Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, di Gianni Oliva – Recensione

Nel saggio Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria, Gianni Oliva costruisce un’operazione storiografica che va ben oltre la semplice ricostruzione dei fatti. Il cuore dell’opera, già dichiarato nel titolo, è il tema della negazione, intesa non come distrazione o ignoranza casuale, ma come rimozione strutturale, sedimentata nel tempo, alimentata da convenienze politiche, equilibri internazionali e imbarazzi ideologici. Le foibe non sono state solo una tragedia umana, ma anche una ferita della memoria nazionale, tenuta a lungo sotto una coltre di silenzio che ha agito come una seconda violenza, meno visibile ma non meno efficace. Oliva mostra come, per decenni, la vicenda sia rimasta ai margini del discorso pubblico italiano, schiacciata tra il timore di incrinare il mito fondativo della Resistenza e la necessità, nel contesto della Guerra fredda, di non disturbare i rapporti con la Jugoslavia di Tito. La negazione, in questo senso, non è stata una dimenticanza, ma una scelta.

Il libro si muove poi su un piano geografico che è al tempo stesso storico e simbolico. Venezia Giulia e Istria non vengono trattate come periferie marginali, ma come un vero laboratorio estremo di conflitti identitari. In queste terre di confine, l’appartenenza nazionale non è mai stata un dato stabile, bensì un campo di tensione permanente. Lingua, scuola, toponomastica, culto religioso diventano strumenti di affermazione politica, marcatori di un “noi” e di un “loro” continuamente ridefiniti. Oliva restituisce con chiarezza la complessità di un territorio in cui l’identità non è mai neutra e in cui ogni mutamento di potere produce una ridefinizione forzata delle appartenenze. In questo contesto, la violenza non esplode come un evento eccezionale, ma come una possibilità sempre latente, pronta a manifestarsi quando il quadro politico lo consente.

Fondamentale, nella costruzione dell’argomentazione, è la scelta di non far iniziare la storia nel 1943. Oliva insiste sugli antecedenti, sulle politiche di snazionalizzazione attuate dal fascismo di confine, sulla repressione culturale e linguistica nei confronti delle comunità slovene e croate, sulla chiusura delle scuole, sull’italianizzazione forzata dei nomi, sull’uso sistematico della violenza simbolica e amministrativa. Questo non serve a giustificare ciò che accadrà dopo, ma a spiegare come si sia formato un terreno di rancore, paura e desiderio di rivalsa. Il fascismo di confine appare così come un fattore decisivo nella radicalizzazione dei rapporti etnici, un detonatore lento che prepara il terreno a una violenza successiva, più brutale e definitiva.

Uno dei passaggi più delicati del libro è la distinzione, mai semplice, tra guerra, vendetta ed epurazione. Oliva rifiuta sia la lettura che riduce le foibe a un’esplosione incontrollata di brutalità, sia quella che le banalizza come un regolamento di conti interno alla lotta partigiana. Le foibe vengono invece inquadrate come un atto di violenza politica e nazionale, inserito in un progetto di controllo del territorio e di ridefinizione etnica. Non follia improvvisa, dunque, ma neppure semplice giustizia sommaria: piuttosto una pratica di eliminazione selettiva, che colpisce non solo i responsabili del regime fascista, ma anche civili percepiti come ostacoli alla nuova sovranità. In questa zona grigia, Oliva esercita una scrittura misurata, che distingue senza assolvere e che cerca di comprendere senza indulgere.

Il quadro si completa con l’analisi delle responsabilità jugoslave e del silenzio internazionale che seguì la fine della guerra. Il ruolo dei partigiani di Tito viene affrontato senza ambiguità, ma sempre collocato nel contesto geopolitico del dopoguerra. L’Occidente, impegnato a costruire nuovi equilibri e a contenere l’espansione sovietica, preferì chiudere gli occhi. La Jugoslavia, utile come stato cuscinetto e come interlocutore non allineato, divenne un partner da non disturbare con questioni scomode. In questo scenario, le vittime delle foibe risultarono doppiamente sconfitte: prima dalla violenza, poi dall’oblio diplomatico. Oliva mostra come la storia, quando entra nel campo delle relazioni internazionali, venga spesso piegata a esigenze di opportunità, sacrificando la verità sull’altare della stabilità.

In questa prima parte del suo percorso, il libro si impone quindi non solo come un’indagine sul passato, ma come una riflessione più ampia sul rapporto tra storia, politica e memoria. Le foibe, nella lettura di Oliva, diventano un caso esemplare di come una nazione scelga cosa ricordare e cosa tacere, e di come il silenzio, lungi dall’essere neutro, finisca per modellare a lungo la coscienza collettiva.

Uno degli aspetti più convincenti di Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria è la restituzione di centralità alle vittime. Gianni Oliva rifiuta con decisione l’idea che le persone finite nelle foibe possano essere archiviate come “effetti collaterali” di una transizione violenta. Nel suo racconto emergono volti, ruoli, vite concrete: funzionari amministrativi, sacerdoti, insegnanti, operai, donne e uomini che spesso non avevano avuto alcun ruolo diretto nel regime fascista. Questa scelta narrativa e storiografica è tutt’altro che neutra. Sottraendo le vittime alla statistica e alla propaganda, Oliva compie un atto di responsabilità civile: mostra come la violenza colpisca prima di tutto individui, non categorie astratte. La storia, qui, non è un elenco di colpe collettive, ma un mosaico di biografie spezzate, ciascuna portatrice di una tragedia irriducibile a slogan.

La stessa logica guida l’analisi del legame tra foibe ed esodo giuliano-dalmata. Il libro rifiuta la tentazione di trattare le due vicende come episodi separati o semplicemente contigui nel tempo. Al contrario, Oliva dimostra come stragi ed esodo facciano parte di un unico processo storico: uno svuotamento progressivo, insieme fisico e simbolico, di un’intera presenza culturale. Le foibe rappresentano il momento della violenza estrema, l’esodo quello della paura che si fa scelta obbligata. Chi parte non fugge solo da ciò che è accaduto, ma da ciò che potrebbe ancora accadere. In questa prospettiva, l’abbandono di case, terre, chiese e cimiteri non appare come una migrazione spontanea, bensì come la conseguenza di un clima di intimidazione strutturale. L’identità italiana di quelle terre non viene solo repressa: viene svuotata, cancellata, resa impraticabile.

Particolarmente equilibrata è la gestione del problema dei numeri, terreno scivoloso e spesso avvelenato nel dibattito pubblico. Oliva affronta le cifre con prudenza metodologica, evitando tanto il riduzionismo quanto l’iperbole. Non minimizza la portata della tragedia, ma rifiuta l’uso dei numeri come arma ideologica. Le stime vengono presentate come tali, con tutte le incertezze che una ricerca storica su eventi caotici e spesso mal documentati comporta. In questo modo, il dato quantitativo non diventa il fine del discorso, ma uno strumento al servizio della comprensione. Il messaggio implicito è chiaro: la gravità morale di una strage non dipende dalla competizione aritmetica, ma dalla natura della violenza esercitata e dal contesto in cui essa si inserisce.

Il libro si colloca così pienamente nel nodo cruciale tra storiografia, memoria e uso pubblico della storia. Oliva è consapevole che scrivere delle foibe significa intervenire in un campo ancora carico di tensioni ideologiche. Il suo lavoro non si limita a ricostruire i fatti, ma interroga il modo in cui quei fatti sono stati raccontati, taciuti o strumentalizzati. La storia diventa memoria collettiva solo attraverso una selezione, e quella selezione può essere guidata dalla ricerca o dalla convenienza politica. In questo senso, il saggio si propone come antidoto sia alla rimozione sia alla retorica, opponendo al mito una narrazione documentata, e al silenzio una parola misurata.

È proprio questa misura a conferire al libro un valore civile che va oltre il contesto in cui è stato scritto. In un tempo segnato da polarizzazioni identitarie e da un uso sempre più aggressivo del passato come arma politica, l’opera di Oliva resta necessaria perché mostra un altro modo di fare storia: rigoroso senza essere freddo, empatico senza essere fazioso. Leggere oggi Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria significa confrontarsi con una pagina scomoda della storia nazionale senza cercare assoluzioni facili né colpe universali. Significa accettare che la memoria, per essere davvero condivisa, debba passare attraverso la complessità e il riconoscimento del dolore altrui. In questo senso, il libro non chiede adesioni ideologiche, ma attenzione, responsabilità e, soprattutto, onestà intellettuale.

Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino (1947): recensione

Pubblicato nel 1947, Il sentiero dei nidi di ragno segna l’esordio narrativo di Italo Calvino, un’opera che si colloca pienamente all’interno del neorealismo italiano, ma con un’impronta peculiare che la distingue da altre narrazioni sulla Resistenza partigiana. Se molte opere del periodo tendono a esaltare il sacrificio eroico o l’impegno ideologico dei combattenti, Calvino sceglie una prospettiva diversa, più disincantata e priva di retorica. La sua Resistenza non è un’epopea gloriosa, ma un’esperienza frammentata, vissuta da uomini e donne spesso mossi da pulsioni contraddittorie, più che da un ideale puro e assoluto. Lontano dal rigore propagandistico di alcuni testi coevi, il romanzo offre un ritratto della lotta partigiana che non risparmia le sue miserie, i suoi errori e le sue disillusioni.

Ciò che rende Il sentiero dei nidi di ragno un’opera singolare nel panorama neorealista è la scelta di narrare questi eventi attraverso lo sguardo di Pin, un bambino orfano e marginale, che si muove tra il mondo adulto e l’infanzia senza appartenere veramente a nessuno dei due. Pin non è l’innocente spettatore delle atrocità della guerra, ma un protagonista inquieto e beffardo, un ragazzo che cerca di farsi accettare da un’umanità che lo respinge. Il suo sguardo distorto e infantile sulla guerra fa emergere la crudezza dell’esperienza bellica senza mediazioni ideologiche: la Resistenza gli appare come un universo confuso, popolato da figure bizzarre, più che da eroi. Attraverso di lui, Calvino ci mostra come la guerra sia anche un’esperienza vissuta da chi non ne comprende fino in fondo la portata, ma che ne subisce comunque le conseguenze.

In questa prospettiva, uno degli aspetti più interessanti del romanzo è l’ambiguità morale dei personaggi. Non vi è una netta divisione tra buoni e cattivi: i partigiani non sono idealizzati, e anzi emergono nella loro umanità imperfetta, con debolezze, paure e motivazioni spesso discutibili. Il distacco da una narrazione manichea è evidente nella rappresentazione dei vari combattenti: uomini che si trovano a resistere non solo contro il nemico fascista, ma anche contro le proprie insicurezze, contraddizioni e istinti primordiali. Il mondo di Calvino è fatto di grigi, piuttosto che di bianco e nero, e questa visione rende il romanzo più vicino alla realtà storica rispetto a molte altre opere che cercarono di dare una lettura eroica della Resistenza.

Lo stile e il linguaggio adottati dall’autore riflettono questa prospettiva. Se da un lato l’influenza del neorealismo si percepisce nell’uso di un registro semplice e diretto, dall’altro già emergono le tendenze allegoriche e fiabesche che caratterizzeranno la produzione successiva di Calvino. La scrittura, per quanto essenziale, è spesso venata da una certa ironia e da una leggerezza che smorza la tragicità degli eventi narrati. Si avverte, insomma, il germe di quella poetica del fantastico che maturerà nelle opere successive, pur rimanendo qui ancorata a un’ambientazione realistica e storicamente circoscritta.

Il simbolismo del titolo stesso è un elemento fondamentale dell’opera. Il sentiero dei nidi di ragno è il luogo segreto di Pin, uno spazio nascosto e misterioso in cui il ragazzo cerca rifugio, un angolo del mondo sottratto alle brutture della guerra. Tuttavia, questo luogo non è solo un rifugio fisico, ma anche metaforico: rappresenta l’infanzia di Pin, il suo tentativo di ritagliarsi uno spazio sicuro in un mondo che gli è ostile. Ma proprio come i nidi di ragno, che sembrano delicati e inaccessibili ma sono fragili e pieni di insidie, anche questo sentiero non è davvero un porto sicuro. È un’illusione di protezione, così come l’idea che l’infanzia possa rimanere immune alla guerra e alla violenza che la circonda.

Con Il sentiero dei nidi di ragno, Calvino offre dunque una visione della Resistenza che non è né idealizzata né cinica, ma profondamente umana. Attraverso la voce di un bambino sradicato, ci racconta una storia di lotta e di sopravvivenza, in cui la guerra non è solo una questione politica, ma anche una condizione esistenziale che segna l’animo di chi la vive, adulto o bambino che sia.

Il sentiero dei nidi di ragno si distingue per la sua capacità di raccontare la guerra attraverso uno sguardo insolito, quello di un bambino, evidenziando la brutalità del conflitto senza cadere in una narrazione eroica o retorica. La violenza permea ogni aspetto della vita di Pin, ma la sua comprensione è frammentaria e distorta: egli la vive come un elemento inevitabile del mondo, qualcosa che appartiene tanto agli adulti che ai bambini. Non c’è una netta distinzione tra buoni e cattivi, tra giusti e sbagliati: la guerra è raccontata nella sua crudezza, senza mitizzazioni. I partigiani, pur essendo i protagonisti della lotta di liberazione, sono spesso ritratti come individui rozzi, cinici, lontani dall’immagine idealizzata dell’eroe. La loro stessa violenza è necessaria, ma non per questo meno brutale, e il romanzo non fa nulla per edulcorarla. Calvino descrive un mondo in cui l’uso della forza è una realtà ineludibile e la guerra è una condizione esistenziale più che una battaglia tra ideologie opposte.

Al centro di questo universo di guerra e violenza si colloca la solitudine di Pin, che fatica a trovare un proprio posto tra gli adulti. Egli è escluso sia dal mondo dei bambini che da quello degli uomini. Il suo legame con la sorella, una prostituta che non gli riserva alcun affetto, è segnato dall’indifferenza e dal tradimento. Gli adulti che incontra – siano essi partigiani o fascisti – non lo comprendono davvero: lo usano, lo deridono o lo sfruttano. Anche tra i partigiani, Pin non riesce a trovare una vera appartenenza. Il suo linguaggio beffardo e le sue domande ingenue lo rendono un estraneo, incapace di condividere il cameratismo degli uomini. La sua solitudine è un riflesso di un mondo adulto che non è in grado di accogliere l’infanzia e la diversità, un mondo dove anche i più giovani sono costretti a crescere in fretta senza alcuna guida.

Nonostante il forte realismo storico che caratterizza il romanzo, Calvino introduce un elemento fiabesco che lo distingue da altri racconti di guerra. Il punto di vista infantile di Pin e la sua percezione della realtà caricano la narrazione di un’aura quasi surreale. La stessa idea del “sentiero dei nidi di ragno” diventa una metafora dell’infanzia come rifugio e insieme prigione. Il luogo segreto di Pin, simbolo della sua solitudine, assume una dimensione quasi magica, un’evocazione di spazi immaginari che ricorda la futura produzione di Calvino, in particolare la sua trilogia fantastica. Questo connubio tra realismo e fiaba permette all’autore di raccontare la guerra con un filtro che non ne sminuisce la brutalità, ma la rende accessibile attraverso gli occhi di un bambino, anticipando la sua vocazione per la letteratura allegorica e simbolica.

Il romanzo è fortemente influenzato dall’esperienza diretta di Calvino nella Resistenza. La sua partecipazione alla lotta partigiana si riflette non solo nella rappresentazione del conflitto, ma soprattutto nella sua prospettiva critica e disincantata. La guerra non è raccontata come un’epopea eroica, ma come un caos dominato da violenza, confusione e sopraffazione. I partigiani non sono figure idealizzate, ma uomini con difetti, contraddizioni e debolezze. In questo sguardo privo di retorica si avverte l’influenza della visione neorealista del dopoguerra, ma anche una sensibilità personale che porterà Calvino a sviluppare un approccio sempre più sperimentale e simbolico nella sua produzione successiva.

L’eredità de Il sentiero dei nidi di ragno nella letteratura italiana è significativa. Accolto inizialmente con favore dalla critica, il romanzo ha subito nel tempo una rivalutazione sempre più profonda. Se in un primo momento venne letto come un’opera neorealista, nel tempo si è compreso il suo carattere peculiare, che lo distingue dal semplice racconto di guerra. Il suo uso di un narratore bambino, il tono che oscilla tra fiaba e realismo, la rappresentazione della guerra in chiave disillusa lo rendono un’opera unica nel panorama letterario del dopoguerra. Calvino stesso tornerà più volte sul romanzo, sottolineando il suo valore sperimentale e il suo carattere ibrido. Ancora oggi, Il sentiero dei nidi di ragno è considerato un classico della letteratura italiana, capace di raccontare la guerra con una prospettiva originale e profondamente umana, ponendo interrogativi che restano attuali.

