Locandiera sadica

Un fastidioso musicista giunge in piena notte alla Locanda della Luna Nera, sulle colline del piacentino. Le sue continue pretese metteranno a dura prova la pazienza della locandiera sadica, rimasta sveglia per aspettarlo…

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I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Lezioni private

Le dissolute avventure di un’aspirante sottomessa alle prese con un professore sadico e le sue speciali lezioni private… (pubblicato su wattpad.com ) Per leggere il racconto clicca qui

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Giochi Perversi

Un crudele dominatore iscrive i suoi schiavi a dei giochi molto particolari, organizzati nel castello piacentino di Lady Circe, una Padrona misteriosa ed esigente…(Pubblicato su Wattpad.com).

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Bill il sadico e la banda delle mutandine rosa

Bill il sadico aveva già ucciso una dozzina di giovani coppiette da quando aveva preso in gestione l’agriturismo Piacenza ubicato sulle verdeggianti colline di Vicobarone.

Aveva sotterrato i cadaveri nell’orto, dopo averli fatti a pezzi con la motosega.  Così adesso l’insalata, i pomodori e le altre verdure crescevano rigogliose.

Quella sera di mezza estate Roberto Rubanomi e Romualda Boccarosa arrivarono all’agriturismo pieni di entusiasmo, accaldati ma felici.

“Dacci una camera fresca e con una bella vista” disse Romualda sorridendo melliflua.

“Ho una bella camera con doppia vasca idromassaggio nel bagno” propose Bill il sadico, guardando avidamente nella scollatura della ragazza.

“Andrà benissimo, prendiamo quella”.

“Sono 150 euro a notte, pagamento anticipato”.

La ragazza non rispose, aprì la sua borsa firmata e tirò fuori i contanti.

Romualda e Roberto erano due banditi e avevano già svaligiato quattro banche e sette farmacie. I quotidiani nazionali si occupavano di loro da quando Romualda aveva cominciato ad usare mutandine di pizzo rosa per imbavagliare i farmacisti vittime delle loro rapine. Erano stati subito ribattezzati come “La banda delle mutandine rosa”.

Romualda era bionda, bella e senza scrupoli e senza alcuna moralità. Roberto era una marionetta nelle sue mani: malvagio, ma completamente succube della sua volontà.

Bill accompagnò i ragazzi alla camera, gli spiegò le regole della casa e poi tornò nel suo ufficio. Per tutto il tempo non tolse gli occhi dalla scollatura della ragazza.

“Hai visto come ti guardava quel maniaco? Sembra Norman Bates, il protagonista di Psyco di Alfred Hitchcock” disse Roberto appena rimasero soli nella stanza.

“Credi sia il tipo giusto?” chiese lei iniziando a spogliarsi.

“Si, penso che con lui potrebbe funzionare”.

“Sono almeno due mesi che non lo fai, ti senti carico al punto giusto?”

Roberto non rispose, prese una bottiglia di Malvasia frizzante dal frigobar e la stappò.

“Ti ho fatto una domanda”.

Roberto si versò da bere, poi guardò Romualda completamente nuda sul letto.

“Se va bene a te, sarà solo questione di qualche minuto” le disse dopo aver tracannato un bicchiere colmo di vino.

“Allora datti da fare” disse lei guardandolo con i suoi due grandi occhi languidi.

Roberto raggiunse Bill nel suo ufficio.

“Vogliamo la colazione a letto”

“Non offriamo questo tipo di servizio” disse Bill alzando lo sguardo dal registro dei corrispettivi.

Roberto mise 50 euro sul tavolo di Bill.

“Per che ora la volete questa colazione?”

“Adesso”.

“Ma sono le 6 del pomeriggio” obiettò Bill.

Roberto mise altri 50 euro sul tavolo: “Non importa che ore siano, la colazione la vogliamo adesso”.

“Fra quindici minuti sarò in camera da voi con la colazione”.

*

Venti minuti dopo Bill e Romualda si davano da fare avvinghiati sul letto, mentre Roberto li guardava partecipando seduto in un angolo della stanza.

“Sei proprio una gran troia” disse Bill tirando i capelli a Romualda.

Romualda gemeva, invitandolo a tirare con ancora più forza.

