Era un bel mattino di fine estate e, come tutte le domeniche, Piero Bellamorte si recò al parco comunale per fare una passeggiata e scambiare quattro chiacchiere con gli anziani ospiti della vicina casa di riposo. Anche se ormai la sua impresa di pompe funebri aveva da tempo sbaragliato la concorrenza sino a diventare l’unica in tutta la vallata, Piero non aveva perso le sue abitudini e continuava ad esercitare il suo potere segreto, quello che gli aveva consentito di creare la sua fortuna materiale su questa terra.
Si da quando era bambino aveva scoperto di possedere un dono, una speciale qualità grazie alla quale era in grado di capire quando le altre persone sarebbero morte. Gli bastava prendere un uomo per mano, concentrarsi per qualche secondo e guardarlo negli occhi. Ciò che avrebbe visto nei pochi istanti successivi gli avrebbe rivelato quanto tempo restava da vivere a quella persona. Come un qualunque ciarlatano capace di leggere i fondi del caffè, Piero era capace di leggere dentro l’anima della gente attraverso i loro occhi, con l’unica differenza che Piero non era un ciarlatano, e che le sue previsioni erano sempre esatte.
Anche se conoscere in anticipo la data, e talvolta le circostanze, della dipartita degli altri poteva risultare sgradevole, Piero aveva presto imparato a trarne profitto. Ci riusciva soprattutto con le persone anziane che per via dell’età erano meglio predisposte a fare i conti con l’inevitabile momento del trapasso. E poiché nel corso degli anni almeno nella zona si era diffusa la voce circa le capacità divinatorie di Piero, oramai erano i suoi futuri clienti a cercarlo per scoprire quanto gli restasse da vivere, e lui non doveva nemmeno più prendersi il disturbo di convincere i morituri a concedergli la propria fiducia.
Quella mattina era seduto sulla solita panchina di cemento a godersi il sole con nell’aria il profumo dei mosti e della vendemmia, quando ad avvicinarlo fu una bella ragazza dai capelli dorati e la pelle bianca e liscia. Non poteva avere più di vent’anni.
“Mi hanno detto che sai prevedere quando muore la gente” dichiarò con aria seria rivolgendosi a Piero.
“A volte ci riesco” si schernì lui. Non gli interessavano i giovani. Se fossero morti prematuramente sarebbe stata una disgrazia, e se fossero morti molti anni dopo, probabilmente non si sarebbero serviti dei servizi offerti dalla sua impresa di pompe funebri.
“Conosci anche quando arriverà il tuo momento?” domandò la ragazza scrutandolo con sguardo indagatore.
“No, anche se forse potrei scoprirlo, ma non ho mai voluto farlo.”
“Perché allora lo dici gli altri? Non pensi che nessuno in fondo voglia saperlo?”
“Forse” disse lui con un ghigno, “ma in certe circostanze, e ad una certa età, cambiano le prospettive, le priorità sono diverse e per alcuni saperlo può essere un vantaggio.”
Piero non aveva ancora compiuto i cinquant’anni ed almeno sino ad allora non aveva ancora sentito il bisogno di conoscere quando sarebbe stato il suo giorno.
“Tu ti sei servito di questo talento per arricchirti e vendere i servizi della tua impresa di pompe funebri” sentenziò la ragazza con voce ferma ed un espressione sul viso vagamente accusatoria.
“Le persone si fidano di me, non faccio nulla di sbagliato” disse Piero abbassando lo sguardo. Era la prima volta che qualcuno lo rimproverava per aver tratto vantaggio dalla sua particolare dote. Lui pensava fosse naturale farlo, come le attrici usavano la propria avvenenza, gli scienziati il cervello ed i calciatori le proprie gambe. Avrebbe voluto dirlo anche a quella ragazza bella come un angelo, ma quando rialzò la testa per parlarle, lei era scomparsa.
Piero tornò a casa prima del solito, aveva perso il desiderio di lavorare per quel giorno. Il breve colloquio con quella bionda lo aveva turbato nel profondo. Il dubbio di aver mal vissuto la propria vita iniziò ad insinuarsi nel suo cervello come un tarlo. Improvvisamente avvertì la necessità di redimersi, di recuperare il tempo perduto, di dedicarsi al prossimo, magari anche di utilizzare il suo talento segreto ma in modo nuovo e diverso, senza più metterlo al servizio della sua smisurata sete di ricchezza. Ma ne avrebbe avuto il tempo? Quanto ancora gli restava da vivere? Ecco che per la prima volta volle sapere quando sarebbe giunto il giorno della sua morte.
Si recò con passo incerto sino al bagno, gli si strinse lo stomaco in preda all’ansia, ora che aveva deciso di indagare la propria dipartita. Appoggiò il peso del proprio corpo sulle braccia aggrappandosi al lavandino mentre iniziò a guardare il suo volto riflesso dallo specchio.
Era ancora giovane in fin dei conti, si sentiva in forze, certamente avrebbe ancora avuto il tempo necessario.
Fissò i suoi occhi riflessi dallo specchio e dopo alcuni secondi il suo corpo fu attraversato da un brivido, si sentì avvolgere dal gelo mentre la morte gli sorrideva beffarda e un infarto fulminante lo stroncava sul posto in quella tarda, calda e profumata mattina di fine estate.
Piero Bellamorte fu trovato senza vita soltanto alcuni giorni dopo, e quasi nessuno presenziò al suo funerale.
I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale
Verso le 11:30 del 17 marzo 1943 il maresciallo dei carabinieri Melchiade Maffeo era pronto per recarsi sul luogo del delitto, un delitto comunista: una giovane donna stuprata e poi uccisa dai partigiani. Avendo avuto notizia che il castello piacentino dove avevano trovato il cadavere della donna era decorato con mosaici e simboli sacri, ritenne quindi più prudente coinvolgere anche il brigadiere Rubiano Rufina, che era un appassionato d’arte e magari poteva tornare utile. Inserire una relazione del Rufina nel proprio rapporto, pensò sorridendo compiaciuto della propria astuzia, gli avrebbe conferito un certo spessore culturale.
Il brigadiere Rufina dal canto suo pensava più o meno la stessa cosa. Si augurava che una breve interpretazione di qualche simbolo allegorico gli sarebbe bastata per dimostrare la propria competenza in campo artistico. Avrebbe lasciato al maresciallo tutti gli onori, ma soprattutto gli oneri, di dover scoprire chi era la ragazza morta, chi l’aveva uccisa e perché. Lui aveva altro a cui pensare, ancora poche ore e sarebbe partito per una licenza di tre giorni.
Si incamminarono così verso il castello in cima alla collina, entrambi convinti di dover sbrigare una pratica ordinaria o poco di più, senza sospettare minimamente quali inaspettate sorprese quel luogo antico e misterioso avesse in serbo per loro.
Appena giunti davanti all’edificio, il brigadiere Rufina capì subito ad un primo sguardo che non si trattava di una castello qualunque, e che non vi avrebbe trovato delle semplici immagini allegoriche, ma molto di più. Sperduto sulle colline del piacentino era stato edificato un maniero alla cui custodia erano stati affidati numerosi messaggi esoterici.
Dentro al timpano, incastonato nel muro sopra l’ingresso principale, campeggiava un triangolo equilatero attorniato da fiamme rosse con al centro l’occhio che tutto vede. L’iconografia egizia dell’occhio racchiuso nella piramide era divenuta nel tempo uno dei modelli usati dagli artisti del Medioevo per raffigurare il Dio cristiano. Ma in epoche successive la medesima simbologia era stata adottata anche dalla massoneria. Si trattava di un caso o poteva avere un qualche significato occulto? Rufina pensò che lo avrebbe scoperto visitando meglio il vecchio edificio.
Sotto al timpano si apriva il portone a due ante, entrambe erano state rinforzate con una spessa inferriata. Ad attirare l’attenzione del brigadiere fu la grossa croce patente rossa stampigliata sullo stipite destro.
Il maresciallo osservava il Rufina con sufficienza, senza badare allo sguardo rapito con il quale si era messo ad osservare attentamente quell’architettura, come un bambino guarderebbe la carovana che conduce al paese dei balocchi.
Entrarono e il Rufina ebbe conferma delle sue iniziali intuizioni. La pianta a forma rettangolare era perfettamente disposta secondo i quattro punti cardinali con l’ingresso orientata ad occidente e l’ampia vetrata del salone delle feste orientato ad oriente, verso la Terra Santa, come le più importanti cattedrali gotiche sparse per tutta Europa. L’interno era in stile barocco e molte camere erano decorate da affreschi alle pareti e mosaici sul pavimento. Il brigadiere comprese che l’edificio doveva aver subito diverse ristrutturazioni nel corso dei secoli, variando il proprio aspetto originale. Ritenne di poter datare il pian terreno come quello più antico, vecchio di almeno otto o nove secoli. I soggetti di cui era composto il coevo mosaico pavimentale, in tessere bianche e nere con inserti policromi, erano solo parzialmente visibili e distribuiti in modo disordinato, senza nessun apparente criterio logico. Le iconografie erano inscritte in cerchi concentrici elaborati, disposti in un reticolo di tredici quadrati che si ispiravano a temi sacri e profani. Molte parti dell’opera originaria erano andate chiaramente perdute.
A fianco del grande camino in marmo, sulla parte sinistra del pavimento e in posizione defilata, il Rufina individuò dei frammenti di misteriose lettere, proprio nel punto dove il mosaico aveva subito nel corso del tempo i più vistosi rimaneggiamenti, risultando irrimediabilmente alterato. Questo fatto gli sembrò insolito, perché altre zone più esposte al calpestio, come quelle al centro del salone, erano invece intatte. Sembrava quasi che nel passato qualcuno avesse voluto cancellare le tracce di un messaggio lasciato in precedenza dagli autori del mosaico originale.
Rufina si soffermò ad analizzare quella zona dove l’opera musiva era più confusa: i tondi in cui si vedevano delle fiere erano capovolti, vi erano pezzi di altri soggetti indecifrabili, troncati e frammentati ad altri che erano stati ricomposti alla rinfusa, facendo disperdere l’armonica ed organica lettura che in origine l’autore doveva avere impresso alla propria opera.
