Infermiera sadica

Infermiera sadica

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“Dio… sto crepando… sto morendo… dannazione sto morendo…”

“Cazzo dai, calmati ragazzo… non è poi così grave, puoi farcela…”

Il colpo alla farmacia di Pianello era andato male.

In fila alla cassa, con il volto coperto da una mascherina chirurgica per il covid19, avevano trovato un carabiniere in borghese.

Appena Cuore di Pietra aveva cominciato a minacciare la farmacista con una pistola, il militare aveva estratto una Beretta 92 sparandogli a bruciapelo.

Ne era seguita una colluttazione. Il carabiniere era stato tramortito ma ormai la rapina era andata in fumo. Gamba di Ferro si era allora caricato sulle spalle il suo compare ferito e insieme si erano dati alla fuga.

Cuore di Pietra adesso piangeva dilaniato dal dolore, tutto insanguinato, contorcendosi sui sedili posteriore della Alfa Romeo Giulietta che avevano rubato il giorno prima.

“Fa male, ma maledettamente male, e sto per morire…”

“Non fare lo stronzo, hai una brutta ferita del cazzo, ma non morirai”

Cuore di Pietra continuava a piangere disperato: “sono tutto pieno di sangue, me la sto facendo sotto dalla paura… ho freddo… sto per tirare le cuoia io lo so… maledizione, sono fottuto… porca troia…”

“Non sapevo ti fossi laureato in medicina, da quando sei un fottuto dottore del cazzo? Allora sei un dottore? Rispondimi brutto figlio di puttana: tu sei per caso un dottore?

“No!!, non sono un dottore… ma non serve una laurea per capire che sto crepando dissanguato come una scrofa sgozzata…”

“Smettila di fare illazioni, non hai idea di cosa stai parlando. Adesso calmati e ascoltami bene: ora andremo da Labbra di Cuoio, è un’amica e mi deve un paio di favori, vedrai che lei ti metterà a posto e te la caverai, fidati di me.”

“Oh Cristo, ma Labbra di Cuoio è una fottuta veterinaria, che cazzo vuoi che ne capisca di ferite d’arma da fuoco… o no… o no… sono morto, sono già morto…”

“Basta! Cosa pretendi che faccia, non posso mica portarti al pronto soccorso cazzo. Labbra di Cuoio ti toglierà la pallottola dalla pancia e ti rimetterà in sesto, sarà questione di minuti e tra qualche settimana ci ricorderemo di questa brutta avventura ridendoci sopra. Non morirai cazzo, andrà tutto benone, Labbra di Cuoio ti rimetterà in forma, devi credermi”

Cuore di Pietra non rispose, era svenuto.

Gamba di Ferro guidò veloce lungo la statale 412 della Val Tidone, poi tagliò per i campi sino ad arrivare a Bilegno e lì si fermò davanti alla villetta di Labbra di Cuoio. Scese dalla macchina, si caricò sulle spalle il ferito e lo portò in casa.

Labbra di Cuoio non la prese bene. Si stava gustando un calice di passito di Malvasia guardando una delle sue serie televisive preferite, e l’intrusione di quei due deficienti, di cui uno ferito e sanguinante non era nei suoi programmi per quella notte.

“Ti prego mi devi aiutare” implorò Gamba di Ferro, “ho bisogno che operi il mio amico qui, e dopo andremo via senza darti altre noie.

“Ti risulta che io sia un chirurgo brutto coglione?” disse Labbra di Cuoio incrociando le braccia profondamente infastidita.

“Beh, no, è chiaro, ma si tratta solo di togliere un proiettile dalle budella di un cristiano, sono sicuro che sei più che qualificata per questo”

“Se decidessi di aiutarti, e francamente non vedo proprio per quale motivo dovrei farlo, ma se per qualche imprevedibile ragione accettassi di aiutarti, cosa ci guadagno?”

“Beh, ecco…. Insomma… a soldi non siamo messi molto bene al momento… e quindi…”

“Ti sembro forse una che ha bisogno di soldi faccia di merda? Non lo vedi dove vivo? Non vedi come mi vesto? E i gioielli che porto?” disse lei, mostrandogli il grosso diamante che portava al dito.

Gamba di Ferro era in imbarazzo, non sapeva cosa dire.

“Prendi il tuo amico, spoglialo e sdraialo sul tavolo in cucina” ordinò lei.

Gamba di Ferro eseguì.

Labbra di Cuoio si avvicinò al bandito svenuto sul tavolo per esaminarne il corpo e la ferita.

“Cercherò di operarlo, se ci riesco, mi ripagherai come al solito”

Gamba di Ferro iniziò a sudare freddo, “è proprio necessario? Non si potrebbe trovare una soluzione alternativa? Non è che voglia tirarmi indietro, però sai… dopo quello che è successo l’ultima volta, adesso io… ecco… sì, insomma… non credo di sentirmi pronto”

“Cosa stai cercando di dirmi, forse non ti è piaciuto?” chiese lei, mentre stava scartando un bisturi sterile monouso.

“Beh… non esattamente, non direi che non mi è piaciuto… è solo che…è solo che non sono dell’umore più adatto, non vorrei che poi le cose non andassero nel modo giusto…”

“Stai dicendo un sacco di cazzate” lo interruppe lei, “in ogni caso, e mi sembra anche più giusto, sarà il tuo amico con la pancia bucata a darmi quello che voglio”

Labbra di Cuoio cominciò ad operare Cuore di Pietra, e dopo aver estratto la pallottola con delle pinze chirurgiche prese a cucire la ferita. Gamba di Ferro sembrò sollevato, “mi sembra più che ragionevole” chiosò.

“Bene, allora siamo d’accordo, qui ho quasi finito, dopo che avrò terminato il bendaggio portalo nella camera degli ospiti e mettilo a letto. Ha perso molto sangue e dovrà riposarsi per qualche giorno, mi prenderò cura io di lui.”

Gamba di Ferro eseguì senza fiatare, e dopo aver finito se ne andò alla svelta.

Passarono pochi giorni e Cuore di Pietra si sentiva già meglio. Le amorevoli cure della sua infermiera privata erano un toccasana.

Lei decise allora che era giunto il momento di rivendicare la propria ricompensa.

“Allora giovane, raccontami, perché ti chiamano Cuore di Pietra?”

Lui sorrise orgoglioso: “Perché sono uno spietato bastardo senza scrupoli e insensibile”

“Non si direbbe, guardandoti in faccia” disse lei, poco convinta.

“E tu? Perché ti fai chiamare Labbra di Cuoio?”

“Sei proprio sicuro di volerlo scoprire?”

“Certamente, mi sono sempre chiesto perché una così bella signora avesse un così sinistro nomignolo”

“Ho avuto qualche problema con la giustizia in passato, per colpa del mio ex marito”

“Non sapevo fossi divorziata”

“Non lo sono infatti. Sono vedova”

“Mi spiace, come è successo?”

Lei sorrise in modo strano, i suoi occhi si dilatarono.

“Tu fai troppe domande giovane, perché non parliamo di te invece: a parte prendere pallottole nella pancia, cosa fai nella vita, abitualmente?

“Sono un fuorilegge, un killer”

“Con quella faccia?”

“Certo, perché? Cosa non va con la mia faccia?”

“Non sembra la faccia di un assassino”

“E come dovrebbe essere la faccia di un assassino? Per come vanno oggi le cose, un killer può nascondersi dietro la faccia di chiunque”

“Devo dire che su questo hai proprio ragione” convenne la donna, esibendo un sorriso crudele.

“Ora bevi questo, ti farà bene” aggiunse, porgendogli un calice pieno di uno strano liquido effervescente.

Cuore di Pietra bevve tutto senza fare obiezioni. Si fidava della bella e misteriosa veterinaria che per curarlo si era fatta infermiera.

La stanza intorno a lui però iniziò a girare, una strana sensazione di torpore si impadronì del suo corpo già debilitato, vide la donna indossare dei guanti di lattice e poi perse i sensi.

Lei lo aveva sedato ed era pronta a prendersi ciò che voleva.

Quando Cuore di Pietra riprese i sensi non era più sdraiato nel letto della camera degli ospiti. Ora si trovava in uno scantinato, nudo come un verme, in piedi, piegato in avanti, con testa e braccia infilate in una gogna medioevale di legno vecchia di secoli, ormai più dura del ferro, e dalla quale non vi era modo di liberarsi.

Davanti a lui poteva scorgere distintamente due figure: sulla destra, appoggiato su di una mezza colonna greca, vi era un busto in marmo a dimensioni naturali di Iosif Stalin; sulla sinistra c’era Labbra di Cuoio con indosso un camice da infermiera che lo fissava in modo oscuro. In quel momento gli sembrò particolarmente grossa e nerboruta, un donnone dalla mole minacciosa. Dietro di loro, appesa alla parete come fosse un prezioso arazzo, vi era una gigantesca bandiera rossa dell’Unione Sovietica.

“Bene bene, ora vedremo se sei veramente un duro, come il tuo ridicolo nomignolo suggerirebbe, o se invece, più probabilmente, sei solo il solito patetico sbruffoncello che si sente forte maneggiando pistole di piccolo calibro” disse lei avvicinandosi lentamente.

“Liberami subito, non hai nessun diritto si tenermi intrappolato in questa gogna di merda, chi cazzo credi di essere?” protestò lui.

Labbra di Cuoio lo colpì con uno schiaffo energico.