Bill cominciò a picchiarla, lei lanciò urla di piacere misto a dolore mentre Roberto si finiva sbavando seduto nel suo angolo.

Bill ci diede dentro ancora per qualche minuto, poi tutto finì.

“Ora rivestiti e dacci tutti i soldi che hai” disse Roberto puntandogli una pistola in faccia.

“Che ti prende amico, lo spettacolo non ti è piaciuto?”

“Non fare lo stronzo, questa è una rapina!”

“Ma che cazzo stai dicendo stronzetto di un pervertito guardone”.

“Sta dicendo che se non ci dai subito tutti i tuoi soldi ti facciamo un nuovo buco nel culo, testa di cazzo!” ringhiò Romualda puntandogli contro anche la sua pistola.

“Vai a cagare puttana!” la insultò Bill prima di tirarle un pugno tremendo.

La ragazza crollò a terra con un labbro rotto.

Roberto sparò tre colpi.

Il primo centrò la finestra mandando il vetro in frantumi e si disperse nei vigneti. Il secondo colpì Romualda ad una gamba spappolandole una rotula. Il terzo ferì Bill ad una spalla.

“Mi hai distrutto un ginocchio, coglione!” gridò Romualda piangendo per il dolore.

“Scusami amore, è colpa di questo stronzo” cercò di giustificarsi Roberto.

“Dannati figli di puttana, non uscirete vivi da questo posto” urlò Bill, tenendosi la spalla dilaniata dalla ferita.

“E invece sarai tu a morire, pezzo di merda” chiosò Roberto mentre si avvicinava a Bill. Poi gli appoggiò la canna della pistola in mezzo agli occhi, pronto a premere il grilletto.

Lo sparo rimbombò sinistramente nella stanza, la testa esplose e le pareti bianche della camera si spruzzarono di sangue e cervella.

Romualda appoggiò a terra la sua pistola fumante e guardò soddisfatta il cadavere di Roberto. Lo aveva appena ammazzato a sangue freddo, dopo aver vissuto assieme a lui gli ultimi cinque anni. Lo aveva ucciso per impedire che sparasse a Bill, l’uomo che conosceva soltanto da poche ore, e che l’aveva posseduta come mai nessuno prima di allora.

“Cosa hai intenzione di fare adesso?” le chiese Bill, ansimando per la paura e per il dolore provocato dalla ferita alla spalla ancora aperta.

Lei si trascinò verso di lui singhiozzando con il ginocchio sanguinante, lasciando una scia rossa e vischiosa sul pavimento. Quando gli fu abbastanza vicino lo baciò.

“Ho intenzione di sposarti, brutto bastardo” disse infine.

Bill accettò subito la proposta di quella bionda bella e perversa, baciandola con rinnovata passione.

E vissero molti anni ancora: sadici e contenti, ammazzando molte altre giovani coppie. Con i cadaveri, dopo averli smembrati, ci riempirono l’intero giardino, sino a raggiungere l’età della vecchiaia senza mai essere scoperti.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Due vecchi sadici e pazzi

La giovane coppia di innamorati giunse all’ameno agriturismo sul far della sera, quando il cielo si tinge di sangue ed il sole tramonta dietro alle colline ricoperte dai vigneti della Val Tidone.

Gessica era bella, prosperosa, fresca come un fiore appena colto e con lunghi capelli color del grano. Pino era alto, superbo, con l’energia dei suoi vent’anni offerta allo sguardo del mondo sotto forma di bicipiti muscolosi, pettorali massicci e addominali scolpiti.

La vecchia locandiera registrò i documenti e accompagnò i ragazzi alla loro camera, congedandosi con poche parole, una bottiglia di vino Ortrugo frizzante ed un sorriso malvagio.

“Questo posto è bellissimo, così romantico e suggestivo” disse Gessica emozionandosi.

“Non è male” ammise Pino, stappando la bottiglia e versando il profumato nettare in due bicchieri di cristallo pressato.

“Non vedo l’ora di tuffarmi in piscina, sarà un fine settimana indimenticabile!” squittì lei, iniziando a spogliarsi.

Pino non disse nulla, tracannò due bicchieri di vino, mostrò i suoi muscoli togliendosi la camicia e poi ficcò la lingua in bocca alla sua ragazza. Erano giovani, erano belli, e si amarono selvaggiamente prima di cenare.

