Ballando col demonio

Ballando col demonio

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Susanna era giovane e bella e lavorava come barista in un noioso paesino sperduto sulle colline ricoperte dai vigneti della Val Tidone.

Era un caldo pomeriggio di mezza estate e lei, da dietro il bancone, mesceva vino bianco frizzante a quattro clienti vecchi e miserabili. Bevevano tutti i giorni vino bianco Ortrugo o Malvasia sino a sbronzarsi: non c’era altro da fare in quel paese, a parte ubriacarsi o aspettare la morte.

I giovani erano già andati via quasi tutti da tempo, ed anche Susanna sognava di fuggire un giorno insieme ad un principe affascinante e tenebroso, qualcuno che la portasse lontano da quelle colline, in groppa ad un maestoso destriero dal manto nero come la notte.

Intanto giocava la sua partita a scacchi con la noia scrivendo storie di amori travagliati e leggendo romanzi d’avventura.

“Ue Mario, hai letto? Il Vescovo ha nominato altri tre esorcisti questo mese” disse uno dei clienti del bar mostrando la prima pagina di un quotidiano locale.

“Urca Piero, hai ragione, domenica lo ha detto anche don Michele durante l’omelia: il Diavolo è in mezzo a noi!”

“E sì, guarda, leggi qui, nell’articolo dicono pure che hanno iniziato a stampare e distribuire un vero manuale per riconoscere la presenza del demonio”

“Per la Marianna, e come si chiama questo manuale?” domandò Mario, tracannando il suo bicchiere di Malvasia frizzante.

“Si chiama De Cura Obsessis, roba forte, un manuale per riconoscere la presenza del diavolo. Credo che per farsi un’idea più precisa bisognerebbe leggerlo però” spiegò Piero, con aria turbata, mentre a sua volta svuotava d’un fiato un bicchiere colmo di Ortrugo.

“Lo ha detto anche la Madonna ai veggenti di Mejugorie: Satana vuole toglierci la gioia” aggiunse un terzo vecchietto dallo sguardo cupo e le mani artritiche.

Susanna non credeva più in Dio, aveva perso la fede quando ancora era una ragazzina. E disprezzava quei vecchi senza un futuro, bigotti ed ubriaconi tutto chiesa, vino gutturnio e superstizioni.

Talvolta, per non sentire le loro assurde storie, si rifugiava nelle sue fantasie, oppure attraverso il suo smartphone di ultima generazione si perdeva tra le pagine di un sito di abiti alla moda o di scarpe all’ultimo grido.

In questo modo capitò quel giorno sul negozio virtuale scarpedaurlo.com e vide un paio di meravigliose scarpe da ballo a tacco alto.

Erano magnifiche, di luccicante vernice rossa, a punta e con il tacco stretto e slanciato.

Già si stava immaginando con il suo vestito nero preferito volteggiare sulle piste da ballo con quelle nuove splendide e sfavillanti scarpe rosse come il fuoco.

Non poteva resistere, ed in pochi secondi inserì i dati della sua carta di credito e le comperò. Il sito prometteva consegna in 24 ore soddisfatti o rimborsati.

Era una giornata strana e tetra e faceva un caldo infernale in quel piccolo paese, il più crudele e noioso borgo della valle.

Luca e Marcellino entrarono nel bar. Erano gli ultimi due giovani rimasti.

Luca era uscito da poco di prigione. Era un tipo tozzo e grasso, con braccia bovine e occhi rabbiosi. Sarebbe presto tornato in carcere c’era da scommetterci.

Marcellino aveva la faccia paffuta e l’aria stupida, viveva ancora con sua madre e faceva finta di fare lo scrittore. Da sei anni era innamorato di Susanna ma lei non lo calcolava.

“Facci due calici di Gutturnio frizzante bellezza” disse Luca con voce arrogante ed un subdolo luccichio dentro gli occhi.

“Perché sei tornato in paese?” chiese Susanna sospettosa, versando da bere e guardandolo come se lui fosse un insetto insignificante.

“Sono tornato per te zuccherino” precisò lui, mangiandola con gli occhi.

“Cosa vorresti dire?”

“Sabato andiamo al Vicobarock fest, per festeggiare il ritorno di Luca. Siamo passati per invitarti” spiegò Marcellino, fissando il bicchiere pieno di vino Gutturnio.

Non riusciva a sostenere lo sguardo della ragazza, per timidezza e per paura che lei lo disprezzasse apertamente come aveva appena fatto con il suo amico.

“Puoi portare tua cugina se vuoi” aggiunse Luca, con fare viscido.

Susanna non rispose subito, restò lì a pensarci su per qualche secondo.

I due ragazzi non la interessavano minimamente, e di certo non aveva bisogno di portarsi dietro sua cugina per andare ad una festa. Però al Vicobarock fest ci sarebbe stata la musica e lei avrebbe avuto l’occasione di ballare con le sue nuove scarpe rosse. Certo, Luca probabilmente l’avrebbe infastidita, o peggio ci avrebbe provato apertamente, ma lei sapeva come tenere a bada un ragazzo, anche uno problematico come lui.

“Va bene, verrò. Passate a prendermi a casa, sabato, alle nove”

*

Sabato sera l’area feste di Vicobarone era gremita di giovani, venuti da tutta la provincia per assistere al concerto di 7 grintose rock band impazienti di esibirsi.

La musica veniva sparata dalle casse al massimo volume, mentre dalle cucine uscivano pisarei, tortelli, braciole, salamelle e fiumi di vino gutturnio.

Girava anche parecchia droga e la pista da ballo era affollata di ragazzi e ragazze che saltellavano come impazziti, sospinti e trascinati da una musica infernale.

Susanna passò tutta la sera ballando senza mai stancarsi, nel suo bel vestito nero e con ai piedi le sfolgoranti scarpe di vernice rosso fuoco. Luca e Marcellino si davano da fare con il Gutturnio.

A mezzanotte iniziò l’esibizione del gruppo più famoso: i Bambini di Aleister così chiamati in onore dell’occultista inglese Aleister Crowley, padre del satanismo moderno.

La loro esibizione durò circa trenta minuti: eseguirono le cover dei Led Zeppelin, dei Mercyful Fate, dei Deicide e di altre rock band dell’heavy metal più estremo e cattivo.

Conclusero con un pezzo inedito scritto di loro pugno, una specie di incomprensibile e disgustoso inno al demonio. Una sorta di rituale durante il quale si diffuse tutt’attorno un intenso, penetrante, ripugnante odore di zolfo.

L’osceno spettacolo si concluse infine con il lancio sul pubblico, per mezzo di un aspersorio di forma caprina, di una rivoltante e sinistra poltiglia corvina.

A notte fonda i tre ragazzi stavano tornando a casa. Erano a bordo della vecchia Fiat Panda di Luca, ma stava guidando Marcellino. Luca era senza patente, gli era stata ritirata per guida in stato di ebrezza.

“I Bambini di Aleister sono mitici” commentò Marcellino ancora un po’ stordito dalla musica assordante del concerto.

“Si dice che abbiano venduto l’anima al diavolo, come Katy Perry” disse Luca biascicando: era completamente sbronzo.

“Io penso sia solo una trovata pubblicitaria nel casso della Perry” obiettò Marcellino.

Susanna non parlava, era seduta davanti ed occupata a schivare le attenzioni di Luca, che dai sedili posteriori allungava le mani appiccicose cercando di toccarle i capelli, il collo o le spalle.

“Si dice che anche Lady Gaga, Maddonna e Britney Spears siano scese a patti con il maligno” aggiunse Luca.

“Per me sono tutte fregnacce”

“Se sapessi come fare, venderei anche io la mia anima fottuta, ammesso che ne abbia una, in cambio di soldi e successo”

“Comunque questa cosa di vendere l’anima io non la capisco. Ammesso che esista veramente, il diavolo cosa se ne farebbe mai di un’anima come la nostra?” concluse Marcellino ridendo in modo stupido.

“Metti giù le mani” gridò Susanna con voce irritata. I tentativi di Luca si erano fatti arditi.

“Non fare la preziosa zuccherino, ho visto come dimenavi il culo mentre ballavi, adesso devi far divertire un po’ anche noi”

“Vai a farti fottere, stronzo!”

Marcellino fermò l’auto. Erano arrivati a casa di Susanna. Lei non perse tempo e scese subito dall’auto per sottrarsi alle fastidiose mani di Luca.

Lui la seguì sin sotto casa, anche se con passo incerto a causa dell’ubriachezza, poi la prese per un braccio e cercò di baciarla: la sua bocca era piena di denti marci rovinati dal fumo e dalle carie.

“Lasciami in pace bastardo” gridò Susanna con voce isterica, poi lo spinse via con tutta la forza che aveva in corpo.

Luca cadde a terra. Era furioso adesso, ma troppo ubriaco per riuscire ad alzarsi.

Susanna si avvicinò e gli sparò un tremendo calcio tra le costole.

“Ahhhh puttana maledetta” ringhiò Luca, portandosi le mani sul fianco dilaniato dal dolore.

“Così impari, coglione!”

Marcellino si avvicinò allora timoroso all’amico ancora in terra cercando di soccorrerlo.

Susanna lo guardò con disprezzo, poi cercò le chiavi di casa nella borsetta e si diresse alla porta.

“Ferma quella troia prima che si chiuda dentro” ordinò Luca.

Marcellino esitò, non poteva obbedire, amava Susanna e non avrebbe mai potuto farle del male.

Quando Luca vide chiudersi la porta senza che Marcellino avesse fatto nulla per impedire alla ragazza di andarsene, riversò la propria frustrazione sull’amico.

“Ora ti insegno io come ci si comporta, frocetto” disse riuscendo finalmente ad alzarsi. Poi cominciò a tirargli pugni spaventosi.

Una, due, tre castagne ben assestate sulla faccia, nello stomaco, sulla nuca.

Marcellino rovinò a terra con la faccia insanguinata ed il naso rotto.

Luca salì in macchina e andò via sgommando stravolto dalla rabbia e dai fumi dell’alcool, lasciando Marcellino sanguinante nella polvere, sopra lo zerbino, davanti alla casa di Susanna.

Lei aveva assistito al barbaro pestaggio guardando dalla finestra. Si sentiva un po’ in colpa e Marcellino le faceva compassione. Decise di aiutarlo.

“Dai, alzati, vieni in casa da me, devi medicare queste ferite”

“No, non posso. E’ notte fonda, io credo che dovrei andare a casa mia adesso, non voglio darti disturbo”

“Non dire cazzate. Sei ferito. Andrai a casa domani. Adesso entriamo, voglio medicarti”

La casa di Susanna era modesta ma decorosa e pulita. Marcellino si sistemò in soggiorno, sul divano.

Dopo avergli disinfettato le ferite sul volto lei gli diede anche una bottiglia di Gutturnio Superiore.

“Sei molto gentile” disse Marcellino con gli occhi dilatati dalla gratitudine.

“Merda!” disse lei.

“Mha, non, non capisco. Perché mi insulti adesso?”

“Non dico a te, scemo. Sto imprecando perché mi si sono sporcate le scarpe nuove” spiegò Susanna, mentre con uno straccio cercava di togliere delle strane macchie nere dalle magnifiche scarpe rosse col tacco.

“Che schifo, questa roba puzza, e non riesco a toglierla, ora però sono stanca. Ci riproverò domani. Vado a dormire. Ciao”

“Non mi dai il bacio della buonanotte?” osò chiedere Marcellino, dopo aver dato una copiosa ingollata dalla bottiglia di Gutturnio, così per darsi coraggio.

“Nemmeno nei tuoi sogni” disse lei, acida, chiudendosi in camera da letto.

Era una notte cupa e tenebrosa ed una enorme luna piena color sangue galleggiava nel fosco cielo sopra la valle.

Susanna fu svegliata di soprassalto da orrendi rumori che provenivano dal soggiorno. Sembravano il fragore della carne lacerata dai morsi di una belva feroce.

“Marcellino, ma che cazzo stai facendo? vorrei dormire qualche ora se non ti dispiace!” urlò Susanna.

Marcellino non rispose. Dal soggiorno arrivarono altri sinistri suoni inquietanti, come di ossa spezzate.

Susanna si alzò allora dal letto e si diresse verso il soggiorno: indossava solo una vestaglia semitrasparente e delle mutandine di cotone bianco.

Quando aprì la porta fu investita da un insopportabile tanfo di morte, come di qualcosa di marcio, putrido e in decomposizione.

Una pallida e macabra luce proiettata dalla luna illuminava il soggiorno, dove il corpo di Marcellino giaceva riverso al centro della stanza.

La faccia era orribilmente mutilata, in parte già ridotta alle sole ossa del teschio, senza più un occhio, con buona parte della carne strappata dal cranio.

Susanna lanciò un urlo folle e disperato quando vide che le rosse scarpe da ballo la stavano osservando.

Su entrambe si erano aperti mostruosi occhi gialli da serpente, e sogghignanti bocche malvagie grondanti sangue, con raccapriccianti denti seghettati dai quali penzolavano brandelli di carne umana masticata.

Susanna era paralizzata dalla paura. Capiva che avrebbe dovuto fuggire, ma le gambe le si erano fatte pesanti come sacchi di cemento e non riusciva a muoverle.

Le scarpe indemoniate iniziarono a strisciare verso di lei, ringhiando e digrignando le abominevoli fauci.

La temperatura nella stanza si era improvvisamente abbassata ed un gelido vento soffiava tra gli stipiti della porta e gli infissi delle finestre.

“Via, via, andate via maledette!” gridò Susanna ormai in preda al panico.

Un agghiacciante suono terrificante, come una specie di diabolica risata, uscì dalle scarpe che erano quasi arrivate ai piedi della ragazza.

Lei iniziò a piangere ed ad urlare ancora più forte.

Poi, quando ormai avrebbero potuto facilmente azzannare le belle caviglie bianche della giovane, le mostruose calzature del demonio si ritrassero come sospinte da una forza superiore ed insuperabile.

Susanna le vide allora spiccare un balzo, sfondare la finestra, e volare via nella notte lunare in direzione della foresta.

Marcellino riposava cadavere nel soggiorno con la testa mezza divorata.

Susanna si lasciò cadere sgomenta sulle ginocchia. Alle sue spalle, appesa alla parete, una Madonna con bambino sorrideva materna da dentro un vecchio dipinto ad olio, regalo di una zia suora.

E fu così che Susanna ritrovò la fede.

Dopo aver passato ingiustamente 23 anni in carcere, condannata per l’omicidio di Marcellino, prese i voti e si ritirò in un convento di clausura.

Era serena, e felice: aveva finalmente trovato la sua dimensione spirituale.

Qualche volta però le capitava ancora, quando in cielo c’era la luna piena, di svegliarsi nel cuore della notte.