“Non voglio illuderti giovane, qui sotto saremo molto felici, io e la mia amica Charlene” disse mostrandogli il grosso coltellaccio militare che teneva nella mano sinistra, “ma per te saranno dolori e sofferenze. Quindi se vuoi uscirne vivo cerca di essere collaborativo e non rompermi i coglioni. Sono stata abbastanza chiara?”

Cuore di Pietra osservò esterrefatto, prima il grosso coltello, poi la faccia crudele di quel mostro di donna.  In un attimo comprese due terrificanti verità. La prima era che si trovava imprigionato senza scampo e in grossi guai. La seconda era che la sua carceriera, Labbra di Cuoio, era pericolosamente pazza.

Il coltellaccio, oltre che grosso era anche molto affilato. Lui lo capì immediatamente, quando lei inizio a radergli a secco i capelli. Lei lo sapeva maneggiare discretamente bene, ma la cute era delicata e si tagliò in più punti. Poteva sentire rivoli di sangue colargli lungo la fronte e sulla faccia e di lato sul collo. Era una sensazione spaventosa e si sentì il cuore trafitto da una saetta d’orrore. Tuttavia cercò di restare immobile, e soprattutto non disse nulla. Pensò soltanto che forse sarebbe stato meglio morire dissanguato con una pallottola nelle budella qualche giorno prima, piuttosto che sottoporsi alle torture di quel demonio.

“Ora che ti ho rasato per bene i capelli sei veramente tutto nudo e indifeso, che ne dici?”

“I capelli ricresceranno” azzardò lui, con una vaga intonazione di sfida.

“Questo è vero, ma quello che ti taglierò dopo non ricrescerà”

“Cosa? Cosa hai detto? Non dirai sul serio vero? Non puoi farlo, ti prego, non lo fare, non ti ho fatto nulla di male, ti prego…”

“Beh che fai? Inizi già a piagnucolare come una scolaretta? Non abbiamo nemmeno iniziato e hai già perso tutta la tua dignità? Sei proprio una mezza sega…”

Cuore di Pietra non rispose. Il suo orgoglio era ferito, come la sua testa. Ma era il panico a farsi largo nella sua mente mentre si chiedeva cosa lei avrebbe tentato di amputargli. Poi la vide allontanarsi e per qualche secondo si sentì meglio.

La donna si avvicinò ad una sedia dove erano piegati i vestiti insanguinati di Cuore di Pietra e dai pantaloni avvizziti tirò fuori il portafogli e cominciò ad esaminarne il contenuto.

“Vediamo cosa possiamo scoprire sul nostro giovane qui” disse aprendo la carta d’identità, “hai già passato i quaranta a quel che dice questo documento, ne dimostri di più però, invecchi in fretta a quanto pare”

“Ho avuto una vita intensa”

“Certo, dite tutti così appena vi spuntano i primi capelli grigi e…ma…ma… e questo? E questo che cazzo è!?” urlò brandendo nella mano una tessera di plastica.

Il volto della donna si fece cinereo, il cipiglio si rabbuiò. Andò verso di lui con passo rapido, sembrava furente. Cuore di Pietra cercò di sottrarsi ma era immobilizzato nella gogna e non poteva sfuggirle. In un attimo fu sopra di lui con la faccia rubiconda per l’ira, i tendini del collo in rilievo ed una grossa vena che le pulsava nel centro della fronte.

“Brutta burba figlio di puttana, vuoi dirmi che cazzo è questa?” lo aggredì mettendogli sotto al naso la tessera del PD che aveva trovato nel suo portafogli.

“Ma come… perché ti arrabbi? Pensavo che anche tu fossi di sinistra…”

Lei lo colpì al volto, con un pugno questa volta, un gancio destro, duro come una sassata.

“Chiudi quella fogna, luridissima burba!” gli urlò in faccia, “non ho nulla da spartire con voi traditori globalisti al soldo dell’usura cosmopolita e apolide”

“Non capisco cosa vuoi dire?” disse lui confuso

“Non capisci?” chiese lei, e lo colpì con un sinistro micidiale, fratturandogli il setto nasale.

Cuore di Pietra gemette per il dolore, e cominciò a sanguinare anche dal naso rotto.

“ll PD è il partito delle banche” spiegò lei, “Il PD tutela sempre e solo gli interessi della grande finanza disprezzando i ceti medi, la piccola impresa e i lavoratori delle fabbriche, i precari e i disoccupati. Il PD è il partito che tutela l’interesse transnazionale, apolide e cosmopolita della massoneria globalista che mira a dominare il mondo, in modo che vinca sempre e solo il libero mercato ed il nuovo ordine mondiale. il PD è il nemico principale del popolo e dei lavoratori. Non c’è nulla di più distante dagli interessi del lavoratore delle politiche del PD. Al lavoratore non gliene importa un cazzo che ci sia il matrimonio omosessuale. Al lavoratore interessa avere un salario dignitoso, la sanità garantita, la possibilità di farsi una famiglia e mandare i figli a scuola. Il PD e le sinistre arcobaleniche hanno tradito quelli che un tempo erano i diritti sociali per i quali combatteva il Partito Comunista di Stalin e Togliatti.”

Ci furono alcuni secondi di silenzio.

“Ora hai capito schifoso liberasta?” lo incalzò lei squarciando il silenzio, e brandendo nuovamente il coltellaccio con la mano sinistra.

Cuore di Pietra non sapeva cosa dire, in fondo della politica non gli importava niente, non andava a votare da almeno vent’anni e aveva fatto la tessera del PD solamente per poter ottenere più facilmente il reddito di cittadinanza, o almeno così aveva creduto. Mai avrebbe pensato di rischiare la vita per questo.

Labbra di Cuoio cominciò a camminare nervosamente avanti e indietro passandosi il coltello da una mano all’altra in modo isterico. Sembrava una belva in gabbia, un filo di bava bianca le fuoriusciva da un angolo della bocca.

Lui la osservava atterrito, aspettandosi il peggio da un momento all’altro.

All’improvviso lei si quietò, sul volto le apparve un’espressione rilassata e vagamente assente, sembrava quasi che fosse precipitata in uno stato catatonico. Rimase così, immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto e il coltellaccio stretto nella mano sinistra per un periodo che lui percepì come infinito.

Alla fine la donna si riprese, si riavviò i capelli e sculettando platealmente attraversò tutto lo scantinato sino a raggiungere una polverosa libreria stipata di vecchi libri ed antichi cimeli di epoca sovietica. Armeggiò con quelle strane anticaglie per diverso tempo. Cuore di Pietra non poteva vederla perché la libreria si trovava dietro la gogna, ma sentiva strani rumori come di oggetti di legno e ferro che venivano spostati.

Quando tornò da lui non aveva più il coltellaccio. Ora teneva tra le mani un grosso ed inquietante manufatto di ebano scuro. Cuore di Pietra non comprese subito che cosa fosse, ma poi, dopo un’analisi più attenta realizzò che si trattava della riproduzione in scala ridotta di una grottesca ghigliottina.

“Ti piace?” chiese lei, accartocciando la faccia in un ghigno osceno tra il sadico ed il sarcastico.

“E’ troppo piccola per infilarci una testa” osservò lui.

“Sei perspicace giovane. Ma la tua brutta testa di cazzo non mi interessa. Nella mia collezione di arti ci sono solo piedi, dita e mani. Comunque non temere, sentirai solo un momento di dolore. Sarà forte non lo nego, ma breve. Poi sarà tutto finito, cerca di concentrarti su questo pensiero.”

“No!” implorò lui. “Ti prego… qualsiasi cosa tu abbia in mente discutiamone, ti scongiuro… per amor di Dio…”

Lei sollevò la ghigliottina agganciandola alla gogna medievale, proprio in corrispondenza della sua mano destra, di modo che l’arto restasse immobilizzato nel collare del marchingegno in ebano.

“No!” gridò. “Ti supplico non lo fare, farò tutto quello che vuoi! Sarò il tuo servo, sono pronto a tutto ma non tagliarmi la mano, ti prego… Ti supplico!”

“Andrà tutto bene” assicurò lei, “non è la prima volta che lo faccio, puoi credermi.”

Dopo essersi assicurata che la ghigliottina non potesse più muoversi, stringendola forte alla gogna con delle cinghie ben strette, andò nuovamente ad armeggiare vicino alla libreria, tornando poi con un cannello a gas propano.

“Questo servirà per cauterizzare il moncherino” gli spiegò sorridendo compiaciuta.

Cuore di Pietra era disperato, sudava freddo e cercava inutilmente di liberarsi agitandosi con tutte le sue forze, ma senza ottenere altro risultato che escoriarsi la pelle del collo e delle braccia in prossimità dei polsi.

“Ancora un minutino e sarà tutto pronto giovane” promise lei, mentre svitava il tappo ad una bottiglia d’olio d’oliva extravergine, con il quale avrebbe lubrificato i due montanti tra i quali scorreva la lama d’acciaio a forma di trapezio e rinforzata con un peso metallico per aumentarne la massa.

“Giovane, lo sapevi che cadendo da un’altezza di circa 2,25 metri, la lama di una ghigliottina a dimensioni reali raggiunge la velocità di 24 km/h quando si abbatte sul collo del condannato?”