La vecchia locandiera intanto era in cucina, nel pentolone stavano bollendo le mani amputate alla sua ultima vittima, un agente di commercio che aveva fatto a pezzi con il macete la settimana precedente.

Dopo aver assaporato il brodo aggiunse un po’ di sale poi si rivolse al marito, un vecchio sdentato senza più nemmeno un capello.

“Il ragazzo è robusto, dovrai stenderlo al primo colpo. Se fallisci potrebbe reagire e tu sei troppo vecchio per poterlo affrontare.”

“Non dire cazzate, non ho mai sbagliato un colpo. E poi sai bene che abbiamo dalla nostra l’effetto sorpresa” disse lui centrando la sputacchiera con una palla verde di vischioso tabacco masticato.

La vecchia ghignò compiaciuta: “devono avere carne molto saporita, specialmente la puttanella bionda.”

“Oh si! Carne fresca, carne soda” confermò il vecchio calvo, scatarrando altro tabacco e rimembrando per un momento l’epoca lontana in cui poteva ancora abusare delle sue vittime esibendo una virilità autentica, senza ricorrere a surrogati artificiali come mazze di ferro, verghe di legno, o bastoni dalle dimensioni surreali.

“Come stai pensando di sbarazzarti del ragazzo?” domandò la vecchia.

“Penso di usare la mazza da baseball, intendo colpirlo sul cranio, da dietro, mentre mangia, con un colpo secco. Sarà anche robusto come dici, ma se prendo il punto giusto, la testa gli si aprirà come una zucca rotta”

“Che schifo, mi toccherà pulire il sangue dal tavolo, dal pavimento e magari anche dal muro. Non possiamo semplicemente avvelenarlo?”

“Non vedo il divertimento, se usi il veleno vuoi dirmi a cosa ti servo? Vuoi il mio aiuto solo per seppellire il cadavere?” protestò il vecchio sputacchiando altro catarro verde.

“Non essere permaloso, a parte che puoi sempre darti da fare con la puttanella, potremmo usare una dose non letale, così potrai divertirti a sfondargli la testa in cantina. Lì almeno non devo pulire in tutta fretta prima di servire la prima colazione.”

“Si, mi sembra una buona idea, metti del sedativo nel brasato di mani, quando si addormenteranno li porteremo in cantina, senza alcuna fatica. Lo sai che odio le urla, e per Giove, sono certo che quella puttanella si metterà a strillare come un’aquila quando sfonderò il cranio del suo fidanzato. Meglio sedarli entrambi, legarli e imbavagliarli. A quel punto ci divertiremo con la cassetta degli attrezzi al gran completo.”

La vecchia annuì, mentre un ghigno sadico e perverso le si disegnò sulla faccia rugosa e color del cuoio.

I due giovani furono sepolti agonizzanti, ma ancora vivi, in una fossa scavata in giardino, dopo due settimane di orribili torture e crudeli violenze.

 

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L’obitorio di Rezzanello

Il dottor Sadico era in piedi nel mezzo della stanza, indossava un camice bianco su di una camicia azzurra stirata di fresco con una cravatta del partito. La sua barba folta e grigia brillava sotto la luce artificiale delle lampade al neon, ed una espressione di preoccupata sorpresa gli adombrò il volto quando vide un uomo sbucare dal nulla, uscendo da un buco nel pavimento del suo laboratorio.

Leo Investigato si mosse d’istinto, impugnato il pugnale si avvicinò al dottore zoppicando ma con rapidità. Nonostante le menomazioni subite la sua mole era ancora intimidatoria, la barba incolta e la fronte segnata dalle cicatrici conferivano al suo volto un aspetto spaventoso. Il dottore rimase immobile, intuendo che opporre resistenza sarebbe stato pericoloso.

Leo lo teneva in scacco, il dottore era disarmato, lui invece aveva il pugnale e una P38. Erano soli nel laboratorio e se il dottore avesse cercato di chiedere aiuto lui lo avrebbe ucciso in un istante. Valutò che avrebbe potuto ottenere preziose informazioni, e iniziò ad interrogarlo.

“Ora ti farò alcune domande, dovrai rispondere semplicemente annuendo o scuotendo il capo, sono stato chiaro?” disse premendogli la lama del pugnale sotto al mento. Il dottore annui, i suoi occhi erano terrorizzati.

