Il Quadrato del SATOR: il mistero del castello dove fu trovato un cadavere nel 1943

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Il 17 marzo 1943 era una mattina fredda e limpida sulle colline del Piacentino. L’inverno non voleva ancora arrendersi e il vento che scendeva dalla Val Tidone portava con sé un odore di terra bagnata e di legna bruciata. Nella piccola caserma dei carabinieri il maresciallo Melchiade Maffeo stava terminando il caffè quando il telefono squillò con un trillo secco che risuonò nel corridoio come un ordine.

La comunicazione arrivava dal podestà del paese. Una donna era stata trovata morta in un castello abbandonato poco fuori dall’abitato, su una collina che dominava la valle. Il corpo era stato scoperto da due contadini che erano entrati nel maniero in cerca di legna da ardere. Le prime voci correvano già di casa in casa, di stalla in stalla, come succedeva sempre nei paesi piccoli. Qualcuno parlava di violenza, qualcun altro di vendetta politica. Ma la spiegazione che sembrava trovare più consenso era una sola: un delitto partigiano.

In quei mesi bastava poco perché ogni morte venisse attribuita alla guerra che ormai si infilava ovunque, nei campi, nelle osterie, nelle famiglie.

Il maresciallo ascoltò senza interrompere. Annuiva ogni tanto, anche se dall’altra parte del filo nessuno poteva vederlo. Quando riattaccò rimase qualche secondo immobile, con la cornetta ancora in mano.

Un cadavere in un castello.

Non era il genere di faccenda che gli piaceva.

Si alzò lentamente dalla sedia e si infilò il cappotto. Poi uscì nel corridoio e chiamò:

«Rufina!»

Il brigadiere Rubiano Rufina comparve dalla stanza accanto con un fascicolo sotto il braccio. Era un uomo più giovane del maresciallo di quasi quindici anni, alto e magro, con l’aria distratta di chi pensa spesso ad altro.

«Mi avete chiamato, maresciallo?»

«Abbiamo un morto.»

Rufina aggrottò le sopracciglia.

«Dove?»

«In un castello.»

Il brigadiere rimase in silenzio per un istante, come se stesse immaginando la scena.

«Un castello?» ripeté.

«Sì. Sulle colline sopra il paese.» Il maresciallo prese il berretto dalla scrivania. «Pare sia una donna. L’hanno trovata due contadini.»

Rufina annuì lentamente.

«E cosa c’entro io?»

Il maresciallo lo guardò con una smorfia che voleva essere un sorriso.

«Ho sentito dire che quel castello è pieno di affreschi, mosaici, simboli religiosi. Tutte quelle cose che piacciono a voi.»

Il brigadiere capì subito dove voleva andare a parare.

«Pensate che possano servirci?»

«Io penso,» disse il maresciallo, «che se nel rapporto scrivo che il brigadiere Rufina ha esaminato il patrimonio artistico dell’edificio, il comando provinciale sarà molto soddisfatto.»

Rufina sospirò.

«Capisco.»

In realtà non gli dispiaceva affatto. Aveva sempre avuto una curiosità quasi ossessiva per l’arte antica, per i simboli nascosti nelle chiese e nei palazzi medievali. In caserma lo prendevano spesso in giro per questa sua passione.

Inoltre, tra poche ore sarebbe partito per tre giorni di licenza.

Se la faccenda si fosse risolta in fretta, sarebbe riuscito a partire lo stesso.

«Allora andiamo,» disse.

Uscirono nel cortile dove li aspettava la vecchia Balilla della caserma. Il maresciallo guidava con la calma metodica di chi ha passato metà della vita su strade di campagna. Il motore borbottava mentre la macchina lasciava il paese e cominciava a salire tra i campi ancora spogli.

Per qualche minuto nessuno dei due parlò.

Poi Rufina disse: «Dicono che sia un delitto partigiano.»

Il maresciallo fece un gesto vago con la mano.

«In questi tempi ogni cosa diventa un delitto partigiano.»

«Non credete che possa esserlo?»

«Può essere qualunque cosa,» rispose il maresciallo. «Una vendetta, una lite, un regolamento di conti. La guerra è solo la scusa.»

Rufina guardava il paesaggio scorrere oltre il finestrino.

«Una donna uccisa in un castello è comunque una storia strana.»

Il maresciallo sbuffò.

«Strana o no, qualcuno l’ha ammazzata. E qualcuno dovrà risponderne.»

Rufina sorrise leggermente.

«Sempre molto poetico, maresciallo.»

«Io non faccio il poeta,» replicò Maffeo. «Io faccio il carabiniere.»

Il brigadiere non rispose. Stava pensando alla licenza. Tre giorni lontano dalla caserma, lontano dalle carte e dalle denunce, lontano dalle piccole miserie della provincia. Tre giorni che adesso rischiavano di saltare.

Il maresciallo invece pensava ad altro. Un caso complicato, magari con implicazioni politiche, poteva attirare l’attenzione del comando provinciale. E l’attenzione del comando provinciale poteva aprire qualche porta.

La strada si fece più stretta mentre la Balilla cominciava a salire tra i filari di vigneti. Dopo l’ultima curva il castello apparve davanti a loro.

Sorgeva su uno sperone di collina, isolato da ogni altra costruzione. Le mura di pietra grigia emergevano dagli alberi spogli come i resti di una fortezza dimenticata.

Rufina si sporse leggermente in avanti.

«Non me l’aspettavo così.»

Il maresciallo rallentò.

Il maniero aveva qualcosa di insolito. Non era solo una rocca militare, ma nemmeno una semplice dimora nobiliare. L’architettura sembrava il risultato di epoche diverse sovrapposte senza ordine apparente.

La macchina si fermò davanti al portone principale.

Scendendo, Rufina alzò subito lo sguardo verso il timpano sopra l’ingresso.

«Guardate.»

Il maresciallo seguì la direzione del suo dito.

Nel muro era incastonato un triangolo equilatero circondato da fiamme rosse, al centro del quale era raffigurato un occhio.

«L’occhio che tutto vede,» mormorò Rufina.

«E allora?» disse il maresciallo.

«È un simbolo antico. Molto antico.»

«A me sembra solo un occhio.»

Rufina non replicò. Si era accorto di un altro dettaglio.

Sullo stipite destro del portone era incisa una croce patente.

Il brigadiere passò lentamente la mano sulla pietra.

«Templari?» disse a bassa voce.

«Siete già partito con le vostre fantasie?» sbuffò il maresciallo.

Entrarono.

L’interno del castello era più grande di quanto sembrasse dall’esterno. Il salone principale occupava quasi tutto il pian terreno. Lì dentro il tempo sembrava essersi fermato.

Il pavimento era coperto da un grande mosaico medievale composto da tessere bianche e nere con inserti colorati. Raffigurava animali reali e fantastici: leoni, cervi, uccelli, serpenti intrecciati tra figure che Rufina non riusciva subito a riconoscere.

Camminò lentamente, seguendo le linee del disegno.

Il maresciallo invece si limitò a dare un’occhiata distratta.

«È qui che hanno trovato il cadavere?»

«No,» rispose Rufina. «In cantina, mi pare di aver capito.»

Il brigadiere si fermò all’improvviso.

C’era una zona del mosaico che appariva chiaramente danneggiata. Le tessere erano state spostate, alcune mancavano, altre erano state ricollocate senza seguire il disegno originale.

Rufina si chinò.

Tra le tessere superstiti si vedevano chiaramente alcune lettere.

R
O
T
A
S

Il brigadiere rimase immobile per qualche secondo.

«Che avete trovato?» chiese il maresciallo.

Rufina non rispose subito. Prese il taccuino dalla tasca del cappotto e tracciò rapidamente cinque righe e cinque colonne.

Poi scrisse:

SATOR
AREPO
TENET
OPERA
ROTAS

Il maresciallo guardò il foglio.

«E questo cosa sarebbe?»

«Il quadrato magico del Sator.»

«Mai sentito.»

«È una frase palindroma latina. Si legge in tutte le direzioni.»

Il maresciallo scrollò le spalle.

«Molto interessante. Ma non vedo cosa c’entri con una donna morta.»

Rufina rimase in silenzio. Stava osservando la disposizione delle figure nel mosaico. Più lo guardava, più aveva l’impressione che il disegno non fosse puramente decorativo. Sembrava piuttosto una struttura geometrica.

Una struttura che convergeva verso il punto in cui il mosaico era stato distrutto.

Il brigadiere si rialzò lentamente.

«Maresciallo.»

«Sì?»

«Questo mosaico non è solo un mosaico.»

«E cos’è allora?»

Rufina indicò il punto danneggiato.

«Credo che sia una mappa.»

Rufina si chinò di nuovo, questa volta non sulle lettere, ma sugli spigoli del quadrato che le conteneva. Notò che le tessere recavano piccole incisioni, sottili come graffi: una serie di tacche appena percettibili che correvano dal riquadro danneggiato verso il margine del salone, come linee di puntamento. Seguendole con lo sguardo arrivavano a cinque punti precisi: due vicino al camino, uno accanto a una colonna, uno sotto una finestra murata e l’ultimo proprio davanti alla porta che conduceva ai sotterranei.
«Non è una mappa disegnata,» disse a bassa voce. «È un tracciato. Le lettere non indicano un significato: indicano una posizione. “ROTAS” è l’istruzione, non la frase.»
Il maresciallo aggrottò la fronte. «Che istruzione?»
Rufina indicò la S finale, ruotata nel mosaico. «Questa non è messa storta per caso. È un segno. Come a dire: “gira”, “spingi”, “ruota”. Se in cantina troviamo cinque punti corrispondenti, è probabile che uno di quelli sia un comando, un grilletto nascosto.»