Sono scesi i lupi dai monti

Recensione del libro testimonianza di Piero Tarticchio.

Ci sono eventi della storia che, per lungo tempo, hanno abitato le ombre della memoria collettiva, relegati ai margini della narrazione ufficiale e riscoperti solo tardivamente. Il dramma delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata rientra in questa categoria: una pagina di storia dolorosa, rimossa per decenni e oggi ancora oggetto di dibattiti accesi. Sono scesi i lupi dai monti, scritto da Piero Tarticchio, non è solo il racconto di un’esperienza personale, ma una testimonianza potente che restituisce voce a chi, per anni, è rimasto in silenzio. Attraverso una scrittura intima e incisiva, l’autore trasporta il lettore in un viaggio di memoria e dolore, che si intreccia con la tragedia collettiva di un intero popolo.

L’opera si inserisce in un contesto storico preciso: alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con il crollo del fascismo e l’avanzata delle forze partigiane di Tito, il confine orientale dell’Italia divenne teatro di una violenta epurazione politica ed etnica. L’occupazione jugoslava delle terre istriane, dalmate e giuliane portò a una repressione feroce contro gli italiani, spesso accusati indiscriminatamente di essere collaborazionisti del regime mussoliniano. Le foibe divennero simbolo di questa tragedia: cavità carsiche in cui vennero gettati migliaia di uomini e donne, molti dei quali ancora vivi, colpevoli solo della loro identità nazionale. Contemporaneamente, l’esodo di massa di oltre 300.000 italiani segnò la fine di un mondo: intere comunità abbandonarono le loro case, le loro terre, le loro radici, portando con sé il peso dell’oblio e del pregiudizio. L’Italia, ancora sconvolta dalla guerra, accolse questi profughi con indifferenza o addirittura ostilità, contribuendo a soffocare per anni il ricordo di questa tragedia.

Dentro questa cornice storica si inserisce la vicenda personale di Piero Tarticchio, il cui padre fu una delle vittime infoibate nel 1945. Il libro è il racconto di una perdita irreparabile, di un’infanzia spezzata dalla brutalità della storia. A soli undici anni, Tarticchio fu costretto a confrontarsi con la sparizione del padre, un’assenza che si sarebbe trasformata in un’ombra permanente nella sua esistenza. Il trauma dell’esilio si aggiunge alla ferita del lutto: con la madre e i fratelli, il giovane Piero lascia la sua terra natale, senza sapere se mai vi farà ritorno. Il dolore non è solo quello della separazione forzata, ma anche della consapevolezza che il padre non è morto in guerra, non è caduto in battaglia, ma è stato brutalmente eliminato, vittima di una vendetta politica che non ha fatto distinzione tra colpevoli e innocenti.

Dal punto di vista stilistico, Sono scesi i lupi dai monti si colloca a metà strada tra il romanzo autobiografico e il diario personale, intrecciando con sapienza narrazione e testimonianza. La scelta di un registro intimo e coinvolgente permette al lettore di immergersi nel dramma vissuto dall’autore, senza filtri storicistici o analisi distaccate. Il libro non si limita a raccontare i fatti, ma li fa vivere attraverso la prospettiva di un bambino che assiste al crollo del suo mondo. Le descrizioni sono intense, a tratti liriche, e trasmettono con efficacia il senso di perdita e sradicamento. Il linguaggio è semplice ma evocativo, capace di restituire la crudezza degli eventi senza mai cadere nel sensazionalismo.

Il titolo stesso dell’opera è fortemente simbolico. I “lupi” che scendono dai monti non sono solo gli uomini armati che compiono gli eccidi, ma incarnano la brutalità cieca della storia, il caos che travolge le vite umane senza distinzione. La metafora dei lupi richiama un’immagine di ferocia primordiale, di predatori che attaccano senza pietà, evocando il senso di terrore che gli italiani istriani provarono in quei giorni. Ma il simbolismo va oltre: i lupi rappresentano anche l’oblio, la censura, il silenzio che ha avvolto per anni queste vicende, impedendo alle vittime di trovare giustizia e riconoscimento.

Un altro elemento di grande rilevanza nel libro è la rappresentazione dell’identità istriana, un’identità che, nonostante l’esodo, non è mai stata cancellata. Tarticchio ricostruisce con affetto e nostalgia il mondo della sua infanzia, fatto di tradizioni, lingua, cultura, un universo che l’esilio non è riuscito a spegnere. Il senso di appartenenza alla propria terra è uno dei temi portanti dell’opera: la perdita della casa non coincide con la perdita della memoria. Attraverso le sue parole, l’autore restituisce dignità a una comunità costretta a vivere in terra straniera, ma determinata a conservare le proprie radici. Il libro, in questo senso, è anche un atto di resistenza culturale, un modo per riaffermare che la storia degli istriani non si è conclusa con l’esodo, ma continua ancora oggi nelle voci di chi si rifiuta di dimenticare.

La memoria storica non è mai neutrale: è il frutto di un’elaborazione collettiva spesso influenzata da interessi politici, ideologici e geopolitici. Sono scesi i lupi dai monti di Piero Tarticchio si colloca nel difficile terreno del recupero della memoria delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, una tragedia che per decenni è stata sistematicamente rimossa o minimizzata, soprattutto da una parte della sinistra italiana. Questo oblio non fu casuale, ma il risultato di una precisa volontà politica, che affondava le radici nelle relazioni tra il Partito Comunista Italiano (PCI) e il regime di Tito.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Jugoslavia si presentò come un modello peculiare di comunismo nazionale, separato da Mosca, ma ancora vicino agli ideali marxisti-leninisti. Il PCI di Palmiro Togliatti, fortemente allineato con l’Unione Sovietica, sostenne per lungo tempo il leader jugoslavo, considerandolo un baluardo della rivoluzione socialista nei Balcani. Questo sostegno non fu solo teorico, ma si tradusse in una tacita accettazione delle violenze commesse dai partigiani titini contro gli italiani. Gli eccidi delle foibe furono in gran parte il risultato di una politica di epurazione politica ed etnica, volta a eliminare non solo ex fascisti, ma chiunque fosse ritenuto un ostacolo all’annessione di Istria, Dalmazia e Fiume alla Jugoslavia. Tra le vittime, oltre a funzionari del regime fascista, vi furono numerosi antifascisti italiani, sacerdoti, insegnanti, semplici cittadini accusati di “italianità”.

Il PCI, pur essendo ben consapevole di quanto accadeva al confine orientale, preferì non condannare le azioni titine. Anzi, molti esponenti comunisti italiani giustificarono apertamente le stragi, ritenendole una necessaria “resa dei conti” contro i crimini fascisti. Questo atteggiamento non si limitò alla propaganda: in alcune zone dell’Italia settentrionale, esponenti del PCI collaborarono attivamente con i partigiani jugoslavi nella deportazione e nell’eliminazione di italiani ritenuti ostili al nuovo ordine socialista. L’accusa di “fascismo” divenne un pretesto per colpire chiunque si opponesse alla dominazione jugoslava, e tra gli infoibati vi furono numerosi militari italiani che, dopo l’8 settembre 1943, avevano cercato di difendere la popolazione dalle violenze titine.

L’ostilità della sinistra italiana a riconoscere queste responsabilità si è protratta per decenni. Fino agli anni ’90, parlare delle foibe significava essere accusati di revisionismo o, peggio, di filo-fascismo. Il Giorno del Ricordo, istituito nel 2004, venne accolto con freddezza da ampi settori della sinistra, che cercarono di ridimensionarne la portata, sostenendo che si trattasse di una “strumentalizzazione politica della destra”. Ancora oggi, esistono ambienti culturali e politici che minimizzano l’accaduto, riducendolo a una “vendetta antifascista” o contestualizzandolo in modo da diluirne la gravità. L’opera di Tarticchio si inserisce in questo dibattito con una forza dirompente, perché non si limita a denunciare i crimini titini, ma mette in luce anche il peso del silenzio e della complicità politica italiana.

Dal punto di vista emotivo, il libro ha un impatto devastante sul lettore. Il dolore di Tarticchio per la perdita del padre e per l’esilio forzato emerge con una potenza narrativa che rende impossibile rimanere indifferenti. C’è la nostalgia per una terra perduta, c’è la rabbia per l’ingiustizia subita, ma c’è anche una dignità profonda che attraversa ogni pagina. Il libro non indulge in toni di vendetta, né cerca di esasperare il pathos: racconta con lucidità e partecipazione, lasciando che siano i fatti a parlare. Questa è una delle grandi qualità dell’opera: riesce a trasmettere l’enormità della tragedia senza mai scadere nella retorica.

Nel confronto con altre opere sullo stesso tema, Sono scesi i lupi dai monti si distingue per il suo approccio autobiografico e intimista. Se libri come Foibe. Le stragi negate degli italiani della Venezia Giulia e dell’Istria di Gianni Oliva o Il lungo esodo di Raoul Pupo offrono un’analisi storica rigorosa, Tarticchio preferisce il linguaggio della memoria diretta. Questo lo avvicina, per certi versi, a Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani di Jan Bernas, che raccoglie testimonianze dell’esodo e delle violenze subite dagli istriani. Tuttavia, la differenza principale sta nel fatto che Tarticchio non si limita a raccontare i fatti, ma li vive in prima persona, trasportando il lettore nel suo dolore.

L’attualità del libro è evidente. In un’epoca in cui il revisionismo storico è spesso strumentalizzato da entrambe le parti politiche, Sono scesi i lupi dai monti è un’opera che richiama alla necessità di una memoria onesta, libera da condizionamenti ideologici. La questione delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata non è solo un capitolo del passato, ma un tema ancora oggi divisivo, come dimostrano le polemiche che ogni anno accompagnano il Giorno del Ricordo. La difficoltà di ammettere le responsabilità della sinistra italiana è un problema che persiste: se da un lato vi è stata una progressiva apertura verso il riconoscimento delle vittime, dall’altro rimane una reticenza a fare i conti con il ruolo che il PCI e le sue ramificazioni ebbero in quegli anni. Il rifiuto di accettare questa parte della storia è il segno di una memoria ancora incompleta.

Dal punto di vista critico, il principale limite del libro potrebbe essere proprio la sua forte carica emotiva, che talvolta prevale sull’analisi storica. Tuttavia, questo non è un difetto intrinseco dell’opera, bensì una sua caratteristica: Sono scesi i lupi dai monti non è un saggio, ma una testimonianza personale, e come tale va letta e compresa. Il valore dell’opera sta nella sua autenticità, nella sua capacità di restituire voce a una vicenda che per troppo tempo è stata taciuta.

In conclusione, il libro di Piero Tarticchio è un contributo prezioso alla conoscenza di un dramma storico che non può più essere ignorato o sminuito. È un’opera che non si limita a raccontare il passato, ma interroga il presente, ponendo domande scomode su responsabilità, complicità e silenzi. In un momento storico in cui la memoria è sempre più fragile e selettiva, libri come questo ci ricordano che la verità storica non si misura con il colore politico, ma con la capacità di riconoscere le sofferenze e le ingiustizie, indipendentemente da chi le ha commesse.

Racconto horror per pigiama party

Quel pomeriggio di inizio estate faceva molto caldo, Edda e Rino si erano incontrati per passare qualche ora insieme, mangiare un gelato, tenersi per mano.

Ma tutto ciò era per Edda di una noia micidiale, lei preferiva vivere emozioni forti, leggere libri di avventure o guardare film pulp.

Così decise di coinvolgere Rino in un’ardimentosa e proibitissima azione.

Voleva organizzare un pigiama party a tema horror nella cantina del nonno, quella proibita dove nessuno poteva entrare, quella con il pozzo della morte.

Quando lo disse a Rino, egli ebbe paura. A tutti i bambini in tutta la valle avevano raccontato macabre storie di crudeli esecuzioni, di gente spinta dentro al pozzo pieno di lame nella cantina dell’antico palazzo medioevale.

Il vecchio Maldracini lo aveva comperato un quarto di secolo prima, ma il pozzo con le lame stava dentro a quella cantina da almeno cinquecento anni.

“Ho rubato la chiave per entrare nella cantina del nonno, se mi ami, questa notte verrai con me. Ci saranno anche Matilda, Gilda e Franchino”

Rino era terrorizzato, ma ad Edda non sapeva dire di no. Lei lo dominava totalmente.

“D’accordo, dimmi a che ora dobbiamo incontrarci”

“A mezzanotte” disse lei, poi gli sorrise raggiante, lo baciò sulle labbra e se ne andò.

Rino rimase imbambolato per alcuni minuti, confuso e felice. Era la prima volta che Edda lo baciava. Tornò a casa euforico, non vedeva l’ora che arrivasse la mezzanotte, e per qualche ora si dimenticò della cantina proibita.

Vittorio Maldracini si affacciò al balcone del suo ufficio, da dove poteva dominare tutte le sue terre. Aveva occhi di ghiaccio e folti baffi argentati e aveva fatto fortuna vendendo vino Gutturnio in tutto il mondo.

Si accese la pipa meditando sul futuro. Aveva messo in piedi un impero partendo dal nulla, ma la vita non gli aveva fatto sconti: era rimasto vedovo a cinquant’anni e, soprattutto, il suo unico figlio era un coglione.

Si chiamava Umberto, ed era così stupido che non avrebbe potuto condurre nemmeno un’edicola, figurarsi una megaditta come la Vinicola Maldracini. L’avrebbe portata al fallimento in pochi anni se mai un giorno fosse stato chiamato a guidarla.

Era un vero deficiente, lo sapevano tutti, ma era anche il suo unico erede e quindi senza dubbio un buon partito. E così Vittorio Maldracini era riuscito a trovare al figlio una brava moglie, istruita, capace ed intelligente. In futuro avrebbe affidato a lei le redini della sua azienda, o ancora meglio, se fosse vissuto abbastanza, direttamente alla nipote Edda.

Edda aveva già compiuto diciassette anni, aveva lo stesso carattere di nonno Vittorio e per fortuna non era scema come papà Umberto. Portava lunghi capelli biondi raccolti in due grosse trecce, andava bene a scuola, era un tipo sportivo, amava correre e le piaceva comandare.

Esercitava la sua influenza tanto sulle amiche quanto sul suo fidanzatino Rino. Poteva far di lui ciò che voleva, e le piaceva anche approfittarne, lasciando trapelare una latente devianza verso il sadismo.

A mezzanotte il cielo era terso ed una luna giallognola e pustolosa galleggiava nel buio, quando i cinque giovani in infradito e vestiti con colorati pigiami giunsero davanti all’ingresso della cantina proibita. Ci erano arrivati attraversando il giardino silenziosi, protetti dalle tenebre.

La porta per accedere alla cantina si presentava davanti a loro misteriosa ed inquietante, come una raccapricciante bocca di teschio spalancata, con grosse ante in ferro arrugginito chiuse tra le fauci scheletriche.

“Avanti, seguitemi” ordinò Edda, dopo aver aperto il lucchetto che serrava il catenaccio.

Le pesanti ante in ferro si aprirono cigolando, quel tanto che bastava ai corpi esili e pieni di vita dei cinque adolescenti per sgattaiolare all’interno dell’edificio, poi Edda le richiuse dietro di sé provocando un sinistro frastuono.

“Accendi la torcia elettrica” ordinò.

Franchino eseguì il comando ed un debole fascio di luce cominciò a scandagliare l’oscurità dalla quale erano rimasti avvolti.

L’ambiente nel quale si erano introdotti apparve ai loro occhi come lugubre e greve. Era una specie di lungo e largo corridoio sormontato da un basso soffitto a volta in mattoni. Dal centro del soffitto, nella parte centrale della cantina, pendevano come arti mozzati delle grosse pancette arrotolate, coppe piacentine e salami. Non vi erano finestre ma soltanto delle strette feritoie che davano sul cortile del palazzo ed erano schermate dall’interno con dei vecchi paraluce di legno consumati dall’umidità. Lungo le pareti laterali erano accatastate a stagionare migliaia di pregiate bottiglie di vino Gutturnio.

Verso la fine della cantina, qualche metro prima del muro di fondo, si apriva lo spaventoso e famigerato pozzo delle lame.

“Dobbiamo trovare l’interruttore della luce” suggerì Gilda, avendo notato alcune vecchie lampadine penzolare lungo le pareti tra i cumuli di bottiglie.

