate come il gioco d’azzardo e l’amore a pagamento, ma non riusciva a sottrarsi al seducente richiamo del vizio e del peccato. Se pur la sua coscienza ogni tanto lo costringeva a riflettere sulla propria condotta, un cinico fatalismo lo induceva a perseverare. Per pentirsi c’era ancora tempo, ripeteva a sé stesso in quelle occasioni.

Dopo essersi rasato si vestì con cura, ci teneva a mantenere un contegno ed un decoro eleganti. Il clima di fine inverno era ancora fresco, e sopra ad una  camicia di cotone a quadri si infilò una giacca di tweed  con una cravatta fantasia. Indossò dei pantaloni di velluto a coste color cachi e si sentì pronto per una nuova giornata.

Andò nel suo studio, sulla scrivania vi erano due lettere.

Aprì la prima: era un sollecito di pagamento della drogheria sotto casa. Ci aveva dato dentro con vino, birra e altri alcolici e adesso non aveva i soldi per pagare il conto. Appallottolò la missiva e la buttò nel cestino. Negli ultimi tempi era andato tutto storto. Alle corse dei cavalli aveva perso una montagna di soldi. Era anche indietro con l’affitto ed ora rischiava seriamente lo sfratto.

Prese la seconda lettera ed iniziò a leggerla. Era scritta da una sua ammiratrice che desiderava conoscerlo, aveva letto il suo libro di argomento esoterico dal titolo: Occulto misterioso. Aveva dedicato a quella fatica vent’anni delle sue ricerche, ed ora era considerato tra i massimi esperti italiani della materia. Anche Julius Evola aveva scritto una lusinghiera recensione della sua pubblicazione, complimentandosi per l’accuratezza e la profondità dell’opera. Tutto ciò risaliva alla metà degli anni trenta però. Ora la vita del professore aveva preso tutt’altra piega, per colpa dei suoi vizi: le corse dei cavalli e l’alcol.

La sua ammiratrice aveva anche accluso una fotografia: era una ragazza giovane e molto carina, scriveva da Bologna. Lui pensò che le avrebbe certamente risposto, poi prese la lettera e la mise dentro ad un cassetto della sua scrivania. Decise che si sarebbe dedicato a quella corrispondenza in un secondo momento, per quel giorno aveva questioni più urgenti a cui dedicarsi. Chiuse il cassetto e restò pensieroso a guardare fuori dalla finestra. Il sole era già alto nel cielo e vide delle rondini sbucare fuori dal sottotetto di un palazzo sull’altro lato della via. Viveva nella periferia sud di Milano, vicino a viale Isonzo. Da casa sua si potevano ancora vedere rogge, campi coltivati e bambini scalzi correre per i prati.

La ragazza nel letto si era intanto svegliata, e lo raggiunse nello studio con indosso solo una vestaglia da uomo, volutamente lasciata aperta sul davanti. Salutandolo lo baciò sulla bocca.

“L’ho presa nel tuo armadio, non ho trovato altro. Vivi da solo?” chiese lei.

“Ancora ci riesco, con un po’ di mestiere” rispose lui, pensando con fastidio alle norme che obbligavano i dipendenti pubblici ad essere sposati per poter far carriera.

La ragazza lo guardò con occhi languidi, lasciando intravedere le proprie nudità con consumata malizia.

“Ora te ne devi andare” disse il professore con freddezza, come faceva sempre quando voleva sbarazzarsi di una donna.

“Sta bene, ma prima devi pagarmi, questa notte ti sei divertito, ma eri troppo ubriaco, hai detto di non ricordare dove avevi messo i soldi. Ora voglio quel che mi spetta” disse lei senza scomporsi, sorridendo con complicità.

Un’altra puttana, pensò lui. Avrebbe dovuto smettere di farsi succhiare via i soldi in quel modo. Si frugò nelle tasche ma le trovò vuote. Aprì un paio di raccoglitori accatastati sulla sua scrivania, ma erano pieni solo di carte e qualche cambiale. Provò un senso di disagio, ma alla fine ammise imbarazzato:

“Sono rimasto al verde dolcezza, potrò pagarti non prima della settimana prossima.”