Il maresciallo sospirò.

«Allora scendiamo a vedere questa cantina.»

Trovarono l’accesso dietro una porta bassa nel corridoio laterale. Una scala di pietra scendeva nel ventre della collina con gradini consumati dal tempo. L’aria si fece subito più fredda e umida.

La cantina era un ambiente lungo e stretto, illuminato solo dalla luce della torcia elettrica del maresciallo. Le pareti di sasso trasudavano acqua e l’odore di muffa si mescolava a quello più acre del sangue secco.

Rufina non guardò subito il corpo. Prima alzò la torcia verso i muri, cercando gli stessi “punti” che aveva visto sopra nel mosaico. E li trovò: in cinque angoli della cantina, a distanze irregolari, alcune pietre erano diverse dalle altre. Non più scure o più chiare, ma lavorate in modo differente: una aveva un taglio più netto, un’altra era leggermente sporgente, una terza mostrava una sottile incisione a forma di linea.
«Eccoli,» mormorò. «Cinque. Come sopra.»
Il maresciallo lo guardò male. «Vi prego, brigadiere. Non ditemi che anche qui leggete le pietre come un libro.»
«Non le leggo. Le confronto.»

Il corpo della ragazza era lì.

Rannicchiato contro il pavimento come se avesse cercato di proteggersi fino all’ultimo istante. Era distesa su un fianco in posizione fetale. I capelli scuri erano incollati al viso da una macchia scura che si era allargata sul pavimento. Il vestito era strappato e una delle scarpe mancava.

Rufina si avvicinò lentamente.

Non era la prima volta che vedeva un cadavere, ma qualcosa in quella scena gli trasmise un senso di inquietudine più profondo del solito.

Forse era la posizione del corpo.

Forse il silenzio della cantina.

Forse il pensiero del mosaico proprio sopra le loro teste.

Il maresciallo illuminò il pavimento.

«Ha lottato,» disse.

Sotto le unghie della ragazza si vedevano tracce di pelle secca e sangue rappreso. Le dita erano rigide, contratte in una presa disperata.

Poco distante giaceva un oggetto metallico.

Il maresciallo lo raccolse.

Era la maniglia spezzata di una porta.

«Ha cercato di scappare,» disse.

Rufina non rispose. Stava osservando la disposizione dello spazio.

Il corpo si trovava quasi esattamente al centro della cantina.

E se la sua intuizione era giusta, quel punto corrispondeva perfettamente al centro simbolico del mosaico del salone.

Il brigadiere sollevò lo sguardo verso il soffitto di pietra.

«Non è un caso,» mormorò.

«Cosa?» chiese il maresciallo.

«Il punto dove è stata lasciata.»

Il maresciallo lo fissò.

«Pensate che qualcuno abbia consultato la vostra mappa per scegliere il posto dove buttare un cadavere?»

Rufina non rispose. Stava già camminando verso il fondo della cantina.

Là dove un corridoio stretto si trasformava in una galleria scavata nella collina.

Il passaggio terminava contro un muro di pietre e mattoni.

Il maresciallo lo raggiunse.

«Eccolo.»

La torcia illuminò la parete irregolare.

«Un muro di chiusura,» disse. «Probabilmente una vecchia via di fuga.»

Rufina osservò la muratura con attenzione.

Le pietre erano umide. La malta ingiallita sembrava molto antica.

Stava per voltarsi quando un suono lo fece irrigidire.

Un colpo sordo.

Metallico.

Poi di nuovo.

Un rimbombo lontano che sembrava provenire dall’interno della parete.

Il maresciallo si immobilizzò.

«Avete sentito?»

Il suono arrivò una terza volta.

Un rintocco grave, smorzato, come quello di una campana difettosa.

Rufina si avvicinò lentamente al muro. Appoggiò la mano sulle pietre.

Il suono cessò.

Il brigadiere picchiettò con le nocche.

Il rumore che ne uscì non era quello pieno di una muratura compatta.

Era vuoto.

Cavo.

«C’è qualcosa dietro,» disse.

Il maresciallo non replicò.

Rufina si avvicinò al muro di chiusura e cercò la quinta “corrispondenza”: non una pietra qualunque, ma un elemento diverso, un punto di pressione. Illuminò la muratura dall’alto in basso finché la luce non colpì una piccola sporgenza: la testa di un chiodo di ferro battuto, troppo regolare per essere lì per caso. Non lo scoprì: lo riconobbe.

Il brigadiere osservò il chiodo per qualche secondo.

Poi premette.

Il chiodo rientrò lentamente.

Si udì uno scatto metallico.

Il muro tremò leggermente.

Poi cominciò ad aprirsi verso l’interno con un cigolio lungo e stanco.

Il maresciallo sollevò la torcia.

Dietro la parete si apriva una stanza sotterranea.

L’aria che ne uscì era sorprendentemente tiepida.

Entrarono.

La luce della torcia scivolò sulle pareti rivelando una stanza che non aveva nulla di pittoresco. Niente stemmi, niente drappi, niente simboli. Solo ordine. Un ordine freddo, funzionale. Una scrivania in legno scuro, un paio di cassettiere, uno schedario metallico, una libreria piena di volumi rilegati con titoli in caratteri che Rufina riconobbe subito come cirillici. Su uno scaffale, accanto a una scatola di cartone, c’erano pacchi di carta velina, carboncini, buste chiuse con spago e ceralacca.
In un angolo, un piccolo orologio da tavolo segnava un’ora diversa da quella italiana: non era un oggetto di propaganda, era un’abitudine. Un fuso orario tenuto a mente.
Il maresciallo deglutì. «Qui qualcuno lavora. E lavora bene.»

Il maresciallo abbassò lentamente la torcia.

«Mondo boia…»

Rufina si avvicinò alla libreria. Estrasse uno dei volumi.

Le pagine erano stampate in cirillico.

Sul tavolo c’erano fascicoli ordinati con cura. Uno portava un timbro rosso.

Il brigadiere lo aprì.

La prima pagina recava l’intestazione di un organismo che nessun funzionario del regime avrebbe voluto trovare nella propria giurisdizione.

NKVD.

Il timbro non era decorativo. Era reale. Era l’impronta di un potere lontano.

Il maresciallo si avvicinò.

«Fatemi vedere.»

Il documento era scritto in italiano.

Il titolo era breve.

IDI DI MARZO.

Il rapporto parlava di un’operazione di sabotaggio contro un laboratorio militare segreto nel nord Italia. Le informazioni erano precise, dettagliate, corredate da nomi e indirizzi.

Il maresciallo sentì la gola seccarsi.

«Questa non è solo propaganda.»

Rufina annuì.

«È una base operativa.»

Il castello non era solo un edificio antico pieno di simboli.

Era una stazione clandestina di spionaggio sovietico.

«E la ragazza…» disse lentamente il maresciallo.

«Deve aver scoperto questa stanza,» concluse Rufina.

In quel momento una voce risuonò alle loro spalle.

«Esattamente.»

I due si voltarono di scatto.

Sulla soglia della porta segreta stava il segretario del Partito Fascista del paese.

Lo conoscevano entrambi.

Un uomo sulla quarantina, sempre impeccabile, sempre presente alle cerimonie ufficiali.

Nella sua mano brillava una pistola.

Il maresciallo aggrottò la fronte.

«Cosa ci fate qui?» chiese il maresciallo, senza abbassare la torcia.
L’uomo non parve offeso. Fece un passo dentro la stanza e richiuse dietro di sé con un gesto esperto, come chi conosce la porta e il suo peso. «Sono io che dovrei farvi la domanda,» disse. «Ma avete già risposto da soli.»
Rufina fissava la pistola, poi gli occhi dell’uomo. «La ragazza…»
«Non doveva scendere,» disse il segretario. «Non doveva vedere. Non doveva capire.»
Il maresciallo serrò la mascella. «Siete voi che l’avete uccisa.»
«Io ho impedito un danno maggiore.» Il segretario inclinò leggermente il capo, come se stesse spiegando un concetto amministrativo. «Se quella voce fosse uscita da queste mura, se qualcuno avesse collegato questo luogo ai nomi che avete appena letto, sarebbero arrivati altri. E non sarebbero stati carabinieri.»
Rufina sentì il sangue pulsare nelle tempie. «Una cellula sovietica sotto un castello medievale… e voi a proteggerla?»
Il segretario sorrise appena. «Proteggerla? Io la governo. La mia posizione mi permette di scegliere chi guarda e chi non guarda. Io firmo permessi, io indirizzo pattuglie, io decido quali voci diventano “certe” in paese. Oggi, per esempio, tutti parlavano già di delitto partigiano prima che voi metteste piede qui. Avete notato? È comodo. Un colpevole invisibile, un nemico utile.»
Il maresciallo fece un mezzo passo avanti. «State dicendo che…»
«Sto dicendo che io posso far sparire un corpo in un castello e farne una storia politica nel giro di un’ora. E posso far sparire anche voi.»
Rufina si mosse lentamente di lato, come se cercasse un appoggio. Con la coda dell’occhio guardò la parete e lo schedario. Cinque punti, cinque corrispondenze. Se quello era davvero un sistema, forse esisteva un secondo comando, un secondo varco. La “S” ruotata. Girare. Spingere.
«Maresciallo,» disse piano, senza distogliere lo sguardo dall’uomo armato, «qui dentro ci sono altri meccanismi.»
Maffeo capì l’allusione e restò fermo, teso come una corda.
Il segretario li osservò con un interesse improvviso. «Ah. Il vostro brigadiere ama i simboli.»
Rufina fece scorrere le dita dietro lo schedario, trovando una piccola sporgenza metallica. Premette. Niente. Provò a ruotarla. Si udì un clic minimo, quasi un sospiro della ferraglia. Per un attimo Rufina sperò.
Il segretario alzò la pistola di pochi centimetri. «Non perdete tempo.»
«C’è un’uscita,» insisté Rufina, più a se stesso che agli altri. «Questo castello è costruito come un enigma. Se c’è una porta, ce n’è un’altra.»
«C’era,» disse l’uomo. «E io l’ho murata anni fa. Ho lasciato solo questa. Perché i labirinti sono utili finché li controlli.»
Il maresciallo fece un altro mezzo passo. «Vi credete intoccabile.»
«Mi credo necessario.» Il segretario inclinò la testa. «E ho ragione. Senza di me questa rete sarebbe già stata scoperta o tradita. Io sono il coperchio. Io sono la versione ufficiale. Io sono il silenzio.»
Rufina sentì la disperazione montare. Premette ancora la sporgenza, con più forza. Il metallo scricchiolò. Non si aprì nulla.
«Mi dispiace,» disse il segretario, e nel tono non c’era pietà ma soltanto conclusione. «Avete visto troppo.»
Il maresciallo fece per reagire, ma l’uomo sparò prima. Il colpo colpì Maffeo al petto e lo fece crollare contro la scrivania.
Rufina si sentì gelare. Guardò il maresciallo a terra, poi l’uomo. «Siete un traditore,» sussurrò.
«Sono un sopravvissuto,» rispose il segretario.
Il secondo colpo risuonò nella stanza come un chiodo piantato nel legno.