“Oh ti prego, ti supplico no, non farlo, per amor del cielo chiedimi qualsiasi cosa vuoi e io la farò, dammi una possibilità non ti deluderò lasciami fare il tuo schiavo e vedrai come sono bravo… vedrai… vedrai…”

“E lo sapevi che dopo la decapitazione la testa mozzata resta cosciente per almeno trenta secondi? Lo hanno dimostrato, con degli esperimenti e poi ci sono anche molte testimonianze…”

“Oh ti prego non farmi male ti prego non tagliarmi la mano, ti supplico…”

Una luce perversa le balenò attraverso gli occhi malvagi mentre rimuoveva il fermo azionando la ghigliottina.

La lama scese sibilando e si conficco nel braccio di Cuore di Pietra, appena dopo il polso. Il dolore esplose incontrollabile. Un getto di sangue scuro spruzzò la faccia della donna ed il camice bianco da infermiera. Si sentì la lama cigolare contro le ossa del polso quando lei cercò di disincagliarla: si era inceppata senza terminare il lavoro.

Lui osservò incredulo la sadica infermiera armeggiare con l’attrezzo, per un momento incrociò il suo folle sguardo, e vide con chiarezza il volto della pazzia.

Istintivamente ritrasse l’arto ferito ma si rese conto che stava spostando il braccio ma non la mano: riusciva solo ad ampliare lo squarcio dilatando la ferita ed amplificando il dolore.

Lei terminò allora l’operazione passando il braccio da parte a parte con il coltellaccio, segando via la mano dal polso. Quando cadde sul pavimento della cantina un suono flaccido risuonò nella stanza.

Cuore di Pietra aveva la testa intrappolata nella gogna, ma poteva vedere la sua mano abbandonata sul selciato, con le dita che ancora si muovevano in deboli spasmi.

Il braccio mozzato invece era libero, senza più la mano lo aveva sfilato dalla gogna e lo muoveva senza senso in ogni direzione spruzzando ovunque fiotti di sangue. E intanto piangeva ed urlava.

Ed urlò ancora più forte quando lei, dopo avergli afferrato l’arto amputato, investì la ferita sanguinante con la fiamma viva del cannello a gas.

Salirono fumo nell’aria, e puzzo di bruciato e le urla disperate di Cuore di Pietra.

Prima che lei avesse terminato lui era già svenuto, privato delle forze, della dignità e della mano destra.

“Da oggi non sei più un cuore di pietra. Tutti ti chiameranno mano di legno” disse ridacchiando l’infermiera sadica, mentre aggiungeva un nuovo pezzo alla sua collezione di arti amputati dentro al congelatore a pozzetto.

Poi si fece una doccia per lavarsi via il sangue, si asciugò i capelli e stappò una bottiglia di Ortrugo Frizzante della sua marca preferita.

Concluse la giornata sprofondata sul divano a guardare la sua serie TV preferita e bevendo vino.

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Vietata la riproduzione, Copyright ©2020 racconti-brevi.com

Locandiera sadica

Locandiera sadica

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Un fastidioso musicista giunge in piena notte alla Locanda della Luna Nera, sulle colline del piacentino. Le sue continue pretese metteranno a dura prova la pazienza della locandiera sadica, rimasta sveglia per aspettarlo…

Pubblicato su Typee, per leggere il racconto clicca qui

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Lezioni private

Lezioni private

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Era una fredda e buia notte d’inverno, fuori nevicava da alcune ore e non si vedevano nemmeno le stelle, nascoste da una spessa coltre di nuvole nere come la pece.

Al tepore di un caminetto acceso, comodamente sdraiata sul divano in soggiorno, Gilda scaldava il suo giovane corpo sotto le coperte, e nutriva l’animo esuberante leggendo sadici racconti dell’orrore con il suo tablet.

Gilda era una ragazza sensibile: una poetessa. Scriveva conturbanti versi d’amore e passione, fantasticando a proposito di trasgressive avventure con uomini sconosciuti.

Un brivido di eccitazione la pervase quando navigando sul blog di un anonimo scrittore di indecenti racconti erotici lesse uno strano annuncio che colpì la sua fantasia: “LEZIONI PRIVATE, SADICO PROFESSORE OFFRE CONSULENZA TELEFONICA A STUDENTESSE REMISSIVE, OBBEDIENTI E TENDENZIALMENTE MASOCHISTE”

Seguiva il numero di telefono e l’indirizzo email.

Passò molte ore a domandarsi che aspetto, età e nome potesse avere questo misterioso e sadico professore. Poi si sconvolse nel scoprire quanto questi pensieri, unitamente ad altri molto più maliziosi, l’avessero turbata. Era quasi l’alba quando, dopo una notte insonne, decise che gli avrebbe telefonato.

Nel tardo pomeriggio del giorno dopo, appena rientrata dall’università dove anziché seguire le lezioni aveva passato tutto il tempo a fantasticare a proposito delle consulenze promesse dall’annuncio, si fece coraggio e compose il numero.

Il telefono la lasciò in attesa per alcuni interminabili secondi, poi finalmente qualcuno rispose

“Chi parla?” domandò una voce virile, calda e sensuale.

“Io.. ecco.. si.. cioè..mi chiamo Gilda” disse lei arrossendo.

L’uomo rimase in silenzio a lungo, lei poteva sentire il suo respiro calmo e calcolatore, mentre un’ondata di emozioni contrastanti le facevano accelerare le palpitazioni del cuore.

“Chiami per l’annuncio?” chiese lui alla fine, con tono severo.

“Sì” sospirò lei, sempre più agitata

“Sei consapevole delle conseguenze?”

Gilda fu scossa da un fremito di paura. Non aveva considerato che potessero esserci delle conseguenze ed ora si sentiva in pericolo.

“Ecco… io.. non.. non ci ho pensato” ammise con un filo di mestizia nel finale.

“Stupida stronzetta insolente, come osi chiamarmi se nemmeno capisci o sei consapevole di quello che stai facendo?”

Gilda avvampò per la vergogna: la sentenza senza appello di quella voce era come uno schiaffo sul viso.

“Ma.. ma io.. non credevo..”

“Stai zitta! Chiudi quella fogna di bocca, ascoltami attentamente e parla solo se interrogata. Hai capito?”

“Sì” riuscì a dire lei, deglutendo.

“Quando mi rispondi, devi sempre rivolgerti a me con il titolo che mi spetta, riesce la tua zucca vuota a capire questo?”

“Sì.. professore” disse lei, mentre un leggero tremolio le aveva preso le gambe.

“Tu hai bisogno del mio aiuto, questo lo capisco: se ti fossi rotta un piede andresti da un ortopedico. Se tu avessi problemi alla vista ti rivolgeresti ad un oculista. Ma tu sei una piccola, debole, scellerata masochista e quindi, giustamente, ti rivolgi a qualcuno che capisca la tua natura malata e sia in grado di curarti. Hai bisogno di una guida, di qualcuno che decida per te, perché tu da sola non sei nemmeno capace di andare al cesso, non è forse vero?”

Gilda iniziò a piangere in silenzio. Lui la stava umiliando con violenza e lei non era capace di reagire, anzi nemmeno lo desiderava. Sentiva nel profondo del suo animo di condividere l’inquietante verità che lo sconosciuto le stava buttando in faccia: sentiva il bisogno di una persona che la guidasse per mano lungo la complicata strada della vita.

“Non ho ragione? Rispondi capra!” ordinò la voce in modo perentorio.

“Sì professore, è vero, ho bisogno di aiuto” ammise lei, rompendo la voce in un pianto disperato.

“Smetti subito di piangere cretina. Se vuoi che ti aiuti dovrai imparare a controllarti e seguire le mie regole. Regola numero uno: devi fare tutto quello che ti dico. Regola numero due: devi essermi grata e adorarmi per tutto quello che ti insegnerò. Regola numero tre: dovrai pagarmi, cinquanta euro per ogni conversazione telefonica. Userai Paypal e manderai i soldi al mio indirizzo email. E’ tutto chiaro stupida stronza?”

“Sì professore”

“Bene. Questa notte dormirai distesa sul pavimento, con solo una coperta. Poi mi manderai 100 euro e domani mi chiamerai alle 21:00 per cominciare le lezioni private”, ordinò, poi chiuse la conversazione.

Gilda era sotto shock. Andò in camera sua senza cenare, per dormire sul pavimento con solo una coperta addosso.

Sentiva freddo, ma degradarsi in quel modo la fece stare bene. Non riuscì ad addormentarsi, ma nel lungo dormiveglia immaginò che il professore sadico fosse giovane e bellissimo e che si prendesse cura di lei con dolce ma risoluta fermezza.

Dopo dieci giorni e 700 euro spesi, Gilda si era innamorata. Lui l’aveva in pugno, l’aveva soggiogata ed esercitava su di lei un assoluto controllo.

Era un sabato sera, l’aria era pulita e nel cielo erano tornate a vedersi le stelle. Per il primo appuntamento dal vivo con lui, Gilda aveva ricevuto precise disposizioni. Indossava una minigonna cortissima di cotone nero, scarpe con il tacco alto, calze a rete da battona di periferia ed una giacca nera di pelle.

Come le era stato ordinato arrivò puntuale alle ore 21:00, a bordo del suo motorino, presso l’agriturismo Piacenza, sulle colline di Vicobarone, nel piacentino. Si era mezzo assiderata e tremava come una foglia per il freddo e per l’agitazione: stava per incontrare il suo amato professore sadico.