Un cattivo odore, come di tomba profanata, si diffondeva allora nell’aria e Susanna, guardando fuori dalla finestra della sua cella, poteva scorgere luminosi occhi gialli di serpente volteggiare nell’oscurità, e ombre di scarpe di vernice rossa allungarsi tetre sopra di lei.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Vietata la riproduzione, Copyright ©2017 racconti-brevi.com

Giochi Perversi

Giochi perversi

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Un crudele dominatore iscrive i suoi schiavi a dei giochi molto particolari, organizzati nel castello piacentino di Lady Circe, una Padrona misteriosa ed esigente…(Pubblicato su Wattpad.com).

Per leggere il racconto clicca qui

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Piacenza esoterica

L'orefice ed i bicchieri

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Nel pomeriggio del 22 giugno 1940, il professor Egidio Bardazzi partì alla volta della Primogenita per tenere una conferenza sulla Piacenza esoterica.

Prima di quella trasferta, Bardazzi si era recato più volte al Gatto Nero, la sua locanda preferita. Con la bella stagione gli abiti indossati dalla graziosa figlia dell’oste erano divenuti più leggeri. Le gonne un po’ più corte terminavano poco sopra le ginocchia e lasciavano scoperte e ben in vista le caviglie. Al professore piacevano le caviglie fini e sottili, pensava che una bella caviglia fosse importante almeno quanto delle belle gambe. Le gambe piacevano di più, come recitava il ritornello della canzone del 1938 cantata dal tenore Enzo Aita e dal Trio Lescano, ma era anche vero che in fatto di donne il professore aveva i suoi gusti particolari.

E per la giovanissima Marianna nutriva una passione inconfessata ed inconfessabile. Riteneva che fosse la ragazza più bella del suo quartiere, e non era sicuro se tutte le volte che gli era sembrata anche la più bella del mondo glielo avesse detto o lo avesse solo pensato. Poiché questo succedeva in genere dopo il terzo fiasco di vino, tutto era possibile. Il fatto che l’oste non lo avesse ancora picchiato, gli faceva però sospettare che sino ad allora si fosse attenuto ai soli pensieri. Eppure lui era certo che la fanciulla conoscesse il suo segreto. Sapeva come far capire ad una donna il suo desiderio con un solo sguardo. Ricordava di aver visto Marianna arrossire almeno un paio di volte dopo aver incrociato uno di quei suoi sguardi, e questo per il momento gli bastava. In futuro avrebbe trovato il coraggio di farsi avanti e di sedurla, ma a quell’altezza di tempo era distratto da altri pensieri e si accontentava di fantasticare attorno alle sensuali caviglie della giovane.

L’appuntamento con Metrofane Prassede, il filantropo che aveva organizzato il convegno sulla Piacenza esoterica a cui il professore doveva partecipare come uno dei relatori più importanti, era stato fissato per la sera, in una fiaschetteria vicina al centro della città, dietro la cattedrale.

Bardazzi arrivò a destinazione dopo un bagno di caldo. L’estate era appena iniziata e la pianura padana era già coperta da una cappa di umidità e arsura. Il cielo era terso e non si muoveva una foglia, tutto era fermo, come fosse stato fissato in una fotografia.

Il professore fu accolto dal proprietario della fiaschetteria verso l’orario di chiusura. Era un vecchietto simpatico, con le labbra permanentemente stirate in una smorfia beffarda, lunghi capelli bianchi e due occhietti furbi, oppure folli, o forse entrambe le cose.

Il vecchietto li condusse nel retrobottega dove era stato ricavato un cucinotto.

Il signor Prassede era in piedi dietro ad un tavolo e stava disossando un grosso prosciutto. Il suo volto paffuto era coperto da un paio di baffetti neri, gli occhi erano svegli, uno più grande dell’altro, ed erano di colori diversi: verde-grigio quello piccolo, color ambra quello più grande. Le sue dita erano piccole, ma le muoveva con perizia. Di mestiere faceva l’orafo, e sapeva bene dove mettere le mani.

“Mi sembra che non sia ancora abbastanza stagionato” disse il vecchietto in dialetto, toccando il prosciutto e guardando Prassede con quel ghigno da schiaffi stampato in faccia.

“Prova un poco a ficcartelo nel culo, e vediamo se non è abbastanza duro” gli rispose l’orefice, mentre affettava la coscia del maiale adagiata sul tagliere.

Alla sua destra sedeva un omone con una gamba di legno, i capelli grigi, la fronte larga, le labbra fini e il naso carnoso. Alla sua sinistra due ragazzotti piegati dal ridere sotto al tavolo con le lacrime agli occhi. Davanti a Prassede era seduto l’avvocato Segugio, l’altro principale relatore del convegno sulla Piacenza esoterica.

Sembrava che nessuno avesse fatto caso all’arrivo del professore.

Il vecchietto con la sua espressione scanzonata, tirò fuori da una dispensa incassata nel muro alcuni grossi bottiglioni di vino, ed iniziò ad offrire da bere a tutti.

Bardazzi fu naturalmente lieto di accettare, senza nemmeno informarsi circa la provenienza del vino rosso che il vecchietto stava già mescendo con letizia.

Si limitò ad osservare incuriosito l’orafo ed i suoi amici. Il passato di qualunque persona era in fondo un mistero. Un mistero che poteva essere svelato e compreso solo dai diretti interessati, e a volte nemmeno da loro.

“Credo sia opportuno fare le presentazioni” disse il signor Prassede, mentre il vecchietto era ancora intento a versare da bere ai due giovanotti.

Dopo i convenevoli Bardazzi si guardò attorno pigramente. Osservò le facce di Prassede e dei suoi amici e gli sembrarono tutti esseri insignificanti. L’uomo con la gamba di legno era un operaio in pensione, i ragazzi due studenti universitari. Sapeva già che i discorsi che avrebbero fatto quella sera sarebbero stati una montagna di banalità senza importanza. Del resto era del tutto logico e abituale, la gente parlava tanto per parlare, raccontando cose della propria vita che alla maggior parte delle altre persone non potevano in alcun modo interessare.

Si consolò con il vino. Non faceva a tempo a vuotare il bicchiere che subito il vecchietto lo riempiva di nuovo. Era quella l’unica nota positiva di una serata che si prospettava di una noia mortale.

Pensò ai relatori del convegno sulla Piacenza esoterica che avrebbe incontrato il giorno dopo.

Il suo principale rivale era proprio l’avvocato Segugio, un arrogante fascista della prima ora. Non ne aveva alcuna stima, ed appariva ai suoi occhi come un logorroico funzionario del partito e non certo un vero investigatore dell’occulto. Non si faceva mai domande astute, non faceva collegamenti sagaci, non aveva lo sguardo penetrante che teoricamente dovrebbe avere qualcuno che si dedica a scoprire le verità nascoste, esplorando un mondo fatto di simbolismi, allegorie e messaggi cifrati. Aveva metodo forse, aveva studiato i manuali più diffusi probabilmente, ma era privo di qualsiasi originalità e si comportava come un grigio e paludato burocrate.

Fuori dal negozio i raggi del sole sembravano ramati, come se a quell’ora della sera la luce si facesse più densa, sino a fondersi con l’orizzonte.

Nella cantina del negozio erano nascosti due terroristi, due militanti del partito comunista clandestino. Stavano armeggiando con dell’esplosivo che intendevano utilizzare per un attentato dinamitardo. Volevano assassinare l’avvocato Segugio.

Per non rischiare di addormentarsi, Bardazzi cercò di portare la conversazione, sino a quel momento concentrata sulla provenienza e stagionatura del prosciutto, su questioni a lui più congeniali.

“Ho saputo del furto avvenuto alla biblioteca comunale la settimana scorsa. Dei balordi hanno minacciato di morte la bibliotecaria per farsi consegnare uno dei volumi del libro di Madame Blavatsky, La dottrina segreta” disse il professore rivolgendosi a Prassede, “non è un testo prezioso, per quale ragione pensate lo abbiano voluto rubare?”

“Dire che è senza valore non sarebbe del tutto esatto” obiettò Prassede, “Ad un collezionista potrebbe interessare un’opera destinata al successo dopo la morte dell’autrice, e che nella prima edizione fu stampata in una tiratura limitata” precisò, continuando a distribuire fette di prosciutto. Andava avanti a tagliare, e le sue mani sempre svelte erano instancabili. Bardazzi notò che la destra era ricoperta dalla psoriasi, e dal quel momento iniziò a rifiutare l’appetitoso salume così generosamente offerto.

Gli occhi dei due giovanotti brillavano ogni volta che l’orefice riempiva loro il piatto o il vecchietto rabboccava i bicchieri. In breve tempo si erano già portati in avanzato stato di ebbrezza.

L’uomo dalla gamba di legno reggeva bene il vino, ma da quando erano arrivati l’avvocato Segugio ed il professor Bardazzi non aveva detto una sola parola. Si guardava attorno guardingo e silenziosamente osservava la caciara messa in piedi dal vecchietto.

Questo aveva iniziato a raccontare aneddoti sulle sue trasferte presso i più famosi bordelli di Milano, senza mai smettere di versare vino al professore ed ai ragazzi.

“Io dico che il bordello migliore che abbia mai visto è il Disciplini di Milano, con i suoi specchi e l’atmosfera principesca. Ci si trovano di quelle slandrone da far rizzare persino i capelli, immaginatevi il resto.”

Bardazzi annuì. Il Disciplini era il suo postribolo preferito, il più lussuoso della città, dove una “semplice” costava 20 lire, quanto la paga da due giornate di un bracciante agricolo. Per il professore i casini non erano soltanto dei luoghi di piacere, per lui erano come una seconda casa, posti dove si sentiva a suo agio, dove poteva riflettere e rilassarsi. Si fumava un sigaro e poteva, con la complicità delle maitresses più generose, flanellare per ore, chiacchierando con altri clienti e guardando le ragazze alternarsi nelle “passate”. Alla fine saliva in camera, sempre e solo poco prima della chiusura, quando le ragazze erano più stanche e il suo desiderio più grande.

“Le donne son buone e son brave, ma se arrivano a prenderti la mano son dolori” disse all’improvviso l’uomo con la gamba di legno.

“Ma quale mano!” esclamò il vecchietto, “quelle là ti prendono ben altro” disse.

“E senza troppo parlare!” intervenne il signor Prassede ammiccando con gli occhi strambi.

“Una volta portai una mia amica nel fienile della cascina dove abitava” cominciò allora a raccontare l’uomo con la gamba di legno.

“Era bella, io la desideravo, e poiché non sapevo cosa dirle, le intimai: ‘Tira giù le mutande che ti devo parlare!’ e lo dissi con fermezza, senza esitazioni.”

“E lei cosa ha fatto? Ti ha dato uno schiaffo?” domandò uno dei ragazzotti, buttando giù un’altra copiosa sorsata di vino.

“No, mi ha ubbidito, e l’ho posseduta sulla paglia.”

Gamba di legno aveva la faccia tragica e gli occhi scaltri, non era diverso dagli abituali clienti del Gatto Nero, dove Bardazzi passava molte ore felici ad ubriacarsi, parlando poco ed ascoltando pochissimo, senza sforzarsi di farlo neanche quando era abbastanza lucido da poterci riuscire. Per quanto si sentisse attratto dalle persone umili, giudicava inutile tutto ciò che avevano da dire. Lo annoiavano tutte quelle considerazioni marginali, di quelle che stanno nella seconda o terza fila tra le cose importanti della vita.

Segugio guardò fuori dalla finestra e posò gli occhi sulla luna. Si era fatto buio, e per lui la notte si annunciava lunga e pericolosa.

Nello scantinato i ribelli comunisti avevano terminato il lavoro azionando il timer della bomba. Sarebbe esplosa alle 22:00 in punto. Si scambiarono spietate occhiate di complicità. Erano brutti, privi di scrupoli, e puzzavano di sudore, delinquenza e crudeltà.

L’esplosione avrebbe potuto uccidere molte persone innocenti, in alcun modo compromesse col regime che essi volevano rovesciare. Ma di tutto questo non si preoccupavano minimamente. Erano pronti a sacrificare molte vite sull’altare della rivoluzione, inclusa la loro.

Silenziosamente si allontanarono dalla cantina della fiaschetteria senza essere visti, così come nello stesso modo erano arrivati.

“Sospettate che i balordi che hanno sottratto il libro siano dunque esperti bibliofili?” chiese Bardazzi incuriosito.

“Non direi” rispose l’orefice aggrottando la fronte, “nella biblioteca ci sono volumi assai più preziosi, ma sono stati del tutto ignorati. Se si tratta di ladri in cerca di lucro, non si può certo dire che siano degli esperti.”

“Vi siete fatto un’idea del perché qualcuno abbia voluto rubare proprio quel libro e soltanto quello?” insistette Bardazzi, mentre con la lingua cercava di rimuovere del grasso rimasto incastrato tra i denti.

Prassede si lisciò i baffetti due volte, chiudendo gli occhi come a ricercare una più profonda concentrazione, come se stesse rovistando tra i meandri della sua memoria, in cerca di una risposta risolutiva.

“Si tratta pur sempre di un libro interessante” esordì dopo aver riordinato le idee, “e le teorie in esso riportate godono tuttora di un certo seguito. In molti tra i seguaci del movimento teosofico fondato dalla signora le ritengono del tutto attendibili, per quanto possano apparire stravaganti.”

“In effetti presentano analogie con la cosmogonia esiodea” concesse Bardazzi vuotando un altro bicchiere.

“Vedo che Vi piace questa delicata ambrosia piacentina” disse il vecchietto compiaciuto, versando altro vino nel calice del professore.

L’uomo con la gamba di legno era perplesso. Ignorava cosa fosse la cosmogonia esiodea e non riusciva a comprendere di che cosa stessero parlando. Il suo sguardo vagò per la stanza sino a posarsi su di un grosso orologio a pendolo appeso alla parete: erano le 21:55.

“La tesi di fondo della Blavatsky” iniziò a spiegare l’orefice, “si basa sull’esistenza di un etere psichico chiamato Akasa, di cui l’intero universo sarebbe permeato. Su questo Akasa rimangono registrati gli eventi del passato e alcune persone dotate di poteri particolari sono in grado di leggere queste registrazioni. Grazie a veggenti in contatto con misteriosi istruttori occulti, viene così ricostruita una storia dell’umanità che potremmo definire non convenzionale.”

Il signor Prassede si interruppe, per osservare le reazioni del suo uditorio. I due giovani ormai ubriachi fissavano nel vuoto immersi in uno stato di profondo sopore. Gamba di legno ascoltava tediato la dotta relazione. Il vecchietto guardava Prassede di sottecchi, nella sua vita semplice e spensierata aveva imparato a diffidare delle trappole insite nell’erudizione. Preferiva vivere da ignorante, inconsapevole di tutto quanto lo circondava e che avrebbe potuto rovinargli la vita. Se avesse sperimentato l’ansia per il futuro che il conoscere certe cose comportava, la sua vita sarebbe stata irrimediabilmente diversa. Così aprì un po’ di più gli occhi, lasciando intravedere il languore della vecchiaia, e versò del vino nel suo bicchiere, sino all’orlo.