Il silenzio tornò a regnare sotto la collina.

Nel salone del castello, sopra le loro teste, il quadrato del Sator continuava a osservare immobile il passare dei secoli.

 

 

 

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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La moglie del gerarca

La vita del professor Carlo Centodonne non era più stata la stessa da quando aveva vinto il concorso per quella cattedra all’Università. Si era sentito arrivato dopo anni di studi e di sacrifici, e da allora aveva cominciato ad assumere uno stile di vita scapestrato, dedito all’alcol, alle scommesse sui cavalli, alle donne ed ai romanzi d’avventura. Le numerose amanti e soprattutto il vizio del gioco gli avevano ormai messo a soqquadro l’esistenza.

Come ogni mattino, prima di radersi si guardò allo specchio. Aveva una faccia tremenda, quasi tragica. La barba incolta sottolineava il colorito smunto del volto che a sua volta evidenziava due grosse borse sotto agli occhi. La bocca era impastata ed aveva sete. Si era alzato tardi, ma le molte ore di sonno non avevano cancellato le tracce degli eccessi della notte precedente. Si era ubriacato pesantemente risvegliandosi nel proprio letto con una giovane donna che non ricordava di aver conosciuto. Non ricordava nemmeno come avesse fatto a tornarci a casa insieme. La guardò attraverso la porta socchiusa del bagno, lei era stesa nuda sul letto profondamente addormentata.

Non sapeva neanche come lei si chiamasse, però aveva un bel culo. I capelli erano scuri e lunghi, il volto innocente e grazioso tradiva la sua età, non poteva avere più di vent’anni. Il professore si interrogò sulle ragioni che lo spingevano a desiderare sempre nuove donne e sempre più giovani, pur avendone già avute moltissime. Doveva essere la paura di invecchiare, oppure della morte. Sapeva di sentirsi attratto da cose sbagliate come il gioco d’azzardo e l’amore a pagamento, ma non riusciva a sottrarsi al seducente richiamo del vizio e del peccato. Se pur la sua coscienza ogni tanto lo costringeva a riflettere sulla propria condotta, un cinico fatalismo lo induceva a perseverare. Per pentirsi c’era ancora tempo, ripeteva a sé stesso in quelle occasioni.

Dopo essersi rasato si vestì con cura, ci teneva a mantenere un contegno ed un decoro eleganti. Il clima di fine inverno era ancora fresco, e sopra ad una  camicia di cotone a quadri si infilò una giacca di tweed  con una cravatta fantasia. Indossò dei pantaloni di velluto a coste color cachi e si sentì pronto per una nuova giornata.

Andò nel suo studio, sulla scrivania vi erano due lettere.

Aprì la prima: era un sollecito di pagamento della drogheria sotto casa. Ci aveva dato dentro con vino, birra e altri alcolici e adesso non aveva i soldi per pagare il conto. Appallottolò la missiva e la buttò nel cestino. Negli ultimi tempi era andato tutto storto. Alle corse dei cavalli aveva perso una montagna di soldi. Era anche indietro con l’affitto ed ora rischiava seriamente lo sfratto.

Prese la seconda lettera ed iniziò a leggerla. Era scritta da una sua ammiratrice che desiderava conoscerlo, aveva letto il suo libro di argomento esoterico dal titolo: Occulto misterioso. Aveva dedicato a quella fatica vent’anni delle sue ricerche, ed ora era considerato tra i massimi esperti italiani della materia. Anche Julius Evola aveva scritto una lusinghiera recensione della sua pubblicazione, complimentandosi per l’accuratezza e la profondità dell’opera. Tutto ciò risaliva alla metà degli anni trenta però. Ora la vita del professore aveva preso tutt’altra piega, per colpa dei suoi vizi: le corse dei cavalli e l’alcol.

La sua ammiratrice aveva anche accluso una fotografia: era una ragazza giovane e molto carina, scriveva da Bologna. Lui pensò che le avrebbe certamente risposto, poi prese la lettera e la mise dentro ad un cassetto della sua scrivania. Decise che si sarebbe dedicato a quella corrispondenza in un secondo momento, per quel giorno aveva questioni più urgenti a cui dedicarsi. Chiuse il cassetto e restò pensieroso a guardare fuori dalla finestra. Il sole era già alto nel cielo e vide delle rondini sbucare fuori dal sottotetto di un palazzo sull’altro lato della via. Viveva nella periferia sud di Milano, vicino a viale Isonzo. Da casa sua si potevano ancora vedere rogge, campi coltivati e bambini scalzi correre per i prati.

La ragazza nel letto si era intanto svegliata, e lo raggiunse nello studio con indosso solo una vestaglia da uomo, volutamente lasciata aperta sul davanti. Salutandolo lo baciò sulla bocca.

“L’ho presa nel tuo armadio, non ho trovato altro. Vivi da solo?” chiese lei.

“Ancora ci riesco, con un po’ di mestiere” rispose lui, pensando con fastidio alle norme che obbligavano i dipendenti pubblici ad essere sposati per poter far carriera.

La ragazza lo guardò con occhi languidi, lasciando intravedere le proprie nudità con consumata malizia.

“Ora te ne devi andare” disse il professore con freddezza, come faceva sempre quando voleva sbarazzarsi di una donna.

“Sta bene, ma prima devi pagarmi, questa notte ti sei divertito, ma eri troppo ubriaco, hai detto di non ricordare dove avevi messo i soldi. Ora voglio quel che mi spetta” disse lei senza scomporsi, sorridendo con complicità.

Un’altra puttana, pensò lui. Avrebbe dovuto smettere di farsi succhiare via i soldi in quel modo. Si frugò nelle tasche ma le trovò vuote. Aprì un paio di raccoglitori accatastati sulla sua scrivania, ma erano pieni solo di carte e qualche cambiale. Provò un senso di disagio, ma alla fine ammise imbarazzato:

“Sono rimasto al verde dolcezza, potrò pagarti non prima della settimana prossima.”

“Sei un stronzo” disse la ragazza incrociando le braccia sul petto, sembrava non credergli.

“Non dovresti fidarti dei clienti ubriachi” la rimproverò.

“Vai a farti fottere!” replicò lei.

Il professore fece spallucce, poi andò in cucina e cominciò a prepararsi la colazione. La giovane donna raccolse le proprie cose, si rivestì in fretta e andò via sbattendo la porta, senza salutare.

Carlo aveva altro per la testa, si fece un surrogato di caffè e lo corresse con una dose abbondante di grappa, poi si affettò del salame che mangiò insieme a del pane secco. Per ammorbidirlo lo inzuppò in una tazza piena di vino. Erano quasi le due del pomeriggio, e la giornata si annunciava poco stimolante. Avrebbe passato il pomeriggio nel suo studio a correggere le bozze di alcune tesi di laurea, scritte da laureandi che lo avevano imprudentemente scelto come relatore.

La sera, al contrario, sarebbe stata molto più interessante. Aveva ricevuto un invito a cena da una delle sue amanti, una ricca signora, moglie di un alto papavero del Partito Fascista milanese. Nella sua mente stava già iniziando ad elaborare un piano per farsi prestare del denaro da quella donna. Chiedere soldi senza compromettere la propria dignità ed il proprio orgoglio, questo era quanto stava cercando di architettare. Gli serviva una scusa plausibile e decorosa. Stabilì che le avrebbe chiesto un’offerta per l’orfanotrofio dei Martinitt, presso il quale era cresciuto e aveva fatto qualche volta del volontariato. Era uno stratagemma spregevole, ma se domenica avesse indovinato un paio di corse, avrebbe potuto tamponare la situazione, e magari un giorno devolvere davvero dei soldi ai poveri orfanelli della città.