“Buona idea” condivise Franchino, illuminando i muri vicino all’ingresso alla spasmodica ricerca di un quadro elettrico.

“Eccolo!” disse esultante Edda, appena il fascio di luce passò sopra ad un vecchio interruttore.

“Accendi la luce” ordinò a Rino.

Il ragazzo si avvicinò esitante all’interruttore e dopo qualche attimo di incertezza premette il pulsante.

Una flebile luce rischiarò il tetro ambiente attorno ai ragazzi. Anche se era stata illuminata, una sorta di sinistra sensazione di malessere si poteva percepire per tutta la lunghezza di quella dannata cantina.

“Quello cos’è!?” indicò Matilda, puntando il dito verso un punto della stanza in mezzo a due cataste di bottiglie. Era sconvolta, ed un afflato di autentico ribrezzo le sfigurò la faccia in un’espressione di genuino terrore.

“Che schifo!” urlò Gilda.

“Veramente disgustoso” aggiunse Franchino puntando la torcia in quel punto nel tentativo di illuminarlo meglio.

Vi era una gabbia arrugginita per l’allevamento dei conigli. La maggior parte degli scompartimenti erano vuoti, ma in due di essi vi erano intrappolati tre nauseanti ratti neri grossi come gatti. Uno stava chiuso da solo, gli altri due assieme. Quello solo sembrava mansueto. Nell’altro scompartimento un ratto si muoveva nervosamente dando segni di evidente aggressività, mentre il secondo giaceva morto con la pancia sventrata.

Appena Franchino si avvicinò per ispezionare meglio le gabbie, il ratto aggressivo cercò di saltargli addosso, ma fu fermato dalla rete metallica alla quale si aggrappò emettendo degli orribili squittii.

Franchino si ritrasse istintivamente.

“Mi viene da vomitare, fanno ribrezzo” disse Gilda tenendosi una mano sullo stomaco

“Mio Dio, ma chi cazzo ce li ha messi dentro la gabbia?” chiese Matilda.

“Soltanto mio Nonno ha le chiavi di questa cantina. Ma quello fissato con i ratti è senza dubbio mio padre, ne parla in continuazione” disse Edda, mentre osservava affascinata le ripugnanti creature.

Franchino proseguì oltre e si avvicinò con prudenza al pozzo delle lame.

L’apertura del pozzo era sigillata da una grata in ferro ribaltabile. Si presentava di forma circolare e di diametro piuttosto modesto. Una persona ci sarebbe passata a fatica.

Franchino provò ad illuminare l’interno del pozzo, ma il buco scuro e profondo sembrava non avere il fondo. Nel punto più basso raggiunto dal fascio di luce della torcia, si vedevano luccicare le prime lame che come artigli spuntavano dalle pareti.

Un indefinibile e disgustoso puzzo di morte esalava dalle viscere della terra in cui il canale sembrava immergersi senza fine.

“E adesso cosa facciamo? Questo posto mette i brividi” osservò Matilda.

“Hai ragione, dovremmo andarcene, ho paura anch’io” disse Gilda.

Franchino lasciò cadere 50 centesimi nel centro del pozzo.

Non si udì nessun rumore, la moneta fu inghiottita dall’oscurità.

“Non andremo da nessuna parte sino all’alba” sentenziò Edda.

Poi appoggiò il suo zaino sul pavimento in pietra e cominciò a tirare fuori gli oggetti che aveva preparato per l’occasione: una stuoia arrotolata, 5 candele rosse di grosso diametro, un accendino, un cavatappi, bicchieri di carta, cartine per sigarette, tabacco, e due grammi di marijuana.

Distese la stuoia poco distante dal pozzo e vi sedette sopra invitando gli altri a raggiungerla. L’enorme ratto aggressivo continuava ad agitarsi dentro la gabbia muovendo la lunga coda schifosa.

Rino fu il primo a sedersi, poi arrivarono anche Franchino, Gilda e Matilda, la più carina delle tre ragazze.

Erano tutti in pigiama, giovani e belli, e con le candele spente vicino ai piedi scalzi.

“Lo sapevate che la provincia di Piacenza è la più infestata d’Italia?” disse Edda, mentre stappava una bottiglia di Gutturnio presa dalla catasta più vicina.

“Infestata da cosa? Dai topi?” chiese Matilda indicando i ratti nella gabbia.

“No cretina, sto parlando di spiriti e fantasmi”

“Edda ha ragione” convenne Franchino, “ogni castello ha il suo fantasma su queste colline, e nel piacentino di castelli ce ne sono tanti”

“Ma tu cosa ne sai?” disse Gilda ridacchiando.

“Il più famoso è il Conte Pier Maria Scotti” spiegò Edda, mentre versava da bere a tutti.

“Fu pugnalato a morte nel 1514 vicino al castello di Agazzano. Il suo cadavere fu gettato nel fossato senza essere sepolto e non fu più ritrovato. Nelle notti di luna piena, molti testimoni nel corso dei secoli, raccontano di aver visto il suo fantasma vestito di nero aggirarsi intorno al maniero brandendo una spada e terrorizzando i presenti”

Tra i giovani scese il silenzio, Edda aveva catturato la loro attenzione.

“Un altro fantasma famoso è quello di Rosania. Si racconta che la sventurata sia stata murata viva dentro una stanza segreta del castello di Gropparello dal marito geloso. Aveva scoperto che lei se la faceva con un cortigiano di nome Lancillotto e la sua vendetta è stata spietata. Le testimonianze ci dicono che da più di ottocento anni, nelle notti tempestose, è possibile udire strazianti urla femminili provenire dai sotterranei del castello.”

“Queste storie mettono paura” disse Matilda buttando giù una sorsata di vino e stringendosi al petto le ginocchia.

Tutti sghignazzarono.

Poi uno strano e terribile rumore, come di qualcosa che gratta sul legno e che sembrava provenire dalle profondità del pozzo, ridusse i ragazzi al silenzio.

“Avete sentito tutti?” domandò Gilda sbiancando.

Gli altri annuirono.

“Veniva dal pozzo o mi sbaglio?” chiese Matilda.

“Mi è sembrato proprio che venisse da lì” confermò Franchino.

I ragazzi restarono nuovamente in silenzio, ma si poteva soltanto avvertire lo zampettare ributtante del ratto nero che si agitava nella gabbia.

“Coraggio, sarà stata solo una suggestione, non può esserci nulla di vivo in fondo a quel pozzo” cercò di rassicurali Edda, mentre accendeva le candele intorno a loro.

“Sono proprio necessarie le candele accese?” domando Gilda, sempre più pallida, “mi mettono angoscia.”

“Servono a creare la giusta atmosfera per il nostro pigiama party gotico” spiegò Edda.

“Allora dove eravamo rimasti?”

“Ci stavi raccontando dello spirito inquieto di Rosania” disse Franchino.

Edda sogghignò osservando i volti cinerei delle ragazze: “Cosa succede? Avete paura?”

La guardarono incredule.

“Tu non ne hai?” chiese Gilda, buttando giù la sua dose di Gutturnio.

“Io non ho paura di niente.”

“Sta bene” disse Matilda con tono di sfida, allora vai a dare un occhio a quel pozzo, visto che sei tanto coraggiosa, mettici dentro un braccio.”

Gli altri ammutolirono, mentre Edda, per nulla preoccupata, si avvicinò al pozzo con lentezza teatrale, vi si inginocchiò davanti e ancora più lentamente infilò la mano e tutto il braccio destro tra le maglie della grata sino quasi a toccarla con la testa.

“Così può andare bene?” chiese sorniona, sapendo di aver vinto la prova.

I ragazzi applaudirono, Gilda e Rino la incoraggiarono: “Brava… sì… che dura… così… brava…”

All’improvviso però, il volto di Edda si fece serio, poi scuro, poi una smorfia di sofferenza le imbruttì la faccia e lei cacciò un pauroso urlo di dolore.

Cercò di tirare fuori il braccio dal pozzo, ma sembrava che qualcosa lo stesse trattenendo.

“Aiuto… mi fa male… aiutatemi… vi prego!” urlava Edda.

Gilda, ormai bianca come un cencio urlò a sua volta e cominciò a piangere, Matilda, terrorizzata, strillava tirandosi i capelli, Rino era paralizzato dal panico. Soltanto Franchino, poco prima intento a preparare un paio di spinelli con cartine, tabacco e marijuana, accennò una minima reazione cercando di scappare verso l’uscita della cantina.

“Siete dei cacasotto” gridò Edda, tirando fuori il braccio dal pozzo e rimettendosi in piedi. “Era solo uno scherzo, ci siete cascati tutti” disse sghignazzando.

“Sei una stronza, sono quasi morta di paura” protestò Matilda

“Non era divertente” piagnucolò Gilda, ancora scossa.

Franchino fece finta di nulla, e tornò a sedere riprendendo a rollare le canne.

“Raccontaci un’altra storia di spiriti e fantasmi piacentini” propose Rino, per darsi un tono, e per dissimulare la paura e nascondere la figuraccia che aveva appena fatto.

“Con piacere, ne conosco ancora, in onore del nostro pigiama party horror” disse Edda tornando a sedere.

Rino la guardò camminare a piedi nudi sulle pietre del pavimento estasiato con occhio rapito e cuore innamorato.

“Allora la sapete la storia del cuoco Giuseppe?”

“E chi cazzo è il cuoco Giuseppe?” domandò Franchino.

“Era il cuoco del Castello di Rivalta, circa trecento anni fa. Secondo la leggenda fu ucciso per vendetta dal maggiordomo a cui aveva scopato la moglie. E così da allora, sino ai giorni nostri, certe notti dentro al castello si sentono terrificanti rumori provenire dalle cucine: suoni di coltelli, pentole e carne pestata.”

Edda non terminò di pronunciare le parole “carne pestata” che un nuovo inquietante strepitio come di catene trascinate uscì fuori dal pozzo terrorizzando tutti quanti.

Il frastuono anche questa volta fu breve, poi di nuovo calma.

I giovani si guardarono impauriti, persino sulla fronte di Edda si era formata una scintillante pellicola di freddo sudore.

“Non è che per caso c’è qualche fantasma anche in questo palazzo?” chiese Matilda, ridacchiando in modo isterico.

Il volto di Edda si adombrò, mentre tutti gli sguardi erano su di lei.

“Qualcosa si racconta…” ammise infine, dopo un prolungato silenzio.

“È successo durante la guerra… C’era una banda di partigiani comunisti qui in Val Tidone. Pare che il capo fosse una carogna e che abbia fatto passare brutti momenti ai nazi e ai loro alleati fascisti. Nell’inverno del 1944 il suo gruppo è stato sgominato e lui è stato catturato vivo.”

“E lo hanno portato qui?” chiese Gilda pallida, stringendo la mano a Matilda.

“Esatto, lo hanno interrogato per alcuni giorni proprio in questa cantina e non stiamo parlando di interrogatori con una lampada sulla faccia e le mani legate dietro la schiena. No signori, si sono scomodati dall’alto comando nazi per mandare dei professionisti della tortura e farlo cantare”

“Ed il partigiano ha confessato?” domandò Franchino mentre finiva di preparare il primo spinello.

“Se ha parlato, oppure si è portato all’inferno i suoi segreti non te lo so proprio dire” disse Edda versandosi altro vino nel bicchiere.

“Quello che so, è che il partigiano non è uscito vivo da questa cantina e che alla fine lo hanno spinto giù nel pozzo della morte.”

Gilda e Matilda erano ancora più spaventate

“Forse, adesso vuole uscire dal pozzo per vendicarsi” ipotizzò Franchino, abbassando gli occhi sulle forme del seno di Matilda, ben evidenziate dal pigiama aderente.

“Adesso vi faccio vedere io qualcosa di veramente spaventoso” disse Edda alzandosi in piedi.

Rino, seduto sulla stuoia, la guardava con occhi devoti, desideroso di compiacerla, come se lei fosse la sua dea.

Lei si guardò attorno con fare annoiato, poi piantò lo sguardo in faccia a Rino. Era in piedi davanti a lui e lo sovrastava fisicamente e psicologicamente.

“Ascoltami bene” cominciò a spiegare appoggiandogli un piede sul ginocchio, “adesso voglio che tu faccia fuori quello schifoso ratto nero che continua ad agitarsi nella gabbia.”

“Cosa? E come posso riuscirci?” domandò Rino incredulo, senza togliere gli occhi dal piede di Edda.

“È facile, la vedi quella tanica da dieci litri, mezza piena di gasolio agricolo nell’angolo vicino all’ingresso?”

Rino annuì, iniziando ad eccitarsi mentre lei spostava il piede dal ginocchio sopra la coscia.

“Farai una bella doccia di gasolio al ratto, e poi gli darai fuoco con l’accendino.”

“Che schifo!” protestò Matilda.

“Almeno smetterà di agitarsi e squittire” convenne invece Franchino, accendendo uno degli spinelli che aveva appena terminato di preparare.

Rino si alzò, incapace di disobbedire ad un ordine di Edda.

Dopo aver recuperato la tanica di gasolio ne aprì il tappo, e con due colpi secchi lanciò un paio di getti addosso al ratto. La bestia reagì con furore, tentando di attaccarlo, ma le strette maglie della gabbia erano una prigione invalicabile. Vi si aggrappò mordendo le sbarre e squittendo in modo atroce.

Poi Rino, dopo aver riposto la tanica di gasolio a distanza di sicurezza, si accostò nuovamente alla gabbia con l’accendino acceso nella mano destra. Quando fu abbastanza vicino passò la fiamma sopra una delle zampe del ratto aggrappate alle maglie di metallo.

La creatura si trasformò in una palla di fuoco, iniziò a lanciarsi con veemenza da un lato all’altro della gabbia nel disperato tentativo di fuggire, emettendo raccapriccianti squittii di rabbia e dolore. La forza del ratto era tale che, complice anche il calore del fuoco, le maglie di ferro si piegarono in più punti e Rino dovette indietreggiare spaventato, temendo che riuscisse a sfondarle.

Una disgustosa puzza di carne bruciata si diffuse per tutta la cantina.

Gilda si era coperta gli occhi per non assistere alla scena, mentre Franchino continuò a fumare, le sue attenzioni erano tutte rivolte al fondoschièna di Matilda, involontariamente offerto ai suoi occhi mentre lei, piegata sulle ginocchia, vomitava in un angolo.

Alla fine il grosso ratto nero si adagiò agonizzante al centro della gabbia. Il muso era contratto e la bocca, dalla quale fuoriuscivano gli affilati incisivi, era semiaperta e contorta in una smorfia feroce. Gli occhi pieni di odio e cattiveria fissavano Rino in modo spaventoso.

Edda guardò l’intera esecuzione affascinata dalle fiamme e dall’efferata mattanza.

Poi, senza provare il minimo rimorso, prese una seconda bottiglia di Gutturnio, la stappò e nuovamente riempì i bicchieri per tutti.

Rino tornò a sedere vicino a lei profondamente turbato.

Gilda e Matilda, particolarmente sconvolte, cercarono di riprendersi bevendo vino, mentre Franchino era già mezzo partito per gli effetti della marijuana.

Fu allora che si sentirono nuovamente agghiaccianti rumori, come di unghie che grattano sul legno, provenire da dentro il pozzo. Tra i ragazzi calò nuovamente un glaciale silenzio.

Questa volta il rumore si protrasse per alcuni interminabili secondi, e lo sentirono tutti: difficile sostenere che si trattasse di una semplice suggestione.

“Voglio tornare a casa” urlò Gilda tra le lacrime.

“Oh, Gesù… Che cazzo era quel rumore, lo avete sentito tutti vero? Veniva dal pozzo!” gridò Matilda.

Franchino ora rideva senza senso con lo sguardo perso nel vuoto e le pupille dilatate, come se il suo cervello fosse partito per un viaggio lontano da lì.

Edda prese in mano la situazione.

“Rino, prendi la torcia e seguimi, andiamo a vedere cosa succede in quel dannato pozzo”

Rino eseguì, ma tremava e se la stava facendo sotto.

Prima che potessero raggiungere l’apertura della cavità i rumori erano cessati. Edda esaminò con la torcia elettrica le profondità del canale senza vedere altro che qualche lama scintillante spuntare dalle pareti.

“Non si vede un cazzo di niente qui dentro” informò il gruppo.

“E i rumori? Si sentono ancora i rumori?” indagò Matilda.

“No, non si sente più nulla, a parte una gran puzza di merda in decomposizione, sembra il cesso del diavolo.”

“Guarda, qui c’era una porta” osservò Rino indicando il muro in fondo alla cantina.