“Sei un stronzo” disse la ragazza incrociando le braccia sul petto, sembrava non credergli.

“Non dovresti fidarti dei clienti ubriachi” la rimproverò.

“Vai a farti fottere!” replicò lei.

Il professore fece spallucce, poi andò in cucina e cominciò a prepararsi la colazione. La giovane donna raccolse le proprie cose, si rivestì in fretta e andò via sbattendo la porta, senza salutare.

Carlo aveva altro per la testa, si fece un surrogato di caffè e lo corresse con una dose abbondante di grappa, poi si affettò del salame che mangiò insieme a del pane secco. Per ammorbidirlo lo inzuppò in una tazza piena di vino. Erano quasi le due del pomeriggio, e la giornata si annunciava poco stimolante. Avrebbe passato il pomeriggio nel suo studio a correggere le bozze di alcune tesi di laurea, scritte da laureandi che lo avevano imprudentemente scelto come relatore.

La sera, al contrario, sarebbe stata molto più interessante. Aveva ricevuto un invito a cena da una delle sue amanti, una ricca signora, moglie di un alto papavero del Partito Fascista milanese. Nella sua mente stava già iniziando ad elaborare un piano per farsi prestare del denaro da quella donna. Chiedere soldi senza compromettere la propria dignità ed il proprio orgoglio, questo era quanto stava cercando di architettare. Gli serviva una scusa plausibile e decorosa. Stabilì che le avrebbe chiesto un’offerta per l’orfanotrofio dei Martinitt, presso il quale era cresciuto e aveva fatto qualche volta del volontariato. Era uno stratagemma spregevole, ma se domenica avesse indovinato un paio di corse, avrebbe potuto tamponare la situazione, e magari un giorno devolvere davvero dei soldi ai poveri orfanelli della città.

Si sedette alla sua scrivania ed iniziò a leggere il Corriere della Sera del giorno prima,  il 16 marzo 1939. Il titolo era ad otto colonne: “AUMENTI DEGLI STIPENDI E DELLE PAGHE.” Il giorno antecedente la Germania aveva invaso la Boemia e la Moravia, ma il Corriere aveva dato la notizia soltanto in terza pagina e con solo un modesto richiamo in prima. Al professore non era sfuggito il puerile tentativo di minimizzare la portata dell’evento. Per questo aveva conservato quel numero del giornale. Forse ci sarebbe stata un’altra Monaco, o più probabilmente l’Europa sarebbe precipitata in una nuova guerra, aveva pensato leggendo quelle notizie la prima volta. Conosceva bene gli inglesi, e sapeva che non avrebbero mai permesso a Hitler di conquistare tutto il continente. Aveva ragione, come quando aveva immaginato che qualsiasi italiano avrebbe rinunciato volentieri all’aumento della paga, pur di avere la certezza di evitare la guerra.

Lui invece aveva maledettamente bisogno di denaro. Cercò di non pensarci e cominciò a leggere un dattiloscritto sulla “Carta di Wala”, opera di uno dei suoi studenti. Lo trovò banale e noioso, un lavoro meramente accademico. La figura dell’abate francese Wala, nipote di Carlo Martello e cugino di Carlo Magno, era indagata senza alcuna originalità. Si sarebbe persino addormentato se quella lettura non gli avesse ricordato una delle sue conquiste di gioventù. Una giovane contadinella di Bobbio, la stessa città dove Wala era stato abate della famosa abbazia di San Colombano. Non riusciva a ricordare il nome di quella florida fanciulla, ma non poteva dimenticare la piacevole estate che vent’anni prima aveva condiviso con lei. Pensò a quei giorni con nostalgia, non tanto perché sentisse la mancanza di quella ragazza, quanto piuttosto perché avrebbe voluto avere ancora i suoi trent’anni, l’energia di quell’età e la spensieratezza di quei tempi. Allora una guerra era da poco terminata, e lui aveva davanti una vita intera colma di promesse. Adesso invece l’avvenire non prospettava nulla di buono.