Si sedette alla sua scrivania ed iniziò a leggere il Corriere della Sera del giorno prima,  il 16 marzo 1939. Il titolo era ad otto colonne: “AUMENTI DEGLI STIPENDI E DELLE PAGHE.” Il giorno antecedente la Germania aveva invaso la Boemia e la Moravia, ma il Corriere aveva dato la notizia soltanto in terza pagina e con solo un modesto richiamo in prima. Al professore non era sfuggito il puerile tentativo di minimizzare la portata dell’evento. Per questo aveva conservato quel numero del giornale. Forse ci sarebbe stata un’altra Monaco, o più probabilmente l’Europa sarebbe precipitata in una nuova guerra, aveva pensato leggendo quelle notizie la prima volta. Conosceva bene gli inglesi, e sapeva che non avrebbero mai permesso a Hitler di conquistare tutto il continente. Aveva ragione, come quando aveva immaginato che qualsiasi italiano avrebbe rinunciato volentieri all’aumento della paga, pur di avere la certezza di evitare la guerra.

Lui invece aveva maledettamente bisogno di denaro. Cercò di non pensarci e cominciò a leggere un dattiloscritto sulla “Carta di Wala”, opera di uno dei suoi studenti. Lo trovò banale e noioso, un lavoro meramente accademico. La figura dell’abate francese Wala, nipote di Carlo Martello e cugino di Carlo Magno, era indagata senza alcuna originalità. Si sarebbe persino addormentato se quella lettura non gli avesse ricordato una delle sue conquiste di gioventù. Una giovane contadinella di Bobbio, la stessa città dove Wala era stato abate della famosa abbazia di San Colombano. Non riusciva a ricordare il nome di quella florida fanciulla, ma non poteva dimenticare la piacevole estate che vent’anni prima aveva condiviso con lei. Pensò a quei giorni con nostalgia, non tanto perché sentisse la mancanza di quella ragazza, quanto piuttosto perché avrebbe voluto avere ancora i suoi trent’anni, l’energia di quell’età e la spensieratezza di quei tempi. Allora una guerra era da poco terminata, e lui aveva davanti una vita intera colma di promesse. Adesso invece l’avvenire non prospettava nulla di buono.

Fuori dal palazzo dove abitava il professore il pomeriggio trascorreva pigramente, e l’uomo vestito di nero, seduto su di una panchina poco distante, aveva gli occhi e le orecchie ben aperti. Stava fingendo di leggere un quotidiano, ma intanto si guardava intorno e prendeva nota di tutto quanto accadeva in quella via. Controllava chi e quando entrava oppure usciva dal portone del civico 17, quello dove abitava Carlo Centodonne, annotava le targhe delle automobili, ascoltava il chiacchiericcio dei passanti. Indossava un cappello di feltro e portava gli occhiali da sole con il bavero dell’impermeabile alzato per nascondere il volto. Nessuno sembrava accorgersi di lui, tutti erano affaccendati nei propri affari.

Quando scese la sera, dopo aver ascoltato il notiziario alla radio, Carlo uscì per andare all’appuntamento galante carico di aspettative, era sicuro di convincere la sua amante a sganciargli una somma ingente.

La signora si chiamava Eleonora, aveva cinquantacinque anni ed era sposata da trenta, ma non era riuscita ad avere figli. Questo increscioso problema era stato motivo d’imbarazzo per il marito, e ne aveva in parte ostacolato la carriera nel partito. Lui la ritenne responsabile, e non l’aveva mai perdonata. Così la loro vita di coppia si era incrinata ed Eleonora aveva iniziato a desiderare consolazione. Il marito ormai la ignorava e quando capitava ancora che si occupasse di lei, il più delle volte era solo per colpevolizzarla di non avergli dato dei figli. Eleonora aveva così da tempo smesso di sentirsi amata. Quando ad una festa aveva conosciuto Carlo, non aveva saputo resistere alle sue premure ed attenzioni. Aveva certamente perduto l’avvenenza della giovinezza, e l’interesse mostrato dal professore aveva per questo fatto più facilmente breccia nel suo cuore.

Per il professore, invece, era soltanto l’ennesima avventura. Aveva cercato di sedurla per il puro piacere di aggiungere un altro trofeo alla sua collezione di donne sposate. Quando poi aveva scoperto che la signora Eleonora dava il meglio di sé sotto le lenzuola, aveva piacevolmente prolungato quella relazione clandestina. Ora che aveva così tanto bisogno di denaro e pensando che lei avrebbe potuto aiutarlo, era particolarmente compiaciuto di sé stesso e della propria lungimiranza, almeno in fatto di donne.

Quando Eleonora venne ad aprire la porta però, lui capì subito al primo sguardo che la faccenda sarebbe stata più complicata di quanto aveva sperato.

Lei era bassa, con il naso grosso e la fronte larga, ma vestiva sempre con eleganza quando doveva incontrarlo, e poi normalmente era allegra e simpatica, e ci sapeva fare con il sesso. Quest’ultimo talento compensava ampiamente il fatto che fosse bruttina e un po’ sovrappeso. Ma quella sera non era per nulla contenta, quando Carlo entrò in casa, lei nemmeno lo salutò.

“Bene” disse Eleonora, “dove siete stato ieri notte?”

Il professore simulò indifferenza, e cercò di eludere la domanda.

“Niente bacio di benvenuto?” disse forzando un sorriso.

“Ditemi dove eravate ieri notte.”

Carlo non rispose, la notte prima si era ubriacato ed era andato a puttane, ovviamente non poteva confessarlo. Rimase in silenzio pensando a cosa dire, ma non gli veniva in mente nulla.

“Allora Vi dirò io dove siete stato Carlo, eravate con una donna, una di quelle per giunta.” La voce di Eleonora si affievolì sul finale, aveva gli occhi rossi ed era sul punto di iniziare a piangere.

“Non capisco di cosa stiate parlando, ieri non sono nemmeno uscito di casa” mentì il professore.

“Siate sincero, adesso. Vi ho veduto con i miei occhi mentre passeggiavate ubriaco a braccetto di quella donnaccia. Come avete potuto?” squittì lei esternando tutto il suo sgomento.

Carlo era imbarazzato e la fronte gli si imperlò di sudore. Era stato scoperto, ed ora avrebbe avuto un bel da fare per recuperare la situazione.

“Ma lo capite cosa mi avete fatto? E se fossi stata io a tradirvi? Come Vi sentireste?” disse iniziando a singhiozzare, mentre le lacrime presero a sgorgarle dagli occhi rigandole il viso.

“Non è il caso di prenderla in questo modo” abbozzò lui goffamente, “in effetti ieri ho bevuto un po’ troppo, ma con quella ragazza non vi è stato nulla, stavamo solo passeggiando.”

Eleonora gridò, e si mise a piangere più forte.

Il professore cercò di afferrarle la mano, ma lei la ritrasse stizzita.

“Ho veduto che la baciavate” protestò, “siete un bugiardo e un mascalzone!”

Le previsioni del professore erano state del tutto fallaci. La signora aveva scoperto che lui si dava da fare anche con altre donne, più giovani per giunta, e come se non bastasse, persino di facili costumi.

“Be’, ecco… io non ricordo” cercò maldestramente di giustificarsi, “lo avete detto anche Voi, ero ubriaco, non so spiegarmi come sia successo.”

“Lo avete fatto perché era più bella o perché era così giovane, oppure per entrambi i motivi?”

“Oh, per Dio, Eleonora…”

“Non siate evasivo, ditemi perché lo avete fatto.”

“Io non so perché l’ho fatto, non vi è una ragione per queste cose, semplicemente accadono” disse lui esasperato.

“Mi avete mai baciato come baciavate ieri notte quella là?” Eleonora aveva smesso di piangere, ed il suo tono si era ora fatto inquisitorio.

“No, penso di no… non credo almeno.”

“E allora come? Come l’avete baciata?”

“Santo cielo, Eleonora, cose volete che vi dica, non lo so..”

“Come!?” ringhiò lei. Adesso sembrava molto arrabbiata.

“Ecco, io.. credo che fosse in modo diverso.”

“Diverso come?”

“Dannazione Eleonora, Io non me lo ricordo, ero ubriaco.”

“Siete un mostro!” gridò la signora, poi gli diede uno schiaffo. Carlo abbassò lo sguardo, lei gli voltò le spalle e riprese a singhiozzare. Era rimasta profondamente offesa e indignata.

Sulla strada intanto, dentro ad una Fiat Balilla scura, due uomini con la faccia da ceffi  tenevano d’occhio la situazione. Erano vestiti di nero, erano armati, ed avevano seguito il professore sin da quando era uscito. Ci sapevano fare, nessuno si era ancora accorto di loro, nessuno poteva immaginare cosa avrebbero fatto e perché.

La luna era bella sopra al cielo, ma il professore dovette penare tutta la sera per riuscire a recuperare la situazione, per evitare di essere scaricato. Dovette accantonare i propositi che aveva elaborato per ottenere dei soldi. La signora lo mandò in bianco lasciandolo al verde, e non gli offrì nemmeno da bere. Quando tornò a casa a notte inoltrata era prostrato. La giornata si era conclusa nel peggiore dei modi, e per consolarsi si attaccò alla bottiglia, affogando il suo fallimento nell’alcol.

Si ubriacò a tal punto da non accorgersi di nulla, quando gli uomini vestiti di nero fecero irruzione nel suo appartamento, il professore dormiva stordito dalla sbornia.

Gli intrusi erano stati mandati dal marito della signora, che non aveva preso sportivamente il fatto che lei lo tradisse. Per vendicarsi aveva deciso di dare una lezione all’impudente professore, e per farlo aveva assoldato i due sicari vestiti di nero.

Quelli fecero un lavoro preciso e ben fatto.