“Hai ragione e sembra che sia stata murata di recente” intuì Edda ispezionando la malta ancora fresca tra i mattoni”

Rino si avvicinò incuriosito per osservare meglio la porta murata. Franchino continuava a ridacchiare completamente estraniato, mentre Gilda e Matilda tremavano terrorizzate in disparte.

“Lo senti anche tu?” domandò Edda avvicinando l’orecchio ai mattoni.

Rino si appoggiò letteralmente alla parete per poi ritrarsi subito dopo spaventato.

“Santo Cielo… i rumori del pozzo… vengono da lì dietro.”

“Proprio così. Coraggio datti da fare e cerca di aprire un buco in questo muro”

Rino impallidì impaurito.

“Allora? Cosa stai aspettando?”

“Potrebbe essere pericoloso, e poi… se ci scoprono?”

“Non fare il fifone, e non farmi incazzare. Voglio che apri un passaggio in quella porta murata e tu lo farai.”

Lo sguardo infervorato ed il tono perentorio non ammettevano repliche.

Rino raccolse un grosso chiodo arrugginito abbandonato sul pavimento e cominciò a scavare la malta nei punti dove gli sembrava che fosse più malleabile.

Dopo alcuni minuti di certosino lavoro era già riuscito ad estrarre dal muro un paio di mattoni aprendo una piccola feritoia.

Da dietro al buco soffiava un sozzo e gelido spiffero d’aria puzzolente, ripugnante come un sudicio vento proveniente dall’inferno.

“Vuoi veramente che continui?”

“Certamente! Non osare fermarti”

Rino continuò, tolti i primi mattoni il lavoro procedeva più speditamente, e dopo circa un quarto d’ora il buco nel muro era già sufficientemente grande per poterci entrare.

“Passami la pila” disse Edda infilandosi nel varco.

Rino le passò la torcia elettrica restando poi imbambolato a guardare il suo flessuoso corpo scomparire dentro l’apertura.

“C’è una scala di pietra” disse la voce di Edda da dietro la porta murata.

“Venite” fu il perentorio invito.

I suoi amici avevano paura, e poi il puzzo mortifero che proveniva da dietro quella porta era nauseante.

Ma nessuno di loro poteva resistere al fascino e alle richieste di Edda, e così, facendosi coraggio e aiutati da una irresistibile curiosità, Rino e Matilda la raggiunsero per scendere assieme a lei le angoscianti profondità dove quella scalinata di pietra li avrebbe condotti.

Gilda invece, paralizzata dal terrore, rimase tremebonda a fianco di Franchino che, rovinato dalla droga, si era addormentato appoggiato ad una catasta di bottiglie di Gutturnio in stagionatura.

La scalinata di pietra era ripida e stretta e si attorcigliava su sé stessa come una lunga chiocciola senza fine.

Dopo diversi minuti e moltissimi gradini, avvolti dalle tenebre e dal fetore sempre più intenso, i tre adolescenti arrivarono al livello inferiore, dentro una stanza circolare scavata nel tufo.

Nel centro del soffitto a cupola si apriva un canale attraverso il quale filtrava una flebilissima luce. Dal pavimento in terra battuta al centro della stanza spuntavano lance e lame acuminate.

Edda con la torcia elettrica ispezionò quell’antro diabolico. In un orribile carnevale della follia, la luce artificiale illuminò un susseguirsi di spaventose, macabre, disgustose edicole collocate lungo tutta la circonferenza della stanza. In corrispondenza di ogni edicola, si vedevano sul pavimento e sulla parete decine di croci di legno e piccole lapidi di pietra.

“Mio Dio!” esclamò Matilda sconvolta, “i cadaveri dei condannati al supplizio del pozzo sono stati sepolti direttamente qui sotto.”

“Ed ecco spiegati i misteriosi rumori” aggiunse Edda, mentre il fascio di luce della torcia elettrica inquadrava un gigantesco ratto intento a rosicchiare una croce di legno sgangherata.

Poi la luce della torcia cominciò ad indebolirsi.

“Faremmo meglio ad andarcene da qui sotto prima che la pila si spenga” osservò Rino con la voce tremante.

Si udì un nuovo angosciante stridio, un clangore cigolante di metallo arrugginito.

Matilda e Rino si strinsero impauriti al corpo di Edda.

Lei diresse la torcia verso l’apertura al centro del soffitto da dove provenivano i suoni di ferraglia e tutti trattennero il respiro. Dai bordi del canale, piccole lacrime di sangue gocciolavano pigramente precipitando silenziose sul pavimento.

“No!! Haaa… noo… pietà… nooo… Aiutooo!!”

Erano le urla disperate di Gilda.

Subito dopo, un ultimo straziante grido disumano si accompagnò ad orribili suoni di carne sbattuta, tessuti strappati e muscoli lacerati.

Poi un corpo tragicamente martoriato fu sputato fuori come carne masticata dal buco al centro del soffitto, e si andò a sfracellare sopra le lame che spuntavano dal pavimento sottostante. La faccia orribilmente sfigurata di Gilda fissava ora nel vuoto con un solo occhio vitreo, mentre una lancia insanguinata spuntava dall’altra cavità oculare dopo avergli trapassato il cranio.

I ragazzi urlando per lo spavento si ritrassero istintivamente verso la parete circolare della stanza.

Rino inciampò sul femore di uno scheletro legato ad una catena di ferro e cadde urlando. Edda illuminò quel punto che non avevano ancora perlustrato portando alla luce le numerose ossa torturate di altri sventurati condannati a morire là sotto.

Matilda divenne pallida come un cadavere e svenne cadendo in avanti. Il corpo privo di sensi rimbombò sul pavimento.

“Franchino ci sei ancora?” urlò Edda in direzione del buco nel soffitto. Rino intanto si era rialzato stringendosi a lei come una cozza agli scogli.

Nessuno rispose.

“E adesso cosa facciamo?”

“Torniamo di sopra, tu caricati Matilda sulla schiena.”

Rino eseguì volentieri, non vedeva l’ora di andarsene da quell’inferno.

“Come cazzo avrà fatto Gilda a cadere nel pozzo…” disse Edda, mentre risalivano la ripida scalinata.

“Temo che qualcuno l’abbia spinta dentro, forse Franchino è impazzito, o forse lo ha fatto per via della droga” suggerì Rino ansimando. Matilda era bella, anche da svenuta, ma pesava più di quaranta chili e lui era già scoppiato a metà della salita.

La torcia elettrica ormai quasi del tutto esaurita emetteva solo una fioca luce, praticamente inutile. Edda decise di spegnerla per conservare quel poco che restava in caso di emergenza.

Lei e Rino, che per di più aveva Matilda in groppa, dovettero procedere al buio, lentamente.

“Ti prego fermiamoci un poco, non ce la faccio più, sono stanco”

“Sei senza fisico” commentò Edda con disprezzo.

All’improvviso un vento gelido e puzzolente salì lungo la scalinata e investì i loro corpi.

“Cosa cazzo sta succedendo?” gridò Rino mentre gli si scompigliavano i capelli.

“Non lo so” gli urlò Edda di rimando, cercando di aggrapparsi alle pareti per non cadere.

Matilda riprese i sensi, confusa impiegò qualche secondo per capire che si trovava sulla schiena di Rino, poi si sentì sollevare dal vento putrescente ed una forza invisibile iniziò a trascinarla verso il basso.

Matilda gridò il suo sgomento con tutto il fiato che aveva in gola.

Rino allungò un braccio e riuscì ad afferrarla per la maglietta del pigiama, ma il risucchio era troppo potente, il pigiama si strappò e la ragazza fu ingoiata dalle tenebre sotto di loro.

Lei si sentì avvolgere il petto nudo da qualcosa di freddo, pulsante e viscido mentre il suo corpo precipitava sempre più in basso. Vide la cosa fluorescente che l’aveva presa. Sbarrò gli occhi. “Via! Vattene Via! Aiutatemi, salvatemi, Aiutooo!”

Si udirono altre orribili urla di terrore provenire dal fondo della scalinata poi finalmente il vento si placò e tornò il silenzio.

“Usciamo da qui, e alla svelta” balbettò Edda, ma le gambe erano pesanti e riusciva a muoverle con fatica.

Rino allungò le mani tremanti nel tentativo di aggrapparsi a lei.

Continuarono a salire tenendosi per mano, con il cuore in gola ed il fiato corto, allungando il passo man mano che la luce proveniente dalla cantina sopra di loro si faceva più forte.

Quando finalmente arrivarono in cima e riuscirono a superare la porta murata erano esausti. Rino era fradicio di sudore e verde dalla paura, Edda sconvolta.

Davanti ai loro piedi nudi e sporchi la grata di ferro ribaltabile era stata aperta, e oltre il pozzo un giovane avanzava verso di loro barcollando come uno zombie. Sulla faccia grottesca era stampato una specie di sorriso stupido, mentre gli occhi cerchiati di nero roteavano follemente nelle orbite. Dalla testa gli spuntava il grosso chiodo di ferro arrugginito che Rino aveva usato per scavare il passaggio nella porta murata.

Il corpo crollò sulle ginocchia poco prima di raggiungere l’apertura del pozzo e poi cadde di lato emettendo un ultimo gemito gutturale.

“Cazzo! Hanno ammazzato anche Franchino!” gridò Edda isterica.

Rino spalancò la bocca. Un rivolo di sangue e cervella uscì dalla testa perforata di Franchino rovesciata sul pavimento di pietra.

Si sentirono nuovi rumori provenire contemporaneamente da dentro il pozzo e da dietro la porta. Sembrava il suono di un vecchio giradischi, ed il motivetto orecchiabile era inconfondibile, persino Edda, Rino e tutta la loro generazione lo avevano già sentito almeno una volta in vecchi film di guerra o in qualche documentario storico di quelli che davano in televisione.

Fischia il vento e infuria la bufera

scarpe rotte e pur bisogna andar

Poi qualcosa di spaventoso e maleodorante cominciò a fuoriuscire dal pozzo fluttuando lentamente.

a conquistare la rossa primavera

dove sorge il sol dell’avvenir

Era una gelatinosa presenza fluorescente vagamente simile ad una figura umanoide e puzzava di cadavere in avanzato stato di decomposizione.

Ogni contrada è patria del ribelle,

ogni donna a lui dona un sospir,

Il corpo indefinito era coperto da una lacera divisa militare sporca di fango, sangue, e terrore.

nella notte lo guidano le stelle,

forte il cuor e il braccio nel colpir

Le scheletriche mani ossute con le dita nere e livide si protendevano già verso i ragazzi.

“Gesù, Giuseppe e Maria”, mormorò Rino divenuto bianco come la panna.

Se ci coglie la crudele morte,

dura vendetta verrà dal partigian;

La faccia orribile era coperta dalle mosche, deturpata dall’odio e dalla sanguinaria sete di vendetta, e attraverso la bocca distorta in un ghigno mostruoso e disumano, si intravedevano putridi denti marci ed un moncherino di lingua bluastra.

ormai sicura è già la dura sorte

del fascista vile e traditor.

“Non ucciderci”, implorò Edda singhiozzando, “Non farlo… per favore, ti prego…”

Gli occhi dello spettro erano torbidi e diabolici e iniettati di sangue e brillavano di una sinistra luce assassina. Sul capo portava un bucherellato berretto da ufficiale con l’emblema comunista della falce e martello.

La mano sinistra del fantasma, viscosa e palpitante, si strinse attorno alla gola di Rino in una morsa fatale, poi il braccio destro penetrò nel petto per strappargli il cuore. Un copioso rigagnolo di sangue uscì dalla bocca del ragazzo tingendogli il mento di rosso.

Edda gridò, chiese aiuto, implorò pietà, ma la sua anima fu avvolta dal nero sudario dell’oscurità. Poi non sentì più niente di niente e si dimenticò anche del pigiama party horror nella cantina proibita.

Umberto, il figlio coglione di Vittorio Maldracini, fu processato per il triplice omicidio di Gilda, Franchino e Rino. Il corpo di Matilda non fu mai ritrovato.

Il giorno in cui fu pronunciata la sentenza di primo grado, Edda, l’unica sopravvissuta, era presente nell’aula del tribunale.

Condanna all’ergastolo, fu il verdetto.

Suo padre fu trascinato via in manette con la faccia inebetita.

Lei osservò la scena a pugni stretti.

Poi aprì lentamente la mano sinistra che nascondeva uno stemma insanguinato con la falce e martello.

Alzò lo sguardo verso i giudici ed una perversa luce omicida brillò nei suoi folli occhi color del ghiaccio.

Pigiama party Horror

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I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Piacenza esoterica

L'orefice ed i bicchieri

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Nel pomeriggio del 22 giugno 1940, il professor Egidio Bardazzi partì alla volta della Primogenita per tenere una conferenza sulla Piacenza esoterica.

Prima di quella trasferta, Bardazzi si era recato più volte al Gatto Nero, la sua locanda preferita. Con la bella stagione gli abiti indossati dalla graziosa figlia dell’oste erano divenuti più leggeri. Le gonne un po’ più corte terminavano poco sopra le ginocchia e lasciavano scoperte e ben in vista le caviglie. Al professore piacevano le caviglie fini e sottili, pensava che una bella caviglia fosse importante almeno quanto delle belle gambe. Le gambe piacevano di più, come recitava il ritornello della canzone del 1938 cantata dal tenore Enzo Aita e dal Trio Lescano, ma era anche vero che in fatto di donne il professore aveva i suoi gusti particolari.

E per la giovanissima Marianna nutriva una passione inconfessata ed inconfessabile. Riteneva che fosse la ragazza più bella del suo quartiere, e non era sicuro se tutte le volte che gli era sembrata anche la più bella del mondo glielo avesse detto o lo avesse solo pensato. Poiché questo succedeva in genere dopo il terzo fiasco di vino, tutto era possibile. Il fatto che l’oste non lo avesse ancora picchiato, gli faceva però sospettare che sino ad allora si fosse attenuto ai soli pensieri. Eppure lui era certo che la fanciulla conoscesse il suo segreto. Sapeva come far capire ad una donna il suo desiderio con un solo sguardo. Ricordava di aver visto Marianna arrossire almeno un paio di volte dopo aver incrociato uno di quei suoi sguardi, e questo per il momento gli bastava. In futuro avrebbe trovato il coraggio di farsi avanti e di sedurla, ma a quell’altezza di tempo era distratto da altri pensieri e si accontentava di fantasticare attorno alle sensuali caviglie della giovane.

L’appuntamento con Metrofane Prassede, il filantropo che aveva organizzato il convegno sulla Piacenza esoterica a cui il professore doveva partecipare come uno dei relatori più importanti, era stato fissato per la sera, in una fiaschetteria vicina al centro della città, dietro la cattedrale.

Bardazzi arrivò a destinazione dopo un bagno di caldo. L’estate era appena iniziata e la pianura padana era già coperta da una cappa di umidità e arsura. Il cielo era terso e non si muoveva una foglia, tutto era fermo, come fosse stato fissato in una fotografia.

Il professore fu accolto dal proprietario della fiaschetteria verso l’orario di chiusura. Era un vecchietto simpatico, con le labbra permanentemente stirate in una smorfia beffarda, lunghi capelli bianchi e due occhietti furbi, oppure folli, o forse entrambe le cose.

Il vecchietto li condusse nel retrobottega dove era stato ricavato un cucinotto.

Il signor Prassede era in piedi dietro ad un tavolo e stava disossando un grosso prosciutto. Il suo volto paffuto era coperto da un paio di baffetti neri, gli occhi erano svegli, uno più grande dell’altro, ed erano di colori diversi: verde-grigio quello piccolo, color ambra quello più grande. Le sue dita erano piccole, ma le muoveva con perizia. Di mestiere faceva l’orafo, e sapeva bene dove mettere le mani.

“Mi sembra che non sia ancora abbastanza stagionato” disse il vecchietto in dialetto, toccando il prosciutto e guardando Prassede con quel ghigno da schiaffi stampato in faccia.

“Prova un poco a ficcartelo nel culo, e vediamo se non è abbastanza duro” gli rispose l’orefice, mentre affettava la coscia del maiale adagiata sul tagliere.

Alla sua destra sedeva un omone con una gamba di legno, i capelli grigi, la fronte larga, le labbra fini e il naso carnoso. Alla sua sinistra due ragazzotti piegati dal ridere sotto al tavolo con le lacrime agli occhi. Davanti a Prassede era seduto l’avvocato Segugio, l’altro principale relatore del convegno sulla Piacenza esoterica.

Sembrava che nessuno avesse fatto caso all’arrivo del professore.

Il vecchietto con la sua espressione scanzonata, tirò fuori da una dispensa incassata nel muro alcuni grossi bottiglioni di vino, ed iniziò ad offrire da bere a tutti.