“Gli accessi alla fortezza di Rezzanello sono sorvegliati?”

Il dottore scosse la testa, come per rispondere no.

“Per arrivarci dobbiamo passare da altri posti di guardia?”

Il dottore scosse nuovamente la testa, ma abbassando lo sguardo. Investigato capì che stava mentendo.

“Non cercare di fregarmi, saresti il primo a finire ammazzato” ringhiò aumentando la pressione del pugnale sulla gola. “Ti ripeto la domanda, per arrivare al castello dobbiamo passare posti di guardia?”

Questa volta il dottore annuì timidamente.

“Più di uno?”

“Dipende da che parte volete passare” rispose a mezza voce il dottore.

“Il percorso più breve” disse Investigato.

“Posso indicarvelo” propose il dottore.

“Ti ho già detto di non cercare di fottermi. Ci andremo insieme e se qualcosa va storto, ti ucciderò.”

Il dottore impallidì, sapeva che non stava bluffando. L’uomo con la fronte sfregiata poteva spezzare in un attimo l’esile filo al quale era ora appesa la sua vita.

“Vi potete fidare, se non siete ancora morto è proprio grazie a me, mi sono speso con tutto me stesso affinché il Vostro bel corpo non venisse rovinato del tutto” disse cercando di blandirlo.

“Mi hai salvato solo per farmi fare da cavia nei tuoi esperimenti del cazzo, brutto bastardo” protestò Investigato.

Il dottore sembrò risentirsi e replicò piccato: “Con i miei esperimenti contribuisco al progresso dell’umanità.”

“Sei solo uno schifoso criminale, hai sulla coscienza migliaia di vittime innocenti. Non sei altro che uno sporco assassino.”

“Vi sbagliate grossolanamente, la nostra è una azione meritoria, stiamo estirpando una minaccia genetica per la nazione. Eliminiamo esseri inutili che non offrono alcun contributo alla società.”

L’agente segreto Investigato si sentì avvampare dalla rabbia, in quel momento avrebbe voluto uccidere il dottore, ma riuscì a dominarsi, doveva servirsi di lui per raggiungere la fortezza.

“Stai zitto!” lo redarguì “chi credi di essere per giudicare il diritto alla vita di altri uomini?”

Un espressione di sincero sbalordimento si materializzò sulla faccia del dottore.

“Le persone sottoposte ai nostri programmi non sono veramente esseri umani” disse con tono professorale, “come Voi non esitereste ad eliminare le zecche o i pidocchi, così noi disinfestiamo la nazione dai parassiti che la guastano”.

“Ora basta!” urlò Investigato colpendo il dottore con un energico schiaffo.

“Chiudi quella fogna di bocca e cammina, portami al castello e guai a te se cerchi di fare scherzi.”

“Il passaggio più vicino è lungo la strada che porta in cima alla collina, ma ci sono sempre due sentinelle di guardia” rispose il dottore toccandosi il volto arrossato dal ceffone, mentre Investigato continuava a premere il coltello sulla sua gola.

“E la mulattiera? Anche quella è presidiata?”

“Non credo sia percorribile, è abbandonata da anni” piagnucolò il dottore, sentendo sanguinare la ferita che si era lentamente aperta a contatto con lama affilata.

“E come possiamo arrivare al castello allora?”

“Potremmo passare dal cimitero, ma fate piano, con quel coltello mi state facendo male” disse temendo di essere sgozzato.

“Allora andiamo, cammina, tu ora verrai con me!”

“Lasciatemi andare, non Vi ho fatto nulla di male, mi occupo solo dei miei esperimenti.”

Investigato colpì il dottore allo stomaco con una ginocchiata, lui si piegò in avanti gemendo per il dolore. Poi lo spinse in avanti tenendogli il pugnale puntato nella schiena e lo condusse fuori dal laboratorio, sulla strada che portava al castello di Rezzanello.

Camminarono sino in fondo alla via, dove girato un angolo si proseguiva sin dentro al piccolo, vecchio e malandato cimitero. L’illuminazione era scarsa, ed il campo santo era diviso a metà da due grosse cappelle private.

“Dimmi dove dobbiamo andare ora” ordinò Investigato premendo il coltello sotto la gola del dottore.