Il giorno dopo Carlo Centodonne si svegliò senza più le palle. Lo avevano castrato, così come si fa con un cane qualunque. Lui da quel momento non toccò più una donna per il resto dei suoi giorni. Fu solo dopo alcuni anni di assoluta disperazione che riuscì a trovare consolazione. Decise allora di iscriversi al coro delle voci bianche della sua parrocchia.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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La strage di Calendasco

 

Fulgenzio ed Alice furono massacrati una sera di mezza estate in quella che è passata alle cronache come la strage di Calendasco. Si erano conosciuti sin dall’infanzia perché lei, figlia di poveri braccianti agricoli, viveva in una miseranda casa attigua alla dimora padronale dove viveva Fulgenzio, in quel di Calendasco, un borgo piacentino abitato in quel tempo da poco meno di quattromila anime. E nel cortile della grande cascina i figli dei ricchi padroni e quelli dei miseri contadini potevano mischiarsi. I primi senza eccezione curati e ben vestiti, i secondi spesso trasandati e sempre con umili indumenti, ma nell’innocenza della loro fanciullezza, quelle non erano ancora barriere che potessero separare gli uni da gli altri. Con il sopraggiungere dell’adolescenza e gli iniziali rudimenti dell’educazione, i due giovani avevano imparato presto che, secondo gli usi del tempo, le proprie vite erano destinate a non doversi mai più incrociare. E per quanto la giovinetta fosse ben certa e consapevole di non poter anelar nemmeno in sogno alla compagnia del bel Fulgenzio, quest’ultimo, sin da allora di indole ribelle, non si rassegnava affatto a dover seguire i costumi, le regole e le consuetudini dell’epoca.

A dispetto delle aspettative del vecchio padre, che per il suo unico figlio maschio progettava un futuro a fianco di qualche fanciulla ricca e di buona famiglia, Fulgenzio si innamorò, contro ogni ragionevole previsione, proprio di quella umile e povera contadinella.

Da prima i due iniziarono con lo scambiarsi degli sguardi diversi da quelli che erano stati abituali durante i giochi dell’infanzia, poi anche il modo di parlare tra loro divenne diverso, nelle forme, ma soprattutto nei contenuti. Infine, una sera di fine estate all’inizio degli anni trenta, Fulgenzio si decise a prendere l’iniziativa, si appartò con la ragazza in un angolo buio della cascina, e dopo essersi dichiarato la baciò sulla bocca.

Lei arrossì per l’emozione, senza fiatare si aggrappò al collo del bel Fulgenzio e ne corrispose le attenzioni, incurante delle conseguenze. Per entrambi era quello il primo bacio, e segnò l’inizio di una storia d’amore appassionata e travolgente, che gli avrebbe legati a lungo contro ogni avversità.

E le tribolazioni per i giovani innamorati iniziarono subito. Per timore di dar scandalo si incontravano di nascosto, in qualche capanno in aperta campagna, o in altri luoghi lontani da occhi indiscreti. Il loro amore clandestino e segreto ebbe però vita breve, qualcuno un giorno li vide insieme e in un lampo la loro relazione divenne di pubblico dominio sino a giungere alle orecchie del vecchio padre di Fulgenzio.

Il genitore la prese molto male ed impazzì di rabbia. Mandò a chiamare il padre della ragazza e gli intimò di tener in casa la figlia scostumata, minacciando le più radicali rappresaglie se non fosse stato ubbidito. Quindi, dopo averlo convocato al suo cospetto, affrontò il figlio con le più scorbutiche intenzioni.

“Come hai osato gettare ombra sul rango della tua famiglia? Non sai tu che con quella pezzente non hai nulla da spartire né oggi né mai ne avrai in futuro?”  lo interrogò con il volto irrigidito dall’irritazione, con cipiglio minaccioso e con occhi severi, di quelli che non ammettono repliche.

“Padre, io amo quella giovane e la prenderò in sposa, mi rammarico che la cosa Vi sia sgradita, ma questo è il mio intendimento” rispose il giovane Fulgenzio arrossendo per l’emozione, ma dando prova di insospettabile fermezza e sfrontatezza, dinnanzi all’uomo che lo aveva sino a quel giorno considerato come una delle tante proprietà, delle quali poteva disporre a piacimento e senza render conto delle proprie decisioni.

“Maleducato!” esclamò il padre, indietreggiando due passi, tutto imbruttito per l’indignazione, e piantandogli in faccia due occhi inquisitori lo ammonì: “Sei senza creanza, e dunque è così che ora ti rivolgi al padre tuo? Ma stai ben certo che senza il mio consenso nessuna di queste tue malsane intemperanze potrai condurre a compimento. Faresti meglio a mettere giudizio in fretta o queste tue spalle da mascalzone conosceranno le carezze che ti sarai così maldestramente meritate!”

“Padre, io non temo la vostra ira e nemmeno le vostre punizioni” disse il giovane sommessamente, sapendo bene che rischiava di essere sonoramente legnato.

“Sono pronto a sopportare ogni violenza o privazione” proseguì sfidando l’autorità paterna, “ma nulla potrà dividermi dalla mia amata, e il mio destino sarà di unirmi a lei, che Voi lo vogliate oppure no!”

“Questo è troppo figlio sciagurato!” replicò il vecchio schiumando rabbia, “sapevo della tua indole ribelle, che si manifestò sin dall’infanzia, ma giungere a tanta irriverenza ed insolenza non è cosa che si possa lasciar passare come una qualunque marachella. Ora io mi pento di averti fatto parte delle antiche prerogative del nostro casato. Mi chiedo con terrore se un animo così indisciplinato ed un indole tanto poco rispettosa delle tradizioni, potranno mai consentirti di tener fede agli obblighi che il portare il tuo cognome comporta! Non voglio più vederti sino a quando non avrai riconsiderato i tuoi propositi.”

Il vecchio sembrava una belva in gabbia e si muoveva inquieto davanti lo scrittoio dello studio dove aveva ricevuto l’ingrato figlio. Ormai aveva deciso di allontanarlo, e così gli urlò indicando l’uscio con impeto furente: “Ora lasciami col mio dolore ed esci da questa casa!”

Fulgenzio, che era rimasto immobile col capo chino, rassegnato ad ascoltare in silenzio la rampogna del genitore irato, fu sulle prime colto alla sprovvista, non avendo preventivato di poter essere cacciato di casa. Ma dopo l’iniziale sbalordimento si riprese, e ostentando un orgoglio anche eccessivo, uscì da dove era venuto, e da quel giorno non fece più ritorno alla casa paterna né si riconciliò più con il burbero padre.

Nei suoi intendimenti Fulgenzio desiderava trasferirsi a Milano con la sua amata Alice. Ma quando lo venne a sapere Sandrino, un giovane attivista del locale partito comunista, fu l’inizio della fine.

Anche Sandrino amava Alice, e non poteva sopportare che lei gli preferisse un ricco, un borghese, un nemico del popolo.

Il giovane comunista aggredì la coppia appartata nelle campagne, ed assassinò Fulgenzio fracassandogli la testa a sassate. Alice cercò di impedirlo, con il solo risultato di beccarsi una coltellata nella pancia.

Fulgenzio ed Alice morirono assassinati nella strage di Calendasco, una sera di mezza estate.

Il duplice omicidio fu derubricato a delitto politico e Sandrino beneficiò dell’amnistia Togliatti, senza fare nemmeno un giorno di carcere.

 

 

 

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Mummie in Val Luretta

Il tenente Annibale Mutilato era ancora vivo. Nelle ultime tredici settimane aveva passato le pene dell’inferno ma era sopravvissuto. Le terribili torture inflitte dal dottor Sofferenza lo avevano menomato nel corpo e nella mente. Più volte era stato vicino ad impazzire, ma alla fine il sadico dottore si era stancato di seviziarlo prima che lui potesse perdere del tutto la ragione.

Da molti giorni era rinchiuso in una cella umida e buia, mantenuto in vita solo per volontà del suo malvagio aguzzino, intenzionato ad utilizzarlo come cavia per i suoi orribili esperimenti.

Annibale non era più in grado di distinguere lo scorrere del tempo. Passava ore ed ore a guardarsi la mano sinistra martoriata, alla quale erano state amputate le ultime due dita. Il volto ricoperto da una folta e lurida barba, i capelli lunghi e sporchi, vestito di stracci maleodoranti e infestati dai pidocchi, consumava lentamente la sua esistenza imbruttendosi in una malsana prigione, ammorbata dagli effluvi delle sue stesse lordure, dove persino i ratti si intrattenevano malvolentieri.

Covava silenzioso sentimenti di vendetta, voleva ad ogni costo sopravvivere per riuscire ad avere tra le proprie mani, o tra ciò che di esse rimaneva, il dannato dottore che lo aveva ridotto in quello stato.

Non gli avevano rotto le ossa, e nemmeno era stato ferito vicino ad organi vitali. Anche la faccia e la testa erano state grosso modo risparmiate, con la sola eccezione di una grossa cicatrice sulla fronte, che il maledetto medico gli aveva inciso con uno stiletto arroventato.

Il sonno di Annibale era sempre tormentato da orrendi incubi, e spesso gli appariva in sogno il sadico ghigno del dottor Sofferenza mentre gli affondava la lama nelle carni.

La macchina dell’elettroshock, i bagni dentro l’acqua ghiacciata, le unghie strappate, i mozziconi di sigaretta spenti sulla lingua, i denti trapanati sino a tormentare i nervi, e altre spaventose torture non erano bastate a farlo confessare. Non si sentiva un eroe per questo, soltanto era troppo intelligente per dire la verità. Se avesse ammesso di essere una spia avrebbero continuato a torturarlo sino ad ucciderlo. Soltanto fingersi un pazzo lo avrebbe mantenuto in vita, soltanto un pazzo non avrebbe iniziato a parlare dopo l’amputazione di due dita e l’incisione della testa.

Alla fine il dottore gli aveva creduto, pensando che fosse uno squilibrato, o che lo fosse diventato a causa delle torture. In ogni caso si era rassegnato all’idea che non gli avrebbe strappato nessuna informazione utile.