Bardazzi fu naturalmente lieto di accettare, senza nemmeno informarsi circa la provenienza del vino rosso che il vecchietto stava già mescendo con letizia.

Si limitò ad osservare incuriosito l’orafo ed i suoi amici. Il passato di qualunque persona era in fondo un mistero. Un mistero che poteva essere svelato e compreso solo dai diretti interessati, e a volte nemmeno da loro.

“Credo sia opportuno fare le presentazioni” disse il signor Prassede, mentre il vecchietto era ancora intento a versare da bere ai due giovanotti.

Dopo i convenevoli Bardazzi si guardò attorno pigramente. Osservò le facce di Prassede e dei suoi amici e gli sembrarono tutti esseri insignificanti. L’uomo con la gamba di legno era un operaio in pensione, i ragazzi due studenti universitari. Sapeva già che i discorsi che avrebbero fatto quella sera sarebbero stati una montagna di banalità senza importanza. Del resto era del tutto logico e abituale, la gente parlava tanto per parlare, raccontando cose della propria vita che alla maggior parte delle altre persone non potevano in alcun modo interessare.

Si consolò con il vino. Non faceva a tempo a vuotare il bicchiere che subito il vecchietto lo riempiva di nuovo. Era quella l’unica nota positiva di una serata che si prospettava di una noia mortale.

Pensò ai relatori del convegno sulla Piacenza esoterica che avrebbe incontrato il giorno dopo.

Il suo principale rivale era proprio l’avvocato Segugio, un arrogante fascista della prima ora. Non ne aveva alcuna stima, ed appariva ai suoi occhi come un logorroico funzionario del partito e non certo un vero investigatore dell’occulto. Non si faceva mai domande astute, non faceva collegamenti sagaci, non aveva lo sguardo penetrante che teoricamente dovrebbe avere qualcuno che si dedica a scoprire le verità nascoste, esplorando un mondo fatto di simbolismi, allegorie e messaggi cifrati. Aveva metodo forse, aveva studiato i manuali più diffusi probabilmente, ma era privo di qualsiasi originalità e si comportava come un grigio e paludato burocrate.

Fuori dal negozio i raggi del sole sembravano ramati, come se a quell’ora della sera la luce si facesse più densa, sino a fondersi con l’orizzonte.

Nella cantina del negozio erano nascosti due terroristi, due militanti del partito comunista clandestino. Stavano armeggiando con dell’esplosivo che intendevano utilizzare per un attentato dinamitardo. Volevano assassinare l’avvocato Segugio.

Per non rischiare di addormentarsi, Bardazzi cercò di portare la conversazione, sino a quel momento concentrata sulla provenienza e stagionatura del prosciutto, su questioni a lui più congeniali.

“Ho saputo del furto avvenuto alla biblioteca comunale la settimana scorsa. Dei balordi hanno minacciato di morte la bibliotecaria per farsi consegnare uno dei volumi del libro di Madame Blavatsky, La dottrina segreta” disse il professore rivolgendosi a Prassede, “non è un testo prezioso, per quale ragione pensate lo abbiano voluto rubare?”

“Dire che è senza valore non sarebbe del tutto esatto” obiettò Prassede, “Ad un collezionista potrebbe interessare un’opera destinata al successo dopo la morte dell’autrice, e che nella prima edizione fu stampata in una tiratura limitata” precisò, continuando a distribuire fette di prosciutto. Andava avanti a tagliare, e le sue mani sempre svelte erano instancabili. Bardazzi notò che la destra era ricoperta dalla psoriasi, e dal quel momento iniziò a rifiutare l’appetitoso salume così generosamente offerto.

Gli occhi dei due giovanotti brillavano ogni volta che l’orefice riempiva loro il piatto o il vecchietto rabboccava i bicchieri. In breve tempo si erano già portati in avanzato stato di ebbrezza.

L’uomo dalla gamba di legno reggeva bene il vino, ma da quando erano arrivati l’avvocato Segugio ed il professor Bardazzi non aveva detto una sola parola. Si guardava attorno guardingo e silenziosamente osservava la caciara messa in piedi dal vecchietto.

Questo aveva iniziato a raccontare aneddoti sulle sue trasferte presso i più famosi bordelli di Milano, senza mai smettere di versare vino al professore ed ai ragazzi.

“Io dico che il bordello migliore che abbia mai visto è il Disciplini di Milano, con i suoi specchi e l’atmosfera principesca. Ci si trovano di quelle slandrone da far rizzare persino i capelli, immaginatevi il resto.”

Bardazzi annuì. Il Disciplini era il suo postribolo preferito, il più lussuoso della città, dove una “semplice” costava 20 lire, quanto la paga da due giornate di un bracciante agricolo. Per il professore i casini non erano soltanto dei luoghi di piacere, per lui erano come una seconda casa, posti dove si sentiva a suo agio, dove poteva riflettere e rilassarsi. Si fumava un sigaro e poteva, con la complicità delle maitresses più generose, flanellare per ore, chiacchierando con altri clienti e guardando le ragazze alternarsi nelle “passate”. Alla fine saliva in camera, sempre e solo poco prima della chiusura, quando le ragazze erano più stanche e il suo desiderio più grande.

“Le donne son buone e son brave, ma se arrivano a prenderti la mano son dolori” disse all’improvviso l’uomo con la gamba di legno.

“Ma quale mano!” esclamò il vecchietto, “quelle là ti prendono ben altro” disse.

“E senza troppo parlare!” intervenne il signor Prassede ammiccando con gli occhi strambi.

“Una volta portai una mia amica nel fienile della cascina dove abitava” cominciò allora a raccontare l’uomo con la gamba di legno.

“Era bella, io la desideravo, e poiché non sapevo cosa dirle, le intimai: ‘Tira giù le mutande che ti devo parlare!’ e lo dissi con fermezza, senza esitazioni.”

“E lei cosa ha fatto? Ti ha dato uno schiaffo?” domandò uno dei ragazzotti, buttando giù un’altra copiosa sorsata di vino.

“No, mi ha ubbidito, e l’ho posseduta sulla paglia.”

Gamba di legno aveva la faccia tragica e gli occhi scaltri, non era diverso dagli abituali clienti del Gatto Nero, dove Bardazzi passava molte ore felici ad ubriacarsi, parlando poco ed ascoltando pochissimo, senza sforzarsi di farlo neanche quando era abbastanza lucido da poterci riuscire. Per quanto si sentisse attratto dalle persone umili, giudicava inutile tutto ciò che avevano da dire. Lo annoiavano tutte quelle considerazioni marginali, di quelle che stanno nella seconda o terza fila tra le cose importanti della vita.

Segugio guardò fuori dalla finestra e posò gli occhi sulla luna. Si era fatto buio, e per lui la notte si annunciava lunga e pericolosa.

Nello scantinato i ribelli comunisti avevano terminato il lavoro azionando il timer della bomba. Sarebbe esplosa alle 22:00 in punto. Si scambiarono spietate occhiate di complicità. Erano brutti, privi di scrupoli, e puzzavano di sudore, delinquenza e crudeltà.

L’esplosione avrebbe potuto uccidere molte persone innocenti, in alcun modo compromesse col regime che essi volevano rovesciare. Ma di tutto questo non si preoccupavano minimamente. Erano pronti a sacrificare molte vite sull’altare della rivoluzione, inclusa la loro.

Silenziosamente si allontanarono dalla cantina della fiaschetteria senza essere visti, così come nello stesso modo erano arrivati.

“Sospettate che i balordi che hanno sottratto il libro siano dunque esperti bibliofili?” chiese Bardazzi incuriosito.

“Non direi” rispose l’orefice aggrottando la fronte, “nella biblioteca ci sono volumi assai più preziosi, ma sono stati del tutto ignorati. Se si tratta di ladri in cerca di lucro, non si può certo dire che siano degli esperti.”

“Vi siete fatto un’idea del perché qualcuno abbia voluto rubare proprio quel libro e soltanto quello?” insistette Bardazzi, mentre con la lingua cercava di rimuovere del grasso rimasto incastrato tra i denti.

Prassede si lisciò i baffetti due volte, chiudendo gli occhi come a ricercare una più profonda concentrazione, come se stesse rovistando tra i meandri della sua memoria, in cerca di una risposta risolutiva.

“Si tratta pur sempre di un libro interessante” esordì dopo aver riordinato le idee, “e le teorie in esso riportate godono tuttora di un certo seguito. In molti tra i seguaci del movimento teosofico fondato dalla signora le ritengono del tutto attendibili, per quanto possano apparire stravaganti.”

“In effetti presentano analogie con la cosmogonia esiodea” concesse Bardazzi vuotando un altro bicchiere.

“Vedo che Vi piace questa delicata ambrosia piacentina” disse il vecchietto compiaciuto, versando altro vino nel calice del professore.

L’uomo con la gamba di legno era perplesso. Ignorava cosa fosse la cosmogonia esiodea e non riusciva a comprendere di che cosa stessero parlando. Il suo sguardo vagò per la stanza sino a posarsi su di un grosso orologio a pendolo appeso alla parete: erano le 21:55.

“La tesi di fondo della Blavatsky” iniziò a spiegare l’orefice, “si basa sull’esistenza di un etere psichico chiamato Akasa, di cui l’intero universo sarebbe permeato. Su questo Akasa rimangono registrati gli eventi del passato e alcune persone dotate di poteri particolari sono in grado di leggere queste registrazioni. Grazie a veggenti in contatto con misteriosi istruttori occulti, viene così ricostruita una storia dell’umanità che potremmo definire non convenzionale.”

Il signor Prassede si interruppe, per osservare le reazioni del suo uditorio. I due giovani ormai ubriachi fissavano nel vuoto immersi in uno stato di profondo sopore. Gamba di legno ascoltava tediato la dotta relazione. Il vecchietto guardava Prassede di sottecchi, nella sua vita semplice e spensierata aveva imparato a diffidare delle trappole insite nell’erudizione. Preferiva vivere da ignorante, inconsapevole di tutto quanto lo circondava e che avrebbe potuto rovinargli la vita. Se avesse sperimentato l’ansia per il futuro che il conoscere certe cose comportava, la sua vita sarebbe stata irrimediabilmente diversa. Così aprì un po’ di più gli occhi, lasciando intravedere il languore della vecchiaia, e versò del vino nel suo bicchiere, sino all’orlo.

Bardazzi in quel momento ascoltava interessato, conosceva già le tesi di Madam Blavatsky, ma gli piaceva come l’orefice le stava esponendo. Un tempo avrebbe anche pensato che si potesse trarre qualche insegnamento dalla saggezza altrui, ma dopo tanti anni aveva maturato la convinzione che ciò che si chiama esperienza, altro non sia che un fardello di pregiudizi, illusioni e false idee.

L’avvocato Segugio guardava tutti con occhi socchiusi e la faccia concentrata, si accomodò a gambe aperte su una sedia squadrata appoggiando le braccia sullo schienale, con l’aria di stare comodo.

“La prego signor Prassede, continui la sua esposizione” disse allora fingendo attenzione, senza però riuscire a simularla in modo convincente.

L’orefice non se ne accorse, o perlomeno non diede l’idea che la cosa lo riguardasse in qualche modo, e riprese a raccontare.

“L’umanità avrebbe avuto origini aliene, e sarebbe il frutto di esperimenti compiuti da esseri extraterrestri, che crearono diverse razze, collocandole in diverse parti del mondo: il nord dell’Asia, su di un continente ora scomparso, ma un tempo ubicato nell’oceano Indiano e chiamato Mu o Lemuria, ad Atlantide, sino a creare infine la quinta razza, quella attuale.”

“Una cosmogonia non convenzionale come dite Voi” commentò Bardazzi lanciando uno sguardo diretto contemporaneamente in molti posti, “eppure hanno avuto un seguito ed un altro membro della società teosofica, Scott Elliot, pubblicò altri due libri: La storia di Atlantide, nel 1895 e La perduta Lemuria, nel 1904″

“Molto pertinente” disse Segugio annuendo, “e nel testo del 1895 Elliot afferma che i potenti maghi di Atlantide, utilizzando i loro poteri a fini malefici, ruppero il legame con “gli istruttori occulti” e, trasformando la positiva magia bianca in una negativa magia nera, sconvolsero l’equilibrio naturale della terra, provocando grandi cataclismi.”

“Anche la Blavatsky scrive di uno scontro tra i maghi malefici di Atlantide, e quelli più saggi e buoni di una città chiamata Sham bha lah” aggiunse il professore con la voce impostata.

La barba corta con il pizzetto ed il tono serio, gli conferivano una certa credibilità, e anche l’orefice sembrava sensibile al suo charme. Da quando era stato invitato come relatore al convegno sulla Piacenza esoterica poi, Bardazzi sentiva di essere diventato più imperscrutabile ed interessante. Certamente non avrebbe esitato a sfruttare il suo nuovo fascino per irretire qualche signora sposata, oppure si sarebbe dedicato alla giovane Marianna, piena di vita e di salute, o forse avrebbe cercato di fare entrambe le cose.

Mancava un minuto alle ore 22:00.

“Direi di metter mano a quella botticella di vin santo che è arrivata giusto giusto al punto suo, e lo potremmo degustare nei miei bicchieri” propose allora l’orefice.

L’uomo con la gamba di legno afferrò un bauletto di legno appoggiato sul pavimento e lo depose sul tavolo, dopo aver creato un po’ di spazio spostando il tagliere ed il coltellaccio. Il prosciutto era finito.

Il vecchietto tornò a rovistare nel suo personalissimo tabernacolo, e vi tirò fuori un bottiglione di vetro bianco. Al suo interno brillava un nettare di colore intenso e dorato, e appena lo ebbe stappato una polposa fragranza si sprigionò nella stanza.

L’uomo con la gamba di legno sorrise, pregustando il piacere che quel vino gli avrebbe dato. Aprì il bauletto ed iniziò a tirare fuori dei preziosi calici a tulipano di cristallo blu, finemente lavorati con bassorilievi in oro bianco a tema bucolico.

“Sono proprio brutti” sentenziò il vecchietto, indicando i bicchieri dell’orefice con il dito alzato, reso esageratamente lungo dalla magrezza.

“Gli ho comprati a Parigi apposta, testa di cazzo!” replicò piccato il signor Prassede, mentre i suoi bicchieri scintillavano sotto la luce del lampadario.

Le lancette sul timer della bomba correvano inesorabili, ora mancavano dieci secondi all’esplosione.

Il vecchietto versò nei calici il pregiato e profumato vin santo.

Segugio guardò fuori dalla finestra chiusa, attraverso la quale filtrava la notte. Sospirò rassegnato a passare la serata con quella strana compagnia. Era sicuro che non sarebbe servito a nulla, ma certe volte era necessario espletare tediose formalità, prima di arrivare al cuore delle questioni. Per lui quella era ormai solo una formalità, certamente inconsueta, ma a cui non poteva sottrarsi. Accettò di bere il vin santo sperando che potesse aiutarlo a far passare il tempo più velocemente.

L’orefice portò il calice alla bocca, sorseggiando il delizioso vin santo.

In quel momento entrò nel cucinotto una ragazzina con i capelli biondi a caschetto e l’aria sbarazzina. Indossava solamente una lunga camicia di cotone e le mutandine bianche. Era la nipote del vecchietto, non aveva ancora compiuto i suoi primi quattordici anni e nell’innocenza della sua età non provava alcun imbarazzo ad indossare abiti così discinti. Attraversò ancheggiando il piccolo cucinotto per rovistare nella dispensa del nonno. Abitava al piano di sopra, e salutò distrattamente gli ospiti, quasi ignorando la loro presenza.

La sua apparizione suscitò al contrario forti emozioni. I due ragazzotti, di poco più grandi, la guardarono rapiti, con la vista appannata dall’alcol e un sorriso vacuo stampato sulla faccia. Erano sbronzi, ma il culetto delizioso della giovinetta era roba da concorso di bellezza. Sodo e fresco, come un frutto maturo pronto da gustare, aveva risvegliato tutte e cinque i loro sensi.

“Vieni da me Fiorella” disse il vecchietto afferrando la nipote per un braccio, “vi presento colei che mi chiuderà gli occhi.”

“Nonno! Non dire queste cose, lo sai che non mi piacciono” protestò l’adolescente, senza offrire resistenza e lasciandosi abbracciare.

“Un brindisi alla nipote dell’oste” biascicò uno dei giovani barcollando pericolosamente sulla sedia.

“Un brindisi alla mia bambina” disse il vecchietto allungando la mano sui quei glutei perfetti.