“L’ultima tomba sulla destra, oltre la grande cappella” disse il dottore a denti stretti, allungando il collo per evitare che la lama gli tagliasse la gola. “Sotto la lapide si apre un passaggio segreto che conduce direttamente dentro all’obitorio del castello”.

Investigato lo spinse senza cortesia sin davanti alla tomba che egli aveva indicato. Poi lo obbligò a sollevare la lapide. Sotto vi era nascosta una botola di ferro, ma era chiusa da una serratura arrugginita. Avrebbe avuto bisogno di un piede di porco per forzarla. Valutò anche la possibilità di sparare con la P38, ma l’operazione sarebbe risultata troppo rumorosa per poter essere seriamente presa in considerazione.

“Dove sono le chiavi?”

“Non ne ho idea” disse il dottore scuotendo la testa.

“Non dire cazzate, è la porta del passaggio segreto che porta all’obitorio e tu sei il fottuto dottore, dimmi dove sono le chiavi per aprire o ti pianto il pugnale nella schiena!”

“Sono uno scienziato, non faccio il portinaio” protestò il dottor Sadico.

Investigato iniziò a spazientirsi, aveva già consumato molto tempo prezioso, doveva sbrigarsi se voleva ancora sperare di cavarsela. Il dottore stava deliberatamente cercando di rallentare le sue manovre e si stava rivelando un fastidioso impaccio.

Esaminò la botola con maggiore attenzione. Il telaio era consumato dal tempo, pensò che avrebbe potuto sfondarla con un paio di calci ben assestati. Ma il rumore avrebbe potuto rivelare la sua presenza. Non poteva correre un simile rischiò. Gli serviva qualche strumento per fare leva tra gli stipiti senza provocare eccessivo fragore. Si guardò intorno e vide una robusta pala di ferro appoggiata ad un muro, di quelle che si usavano per scavare le tombe giardino. Con quella avrebbe potuto forzare la porta. Ma doveva prima sbarazzarsi del dottore.

Lo costrinse a indietreggiare sino alla cappella più vicina. Poi gli ordinò di entrare.

Quando il dottore realizzò che la porta della cappella era aperta, un’espressione di disappunto gli corrugò il volto barbuto. Quella fu la sua ultima smorfia, sentì una pressione terribile, insopportabile e soffocante avvolgergli la gola. Raccolse le sue ultime forze e cercò di urlare.

Investigato lo stava strangolando, e gli aveva stretto il collo con entrambe le mani fermando il suo grido. Aveva già ucciso in passato, ma era la prima volta che guardava in faccia, così da vicino, gli occhi della sua vittima. Li vide sbarrarsi nell’attimo in cui la scintilla della vita abbandonava il suo corpo, e provò un brivido. Percepì il sopraggiungere della morte, mentre il cadavere del dottore gli si afflosciava tra le braccia emettendo un ultimo disgustoso rantolo.

Era stato un lavoro pulito, quasi perfetto, lo aveva strozzato in pochi minuti. Cercando di non guardare il livido viola che adesso cerchiava il collo di quel corpo senza vita, lo adagiò sul pavimento. La sua coscienza ora aveva una nuova macchia fresca, ed Investigato provò una sensazione di disagio.

Aveva  ammazzato un uomo disarmato a tradimento, senza nessun preavviso, senza che potesse in alcun modo difendersi. Il dottore era certamente una persona spregevole e avrebbe meritato una fine anche peggiore, pensò, ma lui si era comportato in modo disonorevole e questo lo disturbava.

Ma cosa avrebbe potuto fare? Si guardò ancora il piede ferito cercando di assolversi. Non poteva rischiare di nuovo, il dottore avrebbe potuto anche fuggire o cercare di colpirlo, aveva dovuto agire così perché era il modo più sicuro, disse a sé stesso.

Si sentì un po’ meglio, poteva continuare con il suo piano d’azione, ora. Sapeva cosa avrebbe dovuto fare: i dettagli gli erano venuti in mente mentre lo stava uccidendo.

Gli tolse le scarpe e provò a indossarle. Gli calzavano un po’ strette, ma potevano andare. Per sua fortuna il dottore aveva i piedi grandi. Poi si travestì usando il camice bianco, la camicia e persino la cravatta con le insegne del partito.