Non vi era stato modo di farlo parlare, o almeno di fargli dire cose che avessero un minimo di logica e di coerenza. Le risposte che aveva fornito erano diventate giorno dopo giorno più sconclusionate e prive di senso, man mano che le torture erano diventate più dolorose, sino ai limiti della sopportazione umana. Il dottore sapeva bene che superato quel limite, alla fine, tutte le vittime impazzivano veramente, e non era più possibile trarre informazioni attendibili dopo che le loro menti erano state sino a quel punto sconvolte.

Passarono così molte settimane, ed Annibale era sempre chiuso nell’angusta cella sotterranea del castello, edificato secoli prima sulle dolci colline della Valle Luretta. Fuggire era impossibile, le pareti in pietra secolare non potevano essere scalfite, le sbarre in ferro della prigione erano state elettrificate, qualsiasi tentativo di scappare sarebbe miseramente fallito.

Una notte disperata e folle, il tenente Mutilato decise di farla finita. Avrebbe cercato di evadere, incurante delle conseguenze. Meglio la morte che una vita senza più speranze.

Attese il momento dell’ispezione serale per agire. Quando la guardia si avvicinò per assicurarsi che il prigioniero fosse ancora vivo, Annibale scattò come una molla e allungando le braccia attraverso le sbarre l’afferrò per il collo trascinandola contro i ferri elettrificati.

Un urlo mostruoso eruppe dalla bocca della guardia, mentre la faccia si deformava per il dolore e un raccapricciante sfrigolio si diffondeva dal suo corpo.

Un odore disgustoso di carne bruciata saturò in pochi istanti l’aria ammorbata della prigione.

Quando il corpo del secondino crollò a terra ormai privo di vita, Annibale riuscì ad afferrare il mazzo delle chiavi caduto sul pavimento lurido: era costituito da quattro pezzi.

Selezionò quella che gli sembrò più adatta alla serratura che apriva la cella, la infilò nella toppa e provò a girarla. Non ci riuscì, la serratura offriva una decisa resistenza. Provò allora una seconda chiave, simile alla prima ma un po’ più piccola. Anche in questo caso il meccanismo non si aprì.

“Maledizione!” imprecò temendo che quello non fosse il mazzo giusto. Afferrò una terza chiave e replicò l’operazione, ancora una volta senza fortuna. La quarta chiave nemmeno entrò nella serratura.

Il sudore ora colava lungo le tempie tra i lunghi capelli unti di Annibale che si sentì sopraffare dal panico. La possibilità di una fuga tanto agognata gli stava svanendo tra le mani.

Respirò a fondo e lentamente, il lezzo era ripugnante e insopportabile, ma riuscì a dominarsi ed ebbe un’idea. Provò ancora con la prima chiave, questa volta infilandola nella toppa sul lato esterno della porta, dalla parte dove veniva abitualmente utilizzata dalle guardie. Poi provò a girare. Il meccanismo offrì nuovamente una certa resistenza elastica, ma questa volta inferiore, i denti metallici sferragliarono sui loro anelli e finalmente scattò la prima mandata. Annibale tirò un sospiro di sollievo, girò ancora la chiave, ripetutamente, e dopo quattro scatti la porta si aprì.

Ripeté l’operazione con il lucchetto che chiudeva la cavigliera saldata alla catena murata alla parete, l’anello di ferro si aprì con uno scatto, emettendo un suono simile ad uno squittio.

Era libero, e in un attimo si trovò davanti alla successiva porta di ferro, proprio nel momento in cui si stava aprendo.

Il soldato non si accorse di nulla, Annibale lo aveva già afferrato per i capelli fracassandogli il cranio contro lo stipite con una brutalità inaudita. Fu una morte violenta, ma così repentina da non provocare dolore.

Un terzo secondino non ebbe il tempo di richiudere la porta. Annibale gli aveva già artigliato il collo. Le dita tozze si strinsero sul gozzo del militare affondando nelle carni come ganci da macellaio. Il malcapitato morì soffocato in pochi minuti

Eliminati i secondini, Annibale si incamminò lungo le scale in pietra che portavano al livello superiore. In cima alle scale si trovò in una camera vuota.

Su di un muro in mattoni si aprivano delle piccole finestrelle, attraverso le quali si poteva scorgere il cielo. Si vedevano le stelle brillare nel blu profondo della notte.

Sulla parete opposta, delle lampadine elettriche illuminavano la stanza diffondendo una luce bianca e intensa.

Annibale sapeva cosa fare: attraversò l’unica uscita e si portò nella stanza adiacente.

L’ambiente era buio e gli ci vollero alcuni secondi affinché i suoi occhi si abituassero alla nuova oscurità. Una flebile luce tremolante proveniva dal fondo di un lungo corridoio di pietre e mattoni.

Si richiuse la porta alle spalle e camminò sul pavimento fatto di pietre antiche perfettamente levigate. Non vi erano finestre né aperture di altro genere, soltanto sassi e laterizi.

Giunto a metà del lunghissimo corridoio, trovò la porta che portava alle docce. Si fermò a riflettere: puzzava come una carogna, non si lavava da mesi ed era ricoperto dai pidocchi. Era stata una precisa disposizione del dottor Sofferenza, finalizzata ad incrementare il senso di degrado fisico e psicologico cui dovevano essere sottoposti i prigionieri.

Annibale pensò che tentare la fuga in quello stato poteva essere pericoloso, i cani lo avrebbero fiutato a chilometri di distanza. Valutò che darsi una lavata gli avrebbe certamente dato sollievo e forse risolto il problema dei cani. Ma dissipare il poco tempo che aveva a disposizione poteva essere molto pericoloso. Il dubbio su cosa fare lo stava arrovellando.

Alla fine decise di farsi la doccia. Entrando nei bagni vide il suo corpo riflesso in uno specchio. Lo avevano ridotto come un barbone, con la mano sinistra quasi ridotta ad un moncherino, la faccia ricoperta dai lunghi capelli lerci e la fronte sfregiata. Annibale ebbe paura della sua stessa immagine.

Si levò gli stracci maleodoranti, che un tempo erano stati dei vestiti, gettandoli in un angolo. Poi aperto uno dei rubinetti si lanciò sotto un getto di acqua gelida. Il freddo era un disagio sopportabile, poca cosa a confronto della piacevole sensazione che provò nello scrollarsi di dosso settimane di sudiciume e pelle morta.

Uscì dalle docce nudo e bagnato. I pettorali erano ancora scolpiti e la muscolatura tonica, pur avendo perso peso aveva conservato la prestanza fisica dei giorni migliori.

Non vi erano altre sentinelle a guardia delle quattro porte collocate lungo la seconda metà del corridoio. Annibale si avvicinò per controllare le prime due.

La porta alla sua sinistra era a doppia anta e chiusa con un grosso chiavistello serrato con un pesante lucchetto. La porta alla sua destra era più piccola. Provò a girare la maniglia e si aprì.

L’interno era buio, ma sul muro didentro vi era un grosso interruttore elettrico. Annibale cercò di sollevarlo, riuscendo a dare elettricità alla stanza. Le luci si accesero e lui entrò.

Era una grossa camera rettangolare, il pavimento era ricoperto con moderno linoleum e le pareti intonacate erano verniciate di verde acqua. C’era un tavolo operatorio con una morsa per la testa e cinghie per immobilizzare polsi e caviglie, una grande scaffalatura sui cui erano collocati teste umane imbalsamate e dei vasi di vetro contenenti cervelli sotto spirito, una vetrinetta piena di droghe, siringhe, bisturi, lacci emostatici e altri strumenti chirurgici, un mobiletto sul quale erano collocate provette, alambicchi, e numerosi preparati chimici, un tavolaccio sul quale erano accatastati vecchi volumi polverosi e numerose protesi.

Era il laboratorio del dottor Sofferenza.

Annibale avvertì un’intensa sensazione di nausea, la stanza era priva di finestre, e in un angolo, seminascosta da un grosso paravento di legno dipinto, stava in piedi immobile e lo fissava con sguardo vitreo una raccapricciante mummia umana.

Si avvicinò per esaminare meglio il cadavere imbalsamato, e constatò che era quello di una giovane donna. Annibale comprese facilmente che non si trattava di un reperto dell’antichità, ma piuttosto di un altro orribile esperimento condotto dal malvagio dottore su qualche sfortunata cavia.

Gli occhi erano la parte più impressionante, sembravano di vetro, ma fissati in un’espressione di sgomento, si sarebbe detto che il volto fosse stato mummificato per l’eternità nell’attimo della morte, una morte sopraggiunta violenta e dolorosa.

Il tenente restò alcuni secondi imbambolato a fissare quella cosa orrenda, chiedendosi come un uomo potesse giungere a simili livelli di barbarie. Chiunque fosse stata quella ragazza, doveva aver sofferto in modo disumano.

Prima che egli potesse distogliere lo sguardo dalla mummia, questa iniziò all’improvviso ad animarsi. Il panico ed il terrore si impadronirono di lui, mentre la donna imbalsamata gli afferrava il collo con tutte e due le mani avvolte nelle bende.

Era una presa micidiale, nelle braccia della mummia della Val Luretta vi era una forza portentosa, e Annibale non fu in grado di opporre una valida resistenza.

Tutto si consumò in pochi minuti, il corpo strangolato e senza vita di Annibale giaceva ora ai piedi putrescenti della ragazza imbalsamata. Il volto di lei si era contratto in un ghigno malvagio, gli occhi brillavano di una nuova luce infernale. Cominciò a camminare, ed uscita dalla stanza partì alla ricerca di suo padre: il dottor Sofferenza.