In tutta quella mescolanza, il brigadiere riconobbe delle lettere superstiti e ben leggibili, collocate in verticale: R, O, T, una A intuibile ed una S girata di 90 gradi. Ritenne che le prime quattro lettere fossero le finali delle parole SATOR, AREPO, TENET, OPERA, e la S di ROTAS dovesse probabilmente seguirle nell’ordine, ma a causa di inspiegabili modificazioni era finita in quella anomala posizione. Le lettere ben leggibili erano inoltre affiancate da delle linee verticali nere e spesse, come se fossero state poste a delimitare le parole entro delle caselle, le 25 caselle che formavano il quadrato magico del SATOR.
Il brigadiere era sicuro della sua intuizione e decise di prendere degli appunti riproducendo il quadrato magico sul proprio taccuino.
S
A
T
O
R
A
R
E
P
O
T
E
N
E
T
O
P
E
R
A
R
O
T
A
S
Dopo aver così scoperto la presenza della famosa frase latina palindroma, leggibile da destra verso sinistra, dall’alto verso il basso, ma allo stesso modo dal basso verso l’alto e da sinistra verso destra, il Rufina proseguì ad analizzare i mosaici nelle parti meglio conservate e che mostravano nel loro inalterato splendore animali reali e fantastici, tipici del bestiario medievale. La sua attenzione fu particolarmente attratta da una di queste allegorie pagane, una grossa sirena con due code, sormontata da un curioso berretto frigio e con il volto bruno, quasi mascolino.
Il brigadiere continuò a prendere appunti: la sirena bicaudata era un simbolo di femminilità e di fertilità, nelle chiese cristiane rappresentava la duplicità della natura umana, il dualismo bene-male, ragione-istinto. Terminò poi l’ispezione di quel luogo misterioso. Il cadavere della ragazza era stato rinvenuto in cantina, abbandonato in posizione fetale alla fine di una galleria sotterranea che si incuneava nel ventre profondo della collina, ma che ad un certo punto era stata interrotta da uno spesso muro di sassi e mattoni.
“Quando è stato fatto questo muro?” chiese il maresciallo avvicinandosi al brigadiere e indicando l’ostacolo che ostruiva il passaggio.
“Probabilmente qualche secolo fa, ma non ho idea del motivo, né potrei dire dove conducesse questa galleria. Forse era una via di fuga sotterranea, nel caso il castello fosse stato preso d’assedio. Possiamo fare solo delle ipotesi.”
“Secondo Voi, per quale motivo l’assassino ha abbandonato il cadavere della ragazza proprio in questo punto?” chiese ancora Melchiade, illuminando con una torcia la pozza di sangue rappreso sopra al pavimento in pietra del cunicolo.
“Non saprei proprio dire maresciallo”.
“Ditemi, allora, avete travato qualcosa di interessante, o meglio di utile per scoprire chi è l’assassino? Ho visto che state prendendo persino degli appunti” disse allora Melchiade in modo beffardo.
Il Rufina non raccolse la provocazione, sorrise maliziosamente e disse sibillino: “Dovessi scoprire il nome dell’assassino, sareste il primo a saperlo.”
“Bene” chiosò il maresciallo, “cosa avete trovato allora di tanto interessante?”
“Per il momento solo i resti di una frase palindroma: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS.”
“E cosa diavolo significa?”
“Il significato esatto è ancora oggetto di studio, a causa della parola AREPO che non ha una traduzione certa poiché non è latina, a differenza delle altre. Poiché il quadrato del Sator è presente in molte chiese e non solo in Italia, si pensa che abbia avuto origine ai tempi dei primi cristiani, e identificando la figura del seminatore, il Sator, in quella del Creatore, la versione più accreditata è questa: Il Creatore, l’autore di tutte le cose, mantiene con cura le proprie opere.”
“Una frase piuttosto enigmatica, come pensate che possa esserci utile?” chiese il maresciallo senza nascondere il suo abituale sorrisetto ironico.
“Ancora non lo so, forse lo scopriremo più avanti” rispose piccato il brigadiere.
“A mio avviso abbiamo a che fare con un pazzo fuori di senno” giudicò il maresciallo, mentre osservava quel luogo tetro e claustrofobico.
Il brigadiere stava maturando un’opinione diversa, ma preferì tacere tenendo i propri pensieri per sé. Non erano pensieri confortanti e nella sua mente si consolidava il sospetto che l’autore di quei gesti non fosse affatto guidato dalla follia, ma seguisse piuttosto una logica precisa.
“Con ogni probabilità la vittima ha cercato di difendersi” continuò il maresciallo richiamando l’attenzione del Rufina, “sono state rinvenute tracce di pelle sotto le unghie della ragazza. Il medico legale ritiene che lei abbia cercato di fuggire prima di essere uccisa, in una delle mani impugnava ancora la maniglia spezzata di una porta.”
“Chiunque abbia commesso l’omicidio, deve dunque aver fatto un gran rumore, non ci sono persone che abbiano sentito qualche cosa?” domandò il brigadiere, pensando di fare una domanda pertinente.
“Abbiamo già interrogato gli abitanti delle case più vicine, nessuno ha udito nulla” rispose il maresciallo mostrandosi dubbioso. Al brigadiere sembrò di scorgere sul volto del suo superiore la medesima perplessità che egli stesso nutriva. Forse qualche testimone esisteva ma aveva paura di esporsi, pensò. Un così efferato e crudele omicidio e la paura di una vendetta partigiana avrebbe indotto chiunque ad una certa prudenza.
Terminato il sopralluogo sulla scena del delitto, i due carabinieri si avviarono verso l’uscita, e fu a quel punto che accadde l’imprevedibile.
Un rumore basso e smorzato catturò la loro attenzione. Inizialmente non riuscirono a capire da dove provenisse, poi lo sentirono di nuovo. E ancora una terza volta, sempre uguale, profondo e angosciante.
“Mi sembra che provenga dal muro infondo alla galleria” disse il brigadiere con la faccia contratta dalla tensione.
“Ma non ha senso”, obiettò il maresciallo, “come può un muro emettere suoni così sinistri, come i rintocchi di una campana rotta?”
Il brigadiere decise di ispezionare meglio la parete, per studiare il muro da vicino. La malta ingiallita era irregolare, l’intonaco consumato dal tempo era in gran parte scrostato, le pietre trasudavano umidità. Accostò l’orecchio al muro, ma i rumori erano cessati. Cominciò a picchiettare sulla superficie levigata di alcuni mattoni e sentì un rimbombo sordo risuonare nelle sue orecchie. Un sospetto si fece strada nella sua mente, forse che oltre quella parete si nascondesse qualcosa, forse un’alta stanza, oppure un passaggio segreto?
Continuò ad armeggiare lì intorno fino a quando riuscì a trovare quello che stava cercando. Sul lato destro, a mezza altezza, fuoriusciva dal muro la capocchia di un grosso chiodo, era fatta di ferro battuto, ma facendovi sopra pressione rientrava leggermente dentro la parete. Il brigadiere spinse con maggiore energia, e la capocchia penetrò in profondità dentro al muro azionando un meccanismo.
Il muro cominciò ad aprirsi cigolando verso l’interno. Era stato costruito su di un telaio di ferro arrugginito incardinato su tre grossi perni d’acciaio.
Lo sguardo del maresciallo fu rapito dallo stupore, il suo sottoposto aveva appena fatto funzionare una porta segreta che conduceva ad una camera sotterranea del castello, occultata proprio al centro della collina sulla quale il maniero era stato costruito secoli prima.
L’interno era buio e i due furono investiti da una vampata d’aria calda proveniente dalla stanza che avevano appena scoperto.
Il maresciallo Melchiade Maffeo squarciò l’oscurità con la luce della sua torcia elettrica. All’interno della camera c’era una bella scrivania in mogano, sulla quale era collocata una lampada da tavolo. I due si avvicinarono e il brigadiere l’accese.
Una flebile luce filtrata da un paralume di stoffa rossa illuminò debolmente l’ambiente. Era una specie d’ufficio: con delle cassettiere di legno, una fornita libreria traboccante di testi scritti in cirillico, e un piccolo salottino con un comodo divano imbottito. Sul muro dietro alla scrivania era appesa una fotografia di Giuseppe Stalin, sulla parete opposta una grande bandiera rossa con la falce ed il martello. Non vi erano altri ingressi, non c’erano finestre. In un angolo era ubicato un grosso orologio a pendolo, segnava le 3:10 del pomeriggio ora di Mosca. Il maresciallo capì da dove provenivano i rintocchi che avevano attirato la loro attenzione qualche minuto prima.
“Mondo boia! Abbiamo scoperto una sezione clandestina del partito comunista” esclamò il brigadiere, sconvolto dalla scoperta.
Questa volta una promozione non me la leva nessuno, pensò il maresciallo senza parlare, ma con gli occhi dilatati dall’eccitazione.
Il brigadiere iniziò ad ispezionare la scrivania. Uno dei cassetti sotto al tavolo era chiuso a chiave. Forzò la serratura con il calcio della sua pistola.
Dentro al cassetto c’era la copia di un documento della NKVD, classificato come “segretissimo” ed indirizzato all’agente italiano compagno Pietro Dinamite. Il frontespizio titolava: “Idi di Marzo”
Era scritto in italiano, ed il maresciallo cominciò a leggerlo avidamente. Ogni tanto alzava lo sguardo dal fascicolo per guardarsi attorno, poi dopo aver bisbigliato tra sé frasi incomprensibili, riprendeva la lettura.
Il rapporto era dettagliato, nelle premesse faceva riferimento alle informazioni raccolte da un confidente estero ritenuto affidabile. La fonte riferiva l’esistenza di un laboratorio militare segreto, ubicato nell’Italia del nord, dove erano in corso ricerche segretissime su nuove armi il cui “sabotaggio” era definito “vitale allo sforzo bellico sovietico.”
“Questa è roba grossa, roba che scotta” commentò ad alta voce il maresciallo.
Il brigadiere annuì trionfante, aveva trovato uno schedario pieno zeppo di nomi e di indirizzi di fiancheggiatori della cellula comunista. Erano decine, sparsi in diverse città, arrestarli tutti avrebbe richiesto un’operazione in grande stile.
“Qui ci becchiamo una medaglia” disse il Rufina senza nascondere il suo entusiasmo.