La vecchia titolate dell’agriturismo accompagnò Gilda alla sala dei giochi, e la lasciò davanti alla porta allontanandosi sorridendo in modo perverso.

Oltre l’uscio l’aspettavano la perdizione e le infinite tentazioni del demonio.

Un gelido vento soffiava da nord: puzzava di sterco di vacca. Gilda si fece coraggio, aprì la porta ed entrò.

Il professore stava seduto su di una poltrona al centro della stanza: era un tipo tosto, indossava un abito elegante e delle belle scarpe, i capelli erano color argento con il volto nascosto da una maschera che gli lasciava scoperta la bocca carnosa e dal taglio crudele. Dalle labbra pendeva un sigaro acceso dal quale salivano nuvole di fumo puzzolente. Gli ultimi due bottoni della camicia di seta erano aperti e si intravedevano i peli del petto, lunghi e disgustosi.

Dietro di lui quattro robusti ragazzi scandinavi con grossi muscoli di varia misura  tenevano in mano calici colmi di vino rosso Gutturnio.

“Vieni qui, vicino a me, Gilda” ordinò il professore.

Lei si avvicinò tremante, ondeggiando sui tacchi altissimi. Era ben fatta, molto ben fatta.

Lui la prese per mano, poi la pizzicò sulle guancia.

“Avanti stronzetta, racconta a questi miei giovani amici cosa hai imparato”

“Questa ragazza ha scoperto quale sia il suo posto nel mondo, professore” disse Gilda inginocchiandosi in una posizione goreana: seduta sui talloni, con la schiena dritta e il petto in fuori, lo sguardo rivolto verso il basso e la mani incrociate dietro la schiena. Le gambe erano divaricate  oscenamente offerte alla vista dei presenti.

“Vai avanti, cos’altro ti ho insegnato?”

“Questa ragazza è una schiava senza diritti, un pezzo di carne a disposizione del suo padrone, pronta a soddisfare qualsiasi suo volere. Questa ragazza obbedisce a tutti gli ordini che riceve dalle persone libere, professore”

“Eccellente Gilda, ora dimmi, dove hai dormito questa notte?”

“Nella mia cuccia Professore, ai piedi del letto, sul pavimento” disse la ragazza, arrossendo per la vergogna.

“E per quale motivo ti ho ordinato di dormire dentro ad una cuccia per cani?”

“Perché sono una stupida cagna, professore” sussurrò lei, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.

“Non piangere stronzetta” le disse lui dandole uno schiaffo, “se non vuoi che ti dia un serio motivo per piangere, smetti subito”

“Sì, professore”

Lui allora si alzò in piedi, prese da un tavolino vicino alla poltrona un grosso collare di pelle e lo legò intorno al collo della ragazza. Dopo averlo stretto sino a farlo aderire alla pelle della giovane lo chiuse con un pesante lucchetto.

“Ecco, poiché sei una schiava ed una cagnetta da addestrare, d’ora in avanti dovrai portare questo collare, simbolo della tua sottomissione e della tua condizione di inferiorità”

“Sì professore”

I giovani culturisti intanto ridevano divertiti dallo spettacolo, continuando a bere vino Gutturnio. Ne avevano aperte diverse bottiglie e ci davano dentro. Le loro facce erano inquietanti, tutte tirate a lucido e sbarbate come il culo di un neonato. Avevano l’alito maleodorante e gli occhi psicotici.

“Adesso ascoltami attentamente stronzetta: vedi questi grossi giovanotti biondi che stanno ridendo di te?”

“Sì, li vedo, professore” disse lei, sempre più umiliata.

“Hai una vaga idea del perché siano qui?”

“Immagino di sì, professore”

“Bene, voglio allora che tu faccia felici questi quattro vichinghi. Sono in ritiro precampionato da un paio di mesi, ed hanno tutto il diritto di divertirsi un po’ con te…”

“Sì professore” disse Gilda senza troppa convinzione, ora aveva anche un po’ di paura.

I quattro scandinavi intanto l’avevano circondata e quello più vicino si chinò a baciarla. Lei aveva la bocca aperta e umida. Un secondo ragazzone la sollevò, e insieme la trascinarono dietro ad un tavolo di legno massello tutto infarinato.

Poi la costrinsero a preparare diciotto chili di tagliatelle tirando la pasta a mano con il solo ausilio di un mattarello.

Il professore si godette la scena fumando il sigaro, bevendo Gutturnio, e commentando con osservazioni sprezzanti le prestazioni culinarie della sua giovane schiava. E mentre i quattro ragazzi  con grossi muscoli di varia misura costringevano Gilda a preparagli la cena, lui sogghignava crudele.

“Un’altra anima è perduta” pensò con soddisfazione malvagia.

Quando tutto fu finito, lei rimase accasciata ed ansimante sul tavolaccio di legno sfinita dalla fatica e dall’umiliazione, con le mani rovinate dalle vesciche e la schiena a pezzi.

Solo a notte fonda finalmente tornò a casa. Si sentiva avvilita, sporca di farina, svuotata, depressa. Anche se in parte si sentiva attratta da queste cose, la sua coscienza le diceva che erano sbagliate. Desiderava assecondare il professore sadico, ma essere umiliata in modo così estremo la faceva soffrire.

Cominciò a piangere presa dallo sconforto più nero, schiacciata dal peso psicologico rappresentato dal collare che lui le aveva stretto attorno alla gola.

Si ricordò allora di quando era bambina e sua zia la portava in pellegrinaggio al santuario della Madonna della Quercia vicino a Bettola. Il pensiero di quell’età di innocenza, devozione e cose belle, la spinsero a cercare nuovamente conforto nella preghiera e nella fede. E così un fuoco caldo e misterioso improvvisamente le scaldò il cuore.

Il giorno dopo si svegliò serena e felice, e determinata a cambiare vita.

La Gilda che aveva vissuto nel peccato, la schiava del dissoluto professore non esisteva più. Con delle grosse tenaglie trovate in cantina tranciò il lucchetto che chiudeva il collare del malvagio professore sadico, liberandosene per sempre.

Da quel momento si dedicò all’aiuto del prossimo facendo opere di bene nella sua parrocchia e scrivendo poesie sulla purezza dell’amore. E finalmente si sentì amata, appagata, e felice.

Pochi anni dopo si innamorò di un bravo ragazzo timorato di Dio, lo sposò e insieme misero al mondo tanti bei bambini.

Il professore che dava lezioni private invece fu consumato dalla rabbia e dall’odio: non poteva sopportare che l’anima perduta di una giovane viziosa e lasciva si fosse redenta, salvandosi dalle fiamme della geenna. Quelle stesse fiamme infernali che lo stavano divorando da ormai più di ottocento anni.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Giochi Perversi

Giochi perversi

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Un crudele dominatore iscrive i suoi schiavi a dei giochi molto particolari, organizzati nel castello piacentino di Lady Circe, una Padrona misteriosa ed esigente…(Pubblicato su Wattpad.com).

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Bill il sadico e la banda delle mutandine rosa

Bill il sadico e le mutandine rosa

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Bill il sadico aveva già ucciso una dozzina di giovani coppiette da quando aveva preso in gestione l’agriturismo Piacenza ubicato sulle verdeggianti colline di Vicobarone.

Aveva sotterrato i cadaveri nell’orto, dopo averli fatti a pezzi con la motosega.  Così adesso l’insalata, i pomodori e le altre verdure crescevano rigogliose.

Quella sera di mezza estate Roberto Rubanomi e Romualda Boccarosa arrivarono all’agriturismo pieni di entusiasmo, accaldati ma felici.

“Dacci una camera fresca e con una bella vista” disse Romualda sorridendo melliflua.

“Ho una bella camera con doppia vasca idromassaggio nel bagno” propose Bill il sadico, guardando avidamente nella scollatura della ragazza.

“Andrà benissimo, prendiamo quella”.

“Sono 150 euro a notte, pagamento anticipato”.

La ragazza non rispose, aprì la sua borsa firmata e tirò fuori i contanti.

Romualda e Roberto erano due banditi e avevano già svaligiato quattro banche e sette farmacie. I quotidiani nazionali si occupavano di loro da quando Romualda aveva cominciato ad usare mutandine di pizzo rosa per imbavagliare i farmacisti vittime delle loro rapine. Erano stati subito ribattezzati come “La banda delle mutandine rosa”.

Romualda era bionda, bella e senza scrupoli e senza alcuna moralità. Roberto era una marionetta nelle sue mani: malvagio, ma completamente succube della sua volontà.

Bill accompagnò i ragazzi alla camera, gli spiegò le regole della casa e poi tornò nel suo ufficio. Per tutto il tempo non tolse gli occhi dalla scollatura della ragazza.

“Hai visto come ti guardava quel maniaco? Sembra Norman Bates, il protagonista di Psyco di Alfred Hitchcock” disse Roberto appena rimasero soli nella stanza.

“Credi sia il tipo giusto?” chiese lei iniziando a spogliarsi.

“Si, penso che con lui potrebbe funzionare”.

“Sono almeno due mesi che non lo fai, ti senti carico al punto giusto?”

Roberto non rispose, prese una bottiglia di Malvasia frizzante dal frigobar e la stappò.

“Ti ho fatto una domanda”.

Roberto si versò da bere, poi guardò Romualda completamente nuda sul letto.

“Se va bene a te, sarà solo questione di qualche minuto” le disse dopo aver tracannato un bicchiere colmo di vino.