Fuori dal palazzo dove abitava il professore il pomeriggio trascorreva pigramente, e l’uomo vestito di nero, seduto su di una panchina poco distante, aveva gli occhi e le orecchie ben aperti. Stava fingendo di leggere un quotidiano, ma intanto si guardava intorno e prendeva nota di tutto quanto accadeva in quella via. Controllava chi e quando entrava oppure usciva dal portone del civico 17, quello dove abitava Carlo Centodonne, annotava le targhe delle automobili, ascoltava il chiacchiericcio dei passanti. Indossava un cappello di feltro e portava gli occhiali da sole con il bavero dell’impermeabile alzato per nascondere il volto. Nessuno sembrava accorgersi di lui, tutti erano affaccendati nei propri affari.

Quando scese la sera, dopo aver ascoltato il notiziario alla radio, Carlo uscì per andare all’appuntamento galante carico di aspettative, era sicuro di convincere la sua amante a sganciargli una somma ingente.

La signora si chiamava Eleonora, aveva cinquantacinque anni ed era sposata da trenta, ma non era riuscita ad avere figli. Questo increscioso problema era stato motivo d’imbarazzo per il marito, e ne aveva in parte ostacolato la carriera nel partito. Lui la ritenne responsabile, e non l’aveva mai perdonata. Così la loro vita di coppia si era incrinata ed Eleonora aveva iniziato a desiderare consolazione. Il marito ormai la ignorava e quando capitava ancora che si occupasse di lei, il più delle volte era solo per colpevolizzarla di non avergli dato dei figli. Eleonora aveva così da tempo smesso di sentirsi amata. Quando ad una festa aveva conosciuto Carlo, non aveva saputo resistere alle sue premure ed attenzioni. Aveva certamente perduto l’avvenenza della giovinezza, e l’interesse mostrato dal professore aveva per questo fatto più facilmente breccia nel suo cuore.

Per il professore, invece, era soltanto l’ennesima avventura. Aveva cercato di sedurla per il puro piacere di aggiungere un altro trofeo alla sua collezione di donne sposate. Quando poi aveva scoperto che la signora Eleonora dava il meglio di sé sotto le lenzuola, aveva piacevolmente prolungato quella relazione clandestina. Ora che aveva così tanto bisogno di denaro e pensando che lei avrebbe potuto aiutarlo, era particolarmente compiaciuto di sé stesso e della propria lungimiranza, almeno in fatto di donne.

Quando Eleonora venne ad aprire la porta però, lui capì subito al primo sguardo che la faccenda sarebbe stata più complicata di quanto aveva sperato.

Lei era bassa, con il naso grosso e la fronte larga, ma vestiva sempre con eleganza quando doveva incontrarlo, e poi normalmente era allegra e simpatica, e ci sapeva fare con il sesso. Quest’ultimo talento compensava ampiamente il fatto che fosse bruttina e un po’ sovrappeso. Ma quella sera non era per nulla contenta, quando Carlo entrò in casa, lei nemmeno lo salutò.

“Bene” disse Eleonora, “dove siete stato ieri notte?”

Il professore simulò indifferenza, e cercò di eludere la domanda.

“Niente bacio di benvenuto?” disse forzando un sorriso.

“Ditemi dove eravate ieri notte.”

Carlo non rispose, la notte prima si era ubriacato ed era andato a puttane, ovviamente non poteva confessarlo. Rimase in silenzio pensando a cosa dire, ma non gli veniva in mente nulla.

“Allora Vi dirò io dove siete stato Carlo, eravate con una donna, una di quelle per giunta.” La voce di Eleonora si affievolì sul finale, aveva gli occhi rossi ed era sul punto di iniziare a piangere.

“Non capisco di cosa stiate parlando, ieri non sono nemmeno uscito di casa” mentì il professore.

“Siate sincero, adesso. Vi ho veduto con i miei occhi mentre passeggiavate ubriaco a braccetto di quella donnaccia. Come avete potuto?” squittì lei esternando tutto il suo sgomento.