Melchiade Maffeo non disse nulla. Il suo volto era improvvisamente divenuto pallido, i suoi occhi ora fissavano il vuoto. Dalla pancia gli usciva una lunga ed affilata e sanguinante lama d’acciaio. Era stato trafitto alle spalle con uno stocco medioevale e passato da parte a parte. Un rivolo di sangue uscì dalla bocca e gli sporcò il mento.
Il Rufina non capì cosa stava succedendo, e quando vide il corpo del maresciallo cadere a terra privato della vita era troppo tardi. L’assassino era già davanti a lui e lo teneva sotto tiro con la pistola rubata al Maffeo, prima che il suo cadavere rovinasse sul pavimento.
“Ma cosa state facendo? Avete ammazzato il maresciallo!” provò a protestare il Rufina.
“E adesso ucciderò anche Voi” disse l’uomo con la pistola.
“Ma Voi non potete, Voi siete il segretario del Partito Fascista!” urlò il brigadiere, che aveva riconosciuto il suo interlocutore.
L’uomo con la pistola annuì: “Ma sono anche una spia al soldo dell’Unione Sovietica” replicò l’uomo con la pistola esibendo un ghigno spavaldo.
“Siete un traditore allora!”
“Io la vedo sotto un’altra prospettiva, sono solo passato dalla parte dei più forti. La guerra per l’Asse è perduta, ed io mi sono già riposizionato con i vincitori.”
“Voi siete un pazzo!” protestò il brigadiere, “un pazzo e un traditore!”
L’uomo con la pistola non replicò. Premette il grilletto è sparò in faccia al brigadiere.
La testa del carabiniere esplose spruzzando sangue e cervella sul ritratto di Stalin appeso alla parete.
“Merda” mormorò il comunista, “ora dovrò procurarmene uno nuovo.”
Era il terzo delitto comunista di cui si macchiava in pochi giorni.
Poi uscì dalla stanza, chiuse il passaggio segreto e tornò a casa. L’ora del pranzo era passata da un pezzo, e lui non aveva ancora mangiato.
I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale
La vita del professor Carlo Centodonne non era più stata la stessa da quando aveva vinto il concorso per quella cattedra all’Università. Si era sentito arrivato dopo anni di studi e di sacrifici, e da allora aveva cominciato ad assumere uno stile di vita scapestrato, dedito all’alcol, alle scommesse sui cavalli, alle donne ed ai romanzi d’avventura. Le numerose amanti e soprattutto il vizio del gioco gli avevano ormai messo a soqquadro l’esistenza.
Come ogni mattino, prima di radersi si guardò allo specchio. Aveva una faccia tremenda, quasi tragica. La barba incolta sottolineava il colorito smunto del volto che a sua volta evidenziava due grosse borse sotto agli occhi. La bocca era impastata ed aveva sete. Si era alzato tardi, ma le molte ore di sonno non avevano cancellato le tracce degli eccessi della notte precedente. Si era ubriacato pesantemente risvegliandosi nel proprio letto con una giovane donna che non ricordava di aver conosciuto. Non ricordava nemmeno come avesse fatto a tornarci a casa insieme. La guardò attraverso la porta socchiusa del bagno, lei era stesa nuda sul letto profondamente addormentata.
Non sapeva neanche come lei si chiamasse, però aveva un bel culo. I capelli erano scuri e lunghi, il volto innocente e grazioso tradiva la sua età, non poteva avere più di vent’anni. Il professore si interrogò sulle ragioni che lo spingevano a desiderare sempre nuove donne e sempre più giovani, pur avendone già avute moltissime. Doveva essere la paura di invecchiare, oppure della morte. Sapeva di sentirsi attratto da cose sbagliate come il gioco d’azzardo e l’amore a pagamento, ma non riusciva a sottrarsi al seducente richiamo del vizio e del peccato. Se pur la sua coscienza ogni tanto lo costringeva a riflettere sulla propria condotta, un cinico fatalismo lo induceva a perseverare. Per pentirsi c’era ancora tempo, ripeteva a sé stesso in quelle occasioni.
Dopo essersi rasato si vestì con cura, ci teneva a mantenere un contegno ed un decoro eleganti. Il clima di fine inverno era ancora fresco, e sopra ad una camicia di cotone a quadri si infilò una giacca di tweed con una cravatta fantasia. Indossò dei pantaloni di velluto a coste color cachi e si sentì pronto per una nuova giornata.
Andò nel suo studio, sulla scrivania vi erano due lettere.
Aprì la prima: era un sollecito di pagamento della drogheria sotto casa. Ci aveva dato dentro con vino, birra e altri alcolici e adesso non aveva i soldi per pagare il conto. Appallottolò la missiva e la buttò nel cestino. Negli ultimi tempi era andato tutto storto. Alle corse dei cavalli aveva perso una montagna di soldi. Era anche indietro con l’affitto ed ora rischiava seriamente lo sfratto.
Prese la seconda lettera ed iniziò a leggerla. Era scritta da una sua ammiratrice che desiderava conoscerlo, aveva letto il suo libro di argomento esoterico dal titolo: Occulto misterioso. Aveva dedicato a quella fatica vent’anni delle sue ricerche, ed ora era considerato tra i massimi esperti italiani della materia. Anche Julius Evola aveva scritto una lusinghiera recensione della sua pubblicazione, complimentandosi per l’accuratezza e la profondità dell’opera. Tutto ciò risaliva alla metà degli anni trenta però. Ora la vita del professore aveva preso tutt’altra piega, per colpa dei suoi vizi: le corse dei cavalli e l’alcol.
La sua ammiratrice aveva anche accluso una fotografia: era una ragazza giovane e molto carina, scriveva da Bologna. Lui pensò che le avrebbe certamente risposto, poi prese la lettera e la mise dentro ad un cassetto della sua scrivania.Decise che si sarebbe dedicato a quella corrispondenza in un secondo momento, per quel giorno aveva questioni più urgenti a cui dedicarsi. Chiuse il cassetto e restò pensieroso a guardare fuori dalla finestra. Il sole era già alto nel cielo e vide delle rondini sbucare fuori dal sottotetto di un palazzo sull’altro lato della via. Viveva nella periferia sud di Milano, vicino a viale Isonzo. Da casa sua si potevano ancora vedere rogge, campi coltivati e bambini scalzi correre per i prati.
La ragazza nel letto si era intanto svegliata, e lo raggiunse nello studio con indosso solo una vestaglia da uomo, volutamente lasciata aperta sul davanti. Salutandolo lo baciò sulla bocca.
“L’ho presa nel tuo armadio, non ho trovato altro. Vivi da solo?” chiese lei.
“Ancora ci riesco, con un po’ di mestiere” rispose lui, pensando con fastidio alle norme che obbligavano i dipendenti pubblici ad essere sposati per poter far carriera.
La ragazza lo guardò con occhi languidi, lasciando intravedere le proprie nudità con consumata malizia.
“Ora te ne devi andare” disse il professore con freddezza, come faceva sempre quando voleva sbarazzarsi di una donna.
“Sta bene, ma prima devi pagarmi, questa notte ti sei divertito, ma eri troppo ubriaco, hai detto di non ricordare dove avevi messo i soldi. Ora voglio quel che mi spetta” disse lei senza scomporsi, sorridendo con complicità.
Un’altra puttana, pensò lui. Avrebbe dovuto smettere di farsi succhiare via i soldi in quel modo. Si frugò nelle tasche ma le trovò vuote. Aprì un paio di raccoglitori accatastati sulla sua scrivania, ma erano pieni solo di carte e qualche cambiale. Provò un senso di disagio, ma alla fine ammise imbarazzato:
“Sono rimasto al verde dolcezza, potrò pagarti non prima della settimana prossima.”
“Sei un stronzo” disse la ragazza incrociando le braccia sul petto, sembrava non credergli.
“Non dovresti fidarti dei clienti ubriachi” la rimproverò.
“Vai a farti fottere!” replicò lei.
Il professore fece spallucce, poi andò in cucina e cominciò a prepararsi la colazione. La giovane donna raccolse le proprie cose, si rivestì in fretta e andò via sbattendo la porta, senza salutare.
Carlo aveva altro per la testa, si fece un surrogato di caffè e lo corresse con una dose abbondante di grappa, poi si affettò del salame che mangiò insieme a del pane secco. Per ammorbidirlo lo inzuppò in una tazza piena di vino. Erano quasi le due del pomeriggio, e la giornata si annunciava poco stimolante. Avrebbe passato il pomeriggio nel suo studio a correggere le bozze di alcune tesi di laurea, scritte da laureandi che lo avevano imprudentemente scelto come relatore.
La sera, al contrario, sarebbe stata molto più interessante. Aveva ricevuto un invito a cena da una delle sue amanti, una ricca signora, moglie di un alto papavero del Partito Fascista milanese. Nella sua mente stava già iniziando ad elaborare un piano per farsi prestare del denaro da quella donna. Chiedere soldi senza compromettere la propria dignità ed il proprio orgoglio, questo era quanto stava cercando di architettare. Gli serviva una scusa plausibile e decorosa. Stabilì che le avrebbe chiesto un’offerta per l’orfanotrofio dei Martinitt, presso il quale era cresciuto e aveva fatto qualche volta del volontariato. Era uno stratagemma spregevole, ma se domenica avesse indovinato un paio di corse, avrebbe potuto tamponare la situazione, e magari un giorno devolvere davvero dei soldi ai poveri orfanelli della città.
Si sedette alla sua scrivania ed iniziò a leggere il Corriere della Sera del giorno prima, il 16 marzo 1939. Il titolo era ad otto colonne: “AUMENTI DEGLI STIPENDI E DELLE PAGHE.” Il giorno antecedente la Germania aveva invaso la Boemia e la Moravia, ma il Corriere aveva dato la notizia soltanto in terza pagina e con solo un modesto richiamo in prima. Al professore non era sfuggito il puerile tentativo di minimizzare la portata dell’evento. Per questo aveva conservato quel numero del giornale. Forse ci sarebbe stata un’altra Monaco, o più probabilmente l’Europa sarebbe precipitata in una nuova guerra, aveva pensato leggendo quelle notizie la prima volta. Conosceva bene gli inglesi, e sapeva che non avrebbero mai permesso a Hitler di conquistare tutto il continente. Aveva ragione, come quando aveva immaginato che qualsiasi italiano avrebbe rinunciato volentieri all’aumento della paga, pur di avere la certezza di evitare la guerra.