“Allora datti da fare” disse lei guardandolo con i suoi due grandi occhi languidi.

Roberto raggiunse Bill nel suo ufficio.

“Vogliamo la colazione a letto”

“Non offriamo questo tipo di servizio” disse Bill alzando lo sguardo dal registro dei corrispettivi.

Roberto mise 50 euro sul tavolo di Bill.

“Per che ora la volete questa colazione?”

“Adesso”.

“Ma sono le 6 del pomeriggio” obiettò Bill.

Roberto mise altri 50 euro sul tavolo: “Non importa che ore siano, la colazione la vogliamo adesso”.

“Fra quindici minuti sarò in camera da voi con la colazione”.

*

Venti minuti dopo Bill e Romualda si davano da fare avvinghiati sul letto, mentre Roberto li guardava partecipando seduto in un angolo della stanza.

“Sei proprio una gran troia” disse Bill tirando i capelli a Romualda.

Romualda gemeva, invitandolo a tirare con ancora più forza.

Bill cominciò a picchiarla, lei lanciò urla di piacere misto a dolore mentre Roberto si finiva sbavando seduto nel suo angolo.

Bill ci diede dentro ancora per qualche minuto, poi tutto finì.

“Ora rivestiti e dacci tutti i soldi che hai” disse Roberto puntandogli una pistola in faccia.

“Che ti prende amico, lo spettacolo non ti è piaciuto?”

“Non fare lo stronzo, questa è una rapina!”

“Ma che cazzo stai dicendo stronzetto di un pervertito guardone”.

“Sta dicendo che se non ci dai subito tutti i tuoi soldi ti facciamo un nuovo buco nel culo, testa di cazzo!” ringhiò Romualda puntandogli contro anche la sua pistola.

“Vai a cagare puttana!” la insultò Bill prima di tirarle un pugno tremendo.

La ragazza crollò a terra con un labbro rotto.

Roberto sparò tre colpi.

Il primo centrò la finestra mandando il vetro in frantumi e si disperse nei vigneti. Il secondo colpì Romualda ad una gamba spappolandole una rotula. Il terzo ferì Bill ad una spalla.

“Mi hai distrutto un ginocchio, coglione!” gridò Romualda piangendo per il dolore.

“Scusami amore, è colpa di questo stronzo” cercò di giustificarsi Roberto.

“Dannati figli di puttana, non uscirete vivi da questo posto” urlò Bill, tenendosi la spalla dilaniata dalla ferita.

“E invece sarai tu a morire, pezzo di merda” chiosò Roberto mentre si avvicinava a Bill. Poi gli appoggiò la canna della pistola in mezzo agli occhi, pronto a premere il grilletto.

Lo sparo rimbombò sinistramente nella stanza, la testa esplose e le pareti bianche della camera si spruzzarono di sangue e cervella.

Romualda appoggiò a terra la sua pistola fumante e guardò soddisfatta il cadavere di Roberto. Lo aveva appena ammazzato a sangue freddo, dopo aver vissuto assieme a lui gli ultimi cinque anni. Lo aveva ucciso per impedire che sparasse a Bill, l’uomo che conosceva soltanto da poche ore, e che l’aveva posseduta come mai nessuno prima di allora.

“Cosa hai intenzione di fare adesso?” le chiese Bill, ansimando per la paura e per il dolore provocato dalla ferita alla spalla ancora aperta.

Lei si trascinò verso di lui singhiozzando con il ginocchio sanguinante, lasciando una scia rossa e vischiosa sul pavimento. Quando gli fu abbastanza vicino lo baciò.

“Ho intenzione di sposarti, brutto bastardo” disse infine.

Bill accettò subito la proposta di quella bionda bella e perversa, baciandola con rinnovata passione.

E vissero molti anni ancora: sadici e contenti, ammazzando molte altre giovani coppie. Con i cadaveri, dopo averli smembrati, ci riempirono l’intero giardino, sino a raggiungere l’età della vecchiaia senza mai essere scoperti.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Due vecchi sadici e pazzi

Due vecchi sadici e pazzi

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La giovane coppia di innamorati giunse all’ameno agriturismo sul far della sera, quando il cielo si tinge di sangue ed il sole tramonta dietro alle colline ricoperte dai vigneti della Val Tidone.

Gessica era bella, prosperosa, fresca come un fiore appena colto e con lunghi capelli color del grano. Pino era alto, superbo, con l’energia dei suoi vent’anni offerta allo sguardo del mondo sotto forma di bicipiti muscolosi, pettorali massicci e addominali scolpiti.

La vecchia locandiera registrò i documenti e accompagnò i ragazzi alla loro camera, congedandosi con poche parole, una bottiglia di vino Ortrugo frizzante ed un sorriso malvagio.

“Questo posto è bellissimo, così romantico e suggestivo” disse Gessica emozionandosi.

“Non è male” ammise Pino, stappando la bottiglia e versando il profumato nettare in due bicchieri di cristallo pressato.

“Non vedo l’ora di tuffarmi in piscina, sarà un fine settimana indimenticabile!” squittì lei, iniziando a spogliarsi.

Pino non disse nulla, tracannò due bicchieri di vino, mostrò i suoi muscoli togliendosi la camicia e poi ficcò la lingua in bocca alla sua ragazza. Erano giovani, erano belli, e si amarono selvaggiamente prima di cenare.

La vecchia locandiera intanto era in cucina, nel pentolone stavano bollendo le mani amputate alla sua ultima vittima, un agente di commercio che aveva fatto a pezzi con il macete la settimana precedente.

Dopo aver assaporato il brodo aggiunse un po’ di sale poi si rivolse al marito, un vecchio sdentato senza più nemmeno un capello.

“Il ragazzo è robusto, dovrai stenderlo al primo colpo. Se fallisci potrebbe reagire e tu sei troppo vecchio per poterlo affrontare.”

“Non dire cazzate, non ho mai sbagliato un colpo. E poi sai bene che abbiamo dalla nostra l’effetto sorpresa” disse lui centrando la sputacchiera con una palla verde di vischioso tabacco masticato.

La vecchia ghignò compiaciuta: “devono avere carne molto saporita, specialmente la puttanella bionda.”

“Oh si! Carne fresca, carne soda” confermò il vecchio calvo, scatarrando altro tabacco e rimembrando per un momento l’epoca lontana in cui poteva ancora abusare delle sue vittime esibendo una virilità autentica, senza ricorrere a surrogati artificiali come mazze di ferro, verghe di legno, o bastoni dalle dimensioni surreali.

“Come stai pensando di sbarazzarti del ragazzo?” domandò la vecchia.

“Penso di usare la mazza da baseball, intendo colpirlo sul cranio, da dietro, mentre mangia, con un colpo secco. Sarà anche robusto come dici, ma se prendo il punto giusto, la testa gli si aprirà come una zucca rotta”

“Che schifo, mi toccherà pulire il sangue dal tavolo, dal pavimento e magari anche dal muro. Non possiamo semplicemente avvelenarlo?”

“Non vedo il divertimento, se usi il veleno vuoi dirmi a cosa ti servo? Vuoi il mio aiuto solo per seppellire il cadavere?” protestò il vecchio sputacchiando altro catarro verde.

“Non essere permaloso, a parte che puoi sempre darti da fare con la puttanella, potremmo usare una dose non letale, così potrai divertirti a sfondargli la testa in cantina. Lì almeno non devo pulire in tutta fretta prima di servire la prima colazione.”

“Si, mi sembra una buona idea, metti del sedativo nel brasato di mani, quando si addormenteranno li porteremo in cantina, senza alcuna fatica. Lo sai che odio le urla, e per Giove, sono certo che quella puttanella si metterà a strillare come un’aquila quando sfonderò il cranio del suo fidanzato. Meglio sedarli entrambi, legarli e imbavagliarli. A quel punto ci divertiremo con la cassetta degli attrezzi al gran completo.”

La vecchia annuì, mentre un ghigno sadico e perverso le si disegnò sulla faccia rugosa e color del cuoio.

I due giovani furono sepolti agonizzanti, ma ancora vivi, in una fossa scavata in giardino, dopo due settimane di orribili torture e crudeli violenze.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Racconto horror in un cimitero

Obitorio di Rezzanello

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Il dottor Sadico era in piedi nel mezzo della stanza, indossava un camice bianco su di una camicia azzurra stirata di fresco con una cravatta del partito. La sua barba folta e grigia brillava sotto la luce artificiale delle lampade al neon, ed una espressione di preoccupata sorpresa gli adombrò il volto quando vide un uomo sbucare dal nulla, uscendo da un buco nel pavimento del suo laboratorio. Sembrava un mostro uscito da un romanzo o da un racconto horror in un cimitero.

Leo Investigato si mosse d’istinto, impugnato il pugnale si avvicinò al dottore zoppicando ma con rapidità. Nonostante le menomazioni subite la sua mole era ancora intimidatoria, la barba incolta e la fronte segnata dalle cicatrici conferivano al suo volto un aspetto spaventoso. Il dottore rimase immobile, intuendo che opporre resistenza sarebbe stato pericoloso.

Leo lo teneva in scacco, il dottore era disarmato, lui invece aveva il pugnale e una P38. Erano soli nel laboratorio e se il dottore avesse cercato di chiedere aiuto lui lo avrebbe ucciso in un istante. Valutò che avrebbe potuto ottenere preziose informazioni, e iniziò ad interrogarlo.