Anche il professore lo aveva notato, la ragazzina era innocente e priva di malizia, ma sapeva già dimenare il fondoschiena come una navigata donna di mondo.

Certe cose dovevano essere innate, stabilì Bardazzi, guardando il vecchietto che le pizzicava affettuosamente il culetto, come se lei fosse ancora una bambina. Fu in quel momento che il professore comprese di sentirsi attratto da lei. Aveva bevuto troppo. Non era possibile che quella mezza donnina brufolosa potesse suscitargli certe reazioni. Si accese la pipa e cercò di distogliere lo sguardo dal corpo acerbo e conturbante di Fiorella, sforzandosi di allontanare i pensieri peccaminosi che la giovinetta gli stava già suscitando. Guardò i cinque bottiglioni vuoti ordinatamente collocati sul pavimento uno in fila all’altro. Ne aveva bevuti, lui solo, almeno tre, poi il vin santo. Il vino piacentino del vecchietto era sincero, ma traditore. Bicchiere dopo bicchiere lo aveva buttato giù senza preoccuparsi, ed ora si trovava ad un sorso da quella condizione ebbra nella quale non sarebbe stato più padrone di sé.

Le campane del duomo di Piacenza iniziarono a suonare, erano le ore 22:00 di quel caldo 22 giugno 1940.

Gamba di legno si era mezzo appisolato sulla sedia, mentre i due giovanotti fissavano con aria inebetita le mutandine bianche di Fiorella, che dopo aver sorseggiato un po’ di vin santo dal bicchiere del nonno, aveva cominciato a ridere e cantare.

Prassede sembrava soltanto interessato a recuperare i suoi calici di cristallo blu finemente lavorati e comperati a Parigi. Si domandò, fissando meditabondo uno dei suoi preziosi bicchieri, se anche nell’antichità le civiltà del passato avessero saputo creare manufatti di analoga bellezza. Immaginò che qualcosa di simile fosse anche esistito, ma nulla di ciò che era stato creato in precedenza o che lo sarebbe stato nel futuro, poteva gareggiare in splendore con i suoi calici. Quando ebbe terminato di riporli nel bauletto provò un’intensa soddisfazione. Li avrebbe lavati uno ad uno, prendendosi cura di loro, come fossero vivi, come fossero la cosa più importante che aveva al mondo. Nessuno gli avrebbe mai sottratto i calici di cristallo. A costo della vita li avrebbe sempre protetti con ogni mezzo.

La deflagrazione fu terrificante.

Si udì una sorda esplosione sotterranea, simile ad un terremoto. Le finestre della cantina esplosero verso l’esterno. Ci fu una serie di schianti. Le fiamme si sprigionarono dal seminterrato. Il pavimento della fiaschetteria scoppiò: mattoni, piastrelle, legno volarono in aria. Il professore e tutti gli altri dentro al cucinotto vennero scaraventati a terra ed inghiottiti dalle viscere dell’edificio. Alcuni presero fuoco, altri furono travolti da una pioggia di schegge, pietre e mattoni.

I calici di cristallo dell’orefice andarono distrutti.

Non ci furono superstiti.

Il corpo della piccola Fiorella fu ritrovato semicarbonizzato con le mutandine bruciacchiate ed annerite dalle fiamme.

L’ultimo pensiero del professor Egidio Bardazzi fu per le gambe della bella Marianna, la giovane locandiera del Gatto Nero.

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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Delitto comunista

sator arepo tenet opera rotas

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Verso le 11:30 del 17 marzo 1943 il maresciallo dei carabinieri Melchiade Maffeo era pronto per recarsi sul luogo del delitto, un delitto comunista: una giovane donna stuprata e poi uccisa dai partigiani. Avendo avuto notizia che il castello piacentino dove avevano trovato il cadavere della donna era decorato con mosaici e simboli sacri, ritenne quindi più prudente coinvolgere anche il brigadiere Rubiano Rufina, che era un appassionato d’arte e magari poteva tornare utile. Inserire una relazione del Rufina nel proprio rapporto, pensò sorridendo compiaciuto della propria astuzia, gli avrebbe conferito un certo spessore culturale.

Il brigadiere Rufina dal canto suo pensava più o meno la stessa cosa. Si augurava che una breve interpretazione di qualche simbolo allegorico gli sarebbe bastata per dimostrare la propria competenza in campo artistico. Avrebbe lasciato al maresciallo tutti gli onori, ma soprattutto gli oneri, di dover scoprire chi era la ragazza morta, chi l’aveva uccisa e perché. Lui aveva altro a cui pensare, ancora poche ore e sarebbe partito per una licenza di tre giorni.

Si incamminarono così verso il castello in cima alla collina, entrambi convinti di dover sbrigare una pratica ordinaria o poco di più, senza sospettare minimamente quali inaspettate sorprese quel luogo antico e misterioso avesse in serbo per loro.

Appena giunti davanti all’edificio, il brigadiere Rufina capì subito ad un primo sguardo che non si trattava di una castello qualunque, e che non vi avrebbe trovato delle semplici immagini allegoriche, ma molto di più. Sperduto sulle colline del piacentino era stato edificato un maniero alla cui custodia erano stati affidati numerosi messaggi esoterici.

Dentro al timpano, incastonato nel muro sopra l’ingresso principale, campeggiava un triangolo equilatero attorniato da fiamme rosse con al centro l’occhio che tutto vede. L’iconografia egizia dell’occhio racchiuso nella piramide era divenuta nel tempo uno dei modelli usati dagli artisti del Medioevo per raffigurare il Dio cristiano. Ma in epoche successive la medesima simbologia era stata adottata anche dalla massoneria. Si trattava di un caso o poteva avere un qualche significato occulto? Rufina pensò che lo avrebbe scoperto visitando meglio il vecchio edificio.

Sotto al timpano si apriva il portone a due ante, entrambe erano state rinforzate con una spessa inferriata. Ad attirare l’attenzione del brigadiere fu la grossa croce patente rossa stampigliata sullo stipite destro.

Il maresciallo osservava il Rufina con sufficienza, senza badare allo sguardo rapito con il quale si era messo ad osservare attentamente quell’architettura, come un bambino guarderebbe la carovana che conduce al paese dei balocchi.

Entrarono e il Rufina ebbe conferma delle sue iniziali intuizioni. La pianta a forma rettangolare era perfettamente disposta secondo i quattro punti cardinali con l’ingresso orientata ad occidente e l’ampia vetrata del salone delle feste orientato ad oriente, verso la Terra Santa, come le più importanti cattedrali gotiche sparse per tutta Europa. L’interno era in stile barocco e molte camere erano decorate da affreschi alle pareti e mosaici sul pavimento. Il brigadiere comprese che l’edificio doveva aver subito diverse ristrutturazioni nel corso dei secoli, variando il proprio aspetto originale. Ritenne di poter datare il pian terreno come quello più antico, vecchio di almeno otto o nove secoli. I soggetti di cui era composto il coevo mosaico pavimentale, in tessere bianche e nere con inserti policromi, erano solo parzialmente visibili e distribuiti in modo disordinato, senza nessun apparente criterio logico. Le iconografie erano inscritte in cerchi concentrici elaborati, disposti in un reticolo di tredici quadrati che si ispiravano a temi sacri e profani. Molte parti dell’opera originaria erano andate chiaramente perdute.

A fianco del grande camino in marmo, sulla parte sinistra del pavimento e in posizione defilata, il Rufina individuò dei frammenti di misteriose lettere, proprio nel punto dove il mosaico aveva subito nel corso del tempo i più vistosi rimaneggiamenti, risultando irrimediabilmente alterato. Questo fatto gli sembrò insolito, perché altre zone più esposte al calpestio, come quelle al centro del salone, erano invece intatte. Sembrava quasi che nel passato qualcuno avesse voluto cancellare le tracce di un messaggio lasciato in precedenza dagli autori del mosaico originale.

Rufina si soffermò ad analizzare quella zona dove l’opera musiva era più confusa: i tondi in cui si vedevano delle fiere erano capovolti, vi erano pezzi di altri soggetti indecifrabili, troncati e frammentati ad altri che erano stati ricomposti alla rinfusa, facendo disperdere l’armonica ed organica lettura che in origine l’autore doveva avere impresso alla propria opera.

In tutta quella mescolanza, il brigadiere riconobbe delle lettere superstiti e ben leggibili, collocate in verticale:  R, O, T, una A intuibile ed una S girata di 90 gradi. Ritenne che le prime quattro lettere fossero le finali delle parole SATOR, AREPO, TENET, OPERA, e la S di ROTAS dovesse probabilmente seguirle nell’ordine, ma a causa di inspiegabili modificazioni era finita in quella anomala posizione. Le lettere ben leggibili erano inoltre affiancate da delle linee verticali nere e spesse, come se fossero state poste a delimitare le parole entro delle caselle, le 25 caselle che formavano il quadrato magico del SATOR.

Il brigadiere era sicuro della sua intuizione e decise di prendere degli appunti riproducendo il quadrato magico sul proprio taccuino.

 

S A T O R
A R E P O
T E N E T
O P E R A
R O T A S

 

Dopo aver così scoperto la presenza della famosa frase latina palindroma, leggibile da destra verso sinistra, dall’alto verso il basso, ma allo stesso modo dal basso verso l’alto e da sinistra verso destra, il Rufina proseguì ad analizzare i mosaici nelle parti meglio conservate e che mostravano nel loro inalterato splendore animali reali e fantastici, tipici del bestiario medievale. La sua attenzione fu particolarmente attratta da una di queste allegorie pagane, una grossa sirena con due code, sormontata da un curioso berretto frigio e con il volto bruno, quasi mascolino.

Il brigadiere continuò a prendere appunti: la sirena bicaudata era un simbolo di femminilità e di fertilità, nelle chiese cristiane rappresentava la duplicità della natura umana, il dualismo bene-male, ragione-istinto. Terminò poi l’ispezione di quel luogo misterioso. Il cadavere della ragazza era stato rinvenuto in cantina, abbandonato in posizione fetale alla fine di una galleria sotterranea che si incuneava nel ventre profondo della collina, ma che ad un certo punto era stata interrotta da uno spesso muro di sassi e mattoni.

“Quando è stato fatto questo muro?” chiese il maresciallo avvicinandosi al brigadiere e indicando l’ostacolo che ostruiva il passaggio.

“Probabilmente qualche secolo fa, ma non ho idea del motivo, né potrei dire dove conducesse questa galleria. Forse era una via di fuga sotterranea, nel caso il castello fosse stato preso d’assedio. Possiamo fare solo delle ipotesi.”

“Secondo Voi, per quale motivo l’assassino ha abbandonato il cadavere della ragazza proprio in questo punto?”  chiese ancora Melchiade, illuminando con una torcia la pozza di sangue rappreso sopra al pavimento in pietra del cunicolo.

“Non saprei proprio dire maresciallo”.

“Ditemi, allora, avete travato qualcosa di interessante, o meglio di utile per scoprire chi è l’assassino? Ho visto che state prendendo persino degli appunti”  disse allora Melchiade in modo beffardo.

Il Rufina non raccolse la provocazione, sorrise maliziosamente e disse sibillino: “Dovessi scoprire il nome dell’assassino, sareste il primo a saperlo.”

“Bene” chiosò il maresciallo, “cosa avete trovato allora di tanto interessante?”

“Per il momento solo i resti di una frase palindroma: SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS.”

“E cosa diavolo significa?”

“Il significato esatto è ancora oggetto di studio, a causa della parola AREPO che non ha una traduzione certa poiché non è latina, a differenza delle altre. Poiché il quadrato del Sator è presente in molte chiese e non solo in Italia, si pensa che abbia avuto origine ai tempi dei primi cristiani, e identificando la figura del seminatore, il Sator, in quella del Creatore, la versione più accreditata è questa: Il Creatore, l’autore di tutte le cose, mantiene con cura le proprie opere.”

“Una frase piuttosto enigmatica, come pensate che possa esserci utile?” chiese il maresciallo senza nascondere il suo abituale sorrisetto ironico.

“Ancora non lo so, forse lo scopriremo più avanti” rispose piccato il brigadiere.

“A mio avviso abbiamo a che fare con un pazzo fuori di senno” giudicò il maresciallo, mentre osservava quel luogo tetro e claustrofobico.

Il brigadiere stava maturando un’opinione diversa, ma preferì tacere tenendo i propri pensieri per sé. Non erano pensieri confortanti e nella sua mente si consolidava il sospetto che l’autore di quei gesti non fosse affatto guidato dalla follia, ma seguisse piuttosto una logica precisa.

“Con ogni probabilità la vittima ha cercato di difendersi” continuò il maresciallo richiamando l’attenzione del Rufina, “sono state rinvenute tracce di pelle sotto le unghie della ragazza. Il medico legale ritiene che lei abbia cercato di fuggire prima di essere uccisa, in una delle mani impugnava ancora la maniglia spezzata di una porta.”

“Chiunque abbia commesso l’omicidio, deve dunque aver fatto un gran rumore, non ci sono persone che abbiano sentito qualche cosa?” domandò il brigadiere, pensando di fare una domanda pertinente.

“Abbiamo già interrogato gli abitanti delle case più vicine, nessuno ha udito nulla” rispose il maresciallo mostrandosi dubbioso. Al brigadiere sembrò di scorgere sul volto del suo superiore la medesima perplessità che egli stesso nutriva. Forse qualche testimone esisteva ma aveva paura di esporsi, pensò. Un così efferato e crudele omicidio e la paura di una vendetta partigiana avrebbe indotto chiunque ad una certa prudenza.

Terminato il sopralluogo sulla scena del delitto, i due carabinieri si avviarono verso l’uscita, e fu a quel punto che accadde l’imprevedibile.

Un rumore basso e smorzato catturò la loro attenzione. Inizialmente non riuscirono a capire da dove provenisse, poi lo sentirono di nuovo. E ancora una terza volta, sempre uguale, profondo e angosciante.

“Mi sembra che provenga dal muro infondo alla galleria” disse il brigadiere con la faccia contratta dalla tensione.

“Ma non ha senso”, obiettò il maresciallo, “come può un muro emettere suoni così sinistri, come i rintocchi di una campana rotta?”

Il brigadiere decise di ispezionare meglio la parete, per studiare il muro da vicino. La malta ingiallita era irregolare, l’intonaco consumato dal tempo era in gran parte scrostato, le pietre trasudavano umidità. Accostò l’orecchio al muro, ma i rumori erano cessati. Cominciò a picchiettare sulla superficie levigata di alcuni mattoni e sentì un rimbombo sordo risuonare nelle sue orecchie. Un sospetto si fece strada nella sua mente, forse che oltre quella parete si nascondesse qualcosa, forse un’alta stanza, oppure un passaggio segreto?

Continuò ad armeggiare lì intorno fino a quando riuscì a trovare quello che stava cercando. Sul lato destro, a mezza altezza, fuoriusciva dal muro la capocchia di un grosso chiodo, era fatta di ferro battuto, ma facendovi sopra pressione rientrava leggermente dentro la parete. Il brigadiere spinse con maggiore energia, e la capocchia penetrò in profondità dentro al muro azionando un meccanismo.

Il muro cominciò ad aprirsi cigolando verso l’interno. Era stato costruito su di un telaio di ferro arrugginito incardinato su tre grossi perni d’acciaio.

Lo sguardo del maresciallo fu rapito dallo stupore, il suo sottoposto aveva appena fatto funzionare una porta segreta che conduceva ad una camera sotterranea del castello, occultata proprio al centro della collina sulla quale il maniero era stato costruito secoli prima.

L’interno era buio e i due furono investiti da una vampata d’aria calda proveniente dalla stanza che avevano appena scoperto.

Il maresciallo Melchiade Maffeo squarciò l’oscurità con la luce della sua torcia elettrica. All’interno della camera c’era una bella scrivania in mogano, sulla quale era collocata una lampada da tavolo. I due si avvicinarono e il brigadiere l’accese.

Una flebile luce filtrata da un paralume di stoffa rossa illuminò debolmente l’ambiente. Era una specie d’ufficio: con delle cassettiere di legno, una fornita libreria traboccante di testi scritti in cirillico, e un piccolo salottino con un comodo divano imbottito. Sul muro dietro alla scrivania era appesa una fotografia di Giuseppe Stalin, sulla parete opposta una grande bandiera rossa con la falce ed il martello. Non vi erano altri ingressi, non c’erano finestre. In un angolo era ubicato un grosso orologio a pendolo, segnava le 3:10 del pomeriggio ora di Mosca. Il maresciallo capì da dove provenivano i rintocchi che avevano attirato la loro attenzione qualche minuto prima.