Lui invece aveva maledettamente bisogno di denaro. Cercò di non pensarci e cominciò a leggere un dattiloscritto sulla “Carta di Wala”, opera di uno dei suoi studenti. Lo trovò banale e noioso, un lavoro meramente accademico. La figura dell’abate francese Wala, nipote di Carlo Martello e cugino di Carlo Magno, era indagata senza alcuna originalità. Si sarebbe persino addormentato se quella lettura non gli avesse ricordato una delle sue conquiste di gioventù. Una giovane contadinella di Bobbio, la stessa città dove Wala era stato abate della famosa abbazia di San Colombano. Non riusciva a ricordare il nome di quella florida fanciulla, ma non poteva dimenticare la piacevole estate che vent’anni prima aveva condiviso con lei. Pensò a quei giorni con nostalgia, non tanto perché sentisse la mancanza di quella ragazza, quanto piuttosto perché avrebbe voluto avere ancora i suoi trent’anni, l’energia di quell’età e la spensieratezza di quei tempi. Allora una guerra era da poco terminata, e lui aveva davanti una vita intera colma di promesse. Adesso invece l’avvenire non prospettava nulla di buono.
Fuori dal palazzo dove abitava il professore il pomeriggio trascorreva pigramente, e l’uomo vestito di nero, seduto su di una panchina poco distante, aveva gli occhi e le orecchie ben aperti. Stava fingendo di leggere un quotidiano, ma intanto si guardava intorno e prendeva nota di tutto quanto accadeva in quella via. Controllava chi e quando entrava oppure usciva dal portone del civico 17, quello dove abitava Carlo Centodonne, annotava le targhe delle automobili, ascoltava il chiacchiericcio dei passanti. Indossava un cappello di feltro e portava gli occhiali da sole con il bavero dell’impermeabile alzato per nascondere il volto. Nessuno sembrava accorgersi di lui, tutti erano affaccendati nei propri affari.
Quando scese la sera, dopo aver ascoltato il notiziario alla radio, Carlo uscì per andare all’appuntamento galante carico di aspettative, era sicuro di convincere la sua amante a sganciargli una somma ingente.
La signora si chiamava Eleonora, aveva cinquantacinque anni ed era sposata da trenta, ma non era riuscita ad avere figli. Questo increscioso problema era stato motivo d’imbarazzo per il marito, e ne aveva in parte ostacolato la carriera nel partito. Lui la ritenne responsabile, e non l’aveva mai perdonata. Così la loro vita di coppia si era incrinata ed Eleonora aveva iniziato a desiderare consolazione. Il marito ormai la ignorava e quando capitava ancora che si occupasse di lei, il più delle volte era solo per colpevolizzarla di non avergli dato dei figli. Eleonora aveva così da tempo smesso di sentirsi amata. Quando ad una festa aveva conosciuto Carlo, non aveva saputo resistere alle sue premure ed attenzioni. Aveva certamente perduto l’avvenenza della giovinezza, e l’interesse mostrato dal professore aveva per questo fatto più facilmente breccia nel suo cuore.
Per il professore, invece, era soltanto l’ennesima avventura. Aveva cercato di sedurla per il puro piacere di aggiungere un altro trofeo alla sua collezione di donne sposate. Quando poi aveva scoperto che la signora Eleonora dava il meglio di sé sotto le lenzuola, aveva piacevolmente prolungato quella relazione clandestina. Ora che aveva così tanto bisogno di denaro e pensando che lei avrebbe potuto aiutarlo, era particolarmente compiaciuto di sé stesso e della propria lungimiranza, almeno in fatto di donne.
Quando Eleonora venne ad aprire la porta però, lui capì subito al primo sguardo che la faccenda sarebbe stata più complicata di quanto aveva sperato.
Lei era bassa, con il naso grosso e la fronte larga, ma vestiva sempre con eleganza quando doveva incontrarlo, e poi normalmente era allegra e simpatica, e ci sapeva fare con il sesso. Quest’ultimo talento compensava ampiamente il fatto che fosse bruttina e un po’ sovrappeso. Ma quella sera non era per nulla contenta, quando Carlo entrò in casa, lei nemmeno lo salutò.
“Bene” disse Eleonora, “dove siete stato ieri notte?”
Il professore simulò indifferenza, e cercò di eludere la domanda.
“Niente bacio di benvenuto?” disse forzando un sorriso.
“Ditemi dove eravate ieri notte.”
Carlo non rispose, la notte prima si era ubriacato ed era andato a puttane, ovviamente non poteva confessarlo. Rimase in silenzio pensando a cosa dire, ma non gli veniva in mente nulla.
“Allora Vi dirò io dove siete stato Carlo, eravate con una donna, una di quelle per giunta.” La voce di Eleonora si affievolì sul finale, aveva gli occhi rossi ed era sul punto di iniziare a piangere.
“Non capisco di cosa stiate parlando, ieri non sono nemmeno uscito di casa” mentì il professore.
“Siate sincero, adesso. Vi ho veduto con i miei occhi mentre passeggiavate ubriaco a braccetto di quella donnaccia. Come avete potuto?” squittì lei esternando tutto il suo sgomento.
Carlo era imbarazzato e la fronte gli si imperlò di sudore. Era stato scoperto, ed ora avrebbe avuto un bel da fare per recuperare la situazione.
“Ma lo capite cosa mi avete fatto? E se fossi stata io a tradirvi? Come Vi sentireste?” disse iniziando a singhiozzare, mentre le lacrime presero a sgorgarle dagli occhi rigandole il viso.
“Non è il caso di prenderla in questo modo” abbozzò lui goffamente, “in effetti ieri ho bevuto un po’ troppo, ma con quella ragazza non vi è stato nulla, stavamo solo passeggiando.”
Eleonora gridò, e si mise a piangere più forte.
Il professore cercò di afferrarle la mano, ma lei la ritrasse stizzita.
“Ho veduto che la baciavate” protestò, “siete un bugiardo e un mascalzone!”
Le previsioni del professore erano state del tutto fallaci. La signora aveva scoperto che lui si dava da fare anche con altre donne, più giovani per giunta, e come se non bastasse, persino di facili costumi.
“Be’, ecco… io non ricordo” cercò maldestramente di giustificarsi, “lo avete detto anche Voi, ero ubriaco, non so spiegarmi come sia successo.”
“Lo avete fatto perché era più bella o perché era così giovane, oppure per entrambi i motivi?”
“Oh, per Dio, Eleonora…”
“Non siate evasivo, ditemi perché lo avete fatto.”
“Io non so perché l’ho fatto, non vi è una ragione per queste cose, semplicemente accadono” disse lui esasperato.
“Mi avete mai baciato come baciavate ieri notte quella là?” Eleonora aveva smesso di piangere, ed il suo tono si era ora fatto inquisitorio.
“No, penso di no… non credo almeno.”
“E allora come? Come l’avete baciata?”
“Santo cielo, Eleonora, cose volete che vi dica, non lo so..”
“Come!?” ringhiò lei. Adesso sembrava molto arrabbiata.
“Ecco, io.. credo che fosse in modo diverso.”
“Diverso come?”
“Dannazione Eleonora, Io non me lo ricordo, ero ubriaco.”
“Siete un mostro!” gridò la signora, poi gli diede uno schiaffo. Carlo abbassò lo sguardo, lei gli voltò le spalle e riprese a singhiozzare. Era rimasta profondamente offesa e indignata.
Sulla strada intanto, dentro ad una Fiat Balilla scura, due uomini con la faccia da ceffi tenevano d’occhio la situazione. Erano vestiti di nero, erano armati, ed avevano seguito il professore sin da quando era uscito. Ci sapevano fare, nessuno si era ancora accorto di loro, nessuno poteva immaginare cosa avrebbero fatto e perché.
La luna era bella sopra al cielo, ma il professore dovette penare tutta la sera per riuscire a recuperare la situazione, per evitare di essere scaricato. Dovette accantonare i propositi che aveva elaborato per ottenere dei soldi. La signora lo mandò in bianco lasciandolo al verde, e non gli offrì nemmeno da bere. Quando tornò a casa a notte inoltrata era prostrato. La giornata si era conclusa nel peggiore dei modi, e per consolarsi si attaccò alla bottiglia, affogando il suo fallimento nell’alcol.
Si ubriacò a tal punto da non accorgersi di nulla, quando gli uomini vestiti di nero fecero irruzione nel suo appartamento, il professore dormiva stordito dalla sbornia.
Gli intrusi erano stati mandati dal marito della signora, che non aveva preso sportivamente il fatto che lei lo tradisse. Per vendicarsi aveva deciso di dare una lezione all’impudente professore, e per farlo aveva assoldato i due sicari vestiti di nero.
Quelli fecero un lavoro preciso e ben fatto.
Il giorno dopo Carlo Centodonne si svegliò senza più le palle. Lo avevano castrato, così come si fa con un cane qualunque. Lui da quel momento non toccò più una donna per il resto dei suoi giorni. Fu solo dopo alcuni anni di assoluta disperazione che riuscì a trovare consolazione. Decise allora di iscriversi al coro delle voci bianche della sua parrocchia.
I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale
Il cielo sopra l’abbazia si era oscurato, il vento sferzava l’interno del chiostro sollevando nuvole di polvere e scuotendo le piante. I monaci si erano già tutti ritirati all’interno dell’edificio, per evitare di essere sorpresi dal temporale in arrivo. Soltanto il vecchio era rimasto.
Attese che anche l’ultimo religioso se ne fosse andato, poi camminò sino a raggiungere il lato occidentale dell’austero cortile. Si avvicinò al muro logorato dal tempo, individuò il cerchio magico graffito nell’intonaco consunto e spinse la pietra ottagonale collocata ai suoi piedi. Il meccanismo si azionò con un rumore basso e lugubre, aprendo il passaggio segreto. Si guardò attorno con circospezione, per assicurarsi di non essere visto, poi si lanciò all’interno dell’oscuro pertugio, un attimo prima che il muro di pietra si richiudesse alle sue spalle. Fuori da lì, oltre la parete, un tuono fragoroso squassò l’aria e cominciò a piovere copiosamente.