“Ora ti farò alcune domande, dovrai rispondere semplicemente annuendo o scuotendo il capo, sono stato chiaro?” disse premendogli la lama del pugnale sotto al mento. Il dottore annuì, i suoi occhi erano terrorizzati.

“Gli accessi alla fortezza sono sorvegliati?”

Il dottore scosse la testa, come per rispondere no.

“Per arrivarci dobbiamo passare da altri posti di guardia?”

Il dottore scosse nuovamente la testa, ma abbassando lo sguardo. Investigato capì che stava mentendo.

“Non cercare di fregarmi, saresti il primo a finire ammazzato” ringhiò aumentando la pressione del pugnale sulla gola. “Ti ripeto la domanda, per arrivare al castello dobbiamo passare posti di guardia?”

Questa volta il dottore annuì timidamente.

“Più di uno?”

“Dipende da che parte volete passare” rispose a mezza voce il dottore.

“Il percorso più breve” disse Investigato.

“Posso indicarvelo” propose il dottore.

“Ti ho già detto di non cercare di fottermi. Ci andremo insieme e se qualcosa va storto, ti ucciderò.”

Il dottore impallidì, sapeva che non stava bluffando. L’uomo con la fronte sfregiata poteva spezzare in un attimo l’esile filo al quale era ora appesa la sua vita.

“Vi potete fidare, se non siete ancora morto è proprio grazie a me, mi sono speso con tutto me stesso affinché il Vostro bel corpo non venisse rovinato del tutto” disse cercando di blandirlo.

“Mi hai salvato solo per farmi fare da cavia nei tuoi esperimenti del cazzo, brutto bastardo” protestò Investigato.

Il dottore sembrò risentirsi e replicò piccato: “Con i miei esperimenti contribuisco al progresso dell’umanità.”

“Sei solo uno schifoso criminale, hai sulla coscienza migliaia di vittime innocenti. Non sei altro che uno sporco assassino.”

“Vi sbagliate grossolanamente, la nostra è una azione meritoria, stiamo estirpando una minaccia genetica per la nazione. Eliminiamo esseri inutili che non offrono alcun contributo alla società.”

L’agente segreto Investigato si sentì avvampare dalla rabbia, in quel momento avrebbe voluto uccidere il dottore, ma riuscì a dominarsi, doveva servirsi di lui per raggiungere la fortezza.

“Stai zitto!” lo redarguì “chi credi di essere per giudicare il diritto alla vita di altri uomini?”

Un espressione di sincero sbalordimento si materializzò sulla faccia del dottore.

“Le persone sottoposte ai nostri programmi non sono veramente esseri umani” disse con tono professorale, “come Voi non esitereste ad eliminare le zecche o i pidocchi, così noi disinfestiamo la nazione dai parassiti che la guastano”.

“Ora basta!” urlò Investigato colpendo il dottore con un energico schiaffo.

“Chiudi quella fogna di bocca e cammina, portami al castello e guai a te se cerchi di fare scherzi.”

“Il passaggio più vicino è lungo la strada che porta in cima alla collina, ma ci sono sempre due sentinelle di guardia” rispose il dottore toccandosi il volto arrossato dal ceffone, mentre Investigato continuava a premere il coltello sulla sua gola.

“E la mulattiera? Anche quella è presidiata?”

“Non credo sia percorribile, è abbandonata da anni” piagnucolò il dottore, sentendo sanguinare la ferita che si era lentamente aperta a contatto con la lama affilata.

“E come possiamo arrivare al castello allora?”

“Potremmo passare dal cimitero, ma fate piano, con quel coltello mi state facendo male” disse temendo di essere sgozzato.

“Allora andiamo, cammina, tu ora verrai con me, come in un racconto horror in un cimitero

“Lasciatemi andare, non Vi ho fatto nulla di male, mi occupo solo dei miei esperimenti.”

Investigato colpì il dottore allo stomaco con una ginocchiata, lui si piegò in avanti gemendo per il dolore. Poi lo spinse in avanti tenendogli il pugnale puntato nella schiena e lo condusse fuori dal laboratorio, sulla strada che portava al castello.

Camminarono sino in fondo alla via, dove girato un angolo si proseguiva sin dentro al piccolo, vecchio e malandato cimitero. L’illuminazione era scarsa, ed il campo santo era diviso a metà da due grosse cappelle private.

“Dimmi dove dobbiamo andare ora” ordinò Investigato premendo il coltello sotto la gola del dottore.

“L’ultima tomba sulla destra, oltre la grande cappella” disse il dottore a denti stretti, allungando il collo per evitare che la lama gli tagliasse la gola. “Sotto la lapide si apre un passaggio segreto che conduce direttamente dentro all’obitorio del castello”.

Investigato lo spinse senza cortesia sin davanti alla tomba che egli aveva indicato. Poi lo obbligò a sollevare la lapide. Sotto vi era nascosta una botola di ferro, ma era chiusa da una serratura arrugginita. Avrebbe avuto bisogno di un piede di porco per forzarla. Valutò anche la possibilità di sparare con la P38, ma l’operazione sarebbe risultata troppo rumorosa per poter essere seriamente presa in considerazione.

“Dove sono le chiavi?”

“Non ne ho idea” disse il dottore scuotendo la testa.

“Non dire cazzate, è la porta del passaggio segreto che porta all’obitorio e tu sei il fottuto dottore, dimmi dove sono le chiavi per aprire o ti pianto il pugnale nella schiena!”

“Sono uno scienziato, non faccio il portinaio” protestò il dottor Sadico.

Investigato iniziò a spazientirsi, aveva già consumato molto tempo prezioso, doveva sbrigarsi se voleva ancora sperare di cavarsela. Il dottore stava deliberatamente cercando di rallentare le sue manovre e si stava rivelando un fastidioso impaccio.

Esaminò la botola con maggiore attenzione. Il telaio era consumato dal tempo, pensò che avrebbe potuto sfondarla con un paio di calci ben assestati. Ma il rumore avrebbe potuto rivelare la sua presenza. Non poteva correre un simile rischio. Gli serviva qualche strumento per fare leva tra gli stipiti senza provocare eccessivo fragore. Si guardò intorno e vide una robusta pala di ferro appoggiata ad un muro, di quelle che si usavano per scavare le tombe giardino. Con quella avrebbe potuto forzare la porta. Ma doveva prima sbarazzarsi del dottore.

Lo costrinse a indietreggiare sino alla cappella più vicina. Poi gli ordinò di entrare.

Quando il dottore realizzò che la porta della cappella era aperta, un’espressione di disappunto gli corrugò il volto barbuto. Quella fu la sua ultima smorfia, sentì una pressione terribile, insopportabile e soffocante avvolgergli la gola. Raccolse le sue ultime forze e cercò di urlare.

Investigato lo stava strangolando, e gli aveva stretto il collo con entrambe le mani fermando il suo grido. Aveva già ucciso in passato, ma era la prima volta che guardava in faccia, così da vicino, gli occhi della sua vittima. Li vide sbarrarsi nell’attimo in cui la scintilla della vita abbandonava il suo corpo, e provò un brivido. Percepì il sopraggiungere della morte, mentre il cadavere del dottore gli si afflosciava tra le braccia emettendo un ultimo disgustoso rantolo.

Era stato un lavoro pulito, quasi perfetto, lo aveva strozzato in pochi minuti. Cercando di non guardare il livido viola che adesso cerchiava il collo di quel corpo senza vita, lo adagiò sul pavimento. La sua coscienza ora aveva una nuova macchia fresca, ed Investigato provò una sensazione di disagio.

Aveva  ammazzato un uomo disarmato a tradimento, senza nessun preavviso, senza che potesse in alcun modo difendersi. Il dottore era certamente una persona spregevole e avrebbe meritato una fine anche peggiore, pensò, ma lui si era comportato in modo disonorevole e questo lo disturbava.

Ma cosa avrebbe potuto fare? Si guardò ancora il piede ferito cercando di assolversi. Non poteva rischiare di nuovo, il dottore avrebbe potuto anche fuggire o cercare di colpirlo, aveva dovuto agire così perché era il modo più sicuro, disse a sé stesso.

Si sentì un po’ meglio, poteva continuare con il suo piano d’azione, ora. Sapeva cosa avrebbe dovuto fare: i dettagli gli erano venuti in mente mentre lo stava uccidendo.

Gli tolse le scarpe e provò a indossarle. Gli calzavano un po’ strette, ma potevano andare. Per sua fortuna il dottore aveva i piedi grandi. Poi si travestì usando il camice bianco, la camicia e persino la cravatta con le insegne del partito.

Alla fine guardò ancore il cadavere.

Erano nemici, se non lo avesse ucciso, lui avrebbe potuto causare la sua morte. Ed era un autentico figlio di puttana, rimuginò, aveva torturato e fatto morire migliaia di innocenti, ora avrebbe solo fatto da cibo per i vermi.

Investigato sbuffò, mentre trascinava il morto dentro la cappella. Diede una rapida occhiata ai loculi dove giacevano le bare di molti illustri personaggi piacentini per un meritato riposo eterno.

Se come immaginava nessuno fosse entrato nel cimitero sino al giorno successivo, prima che potessero trovare il dottore morto e stecchito, lui avrebbe avuto tutto il tempo di compiere la sua missione.

Aveva ancora qualche ora di buio a sua disposizione poi sarebbe sorta l’alba.