Carlo era imbarazzato e la fronte gli si imperlò di sudore. Era stato scoperto, ed ora avrebbe avuto un bel da fare per recuperare la situazione.

“Ma lo capite cosa mi avete fatto? E se fossi stata io a tradirvi? Come Vi sentireste?” disse iniziando a singhiozzare, mentre le lacrime presero a sgorgarle dagli occhi rigandole il viso.

“Non è il caso di prenderla in questo modo” abbozzò lui goffamente, “in effetti ieri ho bevuto un po’ troppo, ma con quella ragazza non vi è stato nulla, stavamo solo passeggiando.”

Eleonora gridò, e si mise a piangere più forte.

Il professore cercò di afferrarle la mano, ma lei la ritrasse stizzita.

“Ho veduto che la baciavate” protestò, “siete un bugiardo e un mascalzone!”

Le previsioni del professore erano state del tutto fallaci. La signora aveva scoperto che lui si dava da fare anche con altre donne, più giovani per giunta, e come se non bastasse, persino di facili costumi.

“Be’, ecco… io non ricordo” cercò maldestramente di giustificarsi, “lo avete detto anche Voi, ero ubriaco, non so spiegarmi come sia successo.”

“Lo avete fatto perché era più bella o perché era così giovane, oppure per entrambi i motivi?”

“Oh, per Dio, Eleonora…”

“Non siate evasivo, ditemi perché lo avete fatto.”

“Io non so perché l’ho fatto, non vi è una ragione per queste cose, semplicemente accadono” disse lui esasperato.

“Mi avete mai baciato come baciavate ieri notte quella là?” Eleonora aveva smesso di piangere, ed il suo tono si era ora fatto inquisitorio.

“No, penso di no… non credo almeno.”

“E allora come? Come l’avete baciata?”

“Santo cielo, Eleonora, cose volete che vi dica, non lo so..”

“Come!?” ringhiò lei. Adesso sembrava molto arrabbiata.

“Ecco, io.. credo che fosse in modo diverso.”

“Diverso come?”

“Dannazione Eleonora, Io non me lo ricordo, ero ubriaco.”

“Siete un mostro!” gridò la signora, poi gli diede uno schiaffo. Carlo abbassò lo sguardo, lei gli voltò le spalle e riprese a singhiozzare. Era rimasta profondamente offesa e indignata.

Sulla strada intanto, dentro ad una Fiat Balilla scura, due uomini con la faccia da ceffi  tenevano d’occhio la situazione. Erano vestiti di nero, erano armati, ed avevano seguito il professore sin da quando era uscito. Ci sapevano fare, nessuno si era ancora accorto di loro, nessuno poteva immaginare cosa avrebbero fatto e perché.

La luna era bella sopra al cielo, ma il professore dovette penare tutta la sera per riuscire a recuperare la situazione, per evitare di essere scaricato. Dovette accantonare i propositi che aveva elaborato per ottenere dei soldi. La signora lo mandò in bianco lasciandolo al verde, e non gli offrì nemmeno da bere. Quando tornò a casa a notte inoltrata era prostrato. La giornata si era conclusa nel peggiore dei modi, e per consolarsi si attaccò alla bottiglia, affogando il suo fallimento nell’alcol.

Si ubriacò a tal punto da non accorgersi di nulla, quando gli uomini vestiti di nero fecero irruzione nel suo appartamento, il professore dormiva stordito dalla sbornia.

Gli intrusi erano stati mandati dal marito della signora, che non aveva preso sportivamente il fatto che lei lo tradisse. Per vendicarsi aveva deciso di dare una lezione all’impudente professore, e per farlo aveva assoldato i due sicari vestiti di nero.

Quelli fecero un lavoro preciso e ben fatto.

Il giorno dopo Carlo Centodonne si svegliò senza più le palle. Lo avevano castrato, così come si fa con un cane qualunque. Lui da quel momento non toccò più una donna per il resto dei suoi giorni. Fu solo dopo alcuni anni di assoluta disperazione che riuscì a trovare consolazione. Decise allora di iscriversi al coro delle voci bianche della sua parrocchia.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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