Da sotto il mantello il vecchio tirò fuori una torcia elettrica e l’accese. Davanti a lui, come una tetra catacomba, si dipanava una buia galleria che lo avrebbe condotto nel cuore dell’edificio, si fece allora coraggio e si incamminò. Avanzò con cautela, le pareti trasudavano umidità e brulicavano di insetti ripugnanti, il terreno sul quale stava camminando era molliccio, sotto le travi di pietra che sostenevano il soffitto da non meno di sei secoli. L’aria era pesante, viziata da un pungente odore sulfureo la cui provenienza non era in grado di individuare. Continuò ad avanzare sino a raggiungere la scalinata che scendeva alla camera sotterranea. Il cuore gli martellava forte nel petto e rimase immobile per un po’, prima di procedere lungo la ripida rampa.
Intorno a lui tutto era silenzio, e poteva udire solo l’affanno del proprio respiro e il battito del suo cuore. Mentre scendeva sulle gambe incerte vide un grosso pipistrello appeso allo stipite della porta, in fondo alle scale, circondato dall’oscurità. Quando varcò la soglia il chirottero spiccò il volo e scomparve rumorosamente oltre il cunicolo.
Era la terza volta in tre giorni che entrava nella camera segreta, ma l’emozione era ancora grande. Come uno scolaretto davanti al suo primo racconto di fantascienza, avanzò timidamente verso il centro della stanza.
Un volto privo di umanità brillava di luce aurea, nascosto nel buio di quell’ambiente plumbeo e soffocante, e due occhi smeraldini privi di vita fissarono il vecchio, penetrando la sua coscienza e mettendo a nudo la sua vanità.
Il desiderio di conoscenza e la brama di sapere si erano accresciuti in lui nelle ultime ore, così come il sospetto e la paura che le conseguenze di quella scoperta potessero essergli fatali. Voleva avere cognizione del suo destino e non sapendo più trattenersi porse una nuova domanda, dopo le molte che aveva già fatto nei giorni precedenti e che gli avevano svelato molte verità sconcertanti.
“Mi resta molto da vivere?”
“No” risuonò nella camera una voce metallica e spaventosa, mentre gli occhi smeraldini si accendevano emanando un bagliore sinistro.
Il vecchio impallidì, i suoi più cupi presentimenti trovavano crudele conferma, ora sapeva di dover fare in fretta, misteriosi ed invisibili nemici minacciavano la sua vita.
“Sarò dunque ucciso?” chiese nuovamente cercando di nascondere il tremore delle mani.
“Si” fu la nuova terribile risposta che si diffuse raccapricciante nella stanza.
La torcia elettrica gli cadde di mano rimbalzando sul pavimento di pietra, ed il vecchio si sentì mancare. Ciò che aveva trovato sarebbe dovuto restare segreto, qualcuno agiva nell’ombra per mantenerlo nascosto, qualcuno senza scrupoli, che non avrebbe esitato ad uccidere per raggiungere il suo scopo. Ed il vecchio sapeva con chi avrebbe avuto a che fare. Da sette secoli quelle stesse persone proteggevano il segreto, lo avevano sottratto al mondo per impedire che si conoscesse la verità, e non gli avrebbero mai permesso di svelarla.
Lui era troppo vecchio e debole per affrontarli. Comprese di avere ancora poco tempo e si chiese cosa fare. Avrebbe potuto restare in quel luogo per appagare la propria sete di conoscenza in attesa della fine, ma quanto aveva già appreso era ormai sufficiente. Decise allora che avrebbe agito. Sapeva di non poterli battere, ma forse poteva ancora ingannarli. Con astuzia e intelligenza aveva già lasciato degli indizi alle sue spalle. Avrebbe avuto bisogno di altro aiuto e sapeva dove cercarlo. Con un po’ di fortuna avrebbe sottratto il segreto all’oblio per consegnarlo all’umanità.
Si voltò per tornare sui suoi passi e mettere in pratica i suoi intendimenti, quando un dolore atroce lo investì alla base della testa. Crollando inerme sul pavimento realizzò di essere stato colpito. Gli occhi gli si chiusero e la sua anima fu avvolta dalle tenebre. Poi fu l’oblio.
I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale
Acacio Rovinati, da tutti conosciuto come l’alchimista della Val Tidone, si sollevò dal letto nel tardo pomeriggio, la testa gli scoppiava come dopo la peggiore delle sbornie e qualsiasi movimento facesse gli procurava dolore, come se fosse intrappolato in qualche racconto breve scritto da un malvagio scrittore.
Era nervoso, si condusse a forza sino al soggiorno e dal cassetto della scrivania tirò fuori una bottiglia di Scotch Whisky, riempì un bicchiere e ricominciò subito a bere. Si abbandonò sulla sedia dietro al tavolo e appoggiato allo schienale iniziò a domandarsi come fosse potuto accadere proprio a lui. Aveva fantasticato più di una volta di dover affrontare la morte per mano di qualche marito geloso, ma mai avrebbe immaginato di essere licenziato per aver sedotto la figlia di un generale dell’esercito.
Suonarono alla porta.
“Avanti, è aperto” urlò lui dal soggiorno.
Pur confuso per i postumi della sbornia riuscì a distinguere chiaramente i passi pesanti del visitatore che si avvicinava, poi alzò lo sguardo verso la porta e la vide.
Era la signora Elvira Birondisi, la padrona di casa, un’orrenda vecchia, mai stata moglie, inacidita e inesorabile.
“Siete indietro con l’affitto Rovinati, già di due settimane. Non penserete di farla franca senza pagare vero?”
Acacio non sapeva cosa rispondere, per un attimo, come si era già proposto di fare in passato, pensò di sedurre l’orribile arpia, ma, guardandola in faccia per alcuni secondi, abbandonò l’idea turbato dall’incredibile bruttezza di quella figura.
La Birondisi indossava un’improbabile abito di stoffa a tinta unita color carta da zucchero, la linea del busto aderente metteva in risalto i fianchi sfatti e abbondanti, il soprabito elegante e le piume di struzzo le davano un tono grottesco.
“Cosa succede Rovinati? Il gatto Vi ha mangiato la lingua? Esigo di avere ciò che mi spetta, come intendete giustificare il Vostro imbarazzante ritardo?”
Sembrava che la donna non avesse fatto alcun caso al volto sconvolto di Acacio che alla fine, dopo un lungo silenzio, replicò:
“Signora Elvira, dovrete perdonarmi, questo mese ho avuto alcune impreviste difficoltà, ma salderò il mio debito quanto prima, è mia ferma intenzione farlo” disse barcollando nel tentativo di alzarsi dalla sedia.
“L’unica Vostra fermezza consiste nell’abusare dell’alcol. Guardate come Vi siete ridotto, fate ribrezzo. O Vi decidete a pagarmi entro la settimana o Vi sbatterò fuori!”
Lui non poteva confessare quale fosse la reale causa dell’improvviso dissesto finanziario, cercò allora, ma senza successo, di imbonire la padrona di casa millantando una serie di poco credibili spese straordinarie cui era stato costretto.
“Non credo ad una sola delle stupidaggini che mi avete raccontato. Siete solo un pagliaccio. Dovreste ambire ad un più rispettabile decoro. Ma, evidentemente, non avete alcuna cognizione dei vostri limiti e siete solo un vecchio ubriacone.”
La signora Birondisi se ne andò senza lasciare il tempo per una qualunque replica, che comunque Acacio non era più in grado di elaborare. La visita di quella vecchia malvagia aveva aggiunto altro sale alla ferita. Doveva in qualche modo far fronte ai debiti che aveva accumulato, doveva trovarsi in fretta un nuovo lavoro, altrimenti si sarebbe trovato in mezzo ad una strada.
Andò al cesso e vomitò. Poi si fece un bagno caldo nel tentativo di ritemprarsi. Servì a poco.
Asciugatosi indossò biancheria e abiti puliti. Desiderava distrarsi dai suoi problemi, ma il whisky era finito. Si preparò la pipa seduto alla sua scrivania. Rimase seduto a meditare per diversi minuti lisciandosi la lunga barba grigia, poi sentì il bisogno di bere e decise di uscire.
Un po’ d’aria fresca e la brezza della sera gli avrebbero fatto bene, pensò. Si incamminò lungo la via principale del suo paese, la ridente cittadina di Borgonovo Val Tidone. Dopo un centinaio di metri entrò nella locanda Il Gatto Nero, una bettola di provincia dove gli facevano ancora credito e dove era solito ubriacarsi in compagnia di altri disperati ai margini della società: barboni, prostitute, fannulloni senza un fisso lavoro.
Tutti gli abituali avventori di quella taverna lo conoscevano: per via dei suoi vestiti stravaganti e del parlar forbito. Non poteva certo passare inosservato.
Appena fu arrivato, la signorina Marianna, vedendogli il volto solcato dalle occhiaie, gli si fece incontro interessandosi per la sua salute, una parentesi di umanità che gli offrì conforto.
“O mio Dio, cosa Vi è successo signor Acacio, avete un aspetto terribile” disse premurosa la figlia dell’oste.
Marianna era giovane e graziosa, dai lunghi capelli nero corvino e il corpo ben fatto. Non somigliava per nulla al padre, un omone enorme, più simile ad una scimmia gigantesca che ad un essere umano. I maligni sparlavano alle sue spalle sostenendo che il vero padre della bella ragazza fosse un altro.
“Andateci piano con quella roba” finse di lamentarsi Acacio, mentre la giovane donna gli riempiva un piatto di pisarei fumanti e profumati.
“Chi Vi ha ridotto in questo modo?” si interessò uno dei vecchi ubriaconi seduti al tavolo vicino.
Lui non rispose, iniziando a mangiare in silenzio.
L’oste era intento a mescere il vino ed anche Rovinati, che non desiderava altro, ebbe la sua dose. Non era un gran che bere, ma in quello stato faceva pure poca differenza. La figlia continuava intanto ad occuparsi dei clienti servendo la cena a chi l’aveva ordinata. Era brava, ormai in età da marito e con numerosi pretendenti.