Raggiunse nuovamente la botola e usando il pesante badile come leva scassinò la serratura che la serrava. La ferraglia arrugginita crepitò e la porta si aprì.

Il passaggio era buio, cercò di attivare l’interruttore elettrico ma non funzionò.

Costruì allora una fiaccola artigianale con il manico in legno del badile ed alcuni lembi di stoffa ricavati dai pantaloni del dottore assassinato.

Alla luce del fuoco l’ambiente era anche più sinistro di quanto avesse immaginato. Una puzza ripugnante di morte lo investì. Sul pavimento, vicino alle pareti, grossi ratti corsero in tutte le direzioni spaventati dal suo arrivo. L’aria era quasi irrespirabile.

Investigato cercò di avanzare, trattenendo il respiro. Lungo i muri erano disposti numerosi letti di legno sui quali giacevano cadaveri, scheletri e altri resti umani avvolti in sudici sudari.

“Che schifo” mormorò guardandosi attorno in quel luogo spettrale. Una passeggiata nel mondo dei morti gli mancava, considerò incamminandosi.

Attraversò il passaggio segreto il più velocemente possibile, rischiando anche di cadere, inciampando in un femore rotolato da chissà dove, probabilmente spostato da qualche sorcio. Alla fine si trovò davanti ad una porta di legno.

Sperando che non fosse serrata cercò di aprirla. La porta si spalancò e lui uscì da quel corridoio di morte. Poteva tornare a respirare.

Vide le feritoie dalle quali si poteva guardare la luna, le fiaccole accese lungo i muri, le colonne in pietra che sorreggevano il soffitto. Comprese di trovarsi all’interno dell’obitorio, dentro al castello.

Ma non ebbe il tempo di riflettere, né la possibilità di abbandonarsi ai ricordi. Non era solo in quella stanza.

Seduti ad un tavolo due soldati della guardia stavano giocando a carte. Quando lo videro uscire dal passaggio che portava al cimitero rimasero sgomenti: aveva la torcia in mano, il camice bianco, la faccia da pazzo e i capelli sporchi di sangue.

“Che mi venga un colpo” balbettò uno dei soldati, “hanno portato al cimitero un uomo ancora vivo!”

“Come cazzo è possibile” disse l’altro, “lì dentro non entra nessuno da almeno sei giorni.”

“Merda!” esclamò il primo deglutendo, “allora quello è un fottuto fantasma.”

“Oppure uno degli esperimenti del dottor Sadico” aggiunse l’altro. “Ho sentito dire che ha inventato una tecnica per rianimare i morti.”

Investigato sogghignò. Aveva un aspetto selvaggio. Il suo volto sembrava il muso di una fiera feroce poco prima di serrare le sue fauci affamate sulla preda inerme.

“E adesso cosa facciamo?” chiese il soldato più giovane tremando dalla paura.

“Spariamogli alla testa” disse l’altro aprendo la fondina e cercando di estrarre la pistola. Indossava una divisa da caporale.

Investigato doveva impedire che sparassero, gettò la torcia a terra e andò all’attacco armato di pugnale. Il piede ferito faceva ancora male, e si spostava zoppicando. Ma i suoi movimenti erano ugualmente rapidi e riuscì a disarmare la sentinella prima che potesse premere il grilletto. Iniziarono a lottare furiosamente. Investigato era indebolito, e si sosteneva con la forza della disperazione.

“Ammazza questo lurido figlio di puttana” urlò il caporale cercando di bloccare un fendente. Ma il soldato giovane non si mosse, era paralizzato, i suoi occhi luccicavano di paura.

Investigato colpì il caporale e il sangue schizzò fuori dal petto sfregiato. Era una ferita superficiale. Aveva avuto fortuna, ma la prossima volta sarebbe morto, pensò osservando il nemico indietreggiare con la faccia cisposa deformata dal dolore.

Alla vista del sangue il soldato giovane si risvegliò dal torpore, e come spinto da una forza invisibile afferrò il suo pugnale e aggredì Investigato alle spalle.

La lama affondò nelle carni, e lui lanciò un bestiale urlo di dolore.

Si girò barcollando sulle gambe spossate, il pugnale era rimasto conficcato nella spalla e faceva un male infernale. Vide il giovane soldato che portava le mani alla fondina: stava per prendere la sua pistola.

Investigato sentì la testa girare, la stanza intorno a sé si muoveva come una giostra ammattita, e pensò di aver compromesso la possibilità di centrare il suo obbiettivo. Un forte senso di nausea gli stinse lo stomaco, e con la coda dell’occhio scorse il caporale avvicinarsi per dare il colpo di grazia.

“Ora ti spedirò all’inferno, brutto bastardo” urlò prima di iniziare l’ultimo affondo. Investigato udì quelle grida stridule e si spostò di lato giusto in tempo per evitare una coltellata che gli avrebbe reciso il collo.

Doveva reagire, si disse, e mentre il caporale si voltava per tornare all’attacco, riuscì a trafiggergli il ventre con un fendente micidiale. L’uomo colpito a morte stramazzò a terra agonizzante, con il pugnale piantato in pancia.

“Crepa con tutto comodo” gli sibilò, cercando di togliersi la lama che aveva infilzata nella spalla.

Il soldato più giovane, intanto, aveva impugnato la sua pistola ed ora lo teneva sotto tiro.

“Avanti, facciamola finita, premi quel grilletto!” esclamò Investigato in tono di sfida. Si rese conto che il suo piano era fallito, ed era pronto a pagarne le conseguenze.

Il giovane soldato però esitò ancora, pensava che avrebbe dovuto arrestarlo, ma credendo che fosse un morto vivente non sapeva come fare.

Investigato lesse l’incertezza nei suoi occhi e decise di approfittarne. Che coglione, quello stronzetto non ha le palle per sparare, pensò, mentre si sfilava il pugnale dalle carni, emettendo un pietoso lamento di dolore.

Il soldato lo guardò a bocca aperta, non aveva mai visto nulla di simile prima di allora. Un fiotto disgustoso di sangue zampillò dal corpo martoriato dell’agente Investigato.

Quello non ebbe il tempo di sparare, lui gli lanciò il coltello in faccia, e lo trafisse in piena fronte sfondandogli il cranio. Anche la seconda sentinella cadde sul pavimento privata della vita.

Se i due soldati avessero combattuto coordinando i loro attacchi lo avrebbero sopraffatto facilmente. Invece il più giovane era rimasto a lungo immobile, senza prendere alcuna iniziativa. Questo imperdonabile errore gli aveva permesso di eliminarli uno alla volta.

Non era stato sparato un solo colpo. Poteva ancora terminare la sua missione, e lo ripeteva tra sé come un mantra. Dopo aver estratto il pugnale dalla pancia del caporale moribondo, si avviò zoppicando verso il fondo della stanza, dove cominciò a minare le fondamenta del castello con tutto l’esplosivo al plastico che aveva nello zaino.

Appena ebbe finito, accese la miccia e si infilò di gran lena nel passaggio che conduceva sino al camposanto. Quando uscì dalla botola, come in un racconto horror in un cimitero, fu investito da un rombo assordante e una nuvola di polvere, macerie e colori lo avvolse sin quasi a sommergerlo.

A causa dell’esplosione, il castello era crollato collassando su sé stesso, tutte le persone che vi erano all’interno erano certamente morte.

“Quella stronza di mia moglie impara a mettermi le corna” commentò Investigato scrollandosi la polvere di dosso.

Lei era l’amante del maggiordomo del castello, e da quel momento sarebbe rimasta con lui, sotto le macerie, per sempre.

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Femminicidio a Piacenza

La ragazza di campagna

Photo by Renato Abati on Pexels.com

 

Si erano conosciuti sin dall’infanzia Elettra e Italo, e si erano presto innamorati: lei una ragazza di campagna figlia di poveri braccianti agricoli, lui unico figlio di un ricco latifondista contrario a quella sciagurata relazione.

Appena furono entrambi maggiorenni, e senza ancora essere sposati, iniziarono a vivere insieme, il che creò nuovo scandalo e diede al vecchio padre di Italo nuovo dolore. A peggiorar le cose erano poi anche intervenute le nuove idee politiche che Italo era andato maturando negli anni successivi. Idee rivoluzionarie, idee bolsceviche che il ragazzo ribelle si prese il gusto di far conoscere al genitore. Questo ne fu ancor più sconvolto di quanto già non fosse, ormai disperato e quasi rassegnato all’idea di aver perso per sempre il suo unico figlio maschio.

Analoghi scontri Italo dovette sostenere anche con le sorelle Cleofe e Melitina, ben decise a sostener le ragioni del padre, perché anche a loro la contadina ignorante e senza dote non andava per nulla a genio. E non volendola accettare, preferirono a loro volta troncare ogni relazione con il fratello scellerato, che per amore di una villana aveva sacrificato i sacri legami con la propria famiglia.

Elettra dal canto suo, fuggì di casa per raggiungere a Piacenza il suo amato, ed anche la sua scelta non fu indolore. Per quanto i suoi cari fossero segretamente felici di quella risoluzione, e nascostamente gioissero alla prospettiva di veder sottratta la propria figlia ad una sicura vita di miserie come era stata la loro, ufficialmente diedero a vedere tutto il contrario. Si dissero sconcertati e offesi dalla condotta emancipata della figlia, e ovunque dissero male di quello scandaloso contegno, nell’ipocrita tentativo di salvare le apparenze e la propria modesta reputazione, unico conforto in un’esistenza segnata dagli stenti e dalla fatica, entrambi garantiti dalla dura vita nei campi.

Elettra ne fu offesa e a sua volta, di sua iniziativa, non volle più vedere i genitori, rei, a suo giudizio, di non aver compreso la purezza delle sue intenzioni e la sincerità dei suoi sentimenti. La qual cosa avrebbe dovuto di per sé stessa, sempre secondo le valutazioni di Elettra, appianare ogni diverbio e restituire alla giovine ed alla sua famiglia il rispetto e la considerazione che le erano dovuti.

Ma di quei tempi le cose andavano assai diversamente, e fu così che i due innamorati restarono soli ad affrontare la vita, in una città lontana, senza aiuto né consolazione.

Eppure erano riusciti a superare le avversità e a passare oltre ogni impiccio. Italo esercitava una professione ben pagata e con discreto successo, Elettra si occupava della casa, in attesa di essere portata all’altare e di allargare la famiglia con il primogenito del quale erano ancora in cerca.

Elettra era una ragazza di campagna di modesta bellezza, ma molto dolce e premurosa. Il suo volto pareva quello di un angelo, e sotto le lunghe ciglia nere, i suoi occhi buoni mostravano all’esterno il candore del suo animo. Non aveva che una erudizione elementare, ma a dispetto della giovane età era dotata di tutta la saggezza popolare della sua epoca, e come ispirata dalla Provvidenza sapeva anche dispensar consigli e prendere le decisioni giuste, o perlomeno le più convenienti al suo partito. La sua intelligenza era fine, la sua curiosità intellettuale vivace. Leggeva molto, soprattutto le pubblicazioni cattoliche, come il quotidiano Italia. Viveva senza altra ambizione che regolare la sua posizione di concubina e maritarsi con l’amato Italo. Una volta messa su famiglia, sperava di dare al mondo un adeguato numero di figli.

Il matrimonio prima negato dal padre di Italo, era ora rimandato per i capricci del giovane, che per il piacere di dare offesa alla morale e per le strane idee politiche che era andato professando, pensava fosse cosa giusta praticare la convivenza senza matrimonio. Da quando aveva cominciato a nutrire idee contrarie alla Chiesa ed alla fede cristiana, si era pure convinto che bruciare le chiese ed impiccare i preti come Stalin aveva fatto in Russia fosse cosa auspicabile in ogni dove, ed in questo aveva avuto di che discutere con la povera Elettra, che pur cresciuta nella miseria era ancora ferventemente timorata di Dio e delle sue leggi.

Se i due innamorati potevano dunque andare avanti d’amore e d’accordo in ogni campo, soltanto la politica era argomento sul quale correvano ogni volta il rischio di bisticciare. E ciò perché in quella, Elettra aveva individuato l’unico impedimento che le restava da superare per conseguire le sue aspirazioni e vivere felicemente sino in fondo la sua esistenza.

D’altro canto non era tanto audace da sfidare Italo apertamente, e nemmeno era sino ad allora riuscita ad esplicitare in modo franco le sue aspettative, totalmente assorbita dal desiderio di compiacerlo in ogni modo possibile.

E lui a volte la ricambiava, cercando di renderla felice con piccole attenzioni e qualche regalo di poco valore. Ma per Elettra era il pensiero ciò che più contava, e tanto le bastava per dimenticare ogni tristezza e sentirsi bene.

Una bella domenica d’inizio estate, quando la guerra era ancora lontana, Italo portò la sua bella in gita fuori città. La caricò sulla sua bicicletta e pedalando di buona lena lungo la via che costeggiava il fiume Po, in breve tempo raggiunsero una vecchia chiesa sconsacrata nel mezzo delle campagne piacentine, lontani da occhi indiscreti.

Lei era bella, dentro un vestitino di cotone bianco che a stento conteneva le sue grazie, con i capelli sciolti e al vento, ed un fiore infilato dietro l’orecchio.

Pensava che avrebbe passato una bella e romantica giornata in gita con il suo innamorato, ma si sbagliava.

Ad attenderli alla chiesa sconsacrata c’erano i compagni di partito di Italo, brutti ceffi che vivevano in clandestinità perseguitati dal regime fascista.

Erano in quattro e tutti ubriachi già da metà mattina.

Secondo il parere di Elettra i compagni comunisti di Italo si erano dati dei buffi nomignoli, ma a lui erano sempre sembrati dei temibili nomi da battaglia.

Erano giovani uomini, identici a tanti altri che si potevano vedere a lavorare nelle fabbriche o nei campi. Il capo della cellula si faceva chiamare Tempesta ed aveva un temibile serpente a sonagli dalla bocca spalancata e coi denti aguzzi tatuato sul braccio sinistro. Nella mano destra impugnava una pistola Beretta M34. Anche Sandrino che gli stava a fianco era armato allo stesso modo. Faina e Cobra erano armati con fucili da caccia e si erano spostati sui lati del sagrato di modo che Elettra ed Italo fossero quasi circondati: sembravano tutti avere intenzioni ostili.

“Dacci la ragazza” intimò Tempesta, sollevando la M34 contro di loro e chiudendo le labbra in un ghigno malvagio.

“Di che cosa stai parlando? Hai bevuto troppo? Non mi riconosci?” protestò Italo, frapponendosi tra la traiettoria dell’arma puntata contro di loro ed Elettra.

“Non fartelo ripetere una terza volta, consegnaci immediatamente quella nemica del popolo”

“Se questo è uno scherzo sappiate che non è per nulla divertente”

“Non ci lasci altra scelta, ma la cosa non mi stupisce, non ci siamo mai fidati veramente di te, non ci si può fidare dei figli dei padroni, alla fine siete tutti uguali, maledetti ricchi borghesi del cazzo, ma quando scoppierà la rivoluzione vi impiccheremo tutti, uno ad uno.”

Italo comprese che le cose si mettevano male quando vide Tempesta serrare le dita sulla pistola e premere il grilletto.

Tempesta era piuttosto basso, stempiato e con l’aria feroce di chi non ha mai avuto nulla da perdere. Da sopra la cintura strabordava una grossa pancia sudaticcia. Indossava un paio di calzoni di cotone ed una camicia rossa lisa e scolorita.

Italo venne colpito al petto, cadendo all’indietro con un gemito grottesco, e una macchia di sangue gli colorò l’elegante camicia bianca di sartoria.

Elettra iniziò a gridare come una pazza.

“Avanti prendete quella troia fascista” urlò Tempesta, mentre prendeva la mira sulla testa di Italo disteso sul sagrato della chiesa sconsacrata.

“No!! Non lo ammazzare!!” urlò Elettra più forte che le fu possibile.

Il secondo colpo centrò Italo in mezzo alla faccia, e una fontana di sangue, carne maciullata e cervella spruzzarono fuori dal volto sfigurato. La testa senza vita si rovesciò di lato come una bambola di pezza rotta.

“NOOO!!” gridò ancora Elettra mentre Sandrino e Faina erano già su di lei.

Sandrino la colpì al volto con un pugno, Faina la picchiò sulla testa con il calcio del fucile, una mazzata brutale che le lacerò la pelle. Il sangue cominciò a colarle copioso sul volto e sui vestiti.

Poi Sandrino l’afferrò per i capelli e la trascinò verso l’interno della chiesa. Il fiore che teneva infilato dietro l’orecchio cadde sgualcito sul selciato.

Elettra era sconvolta, stordita, il dolore alla testa feroce. Cercò di liberarsi scalciando, tentando di graffiare le nerborute mani di Sandrino.

Colpì Faina con un calcio, e quello di rimando le picchiò la pancia con il fucile. Una percossa ancora più violenta della precedente.

Le urla di Elettra furono soffocate per il lungo momento in cui restò senza fiato.

“Ora devi stare zitta stupida puttana!” ordinò Tempesta.

“Sappiamo che sei una spia dei fascisti, lurida stronza!” grugnì Cobra, sputandole in faccia

“Non è vero, vi state sbagliando” riuscì a singhiozzare Elettra, piangendo per la paura e per la sofferenza.

“Non mentire schifosa! Sappiamo che passi le giornate a baciare le sottane di tutti quei preti fottuti. Quando scoppierà la rivoluzione fucileremo anche loro e delle chiese faremo delle stalle, oppure le daremo alle fiamme” disse Tempesta, slacciandosi i pantaloni di cotone.

“Tenete ferma quella cagna, ora le daremo tutto quello che merita”

Cobra e Faina la sollevarono dal pavimento e la costrinsero a piegarsi sopra lo schienale di una vecchia panca tirandola per le braccia.

Tempesta le strappò il vestito e le mutande, poi iniziò a frustarle la schiena con la cintura dei pantaloni.

Lei ora aveva smesso di urlare, fissava nel vuoto con gli occhi sbarrati, mentre il volto era rigato dalle lacrime e dal sangue.

A turno abusarono di lei, violentandola e picchiandola per ore.

Quando scese la notte, Tempesta la finì strangolandola a mani nude.

Sotterrarono i cadaveri in un bosco poco lontano.

I corpi di Italo ed Elettra non furono mai ritrovati e dopo qualche mese le indagini vennero archiviate. Nessuno fu indagato per omicidio o per femminicidio a Piacenza o altrove.

Nel 1943 Tempesta, Sandrino, Cobra e Faina salirono sulle montagne per aderire alle bande partigiane dei ribelli comunisti.

 

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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