“Mondo boia! Abbiamo scoperto una sezione clandestina del partito comunista” esclamò il brigadiere, sconvolto dalla scoperta.

Questa volta una promozione non me la leva nessuno, pensò il maresciallo senza parlare, ma con gli occhi dilatati dall’eccitazione.

Il brigadiere iniziò ad ispezionare la scrivania. Uno dei cassetti sotto al tavolo era chiuso a chiave. Forzò la serratura con il calcio della sua pistola.

Dentro al cassetto c’era la copia di un documento della NKVD, classificato come “segretissimo” ed indirizzato all’agente italiano compagno Pietro Dinamite.  Il frontespizio titolava: “Idi di Marzo”

Era scritto in italiano, ed il maresciallo cominciò a leggerlo avidamente. Ogni tanto alzava lo sguardo dal fascicolo per guardarsi attorno, poi dopo aver bisbigliato tra sé frasi incomprensibili, riprendeva la lettura.

Il rapporto era dettagliato, nelle premesse faceva riferimento alle informazioni raccolte da un confidente estero ritenuto affidabile. La fonte riferiva l’esistenza di un laboratorio militare segreto, ubicato nell’Italia del nord, dove erano in corso ricerche segretissime su nuove armi il cui “sabotaggio” era definito “vitale allo sforzo bellico sovietico.

“Questa è roba grossa, roba che scotta” commentò ad alta voce il maresciallo.

Il brigadiere annuì trionfante, aveva trovato uno schedario pieno zeppo di nomi e di indirizzi di fiancheggiatori della cellula comunista. Erano decine, sparsi in diverse città, arrestarli tutti avrebbe richiesto un’operazione in grande stile.

“Qui ci becchiamo una medaglia” disse il Rufina senza nascondere il suo entusiasmo.

Melchiade Maffeo non disse nulla. Il suo volto era improvvisamente divenuto pallido, i suoi occhi ora fissavano il vuoto. Dalla pancia gli usciva una lunga ed affilata e sanguinante lama d’acciaio. Era stato trafitto alle spalle con uno stocco medioevale e passato da parte a parte. Un rivolo di sangue uscì dalla bocca e gli sporcò il mento.

Il Rufina non capì cosa stava succedendo, e quando vide il corpo del maresciallo cadere a terra privato della vita era troppo tardi. L’assassino era già davanti a lui e lo teneva sotto tiro con la pistola rubata al Maffeo, prima che il suo cadavere rovinasse sul pavimento.

“Ma cosa state facendo? Avete ammazzato il maresciallo!” provò a protestare il Rufina.

“E adesso ucciderò anche Voi” disse l’uomo con la pistola.

“Ma Voi non potete, Voi siete il segretario del Partito Fascista!” urlò il brigadiere, che aveva riconosciuto il suo interlocutore.

L’uomo con la pistola annuì: “Ma sono anche una spia al soldo dell’Unione Sovietica” replicò l’uomo con la pistola esibendo un ghigno spavaldo.

“Siete un traditore allora!”

“Io la vedo sotto un’altra prospettiva, sono solo passato dalla parte dei più forti. La guerra per l’Asse è perduta, ed io mi sono già riposizionato con i vincitori.”

“Voi siete un pazzo!” protestò il brigadiere, “un pazzo e un traditore!”

L’uomo con la pistola non replicò. Premette il grilletto è sparò in faccia al brigadiere.

La testa del carabiniere esplose spruzzando sangue e cervella sul ritratto di Stalin appeso alla parete.

“Merda” mormorò il comunista, “ora dovrò procurarmene uno nuovo.”

Era il terzo delitto comunista di cui si macchiava in pochi giorni.

Poi uscì dalla stanza, chiuse il passaggio segreto e tornò a casa. L’ora del pranzo era passata da un pezzo, e lui non aveva ancora mangiato.

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

Vietata la riproduzione, Copyright ©2013 racconti-brevi.com

 

Comunisti assassini

Dai campi e dai poggi tutto intorno saliva un fresco odore di erba appena tagliata, mentre il sole della sera illuminava i sentieri e le mulattiere che si arrampicavano come edera su per le colline. Il palazzotto si ergeva austero ai piedi della scalinata che portava alla chiesa del borgo, e dominava il paesaggio. Era il secondo edificio per importanza, secondo solo al castello, che se ne stava abbarbicato sulla cima più alta, appoggiato alla chiesa.

Alice, Faustino e la sua famiglia, si erano da mesi stabiliti nel piccolo villaggio sui colli piacentini, avevano preso possesso delle stalle del palazzotto. Per non destare sospetti si erano presentati ai diffidenti abitanti del piccolo paese come i nuovi custodi, incaricati di rimettere in ordine l’edificio abbandonato e i campi incolti distribuiti lì intorno.

Per gli abitanti del piccolo borgo di confine tra oltre Po pavese e piacentino, l’arrivo di quei forestieri era stato un evento sin dal primo giorno. Ma anche alla metà di quel mese di giugno del 1940, con l’estate ormai alle porte e dopo quasi sei mesi dal loro arrivo, ogni movimento era attentamente monitorato da occhi instancabili e orecchie sempre all’erta.

Mentre il cielo si colorava di sangue, e le ultime ore di luce lasciavano lentamente il posto al buio della notte, la piazzetta del villaggio si andava animando. Le donne, dopo aver accudito le faccende di casa, scalze e vestite di cenci, con i capelli unti e arruffati, si incontravano davanti agli usci delle casupole. Alcune stendevano i panni, altre rammendavano, altre ancora spidocchiavano i figli. Tutte cicalavano delle più disparate questioni: chi del tempo, chi dei raccolti, chi sparlava di chi era assente o doveva ancora arrivare, chi diceva male di chi era appena andato via.

Gruppi di bambini chiassosi, si rincorrevano giocando nella piazza, seminudi e ricoperti di fango. Si lanciavano sassi, cacciavano lucertole, saltavano fossi. Le madri gli stavano dietro urlano improperi dall’alba al tramonto.

Alice, dopo una giornata nei campi, risaliva la strada sterrata che portava alla piazza, stanca e preoccupata, perché da molto tempo non riceveva notizie da Fulgenzio, sin dal giorno che si erano salutati davanti alla casa di Faustino a Milano. Camminava affaticata dal duro lavoro, e con il cuore gonfio d’angoscia, nella speranza di poter scoprire qualche notizia, magari appena giunta al villaggio con i giornali della sera, oppure per bocca di qualche mercante che era stato in città, raccogliendo testimonianze di prima mano.

Alice era una giovane donna timorata di Dio, istruita ed intelligente.

Aveva già saputo dello sfondamento dei tedeschi sul fronte occidentale. La capitolazione della Francia era data per certa un po’ da tutti, si trattava solo di capire quando questo sarebbe avvenuto. Un simile inatteso precipitare degli eventi le aveva dato ulteriore motivo di apprensione. Si chiedeva se Fulgenzio fosse mai arrivato a Parigi, oppure se avesse trovato scampo altrove. Si domandava con orrore cosa sarebbe accaduto se lo avessero arrestato i tedeschi. Aveva sentito raccontare cose orribili a proposito della gestapo, la polizia politica del Reich. Recitava un rosario tutte le sere, confidando nell’aiuto della Madonna e di Dio per superare quella terribile prova.

Quando arrivò sulla piazza, già cento occhi erano su di lei: le altre donne del villaggio la scrutavano, per loro era come una straniera.

Alice si era presentata come la sorella di Faustino, ma non erano poche quelle che in paese avevano avanzato il sospetto che non fosse la sua vera identità. Pettegolezzi rimasti latenti, ma mai dissipati del tutto, nonostante la giovane conducesse una vita irreprensibile totalmente dedicata al lavoro e alla fede. Partecipava a tutte le funzioni religiose del villaggio e si offriva sempre volontaria per tutte le opere di assistenza organizzate dalla parrocchia. Il suo stile di vita più simile a quello di una santa piuttosto che di una contadina, non era comunque bastato a superare la diffidenza degli abitanti del posto.

Entrò nella drogheria posta al centro della piazza, superando i tre scalini consunti dal tempo. Una megera dall’aspetto tremendo, con grosse labbra prominenti, il naso adunco e gli occhi stralunati, serviva alcune vecchie signore da dietro il bancone.

“La gente ha sempre paura” disse ad una delle sue clienti mentre Alice entrava nel negozio, “della fame, della malattia, della grandine, e adesso ci mancava pure la guerra.”

“La fame e la grandine ci portano la miseria, ma la guerra e la malattia ci portano via i figli” rispose una delle vecchie.

“I figli… i figli… di che vi lamentate Voi, che ne avete messi al mondo quindici?” disse la droghiera incartando la spesa in una busta, “credete a me, la miseria ne porta via più della guerra, perché arriva ovunque e non finisce mai. Guardate noi ad esempio, abbiamo della terra, ma non rende più nulla. Il vino che mio marito produce dalla vigna, se lo comprassimo al mercato ci costerebbe due volte di meno.”

“Dite bene, c’è la crisi, ne parlano tutti, e con la guerra va anche peggio, che ci daranno la tessera, guerra più miseria e stiamo tutti fregati” disse ancora la vecchia.

“E non è quello il peggio” si intromise un’altra signora, “la cosa più terribile sono le sciagure, che capitano tutte assieme ed una si porta dietro l’altra: la crisi porta la guerra che porta l’alluvione che porta la fame. E per noi povera gente non resta che affidarci alla Madonna, sperando che ci protegga almeno dal diavolo.”

Alice ascoltava quelle donne senza guardarle, teneva gli occhi fissi sul pavimento, un po’ per la sua indole umile, un po’ perché percepiva la diffidenza di quelle persone. I primi tempi ne aveva anche sofferto, ma in quel momento aveva altri pensieri per la testa. Voleva conoscere gli sviluppi della situazione bellica in Francia, sperava di ottenere qualche informazione che le consentisse di avere notizie sul destino di Fulgenzio.

E le novità che riuscì a scoprire scorrendo i titoli dei giornali in vendita le misero i brividi: Parigi era stata occupata. Le cadde l’occhio su di un pezzo del Popolo d’Italia, il quotidiano fondato da Mussolini. Nella colonna centrale il secondo articoletto titolava: “L’ingresso dei tedeschi a Parigi”. Alice iniziò a leggerlo con il cuore in gola. “Sulla cronaca dell’ingresso delle truppe di Hitler a Parigi si hanno finora pochi particolari. Alle 8 una colonna di carri armati e di fanteria motorizzata ha fatto il suo ingresso ufficiale a Parigi sulla quale volteggiavano vari stormì dell’Aviazione germanica. Le strade erano deserte. Tutti i negozi erano chiusi. Chiuse erano quasi tutte le finestre.

La sua lettura fu interrotta dalla voce stridula della terribile megera titolare del negozio: “Se vuoi leggere il giornale, signorina, ci vorrebbe prima che lo pagassi. Non siamo mica un ente di beneficenza noi. E nemmeno il dopolavoro del fascio. Se vuoi il giornale, mi dai 40 centesimi.”

Alice arrossì per la vergogna, era venuta apposta per comperare un giornale, stava solo guardando per scegliere quale prendere. Il Corriere della Sera era già andato esaurito quel giorno, così, senza dire una parola, tirò fuori di tasca il denaro e pagò. Si mise il giornale sotto braccio e uscì frettolosamente dalla drogheria, mentre le vecchie iniziavano già a riempire l’aria con odiosi commenti, senza nascondere la soddisfazione di aver finalmente colto in fallo la contadinella di pianura.

Lei tornava a passo svelto verso il palazzotto, i rurali rientravano nel borgo provenendo dalla campagna circostante. Si vedevano arrivare stanchi e cenciosi, affamati e piegati in avanti, avvezzi a quella postura per l’abitudine di lavorar la terra, assuefatti ad una vita di soggezione e servitù.

Alice notò che la gran parte si andava ammassando davanti alla locanda del paese, dinanzi alla scalinata che portava alla chiesa. Pian piano, uno ad uno, scomparivano dentro la stamberga. Pensando che vi si tenesse un qualche gran avvenimento, anche Alice si mise in fila per entrare.

“Presto, fate in fretta” diceva un giovane con al petto le insegne del partito fascista, “il podestà ha da fare delle comunicazioni alla cittadinanza, avanti, affrettatevi, prendete posto.”

“Ma io ho fame, ho lavorato tutto il giorno” protestò un rurale con la faccia color del cuoio, pochi capelli già colorati di grigio, la schiena gobba e le mani rovinate dalla fatica.

“Mangerete più tardi, dopo il discorso del podestà” disse il giovane con le insegne fasciste in tono sbrigativo, dando per scontato che il contadino gli avrebbe ubbidito. Il contadino eseguì il comando, e si mise in fila borbottando volgarità irriferibili.

Quando Alice entrò nella locanda si andò ad accovacciare in un angolo, sperando di passare inosservata. Nella trattoria erano adunati una cinquantina di straccioni, ammassati uno vicino all’altro, con gli occhi sottomessi e rassegnati. Le facce erano contorte, deformate dalla fame e dalle malattie. Una puzza intensa di letame e panni sporchi si sprigionava dal gruppo, inquinando l’aria.

Il podestà stava in piedi in fondo alla locanda, indossava la divisa della milizia e teneva le mani ai fianchi gonfiando il petto. Era un uomo di mezza età con i capelli tagliati corti. Sul volto un’espressione fiera non bastava a celare l’aria stupida. Occhi vuoti e senz’anima galleggiavano su di una faccia di cera.

“Cittadini, Camice nere, Uomini e donne del borgo e della valle… ascoltate…” cominciò il suo comizio con aria enfatica, “un altro giorno di importanza storica mondiale volge al termine, mentre le eroiche truppe dell’asse avanzano vittoriose su tutti i fronti…”

La gente ascoltava senza interesse, le vittorie conseguite dal regime avevano raramente portato concreti benefici ai lavoratori di quelle valli, ed essi si erano assuefatti al proselitismo dei funzionari di partito, che iniziavano ormai a perdere di mordente, incapaci di dare risposte concrete ai loro veri problemi.

Anche Alice, ascoltando la bolsa retorica del podestà, rimase indifferente. Per la testa le passarono come al cinematografo le immagini della propaganda: le battaglie del grano e di “quota 90”, la creazione dell’Impero, la guerra di Spagna e l’annessione dell’Albania. Tutti i successi del fascismo le sembrarono indigesti, il prezzo da pagare troppo alto, ora che la sua stessa libertà era in gioco, adesso che aveva sul collo il fiato della polizia segreta, uno dei più efficaci strumenti per la ricerca e la repressione dei dissidenti politici. Inoltre era stata costretta a separarsi dall’amato Fulgenzio, e questo era per lei il sacrificio più grande e più difficile da accettare.

“La rivoluzione rurale ha conseguito i suoi obiettivi su tutta la linea” continuò con enfasi esagerata il podestà, “permettendo all’Italia del Littorio il progresso materiale e spirituale, salvando il paese dal pericolo comunista…”

A quelle nuove parole il volto di Alice si irrigidì. La sua mente semplice ed ingenua non riusciva ad immaginare Fulgenzio e gli altri compagni del partito clandestino come un pericolo. Ai suoi occhi erano tutte brave persone, forse con idee bizzarre, ma in fin dei conti incapaci di far del male a una mosca. Davvero non riusciva a spiegarsi per quale ragione il Governo si accanisse tanto contro di loro.

Comunisti assassini! Essi sono subdoli fuorilegge” disse in quel momento il podestà roteando il pugno chiuso con aria bellicosa, “si riuniscono di notte, nelle fogne delle città, per tramare contro lo Stato, sputando sulla croce e vendendo l’anima al demonio pur di raggiungere i loro fini criminali.”

Udendo quelle spaventose rivelazioni, Alice ebbe paura. Non aveva mai partecipato alle riunioni segrete del partito, ma conosceva le idee anticlericali e atee di Fulgenzio. Il sospetto che i comunisti potessero veramente commettere omicidi o sputare sulla croce o vendere l’anima al diavolo si impadronì dei suoi pensieri dandole i brividi. Aveva tanto pregato per il suo amato, affinché egli ritrovasse la fede. Ora cominciava a temere che le sventure da cui erano stati colpiti, fossero correlate con questi riti satanici. Forse lui aveva veramente venduto l’anima, ed era per questo che si era allontanato da lei, considerò per un momento. Poi cercò di allontanare quel brutto pensiero dalla mente, e continuò ad ascoltare il discorso del podestà sino alla fine.

Quando la gente cominciò a rialzarsi dal pavimento per tornare alle proprie abitazioni, anche Alice si avviò mestamente verso il palazzotto. Il podestà fu subito attorniato dai notabili locali del partito: i volti di questi uomini erano euforici, il crollo della Francia aveva alimentato in loro effimere speranze ed esagerate aspettative. Avevano cercato di trasmettere queste emozioni ai rurali forzatamente convocati ad ascoltare il comizio del podestà, ma in questo non avevano ottenuto grande riscontro. Tutto ciò avrebbe dovuto indurli a riflettere, ma non quella sera. La voglia di festeggiare era troppo grande, il desiderio di esorcizzare il demone di una guerra, che poteva ancora essere lunga e dolorosa, troppo intenso.

Il podestà ordinò da bere per tutti e rimase alla locanda fino a tardi, a parlamentare con i suoi seguaci circa i destini dell’Italia nel mondo di domani. Verso la mezzanotte le loro voci si erano fatte stridule, erano stonate, avvinazzate, rallentate sino a perdere il fiato, e accompagnate dai gesti grotteschi caratteristici della gente ubriaca.

Alice era da tempo tornata alle stalle dove aveva preso dimora insieme a Faustino e la sua famiglia. Le quattro mura dove abitavano avevano l’aspetto di un porcile. Per entrarvi bisognava piegarsi, le finestre erano piccole e la poca luce che lasciavano filtrare durante il giorno era del tutto assente la notte. Al lume di due grosse candele, a fatica si potevano scorgere i pagliericci sui quali dormivano gli sventurati. Una puzza tremenda saturava l’ambiente malsano. Una capra ruminava in un angolo un po’ di paglia sudicia. Un tavolaccio unto, alcune sedie spagliate ed una panchetta di legno appoggiata al camino costituivano il restante mobilio, povero ed essenziale.

I figli di Faustino giacevano addormentanti sul pagliericcio. Erano tre: due maschi e una femminuccia. Il più grande non aveva ancora compiuto i dieci anni, la più piccola aveva circa venti mesi di vita. I piedi dei due bambini più grandicelli erano gonfi, pieni di cicatrici e sporchi di terra. Non possedevano scarpe e con la bella stagione riuscivano almeno a sottrarsi ai tormenti del freddo.

“Voglio tornare a Milano” disse Alice rivolgendosi a Faustino, “devo parlare con don Celestino, credo possa aiutarmi a trovare Fulgenzio.”

In cielo brillava uno specchio di luna, i grilli cantavano pieni di energia nella notte stellata. Faustino guardò Alice allibito e le labbra gli si piegarono in una smorfia.

“Se torni a Milano ti arresteranno, non posso permettere che tu corra questo rischio, ho promesso a Fulgenzio di proteggerti” disse con voce agitata, mentre prendeva un fazzoletto con la lentezza dei vecchi, per asciugarsi la fronte imperlata dal caldo.

“Devo andare” rispose Alice. I suoi occhi erano rossi e tormentati. “Non posso restare qui a nascondermi, non abbiamo più avuto alcuna notizia, e mi sembra di impazzire. Non mi importa di correre dei rischi. Devo riuscire a scoprire dove si trova.”

“Come pensi che don Celestino possa aiutarti? E’ solo un povero prete, cosa vuoi che ne sappia dei rifugiati politici in Francia?”

“Le vie del Signore sono infinite, sono certa che in qualche modo mi aiuterà.”

Faustino non replicò e anche lei rimase in silenzio. Certi silenzi possono essere piacevoli, a volte, ma quello sembrava di morte.

“Conviene aspettare che sia finita la guerra” disse Fulvia, la moglie di Faustino, rompendo la quiete.

“Non sembra che manchi molto ormai. Quando tutto sarà finito sarà più facile” aggiunse sorridendo.

Fulvia aveva un bel sorriso, le sue labbra erano rosse e piene, e rendevano piacevole un volto già indurito da una vita di stenti e miseria, nonostante non avesse ancora trent’anni. Indossava abiti umili, una camicetta un tempo bianca, ma ormai divenuta grigia e lisa, con le falde che cadevano su di una sbiadita gonna consunta dal tempo.

“Non posso più aspettare” commentò Alice, “non avrei dovuto lasciarlo partire da solo. Ma posso ancora rimediare, scoprire dove si trova e cercare di raggiungerlo.”

“Tutto questo non ha senso” protestò Faustino, “il nostro compito è di rimanere qui, in attesa della rivoluzione.”

“E cosa ci sarà di diverso da adesso con la rivoluzione?” chiese Alice dubbiosa.

“Ci sarà l’abolizione della proprietà privata della terra.”

“E chi dovrebbe farla la rivoluzione? Tu? Fulgenzio? Oppure gli altri vostri compagni che sono stati tutti arrestati o sono fuggiti all’estero o al massimo si nascondono come noi, come fossimo dei delinquenti?”

“La rivoluzione la faremo noi poveri” disse Faustino con voce grave. Indossava vestiti logori e trasandati che gli davano un aspetto melanconico, ma la sua passione era sincera, la sua speranza in una emancipazione delle classi popolari genuina.

“Per i poveri ci sono i sussidi e le mense statali, a cosa servirebbe abolire la proprietà privata della terra? I contadini continuerebbero a fare i contadini, come ora. Cosa cambierebbe?” domandò Alice, poco convinta dalle argomentazioni di Faustino.

“Con la rivoluzione e l’abolizione della proprietà privata sarà possibile salvare il popolo dall’ingordigia della proprietà. E’ lì che si nasconde il demonio.”

“L’unica salvezza dal demonio è nella fede e nella chiesa. Come possiamo fidarci della rivoluzione, se con la proprietà vuole abolire anche la religione?”

“Con la rivoluzione e la redenzione del popolo, non ci sarà più necessità della religione. Lo Stato provvederà ad ogni bisogno” sentenziò Faustino.

“Lo Stato? Non è forse quanto già avviene oggi? Non è forse nel nome dello Stato che si va in guerra? Che si arrestano i dissidenti? Che si perseguitano gli oppositori?” esclamò Alice con tono accorato.

“Io credo che la Vostra rivoluzione non porterà a nulla di buono” continuò lei, perlustrando la faccia di Faustino con fare cortese, ma deciso.

“Modificheranno le parole, si professeranno idee diverse forse, ma alla fine non cambierà nulla. Si affermerà una nuova dittatura che si servirà di ogni mezzo, compreso il terrore, per distruggere ogni dissidenza e impedire la libertà di pensiero. Come avviene in Russia. Vogliono distruggere la chiesa e perseguitare le religioni perché hanno paura di chi vuol continuare a pensare con la propria testa.”

Faustino abbassò il capo, la sua faccia aveva assunto il colore del mogano lucidato, i suoi occhi piccoli si chiusero e le labbra si serrarono in una smorfia di disappunto. Uno smorto refolo di aria calda e umida penetrò nel tugurio attraverso la porta aperta, e il frinire dei grilli si fece assordante per alcuni secondi.

“Come puoi giudicarci in questo modo?” domandò infine riaprendo gli occhi e guardando Alice con rassegnazione, come se già sapesse che non avrebbe ottenuto una risposta soddisfacente.

“Io non giudico, mi limito a constatare. Il paradiso in terra che andate predicando, il Socialismo Sovietico, non è diverso dalle altre dittature. La Germania ha aggredito la Polonia, ma la Russia sovietica non ha fatto la stessa cosa? La Germania ha invaso la Norvegia, la Danimarca e l’Olanda, così come Stalin ha attaccato la Finlandia. Se i dissidenti politici sono perseguitati in Italia come in Germania, lo stesso avviene in Unione Sovietica. Ci sono tanti comunisti assassini quanti ve ne sono tra i fascisti. Tutto ciò per cui dite di combattere è marciò almeno quanto i regimi che vi proponete di rovesciare. Io comunque non vi giudico e non mi interessa cosa pensate o volete fare. A me interessa solo ritrovare Fulgenzio, sposarlo e mettere al modo dei figli, come ogni buon cristiano dovrebbe fare. Non ho altre pretese dalla vita, e voglio fare tutto quanto mi è possibile per realizzare le mie modeste ambizioni.”

Alice disse tutto d’un fiato. Più volte in passato aveva provato il desiderio di condividere quei pensieri con Fulgenzio, ma non aveva mai avuto il coraggio di farlo. Lui le avrebbe liquidate come idee reazionarie e avrebbero finito con il litigare. Di cosa avrebbe detto o pensato Faustino invece non le importava quasi nulla, e così aveva trovato la forza di vuotare il sacco.

“Non puoi cercare di fermarla” si intromise Fulvia nella conversazione. Sino a quel momento era rimasta ad ascoltare senza dire nulla. A quel punto valutò opportuno dare il proprio sostegno e un po’ di solidarietà femminile ad Alice: “Deve seguire il suo destino, non abbiamo alcun diritto di impedirglielo.”

“Se la catturano anche noi saremo in pericolo, ci arresteranno tutti, dobbiamo considerare anche questo aspetto” osservò Faustino con malcelato fastidio.

Alice arrossì. Non aveva ponderato le conseguenze che il suo comportamento poteva avere sugli altri. Era determinata a ritrovare Fulgenzio, ma non voleva certo esporre Faustino e la sua famiglia ad ulteriori pericoli.

“Cerchiamo di essere ragionevoli” disse ancora Fulvia, “la polizia ha cose più urgenti di cui occuparsi. Milano è una grande città e nessuno si accorgerà dell’arrivo di Alice, né della sua partenza. Vuole solo parlare con don Celestino, per quale ragione al mondo dovrebbe essere arrestata? Per quanto ne sappiamo le autorità non hanno nemmeno una sua fotografia, non sappiamo nemmeno se è veramente ricercata.”

Faustino sembrava ancora titubante, ma non osò contraddire la moglie. Si limitò ad annuire, e poi rivolgendosi ad Alice concluse: “Sta bene, se però non sarai di ritorno entro due giorni, abbandoneremo questo villaggio e ci sposteremo altrove, anche se non so ancora dove. Ma su… via… ha ragione Fulvia, andrai solo a parlare con un prete, perché mai dovrebbero arrestarti?”

Alice si sentì un poco sollevata, ora che entrambi si erano convinti a lasciarla partire. Preparò le poche cose che avrebbe portato in viaggio l’indomani e si coricò sul lurido pagliericcio, tra la capretta e i bambini.

Faticava però a prendere sonno, si sentiva come se anche il suo cuore fosse avvolto dal buio, e il silenzio le trasmetteva una specie di dolore sordo che avrebbe certamente impedito l’accesso ai sogni. Così pensò a lungo alla guerra, all’amore e alla morte, e solo a notte fonda riuscì ad addormentarsi.

 

 

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Violenza partigiana

Il partigiano Pancrazio Spadone era pronto a combattere con violenza partigiana ed entrò in una grande stanza dal soffitto in mattoni sorretto da colonne in pietra. I muri erano in sasso e vi erano tre piccole finestre sul lato ovest ed altre due sul lato sud. Una serie di fiaccole accese e collocate lungo le pareti illuminavano in modo spettrale l’ambiente. L’atmosfera era resa ancor più suggestiva dai lunghi drappi rossi con la croce uncinata, appesi lungo i muri a guisa di  paramenti.

Al centro della sala, appoggiata sopra un piano rialzato, si ergeva una gabbia in ferro, del tipo di quelle in uso nei circhi per contenere le fiere feroci. Coricato su di un pagliericcio in un angolo all’interno della gabbia, sembrava dormire un uomo.

Pancrazio iniziò ad osservare meglio la camera, sembrava fosse stata preparata per una qualche forma di rituale. Quando si voltò verso la gabbia per ispezionarla, il suo cuore fu avvolto dall’orrore.

L’uomo era sveglio, ora stava in piedi e lo fissava. Era completamente nudo e il suo corpo era sfigurato da una muscolatura innaturale e gigantesca, il suo volto ricoperto da una lunga barba nera era una maschera di sofferenza, la bocca era chiusa da un grosso bavaglio di cuoio, le mani incatenate dietro la schiena. Le gambe mostruosamente muscolose erano ricoperte da una folta ed ispida pelliccia, e terminavano con degli zoccoli da cavallo al posto dei piedi.

Pancrazio guardò la creatura sbigottito per alcuni secondi, poi si avvicinò alla gabbia per osservarla più da vicino.

L’uomo ebbe paura e si ritrasse leggermente, i suoi occhi supplicavano pietà e Pancrazio ebbe pena per quell’essere infelice. Avrebbe voluto fare qualcosa per aiutarlo. Ma cosa poteva fare? Non aveva molto tempo e doveva badare a sé stesso per portare a termine la missione.

Prese la macchina fotografica, una Leica di fabbricazione tedesca, e fotografò la creatura.

L’uomo nella gabbia si sentì umiliato, lo sguardo di pietà lasciò il posto allo sconforto e alle lacrime.

Pancrazio si commosse. Poteva cercare di forzare la serratura della gabbia e liberare quell’uomo. Sapeva di poterci riuscire ma l’operazione avrebbe richiesto alcuni minuti. Comunque non poteva certamente aiutarlo a fuggire, lo avrebbero velocemente catturato e cercare di favorire quella creatura lo avrebbe esposto al rischio di essere ucciso. Poteva contare su tutta la violenza partigiana di cui era capace, ma probabilmente non sarebbe bastata.

Ripose l’apparecchio fotografico nello zaino e si avvicinò ad una delle due porte collocate sulla parete est. Vi appoggiò sopra l’orecchio per cercare di sentire se dall’altra parte vi fossero delle sentinelle. Gli sembrò che non vi fosse nessuno, cercò di aprirla ma scoprì che era chiusa dall’esterno.

Stava riflettendo su cosa fare quando udì rimbombare oltre la porta un vocio concitato e intenso, misto al chiaro scalpiccio di numerosi passi in avvicinamento.

La creatura nella gabbia sembrò presa dal panico, iniziò a muoversi nervosamente all’interno della sua prigione, gli occhi disperati urlavano tutto il loro sgomento.

Pancrazio comprese che non vi era un solo istante da perdere, camminò vicino all’altra porta e provò ad aprila. Anche quella era chiusa a chiave. Corse dall’altra parte della stanza e provò ad entrare nella torre ovest. Afferrò la maniglia per abbassarla ma anche quell’ingresso era serrato. Mentre i passi e il vociare si facevano sempre più vicini corse ancora più veloce verso il passaggio dal quale era entrato.

Doveva assolutamente uscire da quella camera prima che arrivassero le sentinelle. Se si fossero accorte della sua presenza avrebbero dato l’allarme e le probabilità di riuscire a fuggire dal castello incolume erano ben poche.

Pancrazio riuscì a raggiungere la porta proprio mentre le guardie stavano aprendo il grosso lucchetto posto a chiusura di uno spesso catenaccio. Lui stava lottando contro il tempo ed il destino e si domandò per quale dannata ragione non fossero tutti ad ubriacarsi festeggiando il capodanno, anziché aggirarsi per gli scantinati del castello.

La porta si spalancò proprio nell’istante in cui Pancrazio usciva dalla stanza. La scarsa illuminazione avrebbe nascosto il fatto che lui aveva lasciato l’uscio  accostato: voleva vedere cosa sarebbe accaduto.

Ciò che vide fu disgustoso. Le guardie aggredirono a turno la creatura, la percossero con dei bastoni, la ricoprirono di sputi. I soldati erano cinque, e quello dall’aspetto più umano sembrava una capra.

I gemiti di dolore e disperazione dell’essere chiuso nella gabbia rimbombarono nella stanza, mischiati alle risa di scherno e al vociare della soldataglia. Sembravano tutti posseduti dal demonio, e i loro volti animaleschi illuminati dal fuoco incutevano sgomento.

Quando ebbero terminato il loro turpe rituale se ne andarono lasciando Pancrazio solo con la creatura. Lui piangeva in un angolo buio della stanza, provando rimorso e vergogna: non aveva fatto assolutamente nulla per cercare di salvare la vittima dai suoi aguzzini. La creatura giaceva sconfitta e umiliata sul pavimento della gabbia. Non era quella la prima volta, non sarebbe stata l’ultima.

Prima dell’alba del nuovo giorno, Pancrazio fu catturato vivo, e prima che potesse scatenare la proverbiale violenza partigiana fu selvaggiamente picchiato e gettato agonizzante nel pozzo rasoio del castello. Era quello un medievale e terribile strumento di tortura. Nella parte terminale, le pareti di questi pozzi della morte erano interamente rivestite di corpi contundenti ed affilati.

Il partigiano Pancrazio morì fra atroci sofferenze fatto a pezzi dalle lame del pozzo.  Della sua amata non si seppe più nulla.

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I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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