Lo stesso Acacio non era rimasto insensibile alle grazie dell’attraente Marianna, ma la mole poderosa del padre, vero o presunto che fosse, lo aveva sempre indotto a miti consigli, e anche da ubriaco non aveva mai osato insidiarla.
I minuti passavano veloci al Gatto Nero e il Rovinati se ne stava seduto in un angolo con il fiasco di vino aperto e la pipa in bocca: beveva, fumava, si grattava la barba e pensava alle sue disgrazie, dando di tanto in tanto un occhiata furtiva alle gambe della figlia dell’oste, che lo ricambiava con sguardi ingenui ed innocenti.
Verso la mezzanotte una donna si sedette al suo tavolo. Si faceva chiamare Romualda e praticava il mestiere più antico del mondo.
“Salve Bambolo” disse, “Volete fare quattro salti? Mi sembrate un po’ giù di corda, ma io saprei bene come farvi risollevare” continuò con tono ammiccante.
“Mi spiace tesoro, non ho più un soldo, la sorte oggi mi è avversa” rispose triste Acacio.
“Oh, poverino, come mi dispiace” aggiunse lei senza troppa convinzione, accendendosi una sigaretta.
Mostrava più dei suoi anni, le labbra erano carnose e ricoperte da uno spesso strato di rossetto, i fianchi e il petto ben forniti. Sapeva come fare il suo lavoro, ed in passato il Rovinati aveva con soddisfazione fruito dei suoi servizi. Non era un gran che bella, ma si capiva che ci metteva impegno, e questo a lui era piaciuto. Gli piaceva sempre quando una donna ci metteva passione, quale che fosse il motivo per cui decideva di darsi: per noia o per capriccio, per denaro o per amore.
“Al massimo posso offrirti un calice di barbera” biascicò Acacio.
“Be’ piuttosto che niente, meglio il vino, amico sincero e generoso” sorrise lei.
Bevvero insieme augurandosi fortuna l’un l’altra e si fece notte fonda. L’osteria andava svuotandosi e ciascuno degli avventori tornava alle sue miserie. Anche Acacio salutò Romualda, l’oste e i pochi clienti rimasti. Malfermo sulle gambe rincasò barcollante. Una decente dormita, ragionò con un lampo di residua lucidità, gli avrebbe certamente giovato, e l’indomani poteva ancora pianificare il da farsi per aggiustare i pasticci nei quali si era venuto a trovare.
Si svegliò tardi, quasi a mezzodì. Andò in bagno ed espletò le incombenze del caso, vomitò un po’ di sangue. Aveva fame. In cucina aprì la credenza e si fece un grappino, tanto per cominciare.
Si accorse di non essere solo, dei colpi sordi provenivano dal soggiorno, come se qualcuno stesse bussando sui vetri delle finestre. La faccenda gli parve strana, perché il suo appartamento era al secondo piano e non aveva balconi. Si avvicinò silenzioso attraversando il corridoio, i colpi sul vetro non calavano di intensità. Iniziò a sudare freddo e a preoccuparsi, sbirciò nel soggiorno dallo stipite della porta, per non essere visto.
Imprecò per la rabbia quando realizzò che si trattava solo di uno stupido gatto, entrato chissà quando e da chissà dove, probabilmente durante la notte. Nel tentativo di acchiappare la dannata bestiaccia rimediò pure dei graffi profondi sulle braccia, ma alla fine il detestabile felino sgattaiolò fuori dalla porta d’ingresso. Acacio la chiuse e tornò in cucina per un secondo grappino.
Consumò un pasto semplice e solitario riflettendo sulle possibili opzioni a sua disposizione. Non poteva espatriare perché gli mancava il denaro necessario, emigrare era dunque impensabile e del resto non avrebbe avuto alcun senso, l’Europa era sconvolta da una nuova guerra, e lasciare il paese era diventato complicato. C’era comunque il problema dei debiti e dell’affitto. Concluse quindi che gli servivano dei soldi, molti e in fretta. Si immaginò di rapinare una banca o di rubare in casa di qualche ricca signora, di quelle che aveva corteggiato nel passato. Tuttavia valutò che l’impresa fosse troppo rischiosa e lo esponesse inoltre al pericolo di essere arrestato.
Aprì le finestre del suo studio, facendo entrare l’aria fresca della primavera, auspicando di trovare una soluzione. Si sentì un po’ meglio, ma nessuna buona idea parve attraversargli il cervello. Si abbandonò sulla sua poltrona, le ferite provocate dai graffi del fottuto gattaccio bruciavano, ma quello era l’ultimo dei suoi pensieri. Rimase a lungo seduto, rimuginando sul proprio destino e senza toccare bicchiere per diverse ore. Osservava le persone passeggiare lungo la via sotto casa e ne provava ribrezzo: la gente non gli piaceva, nemmeno gli animali gli piacevano, forse soltanto le piante gli andavano a genio, ma nemmeno di questo era sicuro. Aveva sempre guardato con simpatia agli uomini del passato, e pensava che la modernità non facesse al caso suo. Era nato nell’epoca sbagliata e i suoi guai derivano forse da questo dispetto comminatogli dal fato, cinico e baro.
Quando il sole fu tramontato e le stelle si alzarono alte nel cielo, tutte le luci si spensero per via dell’oscuramento, e Acacio accese la lampada da tavolo che teneva sulla sua scrivania. Poi si alzò per chiudere le finestre.
Il gran buio fuori dalla casa pesava, copriva ogni cosa e lui cominciò ad avere brutti presentimenti.
Proprio in quel momento tre uomini vestiti di nero entrarono nel portone del suo palazzo e salirono svelti le scale. Alcuni secondi dopo, mentre Acacio Rovinati era ancora assorto nei suoi pensieri, un frastuono improvviso lo fece sobbalzare. Si alzò spaventato ed uscì dal soggiorno per dirigersi verso l’ingresso, da dove aveva sentito provenire il rumore. Giunto in anticamera notò che la porta dell’appartamento era socchiusa. Gli sembrò un indizio sinistro. Trattenne il respiro ma non successe nulla, intorno a lui ora c’era solo silenzio. La luce in anticamera si accese quando premette l’interruttore. Vide che la porta d’ingresso era stata forzata e un brivido gli attraversò la schiena. Ispezionò con cautela la cucina, ma non vi era nessuno. Senza sentirsi per questo sollevato si diresse nuovamente in soggiorno, guadagnò la scrivania per afferrare il tagliacarte, ma fu pietrificato da delle parole che lo fecero paralizzare.
“Buona sera Rovinati, fossi in voi lascerei stare quell’oggetto contundente, potreste anche farvi male” disse una voce calma e impostata.
Acacio si voltò e rimase sorpreso. Sprofondato nella poltrona collocata nell’angolo dello studio tra la libreria e la finestra, con le braccia mollemente adagiate sui braccioli, sedeva un ragazzo. Vestito sobriamente in nero indossava la divisa della milizia fascista, portava un paio di baffi tagliati corti per sembrare più vecchio, ma era sulla trentina, con due profondi occhi scuri e la carnagione bianca.
“Chi siete?” chiese il Rovinati confuso, mentre altri due tipacci con le facce orrende apparvero sulla porta, bloccando l’unica via di fuga.
“Sono il capitano Renzo Mattei dell’OVRA, la polizia segreta, e sono venuto a prendervi.”
Acacio si lasciò cadere incredulo e senza fiato sulla sedia della scrivania, si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi terrorizzato, restando in silenzio per alcuni secondi. Mille pensieri si affollarono nella sua mente in quel momento terribile. Cosa poteva volere da lui la polizia politica del regime? Erano venuti ad arrestarlo? Cosa diavolo aveva combinato per finire in un simile guaio? Possibile che il generale a cui aveva sedotto la figlia fosse a tal punto incarognito da non accontentarsi di averlo fatto licenziare?
“Cosa volete?” fu l’unica cosa che riuscì a dire, con la voce tremante.
“Ve l’ho appena detto Rovinati, siamo venuti a prendervi” replicò il giovane senza scomporsi, con la bocca piegata in un ghigno crudele.
“Perché? Io non ho fatto niente” protestò timidamente Acacio.
“Questi sono gli ordini che ho ricevuto” disse il giovane con indifferenza.
“Ho il diritto di sapere per quale ragione volete arrestarmi. Non so nemmeno di cosa sono accusato.”
“Le questioni che ignorate sono infinite mio caro Rovinati, diciamo pure che non sapete proprio nulla. Ma non dovete agitarvi, non siamo qui per arrestarvi, altrimenti lo avremmo già fatto.”
Acacio era ora ancora più confuso, volevano portarlo via, ma senza arrestarlo, forse che quel giovane si stesse prendendo gioco di lui?
“Se mi rifiutassi di venire con Voi?” chiese allora, cercando di darsi coraggio.
“Non potete rifiutarvi” fu la laconica risposta.
“Dite che non mi state arrestando, ma non posso rifiutarmi di venire con Voi. Se non è un arresto dunque, Voi come lo chiamate?” obiettò Acacio.
“Lo chiamiamo accompagnamento coatto, mi stupisco che non lo sappiate” disse il capitano con tono sarcastico.
“E di grazia, potrei sapere dove volete portarmi e per quale ragione?”
“Siete stato scelto” iniziò a spiegare il capitano, “perché a Roma pensano di potervi utilizzare come informatore.”
“A Roma si stanno grossolanamente sbagliando, non sono per nulla portato alla delazione, trovo sia un’attività ignobile” si lamentò Acacio, offeso.
“Temo abbiate equivocato il significato di informatore. Sono richieste le Vostre competenze per contribuire allo nostro sforzo bellico” disse Mattei sorridendo in modo ironico.
Acacio si irrigidì, gli veniva prospettato qualcosa di assolutamente inaspettato.
“Ma io sono solo un vecchio, come posso essere utile allo sforzo bellico?” domandò dopo l’iniziale esitazione.
“Sappiamo tutto Rovinati. La nostra organizzazione tutto deve sapere e conoscere, così vanno le cose di questi tempi e non esiste modo per sfuggire questo destino. Voi non siete un semplice vecchio. C’è anche dell’altro… ”
Acacio non sapeva cosa dire, si sentiva intimidito, vulnerabile, non capiva a cosa Mattei si stesse riferendo e rimase in silenzio.