Bardazzi in quel momento ascoltava interessato, conosceva già le tesi di Madam Blavatsky, ma gli piaceva come l’orefice le stava esponendo. Un tempo avrebbe anche pensato che si potesse trarre qualche insegnamento dalla saggezza altrui, ma dopo tanti anni aveva maturato la convinzione che ciò che si chiama esperienza, altro non sia che un fardello di pregiudizi, illusioni e false idee.

L’avvocato Segugio guardava tutti con occhi socchiusi e la faccia concentrata, si accomodò a gambe aperte su una sedia squadrata appoggiando le braccia sullo schienale, con l’aria di stare comodo.

“La prego signor Prassede, continui la sua esposizione” disse allora fingendo attenzione, senza però riuscire a simularla in modo convincente.

L’orefice non se ne accorse, o perlomeno non diede l’idea che la cosa lo riguardasse in qualche modo, e riprese a raccontare.

“L’umanità avrebbe avuto origini aliene, e sarebbe il frutto di esperimenti compiuti da esseri extraterrestri, che crearono diverse razze, collocandole in diverse parti del mondo: il nord dell’Asia, su di un continente ora scomparso, ma un tempo ubicato nell’oceano Indiano e chiamato Mu o Lemuria, ad Atlantide, sino a creare infine la quinta razza, quella attuale.”

“Una cosmogonia non convenzionale come dite Voi” commentò Bardazzi lanciando uno sguardo diretto contemporaneamente in molti posti, “eppure hanno avuto un seguito ed un altro membro della società teosofica, Scott Elliot, pubblicò altri due libri: La storia di Atlantide, nel 1895 e La perduta Lemuria, nel 1904″

“Molto pertinente” disse Segugio annuendo, “e nel testo del 1895 Elliot afferma che i potenti maghi di Atlantide, utilizzando i loro poteri a fini malefici, ruppero il legame con “gli istruttori occulti” e, trasformando la positiva magia bianca in una negativa magia nera, sconvolsero l’equilibrio naturale della terra, provocando grandi cataclismi.”

“Anche la Blavatsky scrive di uno scontro tra i maghi malefici di Atlantide, e quelli più saggi e buoni di una città chiamata Sham bha lah” aggiunse il professore con la voce impostata.

La barba corta con il pizzetto ed il tono serio, gli conferivano una certa credibilità, e anche l’orefice sembrava sensibile al suo charme. Da quando era stato invitato come relatore al convegno sulla Piacenza esoterica poi, Bardazzi sentiva di essere diventato più imperscrutabile ed interessante. Certamente non avrebbe esitato a sfruttare il suo nuovo fascino per irretire qualche signora sposata, oppure si sarebbe dedicato alla giovane Marianna, piena di vita e di salute, o forse avrebbe cercato di fare entrambe le cose.

Mancava un minuto alle ore 22:00.

“Direi di metter mano a quella botticella di vin santo che è arrivata giusto giusto al punto suo, e lo potremmo degustare nei miei bicchieri” propose allora l’orefice.

L’uomo con la gamba di legno afferrò un bauletto di legno appoggiato sul pavimento e lo depose sul tavolo, dopo aver creato un po’ di spazio spostando il tagliere ed il coltellaccio. Il prosciutto era finito.

Il vecchietto tornò a rovistare nel suo personalissimo tabernacolo, e vi tirò fuori un bottiglione di vetro bianco. Al suo interno brillava un nettare di colore intenso e dorato, e appena lo ebbe stappato una polposa fragranza si sprigionò nella stanza.

L’uomo con la gamba di legno sorrise, pregustando il piacere che quel vino gli avrebbe dato. Aprì il bauletto ed iniziò a tirare fuori dei preziosi calici a tulipano di cristallo blu, finemente lavorati con bassorilievi in oro bianco a tema bucolico.

“Sono proprio brutti” sentenziò il vecchietto, indicando i bicchieri dell’orefice con il dito alzato, reso esageratamente lungo dalla magrezza.

“Gli ho comprati a Parigi apposta, testa di cazzo!” replicò piccato il signor Prassede, mentre i suoi bicchieri scintillavano sotto la luce del lampadario.

Le lancette sul timer della bomba correvano inesorabili, ora mancavano dieci secondi all’esplosione.

Il vecchietto versò nei calici il pregiato e profumato vin santo.

Segugio guardò fuori dalla finestra chiusa, attraverso la quale filtrava la notte. Sospirò rassegnato a passare la serata con quella strana compagnia. Era sicuro che non sarebbe servito a nulla, ma certe volte era necessario espletare tediose formalità, prima di arrivare al cuore delle questioni. Per lui quella era ormai solo una formalità, certamente inconsueta, ma a cui non poteva sottrarsi. Accettò di bere il vin santo sperando che potesse aiutarlo a far passare il tempo più velocemente.

L’orefice portò il calice alla bocca, sorseggiando il delizioso vin santo.

In quel momento entrò nel cucinotto una ragazzina con i capelli biondi a caschetto e l’aria sbarazzina. Indossava solamente una lunga camicia di cotone e le mutandine bianche. Era la nipote del vecchietto, non aveva ancora compiuto i suoi primi quattordici anni e nell’innocenza della sua età non provava alcun imbarazzo ad indossare abiti così discinti. Attraversò ancheggiando il piccolo cucinotto per rovistare nella dispensa del nonno. Abitava al piano di sopra, e salutò distrattamente gli ospiti, quasi ignorando la loro presenza.

La sua apparizione suscitò al contrario forti emozioni. I due ragazzotti, di poco più grandi, la guardarono rapiti, con la vista appannata dall’alcol e un sorriso vacuo stampato sulla faccia. Erano sbronzi, ma il culetto delizioso della giovinetta era roba da concorso di bellezza. Sodo e fresco, come un frutto maturo pronto da gustare, aveva risvegliato tutte e cinque i loro sensi.

“Vieni da me Fiorella” disse il vecchietto afferrando la nipote per un braccio, “vi presento colei che mi chiuderà gli occhi.”

“Nonno! Non dire queste cose, lo sai che non mi piacciono” protestò l’adolescente, senza offrire resistenza e lasciandosi abbracciare.

“Un brindisi alla nipote dell’oste” biascicò uno dei giovani barcollando pericolosamente sulla sedia.

“Un brindisi alla mia bambina” disse il vecchietto allungando la mano sui quei glutei perfetti.

Anche il professore lo aveva notato, la ragazzina era innocente e priva di malizia, ma sapeva già dimenare il fondoschiena come una navigata donna di mondo.

Certe cose dovevano essere innate, stabilì Bardazzi, guardando il vecchietto che le pizzicava affettuosamente il culetto, come se lei fosse ancora una bambina. Fu in quel momento che il professore comprese di sentirsi attratto da lei. Aveva bevuto troppo. Non era possibile che quella mezza donnina brufolosa potesse suscitargli certe reazioni. Si accese la pipa e cercò di distogliere lo sguardo dal corpo acerbo e conturbante di Fiorella, sforzandosi di allontanare i pensieri peccaminosi che la giovinetta gli stava già suscitando. Guardò i cinque bottiglioni vuoti ordinatamente collocati sul pavimento uno in fila all’altro. Ne aveva bevuti, lui solo, almeno tre, poi il vin santo. Il vino piacentino del vecchietto era sincero, ma traditore. Bicchiere dopo bicchiere lo aveva buttato giù senza preoccuparsi, ed ora si trovava ad un sorso da quella condizione ebbra nella quale non sarebbe stato più padrone di sé.

Le campane del duomo di Piacenza iniziarono a suonare, erano le ore 22:00 di quel caldo 22 giugno 1940.

Gamba di legno si era mezzo appisolato sulla sedia, mentre i due giovanotti fissavano con aria inebetita le mutandine bianche di Fiorella, che dopo aver sorseggiato un po’ di vin santo dal bicchiere del nonno, aveva cominciato a ridere e cantare.

Prassede sembrava soltanto interessato a recuperare i suoi calici di cristallo blu finemente lavorati e comperati a Parigi. Si domandò, fissando meditabondo uno dei suoi preziosi bicchieri, se anche nell’antichità le civiltà del passato avessero saputo creare manufatti di analoga bellezza. Immaginò che qualcosa di simile fosse anche esistito, ma nulla di ciò che era stato creato in precedenza o che lo sarebbe stato nel futuro, poteva gareggiare in splendore con i suoi calici. Quando ebbe terminato di riporli nel bauletto provò un’intensa soddisfazione. Li avrebbe lavati uno ad uno, prendendosi cura di loro, come fossero vivi, come fossero la cosa più importante che aveva al mondo. Nessuno gli avrebbe mai sottratto i calici di cristallo. A costo della vita li avrebbe sempre protetti con ogni mezzo.

La deflagrazione fu terrificante.

Si udì una sorda esplosione sotterranea, simile ad un terremoto. Le finestre della cantina esplosero verso l’esterno. Ci fu una serie di schianti. Le fiamme si sprigionarono dal seminterrato. Il pavimento della fiaschetteria scoppiò: mattoni, piastrelle, legno volarono in aria. Il professore e tutti gli altri dentro al cucinotto vennero scaraventati a terra ed inghiottiti dalle viscere dell’edificio. Alcuni presero fuoco, altri furono travolti da una pioggia di schegge, pietre e mattoni.

I calici di cristallo dell’orefice andarono distrutti.

Non ci furono superstiti.

Il corpo della piccola Fiorella fu ritrovato semicarbonizzato con le mutandine bruciacchiate ed annerite dalle fiamme.

L’ultimo pensiero del professor Egidio Bardazzi fu per le gambe della bella Marianna, la giovane locandiera del Gatto Nero.

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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La cugina minorenne

Cugina minorenne

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Jock si svegliò con la certezza che fosse un giorno speciale, ma non riuscì subito a capire il perché. Poi ricordò: stava per lasciare la città.

Non sarebbe arrivato lontano se avesse avuto l’aspetto dello spietato assassino criminale figlio di puttana in fuga: per prima cosa doveva darsi una ripulita.

Accese la caldaia sgangherata, poi andò in bagno ed aprì il rubinetto dell’acqua calda che iniziò a cadere lentamente nella vecchia vasca incrostata. La piccola stanza si riempì di vapore.

Andò in cucina e colmò un calice con del vino rosso italiano che non conosceva, non lo aveva mai sentito nominare: era un Gutturnio Superiore vendemmia 2010. Lo tracannò con un paio di copiose sorsate, poi appoggiò il bicchiere vuoto sul tavolo, si spogliò e tornò in bagno scorreggiando.

Si lasciò cadere nella tinozza e con una grossa saponetta ed una spazzola rigida iniziò a lavarsi.

Provava una sensazione piacevole. Era l’ultima volta che si toglieva dalla pelle sangue rappreso e brandelli di carne morta di qualche bastardo ammazzato a sangue freddo: non avrebbe più dovute uccidere per vivere.

Si lasciava alle spalle la vita del fuorilegge e aveva davanti a sé il Messico, la libertà e una montagna di soldi da spendere sino alla vecchiaia. Avrebbe conosciuto gente che non aveva mai sentito parlare della banda degli assassini di San Clemente. Il suo destino era un libro bianco sul quale avrebbe scritto ciò che voleva.

Si stava ancora lavando quando la cugina minorenne, Betty, entrò nel bagno. Sembrava turbata ed incerta, esitante sulla soglia.

Jock sorrise, le porse la spazzola e ordinò: “Lavarmi la schiena”

Lei si avvicinò e afferrò la spazzola, ma rimase immobile a fissarlo con uno sguardo vagamente malinconico.

“Su dai, datti da fare” la sollecitò Jock.

Lei cominciò a spazzolargli la schiena.

“Dicono che è stata una vera strage” disse.

“Ne avete ammazzati una mezza dozzina, tra guardie giurate, impiegati e clienti innocenti”

“Abbiamo rapinato una banca, c’è stata una sparatoria, e qualcuno ci ha lasciato le penne, nessuno sarebbe morto se avessero fatto come avevamo comandato.”

Betty si fermò. “Portami con te, Jock” lo implorò. “Non lasciarmi qui sola.”

Jock se lo aspettava, il bacio del giorno prima era stato un segnale premonitore. Si sentiva in colpa. Era affezionato alla cugina e si era divertito con lei l’estate precedente, quando l’aveva portata in collina e avevano fatto l’amore dopo essersi ubriacati. Ma non voleva vivere con lei, e poi era anche minorenne, e questo gli avrebbe provocato un sacco di problemi. Come poteva spiegarglielo senza farla soffrire? Lei aveva le lacrime agli occhi e si capiva quanto desiderasse scappare in Messico con lui. Ma era deciso a partire solo: non desiderava altro che fuggire lontano e godersi gli illeciti proventi delle sue passate attività criminali.

“Devo andare” disse. “Mi mancherai, Betty, ma non posso portarti con me.”

“Credi di essere migliore di tutti noi, vero?” replicò lei in tono risentito.  Aveva occhi grandi e scuri, vagamente folli e deliziosamente incastonati in un bel viso angelico, che la faceva sembrare più giovane dei suoi 16 anni.

“Tua madre era una stronza e tu le somigli. Non sono abbastanza per te? Vuoi andare a Cancún e metterti con qualche troia messicana suppongo!”

Sua madre era sempre stata una canaglia in effetti, ma Jock non sarebbe andato in Messico per mettersi con la prima donnaccia che gli fosse capitata. Si sentiva migliore degli altri? Pensava che sua cugina non fosse alla sua altezza? Probabilmente era proprio quello che credeva, ma non voleva dirglielo apertamente, e si sentì a disagio, non sapeva cosa rispondere.

Betty si sedette sul bordo della vasca e gli posò la mano sul ginocchio che sporgeva dall’acqua. “Non mi ami Jock?”

Lui esitò, avrebbe voluto possederla ancora una volta prima di partire, ma cercò di controllarsi. “Ti voglio bene, Betty, ma non ho mai detto di amarti, e tu non l’hai mai detto a me.”

Betty immerse la mano e lo toccò tra le gambe, sorridendo maliziosa.

“Portami con te e sposami” disse accarezzandolo. Era una sensazione inebriante, Jock le aveva insegnato come fare, e lei aveva imparato in fretta, non voleva sposarla, ma forse avrebbe potuto sfruttarla, lei aveva un innato talento per certe cose. L’idea di farla prostituire per lui in qualche malfamato bordello lo fece eccitare ancora di più.

“Potremo fare tutti i giorni quelle cose che Ti piacciono tanto” lo stuzzicò ancora lei.

“Non posso sposarti perché sei mia cugina minorenne, e tuo padre, mio zio Bud, non lo permetterebbe mai, lo sai bene” osservò Jock, mentre la sua resistenza era al limite.

Betty si alzò e si sfilò il vestito. Prima che lui potesse fermarla, lei entrò nella tinozza e si sedette tra le sue gambe, appoggiando la testa all’indietro sul suo petto villoso.

“Ora tocca a te lavarmi” disse porgendogli il sapone.

Jock la insaponò lentamente, prima le spalle e poi la schiena.

“Portami con te” lo supplicò Betty ancora una volta.

Jock non era più in grado di trattenersi, ma non voleva farsi sedurre, non in quel modo almeno.