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Scritto da Anonimo Piacentino

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Violenza partigiana

Il partigiano Pancrazio Spadone era pronto a combattere con violenza partigiana ed entrò in una grande stanza dal soffitto in mattoni sorretto da colonne in pietra. I muri erano in sasso e vi erano tre piccole finestre sul lato ovest ed altre due sul lato sud. Una serie di fiaccole accese e collocate lungo le pareti illuminavano in modo spettrale l’ambiente. L’atmosfera era resa ancor più suggestiva dai lunghi drappi rossi con la croce uncinata, appesi lungo i muri a guisa di  paramenti.

Al centro della sala, appoggiata sopra un piano rialzato, si ergeva una gabbia in ferro, del tipo di quelle in uso nei circhi per contenere le fiere feroci. Coricato su di un pagliericcio in un angolo all’interno della gabbia, sembrava dormire un uomo.

Pancrazio iniziò ad osservare meglio la camera, sembrava fosse stata preparata per una qualche forma di rituale. Quando si voltò verso la gabbia per ispezionarla, il suo cuore fu avvolto dall’orrore.

L’uomo era sveglio, ora stava in piedi e lo fissava. Era completamente nudo e il suo corpo era sfigurato da una muscolatura innaturale e gigantesca, il suo volto ricoperto da una lunga barba nera era una maschera di sofferenza, la bocca era chiusa da un grosso bavaglio di cuoio, le mani incatenate dietro la schiena. Le gambe mostruosamente muscolose erano ricoperte da una folta ed ispida pelliccia, e terminavano con degli zoccoli da cavallo al posto dei piedi.

Pancrazio guardò la creatura sbigottito per alcuni secondi, poi si avvicinò alla gabbia per osservarla più da vicino.

L’uomo ebbe paura e si ritrasse leggermente, i suoi occhi supplicavano pietà e Pancrazio ebbe pena per quell’essere infelice. Avrebbe voluto fare qualcosa per aiutarlo. Ma cosa poteva fare? Non aveva molto tempo e doveva badare a sé stesso per portare a termine la missione.

Prese la macchina fotografica, una Leica di fabbricazione tedesca, e fotografò la creatura.

L’uomo nella gabbia si sentì umiliato, lo sguardo di pietà lasciò il posto allo sconforto e alle lacrime.

Pancrazio si commosse. Poteva cercare di forzare la serratura della gabbia e liberare quell’uomo. Sapeva di poterci riuscire ma l’operazione avrebbe richiesto alcuni minuti. Comunque non poteva certamente aiutarlo a fuggire, lo avrebbero velocemente catturato e cercare di favorire quella creatura lo avrebbe esposto al rischio di essere ucciso. Poteva contare su tutta la violenza partigiana di cui era capace, ma probabilmente non sarebbe bastata.

Ripose l’apparecchio fotografico nello zaino e si avvicinò ad una delle due porte collocate sulla parete est. Vi appoggiò sopra l’orecchio per cercare di sentire se dall’altra parte vi fossero delle sentinelle. Gli sembrò che non vi fosse nessuno, cercò di aprirla ma scoprì che era chiusa dall’esterno.

Stava riflettendo su cosa fare quando udì rimbombare oltre la porta un vocio concitato e intenso, misto al chiaro scalpiccio di numerosi passi in avvicinamento.

La creatura nella gabbia sembrò presa dal panico, iniziò a muoversi nervosamente all’interno della sua prigione, gli occhi disperati urlavano tutto il loro sgomento.

Pancrazio comprese che non vi era un solo istante da perdere, camminò vicino all’altra porta e provò ad aprila. Anche quella era chiusa a chiave. Corse dall’altra parte della stanza e provò ad entrare nella torre ovest. Afferrò la maniglia per abbassarla ma anche quell’ingresso era serrato. Mentre i passi e il vociare si facevano sempre più vicini corse ancora più veloce verso il passaggio dal quale era entrato.

Doveva assolutamente uscire da quella camera prima che arrivassero le sentinelle. Se si fossero accorte della sua presenza avrebbero dato l’allarme e le probabilità di riuscire a fuggire dal castello incolume erano ben poche.

Pancrazio riuscì a raggiungere la porta proprio mentre le guardie stavano aprendo il grosso lucchetto posto a chiusura di uno spesso catenaccio. Lui stava lottando contro il tempo ed il destino e si domandò per quale dannata ragione non fossero tutti ad ubriacarsi festeggiando il capodanno, anziché aggirarsi per gli scantinati del castello.

La porta si spalancò proprio nell’istante in cui Pancrazio usciva dalla stanza. La scarsa illuminazione avrebbe nascosto il fatto che lui aveva lasciato l’uscio  accostato: voleva vedere cosa sarebbe accaduto.

Ciò che vide fu disgustoso. Le guardie aggredirono a turno la creatura, la percossero con dei bastoni, la ricoprirono di sputi. I soldati erano cinque, e quello dall’aspetto più umano sembrava una capra.

I gemiti di dolore e disperazione dell’essere chiuso nella gabbia rimbombarono nella stanza, mischiati alle risa di scherno e al vociare della soldataglia. Sembravano tutti posseduti dal demonio, e i loro volti animaleschi illuminati dal fuoco incutevano sgomento.

Quando ebbero terminato il loro turpe rituale se ne andarono lasciando Pancrazio solo con la creatura. Lui piangeva in un angolo buio della stanza, provando rimorso e vergogna: non aveva fatto assolutamente nulla per cercare di salvare la vittima dai suoi aguzzini. La creatura giaceva sconfitta e umiliata sul pavimento della gabbia. Non era quella la prima volta, non sarebbe stata l’ultima.

Prima dell’alba del nuovo giorno, Pancrazio fu catturato vivo, e prima che potesse scatenare la proverbiale violenza partigiana fu selvaggiamente picchiato e gettato agonizzante nel pozzo rasoio del castello. Era quello un medievale e terribile strumento di tortura. Nella parte terminale, le pareti di questi pozzi della morte erano interamente rivestite di corpi contundenti ed affilati.

Il partigiano Pancrazio morì fra atroci sofferenze fatto a pezzi dalle lame del pozzo.  Della sua amata non si seppe più nulla.

Vuoi sapere cosa era successo prima? Bene, allora leggi qui

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Nazisti in Val Tidone


 

La dichiarazione di guerra a Francia e Inghilterra, annunciata in diretta radiofonica alle ore 18:00 di quel 10 giugno 1940, fu accolta dal popolo italiano con partecipata emozione.

Nel trambusto di quelle ore concitate, nessuno aveva fatto caso all’arrivo di quel forestiero ben vestito, dall’aria distinta, alto e biondo con due grandi occhi azzurri color ghiaccio. Senza essere notato aveva parcheggiato la sua Mercedes poco lontano dalle prime case di Trevozzo in Val Tidone e aveva poi raggiunto la sua meta a piedi, qualche minuto prima dell’orario in cui abitualmente Ermegisto rincasava.

Il vecchio edificio dall’intonaco grigio consunto dal tempo, sovrastava un piccolo giardinetto ornato da fiori colorati e rose rosse. A prima vista la facciata austera e tetra assomigliava ad un volto severo, reso ancor più sinistro dalle fioche luci delle lampade a petrolio che fuoriuscivano dalle persiane accostate del piano superiore, come fossero occhi illuminati da lampi spettrali. Ma il visitatore non prestò alcuna attenzione alla bizzarra architettura, concentrato sui suoi obiettivi attraversò il giardinetto e bussò alla porta.

Poco dopo la signora Lina, la moglie di Ermegisto, venne ad aprire. Lo stupore si dipinse sul volto dell’anziana donna, sorpresa di trovarsi di fronte un giovane di così bel aspetto e dal portamento così fiero e altero.

“Buona sera” esordì l’uomo tradendo un evidente accento straniero, “sto cercando il signor Ermegisto” continuò svelando ulteriormente le proprie origini teutoniche. Il tono della voce e l’espressione del viso erano freddi, gelidi.

“Mio marito non è ancora tornato, posso sapere chi siete e da dove venite?” domandò la signora Lina, senza preoccuparsi di nascondere la propria curiosità. Vestiva abiti semplici che coprivano il suo corpo segnato dal tempo e dalla vita. Il volto era indurito dalle delusioni di un’esistenza amara, consumata lentamente dal lavoro nei campi.

“Se mi fate entrare sarò ben lieto di attendere in casa che Vostro marito ritorni” replicò seccato il giovane, senza badare alle domande della donna.

“Io non faccio entrare sconosciuti. Ditemi: Voi chi siete?” protestò lei, appoggiandosi le mani ai fianchi per darsi un tono più autorevole, e gonfiando il petto di per sé già assai abbondante.

L’uomo si volse come per assicurarsi che nessuno lo avesse visto, poi tornando a guardare la donna e sforzandosi di sorridere si presentò dando delle false generalità. Mentendo ancora disse: “Vengo da Monaco, ora posso entrare?”

La signora Lina era ancora titubante, ma dopo alcuni attimi di esitazione infine acconsentì, inconfessabilmente attratta dall’avvenenza del giovane.

“Prego accomodatevi, potete attendere il ritorno di Ermegisto qui in soggiorno. Arriverà a minuti, torna sempre per l’ora di cena.”

L’uomo si sedette su una delle scomode sedie di legno massello che costituivano lo spartano e povero arredamento della casa, senza ringraziare e senza proferire altra parola. La Lina cercò ancora di interrogarlo: “Un giovane tedesco della vostra età non dovrebbe essere in guerra? Cosa vi porta dalla lontana Monaco sino a Trevozzo? Cosa volete da mio marito?”

Lo straniero la fulminò col suo sguardo di ghiaccio, penetrante e spaventoso, così inquietante che la Lina si pentì della propria indiscrezione ed ebbe paura. Quell’uomo esercitava su di lei un fascino magnetico ma anche terribile. Aveva risvegliato nella donna sensazioni da lungo tempo sopite, mandandola in confusione, incerta tra contrastanti sentimenti che non era in grado di comprendere e tanto meno di fronteggiare con lucidità, combattuta tra attrazione, paura e curiosità.

“Sono in licenza signora, e sono qui per ragioni di studio” disse glaciale il giovane stemperando con quelle fredde parole la tensione che si era creata. La Lina però non sapeva come comportarsi e rimase a fissarlo senza muoversi e senza parlare. Anche il forestiero continuò a tenere lo sguardo sull’anziana donna, come se ne volesse controllare i movimenti.

Lei si sentiva osservata e iniziò a insospettirsi, domandandosi se quell’uomo le avesse mentito. E se fosse stato un bandito? Oppure un assassino? Studiando meglio l’abbigliamento di quel tizio misterioso si rassicurò. Gli assassini non indossavano abiti eleganti, non portavano i gemelli d’oro ai polsi della camicia, non avevano scarpe costose, si disse mentalmente. Si fece allora coraggio e tornò ad investigare.

“Cosa siete venuto a studiare in questo remoto borgo, se posso chiedere signore?”

Il giovane nulla fece per nascondere quanto fastidio quelle domande gli provocassero, l’espressione contrariata del suo volto svelava in quel frangente i suoi pensieri come fosse stato un libro aperto.

“Studio opere d’arte” replicò annoiato “e Voi di cos’altro vi occupate oltre a fare domande?”

La Lina si adombrò un istante chiedendosi cosa fosse più opportuno rispondere.

“Sono la moglie di Ermegisto” disse infine con orgoglio, per poi tacere nuovamente risentita, avendo notato un sorriso di scherno dipingersi sul volto del forestiero.

In quel momento si aprì la porta e Ermegisto entrò nella stanza. Egli non fu meno sorpreso di sua moglie alla vista di quell’uomo sconosciuto.

“Come posso aiutarvi?” disse subito dopo le presentazioni con tono sbrigativo, nel timore che la cena si freddasse.

“Desidero visitare il santuario di Santa Maria del Monte di Nibbiano” replicò asettico lo straniero.

“Sarò lieto di mostrarvelo domani mattina, avete preso alloggio presso la locanda?”

“No, nella notte devo rientrare a Milano, vorrei vedere la chiesa ora, cortesemente.”

“E’ solo una piccola chiesa di provincia, cosa Vi aspettate di trovare di tanto significativo da non poter aspettare domani?”

“Degli affreschi molto belli che ho avuto incarico di studiare per conto della Ahnenerbe.”

“Bene, ragione in più per aspettare. Così avrete modo di apprezzarli alla luce del giorno. Inoltre devo avvisarvi che in buona parte sono stati danneggiati nel corso dei secoli a seguito di approssimativi restauri” disse Ermegisto con una decisione che non ammetteva repliche.

Lo straniero si irritò, non si aspettava tante storie da un semplice campagnolo. Sapeva di avere poco tempo, ma ancora di più sapeva di dover mantenere la segretezza sulla propria missione. Avrebbe desiderato aggredire quel piccolo omuncolo grassottello. Considerò però più vantaggioso cercare di ottenerne la collaborazione, sia per accorciare i tempi  della ricerca, sia per evitare le complicazioni che prendere la situazione di petto gli avrebbe procurato.

“La mia associazione culturale sarà lieta di contribuire alle opere di bene patrocinate dalla Vostra comunità con una generosa offerta. Sono certo che in cambio di questi aiuti sarete tanto gentile dal volermi condurre alla chiesa oggi stesso” disse l’uomo estraendo dalle tasche due mazzette di banconote.

Ermegisto osservò il denaro ostentando indifferenza.

“Ogni regalo profuso dalla provvidenza è certamente ben accetto, ma per visitare la chiesa dovrete comunque aspettare il giorno nuovo. Questa sera ho altri e più pressanti impegni che non posso procrastinare” rispose il contadino opponendo un nuovo inaspettato rifiuto alle richieste del forestiero.

“Ora che anche l’Italia è in guerra, sono sottoposto a nuove pressioni. I miei superiori esigono che completi la mia ricerca con anticipo. Per questo necessito di vedere la chiesa questa sera stessa. Sono sicuro, in nome dell’amicizia che lega i nostri due Paesi, che saprete comprendere la mia situazione portandomi subito alla chiesa.”

All’ennesima insistenza dello straniero Ermegisto iniziò a spazientirsi, replicando piccato.

“Personalmente non nutro alcuna amicizia verso il Vostro Paese. Tanto meno sono interessato a questa assurda guerra che condanno con risolutezza. Vi mostrerò la chiesa domani. Adesso Vi prego cortesemente di lasciare questa casa.”

“Portatemi al santuario, non costringetemi ad usare la forza” disse allora l’uomo venuto dal nord, avvicinando alla faccia del povero contadino un lungo e luccicante coltello dal manico prezioso, rivestito in polimero nero e ornato con due decorazioni metalliche a rilievo, raffiguranti le rune delle SS e l’aquila nazionale.

Ermegisto guardò fisso negli occhi di ghiaccio dello straniero, e capì di trovarsi di fronte ad un ufficiale della famigerata organizzazione paramilitare nazista. Comprese di essere in grave pericolo ma mantenne la calma, e rispose con freddezza: “Ormai è quasi notte e la strada per il santuario è interrotta da una frana, a piedi ci vorranno ore, io non so proprio cosa farci e penso che non troverete nessun’altro disposto ad aiutare Voi nazisti in Val Tidone

L’uomo pensò che il contadino fosse un duro, lo spinse contro la parete con violenza, gli afferrò il polso premendogli la mano al muro, e dopo averne trapassato il palmo con il coltello lo minacciò ancora: “Non vi farò questa domanda una terza volta, portatemi al santuario! Io so chi siete, conosco il Vostro segreto. Voi siete il Gran Maestro della setta esoterica Occulto Misterioso e voglio avere ciò che custodite nascosto dentro la chiesa!”

Il volto del Gran Maestro si contrasse in una smorfia di dolore orrenda, un grido senza speranza gli uscì dalla gola mentre la lama gli attraversava le carni: “Non lo faro, vai a farti fottere!”

Il Gran Maestro cercò di divincolarsi da quella presa micidiale. Avrebbe voluto urlare ancora e chiedere aiuto, ma la mano dello straniero copriva già la sua bocca. Pensieri di morte gli offuscarono la mente. Quel maledetto tedesco conosceva la sua identità segreta. Ma come era possibile? Chi poteva aver tradito? E ancora, come aveva fatto a scoprire dove era stato nascosto il Necronomicon? Pensò che a queste domande non avrebbe mai avuto risposta se non fosse riuscito a fuggire e chiedere aiuto. Sospinto dalla disperazione e dalla paura, diede fondo a tutte le sue forze colpendo il suo aggressore al volto con la mano ancora sana, lo spinse indietro e dopo essersi liberato fuggì verso la porta d’uscita.

Il Gran Maestro correva veloce stringendosi la mano trafitta e sanguinante, ma il tedesco gli stava dietro. Raggiunta la porta tentò di aprirla, ma nella foga del momento la maniglia si spezzò. Il Gran Maestro di Trevozzo fu preso dal panico, si sentì perduto, l’uomo con il coltello era già alle sue spalle. Si girò di scatto cercando ancora di colpire il suo nemico, nella speranza di poter usare la maniglia rotta come un arma. Il fendente questa volta andò a vuoto, lo stranierò lo evitò scansandosi. Ermegisto stava per urlare di nuovo, ma la voce gli rimase soffocata nella gola. Il tedesco con un rapido gesto gli spaccò il cuore pugnalandolo al petto. Ebbe solo il tempo per un ultimo pensiero di conforto prima della fine. Il malvagio forestiero sapeva del Necronomicon, ma lo stava cercando nella chiesa sbagliata. Almeno per quella notte ancora, il nascondiglio non sarebbe stato violato. Un attimo dopo il suo corpo senza vita si afflosciò in una pozza di sangue.

La signora Lina aveva assistito a tutta la scena immobile come una statua e muta come un pesce. Non era riuscita né a fuggire né a gridare, il terrore l’aveva immobilizzata.

Il tedesco non ebbe pietà, con un salto le fu sopra, e con la lama affilata squarciò la sua gola rugosa.

L’ultima sensazione della donna fu il calore del proprio sangue che le colava sul petto, poi fu la morte.

Il Sturmbannführer delle SS  si rialzò e ripulì la lama. Si guardò attorno bestemmiando. Un sospetto inquietante si fece strada serpeggiando nella sua mente. E se le informazioni di cui disponeva fossero state fallaci? Comprese che aver ucciso così in fretta Ermegisto era stato un errore. Certo, immaginò, farlo confessare non sarebbe stato semplice, ma ora che era morto sarebbe stato semplicemente impossibile. Poi si ricordò di quanto aveva pagato quelle informazioni e pensò alla reputazione di cui godeva la persona che gliele aveva vendute. Si rassicurò, il Necronomicon doveva per forza essere celato all’interno del santuario. Doveva solo andare a prenderlo. Ne era certo, avrebbe portato a termine con successo la sua missione nazista in Val Tidone.

Decise allora di mettersi al lavoro, aveva ancora poco tempo e molto da fare, prima dell’alba del nuovo giorno.

I fatti narrati sono di pura fantasia, ogni riferimento a persone  o fatti reali o realmente accaduti è del tutto casuale

Scritto da Anonimo Piacentino

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