“Si tratta delle Vostre competenze nel campo della filosofia e della storia di quella dottrina nota con il nome di alchimia. Secondo le nostre informazioni siete tra i massimi esperti del Regno in questa materia” concluse il giovane ufficiale dell’OVRA.
Rovinati sorrise, era onorato da tanta considerazione, ma allo stesso tempo si preoccupò anche più di prima. Come era possibile che la polizia segreta si interessasse all’alchimia? Per quale ragione erano a conoscenza dei suoi studi su questa antica disciplina? E soprattutto come intendevano servirsene? Tutte queste domande si affastellarono nella sua mente sconvolta come sacchi di sabbia lungo l’argine di un fiume in piena. Cercò di guadagnare tempo, per riflettere.
“Io non so nulla di utile in merito all’arte alchemica, ho solo letto qualche vecchio libro e nulla di più” cercò di sminuirsi. In realtà aveva dedicato alla materia gran parte della propria vita. Aveva anche pubblicato, usando uno pseudonimo, molti articoli su riviste come Atanor o Ignis prima che venissero soppresse[1], e che evidentemente non erano sfuggiti all’attenzione dei pignoli funzionari dell’OVRA.
“La vostra falsa modestia è in questo caso fuori luogo Rovinati, nell’ambiente sanno tutti della Vostra passione per questioni esoteriche, occultismo, alchimia e altro ciarpame annesso e connesso. Personalmente non nutro alcuna fiducia in questo genere di ricerche, retaggio di superstizioni medioevali o prodotto di ridicole congetture oscurantiste, ma io ho dei superiori e devo eseguire degli ordini. Diciamo che qualcuno ai piani alti ritiene che questo tipo di immondizia possa avere una qualche utilità.”
Acacio non disse nulla, osservò Mattei senza commentare, scrutando a lungo quel volto dai lineamenti fanciulleschi, così almeno gli sembravano nella penombra dello studio, scarsamente illuminato dalla lampada collocata sulla sua scrivania. Fece un profondo sospiro poi disse ispirato: “Secondo l’insegnamento dei loro predecessori, gli alchimisti di oggi devono ricordare che solo uomini dal cuore puro e dalle intenzioni elevate possono dedicarsi a questa antichissima disciplina. Continuo a dubitare che le informazioni di cui dispongo possano servirvi.”
“Concordo intimamente con quanto mi dite Rovinati, ma a Roma hanno una opinione differente e la mia missione è solo quella di portarvi sino alla capitale.”
Acacio scosse il capo con disappunto sfidando il suo giovane interlocutore: “Se mi rifiutassi di collaborare potreste fallire la Vostra missione dunque. Una prospettiva che forse non avete adeguatamente considerato.”
“Se credete che il marito tradito possa evirandosi dare la giusta punizione alla moglie infedele, allora potete anche immaginare di non assecondare la mia volontà. Ma diciamo che non credo siate così stupido. In fondo non avete scelta. Con le buone o con le cattive, Voi verrete via con me.”
“Parliamo della mia ricompensa allora, voglio sperare non Vi aspettiate che io accetti senza un’adeguata remunerazione.”
“Posso garantirvi la massima soddisfazione sotto questo profilo” annui Mattei allungandogli una busta.
“E’ solo un anticipo una tantum, in contanti ed esentasse. Servire la Patria può essere un affare assai soddisfacente” disse il fascista, con fare compiaciuto.
Acacio impiegò diversi secondi per contare il denaro contenuto nella busta, corrispondeva ad almeno tre mensilità del suo vecchio lavoro. Con quei denari avrebbe tenuto tranquilla la Birondisi. Forse poteva anche cavarsela a buon mercato, imbrogliando qualche alto gerarca con storie misteriose su antiche civiltà e oscuri presagi. Forse tutta quella storia non sarebbe stata poi tanto pericolosa, pensò prendendo coraggio.
“E quando dovremmo partire?” domandò ingenuamente.
“Prepari le valige Rovinati, una macchina è già qui sotto che ci sta aspettando” rispose il capitano Mattei con un ghigno soddisfatto che gli illuminò il volto.
Acacio si recò meccanicamente nelle propria camera da letto e rassegnato raccolse i pochi effetti personali che gli permisero di portar via. Scrisse sotto dettatura due lettere per spiegare le ragioni della sua improvvisa partenza: una per la governante e una per la signora Birondisi. Fu costretto a lasciare quasi tutti i soldi che poco prima gli erano stati consegnati, in quel modo avrebbe pagato gli arretrati e anticipato i prossimi mesi dell’affitto. Gli fu fatto scrivere che si stava trasferendo a Roma per svolgere una consulenza presso il Ministero della Cultura Popolare. Così avrebbe iniziato la sua nuova attività sotto copertura. Con qualche telefonata e cartolina, avrebbe in seguito avvisato i pochi amici.
Era buio da parecchio tempo, quando il capitano Mattei, gli sgherri ai suoi ordini e Rovinati uscirono silenziosamente dal palazzo. Una volta in strada montarono a bordo di una Fiat Balilla nera dell’OVRA, parcheggiata davanti al portone d’ingresso. Il tipaccio più alto sedette al posto di guida. Mattei senza manifestare alcuna emozione sedette davanti, cinicamente distaccato. Acacio e l’altro agente salirono dietro. Nessuno parlò. La macchina partì e si diresse lentamente verso la stazione di Piacenza. I fari erano coperti con le mascherine per via dell’oscuramento e il viaggio richiese più tempo di quanto il lui si aspettasse.
Durante tutto il tragitto non fece altro che pensare a questa nuova e inaspettata svolta nella sua vita. In fin dei conti poteva anche essere considerato un colpo di fortuna, un modo come un altro per mettere insieme i denari di cui aveva bisogno per pagare i suoi debiti. La città eterna inoltre era bellissima, nel tempo libero non avrebbe certo corso il rischio di annoiarsi.
Quando finalmente arrivarono a destinazione, giusto in tempo per prendere l’ultimo treno notturno per Roma, Acacio cercò di raccogliere qualche nuova informazione.
“Chi dovrò incontrare di tanto importante da dover fare tutto così di corsa e all’improvviso?”
Mattei si fece scuro in volto. Sembrava disturbato dalla domanda.
“Lo scoprirete domani, che fretta avete?” disse con voce contrita.
Acacio percepì nell’atteggiamento di Mattei qualcosa di strano, per un attimo pensò che potesse addirittura essere invidia. Ma sapeva che non poteva avere senso. Tuttavia era curioso e provò ancora a stuzzicare il giovane ufficiale.
“Cosa succede? Avete paura che io possa cambiare idea e cercare di scappare durante la notte?”
“No” rispose il capitano con freddezza, “non avete scelta. Dovete venire a Roma, perché il Duce vuole vedervi.”
L’alchimista della Val Tidone Acacio Rovinati rimase di sasso. La guerra era iniziata da tre giorni, la polizia segreta lo aveva preso in custodia per condurlo a Roma con accompagnamento coatto, e Mussolini in persona voleva incontrarlo. In quel momento gli tornarono alla mente le parole di Papa Pio XII: “Nulla è perduto con la pace: tutto può esserlo con la guerra.” E la guerra di Acacio con la vita e con i suoi guai era appena cominciata.
[1] Atanor è una storica casa editrice italiana specializzata in esoterismo. Nella prima meta del Novecento, la casa editrice diede alle stampe le riviste Atanòr e Ignis, considerate le più note rassegne del secolo passato dedicate agli studi tradizionali e iniziatici.
Chiusa nel 1926 a seguito delle leggi contro la Massoneria, le edizioni Atanòr riaprirono dopo il 1945.
I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale
La dichiarazione di guerra a Francia e Inghilterra, annunciata in diretta radiofonica alle ore 18:00 di quel 10 giugno 1940, fu accolta dal popolo italiano con partecipata emozione.
Nel trambusto di quelle ore concitate, nessuno aveva fatto caso all’arrivo di quel forestiero ben vestito, dall’aria distinta, alto e biondo con due grandi occhi azzurri color ghiaccio. Senza essere notato aveva parcheggiato la sua Mercedes poco lontano dalle prime case di Trevozzo in Val Tidone e aveva poi raggiunto la sua meta a piedi, qualche minuto prima dell’orario in cui abitualmente Ermegisto rincasava.
Il vecchio edificio dall’intonaco grigio consunto dal tempo, sovrastava un piccolo giardinetto ornato da fiori colorati e rose rosse. A prima vista la facciata austera e tetra assomigliava ad un volto severo, reso ancor più sinistro dalle fioche luci delle lampade a petrolio che fuoriuscivano dalle persiane accostate del piano superiore, come fossero occhi illuminati da lampi spettrali. Ma il visitatore non prestò alcuna attenzione alla bizzarra architettura, concentrato sui suoi obiettivi attraversò il giardinetto e bussò alla porta.
Poco dopo la signora Lina, la moglie di Ermegisto, venne ad aprire. Lo stupore si dipinse sul volto dell’anziana donna, sorpresa di trovarsi di fronte un giovane di così bel aspetto e dal portamento così fiero e altero.
“Buona sera” esordì l’uomo tradendo un evidente accento straniero, “sto cercando il signor Ermegisto” continuò svelando ulteriormente le proprie origini teutoniche. Il tono della voce e l’espressione del viso erano freddi, gelidi.
“Mio marito non è ancora tornato, posso sapere chi siete e da dove venite?” domandò la signora Lina, senza preoccuparsi di nascondere la propria curiosità. Vestiva abiti semplici che coprivano il suo corpo segnato dal tempo e dalla vita. Il volto era indurito dalle delusioni di un’esistenza amara, consumata lentamente dal lavoro nei campi.
“Se mi fate entrare sarò ben lieto di attendere in casa che Vostro marito ritorni” replicò seccato il giovane, senza badare alle domande della donna.
“Io non faccio entrare sconosciuti. Ditemi: Voi chi siete?” protestò lei, appoggiandosi le mani ai fianchi per darsi un tono più autorevole, e gonfiando il petto di per sé già assai abbondante.
L’uomo si volse come per assicurarsi che nessuno lo avesse visto, poi tornando a guardare la donna e sforzandosi di sorridere si presentò dando delle false generalità. Mentendo ancora disse: “Vengo da Monaco, ora posso entrare?”