“Non ti porterò con me” disse in un bisbiglio, ma senza nessuna convinzione.

Betty si girò, si inginocchiò davanti a lui e lo baciò.

Poi ci fu uno schianto terribile e la porta si aprì.

Betty gridò in preda al panico.

Quattro ceffi fecero irruzione: erano Bud Ammazzacristiani, il capo della banda degli assassini di San Clemente, padre della ragazza e zio di Jock, con tre dei suoi uomini più fidati.

Bud era armato con due pistole, uno dei suoi sgherri aveva un fucile e gli altri avevano in pugno grossi coltelli.

Betty si staccò da Jock ed uscì tremando dalla tinozza, mentre lui rimase immobile, e visibilmente contrariato.

Il bandito con il fucile guardò Betty ostentando disapprovazione: “Due cugini affezionati” disse disgustato.

Bud guardò Jock con disprezzo: “immagino che tu no faccia caso all’incesto normalmente, ma trattandosi della mia bambina ora sei nei guai, testa di cazzo!”

Jock era furioso per via di quella intrusione, ma cercò di dominarsi, lo zio Bud aveva già ucciso in passato per molto meno, quindi sapeva di essere in pericolo.

“La ragazza è consenziente, non abbiamo violato nessuna legge” provò a giustificarsi.

“E’ la verità” squittì Betty da un angolo del bagno, nuda come un verme e terrorizzata.

“Chiudi il becco sgualdrina, nessuno ha chiesto la tua opinione” la redarguì suo padre.

“Non è il caso di farne un dramma adesso” disse Jock nel tentativo di stemperare la tensione.

“Non dirmi di non farne un dramma. Tu che ti scopi tua cugina minorenne, mia figlia, è un fottutissimo dramma del cazzo, e non saranno le tue cazzate a convincermi del contrario, hai capito, maledetto bastardo?”

Jock non aveva mai visto lo zio Bud così alterato. Lo aveva osservato in azione decine di volte, mentre rapinava banche o ammazzava uomini, donne e persino bambini, senza mai perdere la calma ed il sangue freddo. Aveva sempre avuto un aria truce e la bocca piegata in una smorfia crudele, ma adesso i suoi occhi lanciavano saette, sembrava fuori di sé e gesticolava animatamente e pericolosamente con le due pistole in pugno.

“Va bene, capisco il tuo punto di vista, come pensi di sistemare questa faccenda allora, non posso mica sposarla”

“Ovviamente non puoi, quindi per prima cosa ti impedirò per sempre di andare in giro a sedurre minorenni” dichiarò Bud, prima di sparare a Jock in mezzo alle gambe.

L’acqua della tinozza si tinse di rosso, mentre Jock gridando come una scrofa ferita si teneva i testicoli spappolati nel tentativo disperato di tamponare l’emorragia e l’insopportabile dolore provocato da quella barbara castrazione sommaria: morì dissanguato in meno di quaranta minuti.

Bud e gli assassini di San Clemente furono arrestati il giorno dopo, mentre cercavano di scappare in Messico. Erano stati traditi, una telefonata anonima li aveva incastrati.

La refurtiva dell’ultima rapina non fu mai trovata.

Betty, la cugina minorenne e lasciva di Jock, fece perdere le sue tracce per sempre, dopo essere fuggita con il malloppo.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Bill il sadico e la banda delle mutandine rosa

Bill il sadico e le mutandine rosa

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Bill il sadico aveva già ucciso una dozzina di giovani coppiette da quando aveva preso in gestione l’agriturismo Piacenza ubicato sulle verdeggianti colline di Vicobarone.

Aveva sotterrato i cadaveri nell’orto, dopo averli fatti a pezzi con la motosega.  Così adesso l’insalata, i pomodori e le altre verdure crescevano rigogliose.

Quella sera di mezza estate Roberto Rubanomi e Romualda Boccarosa arrivarono all’agriturismo pieni di entusiasmo, accaldati ma felici.

“Dacci una camera fresca e con una bella vista” disse Romualda sorridendo melliflua.

“Ho una bella camera con doppia vasca idromassaggio nel bagno” propose Bill il sadico, guardando avidamente nella scollatura della ragazza.

“Andrà benissimo, prendiamo quella”.

“Sono 150 euro a notte, pagamento anticipato”.

La ragazza non rispose, aprì la sua borsa firmata e tirò fuori i contanti.

Romualda e Roberto erano due banditi e avevano già svaligiato quattro banche e sette farmacie. I quotidiani nazionali si occupavano di loro da quando Romualda aveva cominciato ad usare mutandine di pizzo rosa per imbavagliare i farmacisti vittime delle loro rapine. Erano stati subito ribattezzati come “La banda delle mutandine rosa”.

Romualda era bionda, bella e senza scrupoli e senza alcuna moralità. Roberto era una marionetta nelle sue mani: malvagio, ma completamente succube della sua volontà.

Bill accompagnò i ragazzi alla camera, gli spiegò le regole della casa e poi tornò nel suo ufficio. Per tutto il tempo non tolse gli occhi dalla scollatura della ragazza.

“Hai visto come ti guardava quel maniaco? Sembra Norman Bates, il protagonista di Psyco di Alfred Hitchcock” disse Roberto appena rimasero soli nella stanza.

“Credi sia il tipo giusto?” chiese lei iniziando a spogliarsi.

“Si, penso che con lui potrebbe funzionare”.

“Sono almeno due mesi che non lo fai, ti senti carico al punto giusto?”

Roberto non rispose, prese una bottiglia di Malvasia frizzante dal frigobar e la stappò.

“Ti ho fatto una domanda”.

Roberto si versò da bere, poi guardò Romualda completamente nuda sul letto.

“Se va bene a te, sarà solo questione di qualche minuto” le disse dopo aver tracannato un bicchiere colmo di vino.

“Allora datti da fare” disse lei guardandolo con i suoi due grandi occhi languidi.

Roberto raggiunse Bill nel suo ufficio.

“Vogliamo la colazione a letto”

“Non offriamo questo tipo di servizio” disse Bill alzando lo sguardo dal registro dei corrispettivi.

Roberto mise 50 euro sul tavolo di Bill.

“Per che ora la volete questa colazione?”

“Adesso”.

“Ma sono le 6 del pomeriggio” obiettò Bill.

Roberto mise altri 50 euro sul tavolo: “Non importa che ore siano, la colazione la vogliamo adesso”.

“Fra quindici minuti sarò in camera da voi con la colazione”.

*

Venti minuti dopo Bill e Romualda si davano da fare avvinghiati sul letto, mentre Roberto li guardava partecipando seduto in un angolo della stanza.

“Sei proprio una gran troia” disse Bill tirando i capelli a Romualda.

Romualda gemeva, invitandolo a tirare con ancora più forza.

Bill cominciò a picchiarla, lei lanciò urla di piacere misto a dolore mentre Roberto si finiva sbavando seduto nel suo angolo.

Bill ci diede dentro ancora per qualche minuto, poi tutto finì.

“Ora rivestiti e dacci tutti i soldi che hai” disse Roberto puntandogli una pistola in faccia.

“Che ti prende amico, lo spettacolo non ti è piaciuto?”

“Non fare lo stronzo, questa è una rapina!”

“Ma che cazzo stai dicendo stronzetto di un pervertito guardone”.

“Sta dicendo che se non ci dai subito tutti i tuoi soldi ti facciamo un nuovo buco nel culo, testa di cazzo!” ringhiò Romualda puntandogli contro anche la sua pistola.

“Vai a cagare puttana!” la insultò Bill prima di tirarle un pugno tremendo.

La ragazza crollò a terra con un labbro rotto.

Roberto sparò tre colpi.

Il primo centrò la finestra mandando il vetro in frantumi e si disperse nei vigneti. Il secondo colpì Romualda ad una gamba spappolandole una rotula. Il terzo ferì Bill ad una spalla.

“Mi hai distrutto un ginocchio, coglione!” gridò Romualda piangendo per il dolore.

“Scusami amore, è colpa di questo stronzo” cercò di giustificarsi Roberto.

“Dannati figli di puttana, non uscirete vivi da questo posto” urlò Bill, tenendosi la spalla dilaniata dalla ferita.

“E invece sarai tu a morire, pezzo di merda” chiosò Roberto mentre si avvicinava a Bill. Poi gli appoggiò la canna della pistola in mezzo agli occhi, pronto a premere il grilletto.

Lo sparo rimbombò sinistramente nella stanza, la testa esplose e le pareti bianche della camera si spruzzarono di sangue e cervella.

Romualda appoggiò a terra la sua pistola fumante e guardò soddisfatta il cadavere di Roberto. Lo aveva appena ammazzato a sangue freddo, dopo aver vissuto assieme a lui gli ultimi cinque anni. Lo aveva ucciso per impedire che sparasse a Bill, l’uomo che conosceva soltanto da poche ore, e che l’aveva posseduta come mai nessuno prima di allora.

“Cosa hai intenzione di fare adesso?” le chiese Bill, ansimando per la paura e per il dolore provocato dalla ferita alla spalla ancora aperta.

Lei si trascinò verso di lui singhiozzando con il ginocchio sanguinante, lasciando una scia rossa e vischiosa sul pavimento. Quando gli fu abbastanza vicino lo baciò.

“Ho intenzione di sposarti, brutto bastardo” disse infine.

Bill accettò subito la proposta di quella bionda bella e perversa, baciandola con rinnovata passione.

E vissero molti anni ancora: sadici e contenti, ammazzando molte altre giovani coppie. Con i cadaveri, dopo averli smembrati, ci riempirono l’intero giardino, sino a raggiungere l’età della vecchiaia senza mai essere scoperti.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Il Pokèmon della Val Tidone

Pokemon della Val Tidone

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Erminio Puzzadipiedi era un ciccione ludopatico, disoccupato, disperatissimo e con decisamente una gran faccia da pirla.

A quarant’anni suonati si era già fatalmente rovinato sputtanando i pochi beni di famiglia ai videopoker, nelle peggiori sale slot della Val Tidone.

La sua vita fatta di espedienti e frustrazioni ebbe una svolta il 15 luglio del 2016, quando l’applicazione a realtà aumentata per dispositivi mobili della Nintendo, la famigerata Pokèmon Go, fu rilasciata ufficialmente anche in Italia.

Erminio era riuscito ad installarla sul suo Iphone di terza categoria comperato da un marocchino abusivo al mercato di Castel San Giovanni.

Da quel momento comprese che il suo destino era segnato. Sarebbe diventato un leggendario ed imbattibile allenatore di Pokèmon.

Passò l’intera seconda metà di luglio a perlustrare in lungo e in largo tutte le principali cittadine della valle a caccia di Pokèmon conseguendo i seguenti straordinari risultati:

  • 4 incidenti stradali provocati lanciandosi in mezzo alla strada senza guardare, nel tentativo di catturare alcuni tra i più rari mostriciattoli giapponesi.
  • 7 denunce per violazione di domicilio, dopo essersi introdotto senza invito né permesso in casa di ignari concittadini a caccia di Pokèmon.
  • 10 aggressioni da parte di padri gelosi e madri inferocite, per aver avvicinato ragazzine minorenni nel tentativo di concertare attacchi coordinati alle più forti palestre Pokèmon della zona.

Ai primi di agosto era già un allenatore di Pokèmon di livello 30, aveva catturato 10.500 Pokèmon, percorso mille chilometri a piedi e perso 23 chili di peso. Cosa ancor più significativa controllava una trentina di palestre Pokèmon prestigiosissime ed era conosciuto in tutta la provincia di Piacenza come l’allenatore di Pokèmon della Val Tidone.

Sembrava che l’inutile vita di Erminio Puzzadipiedi iniziasse ad avere un senso quando in una calda notte di mezza estate, dopo aver bevuto un paio di bottiglie di Ortrugo frizzante dei Colli Piacentini, impazzì completamente.

Scese a Borgonovo con il suo fucile da caccia caricato a pallettoni e cominciò a sparare in faccia agli altri allenatori di Pokèmon.

“Vi ammazzo tutti bastardi maledetti, ne rimarrà soltanto uno e quell’uno sono io”

“No, aspetta, fermati!” urlò una ragazza bionda e giovane e con due grandi occhi folli.

“Cosa vuoi? Levati di mezzo o Ti ammazzo!”

“Non lo fare” disse lei “io posso capire la tua tragedia”

“Che cosa?”

“Capisco la tua tragedia”

“Cosa intendi dire?”

“So come ci si sente, anche io sono stata un po’ in manicomio in un’altra vita.”

Erminio la guardò perplesso per alcuni secondi, poi ricaricò il fucile e le sparò a bruciapelo uccidendola sul colpo.

“Stupida troia” borbottò tra sé e sé e continuò a sparare a tutti quelli che incrociava sul suo cammino per altri dieci minuti.

Dopo aver ammazzato una dozzina di cristiani innocenti fu abbattuto da una pattuglia di carabinieri accorsi sul posto per primi.

Il cadavere fu esposto al pubblico ludibrio per due giorni prima di essere sepolto nel cimitero di Pecorara.

 

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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La bambola perfetta

La bambola perfetta

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Gino Manosvelta iniziò a fantasticare su quel genere di cose sin da quando era adolescente. A quei tempi, mentre i suoi coetanei si masturbavano con i giornalini porno, Gino si eccitava guardando i manichini sui cataloghi di biancheria intima di terz’ordine. Anche le Barbie e altre bamboline sexy accendevano la sua passione. A trent’anni era già sessualmente deviato, gli piacevano molto le ragazzine delle scuole superiori e non aveva rapporti normali con le donne da almeno un decennio: era anche brutto e facilmente gli puzzavano i piedi.

La sua vita ebbe una svolta il giorno in cui navigando su internet capitò per caso su realdoll.com

Scoprì in questo modo che dal 1996 la Abyss Creations produceva e vendeva in tutto il mondo le bambole per usi sessuali più realistiche mai costruite. Ideate dallo scultore Matthew McMullen e realizzate grazie alle più avanzate tecnologie sviluppate dall’industria degli effetti speciali hollywoodiana, le Real Dolls erano munite di endoscheletro in PVC per simulare tutte le posizioni di un vero corpo umano, ed il rivestimento in silicone riproduceva anche al tatto le fattezze di una vera donna.

Gino avrebbe voluto ordinare una Real Doll personalizzata scegliendo secondo il proprio gusto il tipo di corpo, il viso, i capelli ed il colore degli occhi. Tuttavia valutato il costo della bambola preferì desistere. Oltre a tutto il resto era anche piuttosto spilorcio e giudicò il prezzo troppo esoso per le sue tasche.

Quella stessa sera decise di mangiarci sopra e si recò nella sua pizzeria preferita. Era un locale nel piacentino, frequentato da una clientela giovanile. Le scuole erano finite da poco, faceva caldo e le ragazzine indossavano gonne corte e camicette attillate e sprizzavano ormoni mettendo in mostra gambe depilate, ombelichi tirati a lucido e capezzoli turgidi sotto le stoffe fini.

Alla seconda birra Gino era già su di giri, ma non riusciva a togliersi dalla testa le bambole americane che aveva visto su internet.

Al tavolo affianco era seduto un tizio strano, tutto vestito di nero, con la pelle scura, gli occhiali da sole ed un ghigno ancestrale stampato sul volto.

“Potrei risolvere i tuoi problemi” disse con voce baritonale, alzando un calice di vino Malvasia in segno benaugurale.

“Dici a me?” domandò lui stupito, non si aspettava che quel tipo strambo gli rivolgesse parola.

“Conosco un artigiano, dalle parti di Nibbiano, che costruisce incredibili bambole in silicone a prezzi modici.”

“Ehi! Tu come fai a sapere che mi interessano questo genere di cose? Chi diavolo sei?”

“Un amico!” rispose quello, esibendo un sorriso mefistofelico.

Gino spalancò gli occhi scettico, senza parlare, avvertendo nell’aria un fastidioso e pungente odore di zolfo.

“Non devi fare altro che telefonare a questo numero e descrivere il tipo di bambola che vuoi” disse offrendogli un volantino pubblicitario.

Gino lo afferrò avidamente e cominciò a leggere: “Realizziamo Bambole Perfette, create su misura, personalizzate e accessoriate con parti anatomiche che sembrano vere, soddisfatti o rimborsati!”

Sul volantino erano anche riprodotte le fotografie di alcune ragazze nude, e lui faticò a comprendere se si trattasse di modelle in carne ed ossa oppure, come promettevano gli slogan pubblicitari, di bambole in silicone straordinariamente realistiche.

Continuò ad osservare il volantino con sguardo rapito per parecchio tempo. Quando alla fine rialzò la testa, l’uomo vestito di nero era scomparso.

Non riuscì a dormire per tutta la notte, e nemmeno quella successiva, e quella dopo ancora. Passata un’intera settimana insonne sognando ad occhi aperti di mettere le mani su una di quelle Bambole Perfette, alla fine cedette alla tentazione e decise di assecondare il desiderio di averne una tutta per sé.

Il laboratorio dove venivano costruite le Bambole Perfette era dentro lo scantinato di un vecchio casale fatiscente sulle colline di Nibbiano. Il magazziniere ecuadoregno che la impacchettò prima di spedirla si fece delle grasse risate, chiedendosi quale tipo di pazzia avesse ottenebrato la mente del maniaco che aveva commissionato quella cosa grottesca. Si chiamava Esmeralda, aveva le sembianze di una sedicenne nigeriana, con la pelle nera e due tette enormi, ma gli occhi erano blu cobalto ed i capelli erano biondo platino. Aveva anche un culo da urlo. Era vestita da cameriera ed era la Bambola Perfetta ordinata da Gino Manosvelta.

Il giorno in cui gli fu finalmente recapitata a casa, fu il più bello della sua vita.

Per prima cosa la mise a sedere sul divano in soggiorno, le accarezzò i capelli sintetici, le ficcò in mano un bicchiere e lo riempì di vino rosso di media qualità, poi cominciò a parlarle.

“E’ molto che Ti aspettavo, anzi da sempre, da tutta la vita” disse accendendosi una sigaretta.

“Ho sempre desiderato avere una ragazza come te, Dio mio Esmeralda, sei bellissima.”

Lei rimase immobile con il bicchiere in mano pieno di vino rosso di media qualità, fissando nel vuoto.

“Sai cosa mi piacerebbe farti dolcezza?”

Esmeralda non rispose.

“Mi piacerebbe metterti una catena al collo, frustarti la schiena con la mia cintura e poi prenderti da dietro, in modo selvaggio.”

La bambola non disse nulla.

Gino iniziò ad eccitarsi, buttò via la sigaretta, si alzò e si versò un bicchiere colmo di vino rosso, lo trangugiò ed andò a sedersi accanto ad Esmeralda.

“Sei la mia schiava negra” le sussurrò ad un orecchio, poi le afferrò la testa con violenza e la baciò sulla bocca.

La bocca di Esmeralda era morbida e le labbra profumavano di fragola.

Gino iniziò a spogliarla. Lei lasciò fare. Lui le piegò le braccia e poi le gambe sino a metterla nella posizione che preferiva. Il vino rosso di Esmeralda uscì dal bicchiere e si rovesciò sul pavimento.

Gino tirò fuori il suo arnese nodoso dalle mutande e la penetrò.

Durò un paio di minuti al massimo, ma fu l’orgasmo più intenso e lungo che lui avesse mai provato. Pensò che nessun’altro avesse mai goduto tanto prima di lui.

Gino stava con Esmeralda già da tre settimane ed era per lui una relazione molto piacevole.

Di giorno la teneva nuda incatenata in cantina, a quattro zampe dentro una cuccia per cani che aveva costruito apposta per lei. La sera la vestiva da cameriera e la metteva in ginocchio accanto alla sua poltrona, con un vassoio tra le mani sul quale appoggiava il posacenere ed una bottiglia di vino. Mentre guardava la televisione fumava e beveva con lei accanto, tutto il tempo in ginocchio sul pavimento e con il vassoio in mano. Qualche volta, se era di buon umore, le accarezzava la testa come avrebbe fatto con un pastore tedesco. Altre volte le legava i polsi al tavolo della cucina e le frustava la schiena dopo averla imbavagliata. La notte se la portava a letto, la spogliava e ci faceva sesso in tutte le posizioni del kamasutra.

Gino Manosvelta era felice, a suo modo amava Esmeralda e la sua vita di coppia era perfetta. Sino a quella sera del ventisettesimo giorno che stavano assieme.

Era una domenica, e tornato dopo un pomeriggio allo stadio, Gino scese in cantina per prendere Esmeralda, ma con sua grande sorpresa non la trovò come l’aveva lasciata.

Lei non stava più a quattro zampe e non aveva più la catena al collo. Era seduta sopra il tettuccio della cuccia con le sue belle gambe nere di silicone elegantemente accavallate.

“Che razza di scherzi sono questi!” protestò ad alta voce Gino.

Esmeralda aveva lo sguardo fisso nel vuoto, come sempre.

“Come cazzo hai fatto a liberarti?” balbettò lui, avvicinandosi alla bambola per ispezionarla.

“Brutta puttana!” le urlò.

Lei non reagì, restò lì come se nulla fosse, con le gambe accavallate.

“Ti sei tolta la catena dal collo? Hai osato fare questo stupida troia?”

Esmeralda non rispose.

Gino era fuori di sé e la colpì con uno schiaffo. Lei cadde a terra con un tonfo sordo, ammortizzato dal silicone di cui era fatta.

“Me la pagherai dannata sgualdrina” la minacciò, poi afferrò una scopa e cominciò a percuoterla colpendola con il manico di legno sulla faccia, sul petto, sugli stinchi, le diede anche due calci nel culo, poi quando fu stanco trascinò una vecchia sedia impagliata davanti a lei e ci si sedette sopra osservandola.

“Prova a liberarti ancora, e la prossima volta Ti faccio a pezzi sporca negra!”

La bambola rimase tutto il tempo in silenzio, nuda, picchiata e gettata nella polvere, sul pavimento lurido della cantina di Gino Manosvelta.

Per evitare altre sorprese, decise di ammanettare i polsi di Esmeralda dietro la schiena, e di chiudere la catena che le aveva messo al collo con un grosso lucchetto. Poi la mise in ginocchio dentro alla cuccia per cani.

“Ora voglio proprio vedere se riesci ancora a liberarti” disse con tono di sfida, prima di andarsene.

Quella notte Gino dormì da solo, lasciando la bambola di silicone ammanettata ed incatenata in cantina.

Il giorno dopo, tornato presto dal lavoro, andò subito a vedere come stava Esmeralda, e per poco non gli prese un infarto.

Lei era senza manette, senza catene, seduta sul pavimento con le gambe divaricate in una posizione oscena. Persino il suo volto sembrava diverso, ed ora una specie di sorriso sciocco le conferiva un’espressione sarcastica, vagamente crudele.

“Lo hai fatto di nuovo” disse lui con voce tremante.

“Lo hai voluto tu, non dire che non ti avevo avvisato.”

Esmeralda si limitò a guardarlo, come sempre senza reagire.

Gino la portò in camera sua, la sdraiò sul letto a pancia in giù e le legò mani e piedi con delle corde alle gambe del letto. Andò in cucina, prese una bottiglia di vodka dalla dispensa e tornò in camera.

Guardò la bambola legata a quel modo, aprì l’armadio dove teneva una mazza da baseball, afferrò la mazza e cominciò a picchiarla. La picchiò sulla testa e sulla schiena, con violenza. Ad ogni mazzata sentiva il rumore inquietante del silicone sbattuto. Quando fu stanco le si sdraiò sopra e la prese contro natura.

Appena tutto fu finito la lasciò legata al letto, le si sedette accanto e cominciò a bere a canna dalla bottiglia di vodka.

Ad ogni sorsata le dava uno schiaffo sul culo, oppure le tirava i capelli o la prendeva a pugni all’altezza dei fianchi, insultandola.

Lei rimase immobile con lo sguardo perso nel vuoto e quel nuovo ghigno malvagio disegnato sul volto.

Quando Gino fu completamente ubriaco, finita la vodka, si sdraiò accanto ad Esmeralda e si addormentò.

Si svegliò dilaniato da un dolore lancinante dalle parti del pene. Non poteva muoversi: le sue braccia e le sue gambe erano ora legate al letto, al posto di Esmeralda.

Lei gli stava in piedi davanti con un coltellaccio da macellaio in una mano e ciò che restava del suo nodoso membro sanguinante nell’altra. E stava ridendo, in modo sadico.

Gino cominciò ad urlare per il dolore e a gridare:

“Cosa mi hai fatto maledetta troia? O no… non ci posso credere… mi hai tagliato il cazzo…”

E intanto urlava, urlava come un ossesso e il sangue zampillava fuori dai genitali amputati come fosse una fontana.

“Dannata negra bastarda… cosa hai fatto… cosa hai fatto?!?”

Gino urlava e gridava mentre lei continuava a ridere, e ridendo buttò il suo cazzo fuori dalla finestra.

“Prova a picchiarmi adesso” disse Esmeralda smettendo di ridere.

“Cosa? Ma tu… tu parli…”

“Non riesci a picchiarmi ora che ti ho evirato? Ti mancano le forze oppure il coraggio?”

“Cosa?”

“Ti piacevano le mie gambe, ed il mio corpo, ammettilo porco!”

“Si… Si… certo che adoravo il tuo corpo, ma tu mi hai tagliato il cazzo, dannata troia schifosa… come faccio adesso? Sto per morire sto morendo brutta puttana lo capisci questo? Aiutami… devo andare in ospedale… aiutami…”

Esmeralda si protese sopra di lui e gli mollò un ceffone in piena faccia, facendo dondolare le grosse mammelle di silicone.

“Non andrai da nessuna parte”

“Lasciami andare in ospedale ti prego… slegami, devo tamponare l’emorragia o Dio… sto per morire lo sento, sto per morire…”

Gino cominciò a piangere, poi la stanza iniziò a girare intorno a lui. Vide Esmeralda che si rivestiva poi svenne. Lei gli slegò i polsi e le caviglie, gli mise il coltello che aveva usato per evirarlo tra le mani, poi gli sedette accanto.

Il cadavere di Gino Manosvelta fu trovato dai carabinieri della stazione di Borgonovo Val Tidone. Accanto al corpo dissanguato dell’uomo fu trovata anche una bambola di silicone.

La bambola era vestita da cameriera, sedeva con le gambe accavallate sul bordo del letto e le labbra erano contratte in una smorfia cattiva, beffarda ed inquietante.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Due vecchi sadici e pazzi

Due vecchi sadici e pazzi

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La giovane coppia di innamorati giunse all’ameno agriturismo sul far della sera, quando il cielo si tinge di sangue ed il sole tramonta dietro alle colline ricoperte dai vigneti della Val Tidone.

Gessica era bella, prosperosa, fresca come un fiore appena colto e con lunghi capelli color del grano. Pino era alto, superbo, con l’energia dei suoi vent’anni offerta allo sguardo del mondo sotto forma di bicipiti muscolosi, pettorali massicci e addominali scolpiti.

La vecchia locandiera registrò i documenti e accompagnò i ragazzi alla loro camera, congedandosi con poche parole, una bottiglia di vino Ortrugo frizzante ed un sorriso malvagio.

“Questo posto è bellissimo, così romantico e suggestivo” disse Gessica emozionandosi.

“Non è male” ammise Pino, stappando la bottiglia e versando il profumato nettare in due bicchieri di cristallo pressato.

“Non vedo l’ora di tuffarmi in piscina, sarà un fine settimana indimenticabile!” squittì lei, iniziando a spogliarsi.

Pino non disse nulla, tracannò due bicchieri di vino, mostrò i suoi muscoli togliendosi la camicia e poi ficcò la lingua in bocca alla sua ragazza. Erano giovani, erano belli, e si amarono selvaggiamente prima di cenare.

La vecchia locandiera intanto era in cucina, nel pentolone stavano bollendo le mani amputate alla sua ultima vittima, un agente di commercio che aveva fatto a pezzi con il macete la settimana precedente.

Dopo aver assaporato il brodo aggiunse un po’ di sale poi si rivolse al marito, un vecchio sdentato senza più nemmeno un capello.

“Il ragazzo è robusto, dovrai stenderlo al primo colpo. Se fallisci potrebbe reagire e tu sei troppo vecchio per poterlo affrontare.”

“Non dire cazzate, non ho mai sbagliato un colpo. E poi sai bene che abbiamo dalla nostra l’effetto sorpresa” disse lui centrando la sputacchiera con una palla verde di vischioso tabacco masticato.

La vecchia ghignò compiaciuta: “devono avere carne molto saporita, specialmente la puttanella bionda.”

“Oh si! Carne fresca, carne soda” confermò il vecchio calvo, scatarrando altro tabacco e rimembrando per un momento l’epoca lontana in cui poteva ancora abusare delle sue vittime esibendo una virilità autentica, senza ricorrere a surrogati artificiali come mazze di ferro, verghe di legno, o bastoni dalle dimensioni surreali.

“Come stai pensando di sbarazzarti del ragazzo?” domandò la vecchia.

“Penso di usare la mazza da baseball, intendo colpirlo sul cranio, da dietro, mentre mangia, con un colpo secco. Sarà anche robusto come dici, ma se prendo il punto giusto, la testa gli si aprirà come una zucca rotta”

“Che schifo, mi toccherà pulire il sangue dal tavolo, dal pavimento e magari anche dal muro. Non possiamo semplicemente avvelenarlo?”

“Non vedo il divertimento, se usi il veleno vuoi dirmi a cosa ti servo? Vuoi il mio aiuto solo per seppellire il cadavere?” protestò il vecchio sputacchiando altro catarro verde.

“Non essere permaloso, a parte che puoi sempre darti da fare con la puttanella, potremmo usare una dose non letale, così potrai divertirti a sfondargli la testa in cantina. Lì almeno non devo pulire in tutta fretta prima di servire la prima colazione.”

“Si, mi sembra una buona idea, metti del sedativo nel brasato di mani, quando si addormenteranno li porteremo in cantina, senza alcuna fatica. Lo sai che odio le urla, e per Giove, sono certo che quella puttanella si metterà a strillare come un’aquila quando sfonderò il cranio del suo fidanzato. Meglio sedarli entrambi, legarli e imbavagliarli. A quel punto ci divertiremo con la cassetta degli attrezzi al gran completo.”

La vecchia annuì, mentre un ghigno sadico e perverso le si disegnò sulla faccia rugosa e color del cuoio.

I due giovani furono sepolti agonizzanti, ma ancora vivi, in una fossa scavata in giardino, dopo due settimane di orribili torture e crudeli violenze.

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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La Padrona nazista

La padrona

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L’esploratore fascistissimo Rodolfo Navigato giaceva sul divano di casa completamente ubriaco. I suoi capelli color grigio acciaio brillavano sotto il sole di un caldo pomeriggio d’estate nell’anno del Signore 1946. Nella nuova Repubblica Italiana e democratica per Navigato non ci sarebbe stato spazio. I tempi in cui aveva conteso al leggendario Giuseppe Tucci le prime pagine dei giornali erano passati.

Ormai poteva vivere solo di ricordi e di rimpianti, esiliato nella sua dimora sperduta sulle colline piacentine, in quel di Pecorara.

“Brutti bastardi figli di puttana!” farfugliò cercando di sollevarsi per raggiungere il bagno e vomitare.

I suoi strali non erano rivolti alle potenze plutocratiche che avevano vinto la guerra, né ai sovietici che avevano occupato mezza Europa, e neppure ai partigiani comunisti che avevano stuprato e rapato zero la sua unica figlia facendola impazzire. No, a provocare l’ira di Rodolfo erano i ricordi di una donna, un ufficiale delle SS, la spietata Ilsa Von Forsher, il più grande amore della sua vita.

Dopo aver vomitato copiosamente, Navigato si trascinò a fatica sino alla vecchia dispensa dove trovò ancora un fiasco di vino rosso. Era l’ultima bottiglia e ci si attaccò a garganella. Prima che Navigato svenisse nuovamente stordito dalla sbornia, il ricordo di Ilsa gli passò davanti agli occhi come fosse stato al cinematografo. “Puttana!” biascicò mentre il suo corpo privo di sensi crollava sul pavimento.

Lui e Ilsa si erano conosciuti nel 1938 a bordo della nave tedesca Schwabenland, partita da Amburgo il 17 dicembre per una missione esplorativa in Antartide. Navigato era stato aggregato alla spedizione su richiesta del Duce e in qualità di esperto, avendo già partecipato nel 1926 alla trasvolata del Polo Nord a bordo del dirigibile Norge al comando di Umberto Nobile.

Ilsa invece faceva parte di un gruppo di scienziati delle SS ed era a capo di una missione segreta della Ahnenerbe, finalizzata ad individuare un passaggio di collegamento al centro della terra cava, come ipotizzato dall’americano John Cleves Symmes già nel 1881. La missione segreta di Ilsa e dei suoi uomini era sconosciuta al resto dell’equipaggio, compreso il comandante della nave, il capitano Alfred Ritscher.

La giovane Ilsa era di una bellezza giunonica, secondo i più rigidi canoni ariani: alta, robusta, bionda, con gli occhi azzurri ed un seno enorme. Aveva quattro lauree e parlava fluentemente cinque lingue, tra cui l’Italiano. Era anche di portamento altero ed oltre alla sua missione nascondeva un altro segreto, di natura molto più intima, e che gli avrebbe permesso di sedurre e soggiogare totalmente alla propria volontà il labile e lascivo Rodolfo. Anch’egli, infatti, nascondeva un terribile ed imbarazzante segreto che avrebbe preferito tenere nascosto, ma che la diabolica Ilsa riuscì a scoprire pochi giorni dopo che la Schwabenland aveva preso il largo.

Era una fredda notte stellata quando Ilsa e Rodolfo si incontrarono casualmente sul ponte della nave. Nonostante la temperatura rigida avevano entrambi sentito l’esigenza di prendere un po’ d’aria fresca. Ne nacque una piacevole conversazione sui prodigi della tecnica e sulle conquiste che le nuove scoperte avrebbero reso possibile nei successivi decenni. Rodolfo era rimasto immediatamente affascinato dalle incredibili conoscenze e competenze tecnico-scientifiche della donna, ma soprattutto si sentiva incredibilmente attratto da quel corpo statuario e dalle sue forme esuberanti, a stento nascoste e contenute dalla divisa d’ordinanza.

Lei si accorse subito delle attenzioni dell’esploratore italiano, e decise di invitarlo nella propria cabina per approfondirne la conoscenza.

“Mi piacciono gli stalloni italiani” disse la donna iniziando a spogliarsi.

“Adoro le donne del Reich” disse lui, calandosi i pantaloni.

Da sotto i mutandoni, si scorgeva il suo sesso barzotto e Ilsa lo provocò passandogli una mano tra i capelli: “cosa sai fare stallone italiano, per adorare una donna del Reich?”

Rodolfo Navigato arrossì, abbassò lo sguardo e fissando i piedi nudi della donna sussurrò: “sono un’insaziabile succhiatore di alluci”

Un ghigno crudele si dipinse sul volto della donna, senza aggiungere parola colpì Rodolfo con uno schiaffo furibondo, tanto che le sue gigantesche mammelle ondeggiarono come un mare in tempesta.

Il volto offeso di Rodolfo arrossì ancora di più, per la vergogna, per l’umiliazione e per l’eccitazione. Il suo arnese spuntava ora dai mutandoni, turgido e pronto per l’uso.

Ilsa colpì nuovamente l’esploratore italiano con forza ancora maggiore, ed il suo volto crudele era ora una maschera beffarda e sadica: “inginocchiati e adora i mie piedi, schiavo italiano!”

Rodolfo obbedì. Si piegò sulle ginocchia mettendosi a quattro zampe come un cane, e poi iniziò a baciare, leccare e succhiare i piedi di Ilsa. L’umiliazione dell’uomo cresceva con il passare dei minuti, così come la sua eccitazione, mentre la diabolica nazista abusava di lui con insulti irriferibili e frustandolo sulla schiena e sulle terga con la cinghia in pelle della sua divisa.

Ilsa continuò a seviziare Rodolfo in questo modo per quasi mezzora, poi quando capì che lui non avrebbe potuto resistere ancora per molto gli ordinò di alzarsi, lo legò ad una sedia e lo imbavagliò.

“Aspettami qui, stallone italiano” gli disse ridacchiando. Poi indossò una vestaglia di flanella ed uscì dalla cabina.

Rodolfo cercò di liberarsi, ma le corde usate dalla donna per legarlo erano troppo strette ed ogni suo sforzo fu vano.

Dopo cinque minuti la donna rientrò nella cabina accompagnata da un giovane ed orrendo marinaio tedesco. I due si spogliarono ed iniziarono ad accoppiarsi selvaggiamente.

Rodolfo fu costretto ad assistere la splendida Ilsa con il suo magnifico seno ed i suoi sensualissimi piedi, mentre l’atroce marinaio la possedeva in ogni posizione. Questa nuova e più crudele umiliazione subita da Rodolfo accese la passione della sadica Ilsa, che guardandolo negli occhi mortificati urlò dal piacere raggiungendo un intenso orgasmo.

Nelle notti successive e per tutta la durata della spedizione, Rodolfo fu spesso convocato nella cabina della donna e costretto a subire le medesime sevizie. Ogni volta la bella nazista si accoppiava con un marinaio differente e si inventava nuove umiliazioni da infliggere al suo schiavo italiano.

Quando la Schwabenland tornò in Germania, Rodolfo si era totalmente innamorato di Ilsa Von Forsher. Avrebbe desiderato seguirla ovunque e continuare a leccare i piedi della sua padrona sino alla fine dei suoi giorni. Ma quando scesero dalla nave lei lo salutò e con un sorriso sarcastico gli disse addio.

Non si videro mai più, ma per tutta la vita Rodolfo Navigato non smise mai di amare la sua padrona nazista.

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Omicidio in Val Tidone

Paranoici che non hanno torto

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A capo delle indagini sull’omicidio in Val Tidone era stato messo il commissario Evodio Segugio, ed egli sembrava avesse fretta di proseguire la sua investigazione, si sentiva a disagio nel stare seduto a tavola inoperoso. Sostarono alla locanda il tempo necessario per il pranzo, senza concedersi nessuna ulteriore pausa.

Ai suoi ordini erano stati inviati anche due sgherri dell’OVRA: due persone di poche parole.

Infine, come consulente scientifico, avevano chiamato il professore Leonzio Landone. E al professore i due agenti dell’OVRA non piacevano. Aveva imparato a interpretare i loro silenzi, a considerare quelle facce inespressive come qualcosa di diverso dalla quinta essenza della stupidità. Tuttavia giudicava che quei due non si potessero annoverare tra le multiformi categorie dell’essere umano, e per questo oltre a suscitargli disgusto continuavano a incutergli un certo timore. Non era solo per la loro stazza fisica o perché potevano essere veramente pericolosi. Ciò che Landone giudicava più inquietante erano quei grugni inebetiti, come se oltre al cervello anche l’anima fosse stata succhiata fuori dal loro cranio scimmiesco. Camminavano, sudavano e scorreggiavano, considerò il professore versandosi il vino bianco della casa nel grosso bicchiere di vetro, ma a lui sembravano comunque morti. Solo il commissario aveva una luce di minima vitalità in fondo agli occhi, peccato che fosse uno stronzo, rifletté bevendo con gusto il profumato nettare di bacco.

Anche Segugio era assorto nei propri pensieri, e dalla fronte corrugata si poteva intuire una certa inquietudine. Dai colloqui della mattinata e dai sopralluoghi sulla scena del delitto e a casa della vittima non aveva potuto trarre nulla di utile, non vi erano testimoni, nessuna traccia. Le cose non si mettevano per il meglio. E poi c’era il professore in mezzo ai piedi, più interessato a bere che a dare un qualsiasi serio contributo alle indagini. Lo osservava mentre tracannava il vino bianco aromatico della locanda, pensando a chi sa cosa, con lo sguardo furbo di chi sta cercando di fregarti. Come era possibile che all’OVRA credessero di cavar fuori qualcosa di buono da quel pagliaccio? Certe volte le decisioni degli organi superiori erano imperscrutabili, pensò il commissario, sperando che alla fine di quella storia decidessero di spedire Landone al confino. Nel suo rapporto finale, lui non gli avrebbe fatto sconti.

Intanto il professore continuava a bere.

Stavano per servire il surrogato di caffè quando Landone decise di assentarsi per andare in bagno. Attraversò la sala da pranzo della locanda e si avviò verso i gabinetti. Era ancora perfettamente sobrio, il vino leggero e di bassa gradazione che aveva ingurgitato, per quanto abbondante, non aveva sortito altro effetto che stimolargli la vescica. Mentre pisciava pensò che la propria vita in fin dei conti era sfortunata: c’erano le corse dei cavalli, ma lui perdeva sempre, era diventato un professore, ma ora doveva lavorare per l’OVRA e improvvisarsi investigatore, avrebbe voluto amare molte donne, ma non riusciva a legarsi con nessuna. Si chiese cosa gli sarebbe servito per essere un vero vincente, come facesse tutta quella gente indaffarata, quasi frenetica, a sopravvivere ed essere felice, tutta presa dall’euforia adrenalinica di una vita senza senso.  Prima o dopo però, avrebbero prevalso altre riflessioni: la caducità della salute, l’inevitabilità della morte, l’inutilità dei beni terreni. In molti avrebbero allora pensato che stavano sprecando il proprio tempo in questo mondo, ed avrebbero avuto ragione. Il professore considerò che la propria giovinezza fosse già da tempo finita, ed era ormai più vicino alla fine di un’esistenza mediocre piuttosto che al principio di una vita di successo. Tirò lo sciacquone e tornò sui suoi passi.

Appena fuori dai cessi si trovò davanti la locandiera. Era una simpatica cicciona alta come un armadio, aveva le spalle grosse e un ghigno accattivante sopra al doppio mento flaccido. Le tette erano enormi e il professore non poté fare a meno di notarlo. La grassona stava in piedi in mezzo al corridoio, e non vi era modo di procedere oltre, se lei non lo avesse voluto. Landone abbozzò un sorriso e lei lo ricambiò avvicinandosi, non disse nulla, ma lui capì ogni cosa.

Lei aprì una porta sulla destra che dava accesso ad uno sgabuzzino.

Lui la strinse tra le braccia trascinandola dentro e gli infilò la lingua in bocca.

La locandiera lo abbracciò e lui la lasciò andare soltanto dopo un lungo bacio appassionato e dopo aver chiuso a chiave la porta del ripostiglio. Lei si girò alzandosi la lunga gonna e mostrando al professore le gigantesche terga. Non indossava le mutande e lui non era il tipo da tirarsi indietro.

Un ratto scappò fuori dal bugigattolo mentre il professore la prendeva da dietro. Fu un rapporto breve, fugace ma appagante. Quando finirono la panciona aprì la porta felice, e sempre senza dire nulla se ne andò così come era arrivata.

Il professore si ricompose velocemente e tornò nella sala da pranzo. Nessuno si accorse di nulla, lui si rilassò e cominciò a fumare la sua pipa. Dopo settimane in bianco, la prima scopata senza pagare una puttana, pensò sogghignando prima di bere il surrogato di caffè.

Nel primo pomeriggio si trasferirono tutti presso la dimora di Alcide Pramiro, il fratello malato dell’uomo assassinato. Il sole era alto nel cielo, faceva caldo e dalle strade sterrate della campagna piacentina saliva una polvere sottile che diventava appiccicosa a contatto dei corpi sudati per l’afa. Le case del piccolo borgo erano poche, vecchie e grigie, consumate dal tempo e dalla miseria. Gli abitanti erano quasi tutti bifolchi impegnati a lavorare nei campi, ad eccezione di poche vecchiette che, nascoste dietro le persiane socchiuse delle finestre, osservavano incuriosite gli insoliti forestieri aggirarsi per il villaggio.

La casa dei Pramiro era più grande delle altre, ma era ugualmente antica e parimenti disposta su due piani. Costruita qualche secolo prima emanava un’aurea di tristezza e malinconia, come se anche i muri scrostati di quella vecchia dimora fossero partecipi del dolore e dell’angoscia provocati dall’assassinio e dalla oramai prossima ed inevitabile dipartita del capo famiglia.

Gli scagnozzi dell’OVRA rimasero fuori davanti alla porta, con le loro facce assurde e vestiti di nero come la morte. Segugio e Landone entrarono nel vetusto edificio e salirono al piano superiore, dove erano collocati gli appartamenti dei Pramiro. Le scale in legno scricchiolarono fragorosamente al loro passaggio, sinistro presagio di nuove sfortune. Appena arrivati, il commissario intuì subito che qualcosa di nuovo e negativo era accaduto. Suonarono alla porta e una donna sui quarant’anni con la faccia da funerale venne ad aprire.

Era la figlia più giovane di Alcide, che alla vista dei due inattesi visitatori spalancò gli occhi infastidita, riconobbe l’uniforme della milizia fascista indossata dal commissario e ne fu turbata. Si fece forza e domandò tremando: “Cosa volete?”

“Sono il commissario Evodio Segugio, questo è il mio collega Landone, e stiamo indagando sul delitto della Val Tidone: l’omicidio di Mario Pramiro. Vorremmo fare qualche domanda a….”

Segugio non fece in tempo a terminare la frase che la donna scoppiò a piangere.

“Mio zio è stato ucciso, mio padre sta morendo, le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate nella notte” riuscì a dire a fatica singhiozzando. Alla imprevedibile perdita dello zio, si sommava dunque l’imminente fine del genitore. Il primo era stato barbaramente assassinato, il secondo era stato lentamente divorato dalla malattia. La donna era comprensibilmente sconvolta.

“Abbiamo già risposto alle domande dei carabinieri, Vi prego di andarvene e di lasciarci al nostro dolore” aggiunse tra le lacrime.

“Posso comprendere il Vostro dispiacere, ma ogni minuto che passa è tempo prezioso che rischiamo di perdere mentre gli assassini di Vostro zio sono ancora in libertà.”

La donna non smetteva di piangere e in suo soccorso apparve sulla porta la sorella.

“Non abbiamo nulla da aggiungere a quanto già detto” disse con voce tagliente, fissando decisa il volto di Segugio.

Il professore rimase colpito e affascinato dall’energia sprigionata da quella femmina, la sua avvenenza solare lo ammagliò al primo sguardo. Benché non fosse più molto giovane, la sua bellezza era intatta e Landone ne fu attratto fatalmente. Aveva lunghi capelli neri, la pelle bianchissima e la vita sottile. Il seno era prosperoso e le lunghe gambe conferivano slancio alla sua figura snella e seducente. Le labbra carnose e un naso delizioso abbellivano un volto radioso, illuminato da due grandi occhi verdi come smeraldi preziosi.

“Lasciate a noi il compito di giudicare, ho letto il rapporto dei carabinieri sull’omicidio in Val Tidone e vi sono alcuni dettagli che riteniamo importante approfondire” insistette il commissario.

“Sono certa potremo aiutarvi a chiarire i vostri dubbi in un altro momento, ed ora se volete scusarci, dovremmo accudire nostro padre” ribadì la donna tentando di chiudere la porta.

“Potremmo interrogarvi anche in altra sede, e credo che Vi risulterebbe complicato badare a Vostro padre da dietro le sbarre di una prigione” disse Segugio con tono minaccioso, dopo aver bloccato la porta con la mano, un attimo prima che si chiudesse.

Un lampo di disappunto fuoriuscì dagli occhi smeraldo della donna, ma Segugio sembrava insensibile all’energia e al fascino della figlia primogenita di Alcide Pramiro. Al contrario il professore osservava quel volto indignato con trasporto, percependone la passione e la potenziale carica sessuale fuori dall’ordinario.

“Non mi illudo che possiate avere degli scrupoli, perciò per ora avete vinto commissario, ma sarà meglio per Voi fare in fretta, la mia disposizione d’animo nei Vostri confronti potrebbe peggiorare velocemente” disse lei riaprendo la porta.

Segugio e Landone furono fatti entrare e la sorella più giovane li condusse nell’ampio soggiorno, dove tutta la famiglia si era raccolta per essere vicina ad Alcide Pramiro nel momento della morte che si avvicinava. I mobili erano tutti antichi come la casa, ma di buon gusto, e davano nell’insieme un aspetto gradevole ed accogliente a tutto l’ambiente. C’erano comode poltrone in pelle, una grande libreria che copriva tutta la parete più lunga tra le due alte finestre aperte sulla via. Su di un tavolo ovale era collocato un moderno grammofono.

Le presentazioni avvennero in un clima di aperta ostilità. Tutti i parenti nutrivano espliciti sentimenti di diffidenza e astio nei confronti di tutto ciò che la divisa del commissario rappresentava. Cleofe e Melitina erano i nomi delle due figlie di Alcide, Aristide Zenobio era il marito di Cleofe, la signora Benedetta la seconda moglie di Alcide.

Segugio, totalmente indifferente ai sentimenti di antipatia che tutti i presenti mostravano di provare, senza troppo tergiversare iniziò a porre le proprie domande. Il professore si sedette invece su di una comoda poltrona e cominciò a spiare le belle gambe di Cleofe. La donna indossava un’elegante gonna nera lunga poco oltre le ginocchia e una fresca camicia bianca di seta che metteva in risalto il lungo collo cinto da una sottile collana di perle. Si era seduta su di un largo divano proprio di fronte al professore, mostrando le lunghe gambe per il piacere voyeuristico del Landone.

“La sera dell’omicidio, Mario è stato in visita da suo fratello, come la signora Benedetta ha già confermato, sapreste dirmi che cosa si sono detti?”

La moglie dell’infermo abbassò lo sguardo verso il pavimento. Era una donna esile, tutta vestita di nero, come se fosse già in lutto ancor prima che il marito fosse spirato.

Melitina le sedeva accanto, il volto ancora intristito dalle lacrime non poteva competere in bellezza con quello della sorella maggiore. Tutto di lei appariva mesto: dall’abbigliamento semplice e umile alle forme del suo corpo un po’ tisico e trascurato. Anche il carattere fragile e introverso suggeriva come l’esistenza di quella donna fosse stata segnata sin dall’infanzia da un destino di tristezza e melanconia. Non aveva trovato marito, aveva perduto presto la madre, ed ora che anche il padre era vicinissimo alla fine, sarebbe rimasta sola con la matrigna, in attesa che la propria vita priva di significato e felicità si trascinasse lentamente sino all’età della vecchiaia. Melitina era consapevole della propria sorte e ne soffriva, si piegò sulle ginocchia e riprese a piangere.

“Mio zio veniva tutti i giorni a trovare papà, pregavano insieme, talvolta anche in compagnia di Benedetta e di mia sorella. Cosa volete che si siano detti? Non sapete che mio padre è gravemente malato? Sta morendo se non lo avete ancora capito! Perché non andate a cercare l’assassino anziché perdere tempo con noi?”

Cleofe aveva parlato con tono aggressivo, le parole erano uscite dalla sua bocca carnosa come saette sibilanti, gli occhi avevano scintillato carichi di tensione, la voce si era fatta acida e il corpo rigido. Il commissario non fu nemmeno per un istante scalfito da quella stizzita reazione, al contrario il professore ne rimase ferito, come se all’improvviso la bellezza di un’opera d’arte venisse compromessa da una nuova luce, troppo forte, troppo intensa per poterla avvolgere in modo armonico.

“Sapreste allora dirmi se Vostro zio avesse dei nemici?” domandò Segugio con voce calma e rilassata, nettamente in contrasto con l’aria tesa che si respirava in quella stanza e che si poteva affettare con un coltello.

“Gli unici nemici di mio zio erano i fascisti!” disse aspra Cleofe “perché non andate ad interrogarli? Perché non volete lasciarci in pace? Pensate veramente di poterci infastidire in questo modo senza conseguenze? Sappiate che anche per Voi verrà un tempo in cui dovrete rendere conto!”

La seconda replica risentita della donna investì Segugio con lo stesso impeto della prima, questa volta lasciando qualche segno. Il professore notò sul volto del commissario una leggera smorfia di disappunto, forse di irritazione. Egli stesso iniziava a provare nuove sensazioni che non era ancora in grado di decifrare compiutamente, ma che intuiva potessero assomigliare a vera e propria avversione nei confronti di quella creatura così bella eppure d’improvviso così indesiderabile.

“Dopo le abituali visite a Vostro marito, Mario Pramiro dove si recava?” chiese il commissario direttamente alla signora Benedetta, ignorando le provocazioni di Cleofe.

“Credo tornasse a casa per la cena… si, ne sono certa, dopo averci fatto visita tornava sempre dalla signora Tina per cenare” rispose timidamente la moglie di Alcide Pramiro.

Cleofe non intervenne, ma osservando il suo volto indurito dalla tensione, il professore pensò di poter indovinare i suoi pensieri, e valutò che non dovessero essere riflessioni accomodanti.

“Parlava spesso delle cene preparate dalla Tina, la considerava un’ottima cuoca” aggiunse Melitina che preso coraggio aveva smesso di piangere.

Segugio si ricordò che nella cucina a casa del morto, erano stati ritrovati i resti di una cena mai consumata. Iniziò a porsi delle domande. Cosa era accaduto dopo che Mario aveva lasciato la casa del fratello? Per quale motivo aveva rinunciato alla propria cena? Era andato direttamente al granaio dove sarebbe stato ucciso o era prima passato da casa? Decise che avrebbe dato in seguito una risposta a questi quesiti e continuò l’interrogatorio.

“Che voi sappiate aveva altre frequentazioni oltre alla cerchia dei parrocchiani? Condivideva qualche amicizia particolare con la Vostra famiglia?”

A questa nuova domanda scese un imbarazzato silenzio, tutti i presenti abbassarono il capo, tutti tranne Segugio, Cleofe e il professore i cui sguardi si incrociarono per un attimo. A Landone sembrò di scorgere una fiammata d’ira negli occhi smeraldo della donna, tanta era l’energia che potevano sprigionare. La vide alzarsi e avvicinarsi al commissario, una nuova sfuriata stava per abbattersi sul solerte funzionario dell’OVRA. Era come un fiume in piena, Cleofe parlava e gesticolava spiegando a Segugio le proprie ragioni, parlava e agitava le braccia, dicendo al commissario che non poteva rovistare nella loro vita privata. La sua voce salì di tono sin quasi ad urlare, senza mai smettere di parlare. Arrivò a minacciare il commissario di percosse fisiche e alla fine si sedette nuovamente, dopo aver rilasciato tutto il suo carico di livore, lamentele e scintille, senza nemmeno essere sfiorata dal sospetto che tutto quel parlare potesse risultare sgradevole.

Il professore iniziò ad innervosirsi, non era preparato a fronteggiare questo genere di situazioni. Era abituato a gestire le sue amanti, ma non aveva mai conosciuto una donna come quella, la giudicò totalmente insopportabile, e pensò che sarebbe uscito di senno stando lì ad ascoltare quelle tempeste umorali. Doveva trovare il modo di farla tacere, se avesse ripreso a mitragliargli il cervello con quella intollerabile voce, non avrebbe resistito a lungo, ma cosa poteva fare? Doveva farsi venire un’idea brillante, intanto Segugio attaccò con un’altra insidiosa domanda.

“In paese si mormora che il signor Mario avesse una relazione extraconiugale con la moglie del segretario comunale, potete confermare questa circostanza?”

Un’espressione di indignazione si materializzò plasticamente sui volti dei parenti dell’uomo assassinato, e l’affronto fu tale che persino il marito della signora Cleofe, sino a quel momento silenzioso come una sfinge, osò intervenire.

“Come potete credere a questi pettegolezzi, a queste menzogne messe in circolazione al solo scopo di screditare il povero Mario?”

Aristide Zenobio era una persona semplice, dai modi garbati, il tono della voce era quello di chi quasi si scusa per aver osato parlare. Non vi erano intenzioni polemiche nelle sue parole, piuttosto sincero rammarico per l’ennesima cattiveria consumata ai danni di un morto, che in quanto tale non poteva nemmeno difendersi dai suoi calunniatori.

“Tu stai zitto” brontolò Cleofe nel dialetto locale, prima che il marito potesse aggiungere altro. Zenobio abbassò allora lo sguardo, pentito di aver dispiaciuto la moglie.

Lei era scattata in piedi, pronta a scatenare nuovamente il proprio impeto. Iniziò una serrata e veemente requisitoria contro il regime e le sue aberrazioni, a suo dire all’origine di tutte le manovre persecutorie contro la sua famiglia. Nell’enfasi e nella concitazione delle proprie locuzioni aveva addirittura cambiato il colore della pelle, che da bianchissima era diventata rossa, sia per la calura che per la rabbia.

Landone oramai non ne poteva più. Accarezzò persino l’idea di rubare la pistola del commissario e sparare in testa a quella strega isterica, ma riuscì a dominare quel repentino istinto omicida. Le gambe della donna, che poco prima avevano stuzzicato le sue fantasie, ora gli davano la nausea, mentre si muovevano nevrotiche insieme a quel corpo ben fatto, ma che ormai era divenuto soltanto il piacente involucro di uno spirito logorroico. Persino Segugio iniziava a dare segni di impazienza. Il volto imperturbabile col quale aveva fatto fronte alle prime scenate di Cleofe, aveva lasciato il posto ad una maschera di pietra, scolpita d’irritazione e fastidio.

Quando lei terminò il suo discorso accalorato, per un attimo ci fu silenzio, e Landone con destrezza cercò di imporre una tregua. Sapeva bene che non poteva durare a lungo, ma anche solo cinque minuti di rilassante normalità lo avrebbero aiutato a non dar fuori di testa.

“Che ne dite di fare una bella pausa? Potrebbe essere un ottimo momento per un caffè, possibilmente corretto” chiosò il professore.

Segugio annuì, ed anche la signora Benedetta e Melitina diedero a intendere di essere d’accordo. Soltanto Cleofe si oppose all’idea, subito spalleggiata dal servizievole marito.

“Perché non andate via piuttosto?” domandò sempre più inacidita. Zenobio la guardava annuendo con aria stranita.

“Il nostro lavoro non è finito, e lo porteremo a termine in ogni caso, con o senza surrogato di caffè” rispose freddamente, ma con decisione, il commissario.

Melitina si alzò e andò in cucina a preparare un tè, Benedetta cominciò ad apparecchiare la tavola. Cleofe si sedette accavallando le gambe, e dondolando nervosamente il piede destro osservava a turno sia il commissario sia il professore, riservando ad entrambi sguardi di rimprovero carichi di malevolenza.

Landone si accorse in quel momento che quegli occhi avevano qualcosa di famigliare, qualcosa che aveva già visto in passato. Aveva sete, desiderava bere del vino o una qualsiasi bevanda purché fosse alcolica. Guardò ancora gli occhi di Cleofe, con attenzione e a lungo. Quegl’occhi, aveva già visto occhi così, erano gli occhi di una pazza, pensò il professore ricordandosi di una sua amante di qualche anno prima, una ragazza di ventidue anni sposata con un generale e che era stata qualche tempo in manicomio.

Si chiamava Livia e si erano conosciuti ad una festa, o almeno Landone  così credeva di ricordare, dato che quando la incontrò era già sbronzo e i dettagli di quella notte erano scomparsi dalla sua memoria. Era certo solo del fatto di essersi svegliato il giorno dopo nel letto coniugale della ragazza. Si frequentarono a lungo durante tutto il 1936 e mentre il marito era in Etiopia a conquistare l’Impero, Livia si faceva consolare dal professore. Landone ricordava bene quanto Livia fosse disturbata, non sopportava un sacco di cose e ciò che era peggio, almeno dal suo punto di vista, non tollerava che lui si ubriacasse. Era fissata con il sesso, pretendeva di farlo tutti i giorni e quando Landone era sbronzo e non riusciva a combinare un gran che, Livia si infuriava. La sera sei troppo ubriaco e la mattina troppo sconvolto, gli diceva sempre quando si arrabbiava, ma il professore continuò a ubriacarsi regolarmente e finirono con il litigare pesantemente. In ultimo lei lo lasciò. Mia madre me lo aveva detto di non mettermi con un vecchio coglione come te, gli aveva sbraitato contro il giorno che aveva deciso di rompere quella relazione extraconiugale. L’ultima volta che si videro Livia era ancora giovane, bella, con capelli voluminosi e un fisico formoso. Landone continuava ad osservare Cleofe e alla fine ne fu certo. I suoi occhi inquieti assomigliavano incredibilmente agli occhi folli della Livia furibonda.

Servirono del tè e del cognac, Landone ignorò il primo e si lanciò sul secondo, ne sentiva il bisogno e sorseggiandolo lentamente si sentì meglio per alcuni secondi. La tensione non accennava a diminuire e Segugio aveva fretta di concludere l’interrogatorio. Era deluso, sino a quel momento non aveva ottenuto nessuna informazione utile. Cleofe in modo esplicito, ma anche gli altri nei fatti, non lo stavano aiutando. Il commissario stava studiando quelle quattro persone davanti a sé come un pugile sulla difensiva studia l’avversario, pronto a ripartire con un colpo a sorpresa, finalizzato a eludere una guardia sino a quel momento insuperabile. Era sicuro che quei quattro sapessero, che stessero coprendo qualcosa che non volevano condividere, ma non riusciva a comprenderne il motivo. Certo erano diffidenti e apertamente ostili al fascismo, eppure doveva esserci dell’altro, stava pensando Segugio, un risvolto della vicenda di cui forse avevano persino timore. Le reazioni esagerate di Cleofe e la preoccupazione che si poteva leggere sui volti delle altre due donne erano tutti indizi che suggerivano uno stato d’animo di apprensione e nervosismo. Che cosa nascondevano i parenti di Mario Pramiro, di cosa avevano paura?

Landone invece era attraversato da pensieri di natura totalmente diversa. Non gli piaceva indagare sull’omicidio in Val Tidone, non gli piaceva quella vecchia costruzione di campagna, non gli piacevano le vecchie e pesanti tende alle finestre, non gli piaceva la tappezzeria triste e scura come non gli piacevano gli inquilini di quella casa. Melitina e Benedetta lo deprimevano con quelle facce in lutto, per lo sfortunato Zenobio provava compassione, immaginando quale esistenza infernale avesse scelto di vivere insieme alla terribile moglie. Cleofe gli provocava sentimenti di schietta e violenta repulsione. Avrebbe voluto andarsene, ma sapeva che non c’era nessun posto dove andare. Era costretto a restare in quel vecchio e brutto appartamento a cercare di scoprire chi fosse l’assassino di un uomo che non aveva nemmeno conosciuto e del quale non gli fregava nulla. Non gli fregava niente di niente, avrebbe solo voluto chiudersi in una camera buia, scopare la locandiera obesa ed ubriacarsi. Riempì il bicchiere e continuò a bere.

Cleofe si accese una sigaretta, osservò con disprezzo il professore tracannare il secondo bicchiere di cognac, pensò che fosse ripugnante e lo odiò. Segugio, oltre che gli stessi sentimenti di inimicizia e insofferenza, suscitava nella donna anche una profonda irritazione, una rabbia che lei non riusciva a reprimere e ancor meno a controllare. Non tollerava il suo portamento calmo e rilassato, ne detestava la faccia da sbirro, e più di ogni altra cosa non poteva accettare il modo orgoglioso con il quale sfoggiava la maledetta divisa della milizia fascista. Cleofe era un’autentica antifascista democratica, avrebbe voluto vivere in America e considerava tutte le dittature una iattura per l’umanità. Disapprovava Mussolini e tutti i fascisti, soprattutto da quando avevano messo fuori legge la massoneria e cominciato a perseguitare la sua famiglia.

Se avesse fatto un’altra domanda fuori luogo lo avrebbe preso a schiaffi, si disse Cleofe lanciando a Segugio uno sguardo di sfida. Si sentiva superiore e riteneva di poter tener testa al funzionario dell’OVRA.

In effetti sino a quel momento aveva gestito la situazione con destrezza, Segugio non era stato capace di tirare fuori un ragno dal buco, e lei si era convinta di poterlo dominare sino alla fine, come era abituata a fare con gli altri uomini, come faceva ogni giorno con il marito. Landone non la preoccupava minimamente, lo giudicò una nullità e decise semplicemente di ignorarlo. Si era accorta degli sguardi indiscreti che il professore aveva rivolto alle sue gambe, ma non ne era rimasta impressionata. Da un idiota quale pensava che lui fosse, non si aspettava nulla di diverso. Per un istante, mentre fumava avidamente la sigaretta, immaginò il professore inginocchiato ad adorarle i piedi in uno stato di totale asservimento. I suoi occhi brillarono di una luce enigmatica proprio mentre incrociò ancora il suo sguardo.

Povero stronzo, pensò lei.

E’ completamente pazza, si disse lui.

Segugio posò la tazzina del tè sul tavolino che aveva davanti, ringraziò per l’ospitalità e decise che era giunto il momento di tornare all’attacco.

“Vi risulta che Mario possedesse dei valori? Possedeva molto denaro o qualche altro oggetto prezioso?”

A questa nuova domanda Benedetta e Melitina abbassarono nuovamente il capo senza parlare, imbarazzate non sapevano cosa rispondere. A toglierle d’impaccio ci pensò ancora una volta Cleofe.

“Mio zio aveva fatto voto di povertà, era un uomo semplice e pio, dei denari e di ogni altra cosa terrena posseduta dalla nostra famiglia si è sempre occupato mio padre. Io credo siate del tutto fuori strada commissario, di questo passo non arriverete da nessuna parte, e intanto l’assassino è là fuori, impunito!”

Cleofe parlava con la consueta agitazione e gesticolando animatamente. Il tono della voce si era di nuovo alterato, come a sottolineare l’indole indomita di quella donna, determinata a non dare sconti, decisa a non cedere e nemmeno ad arretrare, come un’amazzone in battaglia.

“Descrivete Vostro zio come un Santo, ma le ragioni della sua morte sono avvolte dal mistero. Dite che non aveva nemici e che non si occupava di questioni terrene, eppure è stato barbaramente ucciso. Non Vi siete posta la domanda di chi o perché abbia compiuto un simile riprovevole gesto?”

Segugio continuò il duello retorico con la nipote del morto, capiva di aver di fronte un osso duro, ma contava ancora di poterla avere vinta, di indurla in errore. Era sicuro che prima o dopo avrebbe finito col tradirsi, prima o poi, senza volerlo, avrebbe dato qualche informazione utile, un indizio, una traccia da seguire.

“Fare domande non è il mio mestiere” replicò Cleofe, “piuttosto sembra essere il Vostro, anche se i quesiti che ponete non credo Vi saranno di grosso aiuto” chiosò acidamente, mentre si accendeva un’alta sigaretta.

Landone si riempì il bicchiere una terza volta e si alzò dalla poltrona dove era seduto, si spostò vicino alla finestra e guardò fuori. Gli edifici lungo la via erano tutti tristi e la strada deserta. La voce affilata e penetrante di Cleofe gli dava i brividi, la pelle d’oca. Non era tanto il contenuto delle sue risposte a irritarlo, anzi di quello non si curava minimamente. Era la voce a dargli sui nervi, quella maledetta voce tagliente come un rasoio lo infastidiva in maniera insopportabile. Immaginò di infilarle la teiera in bocca e di spaccarle tutti i denti. Così avrebbe smesso di affettargli il cervello, si disse guardando un piccione alzarsi in volo e scomparire dietro la casa di fronte.

“Non avete risposto alla mia domanda” disse calmo il commissario, “chi pensate che abbia ucciso Vostro zio?”

Cleofe si fece buia in volto, restando in silenzio per qualche secondo, come a voler meglio meditare la giusta risposta. Fissò Segugio negli occhi e lo sfidò ancora guardandolo con rancore.

“La mia opinione non ha alcuna rilevanza ai fini delle Vostre indagini sul delitto della Val Tidone, commissario. Come Vi ho già detto siete sulla pista sbagliata, da Voi mi sarei francamente aspettata qualcosa di meglio.”

Segugio ignorò ancora una volta la provocazione, era un professionista e sapeva come condurre un interrogatorio. Cleofe eludeva le domande, ma lui non si sarebbe lasciato trascinare in nessuna sterile polemica, non ne aveva voglia e nemmeno tempo. Scrutò gli occhi della donna e capì che lei non avrebbe parlato, non a lui, non quel pomeriggio e forse mai, nemmeno sotto tortura. Decise che l’avrebbe fatta pedinare, che la corrispondenza sarebbe stata controllata, le telefonate ascoltate. Avrebbe pagato a prezzo della libertà tutta l’insolenza di cui stava dando prova.

“Da alcuni mesi Fulgenzio Pramiro, il Vostro fratellastro, ha lasciato il paese. Dove è andato?”

Cleofe era perplessa, esitò per alcuni istanti, non si aspettava una domanda del genere, e soprattutto non aveva previsto di dover rispondere dicendo la verità. Non aveva scelta, nessuna menzogna su questa questione poteva essere creduta, perché qualsiasi cosa avesse detto avrebbero scoperto che era una bugia. Semplicemente non sapeva e non aveva idea di dove fosse finito Fulgenzio. Lo ignorava e così fu costretta ad ammettere.

“Non lo so, non abbiamo più avuto sue notizie” disse mentre un velo di tristezza le calava sul volto.

Segugio pensò ancora che stesse mentendo e valutò come discreta la capacità di recitare esibita da Cleofe.

Landone intanto si era messo a curiosare tra gli scaffali della libreria di Alcide Pramiro. Una libreria ricca di testi interessanti, alcuni dei quali su argomenti di matrice esoterica, alchemica, e magica. Il professore si chiese come mai Alcide possedesse così tanti libri bizzarri, e decise che sarebbe stato interessante domandarlo direttamente al padrone di casa.

“E’ possibile parlare con il signor Alcide?”

“No, da due giorni non è più in grado di parlare” disse Benedetta.

“Ormai è come un vegetale” aggiunse Melitina piangendo.

Cleofe invece non disse nulla, si limitò a guardare Landone con una faccia nauseata.

Zenobio fissava nel vuoto come fosse in attesa di ricevere un segnale, un gesto, un ordine della moglie.

Il professore rivolse nuovamente la sua attenzione alla grande libreria e notò un grosso volume rilegato in pelle in mezzo ad alcuni atlanti illustrati collocati proprio al centro della scaffalatura. Lo afferrò per ispezionarlo meglio. La copertina era liscia e di color del cuoio, non vi era alcuna scritta né altro titolo. Aprì il grosso volume e scoprì che era un album di fotografie della famiglia Pramiro. Alcuni scatti erano molto vecchi e Landone riuscì a datarli senza difficoltà alla fine del secolo precedente. Di fianco ad alcune fotografie una didascalia scritta a mano in un corsivo preciso e ben leggibile riportava la data il luogo ed anche i nomi delle persone ritratte. Iniziò a sfogliare l’album distrattamente, con gesti quasi meccanici senza una ragione precisa.

Cleofe si accorse di cosa stava facendo il professore e sembrò inquietarsi, come se fosse disturbata dal suo comportamento. Segugio pensò che la donna fosse preoccupata, come se quel grosso volume nascondesse qualche indizio di ciò che stava cercando di nascondere. Decise di avvicinarsi al professore per dare un’occhiata. Proprio in quel momento lo sguardo di Landone cadde su di una foto particolare, di quelle senza didascalia. Vi erano immortalate cinque persone in abiti estivi, in posa sorridenti con la grande piramide egizia di Cheope sullo sfondo. Riconobbe due dei cinque uomini ritratti. Per quanto dovessero essere molto più giovani all’epoca della foto con la piramide, Landone era sicuro della somiglianza con le fotografie che il commissario gli aveva mostrato di Mario e Alcide Pramiro. Le fotografie scattate dagli agenti dell’OVRA e inserite negli schedari della polizia politica erano più recenti, ma la rassomiglianza comunque inconfondibile.

“Chi sono questi giovani?” domandò il professore mostrando ciò che aveva trovato.

Nessuno rispose. Segugio afferrò il pesante tomo, armeggiò alcuni secondi con la pagina trovata da Landone e staccò la fotografia per ispezionarne il retro. Il suo volto rimase di sale, immobilizzato in un’espressione di stupore autentico. Con inchiostro nero erano state scritte dietro la fotografia un luogo, una data e cinque nomi.

Cairo, 13 ottobre 1907, Alcide e Mario Pramiro, Lisandro Pantaleo, Metrofane Prassede, Tesauro Viliberto.

Anche Landone lesse i nomi e spalancò la bocca incredulo.

“Ma sono i nomi dei tre massoni assassinati a Piacenza nelle scorse settimane” disse.

“Un’incredibile coincidenza” rispose Segugio senza troppa convinzione.

“Oppure un indizio che i tre omicidi sono collegati con il delitto della Val Tidone” replicò Landone.

“Non siate paranoico, è solo una vecchia fotografia e non significa nulla” si intromise Cleofe.

“Solo perché si è paranoici non significa che si abbia torto” disse il professore riempiendo la pipa.

Segugio requisì l’album delle fotografie e annunciò che l’interrogatorio era per il momento terminato.

“Non potete portare via quelle fotografie, sono un ricordo personale ed appartengono alla nostra famiglia” protestò Cleofe.

“Se non Volete essere arrestata chiudete quella bocca” l’aggredì Segugio.

Salutarono con freddezza e si diressero alla porta. Le donne sembravano angosciate, Cleofe più di delle altre. Aristide Zenobio attendeva sull’uscio. Segugio si accomiatò ed uscì per primo, Landone lo seguì dopo aver stretto la mano a Zenobio e averlo guardato con commiserazione, provando autentica pena per il destino di sottomissione che quell’uomo si era scelto. Osservandolo negli occhi capì che sposare quella donna era stata l’ultima libera decisione della sua vita.

Scesero le scale, e tornati sulla via il professore si accese la pipa sorridendo soddisfatto. La insopportabile megera era stata sconfitta, e anche il commissario avrebbe avuto bisogno del suo aiuto. Pensò che tutto quanto fosse collegato: i quattro omicidi, la scomparsa del giovane Pramiro, la massoneria. Un debole e incerto collegamento che avrebbe forse permesso di risalire all’identità dell’assassino o almeno al suo movente. Adesso avevano una traccia, un’impercettibile pista ancora avvolta dalla nebbia, ma pur sempre un sentiero per quanto buio ed incerto. Non restava che iniziare a percorrerlo per scoprire dove avrebbe condotto.

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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