Alla fine guardò ancore il cadavere.

Erano nemici, se non lo avesse ucciso, lui avrebbe potuto causare la sua morte. Ed era un autentico figlio di puttana, rimuginò, aveva torturato e fatto morire migliaia di innocenti, ora avrebbe solo fatto da cibo per i vermi.

Investigato sbuffò, mentre trascinava il morto dentro la cappella. Diede una rapida occhiata ai loculi dove giacevano le bare di molti illustri personaggi piacentini per un meritato riposo eterno.

Se come immaginava nessuno fosse entrato nel cimitero sino al giorno successivo, prima che potessero trovare il dottore morto e stecchito, lui avrebbe avuto tutto il tempo di compiere la sua missione.

Aveva ancora qualche ora di buio a sua disposizione poi sarebbe sorta l’alba.

Raggiunse nuovamente la botola e usando il pesante badile come leva scassinò la serratura che la serrava. La ferraglia arrugginita crepitò e la porta si aprì.

Il passaggio era buio, cercò di attivare l’interruttore elettrico ma non funzionò.

Costruì allora una fiaccola artigianale con il manico in legno del badile ed alcuni lembi di stoffa ricavati dai pantaloni del dottore assassinato.

Alla luce del fuoco l’ambiente era anche più sinistro di quanto avesse immaginato. Una puzza ripugnante di morte lo investì. Sul pavimento, vicino alle pareti, grossi ratti corsero in tutte le direzioni spaventati dal suo arrivo. L’aria era quasi irrespirabile.

Investigato cercò di avanzare, trattenendo il respiro. Lungo i muri erano disposti numerosi letti di legno sui quali giacevano cadaveri, scheletri e altri resti umani avvolti in sudici sudari.

“Che schifo” mormorò guardandosi attorno in quel luogo spettrale. Una passeggiata nel mondo dei morti gli mancava, considerò incamminandosi.

Attraversò il passaggio segreto il più velocemente possibile, rischiando anche di cadere, inciampando in un femore rotolato da chissà dove, probabilmente spostato da qualche sorcio. Alla fine si trovò davanti ad una porta di legno.

Sperando che non fosse serrata cercò di aprirla. La porta si spalancò e lui uscì da quel corridoio di morte. Poteva tornare a respirare.

Vide le feritoie dalle quali si poteva guardare la luna, le fiaccole accese lungo i muri, le colonne in pietra che sorreggevano il soffitto. Comprese di trovarsi all’interno dell’obitorio, dentro al castello di Rezzanello.

Ma non ebbe il tempo di riflettere, né la possibilità di abbandonarsi ai ricordi. Non era solo in quella stanza.

Seduti ad un tavolo due soldati della guardia stavano giocando a carte. Quando lo videro uscire dal passaggio che portava al cimitero rimasero sgomenti: aveva la torcia in mano, il camice bianco, la faccia da pazzo e i capelli sporchi di sangue.

“Che mi venga un colpo” balbettò uno dei soldati, “hanno portato al cimitero un uomo ancora vivo!”

“Come cazzo è possibile” disse l’altro, “lì dentro non entra nessuno da almeno sei giorni.”

“Merda!” esclamò il primo deglutendo, “allora quello è un fottuto fantasma.”

“Oppure uno degli esperimenti del dottor Sadico” aggiunse l’altro. “Ho sentito dire che ha inventato una tecnica per rianimare i morti.”

Investigato sogghignò. Aveva un aspetto selvaggio. Il suo volto sembrava il muso di una fiera feroce poco prima di serrare le sue fauci affamate sulla preda inerme.

“E adesso cosa facciamo?” chiese il soldato più giovane tremando dalla paura.

“Spariamogli alla testa” disse l’altro aprendo la fondina e cercando di estrarre la pistola. Indossava una divisa da caporale.

Investigato doveva impedire che sparassero, gettò la torcia a terra e andò all’attacco armato di pugnale. Il piede ferito faceva ancora male, e si spostava zoppicando. Ma i suoi movimenti erano ugualmente rapidi e riuscì a disarmare la sentinella prima che potesse premere il grilletto. Iniziarono a lottare furiosamente. Investigato era indebolito, e si sosteneva con la forza della disperazione.

“Ammazza questo lurido figlio di puttana” urlò il caporale cercando di bloccare un fendente. Ma il soldato giovane non si mosse, era paralizzato, i suoi occhi luccicavano di paura.

Investigato colpì il caporale e il sangue schizzò fuori dal petto sfregiato. Era una ferita superficiale. Aveva avuto fortuna, ma la prossima volta sarebbe morto, pensò osservando il nemico indietreggiare con la faccia cisposa deformata dal dolore.

Alla vista del sangue il soldato giovane si risvegliò dal torpore, e come spinto da una forza invisibile afferrò il suo pugnale e aggredì Investigato alle spalle.

La lama affondò nelle carni, e lui lanciò un bestiale urlo di dolore.

Si girò barcollando sulle gambe spossate, il pugnale era rimasto conficcato nella spalla e faceva un male infernale. Vide il giovane soldato che portava le mani alla fondina: stava per prendere la sua pistola.

Investigato sentì la testa girare, la stanza intorno a sé si muoveva come una giostra ammattita, e pensò di aver compromesso la possibilità di centrare il suo obbiettivo. Un forte senso di nausea gli stinse lo stomaco, e con la coda dell’occhio scorse il caporale avvicinarsi per dare il colpo di grazia.

“Ora ti spedirò all’inferno, brutto bastardo” urlò prima di iniziare l’ultimo affondo. Investigato udì quelle grida stridule e si spostò di lato giusto in tempo per evitare una coltellata che gli avrebbe reciso il collo.

Doveva reagire, si disse, e mentre il caporale si voltava per tornare all’attacco, riuscì a trafiggergli il ventre con un fendente micidiale. L’uomo colpito a morte stramazzò a terra agonizzante, con il pugnale piantato in pancia.

“Crepa con tutto comodo” gli sibilò, cercando di togliersi la lama che aveva infilzata nella spalla.

Il soldato più giovane, intanto, aveva impugnato la sua pistola ed ora lo teneva sotto tiro.

“Avanti, facciamola finita, premi quel grilletto!” esclamò Investigato in tono di sfida. Si rese conto che il suo piano era fallito, ed era pronto a pagarne le conseguenze.

Il giovane soldato però esitò ancora, pensava che avrebbe dovuto arrestarlo, ma credendo che fosse un morto vivente non sapeva come fare.

Investigato lesse l’incertezza nei suoi occhi e decise di approfittarne. Che coglione, quello stronzetto non ha le palle per sparare, pensò, mentre si sfilava il pugnale dalle carni, emettendo un pietoso lamento di dolore.

Il soldato lo guardò a bocca aperta, non aveva mai visto nulla di simile prima di allora. Un fiotto disgustoso di sangue zampillò dal corpo martoriato dell’agente Investigato.

Quello non ebbe il tempo di sparare, lui gli lanciò il coltello in faccia, e lo strafisse in piena fronte sfondandogli il cranio. Anche la seconda sentinella cadde sul pavimento privata della vita.

Se i due soldati avessero combattuto coordinando i loro attacchi lo avrebbero sopraffatto facilmente. Invece il più giovane era rimasto a lungo immobile, senza prendere alcuna iniziativa. Questo imperdonabile errore gli aveva permesso di eliminarli uno alla volta.

Non era stato sparato un solo colpo. Poteva ancora terminare la sua missione, e lo ripeteva tra sé come un mantra. Dopo aver estratto il pugnale dalla pancia del caporale moribondo, si avviò zoppicando verso il fondo della stanza, dove cominciò a minare le fondamenta del castello con tutto l’esplosivo al plastico che aveva nello zaino.

Appena ebbe finito, accese la miccia e si infilò di gran lena nel passaggio che conduceva sino al cimitero. Quando uscì dalla botola fu investito da un rombo assordante e una nuvola di polvere, macerie e colori lo avvolse sin quasi a sommergerlo.

A causa dell’esplosivo, il castello era crollato collassando su sé stesso, tutte le persone che vi erano all’interno erano certamente morte.

“Quella stronza di mia moglie impara a mettermi le corna” commentò Investigato scrollandosi la polvere di dosso.

Lei era l’amante del maggiordomo del castello, e da quel momento sarebbe rimasta con lui, sotto le macerie, per sempre.

 

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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