La signora Lina era ancora titubante, ma dopo alcuni attimi di esitazione infine acconsentì, inconfessabilmente attratta dall’avvenenza del giovane.
“Prego accomodatevi, potete attendere il ritorno di Ermegisto qui in soggiorno. Arriverà a minuti, torna sempre per l’ora di cena.”
L’uomo si sedette su una delle scomode sedie di legno massello che costituivano lo spartano e povero arredamento della casa, senza ringraziare e senza proferire altra parola. La Lina cercò ancora di interrogarlo: “Un giovane tedesco della vostra età non dovrebbe essere in guerra? Cosa vi porta dalla lontana Monaco sino a Trevozzo? Cosa volete da mio marito?”
Lo straniero la fulminò col suo sguardo di ghiaccio, penetrante e spaventoso, così inquietante che la Lina si pentì della propria indiscrezione ed ebbe paura. Quell’uomo esercitava su di lei un fascino magnetico ma anche terribile. Aveva risvegliato nella donna sensazioni da lungo tempo sopite, mandandola in confusione, incerta tra contrastanti sentimenti che non era in grado di comprendere e tanto meno di fronteggiare con lucidità, combattuta tra attrazione, paura e curiosità.
“Sono in licenza signora, e sono qui per ragioni di studio” disse glaciale il giovane stemperando con quelle fredde parole la tensione che si era creata. La Lina però non sapeva come comportarsi e rimase a fissarlo senza muoversi e senza parlare. Anche il forestiero continuò a tenere lo sguardo sull’anziana donna, come se ne volesse controllare i movimenti.
Lei si sentiva osservata e iniziò a insospettirsi, domandandosi se quell’uomo le avesse mentito. E se fosse stato un bandito? Oppure un assassino? Studiando meglio l’abbigliamento di quel tizio misterioso si rassicurò. Gli assassini non indossavano abiti eleganti, non portavano i gemelli d’oro ai polsi della camicia, non avevano scarpe costose, si disse mentalmente. Si fece allora coraggio e tornò ad investigare.
“Cosa siete venuto a studiare in questo remoto borgo, se posso chiedere signore?”
Il giovane nulla fece per nascondere quanto fastidio quelle domande gli provocassero, l’espressione contrariata del suo volto svelava in quel frangente i suoi pensieri come fosse stato un libro aperto.
“Studio opere d’arte” replicò annoiato “e Voi di cos’altro vi occupate oltre a fare domande?”
La Lina si adombrò un istante chiedendosi cosa fosse più opportuno rispondere.
“Sono la moglie di Ermegisto” disse infine con orgoglio, per poi tacere nuovamente risentita, avendo notato un sorriso di scherno dipingersi sul volto del forestiero.
In quel momento si aprì la porta e Ermegisto entrò nella stanza. Egli non fu meno sorpreso di sua moglie alla vista di quell’uomo sconosciuto.
“Come posso aiutarvi?” disse subito dopo le presentazioni con tono sbrigativo, nel timore che la cena si freddasse.
“Desidero visitare il santuario di Santa Maria del Monte di Nibbiano” replicò asettico lo straniero.
“Sarò lieto di mostrarvelo domani mattina, avete preso alloggio presso la locanda?”
“No, nella notte devo rientrare a Milano, vorrei vedere la chiesa ora, cortesemente.”
“E’ solo una piccola chiesa di provincia, cosa Vi aspettate di trovare di tanto significativo da non poter aspettare domani?”
“Degli affreschi molto belli che ho avuto incarico di studiare per conto della Ahnenerbe.”
“Bene, ragione in più per aspettare. Così avrete modo di apprezzarli alla luce del giorno. Inoltre devo avvisarvi che in buona parte sono stati danneggiati nel corso dei secoli a seguito di approssimativi restauri” disse Ermegisto con una decisione che non ammetteva repliche.
Lo straniero si irritò, non si aspettava tante storie da un semplice campagnolo. Sapeva di avere poco tempo, ma ancora di più sapeva di dover mantenere la segretezza sulla propria missione. Avrebbe desiderato aggredire quel piccolo omuncolo grassottello. Considerò però più vantaggioso cercare di ottenerne la collaborazione, sia per accorciare i tempi della ricerca, sia per evitare le complicazioni che prendere la situazione di petto gli avrebbe procurato.
“La mia associazione culturale sarà lieta di contribuire alle opere di bene patrocinate dalla Vostra comunità con una generosa offerta. Sono certo che in cambio di questi aiuti sarete tanto gentile dal volermi condurre alla chiesa oggi stesso” disse l’uomo estraendo dalle tasche due mazzette di banconote.
Ermegisto osservò il denaro ostentando indifferenza.
“Ogni regalo profuso dalla provvidenza è certamente ben accetto, ma per visitare la chiesa dovrete comunque aspettare il giorno nuovo. Questa sera ho altri e più pressanti impegni che non posso procrastinare” rispose il contadino opponendo un nuovo inaspettato rifiuto alle richieste del forestiero.
“Ora che anche l’Italia è in guerra, sono sottoposto a nuove pressioni. I miei superiori esigono che completi la mia ricerca con anticipo. Per questo necessito di vedere la chiesa questa sera stessa. Sono sicuro, in nome dell’amicizia che lega i nostri due Paesi, che saprete comprendere la mia situazione portandomi subito alla chiesa.”
All’ennesima insistenza dello straniero Ermegisto iniziò a spazientirsi, replicando piccato.
“Personalmente non nutro alcuna amicizia verso il Vostro Paese. Tanto meno sono interessato a questa assurda guerra che condanno con risolutezza. Vi mostrerò la chiesa domani. Adesso Vi prego cortesemente di lasciare questa casa.”
“Portatemi al santuario, non costringetemi ad usare la forza” disse allora l’uomo venuto dal nord, avvicinando alla faccia del povero contadino un lungo e luccicante coltello dal manico prezioso, rivestito in polimero nero e ornato con due decorazioni metalliche a rilievo, raffiguranti le rune delle SS e l’aquila nazionale.
Ermegisto guardò fisso negli occhi di ghiaccio dello straniero, e capì di trovarsi di fronte ad un ufficiale della famigerata organizzazione paramilitare nazista. Comprese di essere in grave pericolo ma mantenne la calma, e rispose con freddezza: “Ormai è quasi notte e la strada per il santuario è interrotta da una frana, a piedi ci vorranno ore, io non so proprio cosa farci e penso che non troverete nessun’altro disposto ad aiutare Voi nazisti in Val Tidone”
L’uomo pensò che il contadino fosse un duro, lo spinse contro la parete con violenza, gli afferrò il polso premendogli la mano al muro, e dopo averne trapassato il palmo con il coltello lo minacciò ancora: “Non vi farò questa domanda una terza volta, portatemi al santuario! Io so chi siete, conosco il Vostro segreto. Voi siete il Gran Maestro della setta esoterica Occulto Misterioso e voglio avere ciò che custodite nascosto dentro la chiesa!”
Il volto del Gran Maestro si contrasse in una smorfia di dolore orrenda, un grido senza speranza gli uscì dalla gola mentre la lama gli attraversava le carni: “Non lo faro, vai a farti fottere!”
Il Gran Maestro cercò di divincolarsi da quella presa micidiale. Avrebbe voluto urlare ancora e chiedere aiuto, ma la mano dello straniero copriva già la sua bocca. Pensieri di morte gli offuscarono la mente. Quel maledetto tedesco conosceva la sua identità segreta. Ma come era possibile? Chi poteva aver tradito? E ancora, come aveva fatto a scoprire dove era stato nascosto il Necronomicon? Pensò che a queste domande non avrebbe mai avuto risposta se non fosse riuscito a fuggire e chiedere aiuto. Sospinto dalla disperazione e dalla paura, diede fondo a tutte le sue forze colpendo il suo aggressore al volto con la mano ancora sana, lo spinse indietro e dopo essersi liberato fuggì verso la porta d’uscita.
Il Gran Maestro correva veloce stringendosi la mano trafitta e sanguinante, ma il tedesco gli stava dietro. Raggiunta la porta tentò di aprirla, ma nella foga del momento la maniglia si spezzò. Il Gran Maestro di Trevozzo fu preso dal panico, si sentì perduto, l’uomo con il coltello era già alle sue spalle. Si girò di scatto cercando ancora di colpire il suo nemico, nella speranza di poter usare la maniglia rotta come un arma. Il fendente questa volta andò a vuoto, lo stranierò lo evitò scansandosi. Ermegisto stava per urlare di nuovo, ma la voce gli rimase soffocata nella gola. Il tedesco con un rapido gesto gli spaccò il cuore pugnalandolo al petto. Ebbe solo il tempo per un ultimo pensiero di conforto prima della fine. Il malvagio forestiero sapeva del Necronomicon, ma lo stava cercando nella chiesa sbagliata. Almeno per quella notte ancora, il nascondiglio non sarebbe stato violato. Un attimo dopo il suo corpo senza vita si afflosciò in una pozza di sangue.
La signora Lina aveva assistito a tutta la scena immobile come una statua e muta come un pesce. Non era riuscita né a fuggire né a gridare, il terrore l’aveva immobilizzata.
Il tedesco non ebbe pietà, con un salto le fu sopra, e con la lama affilata squarciò la sua gola rugosa.
L’ultima sensazione della donna fu il calore del proprio sangue che le colava sul petto, poi fu la morte.
Il Sturmbannführer delle SS si rialzò e ripulì la lama. Si guardò attorno bestemmiando. Un sospetto inquietante si fece strada serpeggiando nella sua mente. E se le informazioni di cui disponeva fossero state fallaci? Comprese che aver ucciso così in fretta Ermegisto era stato un errore. Certo, immaginò, farlo confessare non sarebbe stato semplice, ma ora che era morto sarebbe stato semplicemente impossibile. Poi si ricordò di quanto aveva pagato quelle informazioni e pensò alla reputazione di cui godeva la persona che gliele aveva vendute. Si rassicurò, il Necronomicon doveva per forza essere celato all’interno del santuario. Doveva solo andare a prenderlo. Ne era certo, avrebbe portato a termine con successo la sua missione nazista in Val Tidone.
Decise allora di mettersi al lavoro, aveva ancora poco tempo e molto da fare, prima dell’alba del nuovo giorno.
I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale